Festa della Candelora e Groundhog Day AD 2012

Felice festa della Candelora e Groundhog Day AD 2012. Per la santa Candelora se nevica o se plora dell’inverno siamo fora; ma se l’è sole o solicello siamo sempre a mezzo inverno, recita l’antico brocardo.La Candelora o Candlemas, il 2 febbraio di ogni anno, celebra la festa cristiana della Purificazione di Maria Santissima, preceduta dalla […]

Felice festa della Candelora e Groundhog Day AD 2012. Per la santa Candelora se nevica o se plora dell’inverno siamo fora; ma se l’è sole o solicello siamo sempre a mezzo inverno, recita l’antico brocardo.La Candelora o Candlemas, il 2 febbraio di ogni anno, celebra la festa cristiana della Purificazione di Maria Santissima, preceduta dalla novena un tempo frequentata nelle nostre chiese da molti giovani fedeli. Nelle località di tutto il mondo, tradizionalmente più legate alla propria storia, il giorno della festa della Candelora si porta in processione l’effige della Madonna, una statua della Vergine con il bambino in braccio. Una tradizione ancora viva in molti paesi dell’America Latina (Perù). Ma anche nelle nostre regioni d’Italia è una ricorrenza che ci offre l’opportunità di viaggiare alla riscoperta di un rito che affonda le sue radici nella notte dei tempi. La Candelora nel Cristianesimo celebra la Presentazione di Gesù al Tempio di Gerusalemme (Israele). Nei Vangeli si legge:“portarono il Bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, come è scritto nella legge del Signore: ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore”(Luca 2,21-24). Questa festa cominciò ad essere celebrata in Oriente con il nome di “Ipapante”(Incontro). Dio incontra l’uomo e l’uomo incontra Dio e, incontrando Dio, incontra gli altri uomini nella pace e nella gioia. Nel VI Secolo la festa si estese in Occidente con sviluppi originali: a Roma con carattere più penitenziale e in Gallia (Francia) con la solenne benedizione e processione delle candele. Per questo fu anche detta Candelora. La Presentazione del Signore chiude le celebrazioni natalizie (l’esposizione dei presepi nelle chiese e nelle basiliche). E, con l’offerta della Vergine Madre e la profezia di Simeone (Lc. 2,33-35), apre il cammino verso la Quaresima e la Pasqua di Risurrezione Gesù Cristo. Candelora (o Candelaia) è il nome popolare che deriva dal latino “candelorum”, per “candelaram” ovvero “benedizione delle candele”, attribuito alla festa religiosa. Delle cere la giornata ti dimostra la vernata, se vedrai pioggia minuta, la vernata fia compiuta, ma se vedi sole chiaro marzo fia come gennaro, recita il proverbio. La candela è il simbolo di Cristo “luce per illuminare le genti”, come venne chiamato il neonato Gesù dal vecchio Simeone. La Vergine Maria seguì il rito di Purificazione dopo aver dato alla luce Gesù Cristo, in conformità con la legge mosaica del popolo eletto. Per questo la festa è anche detta “Purificazione di Maria”.

