Il mistero del DIO nascosto che si rivela nella Immacolata Concezione, nel Natale cristiano e nell’ebraica Festa delle Luci di Hanukkah

Ave Maria! “L’Umanità non troverà Pace finché non si rivolgerà con fiducia alla Divina Misericordia”(Giovanni Paolo II). “Rallegrati, piena di grazia, il Signore è con te”, leggiamo nel Vangelo di Luca al capitolo 1, versetto 28. La festa dell’Immacolata Concezione di Maria Santissima, l’8 Dicembre di ogni anno, è una delle più importanti della Cristianità, […]

Annunciazione-Novgorod-XVI-secoloAve Maria! “L’Umanità non troverà Pace finché non si rivolgerà con fiducia alla Divina Misericordia”(Giovanni Paolo II). “Rallegrati, piena di grazia, il Signore è con te”, leggiamo nel Vangelo di Luca al capitolo 1, versetto 28. La festa dell’Immacolata Concezione di Maria Santissima, l’8 Dicembre di ogni anno, è una delle più importanti della Cristianità, in attesa del Santo Natale. Il primo privilegio che la Madonna ottenne da Dio Padre in vista della sua Maternità divina, fu di essere concepita Immacolata. Tutti nascono con il peccato originale, in assenza di grazia santificante. Maria Santissima è stata la sola creatura umana sulla Terra a ricevere da Dio un’anima piena di grazia fin dal primo momento della sua vita. Maria, per poter essere la Madre di Dio, per accogliere Gesù Cristo, fu l’unico fiore che sbocciò sulla Terra senza essere avvelenato e macchiato dal peccato originale di Adamo. Dinanzi a Lei il demonio e la morte sono e saranno sempre costretti a fuggire. Maria Santissima è, quindi, la nuova Eva perché con Lei e in Lei, nella “Chiesa sposa e madre, in cui il mistero di Maria si estende nella storia” (cf. Gesù di Nazareth, Joseph Ratzinger, II Libro della Trilogia) non possiamo più morire. Per rinascere in Cristo Gesù alla Vita Nuova e meritare il Paradiso e la Vita Eterna. “Vergine Madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura, termine fisso d’etterno consiglio, tu se’ colei che l’umana natura nobilitasti sì, che ‘l suo fattore non disdegnò di farsi sua fattura”, scrive il sommo poeta Dante Alighieri. La proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione, verità della fede cattolica, è stata resa possibile dal geniale contributo del maestro francescano scozzese, il beato Giovanni Duns Scoto, e di grandi teologi domenicani come San Tommaso d’Aquino. Sfatiamo, quindi, la “leggenda” della contrarietà totale dei Domenicani all’Immacolata Concezione di Maria Santissima! Già ai tempi di Pio IX i Domenicani (Padri Predicatori di San Domenico) erano ormai sostanzialmente favorevoli alla proclamazione del dogma. Ma bisogna riconoscere che nella storia alcuni avversarono questa verità (macolisti). In un primo momento S. Tommaso, come appare dalle sue opere giovanili, era favorevole alla dottrina dell’Immacolata Concezione della Vergine. Ma quando poi alcuni trassero da quest’affermazione la conclusione che la Madonna non sarebbe stata redenta da Cristo, negò l’esenzione dal peccato originale. San Tommaso affermò che Maria, subito dopo il suo concepimento, ricevette una straordinaria santificazione nella sua anima, che cancellò il peccato originale. Al termine della sua vita, quando predicava il quaresimale a Napoli, Tommaso tornò sulla posizione difesa in età giovanile. Pochi sanno di un intervento di San Tommaso post mortem su questo argomento. S. Alfonso dei Liguori scrive: “Il Caramuel riferisce una rivelazione fatta da San Tommaso d’Aquino al Ven. Domenico di Gesù Maria, Preposito generale dei carmelitani, e gli avrebbe detto che in un futuro concilio la Chiesa avrebbe definito la verità sull’Immacolata Concezione della Vergine. Così asseriscono anche Suarez, Vasquaez…”(S. Alfonso dei Liguori, Teologia moralis, lib, VII, n. 251). La verità non fu definita in un concilio, ma la Chiesa tenne conto anche del pensiero di San Tommaso e nella definizione del beato Pio IX si legge che “Maria, in previsione dei meriti di Cristo, è stata redenta in singolare modo”. Per Lei è stata attuata una “pre-Redenzione”. Grazie agli argomenti di teologi francescani e domenicani, l’8 Dicembre 1854 il beato Pio IX poté proclamare solennemente il dogma dell’Immacolata Concezione di Maria. Tanti cattolici sono devoti all’Immacolata ma non conoscono bene il significato di questa verità e finiscono per ridurre la festa a un mondano “ponte” festivo per gli acquisti natalizi. L’Immacolata Concezione venne definito “mirabile dogma della fede cattolica” dal beato Giovanni Paolo II. “Quanto grande è il mistero dell’Immacolata Concezione – rivela Karol J. Wojtyla – mistero che non cessa di attirare la contemplazione dei credenti e ispira la riflessione dei teologi…”Piena di grazia”: con questo appellativo, secondo l’originale greco del Vangelo di Luca, l’Angelo si rivolge a Maria. È questo il nome con cui Dio, attraverso il suo messaggero, ha voluto qualificare la Vergine. In questo modo Egli l’ha pensata e vista da sempre, ab aeterno…La predestinazione di Maria, come quella di ognuno di noi, è relativa alla predestinazione del Figlio. Cristo è quella “stirpe” che avrebbe “schiacciato la testa” all’antico serpente, secondo il Libro della Genesi (Gn 3,15); è l’Agnello “senza macchia” (Es 12,5; 1 Pt 1,19) immolato per redimere l’umanità dal peccato. In previsione della morte salvifica di Lui, Maria, sua Madre, è stata preservata dal peccato originale e da ogni altro peccato. Nella vittoria del nuovo Adamo c’è anche quella della nuova Eva, madre dei redenti. L’Immacolata è così segno di speranza per tutti i viventi, che hanno vinto satana per mezzo del sangue dell’Agnello (Ap 12,11). Contempliamo…l’umile fanciulla di Nazaret santa e immacolata al cospetto di Dio nella carità (Ef 1,4) quella “carità”, che nella sua fonte originaria, è Dio stesso, uno e trino. Opera sublime della Santissima Trinità è l’Immacolata Concezione della Madre del Redentore! Pio nono nella Bolla Ineffabilis Deus, ricorda che l’Onnipotente ha stabilito “con un solo e medesimo decreto l’origine di Maria e l’incarnazione della divina Sapienza”(Pii IX Pontificis Maximi Acta, Pars prima, p. 559). Il “sì” della Vergine all’annuncio dell’Angelo si colloca nel concreto della nostra condizione terrena, in umile ossequio alla volontà divina di salvare l’umanità non dalla storia, ma nella storia. In effetti, preservata immune da ogni macchia di peccato originale, la “nuova Eva” ha beneficiato in modo singolare dell’opera di Cristo quale perfettissimo Mediatore e Redentore. Redenta per prima dal suo Figlio, partecipe in pienezza della sua santità, Essa è già ciò che tutta la Chiesa desidera e spera di essere. È l’icona escatologica della Chiesa. Per questo l’Immacolata, che segna “l’inizio della Chiesa, sposa di Cristo senza macchia e senza ruga, splendente di bellezza” (Prefazio), precede sempre il Popolo di Dio, nel pellegrinaggio della fede verso il Regno dei cieli (Lumen gentium, 58; Enc. Redemptoris Mater, 2). Nella concezione immacolata di Maria la Chiesa vede proiettarsi, anticipata nel suo membro più nobile, la grazia salvatrice della Pasqua”. Benedetto XVI afferma che la festa dell’Immacolata Concezione è “una delle feste della Beata Vergine più belle e popolari”. Maria non solo non ha commesso alcun peccato, ma “è stata preservata persino da quella comune eredità del genere umano che è la colpa originale. E ciò a motivo della missione alla quale da sempre Dio l’ha destinata: essere la Madre del Redentore. Tutto questo è contenuto nella verità di fede della Immacolata Concezione. Il fondamento biblico di questo dogma si trova nelle parole che l’Angelo rivolse alla fanciulla di Nazaret: “Rallegrati, piena di grazia, il Signore è con te” (Lc 1,28). “Piena di grazia” – nell’originale greco kecharitoméne – è il nome più bello di Maria, nome che Le ha dato Dio stesso, per indicare che è da sempre e per sempre l’amata, l’eletta, la prescelta per accogliere il dono più prezioso, Gesù, “l’amore incarnato di Dio” (Enc. Deus caritas est, 12)”. Perché, tra tutte le donne, Dio ha scelto proprio Maria di Nazaret? “La risposta è nascosta nel mistero insondabile della divina volontà. Tuttavia – spiega Benedetto XVI – c’è una ragione che il Vangelo pone in evidenza: la sua umiltà. Lo sottolinea bene Dante Alighieri nell’ultimo Canto del Paradiso: “Vergine Madre, figlia del tuo Figlio, / umile ed alta più che creatura, / termine fisso d’eterno consiglio” (Par. XXXIII,1-3). La Vergine stessa nel “Magnificat”, il suo cantico di lode, questo dice: “L’anima mia magnifica il Signore…perché ha guardato l’umiltà della sua serva” (Lc 1,46.48). Sì, Dio è