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	<title>ancora Archivi - L&#039;Impronta L&#039;Aquila</title>
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		<title>Tensione gialla</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Sep 2012 12:09:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualita']]></category>
		<category><![CDATA[ancora]]></category>
		<category><![CDATA[giappone]]></category>
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		<category><![CDATA[storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Cina e il Giappone sono rivali da sempre, da quando ancora la storia non veniva scritta da professori occidentali. Le ragioni sono analoghe a quelle per le quali la Gran Bretagna è sempre stata ostile a una potenza continentale europea dominante e ne ha sempre cercato di impedire la costituzione da Napoleone a Guglielmo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La Cina e il Giappone sono rivali da sempre, da quando ancora la storia non veniva scritta da professori occidentali. Le ragioni sono analoghe a quelle per le quali la Gran Bretagna è sempre stata ostile a una potenza continentale europea dominante e ne ha sempre cercato di impedire la costituzione da Napoleone a Guglielmo II a Hitler alla tecnocrazia di Bruxelles.</p>
<p>In entrambi i casi una realtà continentale egemonica finirebbe per ridurre l&#8217;autonomia e in ultima analisi l&#8217;indipendenza di ogni isola o arcipelago situato in prossimità, per quanto vasto e intraprendente. La storia di questi ultimi, quindi, è costantemente caratterizzata dal tentativo di sottrarsi ad abbracci troppo soffocanti a ovest come a est.</p>
<p>Finché il Giappone era completamente immerso nell&#8217;introversione negatoria della propria identità che l&#8217;ha colto dalla fine della seconda guerra mondiale è successo ben poco.</p>
<p>Anche perché la Cina stava prendendo le misure al mondo e non era ancora partita nella sua corsa. Quando è scattata e la dirigenza nipponica si è accorta che gli Usa non l&#8217;ostacolavano più &#8211; ma anzi &#8220;fermavano il traffico per farla passare&#8221;, come è stato detto &#8211; la fuoriuscita dalla propria psicosi collettiva che era già iniziata si è bruscamente accelerata. Il pesante condizionamento della storia è stato messo da parte e il paese ha cominciato a riguadagnare lestamente il terreno perduto.</p>
<p>Il trattato di pace e di amicizia sino – giapponese e la normalizzazione sino – americana costituiscono gli atti conclusivi del primo stadio di sviluppo del cosiddetto triangolo strategico fra Cina, Usa e Giappone, le cui prospettive sono ancora ampie nel contesto delle instabilità politiche non solo nella regione asiatica, ma in tutto il mondo.</p>
<p>Dal 2004, con la presenza al timone del governo imperiale di un personaggio dinamico, carismatico e anticonformista come il premier Koizumi, che non  ha mai sofferto di complessi nazionali dei suoi predecessori, il Giappone ha accelerato il processo di confronto diretto con la Cina.</p>
<p>E, proprio con quel governo, accadde una cosa senza precedenti: il Giappone mise per iscritto che la Cina e la Corea del Nord costituiscono minacce potenziali per il paese.</p>
<p>C’è stato poi  un periodo di relativa tregua e ripresa di tiepidi rapporti commerciali, sino a quando, la settimana scorsa, il governo nipponico ha deciso di acquistare alcune isole dell&#8217;arcipelago Senkaku, situato nel Mar Cinese orientale; decisione che ha scatenato la dura reazione di Pechino, che ha inviato nella zona sei navi da ricognizione e circa 1.000 pescherecci.</p>
