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	<title>Pillole di cultura Archivi - L&#039;Impronta L&#039;Aquila</title>
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		<title>La《palestra》della Misericordia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Nov 2024 10:21:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Abruzzo]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura e Spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[Pillole di cultura]]></category>
		<category><![CDATA[improntalaquila.com]]></category>
		<category><![CDATA[l'aquila]]></category>
		<category><![CDATA[L'Aquila Santa Maria della Misericordia]]></category>
		<category><![CDATA[La《palestra》della Misericordia]]></category>
		<category><![CDATA[rosati mauro]]></category>
		<category><![CDATA[Santa Maria della Misericordia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tempo fa, in cerca di alcune notizie storiche, stavo sfogliando un&#8217;importante e nota pubblicazione del 1981 (autore Giorgio Stockel) sulle vicende urbane del centro dell&#8217;Aquila tra il 1860 e il 1960. A un certo punto l&#8217;immagine di una planimetria attira la mia attenzione: si vede un complesso abbastanza grande comprendente un edificio rettangolare con la [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Tempo fa, in cerca di alcune notizie storiche, stavo sfogliando un&#8217;importante e nota pubblicazione del 1981 (autore Giorgio Stockel) sulle vicende urbane del centro dell&#8217;Aquila tra il 1860 e il 1960.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A un certo punto l&#8217;immagine di una planimetria attira la mia attenzione: si vede un complesso abbastanza grande comprendente un edificio rettangolare con la scritta 《<em>palestra coperta</em>》.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La didascalia dell&#8217;immagine mi aiuta e, orientandomi, riconosco la chiesa aquilana della Misericordia (Santa Maria della Misericordia) proprio in quel rettangolo dov&#8217;è scritto 《<em>palestra coperta</em>》. La cosa mi incuriosisce e mi sorprende allo stesso tempo, per cui torno indietro di qualche pagina e cerco spiegazioni nel testo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 1942 viene redatto un progetto per la trasformazione dell&#8217;antico complesso della Misericordia in una sede scolastica; cito dal testo: 《<em>nel 1942 l&#8217;ingegnere Giuseppe Bonanni e l&#8217;architetto Mario Gioia presentano al Comune un progetto per l&#8217;adattamento del complesso dei fabbricati della Misericordia a scuola professionale per la donna: </em>[&#8230;] <em>la vecchia chiesa viene trasformata in palestra </em>[&#8230;]》 (G. Stockel, 1981). Una palestra con relativi ambienti di servizio: guardaroba, spogliatoio, docce; come si legge sulla pianta del progetto pubblicata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Detto questo, facciamo un passo indietro nel tempo:</p>



<p class="wp-block-paragraph">la chiesa della Misericordia viene fondata nel periodo 1528-1531, annessa al complesso dell&#8217;omonima Confraternita (che ospitava bambini abbandonati e/o orfani), e la troviamo anche sulle piante storiche della città dell&#8217;Aquila. Arriviamo al Novecento: il complesso e la chiesa hanno evidentemente perso la loro funzione originaria, e così si arriva alla progettazione del 1942.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è da immaginare che se la chiesa della Misericordia fosse stata trasformata in una palestra scolastica, con relativi servizi, avrebbe probabilmente subìto delle manomissioni più o meno importanti, a rischio della sua conservazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa chiesa infatti è un gioiellino dell&#8217;architettura aquilana con la sua facciata rettangolare &#8211; sormontata da un triangolo murario (timpano) &#8211; bella, austera e raffinata (portale centrale con tracce di affresco soprastante, cornice di mezzo a rilievo tondeggiante, cornice del finestrone centrale con motivi ad òvolo, e non solo), con il suo alto campanile a vela perfettamente visibile per chi da Via del Guasto entra nelle Svolte della Misericordia, e con i suoi interni scrigno di bellezze artistiche e architettoniche, sovrapposte nei secoli e arricchite da importanti ritrovamenti pittorici durante i lavori di restauro dopo il sisma del 2009.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un&#8217;unica navata 《<em>che forse è la più bella e architettonicamente pregevole sala barocca della città</em>》, come la definisce lo studioso mons. Orlando Antonini.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Molti nostri concittadini, e non solo, hanno avuto modo di &#8220;assaggiarne&#8221; la bellezza durante alcune aperture straordinarie, in attesa della completa riapertura al pubblico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non troppo distante da San Silvestro, da Via Garibaldi e da Viale Duca degli Abruzzi, la chiesa della Misericordia sorge nel Quarto di Santa Maria, in uno spazio intimo e gradevole nel cuore della nostra città, davanti alla piazza omonima e incastonata tra vicoli suggestivi che confluiscono proprio nella piazza. Una piacevole piazzetta incorniciata dalla chiesa, da graziose case e da un muro di cinta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;importanza di questo luogo è sottolineata anche dall&#8217;onomastica stradale: insieme a &#8220;Via delle Stimmatine&#8221; e a &#8220;Vico di Nuccia&#8221; (legato alla storia della chiesa), abbiamo &#8220;Via ed Arco della Misericordia&#8221; e &#8220;Svolte della Misericordia&#8221;, affascinanti stradine storiche che confluiscono nella &#8220;Piazza della Misericordia&#8221;. Queste vie formano quello che personalmente chiamo 《sistema onomastico》, ossìa un insieme di spazi stradali con lo stesso nome ma con tipologie di strade diverse che li distinguono (via, arco, svolte, piazza, vico, costa, sdrucciolo, chiassetto, largo): non è una scelta casuale, ed è importante, perché la ricorrenza di una certa denominazione ci segnala l&#8217;importanza e il significato storico e fisico di determinate zone del nostro centro cittadino.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo caso possiamo parlare di 《sistema onomastico della Misericordia》(con la Via, l&#8217;Arco, le Svolte e la Piazza), così come vi sono altri 《sistemi onomastici》- ugualmente importanti &#8211; tra le vie nel cuore della nostra L&#8217;Aquila.</p>



<p class="has-text-align-right wp-block-paragraph"><strong>Mauro Rosati</strong></p>
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		<title>Befana &#8211; Epifania: origine e storia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Jan 2016 15:35:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pillole di cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Befana Epifania: sembra un bel nome. Completo di prenome e di cognome. Anche se evidentemente esotico, appare ancora molto verosimile. Le due parole sono, in effetti, il nome della festa che si celebra, secondo la tradizione cristiana, il 6 gennaio. Esse sono, infatti, sinonimi. Il primo, Befana, è una trasformazione popolare generata per banalizzazione semantica [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Befana Epifania: sembra un bel nome. Completo di prenome e di cognome. Anche se evidentemente esotico, appare ancora molto verosimile. Le due parole sono, in effetti, il nome della festa che si celebra, secondo la tradizione cristiana, il 6 gennaio. Esse sono, infatti, sinonimi. Il primo, Befana, è una trasformazione popolare generata per banalizzazione semantica favorita dall’assonanza fonetica; il secondo – voce aulica, molto fedele all’originale – è il termine greco (ellenistico) per indicare la “manifestazione della divinità”. Il verbo “epiphàino”, nella lingua greca antica significa “mi mostro”: mi faccio vedere in giro, quindi “compaio e mi presento”. Esso è formato dalla preposizione “epì” + il verbo “phàino”. Per inciso faccio notare che dal verbo “phaino” derivano anche le parole fantasma (qualcosa che si può vedere) e fenomeno (ciò che si rende evidente).<br />
Ma torniamo ad epifania. Nella tradizionale visione cristiana è il momento della storia in cui Dio si manifesta all’uomo, così come si legge dai Vangeli: la nascita di Gesù e la corsa a Betlemme dei pastori; poi, la visita dei tre saggi dall’Oriente, i quali simboleggiano tre culture e rappresentano la saggezza del mondo allora conosciuto. Secondo la simbologia dell’evento, i doni da essi offerti sono il meglio che si possa offrire al nuovo nato, destinato ad essere Re; così come il Bambino stesso, tra tutti i doni, è il migliore che Dio possa offrire all’uomo: un figlio. Ma nella prospettiva della fede egli è il Figlio stesso di Dio, promessa di redenzione per l’uomo. Ed epifania è anche la costante esperienza personale dell’uomo, ogni qualvolta riesce a riconoscere nella propria vita la presenza del divino.</p>
<p>Sono moltissime le parole ellenistiche (periodo della storia dell’antichità, linguistica e culturale, del mondo mediterraneo) – greche e latine – vive ancor’oggi nel linguaggio religioso cristiano. E solo per restare in questo periodo dell’anno voglio ricordare anche – oltre a natale (latina) ed epifania (greca) – carnevale (latina), quaresima (latina), pentecoste (greca). La loro origine è datata, mentre la loro costante attualità rimanda ad una caratteristica psicolinguistica del lessico religioso: quella di evolversi molto più lentamente del restante lessico comune. Ma tra le parole fin qui menzionate, befana e carnevale sono quelle che sulla bocca del popolo hanno avuto una loro particolare evoluzione, sia sul piano fonetico che su quello semantico. Questa banalizzazione le ha rese col tempo la personificazione dell’accumulo dei simboli di cui esse erano caricate. Sicché, oggi, oltre alla data della festa (espressa in questa forma banalizzata) legata al ciclo liturgico della Chiesa, esse indicano anche dei veri personaggi creati dalla fantasia popolare, ben noti alla cultura occidentale, come d’altronde lo stesso Babbo Natale. Tutti nella loro peculiare caratterizzazione, sia somatica che psicologica.<br />