stato attratto dall’umiltà di Maria, che ha trovato grazia ai suoi occhi (Lc 1,30). È diventata così la Madre di Dio, immagine e modello della Chiesa, eletta tra i popoli per ricevere la benedizione del Signore e diffonderla sull’intera famiglia umana”. Questa benedizione per la Terra non è altro che Gesù Cristo stesso. “È Lui – scrive Benedetto XVI – la Fonte della grazia, di cui Maria è stata colmata fin dal primo istante della sua esistenza. Ha accolto con fede Gesù e con amore l’ha donato al mondo. Questa è anche la nostra vocazione e la nostra missione, la vocazione e la missione della Chiesa: accogliere Cristo nella nostra vita e donarlo al mondo, “perché il mondo si salvi per mezzo di Lui” (Gv 3,17)”. Quindi la festa dell’Immacolata Concezione illumina come un faro il tempo dell’Avvento, che è tempo di vigilante e fiduciosa attesa del Salvatore. Gesù nell’affermare (Vangelo secondo Matteo 24,37-44) che “come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo”, intende dire che, come al tempo di Noè, immediatamente prima del diluvio universale, gli uomini vivevano spensieratamente nel peccato, mangiando, bevendo, prendendo moglie e marito, ignari e indifferenti all’imminente castigo, così sarà la seconda venuta di Gesù nella Sua gloria. Essa avverrà nel momento più impensato per coloro che vivono immersi nella mondanità. L’affare urgente, quindi, è la prontezza, la vigilanza e l’attesa del Signore, diffidando dei falsi cristi, profeti, veggenti, maghi, astrologi, cartomanti, fattucchieri e stregoni “investiti” di dispositivi camerali e partite Iva. “Mentre avanziamo incontro a Dio che viene – ricorda Benedetto XVI – guardiamo a Maria che “brilla come segno di sicura speranza e di consolazione per il popolo di Dio in cammino” (Lumen gentium, 68)”. L’8 dicembre di ogni anno “è un giorno di intenso gaudio spirituale, nel quale contempliamo la Vergine Maria. In Lei rifulge l’eterna bontà del Creatore che, nel suo disegno di salvezza, l’ha prescelta per essere madre del suo unigenito Figlio e, in previsione della morte di Lui, l’ha preservata da ogni macchia di peccato (Orazione colletta). Così, nella Madre di Cristo e Madre nostra si è realizzata perfettamente la vocazione di ogni essere umano. Tutti gli uomini, ricorda l’apostolo Paolo, sono chiamati ad essere santi e immacolati al cospetto di Dio nell’amore (Ef 1,4)”. E guardando alla Madonna, come non lasciar ridestare in noi, suoi figli, l’aspirazione alla bellezza, alla bontà, alla purezza del cuore? “Il suo celeste candore ci attira verso Dio – afferma Bendetto XVI – aiutandoci a superare la tentazione di una vita mediocre, fatta di compromessi con il male, per orientarci decisamente verso l’autentico bene, che è sorgente di gioia”. L’8 Dicembre del 1965 il Servo di Dio Paolo VI chiuse solennemente il Concilio Ecumenico Vaticano II, l’evento ecclesiale più grande del XX Secolo, che il beato Giovanni XXIII aveva iniziato tre anni prima. “Tra l’esultanza di numerosi fedeli in Piazza San Pietro, Paolo VI affidò l’attuazione dei documenti conciliari alla Vergine Maria, invocandola col dolce titolo di Madre della Chiesa. Maria ha vegliato con materna premura sul pontificato dei miei venerati Predecessori, ognuno dei quali, con grande saggezza pastorale, ha guidato la barca di Pietro sulla rotta dell’autentico rinnovamento conciliare, lavorando incessantemente per la fedele interpretazione ed attuazione del Concilio Vaticano II”. La preghiera del beato Giovanni Paolo II a Maria Santissima, apre alla speranza di un futuro migliore del presente. “A Te, Vergine Immacolata, da Dio predestinata sopra ogni altra creatura quale avvocata di grazia e modello di santità per il suo popolo, rinnovo quest’oggi in modo speciale l’affidamento di tutta la Chiesa. Sii Tu a guidare i suoi figli nella peregrinazione della fede, rendendoli sempre più obbedienti e fedeli alla Parola di Dio. Sii Tu ad accompagnare ogni cristiano nel cammino della conversione e della santità, nella lotta contro il peccato e nella ricerca della vera bellezza, che è sempre impronta e riflesso della Bellezza divina. Sii Tu, ancora, ad ottenere pace e salvezza per tutte le genti. L’eterno Padre, che Ti ha voluta Madre immacolata del Redentore, rinnovi anche nel nostro tempo, per mezzo tuo, i prodigi del suo amore misericordioso.Amen!”. Le fondamenta del dogma dell’Immacolata Concezione sono nella Sacra Scrittura. “Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale… in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati al suo cospetto”(Ef 1,3-4). “In queste parole della lettera agli Efesini San Paolo – spiega Benedetto XVI – delinea l’immagine dell’Avvento. E si tratta di quell’Avvento eterno, il cui inizio si trova in Dio stesso “prima della creazione del mondo”, poiché già la “creazione del mondo” fu il primo passo della venuta di Dio all’uomo, il primo atto dell’Avvento. Tutto il mondo visibile, infatti, e stato creato per l’uomo, come attesta il libro della Genesi. L’inizio dell’Avvento in Dio è il suo eterno progetto di creazione del mondo e dell’uomo, progetto nato dall’amore. Questo amore si manifesta con l’eterna scelta dell’uomo in Cristo, Verbo incarnato. “In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati al suo cospetto”. In questo eterno Avvento è presente Maria. Tra tutti gli uomini, che il Padre ha scelto in Cristo, Ella lo è stata in modo particolare ed eccezionale, poiché è stata scelta in Cristo per essere Madre di Cristo. E così Ella, meglio di qualunque altro fra gli uomini “predestinati dal Padre” alla dignità di suoi figli e figlie adottivi, è stata predestinata in modo specialissimo “a lode e gloria della sua grazia”, che il Padre “ci ha dato” in lui, Figlio diletto (Ef 1,6)”. La gloria sublime della sua specialissima grazia doveva essere la Maternità del Verbo Eterno che noi cristiani celebriamo nel Santo Natale. “In considerazione di questa Maternità, Ella ha ottenuto in Cristo anche la grazia dell’Immacolata Concezione. In tal modo Maria è inserita in quel primo eterno Avvento della Parola, predisposto dall’Amore del Padre per il creato e per l’uomo. Il secondo Avvento ha carattere storico. Si compie – osserva Benedetto XVI – nel tempo tra la caduta del primo uomo e la Venuta del Redentore. La liturgia odierna ci racconta anche di questo Avvento, e mostra come Maria fin dagli inizi è inserita in esso. Quando, infatti, si è manifestato il primo peccato, con l’inaspettata vergogna dei progenitori, allora anche Dio rivelò per la prima volta il Redentore del mondo, preannunciando anche la sua Madre. Ciò è avvenuto mediante le parole, in cui la tradizione vede “il proto-Vangelo”, cioè quasi l’embrione e il preannunzio del Vangelo stesso, della Buona Novella. Ecco le parole:“Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno” (Gen 3,15)”. Sono parole misteriose anche per il Papa emerito. “Nondimeno, col loro carattere arcaico, esse rivelano il futuro dell’umanità e della Chiesa. Tale futuro è visto nella prospettiva di una lotta tra lo Spirito delle tenebre, colui che “è menzognero e padre della menzogna” (Gv 8,44) e il Figlio della Donna, che deve venire in mezzo agli uomini come “la via, la verità e la vita” (Gv 14,6). In questo modo, Maria è presente in quel secondo Avvento storico fin dall’inizio. È promessa insieme con suo Figlio, Redentore del mondo. Ed è anche insieme con Lui attesa. Il Messia-Emmanuele (Dio con noi) è atteso come Figlio della Donna, Figlio dell’Immacolata”. La venuta di Cristo di duemila anni fa, costituisce non solo il compimento del secondo Avvento, ma contemporaneamente anche la rivelazione del terzo e definitivo Avvento. “Dalla bocca dell’angelo Gabriele, che Dio manda a Maria a Nazaret – ricorda Benedetto XVI – ella sente le seguenti parole: “Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo…e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine…”(Lc 1,31-33)”. Papa Francesco, Benedetto XVI e tutti i loro predecessori sanno che “Maria è l’inizio del terzo Avvento, perché da Lei viene al mondo Colui che realizzerà quella scelta eterna, di cui abbiamo letto nella lettera agli Efesini. Realizzandola, farà di essa il fatto culminante della storia dell’umanità. Le darà la forma concreta del Vangelo, dell’Eucaristia, della Parola e dei Sacramenti. Così quella scelta eterna penetrerà la vita delle anime umane e la vita di questa particolare comunità, che si chiama Chiesa. La storia della famiglia umana e la storia di ogni uomo matureranno secondo la misura dei figli e delle figlie di adozione per opera di Gesù Cristo. “In lui siamo stati fatti