I cittadini abruzzesi vogliono Istituzioni scientifiche forti e autorevoli

Possibile che il terremoto di L’Aquila, con le sue energie liberate dalla terra, i suoi 307 morti, le centinaia di feriti, i miliardi di euro di danni, non abbia insegnato proprio nulla a chi di dovere? Non vogliamo crederlo. Ne possiamo credere all’evidenza mediatica di una lotta titanica tra Enti ed Istituzioni, come tra Davide […]

deriva appenninoPossibile che il terremoto di L’Aquila, con le sue energie liberate dalla terra, i suoi 307 morti, le centinaia di feriti, i miliardi di euro di danni, non abbia insegnato proprio nulla a chi di dovere? Non vogliamo crederlo. Ne possiamo credere all’evidenza mediatica di una lotta titanica tra Enti ed Istituzioni, come tra Davide Golia, che inevitabilmente favorirebbe la confusione e la disinformazione più totali, salvando i veri responsabili del disastro abruzzese. Uno scontro totale all’ultimo sangue, a colpi di bombe H, nella putrida palude dell’indifferenza e dell’egoismo, è l’ultimo degli strumenti per prevedere e prevenire terremoti, tsunami, improvvise fumarole e spaccature della crosta terrestre, impatti cosmici ed eruzioni vulcaniche. Protezione Civile Nazionale ed Enti di ricerca, dunque, collaborino insieme per il bene di tutti. I cittadini abruzzesi non vogliono inutili “caccia alle streghe” o controproducenti “regolamenti di conti”, per presunti “cambi della guardia” dal sapore politico. I cittadini vogliono istituzioni scientifiche forti ed autorevoli quanto quelle politiche. Lo spettro anti-galileiano ed anti-europeo di frammentazione della ricerca geofisica, va respinto decorosamente al mittente. La nuova indicazione che viene dalla Commissione Europea, di promuovere e favorire un’integrazione capillare delle infrastrutture di ricerca a livello paneuropeo fra tutti gli Stati membri, è già oggi un progetto coordinato dall’Italia grazie all’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. Perché bisogna ricominciare daccapo? Se saranno tassati e tartassati i responsabili politici del disastro aquilano preannunciato fin dalle prime scosse di dicembre 2008 (dunque, alcune settimane prima del 6 aprile 2009, Mw=6.3), sarà (grazie alla Legge amministrata dalla Magistratura) la logica conseguenza della colpevole “inazione” non degli scienziati ma dei politici ed amministratori locali e nazionali che avrebbero dovuto ascoltare non le “cassandre” ma il loro buon senso di “pater familias” insito presuntivamente in ciascuno di noi. Se le abitazioni crollano per effetti di risonanza in situ, queste sì prevedibili ovunque sul territorio, la responsabilità politica e legale non è certo degli scienziati. I costruttori di abitazioni non a norma, dove sono finiti? Francamente prendersela con i ricercatori, montando polemiche a non finire, addossando loro le “colpe” per il mancato pre-allarme o pre-allerta che dir si voglia, per gli effetti del terremoto di L’AQUILA, è semplicemente assurdo. Bisogna poi mettersi d’accordo sul significato delle parole “pre-allarme” e “pre-allerta” che prima o poi diventeranno norme e leggi vincolanti per tutti. I nostri migliori “cervelli” danno l’anima nel silenzio dei laboratori pubblici nazionali e nelle ricerche campali di cui nessun cronista parla in “tempo di pace”, con le risorse che sappiamo. Prendersela con gli scienziati (la storia d’Italia docet!) non è solo ingeneroso, ingrato ed ingiusto ma potrebbe rivelarsi decisamente disastroso e controproducente sia da un punto di vista squisitamente tattico-politico sia scientifico sia economico. D’altra parre i cittadini non possono decidere, per consenso politico delegato, se un esperimento geofisico è “scientifico”, quindi finanziabile, o meno. Spetta alla comunità scientifica internazionale giudicare il lavoro dei nostri ricercatori che, a quanto pare, a differenza di altri, sono i migliori al mondo. Per cui accanto alla protesta dell’Ingv sul rischio che corre la ricerca geologica italiana in queste ore, con infinita umiltà registriamo per dovere di cronaca anche lo strano silenzio (mancata protesta), forse dettato dal “timore” reverenziale verso il potere politico, di certa Accademia. Che in Abruzzo avrebbe potuto e forse dovuto già fare il suo dovere in tempi non sospetti vista la cornucopia scientifica finora prodotta in letteratura sui terremoti. Saremo forse smentiti dai fatti ed allora ce ne scusiamo sentitamente, ma fino a prova contraria dobbiamo registrare l’assenza di certa Accademia alle vicende pre-sismiche aquilane del 6 aprile scorso. Come riconosciuto nei documenti ufficiali e nelle varie conferenze universitarie, facilmente accessibili anche a livello internazionale! Nelle settimane e nelle ore precedenti il disastro abruzzese, certa Accademia e certa politica locali cosa hanno fatto e cosa hanno detto di concreto alla popolazione aquilana, agli studenti, agli abitanti di Onna in primis? Nulla di utile e tutti lo sanno. Giustamente uno dei punti fondamentali della ricerca moderna è quello di associare ad essa attività di monitoraggio dati di elevata qualità e di magnifico rigore scientifico. “Questo non vuol dire – spiegano i ricercatori Ingv – che senza dati