Kashmir: ricostruzione paradiso

Il Kashmir è forse uno di quegli ultimi luoghi del mondo dove si viene assaliti dalla sensazione di essere in un posto ancora da esplorare, un paese che accoglieva migliaia di turisti ma che negli ultimi 20 anni era inavvicinabile perché distrutto da una guerra violenta. In Kashmir sembra di entrare in un altro tempo, […]

Photos by: Marco Manieri. All right reserved

Il Kashmir è forse uno di quegli ultimi luoghi del mondo dove si viene assaliti dalla sensazione di essere in un posto ancora da esplorare, un paese che accoglieva migliaia di turisti ma che negli ultimi 20 anni era inavvicinabile perché distrutto da una guerra violenta. In Kashmir sembra di entrare in un altro tempo, dove la maestosità delle montagne ha protetto le bellezze di questo paese anche nei momenti più bui e crudeli. La prima sensazione quando si mette piede nel paese è una particolare eccitazione mista a paura. Il verde delle montagne, il blu del cielo ed il bianco delle vette creano un contrasto indescrivibile, come se il colore fosse stato posato da una mano consapevole e necessaria.  Le prime parole che leggiamo in terra kashmira le troviamo dipinte nei tanti cartelli che danno il benvenuto ai visitatori “Nel paradiso sulla terra”, dove l’orgoglio dei suoi abitanti ancora resiste nonostante il tanto sangue versato. Ci sentiamo persone speciali ad essere giunti in questo angolo di mondo. Non abbiamo più possibilità di comunicare. I telefoni degli stranieri sono disabilitati per contrastare in qualche modo il terrorismo che di quando in quando riaffiora nelle valli e l’unica possibilità di possedere un numero di telefono al momento è effettuare un contratto post-pagato di modo che ogni comunicazione possa essere controllata e riutilizzata in caso di necessità. Di internet neanche l’ombra.

Poco più di 70 anni fa il Kashmir era uno unico stato indipendente ed anche India e Pakistan ancora erano uniti. Regnava un Marhaja indeciso e persone di ogni cultura vivevano libere, come un giardino colorato di tanti fiori diversi. Nel 1947 l’impero britannico abbandona la sua morsa sul sub-continente indiano e, da questa nuova indipendenza, vengono a formarsi due stati distinti: l’India, di religione induista, ed il Pakistan, di religione mussulmana. Da questa decisione segue un esodo di dimensioni inimmaginabili. Milioni di persone di fede mussulmana emigravano verso occidente ed il nuovo stato, mentre nella direzione opposta andavano milioni di induisti. Mentre ogni giorno morivano ammazzati migliaia di persone per la creazione di questi due grandi Stati, al Kashmir fu data la possibilità di scegliere con quale potenza annettersi, ma il Marhaja indeciso non fu in grado di prendere una decisione. Avrebbe dovuto confluire con l’India, lui di religione induista, o avrebbe dovuto scegliere il Pakistan dato che i suoi sudditi erano mussulmani?

La prima guerra indo-pakistana per il Kashmir nasce proprio da questo aneddoto. La storia ufficiale racconta che quando, nell’ottobre del 1947, le milizie pakistane hanno rotto i confini e sono entrate in terra kashmira, il Marhaja ormai aveva deciso di firmare il Trattato di Annessione con l’India, a patto che questo fosse ratificato da un referendum popolare. Il governo Pakistano, interessato non solo alle ricchezze naturali del paese ma anche, e soprattutto, per completare l’unione di tutti i mussulmani sotto un unico stato, ovviamente contesta la legittimità di tale accordo, supponendo che Hari Singh, il Marhaja, abbia agito in cattiva fede. L’India dalla sua parte rivendica la legittimità di tale atto, secondo il quale anche l’attuale territorio del Kashmir sotto giurisdizione pakistana dovrebbe far parte dell’India. L’interesse in questo caso comporta la possibilità di dimostrare come l’India sia un paese dove possono convivere liberamente tutte le diverse culture. Dopo la concessione ai buddisti tibetani della zona di Dharamsala, il Kashmir rappresenta l’unico stato a maggioranza mussulmana che l’India non vuole perdere.