anche eredi, essendo stati predestinati secondo il piano di Colui, che tutto opera efficacemente conforme alla sua volontà” (Ef 1,11). Maria Santissima è l’inizio di quel terzo Avvento e permane continuamente in esso, sempre presente come si è meravigliosamente espresso il Concilio Vaticano II nell’ottavo capitolo della Costituzione sulla Chiesa “Lumen Gentium”. Come il secondo Avvento ci avvicina a Colei, il cui Figlio doveva “schiacciare la testa del serpente”, così il terzo Avvento non ci allontana da Lei, ma continuamente ci permette di rimanere alla sua presenza, vicini a Lei. Quell’Avvento è solo l’attesa del definitivo compimento dei tempi, ed è contemporaneamente il tempo della lotta e dei contrasti, in continuazione di quell’originaria previsione: “Porrò inimicizia tra te e la donna…” (Gen 3,15)”. Per indicare che tutta la storia dell’umanità è segnata da questa lotta tra il bene e il male. Anche nella Chiesa. “La differenza consiste nel fatto che la Donna ci è già nota per nome. È l’Immacolata Concezione. È nota per la sua verginità e per la sua maternità. È la Madre di Cristo e della Chiesa, Madre di Dio e degli uomini: Maria del nostro Avvento. “Porro inimicizia tra te e la donna”. Nella nostra difficile epoca – domanda Benedetto XVI – non siamo forse testimoni di quella “inimicizia”? Che cos’altro possiamo fare, che cos’altro desiderare se non tutto ciò che ancor di più ci unisce a Cristo, al Figlio della Donna? L’Immacolata è la Madre del Figlio dell’Uomo. O Madre del nostro Avvento, sii con noi e fa’ che Egli rimanga con noi in questo difficile Avvento delle lotte per la verità e per la speranza, per la giustizia e per la pace: Egli solo, l’Emmanuele!”. Alla luce di queste verità, assume maggiore importanza la famosa disputa medievale sull’Immacolata (tema focale del film italiano “Duns Scoto” di Fernando Muraca). “Il Signore opererà per noi meraviglie che sorpasseranno infinitamente i nostri immensi desideri”, afferma Santa Teresa di Lisieux. In Inghilterra il b. Giovanni Duns Scoto insegna la verità dell’Immacolata Concezione. I maestri Grossatesta e fra’ Guglielmo di Ware avevano insegnato l’Immunità originaria di Maria Santissima dal peccato originale, la colpa primordiale adamitica trasmessa di generazione in generazione a tutti gli uomini. Il Grossatesta parlava dell’Immacolata come della “Vergine eternamente pura”. Fra’ G. Warrone collocava l’Immacolata nel decreto dell’Incarnazione del Verbo, antecedente la caduta originale dell’uomo. Il b. Giovanni approfondì sottilmente ogni argomentazione e dimostrazione della verità dell’Immacolata Concezione. Ma a Parigi la sentenza comune e dominante fra i maestri era quella contraria al privilegio della concezione immacolata. I professori ammettevano soltanto la purificazione di Maria nel seno materno, come avvenne per S. Giovanni Battista. Illustri teologi del calibro di Alessandro d’Hales, S. Tommaso d’Aquino e S. Bonaventura pare non avessero superato l’ostacolo dell’universalità del peccato originale e della redenzione, e insegnavano che anche Maria era inclusa in questa universalità, soggetta quindi a contrarre la macchia d’origine sia pure per un istante, così da poter essere redenta. A Parigi questo era l’insegnamento ufficiale. Sostenere un’altra opinione teologica, oltre allo scompiglio generale che avrebbe scatenato, significava introdurre temerariamente una nuova “luce” di verità sul mistero di Dio, a guida di quei professori e studenti che invece sostenevano l’infondatezza della nuova dottrina. Tutte le scuole teologiche consideravano Parigi come il “faro di sapienza”. Chiunque fosse stato capace di tanto ardire era chiamato a difendere pubblicamente la sua opinione di fronte a tutto il corpo dei professori e degli studenti. Non superare la prova della disputa determinava, il più delle volte, l’immediata cacciata ignominiosa dall’Università. Questa era la posta in gioco anche per il b. Giovanni Duns Scoto. Insegnare e difendere la dottrina dell’Immacolata Concezione sollevò un gran vespaio accademico e provocò il ricorso ad una pubblica disputa. I testimoni del tempo riferiscono che Giovanni Duns era profondamente innamorato della Divina Madre. Ma come risolvere tutte le obiezioni rivolte alla nuova dottrina? Il b. Giovanni era un genio e un santo, e quando si è tali non si teme nulla nel difendere la verità. Quindi accettò la disputa, si preparò e il giorno fissato, di fronte ai due rappresentanti del Papa che presiedevano il confronto, davanti a tutta l’Accademia al gran completo, difese le proprie “sante regioni” con la sua possente e lucida dialettica. Con ragionamenti profondi e sottili, il b. Giovanni riuscì a scalzare dalle fondamenta ogni argomento contrario all’Immacolata Concezione di Maria. Ragionamenti nuovi e solidi, logici e luminosi come stelle filanti che attraversano il firmamento del sapere teologico. Professori e studenti, domenicani e francescani, prima sorpresi, poi sbalorditi, accettarono la lezione di Duns Scoto con un applauso. “Victor Scotus”, proclamarono i due Legati pontifici. “Scoto vittorioso”, ossia “irrefrenabile e magnifico difensore dell’Immacolata Concezione”. La vittoria del b. Giovanni fu la vittoria dell’Università di Parigi perché aveva trionfato la nuova verità sulla Madonna, ora da insegnare e difendere liberamente. Per questa gloriosa “vittoria”, Duns Scoto avrebbe meritato il titolo di Dottore Sottile e Mariano. Dall’Inghilterra alla Francia alla Germania, tre furono le cattedre per il beato. Il suo insegnamento incantava i giovani. Pubblici dibattiti, conferenze, corsi di predicazione, per difendere e illustrare la teologia dell’Immacolata Concezione, diffondevano in tutto il mondo la nuova verità sulla Madonna, vincendo pure sugli eretici Beguardi e Beguine che negavano ogni autorità alla Chiesa, ogni valore ai Sacramenti, alla preghiera e alle opere di penitenza. I frati domenicani che portavano avanti l’insegnamento di S. Alberto Magno e S. Tommaso d’Aquino, pur non ammettendo la dottrina di Scoto, grazie a p. Hervè, il Dottore Illuminato, figlio di S. Domenico, si convinsero e per glorificare la Divina Madre promossero la diffusione della pia preghiera del Santo Rosario. A Colonia, su incarico del generale della sua Congregazione, dovendo fronteggiare le dottrine eretiche, il b. Giovanni riuscì a dedicarsi per breve tempo all’impresa. Morì pochi mesi dopo il suo arrivo, l’8 Novembre 1308, all’età di 43 anni. La fama di santità subito lo avvolse. Per il popolo fu subito Beato. La canonizzazione del b. Giovanni Duns Scoto, per la gloria dell’Immacolata e della Chiesa, come scrisse il predicatore agostiniano p. Michele Oyero, è logicamente frutto della “volontà dell’Augusta Regina degli Angeli. Potrà forse mancare l’aureola della santità a colui che sostenne e difese il Tuo immacolato Concepimento?”. Duns Scoto fu una “rivoluzione copernicana” in teologia. Beatificato da Papa Giovanni Paolo II, il 20 Marzo 1993, a termine di una causa iniziata nel 1706 e ripresa con maggior vigore nel 1905, Duns Scoto è uno dei più grandi pensatori non solo medievali ma anche della cultura cattolica mondiale. La sua elevazione alla gloria degli altari, l’incredibile concomitanza della sua riaffermazione mediatica anche grazie a un film italiano prodotto dai Frati Francescani dell’Immacolata, con la Beatificazione di Karol J. Wojtyla il 1° Maggio 2011, lo indicano quale alto modello di vita cristiana e religiosa. Il b. Giovanni Duns Scoto ha tutte le carte in regola per appartenere alla schiera tanto gloriosa dei grandi maestri del Cristianesimo, insieme a San Francesco, San Domenico (al quale si deve la diffusione della preghiera del Santo Rosario, indossato prima dai suoi frati e non dai monaci britannici di Ken Follett nel romanzo-film “I pilastri della terra”!) e Santa Caterina da Siena. Qual è la chiave ermeneutica di Duns Scoto che gli permette di operare la cosiddetta rivoluzione copernicana in teologia? Eccola nella sintesi schematica: Dio Uno e Trino; Incarnazione del Verbo (Predestinazione di Cristo e di Maria, Primato universale di Cristo e unicità di Mediazione); Creazione del mondo e dell’uomo; Peccato dell’uomo; Cristo Redentore; Chiesa e Sacramenti (come continuità storica dell’Incarnazione e della Redenzione); Escatologia (Cristo come unico Glorificatore). È lo schema cristocentrico della lettura riflessa del testo rivelato ed afferma il primato assoluto dell’Incarnazione sganciata dalla Redenzione, considerata da Duns Scoto “massimo dono” di Cristo. Due sono i punti centrali della teologia del b. Giovanni: