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	<title>amnesty Archivi - L&#039;Impronta L&#039;Aquila</title>
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		<title>Shoah, R. Noury (Amnesty International): &#8220;Noi accusati di antisemitismo per uso parola genocidio a Gaza. Shoah evento irripetibile, ma oggi è diventato scontro da stadio&#8221;</title>
		<link>https://www.improntalaquila.com/2025/01/28/shoah-r-noury-amnesty-international-noi-accusati-di-antisemitismo-per-uso-parola-genocidio-a-gaza-shoah-evento-irripetibile-ma-oggi-e-diventato-scontro-da-stadio/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Jan 2025 16:06:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Dovremmo partire a mio avviso dal fatto che l&#8217;antisemitismo è prima di tutto una violazione dei diritti umani, perciò tutti dovrebbero impegnarsi nel combatterlo oltre che nel condannarlo.  Questo però non può accadere quando una parte accusa l&#8217;altra di essere antisemita, e purtroppo è proprio ciò che successo.  Questa è stata l&#8217;accusa rivolta a Amnesty [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2025/01/28/shoah-r-noury-amnesty-international-noi-accusati-di-antisemitismo-per-uso-parola-genocidio-a-gaza-shoah-evento-irripetibile-ma-oggi-e-diventato-scontro-da-stadio/">Shoah, R. Noury (Amnesty International): &#8220;Noi accusati di antisemitismo per uso parola genocidio a Gaza. Shoah evento irripetibile, ma oggi è diventato scontro da stadio&#8221;</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">&#8220;Dovremmo partire a mio avviso dal fatto che l&#8217;antisemitismo è prima di tutto una violazione dei diritti umani, perciò tutti dovrebbero impegnarsi nel combatterlo oltre che nel condannarlo.  Questo però non può accadere quando una parte accusa l&#8217;altra di essere antisemita, e purtroppo è proprio ciò che successo.  Questa è stata l&#8217;accusa rivolta a Amnesty international e altre organizzazioni a noi vicine, tacciate ignobilmente di antisemitismo tramite il video comparso sul palazzo della FAO&#8221;. Lo ha dichiarato ai microfoni di Radio Cusano il portavoce di Amesty International Riccardo Noury intervenuto nel corso della trasmissione &#8216;5 Notizie&#8217;, condotta da Gianluca Fabi, in merito alle immagini che accusavano la sua organizzazione di antisemitismo per la vicinanza alle vittime di Gaza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E ha proseguito &#8220;noi siamo stati accusati di ipocrisia perché un mese fa circa ci siamo permessi di pubblicare un rapporto che afferma, senza confronti storici, come la campagna condotta da Israele a Gaza sia a tutti gli effetti un genocidio. Ci è stato rimproverato il fatto di usare questo termine- spiega Noury- che secondo alcuni dovrebbe essere appannaggio esclusivo della Shoah&#8221;. In merito al perché Amnesty abbia usato proprio quel termine afferma &#8220;usare la parola genocidio, secondo la convenzione sul genocidio del 48&#8242;, non significa banalizzare lo sterminio degli ebrei come si è detto, piuttosto dire che quello che ciò che accade a Gaza è grave e tutti i Paesi, Israele incluso, dovrebbero prestare più attenzione alle disposizioni contro il genocidio. In altre occasioni simili non si è detto che il termine banalizzava la Shoah-continua-la parola genocidio è soggetta a molte interpretazioni perché purtroppo si ripete spesso. Il diritto internazionale ha già stabilito le casistiche per cui si deve usare questa parola, non c&#8217;è rischio di banalizzarla. Per chi ha subito un genocidio ci dev&#8217;essere il diritto che venga riconosciuto: non si può e non si deve stilare una classifica delle violazioni del diritto internazionale&#8221; . </p>



