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		<title>Ogni maledetta domenica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Jun 2012 09:24:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Da tempo non passa domenica in Nigeria, che la comunità cristiana non sia vittima di un qualche attentato, perpetrato in nome di un dio senza pietà, in una guerra vile e irragionevole, che ha già causato 600 morti dall’inizio dell’anno. L’ultimo ieri, con un kamikaze alla guida di un’autobomba fatta esplodere in una chiesa, durante [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Da tempo non passa domenica in Nigeria, che la comunità cristiana non sia vittima di un qualche attentato, perpetrato in nome di un dio senza pietà, in una guerra vile e irragionevole, che ha già causato 600 morti dall’inizio dell’anno.</p>
<p>L’ultimo ieri, con un kamikaze alla guida di un’autobomba fatta esplodere in una chiesa, durante la funzione domenicale, con almeno quattro morti e una cinquantina di feriti, anche molto gravi.</p>
<p>Dall’inizio degli anni 90, dietro le quinte d’una guerra tra minareti e campanili, si fronteggiano senza tregua gli hausa-fulani e i birom, le due etnie che rivendicano il controllo del territorio.</p>
<p>I primi, prevalentemente musulmani, vengono discriminati dal governo locale in mano ai rivali cristiani, che li classifica “settlers” e nega loro i diritti concessi agli indigeni.</p>
<p>Dopo l’attentato di ieri, l’ultimo di una sanguinosa serie senza fine, avvenuto a Jos, nel Centro del Paese, nella chiesa di Christ Chosen, Padre Matthew Kukah, vescovo di Sokoto, città del Nord-Ovest a prevalenza mussulmana, dice i suoi parrocchiani non hanno paura in quanto comunità, perché i cristiani nigeriani non sono una minoranza religiosa isolata e minacciata, “ma vivono nell’angoscia in quanto cittadini guidati da un governo incapace di garantire la sicurezza in chiesa e in nessun luogo”.</p>
<p>Dopo l’attentato alcuni giovani cristiani inferociti hanno circondato la zona tentando anche d’impedire l’accesso alle forze dell’ordine, ha raccontato alla Reuters il testimone Emanuel Davou.</p>
<p>In serata si mormorava di due persone linciate dalla folla, “una situazione non ancora chiarita” secondo il responsabile della polizia del Plateau (la regione di Jos), Emmanuel Ayeni.</p>
<p>Jos e le città vicine sono una delle zone più instabili della Nigeria. Migliaia di persone sono state uccise negli ultimi anni in scontri tra etnie cristiane e musulmane.</p>
<p>Gli attacchi sono in aumento nel centro della Nigeria, zona a maggioranza musulmana, e nel sud, dove si trova il petrolio e a dominanza cristiana. I fondamentalisti islamici dei Boko Haram hanno rivendicato una serie di attentati mortali negli ultimi mesi, soprattutto nel nord della Nigeria.</p>
<p>Il gruppo ha già preso di mira i cristiani in diverse occasioni: l&#8217;attacco più grave è quello avvenuto il giorno di Natale quando un&#8217;autobomba è esplosa in una chiesa di Abuja provocando 44 morti. I Boko Haram rivendicarono l&#8217;attentato minacciando altre rappresaglie.</p>
<p>Su La Stampa lo studioso nigeriano Ibrahim Pam, consulente della International Criminal Court dell’Aja, si è detto molto preoccupato ed ha aggiunto che: “da quando nel 1999 la politica si è trasferita nelle moschee e nelle chiese la situazione è degenerata. Non dimenticherò mai il mio ingresso a Jos all’indomani degli incidenti del 7 settembre 2001, i corpi massacrati per la strada, i luoghi di culto distrutti, l’inferno”.</p>
<p>All’alba del nuovo attacco (una settimana fa un’autobomba aveva ucciso 12 persone a Yelwa) le domande si moltiplicano in assenza di risposte.</p>
<p>E torna in mente la profezia dello storico israeliano Benny Morris di fronte al referendum per l’indipendenza del Sudan meridionale: “Lo scontro finale tra Oriente e Occidente si giocherà in terra d’Africa”.</p>
<p>Nonostante una crescita del 7,4% e un forziere pari all’80% delle risorse africane di gas e petrolio, la lotta per il potere camuffata da guerra interconfessionale ha ucciso, in Nigeria, oltre 13 mila persone in dieci anni, 2 mila solo nel distretto Plateau (dove si trova Jos).</p>
<p>Sempre ieri, nella stessa Nigeria, è stato liberato da un blitz della polizia, il centrocampista del Lecce Christian Obodo, rapito sabato nella città di Warri.</p>
<p>Obodo, giocatore di proprietà dell&#8217;Udinese, si trovava in vacanza in Nigeria, suo Paese natale.</p>
<p>Secondo quanto riferito da Charles Muka, portavoce della polizia dello Stato del Delta dove è avvenuto il sequestro, diversi suoi sequestratori sono stati arrestati.</p>
