‘Joker’, lo psicoanalista: C’e’ un killer in ognuno di noi

“Nessuno di noi puo’ sfuggire al male. Cio’ che possiamo fare e’ tentare di evitare di cadere nelle buche. In ognuno di noi c’e’ l’ombra. In un ognuno di noi c’e’ un assassino”. Esordisce cosi’ Ferdinando Testa, psicoanalista junghiano del Centro italiano di psicologia analitica (Cipa) di Catania, riflettendo con l’agenzia Dire su ‘Joker’, il […]

“Nessuno di noi puo’ sfuggire al male. Cio’ che possiamo fare e’ tentare di evitare di cadere nelle buche. In ognuno di noi c’e’ l’ombra. In un ognuno di noi c’e’ un assassino”. Esordisce cosi’ Ferdinando Testa, psicoanalista junghiano del Centro italiano di psicologia analitica (Cipa) di Catania, riflettendo con l’agenzia Dire su ‘Joker’, il film di Todd Phillips che sta affascinando il mondo intero. Cos’e’ che ci cattura di questo Joker? Al livello psicologico il personaggio ha una sua rilevanza perche’ “proietta in continuazione all’esterno il suo mondo interiore. Un mondo abbandonato, fatto di trascuratezze, negazione e follia”. L’unica salvezza per Joker e’ “il mettersi in mostra, farsi vedere, notare e apprezzare. E lo fa divenendo estremamente patologico”, perche’ e’ estremo cio’ che ha subito, “l’abbandono, i maltrattamenti, gli abusi”, continua Testa. Il personaggio di Joker ha radici antichissime, spiega lo specialista, “nella tradizione e’ la carta Zero dei Tarocchi, ‘Il Matto’ che- puntualizza lo psicoanalista- non ha una funzione negativa o distruttiva”. Il Matto e’ colui che “mischia le carte, crea il caos, lo scompiglio, rompe la rigidita’ degli schemi saturnini, dei canoni della collettivita’, per operare una trasformazione”. Joker pero’ non trasforma come Il Matto, bensi’ “uccide e uccidendo gli altri uccide se stesso”. L’analista mette, pero’, in guardia gli spettatori sull’importanza a non confondere nel film l’immaginazione con la fantasia. “Joker e’ pieno di fantasia ma non di immaginazione- precisa- il fantasticare, come dice Winnicott e come riprende Jung, e’ un allontanamento dalla realta’, un’alienazione dalla profondita’ del Se’. L’immaginazione e’, invece, la vera attivita’ creatrice dello spirito. Noi oggi soffriamo perche’ sempre di piu’ non immaginiamo e ci illudiamo di immaginare, perche’ sotto questo aspetto nelle relazioni noi proiettiamo le nostre cose”. Avendo il protagonista del film “un disturbo narcisistico, e’ portato a rompere gli schemi, a imporre il suo pensiero”, come avviene nel disturbo borderline. Ma Joker lo fa “in maniera eccessiva, scoordinata e impulsiva”. Non riesce a trovare un equilibrio e quindi “trasborda, va oltre, per il bisogno di essere amato, apprezzato, visto e considerato”. Questa necessita’, infatti, e’ talmente forte “che si impossessa di lui fino a renderlo vittima del suo stesso dolore”. L’intento del film e’ proprio quello di “evidenziare la solitudine e l’isolamento”. D’altro canto per la personalita’ “narcisistica, l’onnipotenza e’ il non avere consapevolezza dei propri limiti. Il bullismo, l’utilizzo di cocaina, eroina, la convinzione che si possa superare ogni cosa”, sono tutti esempi “della tracotanza umana e noi- riflette Testa- rischiamo come Prometeo di venire incatenati alla roccia per aver sfidato il potere degli Dei”. Infatti, Testa ritiene che dietro ogni ‘delirio’ di onnipotenza si nasconda in realta’ “una grande impotenza”. Una persona e’ definita “equilibrata, invece, nella misura in cui riesce a vivere l’infinito nel finito, l’illiminato nel limitato”. C’e’ differenza, infondo, “tra il possedere una passione e l’esserne posseduti. Joker, cosi’, e’ posseduto da una passione che comporta complessi, aspetti traumatici, dolore e un vuoto” incolmabile “per non essere mai stato amato”. Il film “attrae, incuriosisce, affascina, perche’ mette in contatto ognuno di noi con la propria parte del male. Con i pensieri piu’ assurdi e incredibili, di cui siamo costituiti e formati”. Avere consapevolezza del “nostro mondo interiore, della nostra oscurita’, e’ dunque l’unica vera arma a disposizione che abbiamo per gestirla. La consapevolezza del male, in fondo, e’ la piu’ alta forma del bene”, conclude Testa.