<p>Dure proteste antigiapponesi si sono sviluppate nelle principali città del Paese del Dragone. In risposta alcune grandi aziende giapponesi hanno sospeso la produzione dei loro impianti in Cina e chiesto agli operai di rimanere all&#8217;interno delle fabbriche. A rischio ci sono quindi le relazioni commerciali tra le due principali economie asiatiche. Le proteste hanno danneggiato i punti vendita di Toyota e Honda a Quingdao. Panasonic ha deciso di sospendere per la giornata di oggi la produzione in tre fabbriche dopo alcune azioni di sabotaggio ad opera di lavoratori cinesi. Stessa decisione anche per il gruppo Canon.</p>
<p>Quasi tutti positivi i titoli delle società coinvolte; Panasonic chiude la seduta in rialzo dello 0,69%, Toyota ed Honda guadagnano rispettivamente lo 0,29 e l&#8217;1.05%. Solo Canon è in rosso, con una flessione dello 0,80%.</p>
<p>Intanto, mentre in numerose città cinesi si suggeguono manifestazioni antinipponiche,  sul fronte diplomatico gli Stati Uniti non prendono una posizione sulle isole contese e invitano alla calma temendo una escalation della tensione tra Giappone e Cina sul contenzioso territoriale nel mar cinese orientale.</p>
<p>Il segretario alla Difesa Usa, Leon Panetta, ha detto che gli Usa si attengono agli obblighi sul trattato di Sicurezza nei confronti del Giappone ma che la via da seguire è quella pacifica.</p>
<p>ChiamatI Diaoyu in cinese e Senkaku in giappone, il gruppo di isolotti rischiano di far saltare i nervi a tutta la regione, per poi pregiudicare il commercio e lo sviluppo ben al di fuori della regione stessa.</p>
<p>Non è certo <strong>la volta che c&#8217;è attrito tra Pechino e Tokyo su queste  isole,</strong><strong> </strong>ma la situazione attuale è diversa rispetto al passato. Le crisi precedenti avevano coinvolto navi d<strong>a</strong> pesca o manifestanti della Cina continentale. Ciò metteva Pechino in una posizione di debolezza agli occhi dell&#8217;opinione pubblica internazionale: era un problema tra una democrazia (il Giappone) e un regime autoritario (la Cina), quindi era praticamente scontato che il mondo e la regione avrebbero parteggiato per la prima.</p>
<p><strong>Questa volta, però, la controversia riguarda i manifestanti</strong> che si sono recati alle isole da Hong Kong e che hanno ricevuto un certo sostegno da Taiwan. Hong Kong, anche se non è una democrazia, è un territorio libero, e il suo pubblico non è controllato da Pechino. In effetti alcuni dei manifestanti hanno affermato di essere patriottici, anche se non sostenitori del Partito comunista (Ccp) al potere. Taiwan, da suo canto,  è una democrazia matura e le ultime manovre attorno a queste isole quindi non sono un atto di aggressione contro una democrazia, ma qualcosa che consolida l&#8217;opinione pan-cinese, al di là dei confini della Repubblica popolare, su un delicato tema territoriale.</p>
<p>Oggi la posizione di Tokio è <strong>più debole che in passato</strong><strong> </strong>ed è probabile che continuerà a indebolirsi se non saranno risolti i problemi di confine, in particolare con la Corea del Sud ed è anche possibile che tutta la vicenda non sia altro che <strong>un piano ben congegnato da parte di Pechino</strong> per mobilitare l&#8217;opinione pubblica a Hong Kong e Taiwan e poi fare pressione su Tokyo. Se è così, Pechino ha fatto un passo avanti nella sua capacità di mobilitare la diplomazia strategica e l&#8217;opinione pubblica, e ora ha esteso la propria influenza su delicate questioni nazionali dell&#8217;isola &#8211; di fatto indipendente &#8211; di Taiwan.  E con gli astuti cinesi non si può mai dire.</p>