Nel Levitico è prescritto che ogni madre che avesse dato alla luce un figlio maschio, sarebbe stata considerata impura per sette giorni, e che per altri trentatré non avrebbe dovuto partecipare a qualsiasi forma di culto. Siccome il giorno della nascita di Gesù era stato fissato, per convenzione, al 25 dicembre, ecco coincidere perfettamente la purificazione della Vergine con la festa pagana di Giunone purificata. La Presentazione al Tempio del Signore era già celebrata in Oriente, a Gerusalemme dal IV secolo, in base alla testimonianza del barnabita Egidio Caspania, con il nome di “Quaresima dopo l’Epifania”. La Candelora, secondo gli studiosi, si caratterizza come festa delle luci e dell’incontro. Una celebrazione di grande attualità e dai risvolti socio-antropologici davvero suggestivi che meriterebbero di essere riscoperti nel vissuto culturale e sociale del nostro tempo. Infatti, l’uomo di oggi, nell’era delle comunicazioni di massa alla velocità del pensiero, è sempre più solo, chiuso in se stesso, preda dei vizi più oscuri e non solo dei rigori dell’inverno. Un paradosso in 3D degno di “Avatar”, il kolossal stratosferico di James Cameron. L’uomo non solo incontra poco l’altro ma, troppo spesso, non ascolta e si scontra con il suo prossimo per litigi senza senso e senza fine, magari preferendo optare davvero per un l’avatar digitale dei social networks. La nostra civiltà occidentale, negli Anni Dieci del XXI Secolo, anche se non conosce più la notte per la luce artificiale sempre più abbondante sparata verso il cielo (inquinamento luminoso), oggi è immersa nel buio della sua crisi morale ed etica più profonde. Crisi di fiducia e di identità nei giovani fin dalla più tenera età, crisi nell’economia e nella finanza, crisi nella vita e nel futuro di tutti, compresi i nostri Nascituri, crisi nelle famiglie. L’uomo sembra sempre più una massa indistinta e uniforme, in bilico sul baratro dell’auto-annientamento, solo nelle tenebre, smarrito e senza meta. Senza falsi moralismi, la Candelora cristiana, festa delle luci e dell’incontro, è un altro dono, un simbolo, una preziosa eredità dei nostri Antenati, un’occasione per risvegliare ed assecondare la voglia di bene, per crescere come famiglia umana edificata sull’amore, sulla vita e sulla pace. Il 2 febbraio, in occasione della ricorrenza, nella Chiesa Cattolica Apostolica Romana dapprima si celebra la Santa Messa all’interno della quale vengono benedette le candele (candelore), poi ad ogni partecipante viene consegnata una luce benedetta e, tutti insieme in processione, si va dai malati locali per portare anche a loro le candelore. Tale rito solenne delle candele, di cui si ha testimonianza già nel X Secolo, si ispira alle parole di Simeone:“I miei occhi han visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele”. Le bande musicali nei paesi contribuiscono alla festa, sfilando per le vie dei borghi, portando momenti di armonia e serenità alla popolazione. Il giorno della Candelora, di solito, è animato dalla fiera di paese in cui molti comprano il maiale da allevare. Si portano a casa le candele, più sottili del solito, che si tengono pronte per essere accese in caso di black-out, quando ci sono i temporali e viene a mancare la corrente. Succede spesso anche oggi e magari le accendiamo, senza accorgercene, anche solo per cercare il cellulare, l’iPod e l’iPhone. La festa si colloca fra il Solstizio d’Inverno e l’Equinozio di Primavera. La Candelora, per la sua celebrazione all’inizio del mese di febbraio, quando le giornate iniziano visibilmente ad allungarsi, è stata oggetto di detti e proverbi popolari legati al mondo agro-pastorale. Il più famoso dei quali sta a indicare che se il giorno della candelora si avrà bel tempo, il buon vino sta arrivando. Se per la Candelora il tempo è bello, molto più vino avremo che vinello, recita il brocardo. In tal caso, però, si dovranno aspettare ancora diverse settimane perché l’inverno finisca e giunga la Primavera. È quindi un momento di passaggio tra l’inverno buio, simbolo della morte, e la Primavera piena di luce, simbolo della rinascita e del risveglio della Natura nell’emisfero boreale della Terra. Questo passaggio viene celebrato attraverso la purificazione e la preparazione alla nuova stagione dei campi. La Candelora è quindi legata ad alcune feste di origine agreste: in molti paesi europei si cucinano piatti specifici che venivano offerti alla natura o alle fate. Come in Francia dove è conosciuta soprattutto per essere il Giorno delle Crêpes. L’antropologia studia anche altre credenze che parlano addirittura di usi particolari delle bestie: in alcuni luoghi la Candelora è chiamata Giorno dell’Orso, in quanto l’orso si sveglia dal letargo, esce fuori dalla tana per vedere com’è il tempo e per valutare se sia o meno il caso di mettere il naso fuori. Se è nuvoloso, con tre salti annuncia l’arrivo della Primavera, se invece è sereno rientra nella tana prevedendo altri 40 giorni di freddo. Un altro proverbio meridionale sostiene che se il 2 febbraio il tempo è buono, l’orso ha la possibilità di farsi il pagliaio e quindi l’inverno continua. Il plantigrado era anche protagonista di alcuni riti rurali del mese di febbraio, collocati nel ciclo agreste/vegetativo: al termine di una caccia simulata, l’orso viene catturato e portato all’interno del paese dove viene fatto oggetto di dileggi e di scherzi. L’epilogo può variare dall’uccisione dell’animale alla sua liberazione, fuga e ritorno alla natura. La figura dell’orso è rivestita da qualcuno del luogo che non deve essere riconosciuto fino alla fine della rappresentazione rituale. A Mentoulles nel periodo di Carnevale, un uomo veniva mascherato da orso e tirato con una catena o una corda per le strade, per essere schernito e bastonato.

