Rabbia crescente

Il PIL è sceso molto più del previsto: il 2,6% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno e anche se Monti parla di ripresa dal 2013, crescono sgomento e paura fra gli italiani che non vedono schiarite all’orizzonte. Anzi, i casi dell’Iilva prima e dell’Alcoa poi, con Passera, già salvatore de l’Altalia con i soldi […]

Il PIL è sceso molto più del previsto: il 2,6% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno e anche se Monti parla di ripresa dal 2013, crescono sgomento e paura fra gli italiani che non vedono schiarite all’orizzonte.

Anzi, i casi dell’Iilva prima e dell’Alcoa poi, con Passera, già salvatore de l’Altalia con i soldi dei contribuenti, dice non salvabili, per poi rettificare in parte, ci dicono che se insipienti sono stati, negli ultimi 15 anni i diversi governi, impotenti sono i tecnici ora al comando, incapaci di quello scatto di reni e fantasia e del coraggio necessario per dire che certa imprenditoria a spese dello stato e per sostenere il proprio elettorato (con posti al posto dei voti) deve scomparire ed occorre investire su ambiente, beni culturali, cura ai meno garantiti e su infrastrutture e ammodernamento, invece che su produzioni per le quali non vi è richiesta e che sono costate (è il conto approssimativo per l’Alcoa del Corriere ), 200.000 Euro l’anno per lavoratore, anche se lo stesso percepiva uno stipendio dieci volte inferiore.

Commentando i dati sul PIL, Enrico Giovannini, residente dell’ISTAT (quello che alcuni mesi fa a rinunciato a fare una verifica per allinearsi cespiti dei nostri parlamentari alla media europea), ha detto che gli stessi: “confermano che l’Italia è in recessione” ma di intravedere (beato lui) “la possibilità di invertire questa tendenza”.

La recessione, ha aggiunto il presidente,”nel secondo trimestre è stata forte: sono caduti molto i consumi delle famiglie e gli investimenti. Tutto questo perché abbiamo avuto una fortissima incertezza sulle future prospettive dell’Unione monetaria e, in particolare, della tenuta dell’euro”.

Ma è davvero possibile essere ottimisti come Monti e Giovanni suggeriscono? Mario Monti ha detto di attendersi che la ripresa arriverà nel 2013 per effetto del calo dei tassi d’interesse e del recupero dell’economia internazionale, ma non vi sono al memento segnali in tal senso, mentre le famiglie stringono i cordoni della borsa immaginando un lunga, lunghissima crisi ed aumentano i disoccupati e quelli che sono ormai stanchi anche solo di cercarlo un lavoro.

Il ministro dell’economia Vittorio Grilli, commentando a Parigi, al termine di un incontro con il suo omologo francese Pierre Moscovici, i dati sul PIL, ha detto che comunque l’Italia l’Italia non ha bisogno di far ricorso all’assistenza della Bce sotto forma di acquisto di bond. E ha ricordato che questa è la posizione già espressa dal presidente del Consiglio, Mario Monti. Ma intanto i tafferugli di ieri a Roma, fra operai dell’Alcoa e polizia, per molti sono indizio di un “autunno caldo”, con proteste, cortei, perfino violenze come quelle che percorsero l’Italia quarant’anni.

La crisi economica rappresenta una realtà dura che colpisce trasversalmente ed anche se, per ora,  sembra in grado di intercettare e incanalare la rabbia, né di darle una risposta, l’insofferenza nei confronti dell’intero sistema partitico accentua una sensazione di frustrazione voglia di ribellione crescenti.

Il fatto che alcuni manifestanti abbiano spintonato il responsabile economico del Pd, Stefano Fassina, fra i più critici del governo dei tecnici di Mario Monti, conferma la difficoltà di cavalcare la situazione anche da parte della sinistra. E la scelta di affidare inizialmente la trattativa con la delegazione degli operai soltanto al sottosegretario allo sviluppo economico, Claudio De Vincenzi, si è rivelata a doppio taglio. Gli interlocutori del governo l’hanno considerata la conferma di una sottovalutazione della crisi dell’alluminio in Sardegna.

Al di là dell’esito della vertenza che riguarda la Sardegna, a far riflettere è un quadro di insieme difficile da tenere sotto controllo. Si teme il vuoto fra una miriade di micro-crisi che promettono di avvitarsi verso forme di contestazione esasperata; e l’assenza di organizzazioni e istituzioni in grado di governarle. Al ministero dello Sviluppo economico esistono oltre centocinquanta dossier che riguardano altrettante situazioni difficili, e non solo a livello industriale. La preoccupazione palpabile è che nell’incapacità o nell’impossibilità delle forze sindacali e dell’esecutivo di risolverle, possano degenerare fino a diventare un problema di ordine pubblico.

Anche se da sinistra ci si affretta a far ricadere la responsabilità di Ilva e Alcoa agli anni del governo di Silvio Berlusconi,  il Sel di Nichi Vendola e l’Idv di Antonio Di Pietro,  non si limitino a quelli e includano nelle responsabilità anche le mancate risposte di Monti e dei suoi ministri nei dieci mesi trascorsi a Palazzo Chigi.

Per non parlare del fatto che molti membri di questo governo avevano incarichi non trascurabili anche nei governi precedenti, rei di visione miope e solo clientelare.

Pertanto, anche se forse non si avrà un “autunno caldo”, certo questo sarà per lo meno difficile destinato a proiettare le sue ombre sul 2013, oscurando, credo, i barlumi di ripreso di cui parla il presidente del Consiglio.

Sebbene per Ettore Giotti Tedeschi ha gli spazi di recupero di crescita di valore fra i più alti fra le economie occidentali mature ed ha anche risorse e vantaggi competitivi unici, sinchè la giustizia civile non sarà snellita, i tempi dio pagamento resi più brevi e certi, riformato seriamente il lavoro, non sarà mai in grado di attrarre investimenti.

E poi, la storia degli ultimi tempi, dimostra che non sappiamo in che direzione muoverci ed abbiamo perso anche idee e  creatività.

Il Paese si regge ancora grazie al talento e alla abnegazione delle piccole e medie imprese e al fatto che le famiglie hanno risparmi calcolati in cinque volte il debito pubblico, ma non so quanto questo, nel tempo, possa bastare.

Abbiamo bellezze naturali e storiche tenute nel totale abbandono e che da decenni necessitano di infrastrutture per essere valorizzate.

E non si racconti la storiella di oneri troppo gravosi, poiché alla fine si tratta di saper concepire, pianificare, spiegare con credibilità l’utilità di ciò che si propone per riuscire a recuperare il valore che abbiamo. Accettare di far fare riforme sul costo della macchina dello Stato, sulla evasione fiscale, sulla eliminazione di ostacoli alla produttività, far crescere le imprese convogliando capitali e finanziamenti, valorizzare il risparmio, valorizzare il turismo, valorizzare il Sud, stimolare e supportare le famiglie e la crescita delle stesse.

E’ questo che, urgentemente, si deve fare, altrimenti cresceranno, inevitabilmente, povertà e rabbia.

Carlo Di Stanislao