La Guerra del Vietnam: Apocalisse, Futuro e Verità

“Abbiamo finalmente raggiunto la pace con onore”(Presidente Richard Nixon). Gli Stati Uniti d’America e il mondo libero ricordano la guerra del Vietnam a 50 anni dall’inizio del conflitto più cruento del XX Secolo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Dal 29 maggio 2012 e per i prossimi 13 anni, negli Stati Uniti e in tutto […]

Abbiamo finalmente raggiunto la pace con onore”(Presidente Richard Nixon). Gli Stati Uniti d’America e il mondo libero ricordano la guerra del Vietnam a 50 anni dall’inizio del conflitto più cruento del XX Secolo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Dal 29 maggio 2012 e per i prossimi 13 anni, negli Stati Uniti e in tutto il mondo libero vengono organizzate cerimonie, eventi, attività, incontri, tavole rotonde, conferenze e congressi per onorare i reduci, i caduti, i feriti, i dispersi, gli ex prigionieri di guerra, le loro famiglie e tutti coloro che hanno prestato servizio nella guerra del Vietnam. Lo ha deciso il Presidente degli Stati Uniti, il democratico Barack Hussein Obama, firmando la “Proclamazione” che istituisce la Commemorazione ufficiale del 50esimo anniversario del conflitto del Vietnam. L’evento verrà celebrato fino all’11 novembre del 2025 (http://www.whitehouse.gov/blog/2012/05/29/50th-anniversary-vietnam-war). L’atto ufficiale, afferma Obama nel documento, è in “riconoscimento di un capitolo della nostra storia che non deve essere mai dimenticato”. Infatti “dopo cinquant’anni di divisioni è tempo che ci riuniamo tutti assieme come Americani: possiamo avere opinioni diverse sulle guerre, su tutte le guerre, non solo quella del Vietnam. Ma guai a usare il patriottismo come arma politica”. Il Presidente Barack Obama, davanti al Vietnam Memorial Wall, invita alla riconciliazione nazionale, celebrando il 50esimo anniversario di un conflitto che ha diviso gli Stati Uniti. È passato mezzo secolo da quando i primi elicotteri americani lanciarono truppe del Vietnam del Sud nella giungla, per un raid contro le forze “nemiche” comuniste del Nord. Un’operazione che segnò l’inizio ufficiale della guerra, un conflitto tragico, controverso, che condizionò per sempre la vita di una generazione di giovani americani dividendo non solo la società Usa ma l’intero mondo libero delle democrazie occidentali. ”Tutti noi abbiamo l’obbligo di rendere omaggio ai nostri eroi, appoggiare i nostri soldati e aiutare i nostri veterani” – afferma il Presidente Obama, poco prima della matematica conquista, da parte del candidato repubblicano Mitt Romney, dei 1.144 Delegati necessari per ottenere alla convention di Tampa la Nomination presidenziale alle elezioni del 4 novembre 2012. Poi, parlando direttamente ai superstiti del Vietnam, assiepati davanti al presidente, Obama afferma:“Voi avete fatto sempre il vostro dovere prendendo parte a uno dei capitoli più dolorosi della nostra storia”, e ricordando le tante manifestazioni contro i reduci dal Vietnam, Obama chiarisce chi stava dalla parte giusta:“E’ stata una vergogna nazionale attaccarvi per una guerra che non avete iniziato voi. Siete stati trattati in modo profondamente ingiusto. Anche se qualcuno vi ha voltato le spalle, voi non avete mai voltato le spalle all’America”. Davanti al Memorial dei 58.282 caduti nella guerra del Vietnam, a Washington DC, Obama ha assicurato che in futuro gli Stati Uniti “entreranno in guerra solo se assolutamente necessario”. E davanti al Muro di marmo su cui sono incisi tutti i nomi dei 58.282 caduti, il Presidente Obama lancia un legame ideale tra chi si è salvato da quella tragedia e i tanti militari che stanno tornando in questi mesi dall’Iraq e dall’Afghanistan, dalle guerre che gli Usa sono riusciti a concludere vittoriosamente insieme ai loro alleati. “Tanti di voi siete andati negli aeroporti ad accogliere i nostri soldati. A stringere loro le mani. Ora tutti assieme – afferma Obama – alziamoci in piedi e gridiamo: Welcome back home, welcome home, thank you”. Bentornati a casa, grazie. Le radici dei problemi del Vietnam si perdono nella notte dei tempi. Ma furono il comunismo e le guerre del XX Secolo a scatenare l’apocalisse. L’ultima guerra del Vietnam (in vietnamita, Chiến tranh Việt Nam) fu il conflitto combattuto nel territorio del Vietnam del Sud tra il 1960, con la costituzione del Fronte di Liberazione Nazionale filo-comunista, e il 30 aprile 1975, con la caduta di Saigon, tra le forze insurrezionali filo-comuniste, sorte in opposizione al governo autoritario filo-americano costituito nel Vietnam del Sud, e le forze governative di questo stato creato nel 1954 dopo la Conferenza di Ginevra successiva alla cosiddetta guerra d’Indocina contro l’occupazione coloniale francese (1945-1954). Il conflitto, iniziato alla metà degli Anni Cinquanta con l’attività terroristica e di guerriglia in opposizione al governo sudvietnamita, vide la partecipazione massiccia e diretta degli Stati Uniti d’America che incrementarono progressivamente le loro forze militari in aiuto al governo del Vietnam del Sud, fino a impegnare l’enorme complesso militare-industriale. Per il dispiegamento di forze terrestri ed aero-navali dal 1965 al 1972, fino al totale massimo di quasi 550mila militari Usa nel 1969. Tuttavia, la potenza americana non riuscì, nonostante l’enorme dispiegamento di forze, a conseguire la vittoria politica e militare, ma subì al contrario pesanti perdite sul campo, finendo per abbandonare al suo destino nel 1973 il governo di Saigon. In appoggio alle forze americane parteciparono al conflitto anche contingenti inviati dalla Corea del Sud, dalla Thailandia, dall’Australia, dalla Nuova Zelanda e dalle Filippine. Sull’altro fronte intervenne direttamente in aiuto delle forze filo-comuniste del FLN, definite Viet Cong dalle autorità statunitensi e sudvietnamite, l’esercito regolare del Vietnam del Nord che, con le idee politiche ben chiare sulla riunificazione nazionale del loro Paese, infiltrò, fin dal 1964, truppe sempre più numerose nel territorio del Vietnam del Sud, impegnandosi in aspri combattimenti contro le forze statunitensi nel corso di offensive culminate nella campagna finale del 1975. La Cina e l’Unione Sovietica appoggiarono il Vietnam del Nord e le forze Viet Cong con le loro massicce forniture di armi e con il loro supporto logistico, politico, culturale e diplomatico in Estremo Oriente e in tutto l’Occidente. Grazie a Dio non furono impiegate armi nucleari. Sarebbe stata la Terza Guerra Mondiale. La guerra del Vietnam non interessò soltanto il territorio del Sud, ma coinvolse progressivamente il Laos, ufficialmente neutrale ma in realtà oggetto di operazioni belliche segrete da parte dei corpi speciali statunitensi, con infiltrazioni continue di truppe nel Vitetnam del Nord, e la Cambogia, bombardata massicciamente da attacchi aerei e terrestri americani nel 1969-70 e infine invasa dalle forze nordvietnamite in appoggio alla guerriglia comunista dei Khmer rossi. Anche il Vietnam del Nord venne ripetutamente colpito da pesanti bombardamenti aerei statunitensi, dal 1964 al 1968 e ancora nel 1972, sferrati dai famosi B52 per indebolire le capacità militari nordvietnamite e per frantumare la volontà politica del governo di Hanoi di continuare la lotta insurrezionale al Sud. La guerra finì nell’Aprile 1975 con la caduta di Saigon, il crollo del governo del Vietnam del Sud e la riunificazione politica di tutto il territorio vietnamita sotto la dirigenza comunista di Hanoi, che gli analisti americani dell’Esecutivo non erano riusciti a prevedere, capire, analizzare e studiare con la dovuta attenzione. Così gli Stati Uniti subirono la prima vera sconfitta politico-militare della loro storia e dovettero accettare il totale fallimento dei loro obiettivi politici e diplomatici perseguiti. È interessante notare come nella storiografia vietnamita questo conflitto sia più conosciuto come “guerra americana” (in vietnamita Chiến Tranh Chống Mỹ Cứu Nước, letteralmente “guerra contro gli americani per salvare la nazione”) o anche come Kháng Chiến Chống Mỹ (“guerra di resistenza contro gli americani”), piuttosto che come “guerra anticomunista contro i musi gialli”, definizione motivazionale, a sfondo razzista, in voga tra i giovani combattenti americani. Il tentativo della Francia di riprendere possesso dei vecchi territori coloniali perduti durante la Seconda Guerra Mondiale con l’occupazione giapponese dell’Indocina, aveva provocato la dura resistenza del movimento nazionalista Vietminh, legato alle potenze comuniste della Cina e dell’Urss, guidato dall’autorevole Ho Chi Minh. La lunga guerra d’Indocina (1945-1954) combattuta ostinatamente dalla Francia (non dall’Europa) con un notevole impegno militare e con il crescente supporto logistico e finanziario degli Stati Uniti d’America (secondo la dottrina politica dell’establishment statunitense di “contenimento dell’infezione comunista” ovunque nel mondo, anche quando mascherata da movimento indipendentista e nazionalista), ebbe fine in modo catastrofico per i francesi. La dura sconfitta campale nel massacro di Dien Bien Phu (7 maggio 1954), come ci ricorda l’incipit del film “We are soldiers” con Mel Gibson, sancì il fallimento dei piani franco-statunitensi e fece guadagnare enorme prestigio a Ho Chi Minh e al suo movimento Vietminh. L’intervento delle grandi potenze Stati Uniti, Cina, Unione Sovietica e Gran Bretagna condusse alla Conferenza di pace di Ginevra che si concluse nel luglio 1954 in modo insoddisfacente per il movimento Vietminh: la penisola indocinese venne divisa nei quattro stati indipendenti di Laos, Cambogia, Vietnam del Nord e Vietnam del Sud, questi ultimi separati lungo il 17º parallelo. Nel Vietnam del Nord si costituì una repubblica popolare comunista guidata da Ho Chi Minh e dal movimento Vietminh, con capitale Hanoi, legata alla Cina e all’Unione Sovietica. Nel Vietnam del Sud si instaurò il governo del presidente cattolico Ngô Đình Diệm, con capitale Saigon, appoggiato dagli Stati Uniti. Se gli accordi di Ginevra specificavano in realtà la provvisorietà di questa soluzione, in attesa di elezioni generali volte ad unificare politicamente la nazione, da tenersi nel giugno 1956 ma che non si sarebbero mai svolte, il governo del Vietnam del Sud del presidente Diệm, appoggiato dagli Stati Uniti del Presidente Eisenhower, si rafforzò. Fin dai primi anni dopo la sua costituzione, grazie al successo propagandistico ottenuto con l’afflusso di quasi un milione di vietnamiti, principalmente della minoranza cattolica emigrati a Sud dopo aver abbandonato il Nord comunista (operazione “Passage to Freedom”), ebbe inizio a un’energica politica di repressione delle forze vietminh rimaste al Sud e un’efficace lotta contro le società segrete che cercavano di minare l’autorità governativa. Profondamente ostile a Ho Chi Minh e al governo comunista nordvietnamita Diệm, sostenuto dagli statunitensi che nel frattempo incrementarono gli aiuti economico-militari e rafforzarono il loro contingente di consiglieri militari, rifiutò di far tenere le elezioni generali previste per il 1956 che avrebbero potuto favorire l’unità nazionale ma anche l’influenza comunista sul governo del Sud, anche perché si riteneva che i comunisti non avrebbero permesso libere elezioni nel Vietnam del Nord. Il governo comunista di Ho Chi Minh mantenne un atteggiamento prudente per l’intercessione di Cina e Unione Sovietica, in attesa delle previste elezioni generali, nonostante il rovinoso fallimento della sua riforma agricola di stampo collettivistico che aveva alienato molte delle simpatie guadagnate con la causa indipendentistica. Per fronteggiare l’ostilità di Diệm e l’aggressività delle forze militari sudvietnamite contro i nuclei vietminh ancora presenti a Sud, la dirigenza di Hanoi, sotto l’impulso di Lê Duẩn, decise all’inizio del 1957 di riprendere la lotta rivoluzionaria contro il governo di Saigon, organizzando alcune decine di gruppi armati principalmente nelle aree impenetrabili del delta del Mekong. Nel corso del 1957 i guerriglieri filo-comunisti del Khang Chien, ossia la “resistenza” delle forze insurrezionali, uccisero oltre 400 funzionari governativi e iniziarono a minare l’autorità del governo di Diệm in molte aree contadine. D’ora in poi la situazione nel Vietnam del Sud peggiorerà continuamente, secondo gli storici, per i gravi errori politici ed economici del governo di Diệm: le autorità imposero tasse ai contadini e organizzarono il rovinoso esperimento dei cosiddetti “villaggi strategici” che, ideato e voluto dagli statunitensi per isolare la guerriglia dalle popolazioni, provocherà grandi proteste nelle campagne e sconvolgerà il tradizionale ambiente sociale delle risaie del Vietnam del Sud. La diffusa corruzione nelle campagne e tra le autorità amministrative minerà il prestigio del governo e favorirà la propaganda e il proselitismo delle forze guerrigliere tra le popolazioni contadine, spesso vittime degli abusi dei funzionari governativi. In effetti Diệm si vide costretto ad accentuare ancor più gli elementi “conservatori” del suo governo, dominato dai suoi familiari, tra cui il fratello Ngô Đình Nhu e la cognata Madame Ngo Dinh Nhu, schiacciando le opposizioni e limitando la libertà di stampa e di critica, alienandosi in questo modo una buona parte degli elementi nazionalisti inizialmente a lui favorevoli. Sorsero i primi gruppi di opposizione interna e furono ordite le prime trame complottistiche tra i militari e funzionari allo scopo di destituire Diệm. Con l’indebolimento del governo di Diệm, nonostante i crescenti sostegni politici, economici e militari degli Usa, il movimento guerrigliero conobbe una costante crescita numerica e organizzativa. Nel maggio 1959 i politici di Hanoi crearono la “Unità 559” incaricata di ingrandire e potenziare l’impervia strada di confine tra il Laos e la Cambogia, su cui far transitare uomini, rifornimenti e mezzi per rafforzare le forze insurrezionali (“sentiero di Ho Chi Minh”). Giunsero le prime precise direttive dal governo di Hanoi per l’organizzazione di una lotta armata limitata al Vietnam del Sud per indebolire politicamente il regime di Diệm. Gli attacchi e gli attentati terroristici si moltiplicarono: i funzionari uccisi passarono dai 1.200 del 1958 ai 4.000 del 1960. Nel dicembre 1960 venne annunciata la costituzione di un Fronte di Liberazione Nazionale raggruppante non solo le forze di resistenza comunista ma anche altri elementi in opposizione al regime di Diệm. Il capo formale del FLN fu Nguyễn Hữu Thọ, personaggio indipendente di scarso potere politico, mentre un ruolo pubblico di rilievo fu esercitato dalla signora Nguyễn Thị Bình, il futuro ministro degli esteri del Governo Rivoluzionario Provvisorio costituito formalmente dalle forze insurrezionali nel giugno 1969 con presidente Huỳnh Tấn Phát. In verità il FLN era dominato dalle forze comuniste che seguivano le direttive di Hanoi ed erano guidate da comandanti del calibro di Nguyễn Chí Thanh, Trần Văn Trà e Trần Độ, la cui identità rimase celata fino a dopo la guerra. Gli elementi fondamentali del Fronte furono sempre il Partito Popolare Rivoluzionario comunista e