la difesa dell’Immacolata Concezione e del Primato assoluto di Cristo e di Maria, che furono le persone dell’amore fiammante del maestro francescano. Per il popolo cristiano, da sempre Maria, la madre di Gesù, era l’Immacolata Concezione, una verità di fede, alimentata dalla liturgia, dalla pietà popolare, dalle feste e dalle tradizioni religiose. Per i dotti teologi, visti i problemi in apparenza grossi e insolubili, la questione non era affatto semplice. I “master” della teologia (S. Bernardo, S. Alberto Magno, S. Tommaso d’Aquino, S. Bonaventura) non potevano oltrepassare la soglia della “santificazione di Maria nel grembo materno” di Sant’Anna. Santificazione “avvenuta dopo la contrazione – sia pure per un solo istante – della macchia del peccato originale”. Poiché sarebbero due le verità indiscutibili di fede che avrebbero escluso la “immunità radicale dalla colpa originale in Maria”: l’universalità del peccato originale (per la serie “siamo tutti figli di Adamo”) e l’universalità della redenzione di Cristo per tutti gli uomini. Maria, concepita senza macchia, non avrebbe avuto bisogno della redenzione di Gesù. Una situazione che oggi definiremmo “curiosa” nella migliore delle ipotesi, si era venuta a creare nella Chiesa: santi come S. Bonaventura quando parlavano della Madonna e la pregavano, innalzandola al titolo di Regina dell’Universo, sembravano credere nella concezione immacolata di Maria. Ma quando insegnavano teologia agli studenti d’Europa, si limitavano ad ammettere solo la santificazione della Madre di Gesù. Arrivò il b. Giovanni Duns Scoto il quale parte dalla meravigliosa predestinazione di Gesù e Maria, con il loro primato assoluto su tutto il creato celeste e terrestre. Anche Maria è totalmente Immacolata fin dal primo istante della sua concezione. Duns Scoto chiama in causa la Sacra Scrittura, si appella a S. Agostino, a S. Anselmo, per escludere ogni ombra di peccato da Maria Santissima. Ma come risolvere quei due punti centrali della filiazione adamitica di Maria e della Redenzione universale? “Maria SS. – spiega il b. Giovanni Duns Scoto – è figlia di Adamo, discendente da lui come tutti gli uomini, eppure non contrasse il peccato originale. Perché pre-redenta, ossia redenta dal peccato con azione non liberativa (come avviene per tutti gli uomini) ma preservativa. Maria non è stata liberata dal peccato già contratto, ma è stata preservata dal peccato originale che minacciava di macchiarla”. Dunque, questa Redenzione preservativa è una Redenzione a tutti gli effetti, ma “più perfetta della Redenzione liberativa, perché è certamente più perfetto preservare una persona dalla caduta che alzarla dopo la caduta”. È solo materia per teologi o queste verità contengono mirabili effetti pratici per tutti noi nel XXI Secolo? “È un beneficio più eccellente – scrive il b. Giovanni Duns Scoto – preservare qualcuno dal male, che permettere che egli incorra nel male e poi lo si liberi”. Solo Dio può farlo. Tale Redenzione preservativa non è stata solo un bene per Maria Santissima. “È stata un bene anzitutto per Gesù – rivela il b. Duns Scoto – perché in tal modo Egli ha esercitato l’atto perfettissimo della Redenzione, mentre, se non avesse operato la Redenzione preservativa, tale atto perfettissimo gli sarebbe venuto a mancare. Dunque, se Cristo fu riconciliatore perfettissimo, deve aver meritato che qualche persona fosse stata preservata dalla colpa. Tale persona altra non è che la Madre di Lui”. Così il b. Giovanni vince la disputa pubblica, dimostrando che “proprio nei riguardi di sua Madre, Gesù è stato il Redentore perfettissimo, applicandole in anticipo i meriti della Redenzione”. Il b. Giovanni vince la disputa affidando umilmente la sua dottrina al giudizio della Chiesa. Da allora l’affermazione: “sembra ragionevole attribuire a Maria ciò che è più eccellente”, risuona da Parigi nelle università di tutto il mondo. La verità dell’Immacolata Concezione trionfa per tutti, non solo per i teologi. Grazie, meraviglie, prodigi, locuzioni private e miracoli nei secoli continuano a far risplendere il nome di Maria (cf. Storia del miracoloso simulacro di Nostra Signora della Fortuna, Genova; I Miracoli Eucaristici e le radici cristiane dell’Europa). Anche in virtù di questo dogma di fede del quale, forse, ancora non si comprendono pienamente le potenzialità e i frutti di santificazione, magari confondendolo con la santissima nascita di Gesù dal grembo verginale di Maria. Per le celebrazioni del 150° anniversario del dogma dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria, Papa Giovanni Paolo II il 18 Ottobre 2004 scrive nella Lettera indirizzata al card. Salvatore De Giorgi, arcivescovo di Palermo: “Sono profonde le radici storiche che la devozione all’Immacolata può vantare…Tale devozione, infatti, risale sicuramente ai tempi della dominazione bizantina, tra il VI e il IX secolo. La Madre di Cristo era particolarmente venerata con il titolo di Panaghia, Tutta Santa. Di lei si cominciò a celebrare liturgicamente la “santa Concezione”, e tale culto proseguì e si sviluppò…Nel secolo XV, in seguito alla predicazione dei Frati Francescani, la festa divenne addirittura di precetto, si moltiplicarono le chiese e le cappelle intitolate all’Immacolata e se ne diffuse l’iconografia propria. Dopo il Concilio di Trento sorsero…numerose Confraternite di Maria Immacolata…Nel 1850, l’Episcopato…al quesito posto dal Papa Pio IX rispose in modo unanime di auspicare la definizione dogmatica, affermando che la fede nell’Immacolata Concezione di Maria era parte integrante e irrinunciabile del patrimonio di fede e di pietà del popolo cristiano…In un mondo che rapidamente cambia, vi sono alcune cose che non devono mutare. Tra queste sta sicuramente il legame d’amore filiale tra i membri della Chiesa e la Vergine “piena di grazia” (Lc 1,28) che dalla Croce Gesù ci ha affidato come Madre (cfr Gv 19,27)”. Perchè non tutti i Padri Domenicani furono contrari all’Immacolata Concezione? In realtà, secondo un computo, risulta che quelli che scrissero a favore furono più numerosi dei macolisti. Stefano De Fiores ne “Il dogma dell’Immacolata Concezione: Storia, teologia e attualità” scrive che “in genere i teologi domenicani sono tradizionalmente fedeli alla Summa di S. Tommaso, e quindi contrari all’Immacolata Concezione. Meritano una particolare menzione almeno tre di essi. Innanzitutto S. Tommaso d’Aquino (†1274) la cui posizione sull’argomento registra tre fasi. In un passo della sua opera giovanile Commentarium in quatuor libros Sententiarum (1252-55) si mostra favorevole all’Immacolata Concezione: «et talis fuit puritas beatae Virginis, quae a peccato originali et actuali immunis fuit» (In III Sent., q. 7, a.1, s.2.). Nella Summa theologiae (1267-73) è chiaramente macolista (S. Th. p. 3, q. 27, a. 2). Infine nell’opuscolo In Salutationem angelicam, che riferisce la predicazione quaresimale da lui tenuta a Napoli nel 1273, sembra riprendere la posizione iniziale pro Immaculata (cf P. Orlando, S. Tommaso d’Aquino dottore mariano, Napoli 1995, 29-44. F.A. Marcucci, Orazione per l’Immacolata concezione di Maria sempre Vergine, Ascoli 1760, recensisce sei manoscritti dell’opuscolo sulla Salutazione angelica che riferiscono il testo «nec originali», p. 45, n. 35). Ma sia in Sententias che in questo opuscolo le affermazioni non sono univoche, in quanto coesistono con asserzioni contrarie. Da Tommaso de Vio (1468-1534), detto appunto il Caietano o Gaetano, vescovo di Gaeta dal 1519, è partito l’attacco più forte sferrato contro la sentenza dell’Immacolata Concezione e la sua definibilità. Nel 1515, su richiesta di Leone X, il Caietano, maestro generale dei domenicani ed eminente teologo del suo tempo, pubblica a Roma il Tractatus de conceptione Beatae Mariae Virginis (Thomae de Vio Caietani, Tractatus de conceptione Beatae Mariae Virginis, ad Leonem X pontif. Maximum, in quinque capita divisus, in Opuscula omnia, Lugduni 1581, 137-142, libro reperibile nella biblioteca della Pontificia Università Gregoriana). In esso assumerebbe una «posizione molto moderata» (G. Söll, Storia dei dogmi mariani, Roma 1981, 315. Cf anche S.M. Cecchin, L’Immacolata Concezione. Breve storia del dogma, Città del Vaticano 2003, 120) circa la dibattuta questione: ritiene valida la posizione immacolista, a condizione che non si neghi il debito del peccato, ma reputa probabile anche la posizione contraria. In realtà il Caietano scardina la pia sentenza descrivendola come minoritaria e recente, mentre adduce la testimonianza di 15 santi da Ambrogio a Caterina da Siena