<p class="wp-block-paragraph">Noury termina il suo intervento con una riflessione sulla giornata della Memoria: &#8220;la Shoah è e sarà sempre un fatto irripetibile nella storia a cui va portato rispetto ed è giusto che ci sia una giornata dedicata. Quello che dispiace è che una giornata che doveva essere di riflessione, sia diventata oggetto di uno scontro da stadio&#8221; ha concluso Riccardo Noury.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2025/01/28/shoah-r-noury-amnesty-international-noi-accusati-di-antisemitismo-per-uso-parola-genocidio-a-gaza-shoah-evento-irripetibile-ma-oggi-e-diventato-scontro-da-stadio/">Shoah, R. Noury (Amnesty International): &#8220;Noi accusati di antisemitismo per uso parola genocidio a Gaza. Shoah evento irripetibile, ma oggi è diventato scontro da stadio&#8221;</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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		<title>Ong: Naidoo è il nuovo capo di Amnesty</title>
		<link>https://www.improntalaquila.com/2018/08/16/ong-naidoo-e-il-nuovo-capo-di-amnesty/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Aug 2018 15:32:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il nuovo segretario generale di Amnesty International e&#8217; l&#8217;attivista sudafricano Kumi Naidoo, classe 1965. Ne da&#8217; notizia un comunicato diffuso dall&#8217;ong per i diritti umani, in occasione della sua conferenza stampa di insediamento, che si e&#8217; tenuta stamane al Nelson Mandela Centre of Memory di Johannesburg. &#8220;Voglio che costruiamo un movimento per i diritti umani [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il nuovo segretario generale di Amnesty International e&#8217; l&#8217;attivista sudafricano Kumi Naidoo, classe 1965. Ne da&#8217; notizia un comunicato diffuso dall&#8217;ong per i diritti umani, in occasione della sua conferenza stampa di insediamento, che si e&#8217; tenuta stamane al Nelson Mandela Centre of Memory di Johannesburg. &#8220;Voglio che costruiamo un movimento per i diritti umani piu&#8217; inclusivo. Dobbiamo ridefinire cosa significa nel 2018 difendere i diritti umani. Un attivista puo&#8217; provenire da ogni ambito di vita: un sindacato, una scuola, un gruppo religioso, un governo e persino un&#8217;impresa&#8221;, dichiara Naidoo nella sua prima giornata da segretario generale.<br />
&#8220;Non si puo&#8217; parlare della crisi del cambiamento climatico senza riconoscere che c&#8217;e&#8217; anche una questione di ineguaglianza e di razza; non si puo&#8217; affrontare la discriminazione sessuale senza ammettere che e&#8217; collegata all&#8217;esclusione economica delle donne; non si puo&#8217; ignorare che i diritti civili e politici vengono spesso soppressi proprio quando le persone chiedono giustizia sul piano economico&#8221;, aggiunge l&#8217;attivista. Nato a Durban (Sudafrica), all&#8217;eta&#8217; di 15 anni Naidoo organizzo&#8217; una protesta contro l&#8217;apartheid e vi prese parte e venne espulso dalla scuola.<br />
Nel 1986, all&#8217;eta&#8217; di 21 anni, fu accusato di aver violato lo stato d&#8217;emergenza. Fu cosi&#8217; costretto a entrare in clandestinita&#8217;, per poi prendere la decisione di andare in esilio nel Regno Unito. Vi rimase fino alla scarcerazione di Nelson Mandela e alla fine del bando nei confronti dei movimenti di liberazione.<br />
Dopo il crollo del regime dell&#8217;apartheid, torno&#8217; in Sudafrica nel 1990 ed entro&#8217; nell&#8217;African National Congress, all&#8217;interno del quale si occupo&#8217; di cio&#8217; che da sempre gli stava a cuore: l&#8217;istruzione, in particolare l&#8217;alfabetizzazione degli adulti e l&#8217;educazione al voto per dare potere a comunita&#8217; storicamente e sistematicamente escluse.<br />
(DIRE) Roma, 16 ago. &#8211; Da direttore generale di Greenpeace International, Naidoo ha visto crescere la sua reputazione di &#8220;campione della disobbedienza civile- scrivono da Amnesty- come quando nel 2011 ha scalato una piattaforma petrolifera groenlandese per consegnare a mano una petizione contro le trivellazioni del mar Artico. Un anno dopo ha occupato una piattaforma petrolifera russa nel mare di Barents, nell&#8217;Artico russo&#8221;.<br />
Da ultimo, ha cofondato e diretto provvisoriamente l&#8217;organizzazione panafricana &#8216;African Rising for justice, peace and dignity&#8217;. Il gruppo, sottolinea il comunicato, &#8220;ha favorito la collaborazione tra sindacati, gruppi religiosi e societa&#8217; civili per cambiare la realta&#8217; di un continente in crescita economica e di una popolazione che non ne ha tratto benessere ne&#8217; potere&#8221;.<br />