l’Esercito di Liberazione dominato sempre da dirigenti comunisti. Da allora il FLN, definito spregiativamente “Viet Cong”, ossia vietnamita rosso, dal governo di Diệm e dagli Usa, avrebbe ulteriormente incrementato l’intensità della lotta passando alla guerriglia ed alle aperte ostilità contro le forze militari corrotte e poco efficienti del regime sudvietnamita. Gli analisti Usa ne erano al corrente? La guerra fu sempre dipinta dalla propaganda statunitense come lo sforzo di una coalizione di stati democratici in lotta contro la sovversione comunista. Tuttavia la gran parte delle nazioni coinvolte a fianco del Vietnam del Sud mandò formalmente solo contingenti simbolici per onorare gli obblighi con gli Stati Uniti previsti dai patti di mutua difesa della SEATO. Il più significativo di essi fu senza dubbio il contingente della Corea del Sud, che arrivò a contare ben 48.000 soldati, combattivi e particolarmente temuti. Subito dopo, l’Australia con 7.000 combattenti nel 1967, la Thailandia con una divisione nel 1968, le Filippine con 2.000 uomini nel 1966), Taiwan con altri 2.000 uomini e la Nuova Zelanda con 552 militari. Naturalmente gli Stati Uniti cercarono di giustificare le ostilità come una guerra di difesa democratica dell’Occidente contro le forze comuniste dell’esercito nordvietnamita e del FLN, mentre i nordvietnamiti propagandarono il conflitto come uno scontro patriottico dei sudvietnamiti del FLN contro gli Usa e i loro alleati “fantoccio”. Queste contrapposte dichiarazioni propagandistiche vennero utilizzate nei primi colloqui di pace, nei quali il dibattito ruotò per oltre tre mesi, fino al 16 gennaio 1969, attorno alla forma del “tavolo delle trattative” nel quale ognuna delle parti cercava di rappresentare sé stessa come entità distinta pienamente legittimata ad opporsi a una singola potenza contornata da governi fantoccio. Anche se oggi è universalmente conosciuta come la Guerra del Vietnam, all’epoca venne variamente indicata, soprattutto negli Usa, con termini eufemistici comunque diretti a minimizzare la portata “regionale” degli eventi, poiché non era un conflitto formalmente dichiarato tra potenze sovrane. Così quella guerra poté essere descritta come un’azione a bassa intensità e di differente natura, continuando la tendenza seguita dalla fine del secondo conflitto mondiale di proiettare il termine “guerra” in un nuovo contesto, come per la Guerra di Corea che venne definita come una “azione di polizia internazionale” sotto la supervisione delle Nazioni Unite. Terminologia poi sposata dall’Urss con l’invasione dell’Afghanistan ed oggi in voga nella Nato che ha arricchito del carattere “umanitario” l’opzione militare chirurgica ed elettronica (droni) per la risoluzione dei vari conflitti regionali su tutto il pianeta Terra. Ma nella terminologia statunitense dell’epoca, si continuò a parlare per anni di “aggressione” delle forze comuniste del Vietnam del Nord, sulla base di direttive concrete di Cina e Unione Sovietica, al libero e democratico stato del Vietnam del Sud. Aggressione considerata naturalmente solo come il primo passo dell’espansione comunista in tutto il Sud-est asiatico e forse nel Pacifico. Così l’intervento militare statunitense poté essere definito come un “nobile” impegno per aiutare il governo sudvietnamita a far fronte a questa crescente “aggressione”. Ora la Costituzione degli Stati Uniti d’America specifica, in verità, in mondo estremamente dettagliato a chi spetti il potere di dichiarare guerra:“Il Congresso avrà facoltà di…dichiarare la guerra, di concedere permessi di preda e rappresaglia, e di stabilire norme relative alle prede in terra e in mare”. Durante la guerra del Vietnam il presidente Johnson giustificò l’intensificazione del conflitto e l’invio di forze combattenti in Vietnam con il suo ruolo di Comandante in Capo delle Forze Armate in base alla risoluzione del Golfo del Tonchino votata a larghissima maggioranza dal Congresso Usa, che autorizzava il Presidente a prendere le disposizioni ritenute, a sua discrezione, necessarie per proteggere gli interessi statunitensi. La questione avrebbe dovuto essere risolta dalla Corte Suprema degli Stati Uniti, ma nessun caso venne mai portato all’attenzione della corte e tutte le risoluzioni parlamentari presentate per limitare i poteri del presidente vennero sistematicamente respinte almeno fino al 1969. La risoluzione venne revocata solo nel maggio 1970. Precedente gravissimo. L’8 luglio 1959 il maggiore Dale Richard Buis e il sergente Chester Melvin Ovnand, tra i circa 700 consiglieri militari presenti in Vietnam del Sud durante la presidenza Eisenhower, vennero uccisi durante un attacco di guerriglieri Viet Cong alla base aerea di Bien Hoa. Furono i primi caduti americani della guerra in Vietnam ma non il “casus belli”. Il coinvolgimento degli Stati Uniti nella guerra fu graduale, con il personale militare che arrivò in Vietnam già nel 1950 per aiutare i francesi, e subì un primo rilevante incremento con la presidenza del democratico cattolico John Fitzgerald Kennedy. Dopo numerose discussioni e pareri ampiamente contrastanti, e nonostante i timori circa il pericolo di una guerra estesa in Asia, con il possibile coinvolgimento diretto della Cina, il presidente Kennedy prima organizzò, come consigliatogli da Eisenhower, una seconda Conferenza di Ginevra con la quale venne sancita nel luglio 1962, tra le grandi potenze, la neutralità del Laos che divenne in seguito oggetto di interventi segreti delle forze americane e di infiltrazioni continue nord vietnamite; e poi decise di potenziare la missione militare in Vietnam del Sud, con un notevole incremento di consiglieri militari e l’afflusso di reparti di forze speciali (del tipo “A-Team” e “Berretti Verdi”) per organizzare la lotta controinsurrezionale secondo le nuove dottrine belliche sviluppate dal Pentagono. Già nel biennio 1962-63 erano iniziati i voli di elicotteri ed aerei statunitensi impegnati nella “Operazione Ranch Hand” volta ad irrorare con defogliante, il famigerato “Agente Orange” in seguito rivelatosi cancerogeno e teratogeno, le giungle del Vietnam del Sud al fine di stanare i guerriglieri filocomunisti. “Abbiamo un problema: rendere credibile la nostra potenza. Il Vietnam è il posto giusto per dimostrarla” – dichiarò il presidente John F. Kennedy nel giugno 1961. Alla metà del 1962 il numero dei consiglieri militari americani era già salito a 12.000 uomini, spesso impegnati in modo diretto nelle operazioni antiguerriglia, con 31 caduti. Nel febbraio 1962 venne costituito un grande comando combinato in Vietnam, il MACV (Military Assistance Command, Vietnam) comandato inizialmente dal generale Paul Harkins e poi, nel giugno 1964, dal generale William Westmoreland. Dunque, la politica del giovane presidente Kennedy, peraltro già delineata nella campagna per le presidenziali del 1960, riteneva indispensabile superare l’indebolimento della posizione statunitense a livello mondiale, dopo lo scacco di Cuba (Baia dei porci), con una dimostrazione di potenza politico-militare nel Sud-est asiatico, ritenuto un banco di prova della determinazione americana a sostenere la lotta contro la sovversione comunista. Durante la presidenza Kennedy, parallelamente all’incremento del numero dei consiglieri, si moltiplicarono le operazioni “sotto copertura” non divulgate ufficialmente per mascherare il coinvolgimento statunitense, per minare la compattezza del Vietnam del Nord e per bloccare il suo sostegno alla lotta insurrezionale al Sud. Gli sforzi del presidente Kennedy furono diretti a rafforzare economicamente, politicamente e militarmente il governo del Sud, auspicandone la trasformazione in un fiorente stato democratico in grado di fronteggiare la sfida del movimento guerrigliero Viet Cong. L’aiuto al Sud venne spesso concesso a patto che il governo locale attuasse determinate riforme politiche. Ben presto, i consiglieri del governo statunitense giocarono un ruolo determinante, influenzando a ogni livello il governo sudvietnamita di Diệm. Che, in verità, durante gli anni della presidenza Kennedy, scivolò pericolosamente sempre più verso l’autoritarismo e la corruzione: la struttura amministrativa si indebolì, le campagne, sempre più ostili, furono profondamente infiltrate dal movimento insurrezionale, la lotta contro i Viet Cong fu costellata da umilianti fallimenti nonostante l’aiuto americano. Clamorosa fu la sconfitta di Ap Bac del gennaio 1963. L’esagerato nepotismo di Diệm e il suo favoritismo nei confronti della minoranza cattolica scatenarono violente proteste culminate in clamorose manifestazioni autodistruttive da parte dei monaci buddisti con il sacrificio di Thích Quảng Đức, che scatenarono a loro volta la violenta reazione governativa. Il costante deterioramento della situazione politica e militare nel Vietnam del Sud e il dispotismo di Diệm provocarono grandi discussioni tra i dirigenti americani dell’amministrazione Kennedy. Si parlò della necessità di riformare il governo sudvietnamita sacrificando lo stesso Diệm, ritenuto inetto e ostinato. I funzionari americani dell’ambasciata, guidati dall’ambizioso ed energico ambasciatore statunitense Henry Cabot Lodge Jr., e alcuni inviati speciali presero i primi accordi con alcuni capi militari sudvietnamiti per un eventuale colpo di stato. Alcuni ambiziosi generali sudvietnamiti, apparentemente sollecitati dal personale dell’ambasciata americana ed aiutati da un personaggio controverso come l’ex-agente segreto Lucien Conein, organizzarono un violento colpo di stato, rovesciando e uccidendo Diệm e il fratello Nhu il 1º novembre 1963. Ancora oggi non è del tutto chiaro il ruolo dei Kennedy e dei massimi dirigenti dell’amministrazione americana in questa confusa macchinazione per rovesciare Diệm. Il tentativo di unire e rafforzare la nazione sotto la nuova leadership, fallì. La morte di Diệm rese il Sud ancor più instabile. I nuovi governanti military, prima il generale Duong Van Minh, poi il generale Nguyen Khanh nel 1964 e infine la coppia Nguyễn Cao Kỳ – Nguyễn Văn Thiệu nel 1967, erano poco esperti di questioni politiche, quindi più avvezzi alla corruzione ed all’inefficienza. La lotta contro i Viet Cong diede risultati sempre più disastrosi e l’autorità centrale perse ulteriore prestigio e potere, con grande irritazione e sconcerto dei dirigenti americani e dei sempre più numerosi consiglieri politici e militari inviati sul posto per salvare una situazione seriamente compromessa. Tre settimane dopo la morte di Diệm, Kennedy stesso venne assassinato e il vicepresidente Lyndon B. Johnson venne improvvisamente spinto ad assumere un nuovo ruolo nella guerra. Il neo-presidente Johnson, grande estimatore di Diệm e favorevole all’impegno statunitense in Indocina, confermò fin dal 24 novembre 1963 che gli Stati Uniti intendevano continuare ad appoggiare il Vietnam del Sud militarmente ed economicamente, nonostante non fosse privo di dubbi e incertezze sull’esito finale dell’impresa. Johnson non aveva fatto parte della ristretta cerchia dei collaboratori di J.F.K. e quindi era stato spesso escluso dalle decisioni fondamentali riguardo al Vietnam. Sicuramente non era stato coinvolto nel colpo di stato contro Diệm. In una visita ufficiale in Vietnam aveva definito retoricamente il presidente sudvietnamita “il Churchill del sud est asiatico”. Così Johnson si assunse pienamente questa responsabilità, pur organizzando continue riunioni e missioni speciali sul posto dei suoi collaboratori alla ricerca di nuove soluzioni e di risultati positivi, per il timore di apparire “debole” con i comunisti e quindi rischiare di essere attaccato dai “conservatori” (i politici di destra) che avrebbero potuto mettere in pericolo il suo progetto di riforme sociali (Great Society). Johnson contava di riuscire a circoscrivere l’impegno statunitense e di poter controllare l’attivismo e l’interventismo dei militari ma, al contrario, diede di fatto inizio a una catena di eventi che lo avrebbero lentamente coinvolto sempre più nel pantano indocinese. Alzò ulteriormente il livello del coinvolgimento statunitense già il 27 luglio 1964 quando altri 5.000 consiglieri militari vennero inviati nel Vietnam del Sud, il che portò il numero totale di forze statunitensi in Vietnam a 21.000. Sorse a questo punto il problema della necessità di un documento legislativo che autorizzasse il presidente a sviluppare e potenziare a discrezione la politica di intervento militare, sollecitata continuamente dai suoi consiglieri più influenti, il segretario della Difesa Robert McNamara, l’ambasciatore Maxwell Taylor, il generale Westmoreland, McGeorge Bundy e Walt Rostow. Gli eventi confusi verificatisi nel golfo del Tonchino nell’estate 1964 diedero il pretesto per ottenere il mandato del Congresso degli Stati Uniti necessario al presidente. Nel quadro del cosiddetto “Programma DeSoto” che prevedeva operazioni segrete e incursioni terrestri e navali da parte di reparti sudvietnamiti e statunitensi nel territorio del Vietnam del Nord, il 31 luglio 1964 alcune unità navali statunitensi, il cacciatorpediniere USS Maddox e la portaerei USS Ticonderoga, furono coinvolte in un primo scontro con le torpediniere nordvietnamite. Ben coscienti del rischio di queste missioni di dubbia legalità internazionale, i dirigenti statunitensi autorizzarono una seconda missione in acque nordvietnamite da parte del Maddox, ora affiancato anche dal USS C. Turner Joy. Il 4 agosto 1964 ebbe inizio il nuovo pattugliamento per intercettare con dispositivi elettronici le comunicazioni nordvietnamite. Apparentemente il cacciatorpediniere C. Turner Joy ritenne, sulla base di confusi segnali radar percepiti durante una notte di maltempo, di essere di nuovo sotto attacco nordvietnamita, e quindi diede il via ad un caotico scontro a fuoco delle navi statunitensi contro bersagli forse inesistenti (i famosi “pesci volanti” di Johnson). Nonostante le incertezze e la confusione dei rapporti, Johnson e i suoi collaboratori sfruttarono questo presunto secondo attacco per presentare finalmente al Congresso il document, già pronto da tempo, che avrebbe dato all’amministrazione il via libera per prendere le misure ritenute necessarie per difendere e salvaguardare il personale statunitense e, soprattutto, per condurre vittoriosamente la guerra in Vietnam. Il Senato statunitense approvò la “Risoluzione del Golfo del Tonchino” il 7 agosto 1964, con la quale conferì pieni poteri al presidente Johnson per aumentare il coinvolgimento statunitense nella guerra, “come il Presidente riterrà opportuno” al fine di “respingere gli attacchi contro le forze degli Stati Uniti e per prevenire ulteriori aggressioni”. È singolare come la Storia dell’umanità a volte prenda una brutta piega “a norma di legge”! In un messaggio televisivo alla nazione, Johnson sostenne che “la sfida che stiamo affrontando oggi, nel sud-est asiatico, è la stessa che affrontammo con coraggio in Grecia e in Turchia, a Berlino e in Corea, in Libano e a Cuba”. Una lettura fin troppo semplicistica del conflitto vietnamita che era già stato perso dagli Usa sul piano squisitamente politico-diplomatico. Così durante la seconda metà del 