A Volvera (sempre a Carnevale) un personaggio mascherato da orso apriva la sfilata in costume e in questa rappresentazione veniva mostrato pure il giaciglio asciutto dell’orso. A Urbiano si celebra la Festa dell’Orso: qualche giorno prima della ricorrenza, i cacciatori con il volto annerito, vanno alla ricerca della fiera che, rappresentata da un uomo travestito, viene immancabilmente trovata la sera della vigilia. Cacciatori, “orso” e domatore visitano le stalle e le osterie con il pretesto di spaventare la gente. E le ragazze, a quanto pare, si lasciano andare a trasgressive bevute. Il giorno dopo, l’orso compare in paese e, dopo aver fatto il giro della borgata, balla con la ragazza più bella prima di scomparire per ritrasformarsi in uomo. Questa festa ricorre non solo in Piemonte e nelle zone dell’arco alpino, ma anche in altre regioni e nazioni. In tempi più remoti l’orso della festa era vero, portato in giro da un montanaro/domatore che andava da un paese all’altro facendo ballare l’animale nelle piazze. In seguito quest’uso scomparve e in alcuni paesi, per mantenere la tradizione, l’orso fu sostituito da una persona appositamente mascherata che ripeteva la stessa pantomima. A Putignano (Ba), in Puglia, chi personifica l’orso gira per le vie del paese, fermandosi nelle piazze: lì, al suono di tamburi, si mette a ballare la tarantella, tra i presenti disposti in cerchio che battono le mani a tempo e lo punzecchiano e colpiscono con qualche sberla. A volte, a seconda del tempo, l’orso imita, o meno, l’atto del costruire il suo rifugio (u pagghiar’). Caccia all’orso, cattura, processo e oracolo meteorologico, sono gli ingredienti, della festa del 2 febbraio a Putignano: come ogni anno nel giorno della Candelora, si celebra nella città del Carnevale la tanto attesa Festa dell’Orso. Secondo un antico proverbio putignanese, il giorno della Candelora l’orso ha la possibilità di prevedere l’andamento del clima sulla base di una logica “rovesciata”. Antica consuetudine dedicata a un rito che vede come protagonista proprio l’orso, legato al Carnevale per le sue capacità magico-divinatorie che la tradizione popolare gli attribuisce, la festa mette in scena una vera e propria performance itinerante. Partendo da Piazza Principe di Piemonte, infatti, un corteo di contadini, cacciatori, battitori e spaventapasseri attraversa le vie cittadine e si inoltra nelle strettoie e in alcune piazze del centro storico legate leggendariamente alla figura dell’orso. In un suggestivo spettacolo, il corteo si trasferisce in Piazza Plebiscito dove ha luogo la rappresentazione del processo all’orso, a cospetto della giuria popolare, e l’animale proferirà il tanto atteso verdetto. L’orso che irrompe nella comunità con un fare minaccioso è l’immagine della negatività della società, la sfera oscura che la comunità si impegna a neutralizzare. Tale comunità, in una visione naturalistica e rurale, è rappresentata proprio dal corteo che si snoda per le vie cittadine. La Festa dell’Orso, realizzata