e Vincenzo Ferreri, contrari all’Immacolata Concezione (cf F. Petrillo,Ippolito Marracci protagonista del movimento mariano del secolo XVII, («Monumenta italica mariana», n. 1), Roma 1992, 67-68, dove riporta l’opera di Marracci Fides caietana in controversia conceptionis B.V. Mariae, Florentiae 1655, che confuta le ragioni del Caietano, anzi dello Pseudo-Caietano ritenendo addirittura spuria l’opera pubblicata da lui). Egli lascia al papa la decisione, ma la sua trattazione ha avuto l’effetto di paralizzare ogni intervento del pontefice. Tommaso Campanella (†1639), nato a Stilo nel 1560, scrive nelle carceri di Napoli nel 1624-25 l’Apologeticus in controversia de Conceptione beatae Virginis adversus insanos vulgi rumores (cf l’opera originale di T. Campanella,Apologeticus in controversia de Conceptione beatae Virginis adversus insanos vulgi rumores, pubblicata con introduzione di L. Firpo in Sapientia 22 (1969) 182-248). Il testo è pubblicato nel 1666 dal francescano Pedro de Alva y Astorga, ma mutilo dei primi 6 capitoli dedicati all’ordine domenicano «ottima parte di tutto il genere umano». Campanella ricorda che S. Tommaso è favorevole all’Immacolata concezione nel 1° libro Sententiarum, che è un’opera ultimata e quindi più autorevole, mentre la Summa non è stata rivista dal santo a motivo della prematura morte. Comunque se S. Tommaso conoscesse la celebrazione universale della festa della Concezione, i decreti del concilio di Trento e di Sisto IV, nonché le Rivelazioni di S. Brigida approvate dalla Chiesa, ritratterebbe quanto scritto nella Summa circa la purificazione di Maria dal peccato originale (cap. 14). Campanella risolve la difficoltà di S. Tommaso che «la concezione di Maria senza peccato derogherebbe alla dignità di Cristo» affermando lapidariamente che Cristo «è ugualmente redentore di lei e di noi: di lei per preservazione, di noi per liberazione» (cap. 15). Campanella attribuisce molta importanza alle Rivelazioni di S. Brigida sia perché «un testimone vale più di tutti i dubbiosi» (cap. 16) sia perché risolve un problema insolvibile per S. Tommaso, che sulla sia di S. Agostino riteneva che l’atto coniugale inficiato dalla concupiscenza non era senza peccato, quindi non poteva generare una creatura senza colpa. Orbene Maria rivela a S. Brigida che i suoi genitori non hanno agito per concupiscenza, ma solo per divina carità e quindi senza peccato (cap.18). Campanella termina con un’arringa ai suoi confratelli domenicani «sale della terra e luce del mondo» perché si uniscano a S. Tommaso e al popolo nel difendere l’Immacolata Concezione di Maria (cap. 19). Allora, possiamo trarre un’altra conclusione: l’Immacolata Concezione, mediante il ruolo illuminante svolto dai teologi, assume il significato di un Inno incomparabile alla potenza salvifica di Cristo Signore. Inoltre, il riferimento all’Immacolata ha risvolti sociali, poiché mostra che la grazia è più fondamentale di qualsiasi male, che non è legato alle strutture sociali, ma è radicato nel cuore umano. Maria avverte che nella società è meglio prevenire che curare, come ha sperimentato e insegnato S. Giovanni Bosco nel suo famoso trattatello sul Sistema preventivo (1877) probabilmente ispirandosi all’Immacolata. A nessuno sfugge l’analogia tra l’azione di Dio, che preserva l’Immacolata dal peccato originale, e ciò che compie l’educatore nei riguardi dei giovani mediante un’assidua presenza. Nel mistero dell’Immacolata Concezione di Maria, in cui «è racchiusa la più alta realizzazione del Sistema preventivo di Dio»,Gesù si mostra perfettissimo mediatore, come mostra Duns Scoto (E. Valentini, L’Immacolata nella missione educativa di san G. Bosco, in Accademia mariana salesiana, L’Immacolata Ausiliatrice, Torino 1955, 83. L’autore prosegue, attingendo le due citazioni da Le glorie di Maria: «Iddio, infatti, attua con tutte le sue creature, e segnatamente coi suoi santi, il Sistema Preventivo, con l’insieme delle grazie prevenienti, ma in Maria SS. Immacolata realizzò il suo capolavoro, anticipando gli effetti della Sua redenzione. «Duplex est enim redimendi modus, dice Sant’Agostino [Pseudo], unus redimendo lapsum, alter redimendo non lapsum, ne cadat». Ed evidentemente il modo più nobile è il secondo, come dice Sant’Antonino di Firenze: «Nobilius redimitur cui provicietur ne cadat, quam ut lapsus erigatur», ivi)”. Similmente nel Sistema preventivo terrestre, l’educatore raggiunge il massimo traguardo della sua azione, come prova don Bosco con i fatti. Dunque, la “grazia preveniente” che si concretizzò nell’Immacolata Concezione di Maria, agisce anche nel nostro battesimo e nella nostra vita cristiana, manifestando il tenero amore di Dio unitrino per ogni battezzato (cf. il testo di Duns Scoto sul «perfettissimo mediatore» nei riguardi dell’Immacolata, in R. Zavalloni-E. Mariani, La dottrina mariologica di Giovanni Duns Scoto, Edizioni Antonianum, Roma 1987, 181-182). Nel Catechismo della Chiesa Cattolica si legge che “per essere la Madre del Salvatore, Maria da Dio è stata arricchita di doni degni di una così grande missione. L’angelo Gabriele, al momento dell’annunciazione, la saluta come piena di grazia (Luca 1,28). In realtà, per poter dare il libero assenso della sua fede all’annunzio della sua vocazione, era necessario che fosse tutta sorretta dalla grazia di Dio (CCC 490). Nel corso dei secoli la Chiesa ha preso coscienza che Maria, colmata di grazia da Dio, era stata redenta fin dal suo concepimento. È quanto afferma il dogma dell’Immacolata Concezione, proclamato da papa Pio IX nel 1854: La beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per una grazia ed un privilegio singolare di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, è stata preservata intatta da ogni macchia del peccato originale (CCC 491). Questi splendori di una santità del tutto singolare di cui Maria è adornata fin dal primo istante della sua concezione le vengono interamente da Cristo: ella è redenta in modo così sublime in vista dei meriti del Figlio suo. Più di ogni altra persona creata, il Padre l’ha benedetta con ogni benedizione spirituale, nei cieli, in Cristo (Ef 1,3). In lui l’ha scelta prima della creazione del mondo, per essere santa e immacolata al suo cospetto nella carità (Ef 1,4).(CCC 492). I Padri della Tradizione orientale chiamano la Madre di Dio la Tutta Santa (Panaghìan) e la onorano come immune da ogni macchia di peccato, dallo Spirito Santo quasi plasmata e resa una nuova creatura. Maria, per la grazia di Dio, è rimasta pura da ogni peccato personale durante tutta la sua esistenza”. La Madonna viene celebrata nell’Inno di Akathistos. È uno tra i più famosi inni che la Chiesa Ortodossa dedica alla Theotokos, la Genitrice di Dio. Akathistos si chiama per antonomasia l’inno liturgico del Secolo V, che fu e resta il modello di molte composizioni innografiche e litaniche, antiche e recenti. Akathistos non è il titolo originario, ma una rubrica: “a-kathistos” in greco significa “non-seduti” perché la Chiesa ingiunge di cantarlo o recitarlo “stando in piedi”, come si ascolta il Vangelo, in segno di riverente ossequio alla Madre di Dio. La struttura metrica e sillabica dell’Akathistos si ispira alla celeste Gerusalemme descritta dal capitolo 21 dell’Apocalisse, da cui desume immagini e numeri: Maria è cantata come identificazione della Chiesa, quale Sposa senza sposo terreno, Sposa vergine dell’Agnello, in tutto il suo splendore e la sua perfezione. L’inno consta di 24 stanze (in greco “oikoi”) quante sono le lettere dell’alfabeto greco con le quali progressivamente ogni stanza comincia. Ma fu sapientemente progettato in due parti distinte, su due piani congiunti e sovrapposti (quello della storia e quello della fede) e con due prospettive intrecciate e complementari, una cristologica e l’altra ecclesiale, nelle quali è calato e s’illumina il mistero della Madre di Dio. Le due parti dell’inno a loro volta sono impercettibilmente suddivise ciascuna in due sezioni di 6 stanze: tale suddivisione è presente in modo manifesto nell’attuale celebrazione liturgica. L’inno procede in maniera binaria, in modo che ogni stanza dispari trovi il suo complemento metrico e concettuale in quella pari che segue. Le stanze dispari si ampliano con 12 salutazioni mariane, raccolte attorno a un loro fulcro narrativo o dommatico, e terminano con l’efimnio, o ritornello, di chiusa: “Gioisci, sposa senza nozze!”. Le stanze pari, invece, dopo l’enunciazione del tema quasi sempre a sfondo cristologico, terminano con l’acclamazione a Cristo: “Alleluia!”