A ispirare Kumi Naidoo a candidarsi al ruolo di segretario generale di Amnesty International e&#8217; stata, secondo quanto indicato nella nota, una lettera scritta da Nelson Mandela nel 1962, in cui il leader del movimento anti-apartheid ringraziava l&#8217;organizzazione per aver inviato osservatori al suo processo.<br />
Naidoo succede all&#8217;indiano Salil Shetty, che e&#8217; stato segretario generale di Amnesty per otto anni.</p>
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		<title>Amnesty: l’UE rischia di alimentare violenze contro migranti in Libia</title>
		<link>https://www.improntalaquila.com/2016/06/15/amnesty-lue-rischia-di-alimentare-violenze-contro-migranti-in-libia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Locorotondo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jun 2016 09:52:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Amnesty International ha dichiarato oggi che il progetto dell’Unione europea di cooperare più strettamente con la Libia in materia d’immigrazione rischia di favorire i maltrattamenti e la detenzione a tempo indeterminato, in condizioni terribili, di migliaia di migranti e di rifugiati. Il mese scorso l’Unione europea ha annunciato l’intenzione di estendere per un altro anno [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2016/06/15/amnesty-lue-rischia-di-alimentare-violenze-contro-migranti-in-libia/">Amnesty: l’UE rischia di alimentare violenze contro migranti in Libia</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Amnesty International</strong> ha dichiarato oggi che il progetto dell’<strong>Unione europea</strong> di cooperare più strettamente con la Libia in materia d’immigrazione rischia di favorire i maltrattamenti e la detenzione a tempo indeterminato, in condizioni terribili, di migliaia di migranti e di rifugiati.</p>
<p>Il mese scorso l’Unione europea ha annunciato l’intenzione di estendere per un altro anno l’operazione navale di contrasto ai trafficanti di esseri umani denominata “Sofia” e, su richiesta del nuovo governo di Tripoli, di offrire formazione alla guardia costiera libica e di condividere informazioni con quest’ultima.</p>
<p>Dalle testimonianze raccolte nel mese di maggio da Amnesty International in Sicilia e in Puglia sono emersi scioccanti dettagli di violenze inflitte dalla guardia costiera libica e nei centri di detenzione per migranti in Libia.</p>
<p>Amnesty International ha incontrato 90 persone sopravvissute alla traversata del Mediterraneo dalla Libia all’Italia, tra cui almeno 20 rifugiati e migranti che hanno denunciato pestaggi e uso delle armi da fuoco da parte della guardia costiera così come terribili torture all’interno dei centri di detenzione.<br />
In un caso, la guardia costiera ha lasciato alla deriva un gommone in avaria con 120 persone a bordo, anziché trarle in salvo.</p>
<p>“L’Europa non dovrebbe neanche ipotizzare accordi con la Libia in tema d’immigrazione di fronte a queste conseguenze, dirette o indirette, sul piano delle violazioni dei diritti umani. L’Unione europea ha più volte mostrato l’intenzione di impedire le partenze di migranti e rifugiati quasi a ogni costo e trascurando l’aspetto dei diritti umani” – ha dichiarato Magdalena Mughrabi, vicedirettrice ad interim del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.</p>
<p>“Mentre è ovviamente necessario migliorare la capacità della guardia costiera libica di cercare e soccorrere vite umane in mare, quello che ora accade è che la guardia costiera intercetta migliaia di persone in mare e le riporta nei centri di detenzione dove subiscono la tortura e altre violazioni. È indispensabile che qualunque forma assistenza da parte dell’Unione europea non alimenti e perpetui le orribili violazioni dei diritti umani ai danni di cittadini stranieri in Libia dalle quali questi ultimi cercano disperatamente di mettersi al riparo” – ha proseguito Mughrabi.</p>