<p>Le isole Diayou sono state strappate alla Cina nel 1895 in seguito alla sconfitta nella guerra con il Giappone. In base al Trattato di Shimonoseki quest&#8217;ultimo ottenne dalla Cina la rinuncia al controllo della Corea, la cessione di Formosa (odierna Taiwan) e delle isole ad essa collegate – tra queste le Diaoyu &#8211; il riconoscimento dei privilegi commerciali riconosciuti alle potenze occidentali all&#8217;indomani delle due guerre dell&#8217;oppio e il pagamento – umiliazione estrema per un Paese aggredito – di una indennità di guerra. Insomma, per Pechino la sovranità sulle Diaoyu è legata a doppio filo alla dolorosa storia dell&#8217;attacco imperialista da parte di un vero e proprio cartello di potenze. Come ricorda lo storico Jurgen Hosterhammel, quello della Cina è stato <em>“l&#8217;unico caso di regione del mondo in cui operarono tutti gli imperialismi della storia moderna</em>” e in cui “<em>furono sperimentate pressoché tutte le forme possibili di influenza esterna</em>”.</p>
<p>Va ricordato, infine, che per Pechino la questione legata alla sovranità delle isole situate a nord-ovest di Taiwan richiama un secolo di umiliazioni e concessioni subite con la forza delle armi; sicchè,  ad essere toccato sul vivo è il senso di dignità e un radicato spirito patriottico che va oltre la stessa Cina popolare per coinvolgere anche l&#8217;opinione pubblica e il governo di Taiwan e quella, non sempre allineata, della regione speciale di Hong Kong.</p>
<p>Insomma la questione è un vero Tangram, puzzle-rompicapo che necessità davvero di prudenza e delle proverbiali “sette pietre di saggezza”, in base alle quali saranno le sfumature a fare le differenze.</p>
<p>E vedremo se sarà la sottigliezza cinese o la testardaggine giapponese ad avere la meglio, ricordandoci che, anche se il Giappone è pur sempre parte integrante di quel <strong>processo di</strong> <strong>ellenizzazione cinese</strong> di cui in tempi remoti hanno goduto l&#8217;estremo oriente e  parte del Sudest asiatico<strong>, </strong><strong>le differenze fra i due popoli sono enormi, a partire da ceppi etnico-linguistici abissalmente distanti, con etnie </strong>che hanno poggiato la propria esistenza su territori morfologicamente diversissimi, e che per lunghi periodi si sono isolati dal mondo a causa di un forte<strong> </strong><strong>complesso di superiorità</strong> (molto apparente in entrambi i casi), motivato <strong>in entrambi i regni</strong> dalla supposta origine divina del proprio imperatore.</p>
<p style="text-align: right;">Carlo Di Stanislao</p>
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		<title>Da nero a nerissimo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 May 2012 12:29:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Lunedì nero per l’Europa che brucia 120 miliardi trascinata in basso dal gorgo greco e nerissimo per l’Italia con Moby che taglia ancora, da uno a quattro notch, il rating sul debito di lungo termine di 26 nostre banche, comprese cinque delle maggiori.<br />
Nella nota dell’agenzia di rating si legge che il giudizio per le banche italiane e&#8217; ora tra i più bassi in Europa, a causa della loro suscettibilità al contesto operativo avverso in Italia e nel Vecchio Continente.<br />
In funzione delle diverse banche, il declassamento riflette le crescenti difficoltà operative con il ritorno alla recessione dell&#8217;economia e le misure di austerità del governo che stanno riducendo la domanda nel breve termine; le crescenti sfide sul fronte della qualità degli attivi e l&#8217;indebolimento dell&#8217;utile netto a causa dei prestiti in sofferenza e dei relativi accantonamenti; le restrizioni nell&#8217;accesso al mercato del finanziamento, che, se persistente, eserciterà una pressione supplementare sulle banche affinché riducano le attività ponendo così rischi alle reti distributivi e alla generazione degli utili.<br />
Inoltre, i recenti eventi evidenziano i rischi per i creditori provenienti dalla potenziale debolezza della governance, dei controlli, della gestione rischi, in particolare negli istituti più piccoli.<br />