Vedete, allora, che patrimonio di cultura si condensa nei nomi! E quanta partecipazione di popolo risiede nella storia delle parole! Fino a riempire pagine e pagine di vera letteratura. Così, come ogni lettore potrà darmi atto sulla base della personale esperienza fatta con queste realtà immaginifiche.<br />
Luigi Casale</p>
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		<title>Era stato detto &#8230;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Sep 2015 09:34:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Quando l’Europa si andava formando, nella prospettiva geopolitica, come nuova entità statuale (prima i Sei, poi i Dodici, poi a mano a mano tutti gli altri fino a diventare Ventotto), passando per la riunificazione della Germania e fino all’adozione della moneta unica; mentre l’Unione Sovietica si scompaginava e la Jugoslavia si dissolveva; qualcuno l’aveva detto. [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Quando l’Europa si andava formando, nella prospettiva geopolitica, come nuova entità statuale</span><b> </b><span style="font-size: large;">(prima i Sei, poi i Dodici, poi a mano a mano tutti gli altri fino a diventare Ventotto), passando per la riunificazione della Germania e fino all’adozione della </span><span style="font-size: large;"><i>moneta unica</i></span><span style="font-size: large;">; mentre l’Unione Sovietica si scompaginava e la Jugoslavia si dissolveva; qualcuno l’</span><span style="font-size: large;"><i>aveva detto</i></span><span style="font-size: large;">. E non tra i politici e i commentatori di professione. Ma erano alcuni cittadini, particolarmente attenti. Avevano sostenuto che sarebbero state abbandonate al loro destino le nazioni </span><span style="font-size: large;"><i>in via di sviluppo</i></span><span style="font-size: large;"> dell’Africa e dell’Asia; mentre sarebbero state sostenute – e privilegiate – nel cammino dello sviluppo economico e sociale, traendone maggior vantaggio, quelle dell’Europa orientale e i nuovi Stati usciti dall’ex Unione sovietica; nonché quelli dell’ex Jugoslavia. Tutti fortemente attratti dalla nuova Europa politica.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Sono sicuro che, questo, </span><span style="font-size: large;"><i>era stato detto</i></span><span style="font-size: large;">.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Eppure, non si sarebbe mai immaginata l’odierna apocalittica tragedia del trasferimento verso i paesi dell’Unione europea di enormi masse di emigranti e fuorusciti proprio dai paesi dell’Asia e dell’Africa, spinte dalla disperazione e attratte dal miraggio (e dalla speranza, ma per molti anche un’illusione) di una vita dignitosa e rispettosa da offrire ai propri figli, anche a scapito della propria: unico e sommo bene personale. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Non io l’avevo detto. Io che pure mi compiaccio di giocare con le parole, approfondendone il senso talvolta nascosto.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">L’affermazione verbale è un dato di fatto, indica un evento; ma, nello stesso tempo, è un avvenimento essa stessa. Un fatto. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">L’approccio del linguista a questo tipo di fatti è, generalmente, un’analisi grammaticale e semantica. Egli cerca di scoprirne i valori formali, anch’essi aspetti del reale: concetti e idee, espressi nella struttura linguistica. In questo caso si evidenzia che “era” è un imperfetto (</span><span style="font-size: large;"><i>infectum</i></span><span style="font-size: large;"> = non-fatto): una condizione di non compiutezza dell’essere. Ciò che i filosofi più antichi chiamavano il </span><span style="font-size: large;"><i>divenire</i></span><span style="font-size: large;">. Che “stato”, come participio perfetto del verbo essere indica azione compiuta nel passato il cui effetto dura nel presente. È l’</span><span style="font-size: large;"><i>essere</i></span><span style="font-size: large;">. Sempre come hanno intuito i filosofi antichi; ed hanno insegnato. Mentre, che “detto”, participio perfetto del verbo dire, dà la pregnanza semantica all’enunciato: ci dice, in effetti, che l’azione di cui si intende dare comunicazione (e approfondimento) è proprio la </span><span style="font-size: large;"><i>parola</i></span><span style="font-size: large;">, il linguaggio. Sostanzialmente, il </span><span style="font-size: large;"><i>pensiero</i></span><span style="font-size: large;">. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Non so quanto siano importanti queste considerazioni applicate, nella circostanza, al fenomeno migratorio che sta sconvolgendo il mondo (come l’ha già altre volte sconvolto nelle epoche passate). Certamente, se stimolano il linguista ad una forma di responsabilizzazione, possono richiamare tutti, politici e osservatori, ad una grande responsabilità. Quella di prendere coscienza dei processi del </span><span style="font-size: large;"><i>divenire</i></span><span style="font-size: large;"> e dell’</span><span style="font-size: large;"><i>essere</i></span><span style="font-size: large;">; e di intervenire, poi, di conseguenza: cioè </span><span style="font-size: large;"><i>razionalmente</i></span><span style="font-size: large;">. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">A questo punto sorge la </span><span style="font-size: large;"><i>questione morale</i></span><span style="font-size: large;">. Incentrata sulla responsabilità. Quella delle scelte personali e degli interventi politici che, evitando da una parte l’indifferenza e la presunta estraneità, dall’altra lo scoraggiamento e la dichiarata impotenza (con l’alibi della eccezionalità del fenomeno), diano risposta alle questioni che ci interpelllano. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Non sono, i popoli, cattivi. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Oppure, se lo sono, lo sono nella misura in cui sono cattive le loro classi dirigenti.</span></p>
<p align="RIGHT"><span style="font-size: large;"><b>Luigi Casale</b></span></p>
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		<title>Alla scoperta delle parole: Crisi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Sep 2015 03:53:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pillole di cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quante volte al giorno, di questi tempi, sentiamo o usiamo la parola crisi? E, poiché ci riferiamo al delicato momento che sta attraversando l’economia nazionale (e quella mondiale), l’avvertiamo come una maledizione. Ma di crisi si parla anche in altri campi, non solo in quello dell’economia. La salute, l’umore personale, le relazioni sociali, tutto è [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Quante volte al giorno, di questi tempi, sentiamo o usiamo la parola crisi?<br />
E, poiché ci riferiamo al delicato momento che sta attraversando l’economia nazionale (e quella mondiale), l’avvertiamo come una maledizione. Ma di crisi si parla anche in altri campi, non solo in quello dell’economia.<br />
La salute, l’umore personale, le relazioni sociali, tutto è soggetto a crisi. Inoltre di punto critico si parla anche a proposito dei fenomeni naturali della fisica e della chimica. Senza il quale gli stessi fenomeni sarebbero incomprensibili.<br />
Quanto invece alla politica (e alla economia, ad essa intimamente collegata), la crisi è sì un momento di difficoltà; ma che consente – una volta superato – di riprendere il cammino con rinnovate energie, nuove intenzioni, e nuove prospettive. Vorrei dire: se non fosse così, allora … a che cosa servono i responsabili del governo delle nazioni?<br />
Ora scopriamo però che la parola greca κρίσις, da cui proviene la parola italiana “crisi”, significa: separazione, scelta, e, solo come conseguenza, anche giudizio e sentenza.<br />
Κρίνω, infatti, il verbo all’origine di queste parole, significa appunto: distinguo, scevero, separo, e anche giudico. Tutte azioni che presuppongono una presenza attenta e responsabile della persona che deve affrontare la crisi.</p>
<p>Altre parole dell’antica lingua greca con la medesima radice, da cui discendono per forma e significato i termini moderni, sono: κριτικός (aggettivo) che – all’origine – significa “adatto a giudicare”, oppure “che riguarda il giudice”; υποκριτής (sostantivo) che significa attore, simulatore. In italiano e nelle altre lingue che continuano ad usare la parola “ipocrita”, essa – per antonomasia – è andata ad assumere un significato molto più marcato (= falso).</p>
<p>Appartengono alla stessa famiglia: critica, criterio (regola di giudizio) e crivello (attrezzo che serve a separare particelle di materiali o piccoli oggetti di diversa dimensione).</p>
<p style="text-align: right;">Luigi Casale</p>