nel 2012 dalla Fondazione Carnevale di Putignano in collaborazione con la Compagnia Teatrale Hybris, segna un forte legame con il passato in quanto ripropone un’antichissima e universale tradizione, specchio di movimenti astrali a cui i popoli facevano riferimento, nonché rito di passaggio fra un lungo e grigio inverno e una nuova primavera. Questi riti riproponevano una tradizione antica che celebrava la festa del ritorno della luce e della bella stagione, con la sconfitta delle forze del buio e del freddo. Gli antropologi evidenziano la simbologia dell’orso (con l’inverno va in letargo e si risveglia a Primavera) interprete della forza primitiva della natura. L’orso può anche essere accostato alla figura dell’uomo selvaggio. In entrambe le raffigurazioni rappresenta comunque il binomio natura-uomo. Nei giorni prossimi alla Candelora, in Europa si festeggiano numerosi Sant’Orso, dei quali il più noto è quello di Aosta, di origine irlandese (celtica) che si festeggia il 10 febbraio. L’orso in questo caso è una rappresentazione dello stadio immediatamente precedente la prima illuminazione. La caccia all’orso ha quindi un antico significato esoterico di purificazione. L’orso compare anche in molte culture sciamaniche, come l’animale iniziatico. Il Sant’Orso festeggiato il 1° febbraio possedeva una fontana miracolosa da lui stesso fatta scaturire, chiamata Fontana di Sant’Orso, che ancora oggi continua a offrire la sua acqua sotto la cappella fatta costruire nel 1649. Per i Nativi Americani è la marmotta Phil a decretare l’arrivo o meno della Primavera.

Il 2 febbraio viene chiamato il Giorno Della Marmotta e, in particolare, un paese chiamato Punxsutawney, a nord di Pittsburgh in Pennsylvania, ospita il 126esimo Groundhog Day (Giorno Della Marmotta: http://www.punxsutawneyspirit.com/) dove è stato girato nel 1993 il famoso film con l’attore Bill Murray. Qui una marmotta chiamata Punxsutawney Phil è al centro di una rappresentazione in cui viene fatta uscire dalla sua tana e se vede la sua ombra, l’inverno continuerà per altre sei settimane (http://news.nationalgeographic.com/news/2012/02/120201-groundhog-day-2012-punxsutawney-phil-winter-us-nation-weather/). Febbraio fa parte del periodo oscuro del calendario dei popoli indo-europei, periodo senza nome prima che fossero creati i due nuovi mesi, gennaio e febbraio. Il suo nome, Febrarius, in latino significa purificare. Macrobio ricorda che Numa lo aveva dedicato al dio Februus e stabilito che durante questo mese si celebrassero riti funebri agli dèi Mani. Nelle feste che cadevano nella seconda quindicina di gennaio, era ricordata anche Iunio Februata, Giunone Purificata, che si ricordava nelle calende di febbraio come Iuno Sospita, Giunone Salvatrice. Ai nostri giorni, febbraio ha perduto la sua connotazione di mese dedicato alla purificazione e ai morti, poiché il mese dei morti è stato spostato a novembre nel quale inizia l’Avvento, periodo dal carattere purificatorio e di attesa della nascita di Cristo.

