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	<title>cannes 2016 Archivi - L&#039;Impronta L&#039;Aquila</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 May 2016 21:40:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura e Spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[L'Opinione]]></category>
		<category><![CDATA[cannes 2016]]></category>
		<category><![CDATA[carlo di stanislao]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Anche se in sezioni decisamente “minori” l’Italia esce degnamente da Cannes 2016, con il cortometraggio “Ti ho incontrato domani” di Marco Toscani in finale per il Global Short Film Award e “La sedia di cartone” di Marco Zuin che vince l’Enter 2 Marches. Poca roba dirà qualcuno, ma davvero meglio di niente.</p>
<p>A trionfare, piuttosto a sorpresa e a portare a casa la sua seconda Palma d’Oro (dopo quella del 2006 con “Il vento accarezza l’erba”) è Ken Loach con “I, Daniel Black”, piaciuto molto alla critica e al pubblico ma che pensavamo distante dalle “corde” di un presidente di giuria come George Miller, medico ed autore di film sperimentali a tempo perso, divenuto poi ideatore e regista dei mitici film della trilogia originale di <i>Mad Max</i> e di uno degli episodi (il migliore) del film collettivo <i>Ai confini della realtà</i>, surclassando registi del calibro di Steven Spielberg, John Landis e Joe Dante.</p>
<p>In fondo ha sorpreso tutti George Miller che ha voluto premiare un cinema di impegno politico e sociale come a voler dire che la sua visione di cinema non è fatta solo di esplosioni e scene d’azione.</p>
<p>Comunque la storia di un uomo anziano che si trova a dover fronteggiare una burocrazia che non lascia scampo e una tecnologia troppo distante da lui deve aver fatto breccia nel cuore dei giurati, anche se il giudizio non è stato unanime, come ha ribadito la nostra Valeria Golino, anch’essa in giuria.</p>
<p>Non ci sorprende invece il premio della Giuria andato ad <i>American Honey</i>, molto prossimo ai racconti cari al fulmicotonico ed eclettico Miller, né quello ex aequo per la miglior regia, andato a Cristian Mungiu per <i>Baccalaureat</i> e Olivier Assayas per <i>Personal Shopper</i>.</p>
<p>Ottima scelta davvero, perché ognuno di questi i film si muove in un ambiente diverso, con condizioni diverse e pesi differenti sulle spalle dei propri protagonisti. Ogni spettatore può così scegliere quale delle visioni di mondo sia quella più simile alla sua e da quale essere messo in crisi. Questa è davvero la pluralità di sguardo sulla realtà che ogni festival di cinema dovrebbe avere.</p>
<p>La grande delusa di questa edizione resta Sonia Braga, che molti davano già come vincitrice del premio come miglior attrice per il film <i>Aquarius</i><i><b>,</b></i> andato invece a <i>Jaclyn Rose</i>&nbsp;per <i>Ma’ Rosa</i><i><b> </b></i>di Brillante Mendoza.</p>
<p>Delusione parziale, poi, per <i>Toni Erdmann</i> di <i>Maren Ade</i>, da molti (quasi tutti) dato come favorito per la Palma d’Oro, ma che si è dovuto accontentare del premio FIPRESCI.</p>
<p>Chi ha deluso, invece, sono stati Pedro Almodovar, Park Chan Wook, Sean Penn e Nicolas Winding, che hanno diretto, i primi due, film buoni ma di certo non eccezionali e i secondi del quartetto opere pasticciate che, li avesse fatti un altro, sarebbero state cestinate.</p>
<p>A proposito di questi ultimi due Nicolas Winding Refn voleva dimostrare di essere un regista anche da grande pubblico, di poter bissare l’equilibrio tra stile e narrazione di <i>Drive</i>, ma non l’ha fatto con il bruttissimo <i>The Neon Demon</i>, e Sean Penn&nbsp;con <i>The Last Face</i> ha messo tutti d’accordo: il suo è stato il film peggiore del festival, un disastro insalvabile formalmente e contenutisticamente.</p>
<p style="text-align: right;">Carlo Di Stanislao</p>
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