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		<title>Alla scoperta delle parole: Guappo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Aug 2015 04:11:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo una serie di “conversazioni americane” sull’ipotesi dell’origine etimologica del termine napoletano guappo, avute con discendenti di emigranti napoletani, posso confermare, anche dall’Italia, la giustezza delle loro ipotesi; e presentare qui un quadro delle considerazioni fatte (il cui maggior contributo è venuto proprio dagli amici americani). In sostanza sono le stesse risposte che si trovano [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">Dopo una serie di “conversazioni americane” sull’ipotesi dell’origine etimologica del termine napoletano <i>guappo</i>, avute con discendenti di emigranti napoletani, posso confermare, anche dall’Italia, la giustezza delle loro ipotesi; e presentare qui un quadro delle considerazioni fatte (il cui maggior contributo è venuto proprio dagli amici americani). In sostanza sono le stesse risposte che si trovano presso autori più accreditati: ricercatori accademici e appassionati della storia della lingua.</p>
<p align="JUSTIFY">La parola: <i>guappo</i>, per come la si usa oggi deve considerarsi una voce del lessico napoletano, in quanto si riferisce ad una realtà sociologica tutta napoletana. Nello stesso tempo, se essa la si trova usata in tutta Italia (tanto che è riportata sui dizionari della lingua italiana) o in uso anche presso popolazioni alloglotte (parlanti un’altra lingua), sul piano morfologico deve considerarsi un apporto dallo spagnolo, e utilizzata per traslato (metafora) quando si vuole denotare il prepotente, l’arrogante, il bullo di quartiere, che nella realtà, poi, non corrisponde esattamente al <i>guappo</i> napoletano.</p>
<p align="JUSTIFY">Essa è passata nella parlata gergale di Napoli in seguito all’influenza della lingua spagnola, al tempo della lunga dominazione sul Regno di Napoli. Così la parola spagnola <i>guapo</i>, divenuta <i>guappo </i>in napoletano, ha subito un forte scivolamento di significato, passando da una connotazione positiva a quella negativa, propria di <i>guappo</i>.</p>
<p align="JUSTIFY">Pare strano che in molte famiglie di italo-americani, dopo due o tre generazioni, essa non risulti più presente nella memoria dei giovani. Questo lo si può comprendere immaginando che mancando il<i> tipo</i> (cioè il <i>referente </i>linguistico), non se ne sia avvertita la necessità dell’uso. Non è escluso, tuttavia, che lo scarso uso della parola – e quindi la conseguente scomparsa – sia stato determinato da una precisa volontà del gruppo sociale, come per una sorta di rimozione, in base al meccanismo socio-linguistico del <i>tabù</i>. Sia per tenere lontana, per scaramanzia, la realtà che si sarebbe nominata (vero e proprio tabù); sia per non trasmettere ai giovani nati in America una “parola a rischio”, di forte connotazione negativa, il cui uso inoltre avrebbe tradito l’origine culturale del parlante (finalità educativa). Una specie di precauzione da parte dei padri e dei nonni per cercare di mantenere estranea la discendenza da contaminazioni ereditarie, rendendola così immune dal rischio di perpetrarle.</p>
<p align="JUSTIFY">Volendo risalire all’ètimo latino, la supposta comune origine di <i>guappo</i> (napoletano) e di <i>guapo</i> (spagnolo), riconosciuta dai più nella parola latina <i>vappa </i>(vedi anche <i>vapor</i>), deve ritenersi accettabile; in virtù anche della caratteristica fonetica della U/V (semiconsonante) che poteva far pronunciare <i>vappa</i> anche come <i>uappa </i>(vedi anche <i>uva/vino/vigna</i>). E – si sa – che <i>vappa</i> veniva usata in senso figurato col significato di <i>persona stramba</i>.</p>
<p align="JUSTIFY">Un’ultima considerazione sulla voce americana <i>wop.</i> È plausibile, come si ritiene in America, stante alla fonetica, che la parola derivi da <i>guappo</i>, deformatosi in “<b>uappo</b>”, secondo il modo più diffuso di pronunciare a Napoli <i>guappo</i>. Non è escluso, nello stesso tempo, che la parola possa essere considerata un acronimo (serie di iniziali: w.o.p.). Per esempio: With Out Papers oppure White On Paper), così come documentano alcuni ricercatori americani.</p>
<p align="JUSTIFY">Ad avvalorare tutte queste ipotesi, e rendere così scientifica e documentaria la ricerca, sarebbe necessaria una conoscenza storica delle lingue citate (latino, spagnolo, italiano, inglese-americano), acquisita attraverso la frequentazione delle rispettive letterature: cosa che a me francamente manca. Pertanto dobbiamo accontentarci dei percorsi seguiti dagli autori che ci precedono, almeno fino a prova contraria.</p>
<p align="JUSTIFY">L’uso del termine <i>guappo</i> nell’accezione principale di camorrista o boss di quartiere (e anche mediatore e paciere) risale già al 600; e, se veramente la parola deriva dal latino <i>vappa</i>, certamente anche prima. Esso è attestato in particolare per gli anni 1890-1910 (gli anni della massima emigrazione di italiani verso le Americhe), ma risale a più di due secoli prima, visto che la parola compare nella classica ballata <i>Lu Guarracino</i>.</p>
<p align="JUSTIFY">In epoca moderna la figura del guappo, se non è proprio una maschera, è quasi una caricatura, in quanto oggi la parola viene usata per lo più in maniera antitetica e caricaturale. Basti ascoltare le canzoni: <i>Napule ca se ne va</i>, o <i>Guapparia</i>; e … <i>Tu vuo’ fa l’americano</i>.</p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-size: large;"><b>Luigi Casale </b></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2015/08/13/alla-scoperta-delle-parole-guappo/">Alla scoperta delle parole: Guappo</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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		<title>Nostalgia di Casamicciola</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jul 2015 07:22:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pillole di cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra le piccole isole del Mediterraneo figura l’isola d’Ischia: la più grande delle tre – le altre due sono Capri e Procida – che coronano il golfo di Napoli. Ischia è anche la città capoluogo, porto commerciale e turistico, e sede dell’autorità ecclesiastica (la diocesi che sovrintende tutto il territorio dell’isola), nonché e degli altri [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2015/07/29/nostalgia-di-casamicciola/">Nostalgia di Casamicciola</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">Tra le piccole isole del Mediterraneo figura l’isola d’</span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"><b>Ischia</b></span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">: la più grande delle tre – le altre due sono </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"><b>Capri</b></span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"> e </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"><b>Procida</b></span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"> – che coronano il golfo di Napoli. Ischia</span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"> è anche la città capoluogo, porto commerciale e turistico, e sede dell’autorità ecclesiastica (la diocesi che sovrintende tutto il territorio dell’isola), nonché e degli altri enti distrettuali, civili e militari, che forniscono servizi consortili ai sei comuni in cui l’isola è suddivisa. Infatti, insieme al comune di Ischia, vi sono le cittadine di </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"><b>Barano</b></span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">,</span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"> </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"><b>Casamicciola</b></span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">,</span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"> </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"><b>Forìo</b></span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">,</span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"> </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"><b>Lacco Ameno</b></span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"> e</span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"> </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"><b>Serrara-Fontana</b></span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">L’isola ha un’estensione di </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">46 Kmq con una popolazione complessiva di circa 60.000 abitanti. Famosa come </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"><i>isola verde</i></span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">, la sua risonanza mondiale non raggiunge la fama di </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"><b>Capri</b></span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">, che in qualche modo beneficia della vicinanza alla costiera di </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"><b>Amalfi</b></span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"> (Positano, Praiano, Ravello, Maiori, Vietri), e della contiguità alla penisola di </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"><b>Sorrento</b></span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">. Insieme a Procida, essa è riuscita a mantenere una tradizione marinara e contadina più genuina, più paesana, che non ha mai ostacolato il turismo d’élite, facendone sede privilegiata per il soggiorno di grandi personalità del mondo della cultura. Oggi invece, con il proliferare ei porticcioli turistici, il traffico estivo ha assunto la dimensione del fenomeno di massa. Tuttavia Ischia resta ancora la meta ambita durante le stagioni più miti; e potremmo dire, per tutto il resto dell’anno. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">Se è vero che non pochi sono quelli che non conoscono il nome di Ischia, ancor più sono quelli che, pur conoscendone nome e nomea, di quest’isola incantevole e ricca di fascino ignorano che essa è formata da sei laboriose piccole città. Le quali, votate oggi in maniera solidale alle attività turistiche, conservano tuttavia singolarmente alcune caratteristiche di vita economica e sociale, originali. E già solo per questo aspetto meriterebbero di essere meglio conosciute. </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">All’interno di queste circoscrizioni territoriali esistono </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">piccoli centri e piccole comunità rese famose o da scorci paesaggistici, (come gli scogli di S.Anna, il</span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"> </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">borgo marinaro di S.Angelo</span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">, la</span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"> </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">spiaggia dei Maronti</span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">, la</span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"> </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">baia di Sammontano</span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">), o da attività economiche peculiari (settore armatoriale), o tradizioni popolari locali, o anche da avvenimenti storici e dalla presenza di personalità internazionali; comprese alcune manifestazioni di carattere culturale. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">Anche se è quasi scomparsa</span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"> </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">l’attività artigianale della pesca di paranze, presente ormai solo ad Ischia Ponte, permane sull’isola una modesta attività agricola, una discreta industria armatoriale, una tradizionale produzione artistica delle ceramiche, una rilevante iniziativa terapeutica legata al termalismo: diffuso quest&#8217;ultimo su tutto il territorio isolano. Settori che in qualche modo fiancheggiano e assecondano il turismo (e nello stesso tempo ne traggono benefici). Tutto il resto della capacità economica è costituito dall&#8217;indotto dalla primaria attività turistica. Quindi non solo turismo, ma anche vita locale delle cittadine con la loro storia popolare, civile, culturale, morale, religiosa, ognuna con una propria autonoma economia &#8220;domestica&#8221;.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">In particolare</span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"> voglio parlare </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">di</span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"> </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"><b>Casamicciola Terme</b></span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">, a cui torno ogni anno a ritemprarmi dalle fatiche invernali e a respirare i profumi soavi agognati tutto l’anno. Come dice il poeta, pensando alla sua Liguria:</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #333333;">“</span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"><i>Qui delle divertite passioni</i></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"><i>per miracolo tace la guerra,</i></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"><i>qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza</i></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"><i>ed è l&#8217;odore dei limoni</i></span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">”. (</span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">E. Montale</span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">)</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">La posizione di </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"><b>Casamicciola</b></span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">, adagiata ai piedi del fianco più impervio e, a causa della esposizione settentrionale, il più verdeggiante, del monte Epomeo, la rende la più fortunata fra le sei città a beneficiare del microclima ischitano: ricca d&#8217;acque, accarezzata da costanti brezze, aperta a splendidi tramonti.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">Se il comune di Ischia col suo porto naturale è l’approdo ufficiale per chi arriva sull’isola, </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"><b>Casamicciola</b></span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"> ne è il suo secondo porto, ben collegata con la terraferma (Napoli o Pozzuoli); mentre rimane il più importante punto di ormeggio per la flottiglia delle imbarcazioni private a scopo turistico. </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">Dicevamo dell’Epomeo</span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">. La sua natura vulcanica, lo rende contiguo, dal punto di vista geologico e orografico, alla zona dei Campi Flegrei ad ovest di Napoli, e non dissimile dallo stesso Vesuvio. Il carattere vulcanico dell’isola è, infatti, alla base del suo termalismo: fenomeno esteso a tutta il territorio isolano e che si manifesta anche nel fondo del mare circostante con numerose sorgenti, le cui polle di acqua calda sono visibili lungo le numerose spiagge.</span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"> </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">Ma la regina delle terme è Casamicciola</span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">. Non tanto per i numerosi stabilimenti termali adeguatamente attrezzati, fra i più antichi tra quelli ideati in epoca moderna per il benessere e la cura del corpo; né per avere ogni albergo e ogni pensione, e talvolta anche le abitazioni private, fornitura di acqua termale sorgiva; ma proprio per la qualità delle sue acque e dei suoi fanghi.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">Per spiegare il nome</span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"> </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">della città ci saranno certamente ricostruzioni più dotte e forse scientificamente più rigorose; a me piace conformarmi ad una etimologia più vicina al pensare (e alla lingua stessa) del popolo – fosse anche una paraetimologia! – e cioè ritenere che la parola venga da “casa piccola”, “casetta”, quasi ad indicare la modesta, l’origine agreste del centro abitato, che come si sa, si era sviluppato a mezza costa del monte Epomeo, privilegiando le attività agricole e, tra queste, la produzione del vino. Una tradizione agricola, quindi, che negli anni ha generato fenomeni migratori legati alla ricerca del lavoro, che i giovani trovavano solo sulla flotta mercantile (marittimi). Fino a quando non si affermò l’attività termale e il relativo servizio dell&#8217;ospitalità (alberghetti a conduzione familiare). </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">Il centro della vita cittadina era</span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"> </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">perciò in alto, lontano dal mare, mentre sulla spiaggia (</span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"><i>la</i></span></span> <span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"><i>marina</i></span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">), dove a causa del deflusso delle acque termali si raccoglieva la migliore argilla, si erano insediate numerose fornaci per la produzione delle terrecotte: mattoni, vasi, opere ornamentali e in seguito anche porcellane artistiche.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">La cittadina fu d</span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">istrutta dal</span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"><b> </b></span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">terribile (e ormai proverbiale) terremoto del 1883. La popolazione superstite si trasferì a valle, verso </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"><i>la marina</i></span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">, dove trovò rifugio in baracconi provvisori, dando origine così ad un nuovo insediamento che ha conservato tuttavia i segni della originaria provvisorietà. Così, anche Casamicciola si aprì ai traffici marittimi e, finalmente, al turismo.</span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"> </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">Oggi la città si presenta</span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"> </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">su tre livelli altimetrici: al livello del mare, il</span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"> </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">rione Perrone e </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"><i>la marina</i></span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">, lambiti dalla strada panoramica del lungomare che porta a Lacco Ameno; più su, la zona di</span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"> </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">piazza Bagni</span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"> </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">(collegata alla basilica di S. Maria Maddalena, patrona della città) dove si trovano le terme storiche di Casamicciola (le migliori in assoluto di tutta l’isola), le cui sorgenti (il &#8220;</span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"><i>gurgitiello</i></span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">&#8220;) oggi convogliano le loro acque all’interno di alcuni stabilimenti termali, gestiti da famiglie del posto (famose le Terme Fiola, in via Ombrasco); e, in alto, la</span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"> </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"><i>piazza Maio</i></span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">, che corrisponde all’incirca al sito dell’originario centro urbano abitato prima del terremoto.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"><br />