Eteria in Pellegrinaggio in Terra Santa narra:“il quarantesimo giorno dopo l’Epifania, qui (a Gerusalemme) è celebrato con grande solennità. In quel giorno si fa una processione (con affluenza numerosa di fedeli) all’Anastasis (Basilica sul luogo della morte e della risurrezione) e tutti vi partecipano; ogni cosa si compie con grande festa, come a Pasqua. Predicano tutti i sacerdoti e pure il Vescovo, commentando sempre quel passo del Vangelo nel quale si dice che Giuseppe e Maria, il quarantesimo giorno, portarono il Signore al Tempio, e che Simeone e la profetessa Anna, figlia di Fanuele, lo videro, e si ricordarono delle parole che essi dissero alla vista del Signore e l’offerta che i genitori fecero. Dopo aver compiuto tutte le cerimonie usuali si celebrano i Misteri e avviene il commiato”(Città Nuova, Roma 2000, pag. 146). Da Gerusalemme tale festività si diffuse in tutto l’oriente e in particolar modo a Bisanzio. I monaci bizantini in seguito diffusero questa festività anche in occidente. Con l’imperatore Giustiniano I divenne giorno festivo e assunse il nome di “Ypapanté” (incontro del Signore). Festa di origini antichissime, cristianamente fu istituita da Papa Gelasio I tra il 492 e il 496 d.C. come solennità interna al culto cristiano, probabilmente in sostituzione di alcune usanze pagane. All’inizio del V secolo, Cirillo d’Alessandria (famoso anche per i noti fatti che invocano Giustizia al cospetto di Dio e della filosofa Ipazia massacrata dai Parabolani d’Egitto) comincia a parlare di lumi. La commemorazione del rituale di purificazione, effettuato da Maria Vergine, dal vicino oriente passò a Roma e già dal VIII secolo d.C. la festa aveva raggiunto una solennità imponente. A Roma, nel Medioevo, si compiva una lunghissima processione che partiva da Sant’Adriano e attraversava i fori di Nerva e di Traiano, attraverso il colle Esquilino, per raggiungere infine la basilica di Santa Maria Maggiore. La benedizione delle candele è un’usanza successiva alla processione ed è documentata a Roma tra la fine del IX e l’inizio del X secolo, probabilmente introdotta dal clero franco-germanico. Venivano accese con un cero in una cerimonia simile a quella della veglia pasquale, mentre ora sono semplicemente benedette. Secondo la tradizione, i ceri benedetti erano conservati in casa dai fedeli e venivano accesi, per placare l’ira divina, durante i violenti temporali, aspettando una persona che non tornava o che si pensava fosse in grave pericolo, assistendo un moribondo, durante le epidemie o i parti difficili. In tempi più recenti, la processione si accorciò, svolgendosi intorno alla Basilica di San Pietro. In quell’occasione, all’interno della basilica, sull’altare venivano poste delle candele con un fiocco di seta rosso-argento e con lo stemma papale. Erano scelte tre di queste e la più piccola era consegnata al Papa, il Vicario di Cristo sulla Terra, mentre le altre due andavano al diacono e al suddiacono ufficiali. Una volta benedetti i ceri, il Papa consegnava la sua candela al cameriere segreto, insieme con il paramano di seta bianca che gli era servito per proteggersi le mani dalla cera calda, e passava alla benedizione dei ceri.

A Chiaromonte, in Sicilia, alla vigilia della festa, le donne del paese effettuavano una processione che le portava in cima alla montagna dove si purificavano bagnandosi con la rugiada. Nel resto d’Italia, la festa della Candelora resta legata ai ceri benedetti che vengono custoditi nelle case e si ritiene tengano lontani gli influssi maligni. In alcuni paesi costieri si riteneva che i ceri benedetti durante la Candelora servissero a ritrovare gli annegati. Gettati nell’acqua si sarebbero fermati dove si trovava il corpo. Se avete avuto la pazienza di seguirmi fin qui, meritate di scoprire altri particolari. Probabilmente la Candelora diventò festa cristiana sotto Papa Gelasio I, per sostituirne la festa pagana della “februatio”, una parte della celebrazione della festività religiosa romana chiamata Lupercali o Lupercalia, che celebrava il fauno Luperco, dio della fertilità protettore del bestiame e delle messi. Questi