1964 e gli inizi del 1965 la situazione sul campo nel Vietnam del Sud continuò a peggiorare per le forze governative: i reparti Viet Cong, saliti a oltre 170.000 combattenti e supportati per la prima volta dall’infiltrazione di forze regolari nordvietnamite dell’agguerrito Esercito Popolare Vietnamita (nel 1964 oltre 10.000 soldati nordvietnamiti passarono al Sud e quasi 20.000 nel 1965), sferrarono una serie di attacchi che misero in grave difficoltà l’esercito sudvietnamita. Nel dicembre 1964 i reparti sudvietnamiti caddero in una sanguinosa imboscata Viet Cong nel villaggio di Binh Gia, subendo pesanti perdite. A Washington il presidente Johnson moltiplicò le riunioni con i suoi consiglieri per salvare una situazione già apparentemente compromessa. I membri del National Security Council, tra cui McNamara, il segretario di Stato Dean Rusk e Maxwell Taylor, concordarono quindi il 28 novembre 1964 di suggerire al presidente Johnson una campagna di bombardamenti progressivi sul Vietnam del Nord e anche sul Laos come strumento di pressione sul governo nordvietnamita. Per il momento furono invece rinviate decisioni sull’intervento diretto delle forze terrestri statunitensi, proposto dal consigliere Walter Rostow. Una serie di attacchi Viet Cong contro le basi e il personale statunitense in Vietnam avrebbe fatto precipitare la situazione nei primi mesi del 1965, portando alle decisioni cruciali dell’amministrazione Johnson. Prima l’attacco del 24 dicembre 1964 all’Hotel Brinks di Saigon dove erano alloggiati ufficiali americani e soprattutto l’attacco Viet Cong contro installazioni statunitensi alla base aerea di Pleiku del 6 febbraio 1965, fornirono il casus belli, cioè l’occasione attesa dalla dirigenza politica statunitense per iniziare i bombardamenti aerei sistematici sul Vietnam del Nord. In risposta a questi attacchi il presidente Johnson ordinò l’inizio immediato degli attacchi aerei di rappresaglia con la “Operazione Flaming Dart”. Dopo questa prima fase, il 2 marzo 1965 iniziò il piano di attacchi aerei sistematici sulle strutture logistiche e militari del Vietnam del Nord, con aerei decollati dalle basi aeree americane in via di dispiegamento in Thailandia e dalle portaerei posizionate al largo delle coste nordvietnamite (Yankee Station). I bombardamenti della “Operazione Rolling Thunder”, inizialmente previsti per la durata di otto settimane, continuarono sempre più violenti ed estesi su nuovi bersagli, quasi ininterrottamente fino alla metà del 1968. Fu la campagna di bombardamento aereo più pesante dai tempi della Seconda Guerra Mondiale con 300.000 missioni: vennero sganciate più bombe sul Vietnam del Nord (860.000 tonnellate di tritolo) che sulla Germania nazista, ma i risultati furono nel complesso deludenti. Il morale della valorosa e coraggiosa popolazione del Vietnam, e la volontà politica della dirigenza “nemica”, non crollarono. Anzi ne uscirono rafforzate dagli attacchi Usa. I danni strutturali furono rilevanti ma non decisivi in una società arretrata e contadina come quella vietnamita. Gli intralci alla macchina militare nordvietnamita, rifornita principalmente da Cina e Urss attraverso il porto di Haiphong, furono scarsi. L’infiltrazione delle truppe regolari al Sud aumentò costantemente. Le forze aeree statunitensi subirono perdite rilevanti (922 aerei) di fronte alla valida difesa antiaerea “nemica” e alle pericolose forze aeree nordvietnamite. “Combatteremo per mille anni!”, era lo slogan delle forze nordvietnamite e Viet Cong. Escalation militare americana fu inevitabile. “Ho chiesto al generale Westmoreland che cosa gli servisse per far fronte a questa crescente aggressione. Me lo ha detto. E noi soddisferemo le sue richieste. Non possiamo essere sconfitti con la forza delle armi. Rimarremo in Vietnam” – dichiarò il presidente Lyndon Johnson nel famoso discorso televisivo alla Nazione del 28 luglio 1965 che avrebbe deciso il destino di una generazione di giovani americani. Sotto il comando del contrammiraglio Donald W. Wulzen, la VIIª Forza anfibia della United States Navy iniziò le operazioni di sbarco sulla costa del Vietnam del sud alle ore 8:15 dell’8 marzo 1965. I primi 3.500 Marines della 9ª Marine Expeditionary Brigade (MEB) guidata dal generale di brigata Frederick J. Karch, con l’impiego di elicotteri, mezzi da sbarco, autocarri e jeep, presero terra sulle spiagge denominate in codice “Red Beach Two” e “China Beach” lungo il litorale limitrofo alla città portuale di Da Nang, riunendosi poi 4 miglia a Nord-ovest di questa. Non ci fu opposizione da parte di guerriglieri e la popolazione accolse festosamente le truppe statunitensi. I Marines andarono ad aggiungersi ai 25.000 consiglieri militari statunitensi che erano già sul teatro operativo. La pianificazione originale prevedeva che questa unità dei Marines fosse impiegata solo per proteggere la grande base militare di Da Nang da eventuali minacce del nemico. Johnson minimizzò l’importanza dell’arrivo delle prime truppe da combattimento sul suolo vietnamita, ma ben presto i Marines sarebbero entrati direttamente in azione contro i reparti Viet Cong presenti nell’area. Il 5 maggio entrarono in campo anche i primi reparti combattenti dell’esercito statunitense: la 173ª brigata aviotrasportata, delle forze di intervento rapido del Pacifico, venne rischierata d’urgenza per via aerea da Okinawa alla base di Bien Hoa, per rafforzare le difese dell’area di Saigon pericolosamente minacciate dalle truppe Viet Cong. L’unità aviotrasportata avrebbe dovuto essere impiegata solo temporaneamente per tamponare la situazione d’emergenza, ma dovette subito entrare in azione. Sarebbe rimasta in Vietnam fino al 1970. Il 28 luglio 1965 il presidente Johnson, di fronte alla crescente disgregazione delle forze sudvietnamite e all’aggressività dei Viet Cong ora rinforzati dall’afflusso di reparti regolari nordvietnamiti, decise definitivamente di accettare le richieste di uomini e mezzi. Cioè il piano di guerra del comandante supremo in Vietnam, il responsabile del Military Assistance Command (Comando Assistenza Militare, Vietnam), il generale William Westmoreland, che prevedeva un impegno quasi illimitato delle truppe da combattimento statunitensi da dispiegare direttamente nella guerra. Johnson annunciò pubblicamente le sue decisioni che diedero l’avvio alla vera escalation americana del conflitto in Indocina. Il 29 luglio 1965 i 4.000 paracadutisti della 1ª Brigata della famosa 101st Airborne Division arrivarono in Vietnam, atterrando nella Baia di Cam Ranh per rinforzare l’ordine di battaglia americano in Vietnam e proteggere la regione montuosa e impervia degli altipiani centrali. Il piano delineato dal generale Westmoreland, condiviso dal ministro della difesa Robert McNamara e approvato “in linea di principio” dal presidente Johnson, prevedeva un complesso programma di potenziamento graduale, scaglionato su vari anni, delle forze combattenti statunitensi. Grazie al continuo afflusso di nuove truppe potentemente armate e dotate di un formidabile sostegno logistico, il generale intendeva in primo luogo costituire una solida struttura di basi e supporti per le sue truppe. Quindi sarebbero stati bloccati, nella seconda metà del 1965 grazie all’intervento diretto dei reparti combattenti statunitensi, i tentativi offensivi delle forze comuniste, respingendo e schiacciando i loro tentativi di far crollare l’esercito sudvietnamita e tagliare in due parti il Vietnam del Sud con un’avanzata dagli altipiani centrali in direzione della costa. Ottenuto questo primo risultato, nel 1966 sarebbero iniziate le grandi operazioni offensive di “ricerca e distruzione” dei principali raggruppamenti nemici e delle loro roccaforti territoriali. Le forze da combattimento statunitensi sarebbero penetrate in queste regioni dominate dal nemico e, contando su una formidabile potenza di fuoco terrestre e aerea, nonchè sulla estrema mobilità fornita dai nuovi elicotteri, avrebbero affrontato e distrutto i reparti Viet Cong e nordvietnamiti che avrebbero opposto resistenza, infliggendo perdite pesanti al “nemico”. In una terza fase, prevista per il 1967-1968, le forze statunitensi, dopo aver rastrellato le roccaforti nemiche ed aver assicurato le aree più popolate, avrebbero respinto le residue truppe nemiche nelle regioni più spopolate e impervie del Vietnam del Sud e avrebbero conseguito la vittoria finale costringendo il nemico alla resa politica o alla capitolazione militare, dopo avergli inflitto perdite sempre più gravi e insostenibili, causandone così il crollo della determinazione politico-militare. I punti deboli di questa strategia, non supportata efficamente dai servizi segreti Usa ed alleati, si sarebbero ben presto rivelati rilevanti: anzitutto la difficoltà di agganciare e distruggere concretamente le forze nemiche combattive e molto mobili anche in terreni impervi, resistenti alla demoralizzazione e in grado di sfuggire al nemico nonché di sferrare improvvisi attacchi di piccole unità, infliggendo in questo modo continue perdite alle forze statunitensi; inoltre, a causa dell’impossibilità per ragioni politiche da parte delle forze militari statunitensi di penetrare direttamente in Laos e Cambogia, il Vietnam del Nord fu in grado di infiltrare, a partire dal 1964, reparti del suo esercito regolare sempre più numerosi (79.000 soldati nel 1966 e 150.000 nel 1967) nel Vietnam del Sud, attraverso il cosiddetto “sentiero di Ho Chi Minh” che attraversava questi territori formalmente neutrali, con cui sostenere e rafforzare la lotta delle truppe guerrigliere Viet Cong. In secondo luogo, si sarebbe ben presto evidenziata l’impossibilità di mantenere permanentemente occupate e sicure le roccaforti del nemico apparentemente rastrellate più volte, ma sempre infiltrate nuovamente dalle forze comuniste. Con la conseguenza, per le truppe statunitensi, di dover organizzare e condurre nuove snervanti e pericolose operazioni offensive per bonificare temporaneamente sempre gli stessi territori. In terzo luogo, in una guerra di attrito le perdite statunitensi, notevoli anche se molto inferiori a quelle nemiche, avrebbero finito per provocare un crollo della volontà politico-militare proprio dell’opinione pubblica e della stessa dirigenza americana, insoddisfatta dei risultati, turbata dalle perdite, moralmente scossa dalla violenza degli scontri e dall’imprevedibile durata della guerra. A partire dalla metà del 1965 ebbe inizio il continuo afflusso di enormi forze statunitensi distribuite nelle quattro regioni militari in cui era suddiviso il Vietnam del Sud, e subito impiegate sul campo per mettere in esecuzione i piani del generale Westmoreland. Dopo l’arrivo della 3ª Divisione Marines e la costituzione della III MAF (Marine Amphibious Force) nella I regione militare che comprendeva la zona smilitarizzata sul confine del 17º parallelo, quello della 173ª Brigata aviotrasportata e della 1ª Brigata della 101ª Divisione aviotrasportata, rispettivamente nella III (Saigon) e nella II regione militare (province centrali), nel resto del 1965 arrivarono anche la 1ª Divisione Cavalleria Aerea, la 1ª Divisione Fanteria e la 3ª Brigata della 25ª Divisione Fanteria, portando il totale delle forze americane sul terreno a 18400 uomini. Nel 1966 l’escalation sarebbe continuata con l’arrivo della 1ª Divisione Marines, delle altre due brigate della 25ª Divisione Fanteria, della 196ª e della 199ª Brigata Fanteria Leggera, dell’11º Reggimento Cavalleria Corazzata e, infine, della 9ª Divisione Fanteria schierata nel delta del Mekong, la IV Regione militare. Il 15 marzo 1966 vennero costituiti due grandi comandi tattici dell’esercito, equivalenti a comandi di Corpo d’Armata: la I Field Force – Vietnam, incaricata delle operazioni nella II Regione militare, e la II Field Force – Vietnam, assegnata alla III e alla IV Regione militare. Alla fine del 1966 erano presenti in Vietnam 385.000 soldati americani, costantemente impegnati nelle missioni di “ricerca e distruzione” delle forze “nemiche”. Nel 1967, terzo anno di escalation e, secondo i progetti di Westmoreland, anno in cui sarebbe stata impressa una svolta decisiva alle operazioni, le forze statunitensi raggiunsero il numero di 472.000 uomini. Gli arrivi di nuovi reparti organici furono continui durante tutto l’anno, anche se in misura minore e in ritardo rispetto ai piani del generale a causa delle continue incertezze del presidente Johnson, e del ministro della difesa McNamara, preda sempre più spesso di dubbi e preoccupazioni sull’esito reale della guerra. Giunsero poi in Vietnam: due reggimenti della nuova 5ª Divisione Marines, che rafforzarono la III MAF nell’instabile I Regione militare; due nuove Brigate di Fanteria (l’11ª e la 198ª) che furono aggregate alla 196ª Brigata Fanteria Leggera già presente sul posto, per costituire la 23ª Divisione Fanteria (l’American Division), subito inviata in aiuto dei Marines al Nord, inquadrata nella “Task Force Oregon”; infine la 4ª Divisione Fanteria e le altre due Brigate (2ª e 3ª) della 101ª Divisione Aviotrasporta che vennero schierate nell’area di confine con il Laos e la Cambogia per impegnare e distruggere le sempre crescenti forze nordvietnamite che si infiltravano lungo il sentiero di Ho Chi Minh. Pienamente fiducioso nelle sue forze e nei suoi piani, il generale Westmoreland il 18 agosto 1965 diede inizio alla “Operazione Starlite”, nome in codice della prima offensiva americana di “ricerca e distruzione” della guerra: 5.500 Marines distrussero una roccaforte Viet Cong sulla penisola di Van Tuong, nella provincia di Quang Ngai. Le forze Viet Cong e nordvietnamite, tuttavia, compresero da questa prima sconfitta campale la pericolosità di affrontare direttamente la schiacciante superiorità tecnologica statunitense e quindi si concentrarono su azioni di guerriglia e di guerra su piccola scala, per infliggere perdite e logorare lentamente il potente nemico. Durante la seconda metà del 1965 le forze combattenti statunitensi intervennero su tutto il territorio vietnamita. I soldati americani arginarono le pericolose avanzate delle forze nordvietnamite negli altipiani centrali dove ebbe luogo la battaglia di Ia Drang dell’ottobre-novembre 1965, che si concluse, dopo cruenti scontri, con il parziale successo delle truppe della cavalleria aerea statunitense impegnate per la prima volta contro gli agguerriti reparti regolari nordvietnamiti. Le truppe del generale Westmoreland entrarono in azione per contrastare le forze Viet Cong attive e pericolose nell’area della capitale e per stabilizzare la situazione lungo la zona smilitarizzata di confine. I risultati furono, nel complesso, soddisfacenti, ma fin dall’inizio si evidenziarono difficoltà per le forze statunitensi: i nordvietnamiti e i Viet Cong si dimostrarono in grado di infliggere continue perdite alle truppe americane, come dimostrato per la prima volta dalla drammatica battaglia della Landing Zone Albany del 17 novembre 1965, dove un battaglione di cavalleria aerea venne quasi distrutto dai nordvietnamiti. Fu lo scontro singolo con il più alto numero di perdite per gli americani di tutta la guerra. Risultò inoltre impossibile per le truppe