Se si arriva a </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"><b>Casamicciola</b></span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"> dal porto di Ischia, la strada si arrampica su un costone di roccia lavica, dopo una serie di curve a mezza costa, con il mare in basso a destra e a sinistra la linea di ville e giardini privati, attraversa la località </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"><i>Castiglione</i></span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">, fino a</span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"> ridiscendere lentamente al livello del mare per raggiungere il quartiere </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"><i>Perrone</i></span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">. Il costone digradante del Castiglione (antico castello, di cui resta solo il nome nella toponomastica locale), oggi è il promontorio che chiude una conca verdeggiante, attrezzata di piscine termali in mezzo a foreste di pini ed aiuole fiorite, che raggiungono la caratteristica spiaggia, munita a sua volta di tutti i comfort. Per la risalita verso la strada (e il parcheggio) si utilizza una funicolare che collega i vari livelli delle piscine e raggiunge il ristorante panoramico.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"><br />
Giunti al </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"><i>Perrone</i></span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">, all’altezza dell’Hotel la Madonnina </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">la strada si affaccia</span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"> </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">sul mare di Casamicciola, da dove inizia il lungomare. Continuando per via Girardi (il lungomare), l’abitato è disposto sulla sinistra: abitazioni private, ville, qualche albergo, il convento dei Padri Passionisti con la chiesa di S. Gabriele, bar e negozi, fino al porto con la </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"><i>piazza Marina</i></span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"> completamente rinnovata, dove è il centro delle passeggiate e degli incontri; e dove, non lontano, si possono vedere allineate le imbarcazioni del porticciolo turistico. Superato il porto e alcuni stabilimenti balneari, la strada panoramica in un chilometro si collega direttamente con il comune di Lacco Ameno. </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">Alla storia di </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"><b>Casamicciola</b></span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"> sono legati i nomi</span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"><b> </b></span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">di grandi personaggi della cultura e dell’arte, come </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"><b>Benedetto Croce</b></span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"> ed </span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;"><b>Henrik Ibsen</b></span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;">. La cittadina si è fatta promotrice di un interessante concorso di poesia, destinato agli studenti europei.</span></span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-size: large;"><b>Luigi Casale </b></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2015/07/29/nostalgia-di-casamicciola/">Nostalgia di Casamicciola</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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		<title>Cambiamenti di significato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Jul 2015 08:33:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualita']]></category>
		<category><![CDATA[Pillole di cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando gli autori di un sito internet dell’area napoletana, di quelli che con passione si dedicano alla ricerca e alla salvaguardia della storia e delle tradizioni delle piccole comunità di paese, mi sollecitarono una ricerca etimologica sul termine “mambrucco” da essi ritenuto come appartenente al lessico napoletano (e come tale usato abitualmente), nell’accettare la sfida, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">Quando gli autori di un sito internet dell’area napoletana, di quelli che con passione si dedicano alla ricerca e alla salvaguardia della storia e delle tradizioni delle piccole comunità di paese, mi sollecitarono una ricerca etimologica sul termine “mambrucco” da essi ritenuto come appartenente al lessico napoletano (e come tale usato abitualmente), nell’accettare la sfida, rimanevo fermamente convinto che quella parola non fosse napoletana. Però, riconoscevo anche che il fatto di non averla io mai sentita non poteva essere una prova sufficiente ad avvalorare il mio convincimento. E con questa riserva accettai la fatica. Eppure, in quella lingua ero cresciuto da sempre. Solo verso i dodici anni, al tempo della gloriosa “scuola media”, ero passato al regime bilingue <i>napoletano-fiorentino scolastico</i>, attraverso il primo contatto con pagine di vera letteratura e grazie alla lettura sistematica dell’epica classica (Iliade, Odissea, Eneide) in traduzione italiana, rispettivamente di Vincenzo Monti, di Ippolito Pindemonte, di Annibal Caro. E con la scrittura forzata dei “temi in classe”.</p>
<p align="JUSTIFY">Qualche anno dopo, sulla falsariga della prosa manzoniana e mediante la pratica delle traduzioni dal latino e dal greco di testi di autori classici quella seconda lingua, acquisita in età adulta, cominciava a definirsi anch’essa come lingua-materna. Mentre continuavano ancora i temi-in-classe in rigorosa lingua italiana; questa volta su argomenti di maggiore attualità, pertinenti e interessanti, che mettevano a dura prova la capacità di esprimere autonomi giudizi critici. Superati i trent’anni, prima il francese, in seguito anche il tedesco, un po’ per necessità, un po’ per curiosità, gradualmente, entrarono anch’esse nel patrimonio delle mie conoscenze, senza rendermene tuttavia mai competente. Il napoletano l’avevo appreso in famiglia, l’avevo praticato nei cortili, sulla strada, nelle piazze e pei mercati, tra risse e baruffe, facendo code agli sportelli e ascoltando e rimodulando canzoni; facendo il pendolare di provincia sui treni locali e sulle autolinee extraurbane, visitando fiere e partecipando a feste patronali nei dintorni; e finanche frequentando aule universitarie tra lezioni di glottologia e quelle di dialettologia. E nelle attigue stradine senza sole dove si allineavano botteghe e bancarelle di vecchi libri. In chiesa usava ancora il latino.</p>
<p align="JUSTIFY">Mambrucco era estraneo al mio lessico (napoletano); e non ricorreva, allora, neppure sul vocabolario della lingua italiana. Qualsiasi tentativo di analisi, senza avere chiara la denotazione (che cos’è un mambrucco?) della parola, in mancanza di una storia circostanziata della struttura morfologica della parola, e, soprattutto, senza poterne individuare il referente (che cosa si può chiamare – a giusta ragione – mambrucco ?), in qualche modo costituiva un alibi al rifiuto di portare a termine l’impresa. Per cui sembrò che la cosa non dovesse aver seguito. Sennonché, per volontà degli autori del sito-internet, la parola cominciò a figurare in un elenco di parole <i>napoletane</i>, di cui si davano le definizioni. Praticamente anch’essa – come clandestina, secondo me – si era conquistato il suo posto nella vetrina del sito internet, dove chiunque avrebbe potuto incontrarla. Mentre tra la comunità dei “lettori” parlanti napoletani a cui si rivolgeva il sito, a chi sembrava un termine gergale giovanile, a chi, al contrario, un residuato di parole in uso in altri tempi. Comunque passava sempre come una parola usata in area ristretta. La sua spiegazione era quella suggerita dall’uso stesso che ne facevano i pochi che presumevano di riconoscerla. Il mambrucco, quindi, sarebbe stato, essenzialmente, una persona; una persona particolare: tra l’imbranato e il cafone. Praticamente una persona spregevole. Per dirla con linguaggio tecnico, il termine veniva definito “una parola opaca dall’etimologia incerta”. E la cosa poteva anche fermarsi lì.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma ad illuminare il buio in cui eravamo piombati intervenne un lettore, che nel chiedere conferma di una sua ipotesi, ci fornì, involontariamente una serie di elementi. Primo: il lettore che ci interpellava era “veneto”. Inoltre, confrontava la sua definizione di “mambrucco” con quella che gli amici napoletani, senza alcun fondamento, avevano suggerito. La questione passò a me, ritenuto l’esperto. Così cercai di dipanarla nella maniera che vi racconto. In prima istanza considerai che un’area di parlanti “ concreta e reale ”, la parola “mambrucco” ce l’aveva, ormai; ed era collocata nel nordest dell’Italia. Partendo da questo dato di fatto, allora, si poteva anche considerare possibile che in certi ambiti limitati, la parola la si potesse incontrare al sud dell’Italia, usata sia tra i giovani che tra i più anziani. Infatti, per lunghi anni e in diverse epoche, il nordest, per la quantità di caserme ivi dislocate, era stata la destinazione dei coscritti nazionali arruolati per la ferma di leva. Anche dei cittadini del Sud: tutti quelli che non fossero assegnati alla Marina Militare. E perciò non era difficile immaginare che la parola fosse importata al sud proprio dal triveneto. Poiché esistono diverse situazioni, e sociologiche e linguistiche, di come si rapportano (e si offendono reciprocamente) i vicini geografici, i confinanti, sulla base della discriminante linguistica, si insinuò in me il sospetto che anche il mambrucco potesse rientrare nella casistica. Ora bisognava cercare di dimostrarlo.</p>