. Così l’inno si presenta cristologico insieme e mariano, subordinando la Madre al Figlio, la missione materna di Maria all’opera universale di salvezza dell’unico Salvatore. La prima parte dell’Akathistos (stanze 1-12) segue il ciclo del Natale, ispirato ai Vangeli dell’Infanzia (Lc 1-2; Mt 1-2). Essa propone e canta il mistero dell’Incarnazione (stanze 1-4), l’effusione della grazia su Elisabetta e Giovanni (stanza 5), la rivelazione a Giuseppe (stanza 6), l’adorazione dei pastori (stanza 7), l’arrivo e l’adorazione dei magi (stanze 8-10), la fuga in Egitto (stanza 11), l’incontro con Simeone (stanza 12). Eventi che superano il dato storico e diventano lettura simbolica della grazia che si effonde, della creatura che l’accoglie, dei pastori che annunciano il Vangelo, dei lontani che giungono alla fede, del popolo di Dio che uscendo dal fonte battesimale percorre il suo luminoso cammino verso la Terra promessa e giunge alla conoscenza profonda del Cristo. La seconda parte (stanze 13-24) propone e canta ciò che la Chiesa al tempo di Efeso e di Calcedonia professava di Maria, nel mistero del Figlio Salvatore e della Chiesa dei salvati. Maria è la Nuova Eva, vergine di corpo e di spirito, che col Frutto del suo grembo riconduce i mortali al Paradiso perduto (stanza 13); è la Madre di Dio che diventando sede e trono dell’Infinito, apre le porte del Cielo e vi introduce gli uomini (stanza 15); è la Vergine partoriente, che richiama la mente umana a chinarsi davanti al mistero di un parto divino e ad illuminarsi di fede (stanza 17); è la Sempre-vergine, inizio della verginità della Chiesa consacrata a Cristo, sua perenne custode e amorosa tutela (stanza 19); è la Madre dei Sacramenti pasquali che purificano e divinizzano l’uomo e lo nutrono del Cibo celeste (stanza 21); è l’Arca Santa e il Tempio vivente di Dio, che precede e protegge il peregrinare della Chiesa e dei fedeli verso l’ultima Pasqua (stanza 23); è l’Avvocata di misericordia nell’ultimo giorno (stanza 24). L’Akathistos è una composizione davvero ispirata dalle Creature celesti. Conserva un valore immenso. A motivo del suo respiro storico-salvifico che abbraccia tutto il progetto di Dio coinvolgendo la creazione e le creature, dalle origini all’ultimo termine, in vista della loro pienezza in Cristo. A motivo delle fonti, le più pure: la Parola di Dio dell’Antico e del Nuovo Testamento, sempre presente in modo esplicito o implicito; la dottrina definita dai Concili di Nicea (325), di Efeso (431) e di Calcedonia (451), dai quali direttamente dipende; le esposizioni dottrinali dei più grandi Padri orientali del IV e del V Secolo, dai quali desume concetti e lapidarie asserzioni. A motivo di una sapiente metodologia mistagogica, con la quale, assumendo le immagini più eloquenti dalla Creazione e dalle Scritture, eleva passo passo la mente e la porta alle soglie del mistero contemplato e celebrato: quel mistero del Verbo incarnato e salvatore che, come afferma il Concilio Vaticano II, fa di Maria il luogo d’incontro e di riverbero dei massimi dati della fede (Lumen Gentium 65). Circa l’Autore, quasi tutta la tradizione manoscritta trasmette anonimo l’Inno Akathistos. La versione latina redatta dal Vescovo Cristoforo di Venezia intorno all’Anno Domini 800, che tanto influsso esercitò sulla pietà del medioevo occidentale, porta il nome di Germano di Costantinopoli (733). Oggi però la critica scientifica propende ad attribuirne la composizione ad uno dei Padri di Calcedonia: in tal modo, questo testo venerando sarebbe il frutto maturo della tradizione più antica della Chiesa ancora indivisa delle origini, degno di essere assunto e cantato da tutte le Chiese e comunità ecclesiali. Per questo celebriamo l’Avvento in preparazione del Santo Natale. È questo il senso del mistero della Natività di Nostro Signore Gesù Cristo (cf. III Libro di Benedetto XVI sull’Infanzia di Gesù) che torna a rifulgere nelle atmosfere dei nostri Presepi, fedeli alla tradizione biblica del libro del profeta Michea: «E tu, Betlemme di Èfrata, così piccola per essere fra i villaggi di Giuda, da te uscirà per me colui che deve essere il dominatore in Israele; le sue origini sono dall’antichità, dai giorni più remoti. Perciò Dio li metterà in potere altrui, fino a quando partorirà colei che deve partorire; e il resto dei tuoi fratelli ritornerà ai figli d’Israele. Egli si leverà e pascerà con la forza del Signore, con la maestà del nome del Signore, suo Dio. Abiteranno sicuri, perché egli allora sarà grande fino agli estremi confini della terra. Egli stesso sarà la pace!». E se possiamo solo immaginare la gioia del serafico San Francesco d’Assisi, quando per la prima volta fece dono al mondo della sacra rappresentazione del Presepio, allora capiamo bene il significato che si cela in ogni famiglia cristiana, immagine dell’ebraica Sacra Famiglia di Nazareth, allorquando nel Santo Natale ci si riscopre, a pieno titolo per grazia (non certamente per nostri meriti e/o titoli) membri effettivi di quella Divina Famiglia celeste di Nazareth a cui dobbiamo la nostra stessa vita. Non l’albero addobbato, non l’ultima diavoleria tecnologica sempre imperfetta. Ma il Presepio “illumina” il nostro Santo Natale, tempo di grazia e di speranza. Il Presepio riproduce in ogni casa una scintilla di questa luminosissima gioia celeste (i Re Magi furono guidati da una “stella”, forse, una grande cometa o una supernova!) scesa sulla Terra più di duemila anni fa quando il “Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,1-18). Nei nostri presepi rappresentiamo un evento unico e irripetibile già cristallizzato nella storia dell’Umanità ma sempre attuale, oserei dire immanente e contemporaneo. L’obiettivo del Santo Natale è di vivere lo spirito natalizio ogni giorno dell’anno. Per questo i presepi viventi sono rivolti a tutti coloro che desiderano immergersi veramente nel mistero della Natività, un evento storico reale proprio del tempo dell’antico Israele, rappresentato da scene di vita quotidiana di giusti sommi sacerdoti; di artigiani e pastori che realmente producono latte e formaggio; di un Erode il Grande sui generis nell’atto di “graziare” i prigionieri; del primo Censimento di Cesare Augusto; dei centurioni imperiali; dei bambini di Betlemme e dei loro padri di famiglia intenti a insegnare il lavoro artigiano e la fede in Dio. L’Annunciazione dell’Arcangelo Gabriele a Maria è certamente la scena più significativa perché da essa tutto ha inizio. Senza quel libero SI di Maria Santissima, oggi non potremmo rappresentare nulla! L’atmosfera mistica della Natività è riprodotta con l’arrivo dei tre Re Magi che rendono possibile la sacra rappresentazione con il bambino Gesù, Maria e Giuseppe nell’atto di ricevere i doni regali, subito dopo l’annuncio del messaggero celeste ai pastori. È nella Natività di Gesù che inizia la rinascita dell’Umanità, il ritorno nella terra d’Israele e la nostra redenzione che interessa tutti. Anche i non cristiani, i nostri “fratelli maggiori”, gli amici Ebrei che in questi otto giorni celebrano, tra i tradizionali canti, la grande Festa delle Luci di Hanukkah accendendo lo “shammash”, la candela che ha il compito di prestare il suo fuoco a tutte le altre, recitando le “benedizioni”, tra la dolcezza dei bomboloni e il profumo dei “sufganiot”, le inconfondibili dolci frittelle che da sempre contraddistinguono questa gioiosa ricorrenza per un nuovo inizio. È un dolce tipico della festa di Chanucchàper ricordare la famosa ampolla.Una vera delizia che fa contenti adulti e bambini e allietano queste sere di festa in cui è usanza anche fare dei doni ai più piccoli!La ricorrenza di Chanukkà cade il 25° giorno del mese ebraico di Kislev corrispondente nel 2013 al tramonto di Mercoledì 27 Novembre. Tale festa, celebra avvenimenti importanti della storia ebraica, che si svolsero in terra di Israele dal 168 al 165 avanti Cristo. In quel periodo Antioco IV Epìfane voleva porre una sede politica del mondo greco a Gerusalemme e trasformare il Tempio, centro del monoteismo ebraico, in una sede religiosa del paganesimo. Insorsero contro di lui i Maccabei e, dietro di essi, altri si ribellarono per difendere l’ideale del monoteismo, la loro terra, e soprattutto la loro libertà. Il termine Chanukkà significa letteralmente “inaugurazione”. Dopo la vittoria dei Maccabei, il Tempio fu liberato dagli idoli del paganesimo e fu riconsacrato al culto dell’unico Dio. Fu a suo tempo stabilito che tutti gli ebrei delle generazioni future celebrassero tale ricorrenza per otto giorni tanti quanti durò l’ampolla d’olio che servì ad accendere il lume del Tempio per