riti si svolgevano a Roma alle Idi di Febbraio (per i Romani ultimo mese dell’anno) e servivano a purificarsi prima dell’avvento dell’anno nuovo. Per propiziarne la fertilità. Plutarco ce li descrive minuziosamente nelle sue “Vite parallele”(Vita di Giulio Cesare). I riti venivano celebrati nella grotta chiamata Lupercale, sul colle romano del Palatino dove, secondo la leggenda, i fondatori di Roma, Romolo e Remo, sarebbero cresciuti allattati da una lupa. Secondo il rito celebrativo, nel giorno antecedente i Lupercalia le donne ancora in cerca di marito scrivevano il loro nome su un biglietto che veniva messo in un grande contenitore. Successivamente tali biglietti, estratti a sorte, venivano abbinati ai nomi dei maschi presenti così da formare delle coppie. Queste coppie passavano insieme tutto il giorno della festività danzando e cantando. Poteva succedere che alla fine dei festeggiamenti alcune di esse decidessero di convolare a giuste nozze. Nello stesso giorno, due ragazzi (i luperci) di famiglia patrizia, nella grotta consacrata al dio, venivano segnati sulla fronte con del sangue di capra. Il sangue veniva quindi asciugato con della lana bianca intinta nel latte di capra. E, a quel punto, i due ragazzi dovevano sorridere. Venivano poi fatte loro indossare le pelli degli animali sacrificati e con le stesse pelli venivano anche fatte delle strisce, le cosiddette “februa” o “amiculum Iunonis”, da usare come fruste. Con queste i due giovani dovevano correre intorno al colle colpendo chiunque incontrassero, in particolare le donne che volontariamente si offrivano alle sferzate per purificarsi e ottenere la fecondità. Un altro rito della celebrazione era la “februatio”, ovvero la purificazione della città, in cui le donne scendevano in strada con ceri e fiaccole, simbolo di luce. Secondo alcuni la festa derivava da una più antica, dedicata alla Dea Lupa, in cui le sacerdotesse della dea indossavano pelli di lupa e ululavano nei riti alla luna. Esse praticavano la prostituzione sacra e il loro tempio era il “lupanare”, nome che poi indicò semplicemente il postribolo. Le meretrici romane, infatti, richiamavano i clienti con il verso del lupo. Il famoso allattamento di Romolo e Remo per opera di una lupa, si riferisce proprio all’intervento di una divinità. Poiché il rito riguardava un aspetto di Ecate (Trivia), i templi erano posti nei trivi dove poi vennero collocati i postriboli, da cui il termine triviale in senso spregiativo. In merito alle origini italiche della Candelora, nel “Lunario Toscano” dell’anno 1805 troviamo il seguente testo:“La mattina si fa la benedizione delle candele, che si distribuiscono ai fedeli, la qual funzione fu istituita dalla Chiesa per togliere un antico costume dei gentili, che in questo giorno in onore della falsa dea Februa con fiaccole accese andavano scorrendo per le città, mutando quella superstizione in religione e pietà cristiana”. Giunone era detta anche Lacinia, dea della luce e protettrice, fra l’altro, delle partorienti.

La Purificazione di Maria Santissima fu fatta coincidere (per sostituirsi poi del tutto o quasi) con la festa pagana dedicata a Giunone e ai Lupercali? Forse. Un’altra ipotesi, sostenuta per lo più da altri studiosi, ritiene che la festa cristiana della Candelora sia una cristianizzazione della festa celtica di Imbolc, celebrata originariamente il 1° febbraio e solo attualmente il 2 febbraio, probabilmente a causa di una confusione, ma non esiste nessuna evidenza del fatto che Imbolc fosse celebrata in epoca pre-cristiana al di fuori dell’Irlanda (da cui provengono gli unici resoconti scritti), mentre la festa della Candelora ha origine nel bacino del Mar Mediterraneo. Il termine Imbolc in irlandese significa “in grembo”, in riferimento alla gravidanza delle pecore, ed è anche il termine celtico per Primavera. Gli antichi Druidi chiamavano questo giorno il Festival del Ritorno della Luce, nel quale si risvegliava la Dea Terra. Dopo il sonno dell’inverno spuntavano i primi timidi fiori, il giorno era visibilmente più lungo, c’era la speranza della rinascita nella Primavera. Altri nomi