Riflessioni dopo Copenaghen

Non era difficile essere buoni profeti alla vigilia della conferenza mondiale di Copenaghen sul clima: la Cina, l’India e gli altri “poveri” si mostrano sempre più duri nel loro assalto a un Occidente in piena crisi di identità e perciò facilmente colpevolizzabile. A parole si dicono infatti disposti a un accordo sulle emissioni di gas […]

Fallimento Copenaghen

Foto: Greenpeace Italia

Non era difficile essere buoni profeti alla vigilia della conferenza mondiale di Copenaghen sul clima: la Cina, l’India e gli altri “poveri” si mostrano sempre più duri nel loro assalto a un Occidente in piena crisi di identità e perciò facilmente colpevolizzabile. A parole si dicono infatti disposti a un accordo sulle emissioni di gas serra ma nei fatti pretendono di accollare il maggior peso ai Paesi “ricchi” e reclamano aiuti in miliardi di dollari per non dover rallentare la loro tumultuosa crescita. Affermando senza mezzi termini che per quanto li riguarda “la priorità assoluta resta lo sviluppo economico e lo sradicamento della povertà”. Nonostante il segretario dell’Onu Ban Ki Moon abbia affermato: “Siamo qui per scrivere un futuro diverso del mondo”, nella realtà Cina, Stati Uniti ed Europa non sono d’accordo su nulla e restano grandi inquinatori: la Cina con il 21,5% delle emissioni di anidride carbonica; gli USA col 20 e l’Europa col 15 per cento.
La conclusione è un accordo politicamente fragile e poco ambizioso dal punto di vista ambientale, che non soddisfa nessuno, che fa di Copenaghen un fiasco totale, un passo indietro rispetto al Protocollo di Kyoto.  Un summit finito molto al di sotto delle aspettative. Alla fine l’assemblea dei 192 Paesi presenti non hanno neanche approvato, hanno solo preso nota dell’accordo.
Le regole delle Nazioni Unite prevedono l’unanimità ma Cuba, Venezuela, Bolivia, Nicaragua, Costarica, Sudan e Vanatu, isole che rischiano di essere risucchiate dall’Oceano Pacifico si oppongono fermamente. Il presidente del Sudan arriva anche a dire: è come l’olocausto, l’Africa sarà incenerita; mentre quello del piccolo arcipelago del Pacifico dice: ci avete svenduto per trenta denari. Costoro hanno detto No a quella che è stata considerata un’intesa non soddisfacente anche da parte di chi l’ha elaborata, vale a dire Stati Uniti, Cina, Brasile, India e Sud Africa. L’Europa ha poi accettato pur se a denti stretti. Cina, India, Brasile, Sudafrica e Sudan giustificano questo loro atteggiamento ricattatorio con il fatto che, in passato, i “ricchi” hanno posto le basi per il surriscaldamento del nostro pianeta. Ma fanno finta di dimenticare che proprio in quel passato non si aveva la minima idea delle conseguenze dei gas serra, che hanno cominciato a essere studiate e conosciute solo in tempi recenti. Tuttavia i Paesi occidentali si lasciano facilmente mettere sotto accusa, infiacchiti come sono da anacronistici sensi di colpa di origine religiosa e dal solidarismo terzomondista (puramente ideologico) predicato sia dai cristiano-cattolici sia dai marxisti-leninisti.
Alle pretese di Cina, India & C. i Paesi occidentali potrebbero rispondere avanzando delle precise condizioni, fra le quali quella di un rigoroso controllo demografico che è una vera è propria “bomba” per l’intero ecosistema e così non riuscirà mai a trovare una linea comune di accordo. Anche il papa da Roma ha fatto sentire  la sua voce, affermando che l’abuso del pianeta e dell’ambiente da parte di politiche nazionali e internazionali minaccia l’umanità e il suo futuro quanto le guerre e il terrorismo e chiedendo nuovi stili di vita e una rinnovata gestione alle risorse naturali; ma di fatto è rimasto inascoltato. Sebbene la Terra sia ormai divenuta  un grande villaggio, ma non vi è un capo tribù che abbia l’autorità per prendere delle decisioni improcrastinabili. Sarebbe necessaria una rivoluzione epocale con la rinuncia al consumismo, causa di tutti i nostri mali; ma in occidente, solo per fare un esempio, invece di incoraggiare il trasporto pubblico costruendo autobus e treni regionali, si forniscono lucrosi incentivi a costruire nuove auto (da produrre in paesi a basso costo, facendo saltare milizia di posti di lavoro per i cittadini dei paesi incentivanti).
