Patti frenatori e sogni

Su Formiche.net Michele Pierri dice che il programma di Renzi più che a Obama sembra ispirarsi ad una “terza via britannica” e non sembra un caso che sia stato Tony Blair il primo tra i leader stranieri a congratularsi con Renzi, già quando il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano gli aveva conferito l’incarico di formare […]

ImmaginenuovaSu Formiche.net Michele Pierri dice che il programma di Renzi più che a Obama sembra ispirarsi ad una “terza via britannica” e non sembra un caso che sia stato Tony Blair il primo tra i leader stranieri a congratularsi con Renzi, già quando il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano gli aveva conferito l’incarico di formare il nuovo esecutivo, affermando che: “ha il dinamismo, la creatività e la forza per avere successo“.

Ma, a differenza di Blair, Renzi deve vedersela che una nazione più complicata e con più “frenatori” e deve essere più diretto e più duro, difendendo il richiamo della Serracchiani a Grasso in quanto esponente del partito e bacchettando il presidente del Senato, perché, dice, “non credo sia intervenuto nella sua veste istituzionale, gli arbitri non possono giocare e se lo ha fatto ha commesso un errore dal punto di vista della forma e della sostanza”
Detta la riforma del titolo V: “mai più l’eccesso di conflitti tra regioni e stato, questo paese deve essere più semplice” e sintetizzata all’osso la legge costituzionale: “Si mette la parola fine ad una discussione trentennale, con quattro paletti. No al voto di fiducia del Senato, no al voto sul bilancio, no all’elezione diretta dei senatori, no indennità ulteriore”; perché i frenatori: “Saranno minoranza nel Senato e nel paese”, in quanto: “c’è un’ansia di cambiamento che non si può bloccare”.
Renzi si gioca tutto sulla legge costituzionale approvata “all’unanimità”dal suo consiglio dei ministri, che abolisce il Senato elettivo, il Cnel e riduce le competenze delle regioni e che si dice sicuro sarà votata da una larga maggioranza ed anche da tutto il Pd, “perché i frenatori sono in minoranza nel Paese” e questa “rivoluzione “vale da sola una carriera politica”.
Lui questa riforma la vorrebbe vedere approvata al suo primo giro di boa entro le europee e sulla quale è pronto a far saltare il banco e a chi obietta che la fretta nasconda un fine elettorale, dice che “è evidente come di fronte a un crescere del populismo, se la politica fa il suo mestiere e cambia, tutto è più semplice, se invece mette la testa sotto la sabbia e fa lo struzzo, deve andare tutta a casa”.
La pensa come lui il direttore di Repubblica Ezio Mauro, che afferma (nel presentare le due nuove versioni cartacea ed on-line del suo quotidiano da Lilli Gruber) che sono le riforme di Renzi per intero (Senato, Titolo V, aumenti stipendiali per i meno abbienti) che possono tenerci al riparo da una affermazione del populismo radicale che avanza in Francia e minaccia di avanzare in tutta Europa.
I Grillini ed il Fatto Quotidiano paventano con però una “deriva autoritaria” con un post sul blog di Beppe Grillo che riporta una fotografia con la scritta: “La svolta autoritaria” e, nella foto di apertura il fondatore della P2 Licio Gelli, con l’intenzione di suggerire che Renzi e Berlusconi stanno cambiando l’Italia e non nel modo migliore, a partire da una legge elettorale che elimini i partiti minori.
Il leader pentastellato ha deciso di giocarsi tutte le carte che può, anche firmare l’appello di alcuni costituzionalisti italiani, con Gustavo Zagrebelsky e Stefano Rodotà in testa, contro la trasformazione del Senato in organo non elettivo ed il gesto è stato visto, da Lettera 43 ma anche da altre testate, come propedeutico al recupero di consensi alla sinistra del Pd, che non saranno tanti, ma sommandosi con quelli che si potrebbero raccattare tra delusi della destra ed elettori fluttuanti diverrebbero un bel gruzzolo davvero.
A questo punto ciò che è certo è che per riuscire nel suo intento Renzi dovrà necessariamente completare il pacchetto e dovrà tenere la tensione altissima, contro i franchi tiratori, anche sulle altre sfide che lo attendono nelle prossime settimane.
Innanzitutto quella sul Lavoro, perché sul tema più delicato di tutti per il primo partito del centrosinistra, si stanno creando diversi gruppi di opposizione interna, capitanati sia da esponenti di minoranza dialoganti, sia da nemici giurati del golden boy dem. I Giovani turchi, per esempio, bocciano il dl Poletti e chiedono di tornare al contratto a tempo indeterminato a tutele progressive, spiegando che così com’è, il decreto del ministro del Welfare (una sola possibilità di rinnovare i contratti a tempo) creerebbe più precarietà. Con il leader Matteo Orfini, però, il canale di dialogo è aperto da tempo e una soluzione comune non è impossibile, soprattutto se nel rimpasto della segreteria nazionale del Pd lo spazio per loro non sarà puramente scenico.
Senza contare, poi, che la minoranza dem non vede l’ora di riaffondare le unghie sull’Italicum e stavolta con maggiori chance di incidere, visto che la legge elettorale voluta da Renzi, in accordo con Silvio Berlusconi e Angelino Alfano, deve passare sotto le forche caudine del Senato, dove i numeri scarseggiano.
A Palazzo Madama Renzi dovrà fare i conti con gente molto motivata a farlo cadere, come Anna Finocchiaro, con la quale in passato ha scambiato dialoghi di fuoco a mezzo stampa. Ma anche i sei civatiani col coltello tra i denti, determinati a mettere in difficoltà in leader, dopo la chiamata di Pippo Civati a una nuova minoranze.
Con il gruppo di ex bersaniani ed ex dalemiani, capitanati da Roberto Speranza c’è una sorta di feeling, ma essa è direttamente proporzionale al peso specifico che avranno al Nazareno Nico Stumpo, Davide Zoggia, Micaela Campana ed altri, con la necessità di Renzi di scendere a patti e fare chissà quali concessioni.
Per quanto mi riguarda mi auguro che Renzi riesca e che l’Italia possa precipitare in un sogno di recupero sociale ed ideale, un sogno che è quello antico degli antichi emigrati, raccontato di recente dal mio concittadino Goffredo Palmerini nel bel saggio ’Italia dei sogni – Fatti e singolarità del bel Paese, One Group Edizioni, nella cui prefazione Errico Centofanti giustamente scrive che i sogni si recuperano attraverso valori e tradizioni, in un “incrocio di informazioni e di riflessioni con cui si accrescono ogni giorno la consapevolezza della realtà e l’attitudine a sviluppare fattori di progresso”.
Tre anni fa ho letto “il sognatore di Positano”, un libro di emozioni, una saga famigliare, un pezzo di storia d’Italia, firmato da Virginia Attanasio e Stefania Berbenni, un libro-verità che sembra però un romanzo, o un film e che racconta la storia della costruzione del piccolo albergo più bello del mondo (certificato così da tutte le classifiche): il San Pietro a Positano ed ho scoperto che fu la caparbietà del sognare e non il denaro a permettere ad un piccolo uomo che sembrava “impazzito” di portare in una piccola isola dimenticata grandi vip e l’interesse del mondo. “Questo è il colore dei miei sogni” è il titolo di un celebre quadro di Mirò, acconto del quale un poerta italiano scrisse, nel 1995: “‘Io celebro me stesso, io canto me stesso, e ciò che io suppongo devi anche tu supporlo peché si avveri”.

Carlo Di Stanislao