<p align="JUSTIFY">Prima di arrivare alla conclusione, che non è lontana, vorrei presentare i precedenti storici e linguistici (che abbiamo avuto modo di visitare anche in questa rubrica). Mi limito qui a presentare il vero significato delle parole esaminate, lasciando al lettore il compito di verificarne l’accezione peggiorativa (o migliorativa) con cui esse sono usate abitualmente.</p>
<p align="JUSTIFY">Cafone (da <i>cacofonos</i> = che parla male) è lo straniero che non parla la “nostra” lingua.</p>
<p align="JUSTIFY">Patrizio (patricius, da <i>patres</i> = senatori) è chi appartiene ad una famiglia di senatori.</p>
<p align="JUSTIFY">Urbano (urbanus, da<i> urbs </i>= città) è chi vive in città. Quindi “noi”.</p>
<p align="JUSTIFY">Villano (villanus, da <i>villa</i> = fattoria agricola) è chi vive in campagna: “diversi da noi”.</p>
<p align="JUSTIFY">Gentile (da <i>gentes</i> = famiglie con cittadinanza romana): i pagani rispetto a “noi” cristiani.</p>
<p align="JUSTIFY">Pagano (da <i>pagus</i> = villaggio) abitante delle città romane, diversi dalle comunità ebraiche.</p>
<p align="JUSTIFY">Volgare (da <i>vulgus</i> = popolo) significa del popolo.</p>
<p align="JUSTIFY">Rivale (da <i>riva</i> = sponda del fiume) è chi risiede sulla riva opposta alla “nostra”.</p>
<p align="JUSTIFY">Vicino (da <i>vicus</i> = villaggio) è chi abita nel “nostro” casale.</p>
<p align="JUSTIFY">E veniamo alla nostra ipotesi. Il termine mambrucco nasce in una zona di contatto tra un’area di parlanti italiani, e una di parlanti tedeschi (il nordest dell’Italia, appunto). Molto probabilmente era il modo con cui gli italofoni chiamavano i germanofoni, individuati dal loro modo di parlare (in cui ricorreva frequentemente l’espressione “man braucht”: bisogna, è necessario, si deve. Alla casistica dei termini sopraelencati vanno aggiunte altre due situazioni. Quella di <i>barbaro</i> con cui i Greci chiamavano i confinanti stranieri. Anche qui gioca lo stesso meccanismo: li chiamavano “bar-bar” per l’effetto che la lingua di quei popoli procurava ai loro orecchi. La seconda è più seria, e più scientifica. Nel suo De vulgari eloquio (trattatello sulla lingua, scritto in latino), Dante Alighieri, indicando le tre parlate di derivazione dal latino, le caratterizza col modo con cui i parlanti rispondevano “sì”: lingua d’oil (illud est = è proprio quello); lingua d’oc (hoc est = è questo); lingua del sì (sic est = è così).</p>
<p style="text-align: right;" align="JUSTIFY">Luigi Casale</p>
<p style="text-align: right;">
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		<title>Com’è fatto il verbo essere?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jul 2015 12:58:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualita']]></category>
		<category><![CDATA[Pillole di cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sono – ero – fui – sarò – essere – stato. Sono tutte voci di uno stesso verbo: del verbo essere della lingua italiana. Sono – ero – fui – sarò, sono le prime persone dei “tempi semplici” del modo “indicativo”: sono, è presente; ero, imperfetto; fui, passato remoto; sarò, futuro semplice. Questi tempi verbali [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2015/07/15/come-fatto-il-verbo-essere/">Com’è fatto il verbo essere?</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><i>Sono</i> – <i>ero</i> – <i>fui</i> – <i>sarò </i>– <i>essere</i> – <i>stato</i>.</p>
<p align="JUSTIFY">Sono tutte voci di uno stesso verbo: del verbo essere della lingua italiana.</p>
<p align="JUSTIFY"><i>Sono</i> – <i>ero</i> – <i>fui</i> – <i>sarò</i>, sono le prime persone dei “tempi semplici” del modo “indicativo”: <i>sono,</i> è presente; <i>ero</i>, imperfetto; <i>fui</i>, passato remoto; <i>sarò</i>, futuro semplice. Questi <i>tempi </i>verbali sono definiti <i>semplici</i> perché le loro voci sono formate da una sola parola. Mentre i <i>tempi composti</i> hanno o due o tre parole come, ad esempio: “ero stato”, oppure “ero stato visto”. I tempi semplici sono quelli che nel loro modello di flessione (io …, tu …, egli …; ecc.) contengono solo forme (quelle che si chiamano: <i>voci del verbo</i>) di una sola parola (è questo il vero significato di <i>semplice</i>: costituito da un solo elemento); perciò le possiamo definire “morfologicamente strutturate”. So voci, cioè, che in un’unica parola – scusate se lo ripeto – contengono tutti gli elementi significativi (radice verbale, caratteristica temporale, desinenza personale). Gli altri sono i <i>tempi composti</i>.</p>
<p align="JUSTIFY">Le voci dei tempi composti, essendo formate col sostegno del verbo ausiliare (<i>essere</i>, <i>avere</i>, e qualche altro verbo copulativo) in unione ad un participio, contengono – evidentemente – più di una parola; nel caso del verbo essere, per restare nell’ambito dell’indicativo: <i>sono stato</i>, <i>ero stato</i>, <i>fui stato</i>, <i>sarò stato</i> sono le prime persone; poi seguono le relative flessioni. Dal punto di vista del significato i tratti semantici sono ricavati dal participio (il significato stesso del verbo + l’idea dell’azione compiuta), mentre le altre indicazioni (<i>tempo</i> e <i>persona</i>) sono ricavabili dalla voce del verbo ausiliare. Queste voci <i>composte </i>si chiamano anche voci <i>perifrastiche</i> e si contrappongono a quelle <i>morfologicamente strutturate</i>.</p>
<p align="JUSTIFY">La <i>perifrasi</i>, più in generale è quella figura retorica per cui il parlante, in maniera del tutto originale crea una forma espressiva di più parole in sostituzione di una parola della lingua, o esistente, oppure mancante nei modelli analogici (flessioni dominale e verbale). Ma nella integrazione dei modelli paradigmatici (le flessioni) la perifrasi diventa necessità della lingua ed entra come capito specifico nei trattati di grammatica; perciò si preferisce chiamare <i>perifrastiche</i> (cioè formate da più di una parola) le voci dei tempi composti del verbo. Ma mentre nella coniugazione attiva, da come sono organizzate le rappresentazioni visive degli schemi, la differenza tra tempi semplici e tempi composti è evidente, nella coniugazione passiva, invece, pur mantenendo i tempi lo stesso nome e la stessa classificazione tutte le voci verbali sono esse perifrastiche. Infatti nella lingua italiana il verbo passivo presenta solo voci perifrastiche: cioè, anche nella formazione dei tempi che si continuano a chiamare “semplici” viene usato l’ausiliare “essere” (oggi per influsso della lingua tedesca anche il verbo <i>venire</i>) in unione col participio passato. Ciononostante continuiamo a chiamarli <i>tempi semplici</i>, per amor di simmetria. Mentre i <i>tempi composti</i> presentano tre parole (Es.: “sono stato visto”).</p>
<p align="JUSTIFY">Ma torniamo al verbo <i>essere</i>.</p>
<p align="JUSTIFY"><i>Essere</i>, è l’infinito presente. <i>Stato</i>, il participio passato. Potremmo aggiungervi anche “<i>ente</i>”: strutturalmente è il participio presente. Ma questa forma è usata solamente come nome sostantivo.</p>
<p align="JUSTIFY">Allora, se <b>essere, sono</b>, <b>ero</b>, <b>sarò</b>, <b>sia</b>, <b>fossi</b>, <b>stato</b>, sono tutte voci del verbo essere, qual è la radice che le accomuna?</p>
<p align="JUSTIFY">Intanto è evidente che <b>fu- (</b>di fui, fossi, ecc.) e <b>stato</b> hanno diversa derivazione, per cui le radici di essere sono tre: es-, fu-, e sta-.</p>
<p>Voi sapete che la maggior parte dei verbi regolari sono “regolari” perché regolati da un meccanismo automatico di generazione delle sue possibili voci (paradigma). Vale a dire che una volta individuato il tema, (la parte fissa della parola, formata da radice +prefissi e suffissi, e che rimane identica in tutta la flessione), il parlante competente, attraverso un meccanismo generativo [la <i>grammatica innata</i> in ognuno di noi, sulla quale si innesta poi la <i>grammatica storica</i> della lingua che impariamo a praticare], è capace di formare tutte le voci della coniugazione. [Ecco perché la grammatica sta nella testa del parlante competente, e non fuori; anche se essa, a dire il vero, ci viene dal comportamento del gruppo sociale].</p>
<p>In effetti il parlante (o lo studente che si avvicina a una lingua straniera), dopo che ha appreso questo meccanismo, riesce da solo – per analogia – a formare tutte le voci possibili (esistenti nell’uso) dell’intera coniugazione di tutti i verbi regolari, conoscendone il tema.</p>
<p>L’insieme di tutte le voci (o forme) di una parola, esistenti nella lingua, i linguisti chiamano paradigma. Appunto! Modello, esempio, campione.</p>
<p>Allora – per dirla diversamente – in pratica il parlante conoscendo un solo verbo regolare, cioè il modello astratto (il paradigma), può generarne tutti gli altri a partire dal loro tema.</p>
<p>Per i verbi irregolari invece è necessario conoscere tutte le voci anomali (non regolari). Come succede per il verbo essere.</p>
