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	<title>Aldo Moro Archivi - L&#039;Impronta L&#039;Aquila</title>
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		<title>16 marzo 1978: Aldo Moro, la memoria della democrazia e la responsabilità educativa della scuola</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Mar 2026 17:37:43 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani richiama oggi l’attenzione della comunità educativa e dell’opinione pubblica su una delle date più significative e dolorose della storia della Repubblica italiana. Il 16 marzo 1978 Aldo Moro fu rapito a Roma dalle Brigate Rosse in via Fani, in un agguato che provocò la morte dei cinque uomini della sua scorta e aprì una delle pagine più drammatiche della storia democratica del nostro Paese. Il sequestro avvenne in un momento politico di straordinaria delicatezza: proprio quel giorno il Governo Andreotti IV si apprestava a ottenere il voto di fiducia da entrambi i rami del Parlamento, sostenuto anche dall’appoggio esterno del Partito Comunista Italiano, in un contesto che avrebbe potuto segnare un passaggio importante nella maturazione del sistema democratico italiano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il terrorismo colpì allora non soltanto una delle figure politiche più autorevoli della Repubblica, ma la stessa idea di confronto democratico come metodo di costruzione della vita pubblica. Dopo cinquantacinque giorni di prigionia, il 9 maggio 1978, Aldo Moro fu assassinato, lasciando nel Paese una ferita profonda e una domanda ancora aperta sul significato della violenza politica nella storia contemporanea italiana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Aldo Moro fu tra i protagonisti più influenti della vita istituzionale repubblicana. Quattro volte Presidente del Consiglio dei Ministri, rientra tra i pochi statisti italiani ad aver guidato il Governo per oltre cinque anni complessivi, insieme ad Alcide De Gasperi, Giulio Andreotti e, in epoca successiva, Silvio Berlusconi. Tuttavia, il suo contributo alla storia politica italiana non può essere ridotto alla durata delle esperienze di governo. Moro rappresentò una visione della politica come esercizio alto di responsabilità, fondata sulla mediazione, sull’ascolto e sulla capacità di interpretare i cambiamenti sociali senza rinunciare ai principi democratici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A quasi mezzo secolo da quegli eventi, la memoria del 16 marzo continua a interpellare il presente. La vicenda di Moro non appartiene soltanto alla storia del terrorismo italiano, ma costituisce un passaggio fondamentale per comprendere quanto la democrazia sia esposta ai rischi della radicalizzazione ideologica, della delegittimazione delle istituzioni e dell’uso della violenza come strumento politico. In questo quadro, la scuola assume un ruolo centrale nella costruzione di una memoria consapevole e critica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene che il ricordo di Aldo Moro debba essere interpretato come un’occasione educativa capace di coinvolgere studenti e studentesse in una riflessione profonda sui valori costituzionali, sul significato della partecipazione democratica e sul ruolo delle istituzioni nella tutela dei diritti fondamentali. Studiare quella stagione della storia italiana significa comprendere quanto sia fragile l’equilibrio democratico quando il confronto politico viene sostituito dall’odio ideologico e dalla violenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La scuola può trasformare la memoria storica in uno spazio di elaborazione civile, dove il passato diventa strumento per comprendere le sfide del presente. In un tempo segnato da polarizzazioni culturali e da linguaggi pubblici spesso aggressivi, la figura di Aldo Moro invita a recuperare la profondità del dialogo politico e la centralità della responsabilità istituzionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo il CNDDU auspica che la memoria del 16 marzo venga sempre più valorizzata all’interno dei percorsi di educazione civica e di storia contemporanea, promuovendo iniziative didattiche, momenti di approfondimento e occasioni di confronto che permettano alle nuove generazioni di leggere criticamente quella stagione della nostra storia nazionale. Solo attraverso la conoscenza e la riflessione è possibile costruire una cittadinanza consapevole, capace di riconoscere il valore della democrazia e di difenderne i principi fondamentali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ricordare Aldo Moro non significa soltanto rendere omaggio a una figura centrale della storia repubblicana. Significa assumersi una responsabilità educativa e culturale: quella di trasmettere alle nuove generazioni la consapevolezza che la democrazia vive nella partecipazione dei cittadini, nella qualità del dialogo pubblico e nella capacità delle istituzioni di rimanere fedeli ai valori della Costituzione. In questo senso, la memoria diventa impegno civile e la scuola il luogo privilegiato in cui tale impegno può trasformarsi in coscienza democratica.</p>