per questa festività sono:“Oimelc”(latte di pecora) e “Brigid” o “Bride”, dal nome della dea celtica a cui il giorno è consacrato. Questa era la dea del Fuoco, di natura Trina poiché aveva altre due sorelle a lei identiche e sempre di nome Bride. Per questo motivo era contemporaneamente la protettrice dei fabbri, dei poeti e dei guaritori. Nel culto di Bride non erano ammessi uomini. A Bride erano consacrate diciannove sacerdotesse, molto simili alle vestali romane. Diciannove è il numero del ciclo metonico, in quanto ogni 19 anni le fasi lunari ricadono nello stesso giorno dell’anno solare. Curiosamente il nome della dea Bride fu assorbito in quello di Santa Brigida, una suora missionaria omonima (Saint Brigit) vissuta tra il 450 e il 525 d.C., i cui miracoli la fecero identificare presso il popolo con l’antica divinità pagana. Santa Brigida, divenuta poi seconda patrona d’Irlanda (dopo S. Patrizio), resta ancora oggi la protettrice di fabbri, poeti e guaritori, e viene raffigurata nei dipinti con una fiamma sopra la testa in ricordo dell’Antico Fuoco di Bride. Purificazione, rinnovamento, rinascita, fonte di giovinezza, nuova luce che si diffonde, sono tutti aspetti di Imbolc e della Candelora. Passano i secoli e i millenni ma il significato delle date fondamentali del Calendario legate al cielo stellato non cambia. Molto simbolica era anche l’antica festa della Candelora che prevedeva dapprima una processione per le strade dei paesi a ceri spenti (nigredo). Poi tutti i devoti, prima di entrare in chiesa, accendevano la candela (albedo), attingendo da un unico cero posto nell’ingresso. Qui il simbolismo di tenebra e quindi luce che proviene da unica fonte, è chiaro. Ma i fedeli, se numerosi, potevano anche far accendere il vicino direttamente dalla propria candela, divenendo in tal modo loro stessi portatori della nuova luce come accade nella santissima notte della Veglia di Pasqua. L’idea di una purificazione rituale in questo periodo è rimasta forte nel folklore europeo. Ad esempio le decorazioni vegetali natalizie vengono messe da parte e bruciate alla Candelora per evitare che i folletti in esse nascosti infestino le case. Il concetto di purificazione è il presupposto di una nuova vita. Si eliminano le impurità del passato per far posto alle cose nuove. Un antico detto celtico ricordava come fosse una buona cosa lavarsi spesso mani e viso con il bucaneve (virus e batteri vecchi e nuovi sono sempre in agguato e non servono astronomici investimenti bio-chimici per tenere lontana l’influenza!). Bucaneve e mandorli in fiore riaccendono la Natura con il loro candido manto sfavillante che annuncia la Primavera alle porte. Il bucaneve è il primo fiore dell’anno a sbocciare e il suo colore bianco ricorda allo stesso tempo la purezza. Insomma, per la tradizione la Candelora segna il periodo delle prime avvisaglie della fine dell’inverno: i merli, infatti, tornano a fischiare di buon mattino! La festa della Madonna Candelora è per il cristiano l’occasione giusta per purificarsi, auspicando che i rigori invernali siano alla fine. È necessaria una giornata di pioggia o di neve perché ci si possa considerare alla fine dell’inverno. Se nevica per la Candelora, sette volte la neve svola, recita il proverbio. La Madonna di Candelora è soprattutto una delle più importanti celebrazioni mariane nel calendario cristiano. Per la santa Candelora fuoco, brace e fuoco ancora.

Nicola Facciolini

  • Spada Origen

    Anche se nel complesso trovo molto bella l’icona per l’uso del colore e la luminosità, vorrei far notare che nella tradizione iconografica la copertura delle mani è riservata a Eva per via del peccato originale (aver preso con le mani il frutto), dunque c’è un errore teologico di fondo perchè Maria, la madre di Gesù, è stata concepita senza peccato originale. La purificazione a cui fa riferimento l’Autore, poi, è quella relativa al periodo post partum o a quello mestruale per i quali erano previsti riti di purificazione e abluzioni in quanto il corpo della donna doveva avere il tempo (come la terra da coltivare) di rigenerarsi. Maria è la nuova Eva.