<p>Il 7 giugno la Commissione europea ha annunciato ulteriori piani per rafforzare la cooperazione e il partenariato con paesi terzi della zona africana considerati strategici per fermare l’immigrazione: tra questi vi è la Libia.</p>
<p>Nonostante dominino violenza e assenza di legge e nel 2014 sia nuovamente ripreso il conflitto armato, la Libia continua a essere la meta di centinaia di migliaia di migranti e rifugiati diretti in Europa, provenienti soprattutto dall’Africa sub-sahariana. Queste persone fuggono a causa della guerra, della persecuzione o della povertà estrema, da paesi come Eritrea, Etiopia, Gambia, Nigeria e Somalia. Altre persone si trovano in Libia da anni ma vogliono lasciare il paese perché, privi di protezione da parte di qualsiasi autorità, vivono nel costante timore di essere fermati, picchiati e rapinati da bande armate o dalla polizia.</p>
<p>Secondo l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, nei primi cinque mesi del 2016 oltre 2100 persone hanno perso la vita in mare nel tentativo di raggiungere l’Italia. Oltre 49.000 persone sono state salvate da forze navali europee, navi di organizzazioni non governative o navi commerciali.</p>
<p><strong>Violenze da parte della guardia costiera libica</strong><br />
Tra il 22 e il 28 maggio almeno 3500 persone sono state intercettate in mare dalla guardia costiera libica e trasferite in centri di detenzione.</p>
<p>Nel gennaio 2016 un’imbarcazione che avrebbe potuto trasportare al massimo 50 persone e che ne aveva a bordo 120, è stata intercettata dalla guardia costiera. Questo è il racconto di Abdurrahman, 23 anni, proveniente dall’Eritrea:<br />
“Ci hanno fatto scendere e picchiati coi tubi di gomma e i bastoni di legno. Poi hanno sparato al piede dell’ultimo che stava scendendo dalla barca, solo perché non aveva saputo indicare il timoniere e allora hanno pensato che fosse lui…”</p>
<p>Un altro eritreo, Mohamed, 26 anni, ha raccontato della volta in cui la guardia costiera ha lasciato andare alla deriva un gommone in avaria con 120 persone a bordo:<br />
“Uno degli uomini della guardia costiera è salito a bordo per riportarci indietro. Dopo un po’ il motore si è spento. Si è infuriato ed è risalito sulla loro nave, urlando ‘Se il vostro destino è morire, morirete’. Ci hanno lasciato lì in mezzo al mare…”</p>
<p>Alla fine il motore è ripartito ma poiché il gommone continuava a perdere aria, il gruppo di persone a bordo è stato costretto a tornare sulla terraferma.<br />
Nell’ottobre 2013 Amnesty International aveva denunciato l’affondamento di un peschereccio contro il quale un’imbarcazione libica non identificata aveva aperto il fuoco. In quell’occasione annegarono 200 persone, tra cui donne e bambini. Alcuni dei sopravvissuti accusarono la guardia costiera libica di aver colpito il peschereccio. I risultati dell’indagine aperta sull’episodio non sono mai stati resi pubblici.</p>
<p><strong>Agghiaccianti violenze nei centri di detenzione libici</strong><br />
Secondo la guardia costiera libica, i migranti e i rifugiati intercettati in mare vengono abitualmente portati nei centri di detenzione per immigrati.<br />
Dal 2011, Amnesty International ha raccolto decine e decine di testimonianze di ex detenuti (compresi minori non accompagnati e donne) sulle terribili condizioni di detenzione nonché sulle violenze e sugli abusi di natura sessuale che si verificano all’interno di quei centri. Le testimonianze più recenti confermano che le cose continuano ad andare avanti nello stesso modo.</p>
<p>I centri, 24 in tutto secondo l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, sono diretti dal Dipartimento per contrastare l’immigrazione illegale che, teoricamente, dovrebbe essere alle dipendenze del ministero dell’Interno. Di fatto, molti centri sono gestiti dai gruppi armati. Il governo di accordo nazionale, sostenuto a livello internazionale, deve ancora assumerne il controllo.</p>
<p>Secondo la legislazione libica l’ingresso, l’uscita e la permanenza illegali in Libia sono un reato. I cittadini stranieri che si trovano in questa condizione possono essere posti in detenzione a tempo indeterminato in attesa dell’espulsione.</p>