Le conseguenze sulla società, come oggi la intendiamo, sono e saranno ancor più devastanti, senza riuscire ad ipotizzare un nuovo modello di sviluppo sostenibile. Ma, purtroppo i giovani, motori indispensabili di ogni cambiamento, sono distratti e di intellettuali coraggiosi se ne vedono pochi in giro. Peccato, perché il tempo stringe e l’umanità si avvia precipitosamente verso l’apocalisse, anche se alcuni vorrebbero farci credere che le variazioni climatiche in corso non dipendano dall’inquinamento. Il summit, di fatto, è stato un totale fallimento, con i Paesi industrializzati che non hanno formulato nuovi impegni vincolanti di riduzione delle emissioni, ma si sono impegnati a raggiungere obiettivi non quantificati nel 2020; mentre i Paesi in via di sviluppo che genericamente hanno detto che intraprenderanno adeguate azioni di mitigazione, con  obiettivi e impegni su base solo volontaria e da comunicare  il 30 gennaio 2010. Inoltre, l’assenza di controlli internazionali sulle emissioni potrebbe indurre alcune nazioni a dichiarare falsi dati di emissione, in barba a tutti i buoni propositi.
In definitiva un summit inutile, dispendioso ed inquinante (in termine di uso di carta, fonti di calore, elettricità, ecc.), che ha dato luogo ad un accordo è veramente penoso: una grandissima presa in giro e un teatrino della politica mondiale, ad un passo dalle “trombe di Gerico”. Il clima sta cambiando in tutto il mondo e metà della popolazione potrebbe trovarsi a fronteggiare una grave crisi alimentare dovuta ai cambiamenti climatici entro il 2100, stando ai risultati della ricerca di un team di ricercatori dell’Università di Washington, dal quale emergerebbe che il rapido innalzamento delle temperature rischia d’alterare gravemente i raccolti nelle zone tropicali e subtropicali, entro la fine di questo secolo e, senza possibilità di reazione alcuna in quanto processi irreversibili se non in milioni di anni, lascerà metà della popolazione a dover far fronte a gravi carenze di cibo.  Le sollecitazioni sulla produzione agricola mondiale e la temperatura in aumento da soli bastano come fattori atti a scatenare un’emergenza alimentare, senza contare che il surriscaldamento globale porta ad una carenza idrica senza precedenti. Ma neanche questi “macigni” sembrano aprire gli occhi a coloro che governano un mondo ormai alla deriva e sull’orlo di una crisi di portata planetaria. “Fallimento”, “catastrofe”, “fiasco totale”, i commenti delle organizzazioni ambientaliste dopo la chiusura del vertice.
Da Greenpeace ad Amici della Terra, dal Wwwf a Oxfam e a Christian Aid è un solo, unanime, grido: il testo finale, incentrato su 12 punti generici e non vincolanti, è quanto di peggio si potesse fare per il futuro della Terra. Il direttore generale di Greenpeace Francia, Pascal Husting ha detto: “Se ci sarà un politico che avrà il coraggio di parlare di successo, vincerà la Palma d’Oro come bugiardo dell’anno”. E messo sotto accusa il presidente Usa: “Non credo più nella favola di Obama brillante giocatore di scacchi. Questo è stato un fiasco totale”.

Carlo Di Stanislao

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