statunitensi, per ragioni di politica internazionale e per timore di un intervento cinese, penetrare in Cambogia e in Laos per attaccare i cosiddetti “santuari” nemici dove le forze comuniste si ritiravano, si riorganizzavano e si rafforzavano dopo i combattimenti. Nel febbraio 1966 durante una riunione tra il comandante supremo statunitense e Johnson a Honolulu, l’ufficiale americano sostenne che l’intervento delle forze statunitensi aveva evitato la sconfitta e il crollo politico del Vietnam del Sud, ma che sarebbero state necessarie molte più truppe per poter passare all’offensiva. Un aumento immediato poteva portare a raggiungere il “punto di svolta” nelle perdite di Viet Cong e nordvietnamiti per gli inizi del 1967. Johnson, preoccupato dell’evolversi della situazione sul campo, finì per autorizzare un incremento delle truppe fino a 429.000 unità per l’agosto 1966. Westmoreland diede così inizio alle grandi operazioni di “ricerca e distruzione” allo scopo di strappare l’iniziativa al “nemico”, attaccarlo direttamente nelle sue roccaforti per infliggergli perdite devastanti grazie alle sue potenti forze aeromobili, grazie al sostegno massiccio dell’aviazione. In tutte e quattro le Regioni militari si succedettero durante l’anno continue e ambiziose operazioni offensive statunitensi. I successi tattici furono rilevanti e la cosiddetta “conta dei corpi”, a cura del servizio informazioni americano, sulle perdite presunte del nemico, diede ufficialmente la misura delle vittorie statunitensi sul campo. Le maggiori operazioni si svolsero nella zona smilitarizzata, dove i Marines furono duramente impegnati dall’esercito regolare nordvietnamita (“Operazione Prairie” e battaglia di Mutter’s Ridge); nella provincia costiera di Binh Dinh, dove la cavalleria aerea inflisse notevoli perdite alle forze nemiche (“Operazione Masher”); negli altipiani centrali contro le nuove infiltrazioni nordvietnamite (Operazioni “Thayer” e “Hawthorne” condotte dagli aviotrasportati della 101ª); infine nelle aree intorno alla capitale Saigon, dove le forze Viet Cong furono spesso in grado di sfuggire ai colpi nemici e contrattaccare (“Operazione El Paso” e la deludente “Operazione Attleboro”). Alla fine del 1966, le perdite americane erano già salite a oltre 7.000 morti, un numero molto inferiore alle perdite presunte del nemico ma tuttavia sufficiente a cominciare a scuotere il morale delle truppe, dell’opinione pubblica americana in patria, dei mass-media mondiali e della stessa dirigenza americana. Nonostante le ottimistiche dichiarazioni di Westmoreland e di altri ufficiali americani, cominciavano già a sorgere i primi dubbi sulla razionalità e sull’efficacia dei piani e dei metodi adottati dalle truppe e dai comandi americani, secondo alcuni esperti troppo concentrati sulle grandi operazioni convenzionali e poco interessate a sviluppare adeguati piani di pacificazione, riforma economica e miglioramento delle condizioni delle popolazioni dei villaggi contadini. Nonostante queste critiche, il generale Westmoreland, sempre convinto della validità della sua strategia di guerra d’attrito, incrementò ancora durante la prima metà del 1967 il ritmo delle sue operazioni offensive di “ricerca e distruzione”. Le forze e i mezzi impiegati furono notevoli, gli obiettivi sempre più ambiziosi, ma i risultati rimasero nel complesso discutibili e non decisivi. Nel gennaio-marzo 1967 grandi forze statunitensi vennero impiegate nel cosiddetto Triangolo di Ferro (“Operazione Cedar Falls”, la più grande offensiva americana della guerra) e nella provincia di Tay Ninh, alla ricerca del fantomatico “Central Office of South Vietnam”, il presunto quartier generale delle forze comuniste (“Operazione Junction City”). Nonostante l’enorme impiego di truppe e mezzi il “nemico” sfuggì ancora alla distruzione e il “Central Office of South Vietnam”, se veramente esistente, ripiegò al sicuro in Cambogia. Nella zona smilitarizzata, i Marines si impegnarono in continue offensive (“Operazioni Belt Tight, Hickory, Buffalo”) per impedire le infiltrazioni nordvietnamite, ma subirono un forte logorio senza riuscire a impedire il concentramento nemico contro le basi di fuoco statunitensi organizzate sul confine. Infine nella provincia di Binh Dinh, l’interminabile “Operazione Pershing” durata quasi un anno, di nuovo non riuscì a sradicare definitivamente la presenza nemica nella regione. Le perdite inflitte alle forze nordvietnamite e Viet Cong furono senza dubbio molto elevate, ma non impedirono, nella seconda metà del 1967, al comando nordvietnamita e alla dirigenza di Hanoi di organizzare una serie di manovre offensive nella zona smilitarizzata e nella regione del confine con Laos e Cambogia, pianificate per incrementare le perdite americane e scuoterne il morale, che avrebbero provocato alcune delle più dure battaglie della guerra. Durante queste “battaglie dei confini”, le forze nordvietnamite tentarono audacemente di attaccare e conquistare alcune importanti postazioni isolate statunitensi. A Con Thien per mesi la guarnigione dei Marines subì attacchi e bombardamenti; a Loc Ninh e a “Rockpile”, un caposaldo e un’importante postazione di artiglieria dei Marines, gli attacchi vennero respinti; nella provincia di Kon Tum, la manovra nordvietnamita diede origine all’aspra battaglia di Dak To del novembre 1967, che terminò, dopo scontri sanguinosi, con la ritirata nordvietnamita e dure perdite per entrambe le parti. Infine, a Khe Sanh iniziò il concentramento nemico contro la sperduta base dei Marines che si sarebbe trasformato in un vero assedio nel gennaio 1968. Westmoreland interpretò queste operazioni nemiche come tentativi disperati di evitare la sconfitta e quindi organizzò massicci concentramenti di forze terrestri e aeree con cui respingere gli attacchi e infliggere ulteriori perdite. I risultati tattici furono soddisfacenti e aumentarono ancora l’ottimismo del generale e della maggior parte degli osservatori, ma il logoramento e il numero dei caduti americani raggiunsero livelli ormai preoccupanti con oltre 11.000 soldati morti solo nel 1967. All’interno della stessa amministrazione statunitense si verificarono i primi grossi contrasti e le prime defezioni. Il Segretario alla Difesa McNamara manifestò le sue preoccupazioni e finì per dimettersi alla fine del 1967. Altri continuarono a mostrare ottimismo e fiducia sull’esito della guerra e sostennero con fermezza la necessità di continuare con vigore le operazioni. Il 12 ottobre 1967 il Segretario di Stato Dean Rusk dichiarò che le proposte del Congresso per un’iniziativa di pace erano futili, a causa dell’intransigenza del “nemico”. Precedenti tentativi di Johnson, nel 1966 e 1967, di organizzare una tregua e i primi colloqui di pace erano rapidamente naufragati di fronte alla rigidità delle due parti in lotta. Johnson, sempre più preda a dubbi e foschi presentimenti, tenne durante questi anni di escalation continue riunioni e consultazioni con esperti, consiglieri e militari, alla ricerca di supporti alla sua politica e anche di nuove vie di uscita dalla complessa situazione. Il 2 novembre, in una riunione segreta, con un gruppo dei più prestigiosi uomini della nazione (i “Saggi”, oggi diremmo i “Tecnici”), il presidente chiese suggerimenti per riunire il popolo statunitense attorno allo sforzo bellico. I “Saggi” consigliarono in primo luogo di fornire rapporti più ottimistici sul progredire della guerra. Quindi, basandosi sui rapporti che gli vennero consegnati il 13 novembre, Johnson disse alla Nazione, il 17 novembre, che mentre molto rimaneva da fare, “stiamo infliggendo perdite più pesanti di quelle che subiamo…Stiamo facendo progressi”. Pochi giorni dopo, il generale Westmoreland, di ritorno negli Stati Uniti per consultazioni con il presidente, alla fine di novembre disse ai cronisti di aver “raggiunto un punto importante, dal quale si incomincia a intravedere la fine”. Due mesi dopo, la famosa “offensiva del Têt” avrebbe clamorosamente smentito queste affermazioni. Fin dall’8 gennaio 1968 aveva avuto inizio l’assedio della base isolata dei Marines di Khe Sanh: lungi dal rinunciare alla lotta o da ridurre la portata delle operazioni, le forze nordvietnamite avevano effettuato un minaccioso concentramento offensivo intorno alla base apparentemente allo scopo di ottenere una nuova Dien Bien Phu con cui costringere gli americani a cedere. Per due mesi il presidente Johnson e il generale Westmoreland concentrarono grandi forze terrestri e aeree al nord (venne costituito un nuovo “Provisional corps, Vietnam” per aiutare i Marines con elementi della 1ª Divisione Cavalleria Aerea, della 101ª Aviotrasportata e della American Division) per contrastare gli apparenti obiettivi nemici, evitare una sconfitta campale ed esorcizzare lo spettro di Dien Bienh Phu. Dal punto di vista militare, i nordvietnamiti non riuscirono a ottenere i loro obiettivi tattici né a costringere alla resa la base dei Marines e, al contrario, subirono grosse perdite da parte dell’aviazione americana. Westmoreland poté sbandierare la “vittoria” con lo sblocco della guarnigione, l’8 aprile, nella “Operazione Pegasus”, ma in realtà ancora oggi non sono chiari i veri obiettivi nordvietnamiti. E il concentramento effettuato al Nord per proteggere Khe Sanh sicuramente indebolì le forze americane negli altri settori e ingannò i comandi statunitensi, favorendo la sorpresa iniziale dell’offensiva del Têt che ebbe inizio il 30 gennaio 1968. La fede dell’opinione pubblica nella “luce alla fine del tunnel”, ripetutamente sostenuta dai proclami dei comandi e delle autorità americane, si infranse il 30 gennaio 1968 sull’inaspettata offensiva generale sferrata dal “nemico”, dipinto come prossimo al collasso, alla vigilia della festività del Têt, ossia il Tết Nguyên Ðán, l’anno nuovo lunare, la più importante festività vietnamita. L’offensiva del Têt, sferrata da quasi 70.000 combattenti Viet Cong e nordvietnamiti, si estese fulmineamente sulla maggior parte dei centri abitati e delle regioni più popolate del Vietnam del Sud, ottenendo un grosso effetto sorpresa e sconvolgendo, in un primo momento, la catena di comando alleata e i suoi apprestamenti difensivi. Vennero attaccati i grandi centri costieri, come Da Nang, Qui Nhon e Hoi An; le città collinari come Pleiku, Kon Tum, Ban Mê Thuôt, Ðà Lat; i comunisti occuparono gran parte delle capitali provinciali e delle sedi distrettuali nel delta del Mekong. Venne bombardata la grande base americana di Cam Ranh; le forze regolari nordvietnamite irruppero dentro l’antica capitale Huế, riuscendo a conquistare la cittadella fortificata e asserragliandosi sulle posizioni conquistate. I Viet Cong scatenarono uno spettacolare attacco sorpresa contro la stessa Saigon. Quasi 40.000 combattenti Viet Cong attaccarono la capitale e i centri di comando periferici di Bien Hoa, Tan Son Nhut, la sede del MACV del generale Westmoreland; Loc Binh, la sede del comando della II Field Force, Vietnam del generale Weyand, la stessa ambasciata statunitense venne colpita e fu salvata solo dopo scontri sanguinosi contro alcune squadre suicide nemiche. La battaglia dentro Saigon fu particolarmente violenta: le forze Viet Cong agirono di sorpresa divise in squadre supportate da elementi già infiltrati in precedenza. La reazione statunitense si scatenò violenta con l’impiego di una grande potenza di fuoco. Dopo molte ore di battaglia l’attacco finì per essere respinto e la maggior parte degli assalitori venne eliminata. Nonostante il fallimento finale a Saigon, la violenza e la temerarietà dell’attacco sconcertò i comandi e le truppe alleate. E sconvolse soprattutto l’opinione pubblica statunitense in patria. Sul campo, dopo il primo momento di sorpresa e confusione, le forze statunitensi e anche i reparti sudvietnamiti che non crollarono come auspicato dai dirigenti comunisti, ma riuscirono invece a sostenere gli scontri, contrattaccarono con efficacia. Invece di ritirarsi i reparti Viet Cong spesso cercarono di resistere e nella maggior parte dei casi vennero sconfitti o distrutti. Tutti i grandi centri vennero rapidamente riconquistati dalle truppe alleate Usa, le forze nemiche subirono gravi perdite e la situazione venne ristabilita entro pochi giorni, tranne nell’antica capitale di Huế. Nella cittadella dell’antica città rimasero abbarbicati per molti giorni numerosi e combattivi reparti nordvietnamiti che resistettero strenuamente alla controffensiva delle forze alleate. Alcuni battaglioni di Marines dovettero impegnarsi in sanguinosi ed estenuanti scontri urbani casa per casa in quella che forse fu la battaglia più dura e cruenta di tutta la guerra. Gli statunitensi, dopo alcune settimane di aspri combattimenti ravvicinati, finirono per aver ragione delle truppe nemiche e riconquistarono la cittadella di Huế, che venne completamente devastata a causa della violenza degli scontri e dell’impiego, da parte statunitense, dell’aviazione e del fuoco delle navi da guerra ancorate al largo. Anche se in nessuna località le forze insurrezionali comuniste conseguirono un reale successo né raggiunsero dei concreti obiettivi militari, ma al contrario finirono per subire perdite molto ingenti, e anche se il Vietnam del Sud non crollò come auspicato dalla dirigenza di Hanoi, la sorprendente capacità di un nemico ormai dato per sconfitto di riuscire semplicemente a lanciare una simile offensiva generale, convinse gli osservatori e i media statunitensi che la vittoria era impossibile. L’offensiva del Têt provocò un rovinoso crollo della credibilità del generale Westmoreland, degli analisti americani e dello stesso presidente Johnson che da parte sua rimase sorpreso e sconvolto dalla vastità e dalla temerarietà dell’attacco “nemico”. L’offensiva del Têt segnò culturalmente un punto di svolta decisivo della guerra, se non dal punto di vista militare, senza dubbio sul piano politico-morale: di fronte alle nuove ingenti richieste di truppe provenienti dal generale Westmoreland (oltre 200.000 soldati), il presidente Johnson, dopo una serie di frenetiche consultazioni, e su consiglio del nuovo Segretario alla Difesa Clark Clifford, decise di dare una svolta radicale al conflitto. Le richieste di Westmoreland vennero respinte e lo stesso generale venne destituito nel giugno 1968. Vennero inviate solo due nuove brigate da combattimento, la 3ª Brigata dell’82ª Divisione Aviotrasportata e la 1ª Brigata della 5ª Divisione Fanteria, che portarono il totale delle forze americane in Vietnam a 540.000 uomini. Il presidente Johnson, in un drammatico discorso alla Nazione del 31 marzo 1968, annunciò la sua rinuncia a ricandidarsi alla presidenza e la sua decisione di non proseguire con l’escalation, ma di fare ogni sforzo per ridurre l’intensità della guerra aerea e terrestre nonché per intraprendere colloqui di pace con la controparte. Nei mesi successivi, mentre in Vietnam continuava la guerra, con nuove offensive americane e pericolosi attacchi delle forze comuniste (il maggio del 1968 fu il mese con il più alto numero di caduti americani di tutta la guerra, 2.412 soldati morti, mentre il FLN sferrava una nuova offensiva generale che venne subito denominata