<p class="has-text-align-right wp-block-paragraph"><strong>Romano Pesavento</strong></p>
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		<title>Cultura: Aldo Moro, dall&#8217;8 al 16 novembre a Roma mostra fotografica</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Oct 2018 15:50:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura e Spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[Lazio]]></category>
		<category><![CDATA[Aldo Moro]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&#8216;Aldo Moro. Memoria, politica, democrazia&#8217;. È il titolo della mostra fotografica che si terra&#8217; a partire dal 7 novembre alle 17 e fino al 16 novembre a quarant&#8217;anni dal rapimento e dall&#8217;assassinio di Aldo Moro, nella prestigiosa sede del Complesso di Vicolo Valdina in Piazza di Campo Marzio a Roma. La mostra, a cura di Maurizio Riccardi, Giovanni Currado, con l&#8217;allestimento progettato dall&#8217;architetto Fabrizio Confessa, ripercorre la vita politica del presidente della Dc ucciso dalle Brigate Rosse attraverso le foto di Carlo Riccardi, decano dei fotoreporter romani che a 92 anni continua a fotografare coltivando contemporaneamente la sua passione di sempre per la pittura. Il racconto e&#8217; arricchito dalle immagini di Maurizio Riccardi, figlio di Carlo, e di Maurizio Piccirilli autore delle foto del ritrovamento del corpo di Aldo Moro in via Caetani. Con i tre fotografi ha collaborato Giovanni Currado, giornalista e fotografo che ha coordinato la ricerca iconografica, il restauro delle immagini e la raccolta di impressioni, commenti e contributi da parte di personaggi del mondo politico, culturale e giornalistico che completeranno il catalogo della mostra. &#8220;Nel 1978 sono bastate due Polaroid a cancellare la vita di un personaggio non di secondo piano, come Aldo Moro, il quale, con l&#8217;aiuto dei media- ha dichiarato Giovanni Currado al margine dell&#8217;anteprima svoltasi lo scorso 9 maggio a Lecce- ha subito cosi&#8217; un secondo omicidio. Poter visionare centinaia di fotografie che ritraggono Moro nel corso del suo impegno politico e in molti casi analizzarne i particolari per via del restauro- continua Currado- ha fatto crescere la consapevolezza che la riscoperta di Aldo Moro, ovvero la riscoperta della sua vitalita&#8217;, attraverso le immagini che lo vedono combattivo e sorridente, concentrato o impacciato, possa servire per ricordare l&#8217;uomo e non la vittima, per ricordare quello che era riuscito ad ottenere, mostrando alle future classi dirigenti che la soluzione a molti dei problemi passa dal semplice confronto e dal dialogo con l&#8217;avversario politico&#8221;.</p>
<p>Nel corso della mostra &#8216;Aldo Moro. Memoria, Politica, Democrazia&#8217; sara&#8217; presentato anche l&#8217;omonimo catalogo, edito da Agr Edizioni, curato da Maurizio Riccardi e Giovanni Currado, realizzato da Antonluca Indrieri dell&#8217;istituto Quinta Dimensione e composto da 245 pagine che raccolgono oltre 150 fotografie, molte delle quali inedite, accompagnate da commenti e testimonianze di personaggi noti della cultura, della politica e del giornalismo italiano tra cui: Tommaso Labate, Luca Telese, Stefano Folli, Anna Maria Furlan, Enrico Cisnetto, Andrea Purgatori, Luciano Conte, Marco Damilano, Paolo Naccarato, Nicolo&#8217; Amato, Vincenzo Scotti, Antonio Catricala`, Marco Bentivogli, Luigi Bisignani, Ulderico Piernoli, Pierluigi Battista, Mario Mori, Carlo De Stefano e Antonio Marini. L&#8217;esposizione e&#8217; completata con un video che ripercorre le strade di Roma protagoniste di quei 55 giorni, commentati dai magistrati, carabinieri, poliziotti e giornalisti che vissero quei tragici eventi. L&#8217;intento e&#8217; porre l&#8217;accento sulla figura di Moro nella sua interezza, senza trascurare il suo sacrificio, ma separando i suoi insegnamenti da quelle due Polaroid delle BR che lo identificano, in modo quasi esclusivo, dai testi scolastici alle piu&#8217; recenti ricerche sul web.</p>