E Alberto Orioli sul Sole 24 Ore commenta che, contrariamente a ciò che si dice o si spera, l’Italia non è affatto fuori pericolo e questo anche per l&#8217;aumento della tensione sociale, per la fibrillazione dei partiti della &#8220;strana&#8221; maggioranza, per la conferma quotidiana della mostruosità del nostro debito e della esiguità delle risorse mobilitabili (il dato sul calo dello 0,5% delle entrate fiscali diffuso ieri dalla Banca d&#8217;Italia non fa certo ben sperare).<br />
La relazione annuale del presidente della Consob, Giuseppe Vegas, è illuminante laddove denuncia la difficile saldatura tra economia reale e finanza.<br />
È la stessa che ancora separa il Paese reale e il Paese legale.<br />
Il primo soffre, si impoverisce, aumenta le diseguaglianze; il secondo ha prodotto per decenni regole pleonastiche, burocrazia opprimente, spesa improduttiva e dunque debito pubblico e tasse pesantissime, difficili da smaltire durante la peggiore congiuntura dal Dopoguerra.<br />
Il risultato è tutto concentrato in ciò che vediamo, anche nei sei mesi del nuovo governo: asfissia economica, declino, legalità solo apparente, frustrazione e rabbia reale tra i cittadini.<br />
E, in questo contesto, l&#8217;azione di spending review di Enrico Bondi non può che essere solo un avvio di un&#8217;azione ben più massiccio che riduca anche l&#8217;impatto negativo e anti-competitivo della burocrazia per consentire alle energie del Paese di sprigionarsi più liberamente e senza zavorre.<br />
La più parte delle nostre imprese è piccola e anche poco propensa a cambiare cultura quanto ad assetto proprietario e a trasparenza. Ma, soprattutto, non è incentivata a cambiare orizzonti.<br />
Le nostre piccole imprese, infatti, hanno poco credito dalle banche, devono pagare costi e tasse altissime per la quotazione, subire un iter di listing particolarmente complesso.<br />
Ancora una volta fattori che aumentano la sensazione di sfiducia verso una burocrazia amministrativa inutilmente interdittiva, verso l&#8217;incapacità della giustizia di dirimere le eventuali controversie finanziarie in tempi ragionevoli e con equità.<br />
L&#8217;Europa è compatta nel voler mantenere la Grecia nell&#8217;Eurozona.<br />
Questa l&#8217;indicazione fornita ieri dal presidente dell&#8217;Eurogruppo, Jean Claude Juncker, al termine della riunione dei ministri delle Finanze dei 17 Paesi che hanno già adottato la moneta unica.<br />
Ma un altro vero problema, che non si avvia a soluzione, riguarda L’Italia.<br />
Oggi i ministri delle Finanze della Ue tornano a incontrarsi nella formazione Ecofin per discutere dell&#8217;applicazione di Basilea 3 e della possibilità di negoziare un accordo con la Svizzera per combattere l&#8217;evasione fiscale. E vedremo che farà in questo senso il governo Monti che, da tale evasione, potrebbe ricevere, come si è scritto più volte, ben 50 miliardi da immettere subito nella economia reale e lecita per la ripresa del Paese.<br />
Da ieri e per tre sera su La 7, dallo studio allestito nelle ex officine Grandi Riparazioni di Torino, si alternano scrittori, attori, cantanti, perfino gente comune. Ognuno con la sua parola e al Centro Fazio e Saviano. Parole belle, autentiche e di speranza, ma che sembrano svuotare se guardiamo al clima che abbiamo attorno.<br />
Certo le parole non creano posti di lavoro, ma meglio averne per tenere almeno accesa la speranza.<br />
E poi, se Ferrara, con un doppio affondo su Il Foglio e sul web, dice “Basta con Saviano”, ciò è segno certo che questi tre giorni sono importanti in una Nazione che non ha più parole, ma solo nerissimi mugugni.</p>
<p style="text-align: right;">Carlo Di Stanislao</p>
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