non si fa ricerca, vuol dire che i dati sono uno strumento fondamentale per promuovere ricerca di alta qualità”. Ci vuole la scienza per capirlo? La nuova indicazione che viene dalla Commissione Europea è proprio quella di promuovere e favorire un’integrazione capillare delle infrastrutture di ricerca a livello paneuropeo fra tutti gli Stati membri. “Questa integrazione è necessaria sia per integrare, distribuire dati di alta qualità ad una più estesa massa di utenti, sia per raggiungere un livello di autenticazione, verifica e validazione della qualità dei dati e dei servizi ad essi associati”. La Commissione Europea, per poter competere con Stati Uniti, Giappone, India e Cina i cui investimenti nella ricerca vengono direttamente tramutati in azioni per le Comunità scientifiche nazionali, deve superare le difficoltà alla frammentazione dei percorsi politici di attuazione nei diversi Stati. “Per poter ridurre questo livello di frammentazione e per aumentare il livello di competitività, l’indicazione che viene da Bruxelles è quella di integrare le infrastrutture di ricerca a livello paneuropeo”. Questo progetto per le infrastrutture di ricerca della scienza della Terra solida e in particolare in sismologia viene coordinato dall’Italia grazie all’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv). “La proposta di aggiornamento della roadmap europea è stata sottoposta dopo valutazioni dal MIUR che ha assegnato all’Ingv l’incarico di coordinare la squadra nazionale che include altri Enti di ricerca e altre importanti università, come per esempio l’ Università di Napoli, l’OGS, il CNR, l’Università di Trieste”. Il ruolo di coordinamento dell’Ingv deriva dalla sua esperienza e dalla pluriennale gestione di grandi reti, osservatori e laboratori di ricerca sia sul territorio nazionale che nel bacino Euro-Mediterraneo. “Separare una rete di monitoraggio della ricerca, limitandone l’uso alla sola sorveglianza , è un errore tattico molto grave. L’ iniziativa del decreto legge va in contraddizione sia con quanto ha proposto il MIUR e sia con quanto la Commissione Europea sta promuovendo”. Non sarebbe il caso altrimenti (mi rivolgo ai responsabili politici) di dare le dimissioni per evitare di fare ulteriori brutte figure europee e mondiali? Un decreto legge, non ancora approvato, trasferirebbe alla Protezione Civile l’attività di monitoraggio dei terremoti, le funzioni di sorveglianza sismica del territorio nazionale e di coordinamento delle reti sismiche, fino a oggi di competenza dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. Gli scienziati Ingv non ci stanno. Storicamente l’Ingv è stato organizzato in modo tale che la ricerca scientifica fosse alimentata dai dati di monitoraggio dei terremoti, delle eruzioni vulcaniche e dei fenomeni collegati, come avviene in tutto il mondo. “Non può esistere progresso nell’area scientifica e in campo sismologico se quotidianamente non si tengono sotto controllo e si studiano i movimenti della terra, piccoli e grandi” – sostengono i ricercatori Ingv. Questo principio fu ben chiaro fin dalla fondazione dell’Ente nel 1936 voluta da Marconi, fu ribadito da Zamberletti dopo la tragedia nel 1980, e confermato alla nascita dell’Ingv nel 2000. Basandosi su questo principio, l’Ingv è divenuto uno dei maggiori istituti di ricerca in campo internazionale. “Il connubio tra ricerca scientifica e monitoraggio è una condizione irrinunciabile per lo sviluppo efficace dei sistemi di rilevazione dei fenomeni fisici (terremoti per esempio) e per l’avanzamento della conoscenza sui processi che avvengono all’interno della Terra. Una rete di osservazione (es. sismica, geodetica) ha bisogno di essere continuamente controllata e migliorata, così come i dati prodotti devono essere continuamente validati ed utilizzati dai ricercatori. Senza questo continuo feed-back non può esserci progresso scientifico né affidabilità del sistema stesso di rilevamento”. Questo vale per i terremoti ma è valido per qualunque laboratorio di ricerca. “La rete sismologica nazionale, le reti regionali e locali che l’Ingv per statuto deve coordinare e armonizzare, non sono altro che degli enormi laboratori naturali, che in pochi anni ci hanno permesso di capire moltissimo su cosa accade sotto i nostri piedi, e che potranno in futuro portarci a capire ancora di più il fenomeno del terremoto e a fare previsioni quantitative sugli eventi sismici. Separare i ricercatori che usano i dati delle reti per studiare i terremoti e l’interno della Terra (guidandone lo sviluppo tecnologico, controllando la qualità dei dati, sviluppando nuovi algoritmi) dalle reti stesse (e dai tecnologi e tecnici che le realizzano, le fanno funzionare, le migliorano) sarebbe come separare un chirurgo dai bisturi, un pilota dai meccanici, un avvocato dal Codice Civile”. I ricercatori dell’Ingv sottolineano che “la realtà italiana nelle scienze della Terra viene spesso presa a modello in paesi stranieri proprio perché l’Istituto, coagulando diverse tematiche all’interno di una singola istituzione, evita da un lato la dispersione di risorse economiche ed intellettuali, e dall’altro ne favorisce la sinergia”.

Nicola Facciolini