Mini-Têt), ebbero quindi inizio a Parigi i colloqui di pace del 13 maggio 1968. Il 31 ottobre il presidente Johnson, alla fine del suo mandato, annunciò alla Nazione di aver ordinato una completa cessazione di “tutti i bombardamenti aerei, navali e di artiglieria sul Vietnam del Nord”, resa effettiva dal 1º novembre, in cambio dal tacito assenso nordvietnamita alla cessazione degli attacchi attraverso la zona smilitarizzata e contro le grandi città del Vietnam del Sud. Il 1968 si concluse con un sostanziale cambiamento della situazione: le forze statunitensi avevano subito pesanti perdite (oltre 14.000 uomini in un solo anno), i bombardamenti sul Vietnam del Nord erano cessati, la dirigenza americana aveva rinunciato alla vittoria militare, e avevano avuto inizio complessi e difficili colloqui di pace tra i belligeranti. L’opposizione culturale alla guerra, iniziata su piccola scala fin dal 1964 nei campus delle università americane, invase il mondo. Si trattava di un periodo storico caratterizzato da un attivismo politico studentesco di sinistra senza precedenti e dall’arrivo nell’università della numerosa generazione dei cosiddetti “Baby Boomers”. La crescente opposizione alla guerra è certamente attribuibile in parte anche al più ampio accesso alle informazioni sul conflitto, soprattutto grazie all’estesa copertura giornalistica televisiva. Migliaia di giovani statunitensi scelsero la fuga in Canada o in Europa occidentale, piuttosto che rischiare la coscrizione. A quel tempo, solo una frazione di tutti gli uomini in età di leva venivano effettivamente chiamati alle armi: gli uffici del sistema di reclutamento, in ogni località, avevano ampia discrezionalità su chi arruolare e chi dispensare, in quanto non c’erano delle linee guida chiare per l’esonero. Per guadagnarsi l’esenzione o il rinvio, molti ragazzi scelsero di frequentare l’università, il che permetteva loro di ottenere l’esonero al compimento del 26º anno di età. Alcuni si sposarono, il che rimase motivo di esenzione per tutto il corso della guerra. Altri trovarono dei dottori accondiscendenti che certificarono le basi mediche per una esenzione “4F” (inadeguatezza mentale), anche se i medici dell’esercito potevano dare un loro giudizio. Altri ancora si unirono alla Guardia Nazionale, come sistema per evitare il Vietnam. Tutte queste questioni sollevarono preoccupazioni sull’imparzialità con cui le persone venivano scelte per un servizio non volontario, in quanto toccava spesso ai poveri, ai membri delle minoranze etniche, ai neri, agli ispanici, che poi erano in effetti predominanti nei reparti operativi da combattimento Usa, o a quelli che non avevano appoggi influenti, essere arruolati. Gli stessi arruolati iniziarono a protestare quando, il 15 ottobre 1965, l’organizzazione studentesca “Comitato di coordinamento nazionale per la fine della guerra in Vietnam” inscenò la prima manifestazione pubblica negli Stati Uniti in cui vennero bruciate le cartoline di leva. La popolazione statunitense si divise sulla Guerra del Vietnam. Molti sostenitori della guerra ritenevano corretta quella che era conosciuta come la “Teoria del domino”, la quale sosteneva che se il Vietnam del Sud cedeva alla guerriglia comunista altre nazioni, principalmente nel Sud-est asiatico, sarebbero cadute in rapida successione come i pezzi del domino. Alcuni militari critici verso la guerra sostennero che il conflitto era politico e che la missione militare mancava di obiettivi chiari. I critici civili argomentarono che il governo del Vietnam del Sud mancava di legittimazione politica e morale. George Ball, Sottosegretario di Stato del presidente Johnson, fu una delle voci solitarie dell’amministrazione a manifestare dubbi e timori sul coinvolgimento degli Usa in Vietnam. Alcune clamorose manifestazioni autodistruttive di dissenso da parte di pacifisti (il 2 novembre il 32enne quacchero Norman Morrison si diede fuoco davanti al Pentagono e il 9 novembre il 22enne cattolico Roger Allen LaPorte preferì le fiamme davanti al palazzo delle Nazioni Unite, ad imitazione dei gesti dei monaci buddhisti in Vietnam) portarono alla luce il disagio morale presente nell’opinione pubblica statunitense. Il crescente movimento pacifista mondiale, secondo alcuni “finanziato dai comunisti”, allarmò molti all’interno del governo statunitense e ci furono tentativi, peraltro falliti, di istituire una legislazione punitiva di queste presunte “attività antiamericane”. Molti americani si opposero alla guerra per questioni morali, vedendola come un conflitto distruttivo contro l’indipendenza vietnamita o come un intervento in una guerra civile straniera. Altri si opposero per l’evidente mancanza di obiettivi chiari e per l’impossibilità di ottenere la vittoria. Alcuni pacifisti erano essi stessi veterani del Vietnam, come evidenziato dall’organizzazione “Veterani del Vietnam Contro la Guerra”. Nonostante le notizie sempre più deprimenti sulla guerra, molti statunitensi continuarono ad appoggiare gli sforzi del presidente Johnson. A parte la Teoria del Domino, era diffuso il sentimento che impedire il sovvertimento del governo filo-occidentale sudvietnam

ta, da parte dei comunisti, fosse un obiettivo nobile. Molti statunitensi erano anche preoccupati di salvare la faccia in caso di un disimpegno dalla guerra o, come venne successivamente detto da Nixon, “ottenere la pace con onore”. Molti degli oppositori alla guerra del Vietnam erano visti all’epoca più come sostenitori dei nordvietnamiti e dei Viet Cong che come contrari alla guerra in quanto tale. Il più famoso di questi fu l’attrice Jane Fonda. Molti dei contestatori vennero accusati di “disprezzare i soldati del proprio paese impegnati in Vietnam” dopo il loro ritorno. Le elezioni presidenziali statunitensi del 1968 furono tra le più turbolente della storia degli Stati Uniti, costellate di manifestazioni di protesta, di scontri e gravi sommosse, durante la Convenzione democratica di Chicago, di attentati e omicidi. Il 6 giugno 1968 venne assassinato il giovane senatore Robert Kennedy, il fratello del presidente J.F.K., probabile candidato del Partito Democratico alla presidenza. Dopo la clamorosa rinuncia di Johnson del 31 marzo, il Partito Democratico, profondamente diviso sul problema della guerra del Vietnam, finì per candidare il vice presidente Hubert Humphrey, fedele continuatore della politica di Johnson. Il Partito Repubblicano ripresentò Richard Nixon tornato alla ribalta dopo una serie di sconfitte elettorali. Le elezioni furono vinte di stretta misura proprio da Nixon che durante la campagna elettorale aveva misteriosamente fatto trapelare la notizia di un suo “piano segreto” sul Vietnam studiato per evitare la sconfitta e raggiungere una pace favorevole. In verità, in quel momento non esisteva alcun piano segreto e solo dopo la sua elezione Nixon avrebbe cominciato ad affrontare concretamente l’esasperante e intricato problema vietnamita. “Non sarò il primo presidente degli Stati Uniti che perde una guerra” – dichiarò Nixon. Ipse dixit. Il nuovo presidente Richard Nixon, personalità complessa e contraddittoria, sapientemente interpretato da uno straordinario Antony Hopkins nel film “Intrighi di potere” (Usa, 1995), fin dall’inizio del suo mandato elaborò una nuova strategia globale statunitense, la cosiddetta Dottrina Nixon, per la guerra in Indocina basata su una realistica valutazione della situazione locale e internazionale e su una spregiudicata applicazione di nuovi programmi diretti a evitare in ogni caso la sconfitta finale degli Stati Uniti. Coadiuvato da abili collaboratori, come Henry Kissinger (consigliamo la lettura della biografia scritta da Walter Isaacson), consigliere per la sicurezza nazionale, e Melvin Laird, nuovo Segretario alla Difesa, Nixon accettò in primo luogo l’ormai acquisita impossibilità, per ragioni tattico-operative e di politica interna, di ottenere una vittoria militare. E, quindi, ripiegò su una politica pur sempre basata principalmente sulla forza ma più accorta e segreta, i cui cardini furono: l’impiego massiccio e continuato delle forze aeree in bombardamenti segreti e non divulgati all’opinione pubblica, per non rischiare ulteriori divisioni e proteste, su Laos e Cambogia allo scopo di intralciare e interdire il rafforzamento nemico nel Vietnam del Sud; risparmiare vite dei soldati rinunciando alle inutili e costose offensive di “ricerca e distruzione”, e impegnare invece le forze in attacchi mirati su aree particolarmente strategiche e in compiti protettivi per rallentare l’aggressività nemica e dare tempo alle forze sudvietnamite di rafforzarsi; adottare tattiche di “guerra segreta” e terrorismo interno per individuare e distruggere capillarmente gli elementi Viet Cong e filocomunisti infiltrati al sud (“Programma Phoenix”); ampliare e potenziare i programmi di pacificazione e di riforma economica nelle campagne sudvietnamite per suscitare il sostegno della popolazione al governo del Vietnam del Sud con l’incremento e il miglioramento delle attività del cosiddetto “Civil Operations e Rural Development Support”, la complessa struttura civile affiancata ai militari fin dal 1967 per sviluppare i piani di riforma politico-economica, guidata da abili funzionari come Robert Komer e William Colby); intraprendere un’audace “diplomazia segreta” con la Cina e l’Unione Sovietica (solo il repubblicano Nixon potè andare in Cina!), offrendo un miglioramento delle relazioni con gli Stati Uniti in cambio di una sospensione, o almeno una riduzione, dell’appoggio politico militare fornito da questi paesi al Vietnam del Nord (il “vincolo”); organizzare sedute segrete di trattative con la controparte nordvietnamita, al di fuori delle infruttuose riunioni plenarie di Ginevra che si trascinavano da mesi senza risultati, in cui le capacità di Henry Kissinger sarebbero state impiegate per costringere finalmente i diplomatici del Vietnam del Nord ad accettare un compromesso, eventualmente con la minaccia di “apocalittiche” ritorsioni militari incluse nella cosiddetta “Teoria del pazzo”; programmare il lento e graduale ritiro delle forze combattenti dal Vietnam, distribuito su vari anni e accuratamente studiato per dar tempo al Vietnam del Sud di consolidarsi; rafforzare con massicce forniture di armi l’esercito del Vietnam del Sud fino a renderlo in grado progressivamente di assumere da solo la condotta delle operazioni e di sostenere saldamente “l’aggressione politica” della vietnamizzazione del conflitto. Questo complesso e articolato programma politico-militare, da fare invidia alle attuali strategie e tattiche di uscita onorevole dai conflitti “umanitari” in corso sul pianeta Terra, venne messo in atto gradualmente a partire dal gennaio 1969, ma venne presto intralciato, e in parte compromesso, da nuove difficoltà impreviste, da improvvise contingenze sul campo, da nuovi ostacoli interni e internazionali, da comportamenti contraddittori dello stesso presidente Nixon, e anche da un ulteriore incremento delle proteste pubbliche negli Stati Uniti che condussero a una crisi interna senza precedenti nella storia della più grande Democrazia del mondo. Sul campo di battaglia, inizialmente il capace generale Creighton Abrams, nuovo responsabile del MACV al posto di Westmoreland, continuò con risultati sconfortanti (la Battaglia di Hamburger Hill, immortalata nella celebre pellicola cinematografica) le grandi operazioni offensive degli anni precedenti. Di fronte alle dure perdite subite nel febbraio-marzo 1969, le forze comuniste sferrarono il cosiddetto “secondo Têt” che inflisse nuove perdite agli statunitensi e diede pretesto all’amministrazione Nixon di dare il via ai bombardamenti segreti sulla Cambogia con la “Operazione Menu). In ottemperanza alle esigenze politico-propagandistiche di Nixon, il generale Abrams, dopo gli incontri di Guam del luglio 1969, dovette quindi adottare la nuova strategia della riduzione degli impegni operativi dei soldati statunitensi e di passaggio a posizioni difensive. Abrams dovette programmare un ritiro totale delle forze combattenti scaglionato in 14 fasi su quattro anni, il “Programma One War”. Il primo ritiro di 25.000 uomini ebbe inizio nella seconda metà del 1969 e le forze americane si ridussero quindi da 543.000, il numero massimo della primavera 1969, a meno di 500.000 alla fine dell’anno. Nel frattempo dall’agosto 1969 il saggio Kissinger aveva intrapreso i primi colloqui segreti con la controparte nordvietnamita. Durante gli snervanti e interminabili colloqui Kissinger ebbe modo di apprezzare l’abilità e la tenacia del suo interlocutore, ma anche queste sedute segrete finirono per trascinarsi per anni senza risultati soddisfacenti per gli statunitensi, messi di fronte all’intransigenza nordvietnamita. Negli Stati Uniti le proteste pubbliche contro la guerra, invece di ridursi come auspicato da Nixon, aumentarono continuamente di fronte alla divulgazione di clamorose notizie riservate sulla guerra (i “Pentagon Papers”), alla persistenza dei combattimenti, alla sterilità dei colloqui di pace, alle continue perdite di soldati in un conflitto ormai ritenuto inutile e immorale. Il 15 ottobre e il 15 novembre 1969 si svolsero a Washington le prime gigantesche manifestazioni di protesta contro la guerra. Il presidente Nixon, estremamente irritato da questi eventi interni, fece appello in un famoso discorso televisivo alla cosiddetta “maggioranza silenziosa” e riuscì momentaneamente a radunare un certo consenso alla sua politica di lenta ricerca di soluzioni politico-militari soddisfacenti per la potenza statunitense, ma ulteriori complicazioni in Cambogia e Laos produssero un’inaspettata nuova escalation sul campo di battaglia e di conseguenza nuove tragiche esplosioni di proteste pubbliche negli Stati Uniti. Di fronte all’instabilità politica in Cambogia dopo la destituzione del sovrano Norodom Sihanouk e l’assunzione del potere da parte del generale Lon Nol, il presidente Nixon, in accordo con Kissinger e sollecitato anche da Abrams e da altri consiglieri militari a dare una dimostrazione di potenza militare per confortare il debole e corrotto governo sudvietnamita di Van Thieu, per mostrare la determinazione americana e forse ottenere risultati militari decisivi con la distruzione delle strutture di comando e logistiche nemiche al riparo nel vicino paese confinante, decise di sferrare una massiccia incursione militare combinata in Cambogia a partire dal 30 aprile 1970. Mentre altri Americani conquistavano la Luna. I risultati sul campo furono apparentemente soddisfacenti, ma come sempre del tutto transitori anche se forse rallentarono per qualche mese il rafforzamento nemico al confine con il Vietnam del Sud. L’incursione contribuì ad indebolire ulteriormente il fragile paese cambogiano, indusse i nordvietnamiti a rafforzare il loro impegno diretto nella regione e forse innescò anche la sollevazione dei famigerati Khmer rossi. L’inaspettato incremento delle operazioni attive statunitensi, dopo tante assicurazioni pubbliche su ritiri e vietnamizzazioni, fece esplodere proteste senza precedenti negli Stati Uniti, culminate tragicamente il 4 maggio 1970 nei sanguinosi