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		<title>L&#8217;Aquila ricordando Aldo Moro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 May 2018 16:59:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Opinione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si è svolto il 9 maggio scorso a L’Aquila, organizzato dalla Fondazione Cassa di Risparmio, un Convegno commemorativo con le di Paolo Mieli, giornalista, dei professori universitari aquilani Fabrizio Marinelli e Fabrizio Politi, di Claudio Martelli, politico socialista di primissimo piano. Ha concluso il Convegno il prof. Paolo Ridola, preside della Facoltà di Giurisprudenza della [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Si è svolto il 9 maggio scorso a L’Aquila, organizzato dalla Fondazione Cassa di Risparmio, un Convegno commemorativo con le di Paolo Mieli, giornalista, dei professori universitari aquilani Fabrizio Marinelli e Fabrizio Politi, di Claudio Martelli, politico socialista di primissimo piano. Ha concluso il Convegno il prof. Paolo Ridola, preside della Facoltà di Giurisprudenza della Università “La Sapienza” di Roma. Mi permetto di svolgere qualche riflessione, a margine di quel che ho ascoltato. E spero d’essere perdonato, se sarò lungo nel racconto, ma la materia lo richiede.</p>
<p>Il Convegno è stato introdotto da Paolo Mieli. Il suo è stato un intervento molto diretto, mirato a fissare alcuni punti fermi, a suo parere. In primo luogo egli ha tenuto a dire che la vicenda di Aldo Moro è stata oggetto di cinque processi, spintisi ciascuno al grado della Cassazione, e di quattro Commissioni Parlamentari d’Inchiesta. La sua opinione, nonostante le risultanze della Commissione d’Inchiesta parlamentare chiusasi con la scorsa legislatura che pongono numerosi interrogativi aperti, è che la verità sul “caso Moro” si conosca tutta. E che non ci siano oscure trame che non si siano volute scoprire. La verità, sostiene Paolo Mieli, è che chi ha rapito e ucciso Moro, aveva una matrice comunista e nasceva dentro le idee del ’68. L’Italia, secondo Mieli, nel corso del sequestro Moro, si divise tra “fronte della fermezza”, che negava ogni rapporto possibile con le Brigate Rosse, e un fronte della “trattativa”, il quale sosteneva possibile che un gesto di clemenza verso una brigatista detenuta senza fatti di sangue a suo carico, malata e incinta, avrebbe consentito la liberazione di Aldo Moro.</p>
<p>Chi Moro più aveva contribuito a far avvicinare, il Partito Comunista Italiano e la Democrazia Cristiana, furono coloro, sostiene Mieli, che più furono inflessibili. E Mieli cita un passo dalle lettere di Aldo Moro dalla sua prigionia: “ricevo come premio dai comunisti, una condanna a morte”. Sostiene Mieli, sia falsa la ricostruzione storica, secondo la quale Aldo Moro venne rapito ed ucciso per la sua volontà di unione tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista; e, tranne coloro che sostennero la possibilità di una trattativa (Socialisti, Radicali, Lotta Continua), in realtà, tutti volevano la morte di Aldo Moro, poiché, come sosteneva lo scrittore Enzo Forcella, “sarebbe stato più semplice occuparsi di Moro da morto, che non da sopravvissuto al rapimento e alla prigionia”. Un’intera classe politica si era perduta allora, ritiene Paolo Mieli; i capi politici della DC, del PCI, del PRI, non furono capaci di far politica, rendendo scoperta una debolezza di sistema, simile a quella odierna.</p>
<p>Il contributo dei professori Marinelli e Politi si sono centrati sulla figura umana di Aldo Moro, sulla sua formazione politica, tesa alla realizzazione di equilibri politici sempre più avanzati; sulla sua considerazione della centralità del Parlamento, nell’ordinamento dello Stato, quale luogo della rappresentanza politica, e quindi del dialogo tra ispirazioni politiche diverse. Sugli interventi di Aldo Moro, nella fase della Costituente, per una Scuola Pubblica al servizio di tutti. Sulla sua costante preoccupazione contro ogni forma di autoritarismo, per questo congiunta ad una azione continua affinché masse sempre maggiori di persone fossero integrate nello Stato, sfuggendo alle seduzioni autoritarie; sulla sua centratura sui valori della Persona, della sua libertà e della responsabilità. Sulla sua tensione ad aderire alla realtà, interpretando con intelligenza gli avvenimenti, e confrontandosi sempre con quanto emergeva nel Paese.</p>
<p>Claudio Martelli ha esordito, nel suo intervento, dichiarandosi completamente d’accordo con le tesi espresse da Paolo Mieli, distanziandosi da ogni ipotesi complottistica, anche relativamente alle stragi di mafia del ’92-’93. Ci sono troppe verità, sostiene Claudio Martelli. Dovrebbero essere noti gli esecutori materiali delle stragi, ma, mentre si ricercano presunti mandanti oscuri e presunte trattative Stato-mafia, in realtà, neanche gli esecutori sono noti, visto che la Magistratura si è lasciata ingannare, in particolare nel caso dell’assassinio del giudice Borsellino e della sua scorta, visto che per quella strage sono state condannate persone, autoaccusatesi, che invece non erano colpevoli. Forse, ritiene Martelli, non è stato del tutto chiarito, nel caso Moro, quali furono le interferenze esterne all’Italia, ed interne, sulla vicenda, capaci di inquinare o sabotare le indagini, in particolare da parte della Loggia massonica P2. Ma non debbono dimenticarsi le verità acclarate e, in particolare, come mai proprio nel caso di Aldo Moro si scelse di non effettuare alcuna trattativa, quando invece, soprattutto successivamente a quell’episodio, si è trattato sempre, anche con forze del terrorismo islamista, per semplici persone o giornalisti; per ogni ostaggio, compreso Ciro Cirillo, per il quale ci si rivolse addirittura alla camorra, perché ne mediasse con le Brigate Rosse, la liberazione.</p>