<p>Solitamente, i detenuti stranieri rimangono nei centri per mesi senza poter incontrare familiari e avvocati e senza vedere un giudice. Non possono contestare la legittimità della loro detenzione né chiedere protezione, data l’assenza di un sistema nazionale d’asilo. Le espulsioni sono eseguite senza alcuna tutela né esame individuale.</p>
<p>“Il fatto che sia possibile trattenere una persona in carcere all’infinito solo sulla base della sua condizione d’immigrato è un oltraggio. Invece di ottenere protezione, i migranti e i rifugiati finiscono per essere torturati. La Libia dovrebbe immediatamente porre fine a questo sistema di detenzioni illegali e torture nei confronti dei cittadini stranieri e adottare una legislazione sull’asilo che consenta a chi ha bisogno di protezione internazionale di ottenere un rifugio” – ha sottolineato Mughrabi.</p>
<p>Ex detenuti – tra cui persone intercettate in mare e cittadini stranieri fermati in strada – hanno riferito che venivano picchiati ogni giorno con bastoni di legno, tubi di gomma e cavi elettrici e venivano sottoposti a scariche elettriche.</p>
<p>Un eritreo di 20 anni che era a bordo di un natante intercettato in mare dalla guardia costiera nel gennaio 2016, ha raccontato di essere stato trasferito in un centro di detenzione di al-Zawyra, nella Libia occidentale, e di essere stato picchiato ripetutamente.</p>
<p>Questo, invece, è il racconto di un uomo detenuto nel centro di detenzione Abu Slim di Tripoli, dove secondo la Missione Onu di supporto alla Libia, si trovano almeno 450 detenuti:<br />
“Le guardie ci picchiavano tre volte al giorno usando un cavo elettrico che era stato annodato tre volte per renderlo più duro”.</p>
<p>I detenuti venivano obbligati a dormire all’aperto senza alcun riparo dalle temperature estreme. Le guardie spargevano acqua sul pavimento per farli dormire sul bagnato.</p>
<p>Charles, 35 anni, proveniente dalla Nigeria, ha denunciato di essere stato fermato in una strada di Tripoli, nell’agosto 2015, e di essere stato trasferito in cinque centri di detenzione:<br />
“Ci picchiavano tutti, sempre, ogni giorno. Una volta mi hanno rotto il braccio a bastonate, mi hanno portato in un ospedale ma non ho ricevuto alcuna medicazione. Per colpirci usavano bastoni e pistole, a volte anche la corrente elettrica”.</p>
<p>Quando le guardie hanno minacciato di espellerlo, ha urlato “Qualunque cosa sarà meglio di questo inferno”.</p>
<p>Un uomo di 28 anni originario dell’Etiopia, arrestato insieme alla moglie a un posto di blocco, ha trascorso quattro mesi in un centro di detenzione di Kufra, nel sud-est della Libia. Ha denunciato di essere stato picchiato regolarmente, chiuso in un box, frustato e ustionato con acqua bollente. Stessa sorte per la moglie, picchiata insieme ad altre detenute dal direttore del centro. Alla fine la coppia ha pagato una somma di denaro ed è stata rilasciata.</p>
<p>Nessuno dei centri diretti dal Dipartimento per contrastare l’immigrazione illegale ha personale femminile in servizio. Questo aumenta i rischi di subire violenza sessuale.</p>
<p>Numerosi testimoni hanno visto rifugiati e migranti morire durante la detenzione, a colpi di arma da fuoco o a seguito dei pestaggi:<br />
Questa è la testimonianza di un 19enne eritreo detenuto a Kufra:<br />
“Se dicevamo che avevamo fame, le guardie venivano a picchiarci. Ci costringevano a stare a pancia in giù e ci picchiavano coi tubi di gomma. Una volta hanno sparato a un detenuto del Ciad, senza alcun motivo. Lo hanno portato in ospedale, poi di nuovo in cella ed è morto. Ufficialmente, è morto a seguito di un incidente d’auto. Lo so, perché mi facevano lavorare, gratis, nella stanza degli archivi”.</p>
<p>Un altro eritreo che ha trascorso cinque mesi da ottobre 2015 nel centro di detenzione di al-Zawiya ha dichiarato di aver visto un uomo picchiato a morte dalle guardie. Poi hanno avvolto il corpo in un lenzuolo e l’hanno portato via. Lo stesso eritreo ha denunciato che in un’occasione le guardie sono entrate in una cella e hanno sparato a sette detenuti perché non capivano gli ordini in arabo.</p>