Il Kashmir intanto desiderava solamente la libertà e l’indipendenza di avere un proprio governo regnante. “Ne India ne Pakistan, ma se costretti a scegliere che si opti per coloro i quali garantiranno la più grande autonomia al paese”. L’India in questo caso. Ed è un sentimento questo che non è mai tramontato nella popolazione kashmira, composta per lo più da contadini e piccoli commercianti. Tra loro non esiste il seme della violenza e, piuttosto che combattere una guerra che Dio non permette, sono disposti a cedere parte dell’autonomia per poter vivere in pace nella loro terra. Soprattutto ora che hanno vissuto la guerra nelle loro case.

Quando nel 1989 è esplosa nuovamente la guerra in Kashmir è stata differente dalle altre. Non erano più i due eserciti a combattesi i confini dello Stato, la guerra era in tutti i villaggi, tra i miliziani e l’armeria indiana. I movimenti separatisti erano diventati violenti e, grazie anche alle finanze che erano inviate direttamente dal Pakistan, si erano organizzati in squadre di combattimento capaci di feroci atti terroristici. La gente ricorda con enorme sofferenza gli anni bui della guerra. Ragazze che uscivano da casa per recarsi dall’unico dottore nel villaggio e non vi facevano più ritorno. I saccheggi e le intimidazioni avvenivano ogni giorno da parte dell’esercito e migliaia di ragazzi sono morti per mano di entrambi. Era impossibile riconoscere chi facesse parte delle milizie ribelli e mentre si viveva nella paura e nel dubbio le vie di comunicazione a volte venivano distrutte e nei villaggi non arrivava cibo per settimane.

Ora gli abitanti del Kashmir sono tornati a sorridere. I giardini botanici, orgoglio delle dinastie Mogul, tornano a risplendere e le famiglie vi si recano numerose per godere del soffice tepore dell’estate. Le piccole attività turistiche tornano a ricevere poche manciate di clienti ed i tanti kashmiri fuggiti dalla loro terra vi fanno ritorno per ricostruire insieme il Paese. Il governo indiano nel 2004 ha firmato un armistizio per cui concede una parte di autonomia al Kashmir seppur sotto la legislazione indiana. Ai miliziani separatisti è stato concesso un accordo di cessate il fuoco ed alcuni lavori d’impegno governativo e, seppur l’esercito indiano è ancora presente in massa ed il paese sembra in stato di guerra, ai militari non è dato permesso di sparare.

Solo negli ultimi 20 anni di guerra in Kashmir sono morte circa 60.000 persone, tra civili e militari, e tanto è stato distrutto. Sono stati spesi miliardi di dollari per una guerra sanguinosa e crudele che spesso ha combattuto solo per orgoglio come nella battaglia di Sianchen, un ghiacciaio situato a 5.000 metri d’altitudine dove i militari muoiono e combattono a temperature anche a -50°. Il Paese di trova ancora diviso tra Pakistan, Cina ed India, ma qui per lo meno ha trovato una sorta di stabilità e complicità che sta permettendo al paese di tornare a splendere come i tempi andati. L’impegno per la ricostruzione di ciò che è stato distrutto procede lentamente ma con regolarità. Sono state costruite nuove scuole, strade e sono stati sostituiti i ponti di legno dati al fuoco intempo di guerra. Agli indiani che prima abitavano in queste terre sono stati offerti numerosi incentivi per farvi ritorno ma al momento vince ancora la paura sul desiderio di tornare a casa. Ciò che più spaventa ora nella questione del Kashmir è la possibilità che se il conflitto si riaccendesse potrebbe scatenarsi uno scontro violento tra quelle che oggi sono anche due grandi potenze nucleari. Al momento gli impegni sottoscritti nel 2004 obbligano gli Stati a risolvere in maniera pacifica il contenzioso.

Marco Manieri. All right reserved