la sua riconsacrazione. Sulla base di questa storia, per otto sere gli ebrei di tutto il mondo accendono sia nelle sinagoghe sia nelle loro case speciali lampade dette “chanukkioth”. Quando si osservano i lumi di Chanukkà si riflettere sul loro significato ricordando i miracoli che furono fatti ai nostri padri, pregando il Signore di rinnovare tali prodigi anche di questi tempi. “Il significato di queste parole racchiude – spiega Rav Alberto Funaro – un valore che non ha eguali, in quanto i miracoli, i prodigi che furono fatti a suo tempo ai nostri padri hanno un grande valore attuale. Essi si ribellarono per essere degni di essere chiamati ebrei, combattendo fino all’estremo delle loro forze per mantenere fede ad un’idea che professavano da secoli. E considerata tale fedeltà, i miracoli e la salvezza non potevano certamente tardare a avvenire. I tempi in cui viviamo non sono certamente tempi felici né per gli ebrei né per i non ebrei, ma quando esiste la fede e soprattutto la buona volontà si possono superare anche le difficoltà più grandi. In questa ricorrenza il pensiero ritorna ad avvenimenti storici ben conosciuti, ma che se pur cambiano i tempi, gli eventi umani ed i nomi di coloro che hanno fatto la storia, si possono intravedere fra loro similitudini facilmente riconoscibili, sempre attuali e che possono esserci senz’altro di utile ammaestramento. L’antisemitismo, per esempio, si è manifestato attraverso le varie epoche sotto forme diverse, religiose, politiche, economiche avendo delle conseguenze che risulterebbe utile elencare per una corretta informazione, ma ciò richiederebbe un più approfondito esame che non può essere fatto in breve tempo”. Quante volte la società è caduta nell’errore della discriminazione? Quante volte si è ricorso all’antisemitismo per mettere in cattiva luce il popolo ebraico? “Tutto ciò è storia recente ed attuale. Non si possono far ricadere accertate responsabilità di un’intera società, su una minoranza che fra l’altro è parte integrante della stessa società che l’accusa. Da molti secoli le luci della festa di Chanuccà risplendono ogni anno per commemorare la lotta di un popolo per difendere il diritto a vivere e governarsi secondo i propri ideali ed aspirazioni. L’insegnamento di questa ricorrenza non può e non deve avere assolutamente un significato a carattere nazionale, ma deve avere soprattutto un valore universale, perché non solo si celebra la sospirata indipendenza di un popolo, ma si esalta il diritto di ogni nazione alla libertà condannando ogni governo che pratichi intolleranza politica e religiosa verso tutte le culture che fanno parte di quel sistema. Poiché il fenomeno della discriminazione in genere e dell’antisemitismo in particolare sono inconcepibili ed irrazionali, nonostante tutti tentativi di chiarimento fatti in tutte le epoche, c’è da ritenere che l’umanità non si sia completamente resa conto di quali idee ed insegnamenti si sia fatto portatore l’Ebraismo”. E l’amarezza è ancora maggiore se si considera la moneta con la quale il mondo ha sempre ripagato questo popolo. “L’augurio è che le luci di Chanukkà possano emanare tanto splendore sì da illuminare quelle menti che ancora praticano e diffondono sentimenti di odio e di violenza. Restauriamo e riconosciamo quindi – come fecero i Maccabei – le nostre menti ed i nostri cuori per la riaffermazione di quello che è stato il più grande insegnamento della storia, e di cui l’Ebraismo è stato portatore, – Veaavata lereachà camocha – Amerai il prossimo tuo come te stesso. E poiché l’uomo non è per l’ebraismo irrimediabilmente cattivo, perduto e incapace di elevarsi con le proprie forze, se non interviene la “grazia” unico mezzo di salvezza, ma lo reputa invece sufficientemente capace di redimersi e progredire, crediamo che sia in grado di poter raggiungere la realizzazione di principi morali finora predicati, ma mai concretizzati. I Maccabei si ribellarono e vinsero la loro battaglia per riaffermare gli ideali del popolo ebraico, di cui poi tutti i popoli dovevano alimentarsi. Quando si vogliono prevaricare i diritti dei più deboli il S. si manifesta come fece per nostri padri, sostenendoli nel pericolo, difendendoli e consegnando i forti nelle mani dei deboli, i numerosi in quelle dei pochi, i malvagi in quelle dei giusti. E poiché tutto ciò si verifica da molti secoli, è bene che l’umanità intera ne prenda atto ed impari la lezione della storia”. La festa di di Chanukkà, infatti, commemora la vittoria degli Asmonei, appartenenti alla famiglia dei Kohanim Ghedolim (i sommi sacerdoti), che di fronte alle persecuzioni religiose dei greci Seleucidi che regnarono dal IV Secolo a.C. nei territori dell’Asia conquistati da Alessandro il Grande, ebbero il coraggio di iniziare la ribellione armata. In pochi anni gli Asmonei liberarono Gerusalemme dalle truppe greche e ripulirono il Bet Ha-Miqdash (il Santuario di Gerusalemme) dagli idoli. R. Kenneth Auman, rabbino della Young Israel di Flatbush a Brooklyn in un suo recente articolo su Chanukkà (Torah To-Go, Chanukkah 5774) menziona che non fu solo la persecuzione religiosa che mise in pericolo l’esistenza del popolo ebraico. Un pericolo ancora più grave era costituito dall’attrazione della cultura greca. I nemici non erano solo esterni. In gran parte erano ebrei che avevano abbracciato l’ellenismo e ne erano diventati propagandisti. Questo fenomeno è certamente comprensibile se si pensa a quegli ebrei che in Russia abbracciarono il Bolscevismo, divennero propagandisti del marxismo-leninismo e formarono la famigerata Yevsekzia (la sezione ebraica del Partito Comunista) i cui membri andarono a perseguitare e ad assassinare gli ebrei fedeli alla Torà ed a distruggere le sinagoghe. Rav Yosef Shalom Elyashiv (Lituania, 1910-2012, Gerusalemme) in una sua derashà su Chanukkà cita il trattato Sukkà (56b) del Talmùd babilonese dove è raccontato che quando i greci entrarono nel Bet Ha-Miqdàsh venne con loro anche una certa Miriam che era nata da una famiglia di Kohanim del Mishmàr di Bilga (il Mishmàr era uno dei ventiquattro gruppi di Kohanim che servivano a turno nel Santuario). Si era sposata con un ufficiale greco e ne aveva abbracciato la religione. Arrivata al mizbèach (l’altare) lo prese a calci dicendo, in greco: “Lupo, lupo, fino a quando sperpererai il denaro d’Israele e non li proteggerai quando sono oppressi”. Quaranta anni fa il Nostro fu presente a un ferbrengen (riunione di Chassidim) del Rebbe di Lubavitch (Russia, 1902-1994, New York) che pronunciò queste parole con la voce strozzata, forse pensando alle persecuzioni dei comunisti quando abitava in Russia ed all’assimilazione dei nostri giorni. Un altro evento di collaborazionismo, citato da rav Elyashiv, è nel Midràsh Bereshìt Rabbà (Parashà Toledòt, 65) dove è raccontato che quando i nemici vollero entrare nel Monte del Santuario dissero di fare entrare per primo un ebreo ellenista. Scelsero un certo Yosè Mashita e gli dissero di entrare e quello che avrebbe portato fuori sarebbe stato suo. Egli entrò e portò fuori un candelabro d’oro. Perché usarono proprio un ebreo? Rav Elyashiv spiega che i nemici sapevano che anche se avessero distrutto il Bet Ha-Miqdàsh, gli ebrei lo avrebbero ricostruito, perché non avevano potere sul loro tesoro spirituale. Sapevano però che se fossero riusciti a farlo distruggere dagli ebrei stessi, la distruzione sarebbe durata per sempre. Il primo nemico ucciso dagli Asmonei fu un ebreo ellenista (I, Maccabei, 2:24). La guerra di liberazione fu combattuta su due fronti. Non era sufficiente sconfiggere i greci sul campo di battaglia. Bisognava anche convincere gli ebrei a non farsi attrarre dalla fata morgana dell’Ellenismo ed a rimanere fedeli agli insegnamenti di Moshè Rabbenu (Mosè nostro maestro). La guerra non era solo militare ma anche intellettuale. In epoca moderna questo concetto venne espresso in modo molto chiaro da Camillo Paolo Filippo Giulio Benso Conte di Cavour che in uno dei suoi celebri discorsi al Parlamento disse: “Non vi è rivolgimento politico notevole, grande rivoluzione che possa compiersi nell’ordine materiale, se preventivamente non è già stata preparata nell’ordine morale, nell’ordine delle idee”. La sopravvivenza del popolo ebraico fu il risultato del loro attaccamento alla Torà, alla tradizione orale che conteneva le risposte all’Ellenismo, grazie alle nuove scoperte intellettuali che gli studiosi di Torà fanno ogni giorno nel Bet Hamidràsh (casa di studio). Per questo “Chanukkà – ricorda Donato Grosser – viene chiamata la festa della Torà orale. R. Mordekhài Yaffe (Praga, c. 1530 – 1612, Posen) autore del Levùsh (O.C., 670:2) sottolinea questo fatto menzionando che a Purim festeggiamo la sopravvivenza fisica con banchetti, con regali alimentari agli amici e con donazioni ai bisognosi. A Chanukkà invece, dal momento che festeggiamo la nostra sopravvivenza spirituale, per otto giorni accendiamo i lumi, recitiamo lo Hallèl (salmi di lode) e ‘Al Hanissìm, in ringraziamento per i miracoli che l’Eterno fece per i nostri antenati nella guerra contro i greci, contro gli ellenisti e contro l’Ellenismo”.Il Sevivon è un gioco tipico di Chanucchà, oggi disponibile in formato digitale. Una piccola trottola a quattro facce su ciascuna delle quali è impressa una lettera dell’alfabeto ebraico נ(Nun), ג(Gimel), ה(Hei), ש(Shin) e il cui acronimo è Nes Gadol Hayah Sham, cioè “Un grande miracolo accadde là”. Infatti a quel tempo i bambini studiavano di nascosto la Torah e quando si avvicinavano le guardie del Re, facevano finta di giocare con queste trottole. E noi cristiani, cioè di Cristo, siamo vicini agli Ebrei, nella distinzione religiosa delle rispettive tradizioni, siamo capaci di annunciare a tutti quello che abbiamo ricevuto, senza timore?