<p>Nell’aprile 2016 la Missione Onu di supporto alla Libia ha sollecitato un’indagine sulla morte di quattro persone, uccise a colpi di arma da fuoco mentre stavano cercando di evadere dal centro di al-Zawiya.</p>
<p>Ex detenuti hanno anche denunciato l’assenza di cibo e di acqua potabile, le scarse cure mediche e lo squallore delle celle così come la mancanza d’igiene che secondo molti è la causa della diffusione di malattie della pelle. Le volte in cui medici di organismi umanitari venivano condotti nei centri di detenzione, potevano visitare solo pochi detenuti peraltro troppo impauriti per denunciare i trattamenti subiti. Le medicazioni ricevute venivano sequestrate dalle guardie.<br />
“L’Unione europea non può ignorare questi racconti di orrore puro sullo scioccante trattamento inflitto ogni giorno ai cittadini stranieri in Libia. Prima di delineare qualsiasi piano o politica, dovrebbero esserci solide garanzie sul pieno rispetto dei diritti dei migranti e dei rifugiati in Libia: cosa estremamente improbabile nel breve termine” – ha commentato Mughrabi.</p>
<p><strong>Discriminazione religiosa</strong><br />
Nei centri di detenzione libici il rischio di maltrattamenti ai danni di cittadini stranieri di religione cristiana sono in aumento.</p>
<p>Questo è il racconto di Omar, 26 anni, eritreo:<br />
“I cristiani li odiano. Se sei cristiano, devi solo pregare Dio che non ti trovino. Se scoprono una croce o un tatuaggio religioso, ti picchiano ancora di più”.<br />
Un ex detenuto della Nigeria ha raccontato di come, nel centro di detenzione di Misurata, i detenuti venissero separati in base alla fede. I cristiani venivano poi frustati:<br />
“All’inizio mi dicevo che non avrei mai cambiato la religione anche se mi trovavo in un paese islamico. Poi mi hanno arrestato e mi hanno frustato. La volta dopo ho mentito e ho detto che ero musulmano”.</p>
<p>Anche Semre, 22 anni, eritreo, trasferito in un centro di detenzione nel gennaio 2016 dopo che la sua imbarcazione era stata intercettata in mare, conferma che i cristiani vengono trattati peggio degli altri:<br />
“Mi hanno picchiato e preso i soldi. Poi hanno trovato la mia Bibbia, hanno strappato la croce che avevo al collo e le hanno scagliate lontano. Per prima cosa controllano se hai soldi nelle tasche, poi prendono un cavo elettrico e ti frustano”.</p>
<p><strong>Sfruttamento, estorsione e cessione ai trafficanti</strong><br />
Le testimonianze raccolte hanno portato Amnesty International a concludere che l’unica speranza che i detenuti hanno di essere rilasciati sta nella fuga, nel pagamento di una somma di denaro o nella cessione ai trafficanti.</p>
<p>Molti subiscono estorsioni, vengono sfruttati o costretti a lavorare gratuitamente, all’interno di centri di detenzione o all’esterno, da persone che pagano le guardie.</p>
<p>Daniel, 19 anni, proveniente da Ghana e detenuto in Libia nel 2014, ha raccontato come la sua unica possibilità di porre fine ai pestaggi in detenzione, non avendo soldi a disposizione, fosse quella di evadere:<br />
“Non avevo soldi così ho dovuto fare lo schiavo per tre mesi: trasportare sabbia e pietre, coltivare. Quando dicevo che avevo fame, si mettevano a urlare. Mi hanno fatto bere acqua mescolata a petrolio o col sale dentro, solo per punirmi. Un giorno mi hanno dato un telefono dicendomi di chiamare a casa per farmi mandare dei soldi. Ma i miei genitori sono morti, non avevo nessuno da chiamare. Allora mi hanno picchiato e per un po’ non mi hanno dato da mangiare”.<br />
In alcuni casi, i detenuti sono fuggiti o sono stati rilasciati dalle persone per cui lavoravano all’esterno, che li hanno anche aiutati a imbarcarsi in cambio del loro lavoro gratuito.</p>
<p>In altri casi, i trafficanti hanno negoziato il rilascio di detenuti – spesso corrompendo le guardie – così da avere altre persone da imbarcare al costo di circa 1000 dollari ciascuno. In un caso, i trafficanti si sono presentati alla guardie con “automobili zeppe di prodotti” in cambio dei detenuti.</p>