<p>Il verbo essere non solo non è regolare, ma, se osserviamo le voci elencate sopra, non riusciamo, a vista, a riconoscere neppure quale sia la sua radice. Per cui il verbo sfugge ad ogni meccanismo automatico (analogico) di formazione generativa.</p>
<p>Ma, poiché noi conosciamo bene questo verbo nelle sue forme regolari e in quelle irregolari, e lo usiamo magnificamente, non corriamo il rischio di essere fuorviati da quel meccanismo generativo. Perciò il problema non ce lo poniamo se non in sede di riflessione scientifica. Solo per capire e per conoscere.</p>
<p>Prima di procedere con la discussone, vorrei comunicarvi una cosa che ho sentito dire, che non è di scarso valore. Pare che esistano degli studi di linguistica (non saprei dirvi esattamente se condotti sulla base di statistiche, di modelli psicologici o di principi di antropologia) che dimostrerebbero che la sfera lessicale [la sfera lessicale è l’insieme delle parole che si muovono intorno ad un’area semantica. Per es.: tutte le parole che riguardano “la casa”. Ecc.] che si muove nelle aree semantiche della soggettività (soggettività = tutto ciò che riguarda noi stessi) e della religione (cose intime e personali legate al mistero della vita e alla sua presa di coscienza), ed anche delle religioni storiche (quelle associative che creano comunità di credenti), sia più lenta ad evolversi (a trasformarsi).</p>
<p>Voi sapete – vero? – che, attraverso l’uso, nel tempo le parole si trasformano? E così le lingue?</p>
<p>Ora quali altre parole, più delle parole “io” e “sono”, possono riguardare la soggettività e il mistero della vita? Non so se questa teoria possa valere come una giustificazione, ma sta di fatto che il verbo essere è un verbo irregolare, fortemente irregolare. E – credo – quasi in tutte le lingue.</p>
<p>Fatta questa considerazione, proviamo a ripercorrere interamente la coniugazione (le tre persone singolari e le tre persone plurali) di tutti gli altri tempi, e di tutti i modi. Ci accorgeremo di quante anomalie (o diversità rispetto alla regola) ci sono nella sua coniugazione.</p>
<p>Allora come facciamo a risalire ad una radice? Facendoci aiutare dagli esperti.</p>
<p>A volte queste spiegazioni si possono trovare anche nel libro di grammatica.</p>
<p>La radice del verbo essere – scusate se mi riferisco al latino, non sarà difficile dedurne poi l’applicazione anche all’italiano – è “ES-”. E vediamo perché. [Vi ricordo che la ricostruzione la stiamo facendo per la lingua latina.]</p>
<p>Presente: Alla radice es- si aggiungono le desinenze personali (le consonanti finali che indicano la persona) che sono: -m -s -t -mus -tis -nt .</p>
<p>Siccome il tema termina con consonante e le desinenze cominciano anche con consonante, per evitare che, incontrandosi le consonanti tra di loro, si possano produrre suoni che alla fine non farebbero riconoscere le voci generate come appartenenti al verbo “es-sere”, la lingua si è dotata della cosiddetta “vocale tematica”, la quale, intromettendosi tra tema e desinenza evita quei mutamenti fonetici. Questo tipo di vocale è “apofonica”, cioè cambia il suo colore: nel nostro caso la “e” può diventare “o”. Così, per una legge interna allo stesso sistema fonetico, succede che davanti alla desinenza che inizia con “m” o “n” si va a piazzare la “o” ; e davanti alle consonanti “s” e “t” si va a piazzare la “e”. Proviamo a coniugare:</p>
<p><span lang="de-DE">*es-o-m</span></p>
<p><span lang="de-DE">*es-e-s </span></p>
<p><span lang="de-DE">*es-e-t </span></p>
<p><span lang="de-DE">*es-o-mus </span></p>
<p><span lang="de-DE">*es-e-tis </span></p>
<p><span lang="de-DE">*es-o-nt .</span></p>
<p>Sempre per lo stesso equilibrio interno al sistema fonetico (cioè al modo di pronunciare le parole da parte dei parlati) si creano alcune regole comportamentali che si chiamano “leggi fonetiche”. E’ importante sapere che queste leggi esistono, anche se noi non le conosciamo o non ne conosciamo la causa. Perciò nel caso del presente del verbo latino SUM/ESSE (sono/essere) dobbiamo accettare quello che constatiamo, e cioè che dove c’era la vocale tematica “e” questa sia caduta, e al contrario la “o” si sia mantenuta; così come parimenti accettiamo che dove si è mantenuta la “o” sia caduta invece la “e” iniziale, come per una specie di compensazione.</p>
<p>Ora vediamo che cosa succede.</p>
<p>*es-o-m (e)som sum sono</p>
<p>*<span lang="de-DE">es-e-s es(e)s es sei</span></p>
<p>*es-e-t es(e)t est è</p>
<p>*es-o-mus (e)somus sumus siamo</p>
<p>*<span lang="de-DE">es-e-tis es(e)tis estis siete</span></p>
<p><span lang="de-DE">*</span>es-o-nt (e)sont sunt sono</p>
<p>Ripetiamo l’operazione con l’imperfetto. Schema: <u>es</u> (radice) + <u>a</u> (caratteristica del tempo; per indicare che è un passato: tempo storico) + desinenze ( m s t mus tis nt).</p>
<p>Poiché qui già c’è una vocale tra il tema e la desinenza, non si aggiunge la vocale tematica.</p>
<p>*es-a-m eram *era → ero</p>
<p>*es-a-s eras *era → eri</p>
<p><span lang="de-DE">*es-a-t erat era → era</span></p>
<p><span lang="de-DE">*es-a-mus eramus *eramo → eravamo</span></p>
<p><span lang="fr-FR">*es-a-tis eratis *erate → eravate</span></p>
<p><span lang="fr-FR">*es-a-nt erant erano → erano</span></p>
<p>Per un fenomeno di trasformazione fonetica, intorno al IV sec. a.C., nella lingua latina si verificò che tutte le “s” in posizione intervocalica si trasformarono in “r”. Questo fenomeno, dal nome della “r” [che nella lingua greca è “ρ” (rho)], si chiamò <u>rotacizzazione</u>. Per cui l’imperfetto del verbo <b>es-se</b> diventa:</p>
<p lang="de-DE">eram eras erat eramus eratis erant</p>
<p>che in italiano diventa: io era tu era egli era noi eravamo voi eravate essi erano.</p>
<p>A questo punto credo che ognuno possa andare avanti da solo sottoponendo ad analisi anche le altre voci.</p>
<p>Solo vorrei avvertirvi che “fui” – come abbiamo anticipato sopra – è un tema derivante da altra radice.</p>
<p>La voce “stato” proviene addirittura da un altro verbo. [Intensivo o iterativo di “es-“]</p>
<p>Qualche tempo fa, quando l’italiano era più vicino al latino, l’imperfetto si coniugava così: Io era, Tu era, Egli era, ecc., &#8230;. (come ho scritto sopra).</p>
<p>In effetti si manteneva la “a” del latino in tutta la flessione. Poi per analogia col presente le tre voci omofone si sono distinte differenziandosi .</p>
<p style="text-align: right;" align="LEFT"><b>Luigi Casale </b></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2015/07/15/come-fatto-il-verbo-essere/">Com’è fatto il verbo essere?</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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		<title>Il doppio-senso, ovverossia un errore di segmentazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Jul 2015 16:41:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualita']]></category>
		<category><![CDATA[Pillole di cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando mi scrivono, mi dicono: “Caro Luigi” oppure “Caro professore”. Caro? Ma quando mai !? A meno che non intendano dire che “costo parecchio”. Ma voi veramente pensate che la parola “caro” significhi ancora qualcosa, oggi, quando viene usata in apertura di uno scritto, o quando si parla con qualcuno? O non è piuttosto una [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="LEFT">Quando mi scrivono, mi dicono: “Caro Luigi” oppure “Caro professore”.</p>
<p align="LEFT">Caro? Ma quando mai !? A meno che non intendano dire che “costo parecchio”.</p>
<p>Ma voi veramente pensate che la parola “caro” significhi ancora qualcosa, oggi, quando viene usata in apertura di uno scritto, o quando si parla con qualcuno?</p>
<p>O non è piuttosto una formula convenzionale per richiamare (o ingraziarsi) l’attenzione del destinatario prima di attivare una conversazione? Come quando, generalmente, diciamo: “Senti!”</p>
<p>Se è così, essa serve per aprire una comunicazione, o meglio, per stabilire in qualche modo il contatto prima di iniziarla. Rientra, perciò, in quella che si chiama “funzione fàtica della lingua”, secondo la classificazione di Roman Jakobson. Aprire e mantenere aperto il contatto.</p>
<p>Si tratta perciò di una convenzione. Appunto!</p>
<p>Non è escluso tuttavia che essa venga usata – ma in quanti casi? – con la sua più naturale connotazione affettiva; nelle comunicazioni confidenziali, tra chi veramente si vuole bene.</p>
<p align="JUSTIFY">Ho conosciuto una persona che probabilmente aveva le stesse mie perplessità nell’accettare l’appellativo di “caro”, quando la apostrofavano. Ma non ne faceva un problema.</p>
<p align="JUSTIFY">Semplicemente ad ogni “caro” rivoltogli, lui rispondeva con garbo, in maniera calcolata e diretta, quasi con “affettato” affetto: “Pur caro! Per me tu sei <i><b>purcàro</b></i>!”. [<i><b>Purcaro </b></i>, nella lingua napoletana è la forma corrispondente all’italiano <b>porcaio. </b>L’equivoco – o il doppio-senso – sta nell’errore di segmentazione].</p>
<p align="JUSTIFY">Ma allora che cos’è un errore di segmentazione?</p>
<p align="JUSTIFY">Consideriamo un’espressione linguistica, un pezzo di comunicazione, un testo letterario; o come meglio volete chiamarlo? Noi, parlanti di una data lingua, la sperimentiamo essenzialmente come “suono”, in quanto essa viene prodotta dall’apparato di fonazione umana, o riprodotta da strumenti tecnologici in grado di ripetere voce, musica, rumori e suoni; quindi anche la parlata umana. Noi stessi, parlanti competenti (capaci cioè – secondo la sistemazione teorica che di questi fenomeni ci dà Noam Chomsky – di utilizzare nell’uso della lingua le due parti della grammatica che vanno sotto il nome di morfologia e sintassi) siamo in grado di “inventarla” (crearla in maniera originale) e di “esprimerla” (produrla in un contesto comunicativo). Ebbene quella espressione, prima di formularla e portarla all’esterno, il parlante la pensa. Ma – attenzione! – la pensa sempre in forma di “parole”. Cioè immaginando le parole col loro suono e il loro significato.</p>