incidenti alla Kent State University. La venuta alla luce, fin dal 1969, del caso della strage di civili di My Lai, da parte dei soldati guidati dal tenente William Calley, un capo plotone in Vietnam, rinfocolò le polemiche sulla giustezza della guerra e sul comportamento e la saldezza morale dei soldati statunitensi. Di fronte a questi eventi Nixon dovette rapidamente sospendere le operazioni attive in Cambogia, presentare nuove e confuse proposte di “cessate il fuoco con tregua” e soprattutto incrementare massicciamente il ritiro delle proprie forze scese a 280.000 uomini alla fine del 1970). Senza prospettive concrete di vittoria, con nuovi impegni operativi, con continue perdite (negli anni di Nixon morirono oltre 21.000 soldati statunitensi, circa il 40% del totale di tutta la guerra) e alcuni sanguinosi scacchi (battaglie di Ripcord e Mary Ann), s’impose un’accelerazione del ritiro nonostante l’insoddisfacente rafforzamento dell’esercito sudvietnamita. In realtà la politica della vietnamizzazione, nel corso dei vari anni, non era stata del tutto priva di risultati positivi. Grazie al successo del Programma Phoenix ed all’indebolimento delle strutture Viet Cong nelle campagne, la sicurezza nei villaggi e il consenso nei confronti del governo di Saigon erano aumentati in modo significativo. I programmi di sviluppo economico ottennero un certo successo, nonostante la persistente corruzione del governo sudvietnamita, e le forze statunitensi poterono essere ridotte senza provocare un crollo immediato del Vietnam del Sud. Anche le forze comuniste avevano subito grosse perdite e rallentarono i loro attacchi in attesa dei necessari rafforzamenti. L’audace storica offensiva diplomatica segreta di Nixon e Kissinger a Mosca e Pechino del 1971 e 1972, ottenne alcuni eccellenti risultati propagandistici ed effettivamente allentò il sostegno di questi due Paesi al Vietnam del Nord, desiderosi di un riavvicinamento con gli Stati Uniti. Tuttavia, il Vietnam del Nord, guidato dopo la morte di Ho Chi Minh il 3 settembre 1969, da capi intransigenti come Lê Duẩn e Phạm Văn Đồng, mantenne la sua indipendenza strategica e persistette nei suoi obiettivi politici generali indipendentemente dalle sollecitazioni alla moderazione cinesi e sovietiche. Nonostante questi successi della politica di Nixon, la fallimentare offensiva in Laos sferrata nel febbraio 1971 dall’esercito sudvietnamita senza appoggio diretto statunitense e in conseguenza delle limitazioni stabilite dal Congresso dopo gli eventi cambogiani dell’anno prima, considerata una prova dello sbandierato successo della vietnamizzazione e conclusasi con una disastrosa ritirata, dimostrò ancora una volta la fragilità della situazione e il ruolo sempre determinante del sostegno militare americano, in questa fase in costante decremento. Alla fine del 1971 le truppe statunitensi in Vietnam scesero a 140.000 uomini. Il sostegno dell’aviazione statunitense fu ancora decisivo nella primavera 1972, quando l’esercito nordvietnamita sferrò una grande offensiva generale sperando di provocare il crollo definitivo del regime di Saigon e di costringere i loro alleati a cedere. L’offensiva di Pasqua terminò, dopo alcuni duri combattimenti, con un fallimento complessivo nordvietnamita. Il governo sudvietnamita non crollò e l’esercito si batté coraggiosamente supportato da un impiego senza precedenti dell’aviazione americana. Nixon, timoroso di un cedimento generale, decise di riprendere i bombardamenti sul Vietnam del Nord, interrotti da Johnson fin dal novembre 1968: le incursioni “Linebacker” dell’USAF e della US Navy, lanciate dall’8 maggio 1972, furono molto pesanti e indebolirono certamente le forze nemiche. Anche il porto di Haiphong venne minato. L’offensiva di Pasqua si concluse con un insuccesso nordvietnamita. Nixon e Kissinger poterono riprendere i loro sforzi nei colloqui con i diplomatici nordvietnamiti, alla ricerca di un accordo onorevole per raggiungere la “pace con onore”. Le ultime fasi dei colloqui di pace furono particolarmente confuse e drammatiche: Kissinger finì per accettare la maggior parte delle richieste nord vietnamite. Soprattutto accettò il cruciale mantenimento delle forze regolari nordvietnamite presenti al Sud, al contrario del previsto ritiro totale statunitense. Van Thieu si oppose strenuamente a questo tipo di accordo considerato la premessa della catastrofe finale. A ottobre 1972 l’accordo di pace sembrò imminente, Kissinger parlò di “pace a portata di mano” e queste notizie confortanti contribuirono alla schiacciante vittoria elettorale del repubblicano pacifista Nixon nelle elezioni presidenziali del novembre 1972 contro il candidato democratico George McGovern. In realtà la situazione si complicò nuovamente alla fine dell’anno: i colloqui furono interrotti di nuovo a causa dell’intransigenza di Le Duc Tho e anche dell’ostruzionismo di Van Thieu. Nel tentativo di sbloccare drammaticamente la situazione, di dare un’ultima dimostrazione di forza militare e di rafforzare psicologicamente il regime di Saigon, Nixon decise il 18 dicembre 1972 di sferrare nuovi duri bombardamenti sul Vietnam del Nord con l’impiego in massa dei B-52 nella “Operazione Linebacker II”. I bombardamenti di Natale durarono undici giorni soprattutto su Hanoi e Haiphong. Apparentemente indussero il Vietnam del Nord a ritornare al tavolo dei negoziati per accettare il compromesso. A gennaio 1973 l’accordo era ormai in vista, i bombardamenti erano stati interrotti il 30 dicembre 1972 e i soldati statunitensi ancora presenti in Vietnam erano scesi a meno di 50.000 uomini. “Abbiamo finalmente raggiunto la pace con onore” – dichiarò Nixon dopo la firma degli accordi di pace di Parigi, il 27 gennaio 1973, che posero ufficialmente termine all’intervento statunitense nel conflitto del Vietnam. Il primo prigioniero di guerra statunitense venne rilasciato l’11 febbraio e il ritiro totale americano venne completato entro il 29 marzo 1973. Il MACV, comandato dal 1972 dal generale Frederick Weyand, venne sciolto e sostituto con un modesto ufficio dipendente dall’ambasciata americana a Saigon. Al contrario, secondo gli accordi, le forze dell’esercito nordvietnamita già presenti in Vietnam del Sud poterono rimanere sul campo, inserendo in questo modo un elemento di debolezza e di fragilità strutturale nelle possibilità concrete di sopravvivenza del regime filo-americano di Van Thieu. Il pacifista Nixon, in realtà, aveva assicurato ripetutamente il massiccio sostegno militare a Saigon in caso di una rottura degli accordi e di una nuova aggressione delle forze comuniste, ma poi concretamente le circostanze della politica statunitense vanificarono qualsiasi promessa ed influirono sugli sviluppi finali della guerra del Vietnam. In primo luogo il Congresso votò contro ogni ulteriore sovvenzionamento dell’azione militare nella regione e a favore di una limitazione dei poteri del Presidente di intraprendere avventure militari all’estero; in secondo luogo, Nixon stava ormai lottando disperatamente per la sua sopravvivenza politica e morale, di fronte al continuo aggravarsi del mediatico “scandalo Watergate” cucinato a puntino dagli oppositori democratici. Di conseguenza il sostegno statunitense e i promessi aiuti ai sudvietnamiti non si materializzarono mai, se non in piccola parte, cosicché il governo di Saigon, sempre più fragile e instabile, venne progressivamente abbandonato al suo destino. Anche se limitati aiuti economici continuarono ad arrivare dai generosi Usa, la maggior parte venne dissipata da elementi corrotti del governo sudvietnamita, e poco venne effettivamente impiegato per rafforzare il dispositivo militare del Vietnam del Sud. Il Congresso statunitense votò alla fine un taglio totale di tutti gli aiuti a partire dall’inizio dell’anno fiscale 1975-76, cioè il 1º luglio 1975. Allo stesso tempo gli aiuti militari al Vietnam del Nord da parte di Unione Sovietica e Cina furono invece incrementati, di fronte all’indebolimento politico di Nixon e agli sviluppi della situazione complessiva ormai chiaramente favorevoli alle forze comuniste. All’inizio del 1975 il Vietnam del Nord, dopo alcune discussioni tra i vari dirigenti politico-militari sui tempi e la modalità dell’attacco finale, e su sollecitazione soprattutto del comandante Tran Van Tra, scatenò l’offensiva decisiva venendo meno agli accordi di Parigi e invase il Sud con la “campagna di Ho Chi Minh”. L’esercito sudvietnamita si disgregò e, nonostante un’ultima coraggiosa resistenza a Xuan Loc, crollò di fronte alle preponderanti forze nordvietnamite comandante dal generale Van Tien Dung. Dopo un’avanzata trionfale e scarsamente contrastata, l’esercito nordvietnamita circondò la capitale con un imponente schieramento di forze ed entrò a Saigon il 30 aprile 1975. I soldati di Hanoi issarono la bandiera Viet Cong sul famoso Palazzo presidenziale nel centro cittadino, definito dalla propaganda comunista per tanti anni “Palazzo del presidente-fantoccio”, attualmente denominato “Palazzo della riunificazione”, famoso per il suo bunker. Il personale statunitense ancora presente nella capitale venne evacuato con una disperata operazione di salvataggio con elicotteri. In precedenza il nuovo presidente degli Usa, Gerald Ford, aveva pubblicamente dichiarato il disinteresse statunitense per le nuove e drammatiche vicende belliche. La guerra del Vietnam si concluse con la vittoria totale delle forze comuniste in tutta la regione indocinese e con il completo fallimento politico-militare americano sul campo. Il Vietnam del Sud fu annesso al Vietnam del Nord il 2 luglio 1976, per formare la Repubblica Socialista del Vietnam. Saigon venne ribattezzata Ho Chi Minh, in onore dell’ex Presidente nordvietnamita. Centinaia di sostenitori del governo sudvietnamita vennero arrestati e giustiziati. Si stima che almeno un milione di vietnamiti vennero spediti in campi di “rieducazione” dove trovarono la morte oltre 165.000 persone. Altre migliaia furono abusate, torturate e brutalmente uccise. Negli anni seguenti più di due milioni di vietnamiti cercarono di abbandonare il paese via mare su imbarcazioni di fortuna e durante la fuga trovarono la morte un gran numero di persone con stime che vanno dalle 30.000 alle 250.000. Il 21 gennaio 1977 il nuovo presidente statunitense Jimmy Carter, continuando la sua politica di riconciliazione nazionale, “graziò” praticamente tutti i cittadini americani che si erano sottratti alla coscrizione per la guerra del Vietnam. Stimare il numero di vittime del conflitto è estremamente difficile. Le registrazioni ufficiali sono difficili da reperire o inesistenti, e molti degli uccisi vennero letteralmente disintegrati dai bombardamenti. Per molti anni i nordvietnamiti nascosero il vero numero delle loro perdite per motivi di propaganda. È peraltro difficile dire chi vada contato come “vittima” della guerra del Vietnam, dato che ancora oggi si verificano tragici incidenti a causa degli innumerevoli ordigni inesplosi, in particolare dalle bombe a grappolo e dalle mine. Gli effetti sull’ambiente prodotti dagli agenti chimici tossici (Agente Arancio) e i colossali problemi sociali causati da una nazione devastata, hanno sicuramente prodotto la perdita di ulteriori vite. Gli spietati Khmer Rossi non avrebbero forse preso il potere e commesso i loro massacri, uccidendo oltre 2 milioni di persone, se non ci fosse stata la destabilizzazione causata dalla guerra del Vietnam, in particolare dalle campagne di bombardamenti sulla Cambogia. La più bassa stima delle vittime, basata su dichiarazioni nordvietnamite che vengono ora scartate dal Vietnam stesso, è di circa 1,5 milioni di vietnamiti uccisi. Il Vietnam ha rilasciato delle cifre, il 3 aprile 1995, che parlano di un milione di combattenti vietnamiti e 4 milioni di civili uccisi durante la guerra. Da parte degli americani, 58.226 vennero uccisi in azione o classificati come dispersi in combattimento. Altri 303.704 soldati vennero feriti. L’esercito degli Stati Uniti ebbe la maggior parte delle perdite, con 38.216 morti. Il Corpo dei Marines soffrì 14.840 morti, la Marina 2.556 morti e l’Aviazione subì le perdite percentualmente più basse, con 2.585 morti, tra le più alte nel novero degli ufficiali in grado uccisi. Anche gli alleati degli Stati Uniti subirono perdite. La Corea del Sud perse quasi 5.000 uomini con 10.000 feriti. L’Australia perse quasi 500 uomini ed ebbe 2.400 feriti su un totale di 47.000 soldati dispiegati in Vietnam. La Nuova Zelanda ebbe 38 morti e 187 feriti, la Thailandia ebbe 351 vittime. Anche se il Canada non fu coinvolto ufficialmente nella guerra, decine di migliaia di canadesi si arruolarono nell’esercito statunitense e prestarono servizio in Vietnam. Così tra i caduti statunitensi ci sono almeno 56 cittadini canadesi. Sia durante sia dopo la guerra si ebbero significative violazioni dei diritti umani che continuano ancora oggi. Sia i nord che i sudvietnamiti detenevano molti prigionieri politici, molti dei quali vennero uccisi o torturati. Dopo la guerra le azioni intraprese dai vincitori in Vietnam, compresi i sommari plotoni d’esecuzione e i campi di concentramento e “rieducazione”, sconosciuti ai “pacifisti” occidentali ed agli studenti sessantottini di destra e di sinistra, portarono all’esodo di centinaia di migliaia di vietnamiti. Molti di questi rifugiati scapparono con le barche, facendo nascere la categoria sociale “boat people”. Queste persone emigrarono verso Hong Kong, Francia, Stati Uniti, Canada e altre nazioni europee creando comunità di espatriati di dimensioni considerevoli, soprattutto negli Usa. Tra le molte vittime della guerra ci furono anche le persone che vivevano nella confinante Cambogia. I famigerati Khmer Rossi, nazionalisti e comunisti, presero il potere in conseguenza della guerra e continuarono a massacrare i loro oppositori reali o presunti. Oltre 2 milioni di cambogiani vennero assassinati o caddero vittime dell’inedia e delle malattie, prima che il regime venisse rovesciato dalle forze vietnamite nel 1979. Molti effetti dell’animosità e del rancore generati durante la guerra del Vietnam, sono sentiti ancora oggi tra coloro che vissero in quell’epoca tragica per la storia degli Stati Uniti e dell’Indocina. Globalmente il costo diretto della guerra, secondo un calcolo ufficiale, ammontò a 165 miliardi di dollari. Sono stati erogati anche aiuti economici per i rifugiati vietnamiti, i figli dei soldati statunitensi nati in Vietnam e i colpiti dall’Agente Orange. Chi risarcisce i danni di guerra ai contadini cambogiani, laotiani e vietnamiti? La guerra del Vietnam ebbe molte importanti ripercussioni a lungo termine sulla società statunitense, sulla sua politica estera e sugli equilibri geopolitici mondiali. Fu la prima significativa sconfitta militare degli Stati Uniti, le cui cause vanno ricercate principalmente nella capacità di resistere alla formidabile pressione militare statunitense da parte della dirigenza e della popolazione del Vietnam; nella combattività e solidità dei Viet Cong e dei soldati regolari nordvietnamiti, in grado di infliggere continue e crescenti perdite al nemico; nel fallimento dei piani di pacificazione