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	<title>Famiglie straniere sempre più vulnerabili alle malattie Archivi - L&#039;Impronta L&#039;Aquila</title>
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		<title>Famiglie straniere sempre più vulnerabili alle malattie</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Oct 2024 10:06:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualita']]></category>
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		<category><![CDATA[Scienza e medicina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Anche e soprattutto la visione delle malattie, comprese quelle rare, è un aspetto culturale. Così come il modo di trattarle. Non è detto che tutti diano lo stesso peso alla malattia e alla sua cura. Lo si vede chiaramente, da anni, nella presa in carico del bambino migrante. &#8220;Nella nostra cultura l&#8217;accento è sul singolo malato, mentre in [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2024/10/18/famiglie-straniere-sempre-piu-vulnerabili-alle-malattie/">Famiglie straniere sempre più vulnerabili alle malattie</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Anche e soprattutto la visione delle malattie, comprese quelle rare, è un aspetto culturale. Così come il modo di trattarle. Non è detto che tutti diano lo stesso peso alla malattia e alla sua cura. Lo si vede chiaramente, da anni, nella presa in carico del bambino migrante. </p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;Nella nostra cultura l&#8217;accento è sul singolo malato, mentre in altre realtà conta di più l&#8217;impatto sociale della patologia, a partire dall&#8217;impegno che altri mettono in campo per assistermi e farmela passare&#8221;. E &#8220;non funziona&#8221; allora nemmeno l&#8217;opuscolo sanitario, oppure un cartello in ospedale, tutto scritto sulla base della mera traduzione nelle varie lingue straniere più diffuse in Italia, arabo e non solo. Lo evidenzia la professoressa <strong>Maria Grazia Busà</strong>, per l&#8217;Università di Padova esperta di accent reduction, public speaking, comunicazione non verbale e comunicazione interculturale, oggi al congresso della società scientifica SIMMESN (studio delle malattie metaboliche ereditarie e screening neonatale) di scena in questi giorni a Montesilvano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Busà ha parlato alla platea di centinaia di ricercatori ed esperti con la lezione &#8220;La comunicazione&nbsp;nella presa in carico del bambino migrante nelle malattie metaboliche&#8221;. Nonostante il grande&nbsp;sforzo degli operatori sociosanitari in particolare, come mai non si riesce a decollare nel dialogo&nbsp;sanitario con gli stranieri? L&#8217;esempio calzante diventa quello dell&#8217;opuscolo o del cartello tradotto&nbsp;in ospedale. Diffusa negli ultimi anni e promossa come pratica di inclusione, non tiene però conto,&nbsp;ad esempio, &#8220;della significativa percentuale di analfabeti&#8221; che può ancora interessare questo tipo&nbsp;di pazienti, puntualizza Busà, oppure, ancora di più, della circostanza per cui &#8220;tante persone non si&nbsp;sentono comunque a proprio agio nella lettura di un testo scritto. Se volessimo rendere più&nbsp;digeribili queste informazioni tradotte, quindi, bisognerebbe renderle molto più chiare e visibili,&nbsp;ricorrendo a soluzioni grafiche o promuovendo un lavoro diverso sulle parole impiegate&#8221;,&nbsp;suggerisce la prof. Senza svolte all&#8217;orizzonte, quindi, &#8220;non sorprendiamoci poi se il messaggio non&nbsp;arriva chiaramente&#8221;. Più in generale, anche nei rapporti sanitari con le famiglie arrivate in Italia&nbsp;&#8220;bisognerebbe partire dall&#8217;informazione e promuovere corsi di formazione specifici&#8221;. Tutto ruota&nbsp;intorno all&#8217;etnocentrismo, dice Busà dal palco: &#8220;Uno pensa che le proprie categorie mentali si possano applicare universalmente, mentre invece culture diverse crescono con abitudini&nbsp;linguistiche e culturali diverse.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quindi, cambia tutto il modo di intendere la realtà. Non è che &#8220;tu sbagli&#8221;, è che vedi le cose in&nbsp;maniera diversa&#8221;. Una questione &#8220;fondamentale&#8221;, quando ci si approccia ad esempio ai problemi&nbsp;dei bambini migranti e delle loro famiglie, non solo per quanto riguarda le malattie rare, è la&nbsp;differenza tra approccio diretto e approccio indiretto. &#8220;Lavorando- prosegue l&#8217;esperta padovana-&nbsp;con tanti assistenti sociali e ultimamente anche con tante aziende, che non riescono a comunicare&nbsp;con i lavoratori immigrati che assumono, ci si chiede come reagire ad una persona che non ti&nbsp;guarda in faccia quando le parli, per dire. Possiamo pensare che non sia sincera, o che non abbia&nbsp;interesse per quello che le sto dicendo, quando invece spesso alla base c&#8217;è unicamente una&nbsp;differenza di impostazione culturale. Del tipo io non ti guardo in faccia proprio perché ti sto&nbsp;rispettando, mentre tu occidentale pensi che non ti stia ascoltando&#8221;. Allora, anche il silenzio, in&nbsp;tutto questo, è cruciale, &#8220;perché può significare ascolto, seppur appunto a prima vista non sembri&nbsp;così. Per non dire del concetto del tempo: mentre nella nostra società scandisce le nostre giornate,&nbsp;e quindi notiamo se qualcuno arriva in ritardo e ci arrabbiamo, in altre culture assume un concetto&nbsp;meno marcato&#8221;.</p>
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