<p align="JUSTIFY">Una volta definito, questo nostro testo, sia esso nuovo o già esistente nella memoria o nella letteratura, possiamo anche fissarlo nella scrittura, attraverso dei segni grafici che tutti conosciamo. Almeno quelle persone che sanno leggere e scrivere.</p>
<p align="JUSTIFY">Se adesso riflettiamo solo un attimo, ci rendiamo conto che la nostra espressione, nell’atto della sua produzione o riproduzione fonica, appare come una stringa continua di suoni Solo chi conosce quella data lingua (ne è competente, secondo Chomsky) riesce a distinguere, una per una, tutte le parole di quel testo linguistico. Se no essa continua ad essere una serie ininterrotta di suoni continui. Questa è la segmentazione: la capacità di riconoscere tutte le parole all’interno di una stringa continua (qual è in effetti il nostro modo di parlare). Diversa è la scrittura, in cui le parole appaiono opportunamente segmentate.</p>
<p align="JUSTIFY">Forse, all’origine, anche la scrittura dovette apparire non-segmentata.</p>
<p align="JUSTIFY">Quella stessa persona che a chi lo chiamava “caro”, rispondeva col “pur-caro”, insegnante di latino della nostra giovinezza, quando il latino si insegnava già a partire dalla scuola media, senza tanti preamboli ci metteva di fronte ai problemi della lingua creandoci delle situazioni reali. Per esempio, nel caso specifico, per farci capire che cosa fosse la segmentazione, ci chiedeva di tradurgli la seguente frase, (detta a voce): “Lustramilescarpe!”. La quale nella nostra mente si presentava (segmentata) così: “Lùstrami le scarpe !”. Ma, dato il nostro modesto livello di conoscenza della lingua latina, eravamo costretti a rispondergli che non eravamo in grado di tradurre in latino questa espressione italiana. La risposta – scontata! – evidentemente era attesa dall’insegnante, il quale ci richiamava ad una maggiore attenzione col dirci che la frase era un’espressione latina, e pertanto gliela dovevamo tradurre in lingua italiana. Ma come? Allora si verificava lo scompiglio nella classe; finché il buonuomo non ci scriveva, in maniera corretta, cioè opportunamente segmentata, la frase sulla lavagna: “Lustra, miles, carpe”.</p>
<p align="JUSTIFY">Vi ricordate l’oraziano “Carpe diem !” ? Ebbene le due frasi si corrispondono; e questa volta, al soldato (miles: vocativo) si dava la raccomandazione di “afferrare” (carpe! … imperativo ) i periodi di ferma militare (lustra, [i periodi di 5 anni corrispondente alla ferma di leva]).</p>
<p align="JUSTIFY">In altre parole, il senso della frase nella sua corretta segmentazione era questo: “O soldato, affronta con serenità e con coraggio la ferma militare, i lustri.</p>
<p align="JUSTIFY">Voglio concludere con una postilla per aggiungere una ulteriore informazione scientifica. La segmentazione del testo orale, che si rende evidente nella scrittura, è la riprova che anche nella ideazione delle argomentazioni pensate con la mente avviene mediante le singole parole, per cui possiamo dire tranquillamente che del codice-lingua “la parola è “unità” di segno. Cioè è l’elemento unitario portatore di un significato circoscritto. Di questo se ne occupa la semantica.</p>
<p style="text-align: right;" align="LEFT"><b>Luigi Casale </b></p>
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		<title>Viaggio attraverso la storia delle parole: Cultura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 May 2015 09:14:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualita']]></category>
		<category><![CDATA[Pillole di cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi vorrei parlarvi di cultura. Sarà bene precisare – anche se lo vado ripetendo spesso – che parlerò della parola “cultura”. Sperando che ciò possa servire ai lettori a capire sempre meglio che cosa sia esattamente cultura, fedele al compito che mi sono assegnato: di far capire che cosa intendo quando parlo di trasparenza linguistica. Parlerò quindi di “cultura”, come [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi vorrei parlarvi di cultura. Sarà bene precisare – anche se lo vado ripetendo spesso – che parlerò della parola “cultura”. Sperando che ciò possa servire ai lettori a capire sempre meglio che cosa sia esattamente cultura, fedele al compito che mi sono assegnato: di far capire che cosa intendo quando parlo di trasparenza linguistica.</p>
<p>Parlerò quindi di “cultura”, come di un lemma del vocabolario. Un vocabolario particolare in cui i lemmi invece di essere presentati mediante essenziali definizioni, vengono raccontati attraverso la storia stessa della parola. A partire (o risalendo fino a &#8230;) dalla forma più antica: l’ètimo.</p>
<p>Quante parole tecniche! Tutte “parole dotte”: lemma, ètimo.</p>
<p>A proposito di lemma, per chi non trova familiare l’uso di questa parola devo dire – in anticipo – che si chiama “lemma” ogni voce del vocabolario, considerata come elemento unitario del “lessico” (insieme dei lemmi). E significa “cosa detta (o pensata)”; quindi, parola.</p>
<p>Etimologicamente &#8211; vedete che qui ritorna etimo anche nell&#8217;avverbio? &#8211; essa deriva dalla radice greca: leg/log, di cui sono formati, nella lingua greca, il verbo “légō” (dico) e il sostantivo “lógos” (discorso, pensiero, parola), tante volte richiamati in queste pagine. Insieme ad altre parole; come lettura, leggenda, logica, nonché i suffissi “-logìa” e “-logo”, così diffusi.</p>
<p>Il recupero dei tratti semantici attraverso l&#8217;analisi della struttura morfologica della parola lemma [leg + mat = lemma] indica generalmente una cosa concreta, una “sostanza”, che prende significato dall’azione indicata dal verbo. Quindi: lego = dico; lemma = cosa che si dice. Di queste parole ce ne sono tante nella lingua italiana – e in tutte le lingue europee – e sono quelle che terminano con la sillaba “ma” (dal suffisso originario [–mat]). E sono tutte maschili, perché derivate da parole greche, che erano tutte neutre. Vedi: dilemma, teorema, problema, idioma, tema, patema, ecc.  Così anche lemma.<br />
* * *<br />
E veniamo al soggetto del giorno. Cultura e coltura sono varianti di un’unica parola. Alla stessa famiglia appartengono cólto e culto, e tante altre, tutte collegate al verbo latino “colo/còlere” (abitare – coltivare – servire, radicare tradizioni, venerare). Oltre al suffisso -cola (es.: agri-cola), che aggiunge il significato di abitante alle parole alle quali si applica.<br />
Forse ne ho accennato a proposito di “colono”. Parola anch’essa, insieme a “cultura” e a “culto”, etimologicamente collegata al verbo latino “colo” .</p>
<p>Ad ogni modo se la “cultura” è dei dotti, come generalmente si ritiene, e “colono” è, invece, il contadino (o l‘abitante della colonia, il colonizzatore), come ognuno ben sa; “culto” è un servizio verso la divinità: l&#8217;atteggiamento collettivo proprio dell’uomo religioso. Questo collegamento semantico delle tre parole italiane (coltivare, abitare, venerare), riconducibili alla medesima radice, alla fine di questa nostra disquisizione dovrebbe educarci a superare i pregiudizi sociologici dovuti – per la parte che ci interessa – alla scarsa competenza della lingua (quanto a trasparenza). Fino a renderci conto di quella visione storica (o organizzazione sociale) di una società tripartita, fatta di dotti, clero e contadini, per riconoscerci &#8211; all’origine &#8211; tutti contadini in quanto abitanti (occupanti di terra, stanziali). Allora capiremmo il senso del detto: “Contadino, scarpe grosse e cervello fino”. Anche se ciò non sempre va a genio alle &#8220;civilizzate&#8221; altre due categorie: i dotti e il clero che vorrebbero distinguersi dai cafoni.<br />
Nello stesso tempo, però, la nostra riflessione ci fa capire anche un altro dato di fatto: cioè che all’albore delle civiltà la classe sacerdotale, con l’anelito di penetrare il muro del mistero, si fa depositaria delle conoscenze acquisite che poi essa stessa custodisce attraverso un sistema di segni grafici, creando la scrittura.</p>
<p>Quindi “colo”, verbo latino, originariamente significa “coltivare” (e quindi: &#8220;abitare un luogo, creando storia e tradizioni&#8221;).<br />
O che sia la terra l’oggetto del colere, o – per metafora – la casa (vedi: in-cola = inquilino), o la regione geografica (colonia, coloni); o che sia la persona stessa, la famiglia, il gruppo sociale, il “colere”, il “coltivare”, rappresenta sempre un’attività, sia pratica che ideale, essenziale alla vita umana, che a seconda dell’oggetto può essere: l’agricoltura (che come conoscenza e abilità tecnologica rappresenta e comprende tutta la cultura materiale), il gusto del bello (estetica) o il senso del giusto (morale); o, nella forma più alta, la riflessione sulla condizione umana e la conseguente opzione esistenziale (filosofia e religione). Solo questa costante attività del “coltivare e coltivarsi” procura la autodeterminazione razionale, cioè la libertà.<br />
Questa – a parer mio – è la vera comprensione della parola “cultura”.</p>
<p style="text-align: right;">Luigi Casale</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2015/05/22/viaggio-attraverso-la-storia-delle-parole-cultura/">Viaggio attraverso la storia delle parole: Cultura</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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