<p>Muka non ha voluto aggiungere dettagli sull&#8217;operazione, soprattutto su come le autorità siano riuscite a trovare e liberare il giocatore. In passato, però, le agenzie di sicurezza nigeriane hanno seguito le trasmissioni dei telefoni cellulari per trovare sospetti sequestratori. I rapitori, che non si sono mossi dallo Stato del Delta mentre tenevano Obodo in ostaggio, avevano contattato la famiglia del calciatore subito dopo il sequestro, chiedendo un riscatto di 187.500 dollari.</p>
<p>I calciatori nigeriani e le loro famiglie sono più volte stati oggetto di rapimenti.</p>
<p>Lo scorso agosto due soldati e altri uomini prelevarono il padre di John Obi Mikel, giocatore del Chelsea, sempre nella città di Jos. Fu richiesto un riscatto di 4 miliardi di dollari ma, anche in quel caso, il rapito venne liberato.</p>
<p>Ancora, nel 2008, alcuni banditi rapirono il fratello minore del difensore dell&#8217;Everton Joseph Yobo, all&#8217;uscita di un night di Port Harcourt, la città più grande del Delta.</p>
<p>Il ragazzo venne poi rilasciato due settimane dopo, senza che avvenisse alcun pagamento.</p>
<p>Tornando alla difficile situazione dei Paesi africani compresi nell’area definita “Gheddafistan”, che comprende Libia, Mali, Nigeria e Burkina Faso, anche se l’Occidente fatica a comprendere la caotica situazione, resa più grave da un governo inisrtestente e diviso dopo la morte di Gheddafi, nel Sahel al Qaida ha trovato un nuovo santuario in cui impiantarsi, crescere e diramarsi.</p>
<p>Questo santuario è arroccato nella regione del Mali dell’Azawed (“la terra dove c’è il pascolo”, in tamasheq, la lingua tuareg) che recentemente ha proclamato una sua fantomatica secessione e autonomia. Le tre province dell’Azawed sono state spartite tra Mokhtar Belmokhtar, il leader locale di al Qaida che si è impadronito con i suoi combattenti della città di Gao, mentre Timbuctù è stata occupata dal movimento Ansar Eddin e il Mnla si è impadronito della provincia di Kidal.</p>
<p>A marzo l’esercito maliano si è ritirato in disordine da queste province, è rientrato nella capitale Bamako, ha effettuato un golpe deponendo il presidente Amadou Toumani Tourè e ancora oggi la comunità internazionale non ha chiaro chi controlli capitale e paese.</p>
<p>Come scrive l’espero di fatti africani Carlo Panella su L’Occidentale, è facile intravvedere la formazione di una “faglia di frattura tellurica” dalla spiccata matrice islamista e qaidista, che parte della Mauritania e dal sud dell’Algeria, attraversa il Mali, si protende verso la Nigeria.</p>
<p>Per ora è isolata verso est dal fragile schermo del Niger e del Ciad, ma trova un nuovo campo d’azione e d’impianto nel Darfour e soprattutto nel Sud Sudan, ormai in stato di guerra col Sudan.</p>
<p>Il fatto è che, come spesso accade, le notizie concernenti l’Africa e l’Africa sub-sahariana in particolare, scompaiono ben presto dai titoli dei principali organi di informazione internazionali, tanto più da quelli italiani.</p>
<p>Sicchè della crisi del Mali si sa poco o nulla, anche se rischia di incendiare quella zona già ad altissimo rischio.</p>
<p>Lo stallo della situazione politica nel Paese africano non lascia intravedere possibili soluzioni nel breve termine, soprattutto considerato il basso profilo tenuto delle principali potenze mondiali.</p>
<p>L’aggressione dello scorso 21 maggio al presidente ad interim Diouncounda Traoré ha evidenziato la fragilità del recente accordo di transizione tra la giunta militare, frutto del <em>putsch</em> militare dello scorso 22 marzo, e l’ECOWAS (CEDEAO in francese), ovvero la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale.</p>
<p>A fronte dell’intricato puzzle maliano, la sostanziale inattività e le blande e prudenti dichiarazioni delle grandi potenze hanno sinora mostrato lo scarso interesse per una situazione che appare suscettibile di condurre a scenari imprevedibili e preoccupanti nel Sahel e, più in generale, nell’Africa centro-settentrionale: una chiara esemplificazione della recente attitudine delle potenze mondiali (e in particolare delle potenze occidentali) rispetto al continente africano caratterizzata dal sostanziale disimpegno, pur a fronte di situazioni rilevanti sul piano strategico.</p>
<p>L’incertezza sul futuro assetto istituzionale del Mali e il concreto rischio di secessione del Nord, già controllato da gruppi separatisti, hanno già prodotto una serie <strong>conseguenze sul piano umanitario e su quello delle violazioni dei diritti umani</strong><strong>,</strong> come denunciato nel rapporto “<em>Mali: Retour sur cinq mois de crise</em><strong><em> – </em></strong><em>rébellion armée et putsch militaire</em>”, pubblicato pochi giorni or sono da Amnesty International.</p>
<p style="text-align: right;">Carlo Di Stanislao</p>
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