<p>Si disse, all’epoca, che la trattativa era resa impossibile anche da vincoli di alleanza esterni all’Italia; ma, secondo Claudio Martelli, questo è solo indice di un comportamento costante della politica italiana, quando vuole scaricare le proprie responsabilità. Come avviene con l’Europa oggi, e non si comprende, per quali motivi i cittadini tedeschi dovrebbero accollarsi il Debito Pubblico italiano, cui invece dovrebbe essere nostra responsabilità far fronte. La volontà a non trattare la liberazione dell’ostaggio Moro, fu, per Claudio Martelli, l’atto iniziale dell’antipolitica oggi trionfante. Considerare la politica, contemporaneamente, come massima responsabile della situazione ed inetta a porvi rimedio, è la premessa per avviare una nuova forma della politica, una forma autoritaria. Non più capace di mescolare, élites e popolo. Da quel momento storico, ricorda Martelli, tutta l’area dell’Autonomia Operaia e dei gruppuscoli extraparlamentari, venne assimilata al terrorismo. Non era Moro, ricostruisce Martelli, a volere il cosiddetto “Compromesso Storico”, con il PCI; era questa invece una strategia del solo Enrico Berlinguer. Era l’inizio, allora, di una crisi di sistema. Che oggi dispiega pienamente i suoi effetti. E cui non pare esservi argine.</p>
<p>Il professor Ridola ha concluso il Convegno puntando i riflettori sull’apporto essenziale di Aldo Moro nella scrittura della Costituzione della Repubblica Italiana, in particolare sull’articolazione generale del testo e sull’Articolo 2. E sui costanti assilli, nel suo lavoro politico ed intellettuale: l’insistenza sull’uomo e sulla persona; sulla funzione sociale dello Stato, e addirittura, sulla funzione sociale dei Diritti.</p>
<p>Immagino, ora, di poter esprimere, a margine del Convegno del 9 maggio scorso, sommessamente qualche mia considerazione.</p>
<p>A quaranta anni di distanza dalla tragica fine della vicenda umana e politica di Aldo Moro, credo possa dirsi, con tutta franchezza, che essa resta totalmente aperta. Nella sua analisi storica. Nel giudizio politico su quella temperie. E, per certi versi, persino nel suo concreto svolgersi criminale, come adombra in modo assai inquietante, la Relazione conclusiva della Commissione d’Inchiesta Parlamentare della scorsa Legislatura. D’altra parte, anche Ferdinando Sacco e Bartolomeo Vanzetti sono stati processati, riconosciuti colpevoli e assassinati sulla sedia elettrica senza che con questo si possa dire che la verità processuale corrisponda con quella storica. La morte di Aldo Moro, può essere letta in una chiave odierna, come hanno fatto Martelli e Mieli, per regolare vecchi conti politici del passato; tra socialisti e comunisti italiani, e tra PCI e aree extraparlamentari, spesso governate da giovani d’estrazione borghese, per i quali il PCI era il primo nemico da abbattere. Non mi sento in grado, in questa sede, di affrontare una discussione sulla questione fondamentale della necessità di una Trattativa, per la liberazione dell’ostaggio Aldo Moro, o sul rifiuto di essa, in nome della responsabilità a non fornire alcuna legittimazione politica alle Brigate Rosse, non avallando l’idea che in Italia fosse in corso una Guerra Civile, in cui i contendenti avessero pari dignità. Voglio limitarmi a guardare alcune delle conseguenze reali, di quegli accadimenti.</p>
<p>La vicenda di Aldo Moro spiega, secondo Claudio Martelli e Paolo Mieli, ma anche secondo Rino Formica che lo sostiene in un’intervista a “L’Espresso”, sia pure non nei termini ascoltati nel Convegno, il trionfo odierno di forze politiche populiste, la cui origine, è tutta da ricercarsi nel rifiuto ad assumere una responsabilità politica, trattando per liberare l’ostaggio, da parte del Partito Comunista Italiano, in modo particolare, nel cui grembo, erano pure germogliate le Brigate Rosse. La storia degli ultimi quaranta anni, diviene quindi la storia di un fallimento. Quello della ipotesi di condurre al governo del Paese le sue classi subordinate, tradite da gruppi dirigenti, prima incapaci di rispondere politicamente alla sfida lanciata dalle Brigate Rosse, e poi travolti dall’emergere della semplificazione populista di fronte alla crisi globale, ai fenomeni migratori, alle nuove sfide del progresso tecnologico.</p>