e sviluppo economico nel Vietnam del Sud, come conseguenza dell’inefficienza e della corruzione nella dirigenza politica filo-statunitense; nell’abile uso, da parte della dirigenza nordvietnamita, del nazionalismo per sostenere il morale e continuare una guerra che poteva apparire senza fine e persa in partenza contro una grande potenza straniera; nelle ripercussioni interne alla società americana provocate dal falso ottimismo di generali e politici, dalle ingenti perdite e dalle incerte prospettive della lotta; negli errori di strategia e di tattica dei comandi militari Usa, in parte conseguenza anche di esigenze di politica nazionale e internazionale. Naturalmente l’esito del conflitto fu di grave danno per la reputazione militare degli Stati Uniti come prima superpotenza mondiale praticamente invincibile. Le massicce perdite americane, la mancanza di una vittoria decisiva e un’efficace propaganda disfattista da parte di contestatori politicizzati, crearono anche una grande opposizione dell’opinione pubblica nei confronti dell’interventismo armato per contenere l’espansionismo sovietico-comunista. Sul piano politico l’insufficiente pianificazione della guerra, la confusione delle direttive e della catena di comando e l’assegno in bianco fornito con facilità dal potere legislativo al potere esecutivo presidenziale, portarono il Congresso a rivedere per sempre il modo in cui gli Stati Uniti possono dichiarare guerra. A causa degli sviluppi del conflitto nel Vietnam, il Congresso promulgò la “Risoluzione sui poteri di guerra” del 7 novembre 1973 che ridusse la capacità esecutiva del Presidente di impegnare truppe in azione senza aver prima ottenuto l’approvazione del Congresso. Dal punto di vista sociale, la guerra fu un periodo decisivo per molti giovani statunitensi come Steve Jobs, il cofondatore della Apple. Per i dimostranti così come per i soldati, la guerra creò molte opinioni radicate e spesso negative riguardo alla politica estera adottata dal governo e alla moralità della guerra. La guerra del Vietnam fu significativa anche nel mostrare che l’opinione pubblica, se correttamente informata, può influenzare la politica del governo attraverso la mobilitazione e la protesta. Un’altra importante conseguenza della guerra del Vietnam fu l’abolizione della leva obbligatoria negli Usa dal 1973. Il conflitto e le sue conseguenze portarono a una massiccia emigrazione dal Vietnam verso gli Stati Uniti e l’Europa. Questa comprendeva sia i figli di soldati americani e giovani donne sudvietnamite, sia i rifugiati vietnamiti, che fuggirono subito dopo la presa del potere da parte dei comunisti. Durante il 1974 più di un milione di vietnamiti arrivò negli Stati Uniti. Nel 1982 ebbe inizio la costruzione del Memoriale dei Veterani del Vietnam, conosciuto anche come “Il Muro”), situato al Mall di Washington DC, la capitale degli Usa, adiacente al Lincoln Memorial. Si tratta di una lastra di pietra nera lucida parzialmente interrata su un pendio su cui sono incisi i nomi di tutti i caduti della guerra. Semplice e austera, simboleggia la tragedia del Vietnam e di tutte le guerre. Non solo. L’aver prestato servizio nella guerra, anche se inizialmente impopolare, divenne presto fonte di rispetto, anche se il conflitto in sé rimane oggetto di una ampia variabilità di opinioni. Aver prestato servizio divenne importante per l’elezione di molti politici statunitensi, come il senatore John McCain, un ex prigioniero di guerra del Vietnam. Il fatto che i presidenti Bill Clinton e George W. Bush abbiano evitato il servizio militare in Vietnam fu fonte di controversia durante le loro rispettive campagne elettorali ma non compromise la loro elezione. Dopo essere entrato in carica, il presidente Bill Clinton annunciò il desiderio di normalizzare le relazioni con il Vietnam. La sua amministrazione tolse le sanzioni economiche alla nazione del Vietnam riunificata nel 1994 e nel maggio 1995 i due Stati rinnovarono le relazioni diplomatiche, con gli Stati Uniti che aprirono un’ambasciata sul suolo vietnamita per la prima volta dal 1975. Da allora le relazioni diplomatiche e le collaborazioni economiche, industriali, culturali, si stanno espandendo, coinvolgendo tutte le nazioni della Terra. I primi “nuovi” iPad 3 della Apple nel marzo 2012 furono svelati al mondo proprio dai giovani vietnamiti che inondarono il “web” di video e foto. La scienza e la tecnologia sono di casa nel Vietnam del XXI Secolo. E le libertà fondamentali? La cinematografia americana ha raccontato la guerra del Vietnam da numerosi punti di vista senza peraltro esaurire l’argomento. “Full Metal Jacket”, il famoso film del 1987 diretto da Stanley Kukrick, è ispirato al romanzo “Nato per uccidere” di Gustav Hasford (dall’originale “The Short-timers”). Frutto della collaborazione di ex-Marine corrispondente di guerra, con il titolo liberamente ispirato alla guaina di rame con cui sono blindati i proiettili citati da uno dei protagonisti della storia, il film racconta l’odio tra gli uomini e il disprezzo della vita che lega tra di loro i personaggi. Il messaggio focale è che la guerra genera solamente assuefazione alla morte e disumanizzazione totale negli individui suoi protagonisti. Solo chi riesce a conservare la propria personalità e a non farsi omologare dall’assurda mentalità retorica inculcata dall’ambiente militare, riuscirà a conservare la propria sanità mentale e a non soccombere agli eventi che precipitano nel sanguinoso finale. Il film esprime anche la profonda fascinazione che l’uomo prova per la guerra vista come terribile “avventura senza ritorno” (Beato Giovanni Paolo II), la violenza, il sangue, la perdita di identità personale del singolo all’interno della squadra e della macchina bellica, e per il militarismo in genere. Il film è diviso in due parti distinte: l’addestramento militare delle reclute ed i Marine in guerra. La locazione temporale è tra la fine del 1967 e gli inizi del 1968. Nel campo di addestramento dei Marines a Parris Island, nella Carolina del Sud (Usa), i diciassette giovani coscritti per la guerra del Vietnam vengono addestrati duramente dopo essere stati rasati a zero. Il severissimo sergente istruttore Hartman, icona dell’autorità militare, tratta le reclute come animali con l’obiettivo di trasformarli in perfetti strumenti di morte, obbligandoli ad amare visceralmente il proprio fucile secondo i dettami del “credo del fuciliere”, ed appellandoli con soprannomi ignobili. Protagonisti principali sono il brillante e sagace “Joker” ed il goffo “Palla di lardo”, dapprima totalmente incapace di imparare la disciplina militare, per poi trasformarsi inaspettatamente in una valida recluta ed ottimo tiratore scelto, a costo di una lunga serie di punizioni, insulti e violenze da parte del sergente e dei commilitoni di camerata. Il sempliciotto “Palla di Lardo” non è il solo ad intuire l’assurdità della situazione e, mentre gli altri “camerati” sono terrorizzati e affascinati dagli sproloqui di Hartman, è l’unico a non poter fare a meno di sorridere, suscitando l’ira del sergente che non può tollerare la mancanza di fanatismo e l’ironia. La recluta infine si rende conto di aver superato l’addestramento ma a scapito del suo equilibrio mentale. Poco prima di partire per il fronte, “Palla di Lardo” viene sorpreso da Joker, mentre è di piantone notturno quell’ultima notte, nei bagni della compagnia, con imbracciato il suo inseparabile fucile d’assalto M14 caricato con pallottole FMJ, ossia Full Metal Jacket, da cui il titolo del film. Il sergente, svegliato da “Palla di Lardo” che recita ad alta voce il “credo del fuciliere” e benché avvertito del pericolo da Joker, lo insulta per l’ultima volta ricevendo un colpo diretto al cuore. “Palla di Lardo”, resosi conto di essere diventato un assassino, si suicida con la stessa arma sparandosi in bocca, sotto gli occhi attoniti di Joker. Improvvisamente veniamo tutti trasferiti con Joker in Vietnam a Da Nang. Impiegato come giornalista per la rivista militare “Stars and Stripes”, Joker viene assegnato ad un reparto di fanteria “per raccomandati”. Stanco della monotonia delle retrovie e del peso della censura delle notizie, si fa spedire al fronte di Hué dopo la decisiva offensiva del Têt dei nord-vietnamiti, che ha interessato anche la base dov’è dislocato. Assieme al fotografo “Rafterman”, bramoso di emozioni belliche, si unirà ad una squadra ritrovando il suo migliore amico “Cowboy”, conosciuto ai tempi del corso di addestramento, e facendo la conoscenza di altri Marines, tutti condizionati e trasformati dagli orrori della guerra. Nel drammatico finale, “Cowboy” ed altri verranno trucidati dai colpi di un cecchino che, a sua volta ferito dai militari americani, si rivela essere una giovanissima ragazza vietnamita. Svanito ogni sentimento di vendetta per i compagni uccisi, con il solo desiderio di non farla soffrire, Joker le darà il colpo di grazia alla testa, facendo di lei la sua “prima vittima accertata” e guadagnandosi il rispetto degli altri Marines. Il film termina con i militari che camminano di notte nella città in fiamme cantando la “Marcia di Topolino”. Il film uscì nelle sale cinematografiche italiane il 6 luglio 1987 e in tre mesi incassò otto miliardi di lire, piazzandosi poi al quarto posto tra le pellicole più viste dell’anno. Il film era uscito negli Stati Uniti il 26 giugno 1987, ad appena un anno di distanza dal pluripremiato “Platoon” di Oliver Stone. Full Metal Jacket, rispetto ai precedenti film di guerra, e in modo particolare rispetto a tutti quelli sul coinvolgimento americano in Vietnam, è un film sulla psicologia della follia, sulla psicoticità della natura umana, ed è, in rapporto al modo ormai consolidato di fare cinema da parte di Kubrick, contrassegnato da quel “gusto per la sorpresa e per il cambiamento” in cui Michel Ciment ravvisa “uno dei segni della sua modernità”. Dunque, un’opera in cui la familiarità dello spettatore con la tipologia cui esso dovrebbe appartenere, viene mantenuta e tradita nel medesimo tempo. Il Vietnam è qui un referente del tutto elusivo, privo di un qualsivoglia spessore simbolico, mentre il linguaggio totalmente anti-retorico che infarcisce l’opera impedisce alla guerra di elevarsi a metafora e la fa invece ricadere su sé stessa, esponendo agli spettatori il suo lato più feroce, insensato e soprattutto realistico ed assurdo. “We Were Soldiers – Fino all’ultimo uomo” è un altro sulla guerra del Vietnam, diretto nel 2002 da Randall Wallace. Si ispira alla Battaglia di Ia Drang tra le forze americane e l’esercito popolare vietnamita. È basato sul libro “We Were Soldiers Once … And Young” del colonnello Hal G. Moore e del reporter Joseph L. Galloway, i quali, entrambi, presero parte alla battaglia. Il comandante del 1º Battaglione del 7º Reggimento Cavalleria, 1ª Divisione Cavalleria (Aeromobile), Hal G. Moore (Mel Gibson), è un ufficiale di lunga esperienza militare che, con le sue truppe, si accinge a combattere per la prima volta in Vietnam. Il film illustra dapprima l’addestramento dei soldati e poi il trasferimento sul teatro operativo, in particolare nella valle del fiume in secca Ia Drang. Nel famoso discorso al suo Battaglione prima di partire per il Vietnam, il colonnello Moore dichiara:“Non posso garantirvi che vi porterò tutti vivi a casa, ma una cosa vi giuro: io sarò il primo a scendere sul campo di battaglia e sarò l’ultimo ad abbandonarlo. Non mi lascerò nessuno di voi alle spalle. Vivi o morti vi giuro, tornerete tutti a casa. Che Dio mi aiuti”. Durante l’ultima notte trascorsa a Fort Benning, dove gli ufficiali si sono trasferiti con le proprie famiglie prima della partenza, viene celebrata una festa a cui partecipano i vertici militari. Moore scopre da un suo superiore che la sua unità è stata rinominata 1º Battaglione del 7º Reggimento Cavalleria, il medesimo del Generale Custer che era stato massacrato a Little Big Horn; e che, poiché il presidente Lyndon B. Johnson non aveva dichiarato lo stato d’emergenza nazionale, il suo Battaglione sarebbe stato ridotto dei suoi soldati più anziani e meglio addestrati, il 25% dell’organico. Anche qui veniamo tutti trasferiti in Vietnam. L’azione passa alla battaglia e mostra con cura l’organizzazione delle forze vietnamite (rendendo loro uno storico “omaggio”) e il loro capo che, dall’interno un bunker sotterraneo, impartisce gli ordini e coordina i movimenti della sua divisione di circa 4.000 uomini. La fine delle ostilità, durate tre giorni, sembrerebbe suggerire che gli Stati Uniti abbiano vinto la battaglia. In realtà non fu cosi, poiché nessuna delle due parti raggiunse pienamente il proprio obiettivo e gli scontri si conclusero sostanzialmente con una situazione di stallo. Le inquadrature enfatizzano notevolmente la scena finale della battaglia, dove il colonnello Moore, come aveva promesso, oltre ad essere stato il primo a scendere dall’elicottero prima della battaglia, è l’ultimo a salire a bordo per rientro, una volta assicuratosi che tutti i suoi soldati, vivi o morti, siano sugli elicotteri per tornare a casa. Il ruolo di narratore, oltre che di protagonista in alcune fasi dell’azione, è svolto da un giovane, Joe Galloway (Barry Pepper), discendente da una famiglia con tradizione militare, il quale decide di capire e spiegare la guerra del Vietnam, recandovisi come inviato di guerra. Alla fine del film proprio lui evita le domande dei suoi colleghi giornalisti, giunti soltanto al termine la battaglia, e quindi non testimoni, come lui, degli atroci combattimenti. La celebre colonna sonora di alcune scene di battaglia è la “Sgt. MacKenzie”. Nel libro del colonnello Moore e del reporter Galloway, tuttavia, non c’è traccia della sequenza dell’assalto dell’esercito americano alla montagna presidiata dalle truppe vietnamite, enfatizzata con la grande strage operata dagli elicotteristi e dalla scena del sergente Savage che recupera la tromba che fu del soldato francese caduto nell’imboscata vietnamita ad inizio film, e che appare come finzione cinematografica. Non si menziona, inoltre, la disastrosa ritirata dei soldati Usa da “X-Ray” che non fu semplice e condusse alla strage della Battaglia della Landing Zone Albany, che costò il quasi totale annientamento del Battaglione. Per capire la guerra del Vietnam, il cinema non basta. Oltre alla biografia di Henry Kissinger curata da Walter Isaacson, consigliamo la lettura del libro “Niente e così sia” di Oriana Fallaci, pubblicato nel 1969 da Rizzoli, nel 1997 dalla BUR nell’edizione oro e tradotto molti Paesi. “Questo realismo romanzato, il continuo intercalare tra cronaca e autobiografia, fornisce al testo il filo rosso e la forza di un grande libro”- scrive Lorenzo Cremonesi nella Prefazione. Inviata de “L’Europeo” in Vietnam nel 1967, la grande scrittrice Oriana Fallaci testimonia il suo primo anno al fronte condannando la guerra, nella speranza di capire il vero significato della vita e della morte. Le riflessioni della Fallaci prendono spunto in questo libro da un’innocente domanda della sorellina Elisabetta:“La vita, cos’è?”