<p>“L’Europa non può continuare ad abdicare alle sue responsabilità in questa crisi globale dei rifugiati senza precedenti. Per evitare di rendersi complice del ciclo di abominevoli violenze che stanno subendo migranti e rifugiati in Libia, l’Unione europea dovrebbe concentrare i suoi sforzi nell’ottenimento di garanzie che la guardia costiera libica porti avanti le sue attività nel rispetto dei diritti umani, che nessun rifugiato o migrante sia sottoposto a detenzione illegale e che, soprattutto, vi siano alternative ai viaggi pericolosi. Questo significa aumentare enormemente il numero dei reinsediamenti in Europa e garantire visti e ammissioni per motivi umanitari” – ha concluso Mughrabi.</p>
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<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2016/06/15/amnesty-lue-rischia-di-alimentare-violenze-contro-migranti-in-libia/">Amnesty: l’UE rischia di alimentare violenze contro migranti in Libia</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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		<title>Lesbo:  3.150 migranti isolati dentro filo spinato</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Apr 2016 17:04:25 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[IN RILIEVO]]></category>
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		<category><![CDATA[filo spinato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Migliaia di rifugiati e migranti nei due centri nelle isole greche di Moria a Lesbo e Vial a Chio si trovano in “condizioni agghiaccianti, nella crescente incertezza e angoscia di cosa accadrà loro sulla base dell’accordo tra Unione europea e Turchia”. Lo ha denunciato ieri Amnesty international, di ritorno da una visita in due centri sulle [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2016/04/09/lesbo-3-150-migranti-isolati-dentro-filo-spinato/">Lesbo:  3.150 migranti isolati dentro filo spinato</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Migliaia di rifugiati e migranti nei due centri nelle isole greche di Moria a Lesbo e Vial a Chio si trovano in “condizioni agghiaccianti, nella crescente incertezza e angoscia di cosa accadrà loro sulla base dell’accordo tra Unione europea e Turchia”. Lo ha denunciato ieri Amnesty international, di ritorno da una <strong>visita in due centri sulle isole di Lesbo e Chio</strong>, <strong>dove si trovano attualmente 4.200 profughi</strong>, in gran parte arrivati in Grecia dopo il 20 marzo, giorno dell’entrata in vigore dell’accordo.</p>
<p>Tra gli 89 rifugiati incontrati da Amnesty international, molti erano in condizioni di particolare vulnerabilità: <strong>donne incinte, bambini e neonati, persone con disabilita’, traumi e malattie gravi</strong>. “Sulle rive dell’Europa, i rifugiati sono intrappolati senza luce alla fine del tunnel. Un piano cosi’ pieno di difetti, precipitoso e male impostato che e’ maturo per una serie di errori, calpesta i diritti e il benessere delle persone fra le piu’ vulnerabili”, ha dichiarato <strong>Gauri van Gulik</strong>, vicedirettrice del programma Europa e Asia centrale di Amnesty international. “Queste persone- ha proseguito- non hanno praticamente alcun accesso all’assistenza legale. Quello ai servizi è scarso così come sono carenti le informazioni su quale potrà essere il loro destino. <strong>La disperazione è palpabile</strong>“.</p>
<p><strong>Nel centro di Moria, a Lesbo,</strong> strettamente sorvegliato da polizia ed esercito, si trovano circa <strong>3.150 persone isolate dal mondo esterno da numerose barriere di filo spinato</strong>. Nel centro Vial di Chio, al termine di duri scontri tra diverse comunità nazionali di rifugiati avvenuti il primo aprile, <strong>400 persone sono scappate e ora dormono in mezzo alla strada nella zona del porto</strong>. Al termine della visita Amnesty ha sollecitato le autorità greche e l’Unione europea a “sospendere immediatamente i respingimenti di massa in Turchia fino a quando non saranno in vigore garanzie”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2016/04/09/lesbo-3-150-migranti-isolati-dentro-filo-spinato/">Lesbo:  