<p>E’ una lettura molto partigiana, quella proposta. E senza contraddittorio. Esattamente come accade nel pieno di una battaglia per l’egemonia culturale. In cui chi si senta vincitore, dentro un percorso storico, riscrive i passaggi fondamentali che conducono all’oggi, ad uso e consumo della propria visione del mondo. Perché producano nuovi e coerenti effetti. Aiutata la lettura, in questo caso, anche dall’assordante mutismo di chi potrebbe produrre un’altra visione dei fatti, anche alla luce della propria concreta esperienza storica ed ideale. Ma, nel campo occupato una volta dal Partito Comunista Italiano, e da autorevolissime figure intellettuali, oggi non vi è più nessuno. E non parlo tanto di ideologia o di schieramento. Quanto proprio di presenza politica, di ispirazione ideale e morale. Neppure su un piano culturale, salvo pochissime eccezioni, vi è più qualcuno che abbia la tempra per aprire seri dibattiti storici o sull’attualità, all’altezza della sfida che taluni relatori del Convegno, nel deserto, hanno posto. Un po’ perché quell’esperienza storica non è stata davvero in grado di rileggere se stessa, alla luce degli accadimenti dopo il 1989, e un po’ perché chi si è voluto autonominare erede di quelle esperienze, non ne aveva né lo spessore intellettuale e morale, e, col tempo, ne ha perduto anche ogni credibilità politica.</p>
<p>Io frequentavo la terza media, nel 1978. I ragazzini di tredici e quattordici anni, allora, parlavano abitualmente di politica. Ne avevano esperienza diretta, persino nella periferica Lecce, dove allora vivevo. Mi colpì moltissimo, il giorno dopo il rapimento di Aldo Moro, leggere, sul muro di un palazzo posto dinanzi all’ingresso principale della mia scuola, una grande scritta realizzata con la vernice nera: “Moro: chi semina vento, raccoglie tempesta”. Era firmata “Fronte della Gioventù”, l’organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano, di chiara e non rinnegata ispirazione fascista, all’epoca. Lecce esprimeva a quel tempo percentuali di voto per il MSI ben oltre il 10% e Almirante, Segretario del MSI, spesso figurava come Capolista nelle elezioni. Quella scritta, non era casuale. Mi colpì perché, nella mia logica elementare, non riuscivo a comprendere come mai un’organizzazione di Destra attaccasse un politico, oggetto di un atto criminale compiuto da estrema Sinistra. Avrebbe dovuto, sempre secondo la mia logica elementare, invece attaccare la Sinistra, per quel che stava accadendo. Non la vittima di quegli accadimenti.</p>
<p>Nel 1964, quando Moro, per la prima volta Presidente del Consiglio dei Ministri, per la prima volta nella storia della Repubblica italiana iniziò, esplicitamente, un percorso di coinvolgimento del Partito Socialista Italiano nel governo del Paese, il cosiddetto Centrosinistra, ambienti militari fascisti e reazionari, forse addirittura con il coinvolgimento del Presidente della Repubblica Segni, contrario a quell’ipotesi politica, ordirono il cosiddetto “Piano Solo”, che prevedeva di instaurare un regime autoritario nel nostro Paese, partendo innanzitutto dal rapimento, e internamento, di una serie di personalità politiche, sindacali e della società civile. E’ lunga la storia dell’avversione, anche criminale ed illegale, della Destra del nostro Paese all’ingresso della Sinistra nelle stanze del Governo. Ed è lungo il conto che la Destra voleva presentare ad Aldo Moro.</p>
<p>Il rapimento di Moro, nei fatti se non anche nelle intenzioni, colpiva una politica. E questa politica era segnata dall’ansia di tenere dentro i confini della democrazia le varie ispirazioni ideali del Paese, che avevano contribuito a scrivere la Costituzione della Repubblica. Quell’ansia si legava all’ansia del Segretario del Partito Comunista Italiano, che, all’indomani del sanguinoso Golpe militare realizzato in Cile da Pinochet, nel 1973, aprì una profonda riflessione teorica sulla necessità del dialogo tra le principali correnti ideali della politica italiana, quella d’ispirazione cattolica e quella d’ispirazione comunista, convinto che quella fosse la strada per rendere compiuta la democrazia, in un Paese che non poteva, e forse non doveva, essere governato solo col 51% dei voti. Questioni teoriche, e politiche, di altissimo spessore, trascinate poi nella quotidianità della lotta politica e della banalizzazione esorcizzante, in vuote formulette di alleanze e conflitti elettorali, più o meno possibili o impossibili. Perché quei politici, Moro e Berlinguer, forse senza essere capaci di esplicitarlo compiutamente, erano consapevoli della fragilità storica dello Stato italiano. E loro era l’ansia di agire contro questa condizione. Non è l’Italia, ad essere fragile, la sua identità nazionale o culturale. Ma la sua costruzione statuale. Esposta. Allora, come oggi.</p>