“Beati noi per la nostra fede perché facciamo parte di una compagnia spirituale – scrive Benedetto XVI – che vive il Vangelo nella famiglia, nella comunità e nella Eucarestia. Una compagnia che prima di tutto, sempre ed ovunque, pone al centro della vita il rispetto della dignità della persona”. Quindi non possiamo che dirci cristiani in quanto “fratelli, collaboratori di Dio nel Vangelo di Cristo”(1Ts 3,2) perché il mondo creda in Gesù Cristo (mirabili sono gli affreschi medievali nel monastero di Visoki Decani in Kosovo:www.kosovo.net/dec_frescoes.html) Figlio di Dio che più di duemila anni fa si è fatto pienamente Uomo nell’umiltà di una fredda dimora a Betlemme, in Israele, grazie al SI della Santissima Vergine Maria. Un SI pronunciato umilmente all’Arcangelo Gabriele, senza il quale SI, nulla avrebbe potuto manifestarsi. Gesù, vero Dio e vero Uomo, vissuto in mezzo a noi, ai nostri fratelli Ebrei; condannato ingiustamente, giustiziato sulla croce, morto e, dopo tre giorni, risuscitato. Questa è nostra fede che la Chiesa Cattolica attraverso gli Apostoli, i Santi, i nostri stessi nonni e i genitori, in migliaia di Natali e Pasque, ci ha trasmesso nel Battesimo, nella Comunione, nella Cresima, nell’Eucaristia. Miliardi persone nel passato vi hanno creduto e miliardi di miliardi in futuro vi crederanno grazie alla fede di ciascuno di noi. Che si manifesta pubblicamente nei sacramenti anche visitando le sacre rappresentazioni e partecipando ai presepi viventi in ogni angolo del mondo. Ecco perché non possiamo non dirci cristiani, cioè seguaci di Gesù di Nazareth sulla via della Verità, della Giustizia, della Carità, della Pace, della Fede e della Speranza. Chi nel laicato, chi nel matrimonio uomo-donna, chi nella vita consacrata sacerdotale e religiosa, tutti i giorni, in famiglia, nella società, nella cultura, nell’informazione, nella scienza. Siamo cristiani (anche chi dice di non esserlo!) ossia portatori sani di quei valori essenziali della vita e della dignità della persona (non negoziabili) che purtroppo oggi sono tutt’altro che affermati nella nostra civiltà occidentale incapace di rendersene pienamente conto, cioè incapace di testimoniare nei fatti il valore supremo della vita di ogni persona fin dal suo inizio. Come cristiani non possiamo tacere questa nostra appartenenza, pena il tradimento della nostra più intima essenza. Il male e le sue molteplici espressioni moderne (laicismo, moralismo anticlericale, indifferenza, razzismo, sodomia, negatività, impudicizia, vizi e notizie terribili che fin da piccoli bombardano le nostre menti su giornali, tv e Internet come un mega-tsunami) benché assurti a metro di giudizio di singole persone e finanche di intere comunità, non possono vincere su Cristo, sulla fede e non prevarranno sulla Chiesa Cattolica e sui servi fedeli che Dio ha scelto (Apocalisse, 7,2-4.9-14). Ce lo assicura Gesù con queste parole: “Le porte degli inferi non prevarranno” (Mt 16,18) e ce lo confermano i santi, noti e ignoti che veneriamo. I santi non sono supereroi, alla stregua dei grandi personaggi della Marvel e della Dc Comics, ossia non sono eroi sovraumani nel senso di superiori alla razza umana. Il santo non supera l’umanità, ma l’assume e si sforza di avvicinarsi il più possibile al modello di Uomo completo e perfetto, il Cristo. Le Beatitudini sono la Carta costituzionale del Santo, queste sì superiori alla logica umana ed a qualsiasi altra legge. La lettera «Voi siete tutti fratelli» del Maestro dell’Ordine, inviata a tutta la Famiglia Domenicana, ha dato molto impulso alla preparazione dei Padri Predicatori all’ottavo centenario dalla fondazione ad opera di San Domenico. “Stiamo vivendo un tempo fecondo di speranza – scrive il Maestro – mentre andiamo verso la celebrazione degli 800 anni della conferma dell’Ordine da parte di Onorio III (22 dicembre 1216)”. Grande importanza assume, quindi, per il cammino spirituale e per la missione dei Domenicani nel mondo, l’insegnamento di Papa Benedetto XVI che nell’Anno della Fede ha indicato Maria quale “modello perfetto del sacerdote”. La grande e filiale devozione domenicana alla Vergine Maria, scudo alle insidie del maligno, e l’impegno apostolico della predicazione, possono “ravvivare l’amore e la venerazione per Lei” e lo spirito di fratellanza tra tutti gli esseri umani. La Chiesa di Dio una e visibile, è veramente universale (cattolica) in quanto mandata a tutto i

l mondo, perché il mondo si converta al Vangelo, alla Buona Novella. Il Magistero della Chiesa afferma sempre che i cristiani, come ha insegnato il Signore, “si caratterizzano dalla dilezione scambievole” (Gv 13,35). La coesione familiare è la natura propria dei cristiani, l’unità è il loro unico modo di presentarsi al mondo per l’annuncio.Il Cristianesimo è uno solo. Questa è l’essenza stessa dell’ecumenismo, la verità insindacabile. Un Cristianesimo unito si diffonde ovunque, poiché nell’unità della Chiesa che trova espressione viva e feconda l’evangelizzazione di tutti i popoli. La Chiesa intera si estenderà fino ai confini della terra (ed oltre) nella misura in cui la sua unità è affermata e realizzata, perché come dice Gesù “essi siano uno affinché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17,21). Il missionario, il predicatore, è operatore di pace, colui che insegna a credere in Cristo; egli porta all’eroismo la propria vocazione di cristiano. Oggi la cultura del mondo predica la divisione, la crisi del debito, la crisi etica, la sfiducia, la non l’unità, la fine del lavoro e della famiglia naturale, anche per decreto presidenziale. Il mondo sembra rifiutare la coesione. “Che essi, Padre, siano uno perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17,21), è la preghiera di Gesù.I cristiani sanno che solo attraverso questa unità il mondo crederà in Cristo. Se da un lato questa unità esiste già nella Chiesa di Cristo, dall’altro non è un’unità già attuata completamente e visibile. Dunque va cercata, va voluta, incrementata. Essa sarà in continua crescita fino alla pienezza, fino alla completa fraternità fra tutti i popoli, raggiunta la quale, nel rispetto reciproco delle proprie tradizioni religiose, saremo tutti di Cristo. Dunque, l’affare urgente, la formula vincente per la vita, è la fraternità, la nuova “visione” antropologica donata da Cristo all’umanità. Le divisioni non solo contraddicono apertamente la volontà di Cristo, ma sono anche di scandalo ai più piccoli e danneggiano la predicazione del Vangelo ad ogni creatura. Vincere e promuovere la fraternità e l’amicizia tra i popoli (quella che alcuni economisti oggi chiamano “empatia razionale”, capace di creare matematicamente ricchezza, cioè veri Pil e derivati, in un mondo autenticamente globalizzato dove il danaro, oggi al centro del mondo, sarà sostituito dal Credito alla Persona) significa soprattutto abbreviare l’attesa del ritorno glorioso di Cristo sulla Terra, come promesso dai nostro padri nella fede. I nostri Presepi invitano alla riflessione sulla nostra Fede, sulla nostra Speranza, sulla nostra Vita di cristiani, eternamente beati in Cristo, l’unico vero Buon Pastore e Maestro. Buon Natale e Chag Chanucchà Sameach, Felice Festa delle Luci. Che siano propizi per un prospero Anno Nuovo 2014 insieme ai nostri cari. Che l’Immacolata Maria Santissima ci purifichi tutti e diffondi l’immacolatezza sulla faccia della Terra.

© Nicola Facciolini