3.150 migranti isolati dentro filo spinato</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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		<title>Amnesty, il fallimento dei controlli sulle esportazioni di armi</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Oct 2011 08:14:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Arriva un altro duro rapporto di Amnesty International nel quale denuncia il totale fallimento dei controlli sulle esportazioni di armi in Medio Oriente e Africa. “Stati Uniti, Russia ed altri paesi europei hanno fornito grandi quantità di armi a governi repressivi del Medio Oriente e dell&#8217;Africa del Nord prima delle rivolte di quest&#8217;anno, pur avendo [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2011/10/19/amnesty-il-fallimento-dei-controlli-sulle-esportazioni-di-armi/">Amnesty, il fallimento dei controlli sulle esportazioni di armi</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Arriva un altro duro rapporto di Amnesty International nel quale denuncia il totale fallimento dei controlli sulle esportazioni di armi in Medio Oriente e Africa.<br />
“Stati Uniti, Russia ed altri paesi europei hanno fornito grandi quantità di armi a governi repressivi del Medio Oriente e dell&#8217;Africa del Nord prima delle rivolte di quest&#8217;anno, pur avendo le prove del rischio che quelle forniture avrebbero potuto essere usate per compiere gravi violazioni dei diritti umani. “ ha dichiarato Amnesty International pubblicando un rapporto intitolato: “Trasferimenti di armi in Medio Oriente e Africa del Nord: le lezioni per un efficace Trattato sul commercio di armi”.</p>
<p>La ricercatrice principale del rapporto di Amnesty ha dichiarato, “<em>Le nostre conclusioni mettono in evidenza il profondo fallimento degli attuali controlli sulle esportazioni di armi, con tutte le scappatoie esistenti, e sottolineano quanto occorra un efficace Trattato sul commercio di armi che tenga in piena considerazione la necessità di difendere i diritti umani&#8221;.</em></p>
<p>&#8220;I governi che ora affermano di stare dalla parte della gente in Medio Oriente e Africa del Nord &#8211; ha commentato Helen Hughes &#8211; sono gli stessi che, fino a poco tempo fa, hanno fornito armi, proiettili ed equipaggiamento militare e di polizia usati per uccidere, ferire e imprigionare arbitrariamente migliaia di manifestanti pacifici in paesi come la Tunisia e l&#8217;Egitto e tuttora utilizzati dalle forze di sicurezza in Siria e Yemen&#8221;</p>
<p>I principali fornitori di armi sono Austria, Belgio, Bulgaria, Francia, Germania, <strong>Italia</strong>, Regno Unito, Repubblica Ceca, Russia e Stati Uniti d&#8217;America.</p>
<p>Amnesty International ha identificato 10 stati (tra cui Belgio, Francia, Germania, Italia, Regno Unito, Russia e Spagna) i cui governi hanno autorizzato la fornitura di armamenti, munizioni e relativo equipaggiamento al regime libico del colonnello Gheddafi a partire dal 2005. Durante il conflitto della Libia, le forze di Gheddafi hanno commesso crimini di guerra e violazioni dei diritti umani che possono costituire crimini contro l&#8217;umanità.</p>
<p>Una buona parte dell’artiglieria pesante in Libia sembrerebbe essere stata prodotta durate l’era sovietica, dalla Russia o da altri paesi dell&#8217;Urss, soprattutto per quanto riguarda i razzi Grad, armi di per sé indiscriminate che sono state usate ampiamente da entrambe le parti in conflitto.</p>
<p>Almeno 20 stati hanno venduto o fornito all&#8217;Egitto armi leggere, munizioni, gas lacrimogeni, prodotti antisommossa e altro equipaggiamento: in testa gli Stati Uniti d&#8217;America, con forniture per un miliardo e 300 milioni di dollari all&#8217;anno, seguiti da Austria, Belgio, Bulgaria, Italia e Svizzera.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2011/10/19/amnesty-il-fallimento-dei-controlli-sulle-esportazioni-di-armi/">Amnesty, il fallimento dei controlli sulle esportazioni di armi</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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