<p>Non è un caso, io credo, che ad essere uccisi, dalla criminalità organizzata, o dal terrorismo, siano stati, nel tempo, prevalentemente “Uomini di Stato”. Uomini cioè che hanno posto sé stessi e la propria opera, a servizio della Costituzione e delle Leggi. Perché è interesse di ben delineati poteri che lo Stato sia fragile, governato da uomini ricattabili. E io credo si possa dire, ad onore dei fatti, ma con grande dolore, che la violenza politica, in Italia, ha preso la mira benissimo, ed ha ottenuto i risultati che si prefiggeva. La morte di Aldo Moro ha cancellato definitivamente, dall’agenda politica italiana, la possibilità che vi fosse una azione politica qualsivoglia capace di condurre il PCI, libero finalmente dalle proprie ambiguità, dentro il possibile governo del Paese. Chi liquidi questa questione, esprimendo facili ed affrettati giudizi ex post, o riconfermando antichi livori, in realtà elude una questione di fondo, questa sì, all’origine delle soluzioni semplificatrici e pericolosamente autoritarie e populiste dell’oggi. La questione cioè se sia possibile, in Italia, che la politica svolga anche una funzione pedagogica, capace di educare alla Democrazia, al libero e consapevole e pacifico confronto e conflitto, tutti i cittadini, e non solo una parte di essi, lasciando magari indietro le aree più emarginate e deboli. Conferendo, attraverso la partecipazione democratica, pari dignità alle diverse prospettive di governo. A tutte le prospettive, anche quelle che si propongono di rimettere in discussione storici equilibri di potere.</p>
<p>A me pare che gli interventi “politici” al Convegno, abbiano invece delineato, sia pure per cenni e rimandi, una prospettiva che derubrichi l’esperienza politica di Moro, ma anche e soprattutto del PCI, ad un tentativo episodico, e sin dalla sua nascita fallimentare, di redimere le classi subalterne del Paese conducendole alla dignità del Governo. Tali classi subalterne, oggi affascinate dalla semplificazione offerta loro dalle piattaforme informatiche, su cui esprimere pareri superficiali ed insultanti su tutto, che veicolano i contenuti di una proposta politica populista, saranno inevitabilmente ricondotte a ragione, dalle Leggi bronzee del Mercato, che le obbligherà a pagare il prezzo dei vecchi errori di chi ha allargato le possibilità materiali, migliorato le condizioni concrete, fatto balenare l’aspirazione ad una vita ricca di possibilità e diritti. Certo, le contraddizioni del peculiare “Stato Sociale” italiano sono enormi e andrebbero aggredite, in nome di una più stringente idea di Eguaglianza e di Giustizia Sociale, oltre che di un fondamentale rigore nei bilanci. Ma quel che viene adombrata è la caduta rovinosa e, finalmente, il governo di quelli che sapranno stare nel modo giusto dentro un mondo di capitali globalizzati ed essi sì, liberi.</p>
<p>Infine. La morte di Aldo Moro, segna in realtà, a me pare, l’inizio di un ulteriore processo cui non sono estranee responsabilità individuali e politiche pesantissime. Anche di quella politica che si richiama, e si richiamava, ad ideali di Sinistra. Segna l’inizio della fine della partecipazione dei cittadini alla vita politica del Paese, attraverso i corpi intermedi della Società, Partiti e Sindacati in primo luogo. Cui non si riconosce più un ruolo di promozione individuale e collettiva. Si tratta di un processo che si dispiegherà innanzi tutto, a partire dal forsennato attacco del neoliberismo globale alla mediazione sociale: l’uomo, e la donna, devono essere soli dinanzi al Mercato. E che, in Italia, conoscerà gli accenti durissimi di una folle idea giustizialista che accomuna nella esecrazione morale il semplice iscritto ad un Partito ad un suo dirigente, magari corrotto o colluso, fino a cancellare l’idea stessa della forma-Partito dal diritto di cittadinanza politico. Quella idea di Partito che i Costituenti, tra cui Aldo Moro, avevano posto invece alla base della possibilità di emancipazione delle classi subalterne del Paese, attraverso la partecipazione alla vita democratica.</p>
<p>Quanto al Sindacato, la compagine che si appresta a guidare il Paese si incaricherà di delinearne l’espulsione finale e definitiva dall’orizzonte degli italiani. Dopo i colpi pesantissimi ricevuti dai precedenti governi d’ogni colore politico. Del resto, è da sempre “vox populi” che la colpa sia sempre e tutta del Sindacato, che stavolta non troverà nessuno a difenderlo. Mi fanno rabbia, quei dirigenti sindacali (minuscolo), che pensano si possa ancora discutere che ancora vi siano spazi politici, che ancora si affannano in congressi totalmente autoreferenziali, avendo purgato da sé ogni contraddizione della realtà, ignorando il dolore vero della precarietà generalizzata, la periferizzazione coatta della vita nelle città. La solitudine delle persone, di fronte ad immense contraddizioni e problemi reali. Gli immensi potenziali conflitti, anche violenti, tra chi si sente sommerso e chi, erroneamente, pensa d’essersi salvato.</p>