. È il novembre del 1968 alla vigilia della partenza. E questo interrogativo accompagna Oriana Fallaci durante il lungo viaggio verso il Vietnam. All’arrivo a Saigon l’atmosfera è sospesa, surreale. Del conflitto si sentono soltanto vaghi echi lontani e più che in un Paese in piena guerra sembra di trovarsi in un Paese che dalla guerra è appena uscito. L’Agence France Press di François Pelou sembra l’unico tramite tra quel microcosmo protetto e il resto del Vietnam. Per quanto confuse, le notizie arrivano da ogni capo del Paese, e per la Fallaci e Moroldo, fotografo e compagno di viaggio, la guerra comincia da Dak To. Bombardamenti, imboscate, attacchi incrociati ma soprattutto tanta paura. Paura di morire, di sbagliare anche una sola minuscola mossa, che il “nemico” sia più rapido o più lucido nel momento della verità. “Chi dice di non avere paura alla guerra è un cretino o un bugiardo” – dichiara la Fallaci in un incontro-intervista con Lucia Annunziata e Carlo Rossella pubblicato nel 2002 su Panorama. “Guarda, alla guerra si ha sempre paura. Qualsiasi militare, di qualsiasi razza o nazione, te lo dirà”. Ma proprio in Vietnam la Fallaci comincia “ad amare il miracolo d’essere nata”. Testimone di scontri atroci e di una violenza che spesso travalica ogni limite etico, la Fallaci dà vita a un reportage straordinario che tra le sue mani, giorno dopo giorno, si trasforma in un vero e proprio romanzo. Nel quale, oltre al resoconto dei fatti, la Fallaci propone un’analisi dell’animo umano, unendo il suo punto di vista alla pluralità di esperienze che i soldati degli opposti schieramenti le riferiscono nel corso di semplici chiacchierate o attraverso documenti preziosissimi, come lo straziante diario di un Vietcong. Il Vietnam, Dak To, Saigon, americani e vietcong diventano una parte di sé dalla quale non può più prescindere. La Fallaci sarà costretta a lasciare il Vietnam il 19 dicembre, ma “approfittando” dell’offensiva del Tet vi farà ritorno dopo neanche due mesi passati a New York. La guerra l’ha stregata, il mondo le appare vuoto e noioso, e il desiderio di capire gli uomini, partendo dal pascaliano “l’uomo non è né angelo né bestia, è angelo ed è bestia”, la riporterà a quella prima linea, alla sfida cui non rinuncerà per l’intera vita. Solo dopo tantissimi anni svelerà il motivo reale di quel ritorno, della necessità viscerale di partecipare in prima persona alla “più bestiale prova di idiozia della razza terrestre. Impegnata com’ero a condannare la guerra, della guerra io ho sempre raccontato gli orrori e basta. Non ho mai avuto la forza di confessare il fascino oscuro, la seduzione perversa, che essa esercita. Una seduzione, Dio mi perdoni, che nasce dalla sua vitalità. La vitalità di quella sfida, appunto. Io non mi sono mai sentita così viva come quando, vinta la sfida con me stessa, viva sono uscita da un combattimento anzi da una guerra”. Tra battaglie, offensive, carestie e guerriglia urbana “Niente e così sia” non è solo la testimonianza di un anno passato in Vietnam. Raccontandoci cosa successe a cavallo tra il 1967 e il 1968, in quello scontro che vide protagonisti gli Stati Uniti, Oriana Fallaci insegue anche una risposta intorno al significato della vita. L’autrice si avvicina alla guerra come un medico affronta una malattia. L’interesse, il fascino guidano lo studio di un fenomeno del quale si conosce l’inevitabilità, ma che si cerca di sconfiggere, il desiderio di sezionare in tanti piccoli pezzetti un pericolo mortale per conoscerlo in ogni sua minima sfumatura e sapere meglio come evitarlo. La guerra, vista da lontano, appare solo come un incubo. Si stenta a credere che possano esistere veramente simili massacre, come quelli in atto in Siria ed altrove. Forse neppure si riesce a immaginarli, ma ci sono. È solo la lontananza che la rende accettabile. Per questo, prima nemica della Pace vera è l’ignoranza intorno a ciò che veramente accada in un campo di battaglia, dove anche la vita di schiere di ragazzi perde il suo valore e la sacralità che tutti noi le riconosciamo a parole. C’è qualcosa che stride. È certamente folle un mondo nel quale, nello stesso momento, in un luogo decine di persone si affannano ad estrarre dalle macerie di un terremoto, i cui effetti sono frutto della violenza politica e non della “terra matrigna”, una donna carica d’anni per donarle qualche settimana ed ora in più di vita; e in un altro posto contemporaneamente, a centinaia, a migliaia, dei giovani muoiono dissanguati, mutilati da orrende ferite, stesi nel fango senza che nessuno si curi di loro. C’è chi passa una vita di studi per capire come andare sulle altre stelle e c’è che si affanna nell’inventare una pallottola all’uranio impoverito che vaporizzi meglio la carne del nemico. E con un tacito grido la Fallaci fa emergere dalle sue pagine l’interrogativo: perché dobbiamo sprecare tante energie per ucciderci? Perché c’è chi continua a produrre armi? Domande che solo in apparenza sembrano banali, inutili e retoriche. Ma, insegna la Fallaci, se si è stati testimoni della brutalità di un fronte, tali interrogativi riacquistano tutta la loro forza. L’incomprensibilità è l’amara conclusione che si viene defilando tra le pagine: è sempre stato così. Da millenni le guerre straziano le popolazioni. Schiere infinite di ragazzi si sono maciullate in interminabili trincee spesso senza nemmeno sapere il perché. Un amore, una famiglia li aspettavano a casa. Una vita da riempire spezzata nell’indifferenza generale che uccide più delle pallottole nucleari. Cercando il significato della vita, solo questo si può dire: essa è un guscio, una scatola vuota che a noi tocca riempire nel modo migliore. E se questo significasse combattere per quello in cui si crede, come evitarlo? È l’uomo che, per essere tale, non può che cercare continuamente di superare se stesso e gli altri scatenando conflitti per la sua sete di potere. Un morto in una guerra è, così, come Gesù. Un innocente che muore per gli errori di tutta l’umanità. Ma non sarà così per sempre. Cercare la “religione” dell’uomo, mettere l’uomo al posto di Dio per giudicarlo, salvarlo e compatirlo su questa terra e non nel Regno dei Cieli? Non si può “sperare” in così tanto dopo aver visto che si è pronti a trasformare i propri simili in bestie da macello! Eppure, prima di avere gli occhi pieni di orrori, rincorrere il sogno di un simile “credo” anti-cattolico pare ancora oggi essere la soluzione dei nostri mali. “Io volevo soltanto raccontare la guerra a chi non la conosce” – scrive la Fallaci. Il fascino dell’esasperazione, l’aprire campi inesplorati, gli eroismi, scoprire se stessi esplorando i propri limiti: essere in un conflitto porta a tutto questo. E se la risposta data su cosa sia la vita può essere insoddisfacente, al termine della lettura resta un senso di nausea verso qualunque tipo di violenza e l’amara consapevolezza che il Vietnam è oggi in tutto il mondo una guerra che finisce solo per ricominciare dopo qualche tempo da un’altra parte. Per soddisfare la voglia di sangue di qualcun altro, forse di chi “domina” per davvero l’umanità. Dietro il pessimismo di una storia fatta solo dagli assassini, c’è l’obbligo per tutti noi di attraversare il palcoscenico della vita nel migliore modo possibile, cercando di (far) capire la verità. Oggi il Vietnam è una terra fertile per la Chiesa Apostolica Romana e per la Compagnia di Gesù. Come l’Agenzia Fides apprende dai Gesuiti in Vietnam, negli ultimi anni le vocazioni della congregazione fondata da Sant’Ignazio si sono moltiplicate e preannunciano un futuro roseo per la Compagnia di Gesù nel paese asiatico. Il fulcro della formazione dei Gesuiti è lo “Scolasticato San Giuseppe” a Ho Chi Minh City, istituto che oggi accoglie 54 studenti, ma che può contare già su oltre 100 nuovi candidati. In anni di studio e di discernimento spirituale, molti proseguono e concludono con buon esito il cammino formativo, teologico, liturgico e pastorale. Sono giovani vietnamiti che vengo formati a operare nel paese ma che si recano anche all’estero come missionari “ad gentes”. Il Seminario si avvale anche di professori Gesuiti che, di tanto in tanto, vengono dall’Europa tenendo corsi di filosofia o teologia. I Gesuiti sono giunti in Vietnam nel 1615 e per 150 anni hanno contribuito in modo determinante a far radicare la Chiesa cattolica nel paese. Nel 1773 la loro opera si è interrotta, per riprendere nel 1957. I religiosi istituirono il Pontificio Collegio a Dalat, che in diversi decenni ha formato sacerdoti e dato 14 Vescovi, in diversi paesi dell’Asia orientale. Nel 1975, con l’avvento del regime comunista, molti religiosi furono costretti ad abbandonare il paese: rimasero solo una trentina di Gesuiti fra preti, fratelli e studenti. L’attività pastorale è ripresa gradualmente finché, nel 2007, è stata ufficialmente costituita dalla Compagnia di Gesù la Provincia dei Gesuiti in Vietnam. Da allora la fioritura vocazionale è stata costante: nel 2010 i religiosi erano 45 (23 i fratelli, 22 i novizi), impegnati in attività pastorali, sociali e di studio, mentre molti giovani continuano a chiedere, ogni anno, di unirsi ala congregazione. Le libertà fondamentali, purtroppo, sono ancora un sogno nel paese asiatico. Condannati al carcere per “propaganda contro lo Stato”. È la sorte di quattro studenti cattolici, processati da un tribunale di Hanoi per un reato che il Codice Penale punisce con pene detentive fra i 3 e i 20 anni. I giovani, tutti fra i 23 e i 25 anni, provengono dalla piccola comunità cattolica nella provincia di Nghe An ed erano stati arrestati lo scorso anno con l’accusa di essere dei “sovversivi”, per aver distribuito volantini contro il regime comunista. Tali volantini, riferisce una fonte dell’Agenzia Fides, promuovevano la libertà di religione e di espressione, la lotta all’aborto, la donazione di sangue, gli aiuti a orfani e vittime di catastrofi naturali. Dopo un’udienza di mezza giornata, il tribunale ha inflitto pene detentive di tre anni e sei mesi a D.V.D., tre anni e tre mesi a T.H.D. e tre anni a C.M.S., disponendo inoltre per loro gli arresti domiciliari per i successivi 18 mesi. Al quarto imputato, H.P., è stata comminata una pena detentiva di 18 mesi, poi sospesa. Un ampio schieramento di poliziotti armati ha presidiato l’ingresso al tribunale, dove si sono assiepati centinaia di sostenitori, in maggioranza cattolici, che dimostravano solidarietà ai quattro accusati. Associazioni locali e Ong internazionali come Human Rights Watch, hanno condannato il processo ad attivisti, mandati in carcere “solo per aver espresso le proprie idee”. Secondo il Rapporto annuale 2012 di Amnesty International, in Vietnam, proseguono gravi restrizioni alla libertà di espressione e di associazione. Gli individui più a rischio, denuncia Amnesty, sono gli attivisti pro-democrazia, quanti promuovono riforme sui diritti del lavoro e domandano diritti delle minoranze etniche e religiose. Per accusarli, e per scoraggiare il pacifico dissenso, le autorità usano, in particolare, l’articolo 79 del Codice penale (“sovversione dello stato”) e l’articolo 88 (“propaganda contro lo stato”). Nel 2011 hanno avuto luogo nove processi, per circa 20 dissidenti, e 18 uomini sono stati arrestati, fra i quali 13 attivisti cattolici. “È la fede in Cristo la speranza per le nuove generazioni dei giovani vietnamiti: quei giovani che guardano all’economia di mercato, al consumismo, alla civiltà dell’immagine cercando nuove risposte per la loro sete di verità e di nuovi modelli di vita”. Lo afferma, in una intervista all’Agenzia Fides, il teologo p. Joseph Do Manh Hung, Vicerettore del Seminario maggiore di Ho Chi Minh City e Segretario della Commissione per il Clero, nella Conferenza Episcopale del Vietnam. Il Segretario guarda con fiducia al futuro della comunità cristiana in Vietnam, notando da un lato “i segnali di apertura del governo” e, dall’altro, il fiorire delle vocazioni (oltre 1.500 seminaristi) e gli 80mila giovani laici impegnanti nella pastorale. Quali sono le prospettive e le speranze per i cristiani in Vietnam? “Le speranze per la fede cristiana si fondano soprattutto sui giovani. La Chiesa in Vietnam, su una popolazione di 87 milioni di persone, conta 7 milioni di fedeli. E i giovani ne sono larga parte. In 7 seminari maggiori (2 al nord, 2 al centro e 3 al sud) abbiamo oltre 1.500 seminaristi, e questa fioritura di vocazioni è per noi una iniezione di fiducia. La fede si fortifica ma, allo stesso tempo, c’è la sfida rappresentata dall’apertura all’economia di mercato, dal consumismo, dalla civiltà dell’immagine. Questa sfida tocca soprattutto i giovani, inclusi i seminaristi e i futuri sacerdoti che hanno bisogno di una adeguata formazione. Quest’opera di formazione passa attraverso l’uso e lo sviluppo di tecniche moderne”. Come procede l’evangelizzazione? “Per l’evangelizzazione ci sono ancora dei limiti, ma è in corso nella Chiesa un’attenta riflessione su come portarla avanti, soprattutto nell’ambito della formazione dei preti e dei laici, perché tutti i fedeli maturino una coscienza realmente missionaria. In particolare nel Seminario maggiore di Ho Chi Minh Ville, in occasione della Giornata Missionaria, il 23 ottobre scorso, abbiamo sensibilizzato la cittadinanza tramite testimonianze missionarie”. Quanto è importante il laicato nella vita della Chiesa? “Quando penso ai laici penso soprattutto ai giovani, che sono il motore per la missione della Chiesa nella società. Lo dimostra il fatto che, su circa 80mila catechisti che vi sono in tutto il paese, in 26 diocesi, la quasi totalità sono giovani. Dopo aver frequentato il catechismo, i giovani possono insegnare e diventare a loro volta catechisti. Certo, i giovani in Vietnam vivono i problemi sociali come la disoccupazione e la vita che, per le famiglie, resta difficile a causa della povertà. Ma l’annuncio del Vangelo ai giovani è una grande sfida che necessita di molta perseveranza”. Come sono i rapporti con il governo? “Viviamo in un periodo in cui si registra una progressiva apertura da parte del governo verso la fede cristiana e verso la Chiesa. In periodi bui, come ad esempio quello dopo il 1975, tutto il paese era sotto il regime comunista e i seminari furono chiusi. Nel 1986 furono riaperti e ogni 6 anni ci era consentito l’ingresso di nuovi seminaristi; poi ogni 3 anni, poi ogni 2 anni, infine, dal 2008, il governo accetta che ci siano nuovi arrivi ogni anno. Bisogna comunque mandare la lista dei candidati alle autorità locali e averne l’autorizzazione. Nonostante ciò, possiamo dire che c’è stato un netto miglioramento dal 1986 in poi, e oggi i frutti si vedono”. Quali difficoltà vive oggi la Chiesa in Vietnam? “Le difficoltà ci sono, ma si superano attraverso un dialogo costruttivo. Toccano soprattutto i temi del personale ecclesiastico, come detto, o la questione delle proprietà immobiliari e dei terreni confiscati alla Chiesa: tutti nodi su cui si sta dialogando. L’anno scorso c’è stata l’Assemblea del Popolo di Dio per il 50° anniversario dell’istituzione della gerarchia nel paese. In quell’occasione abbiamo ribadito che, malgrado le difficoltà, vogliamo essere, in quanto Chiesa, a servizio della società, partecipando attivamente allo sviluppo della nazione”.

Nicola Facciolini