Sanità. Epatite C, Italia tra Paesi con più infettati in Europa

Il numero esatto delle persone con infezione da epatite C in Italia non e’ noto. Tuttavia, con una stima di circa l’1% della popolazione, l’Italia e’ considerata uno dei Paesi con la piu’ alta percentuale di infettati in Europa. Se il numero dei pazienti da trattare resta alto, sulla media dei trattamenti di questi ultimi […]

Il numero esatto delle persone con infezione da epatite C in Italia non e’ noto. Tuttavia, con una stima di circa l’1% della popolazione, l’Italia e’ considerata uno dei Paesi con la piu’ alta percentuale di infettati in Europa. Se il numero dei pazienti da trattare resta alto, sulla media dei trattamenti di questi ultimi 4 anni, il bacino dei malati con un’infezione diagnosticata e quindi trattata, terminerebbe entro il 2023. A rimanere fuori sarebbe una grande percentuale di pazienti infetti che non sanno di essere contagiati e che oggi si stima siano tra i 200mila e i 300mila. È quanto emerso oggi a Roma in occasione della presentazione IN Senato del progetto ‘CCuriamo’, ideato da ISHEO e dedicato all’epatite C. “Per questo e’ indispensabile identificare strategie opportune per far venire alla luce il sommerso dell’infezione da HCV- ha sottolineato la dottoressa Loreta Kondili, medico ricercatore presso il Centro Nazionale per la Salute Globale dell’Istituto Superiore di Sanita’- Gli individui che riportano fattori di rischio per l’acquisizione dell’infezione, quali lo scambio di siringhe, soprattutto coloro che fanno o hanno fatto uso di stupefacenti oppure la popolazione carceraria o ancora i migranti da paesi ad alta prevalenza di HCV, sono individui sui quali deve essere applicata la strategia ‘testare e trattare’ indipendentemente dalla loro eta’”.

Per quanto riguarda l’eliminazione dell’HCV in tutta la popolazione infetta, l’Istituto Superiore di Sanita’ “ha valutato come costo-efficace un approccio di screening per coorti di eta’- ha fatto sapere l’esperta- che prevede anzitutto l’applicazione di un test di screening in primis nella popolazione nata tra il 1968 e il 1987 (coorti con piu’ alta prevalenza dell’infezione non nota piu’ a rischio di trasmissione dell’infezione), per proseguire con lo screening alle coorti dei nati tra il 1948 e il 1967 (coloro che inizialmente avevano le prevalenze piu’ alte dell’infezione, ma che ad oggi sono anche quelli con la malattia diagnosticata e ormai gia’ guariti)”. L’applicazione di questa strategia, per la dottoressa Kondili, permettera’ “l’aumento delle diagnosi delle infezioni non note ad un costo nettamente inferiore per il Servizio sanitario nazionale rispetto ad uno screening universale e consentira’ di raggiungere i target di eliminazione del virus”, ha concluso.