<p>Insomma, una volta archiviata la ricca esperienza storica, ed ideale, delle correnti di ispirazione cattolica e comunista italiana, nel nostro Paese, sarà finalmente possibile rivedere la Costituzione della Repubblica Italiana in modo da sancire, anche formalmente, la preminenza del comando sulla Partecipazione. E sarà finalmente possibile dare il potere che spetta loro, a quelli che da tempo sono i sacerdoti del Libero Mercato finanziario globalizzato. E le classi dirigenti italiane, quelle vere, quelle che governano la vita delle città da sempre, potranno finalmente dire che “tutto deve cambiare, perché tutto resti come prima”. Ma davvero, però.</p>
<p style="text-align: right;">Luigi Fiammata</p>
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		<title>9 maggio, Maria Fida Moro: &#8220;Diserteremo celebrazione ufficiale fino a quando non sarà applicata anche a mio padre la legge per le vittime del terrorismo&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 09 May 2017 15:16:54 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“Ecco l’ennesimo terribile 9 maggio. Ho un’annotazione ed un quesito. Mio figlio ed io diserteremo ogni celebrazione ufficiale fino a quando non sarà applicata correttamente e pienamente la legge 206 del 3 agosto 2004 in favore delle vittime del terrorismo anche per mio padre Aldo Moro. Quale sia la valenza di questa disapplicazione non è noto. Mio padre non è vittima? Oppure non è vittima del terrorismo? Il che aprirebbe scenari apocalittici. Giro il quesito a chi di dovere”. È quanto scrive in una nota Maria Fida Moro, figlia primogenita di Aldo Moro.</p>
<p>“È chiaro – prosegue Moro – che le vittime sono tutte uguali perché uguale è il dolore, ma mio padre non può essere contemporaneamente simbolo emblematico di ogni vittima della stagione terroristica mentre la legge 206 – nel suo caso – viene disattesa ed inapplicata (guarda caso proprio dal Parlamento). È una questione etica, di equità e di principio. Se potessi, chiederei al Parlamento di cambiare la data della doverosa celebrazione della memoria con altra data, diversa dal 9 maggio.</p>
<p>Ad ogni modo seguirò tutte le trafile giuridiche che portino all’applicazione della stessa legge 206 e – se sarà necessario – mi rivolgerò alla Corte Europea dei Diritti Umani a Strasburgo, perché mio padre è stato pesantemente discriminato, e quindi all’Aja, perché il terrorismo è equiparato alla guerra e mio padre è vittima di un crimine di guerra, il che ha rilevanza penale (per rendersene conto basta scorrere alcuni dei documenti raccolti dalla 2° Commissione bicamerale di inchiesta sul caso Moro).</p>
<p>Credo che, almeno nella morte, la legge debba essere uguale per tutti. Del resto ogni italiano in buona fede, che il 9 maggio 1978 aveva l’età della ragione, sa che l’Italia è rimasta attonita a guardare l’agonia di un innocente abbandonandolo alla solitudine di una morte feroce quanto ingiusta. Allo Stato non sembra interessare, e lo dico con pacatezza basandomi sulle corone di alloro e sui fiori delle due date 16 marzo – 9 maggio.</p>
<p>Invece sarebbe molto più proficuo che lo Stato si adoperasse per l’applicazione di una legge che riguarda tutte le vittime, quindi anche e perfino Aldo Moro.</p>
<p>L’insensata morte di mio padre ha cambiato il destino del nostro Paese e anche dell’Europa, ma soprattutto è come un macigno, un coagulo di dolore che pesa sulle coscienze degli italiani. Aldo Moro è ancora oggi ostaggio dell’indifferenza e del disamore e finché non gli verrà riconosciuta, almeno da morto, pari dignità anche il popolo italiano resterà imprigionato nel gorgo malefico e sanguinario che ha cancellato tante vite innocenti portandosele via e che a me ha tolto sole, speranza, luce ed ogni gioia.</p>
<p>Ma non è certo questo il punto, il punto è che l’Italia, che è da sempre considerata la patria del Diritto, permette che l’antigiuridicità insita nella negazione di un diritto fondamentale – ogni cittadino è uguale di fronte alla legge – si abbatta su un padre Costituente che, ironia della sorte, si era occupato proprio dei Diritti inviolabili dell’Uomo. I benefici previsti dalla legge in favore delle vittime del terrorismo o valgono anche per Aldo Moro oppure non valgono per nessuno.</p>
<p>Niente sembra avere senso e valore. Ma se solo per una volta, in quasi quarant’anni, dovessero prevalere le insindacabili ragioni del cuore e della verità?”.</p>
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		<title>9 maggio 2017: 39 anni fa moriva Peppe Impastato e ritrovavano Moro. Bojano ricorda il giornalista ucciso</title>
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		<pubDate>Tue, 09 May 2017 08:34:30 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nella notte tra l’8 e il 9 maggio il cadavere del giornalista di Cinisi, in provincia di Palermo, fu fatto saltare con del tritolo sui binari della ferrovia Palermo-Trapani, così da far sembrare che si trattasse di un fallito attentato suicida. 39 anni fa, dunque, moriva Peppino Impastato. Lo avevano massacrato in un casolare, ma furono gli amici di Peppino, il giorno dopo la sua morte, a recarsi sul posto per cercare eventuali prove e tracce non prese in considerazione dagli inquirenti. Raccolsero i brandelli del corpo, lasciati sul terreno, alla mercé dei corvi, e scoprirono, dentro il casolare, un sedile in muratura, dove alcune pietre erano sporche di sangue. Il sangue del giornalista che aveva sfidato la mafia.<br />
Il Centro Studi Agorà e Un Mondo d’Italiani, quotidiano internazionale diretto da Mina Cappussi e rivolto agli italiani nel mondo, dedicheranno l’appuntamento settimanale, ormai fisso, con il “Cineforum place of ideas”, insieme ai volontari del Servizio Civile, all’Aem e al comune di Bojano, assessorato alla Cultura, alla celebrazione dell’anniversario della morte di Peppino Impastato, con la proiezione del film “I cento passi”, prodotto nel 2000, regia di Marco Tullio Giordana. L’appuntamento è fissato per giovedì 11 maggio alle 11:00, presso la redazione del quotidiano in piazza Giovanni Paolo II – Terre Longhe. La visione del film sarà seguita, come di consueto, dal dibattito, condotto da Matilde Muccilli e Giovanni Malatesta. La grafica è di Massimiliano Rossi.<br />
Il titolo del film fa riferimento al numero di passi che occorre fare dalla casa di Impastato a quella del boss mafioso, Don Tano Badalamenti. Il film di Giordana ha ricevuto il premio come miglior sceneggiatura alla Mostra del Cinema di Venezia e il palermitano Luigi Lo Cascio, ha ricevuto il David di Donatello come miglior attore protagonista, mentre migliore attore non protagonista è Tony Sperandeo. Peppino Impastato conosceva la mafia molto da vicino: era solo un bambino, quando si rese conto che i suoi parenti facevano parte del clan mafioso della città. Il marito di sua zia, Cesare Manzella, era un boss importante. La morte violenta di questi, saltato in aria su una Giulietta Alfa Romeo all&#8217;interno della quale era stato messo un ordigno esplosivo, catapultò Peppino fuori dal cerchio protetto dell’infansia. Suo padre, Luigi, aveva un amico che era il numero uno di Cosa nostra, Tano Badalamenti. Ma Peppino diede fastidio a cosa nostra. E Tano Badalamenti diventò il mandante del suo assassinio.</p>
<p>L’ordine dei giornalisti attribuì la a Peppino tessera di giornalista, 20 anni dopo la sua morte, ma con decorrenza dal 9 maggio, dopo che il processo dimostrò che fu ucciso dalla mafia, su mandato di Gaetano Badalamenti e smentì definitivamente l’ipotesi iniziale che potesse essere stato lui l’autore di un attentato terroristico di cui egli stesso sarebbe rimasto vittima. Il giovane Impastato, pur non essendo giornalista, aveva scritto articoli di denuncia, uno dei quali era intitolato “La mafia è una montagna di merda”.<br />
Nel 1976 Peppino fonda Radio Aut, autofinanziata, dai cui microfoni attacca i crimini mafiosi, fa nomi e cognomi, arriva a denunciare Gaetano Badalamenti, che ha soprannominato “Tano Seduto”, leader nel mercato della droga. Due anni dopo aver fondato la radio, si candida alle elezioni comunali di Cinisi, ma non fa in tempo a sapere i risultati delle votazioni perché, dopo vari avvertimenti da parte della mafia siciliana, viene assassinato nella notte tra l’8 e il 9 maggio. Pochi giorni dopo, i cittadini lo votano lo stesso, eleggendolo simbolicamente al Consiglio comunale. La notizia della sua morte passa in secondo piano perché nella mattina del 9 maggio viene ritrovato a Roma, in Via Caetani, il corpo del politico Aldo Moro, rapito due mesi prima dalle Brigate Rosse.<br />
A Bojano, la scelta di ricordare un giornalista scomodo, un episodio triste della storia recente d’Italia, un caso insabbiato da indagini approssimate e un esempio di attentato alla libertà di stampa di grande attualità, dopo il divieto imposto dalle autorità turche, lo scorso 29 aprile, di accedere a tutte le versioni linguistiche di Wikipedia, ledendo il diritto di milioni di persone a poter usufruire di informazioni storiche, culturali e scientifiche neutrali e munite di fonti verificabili. Il consueto appuntamento con il Cineforum Un Mondo d’Italiani Place of Ideas è alle 11.00 a Terre Longhe. Il successivo appuntamento riguarderà uno dei misteri irrisolti della storia nazionale e vedrà la presenza di docenti universitari ed esperti.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2017/05/09/9-maggio-2017-39-anni-fa-moriva-peppe-impastato-e-ritrovavano-moro-bojano-ricorda-il-giornalista-ucciso/">9 maggio 2017: 39 anni fa moriva Peppe Impastato e ritrovavano Moro. Bojano ricorda il giornalista ucciso</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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