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	<title>fascismo Archivi - L&#039;Impronta L&#039;Aquila</title>
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		<title>Il fascismo e i corrispondenti americani in Italia</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Feb 2018 19:52:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura e Spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[L'Opinione]]></category>
		<category><![CDATA[corrispondenti americani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La scoperta dell&#8217;Italia, il fascismo raccontato dai corrispondenti americani (Marsilio Edizioni) è l&#8217;ultima opera del professor Mauro Canali, per la quale lo storico romano è stato insignito pochi giorni fa del Premio FiuggiStoria 2017 per la saggistica. Il libro è stato presentato a Roma nel corso di un incontro pubblico che ha avuto luogo presso [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La scoperta dell&#8217;Italia, il fascismo raccontato dai corrispondenti americani (Marsilio Edizioni) è l&#8217;ultima opera del professor Mauro Canali, per la quale lo storico romano è stato insignito pochi giorni fa del Premio FiuggiStoria 2017 per la saggistica. Il libro è stato presentato a Roma nel corso di un incontro pubblico che ha avuto luogo presso il Centro Studi Americani e a cui hanno partecipato, oltre all&#8217;autore, Paolo Messa (direttore del Centro), Piero Craveri (presidente della Fondazione Biblioteca Benedetto Croce), Mario Avagliano (giornalista e storico) e il giornalista del Messaggero Fabio Isman.</p>
<p>Mauro Canali, professore ordinario di Storia Contemporanea all&#8217;Università di Camerino e membro del Comitato scientifico di Rai-Storia, è uno degli studiosi più autorevoli del fascismo, a cui ha iniziato a dedicarsi in giovane età sotto la guida del suo maestro Renzo De Felice. Ha concentrato in particolare le sue ricerche sulla struttura totalitaria e sui meccanismi informativi e repressivi del regime mussoliniano. Questo bel saggio, che si legge come un romanzo molto avvincente, nasce – come lo stesso autore ha spiegato nel corso della presentazione – soprattutto dalla necessità di scoprire e chiarire sotto quale luce il regime fascista apparisse agli occhi di un paese estraneo all&#8217;Italia come gli Stati Uniti, e come venisse descritto ai suoi lettori. Un punto di vista quindi inedito per ripercorrere le vicende di quegli anni, in grado di offrirci al tempo stesso uno spaccato molto interessante della società del ventennio fascista.</p>
<p>Si tratta di un lavoro che ha richiesto una lunga e meticolosa ricerca attraverso le fonti più disparate, tra cui gli archivi privati di molti corrispondenti che spesso lasciavano ai posteri dei diari e appunti legati a quel periodo storico. Rispetto ad altri testi che hanno analizzato il tema del rapporto tra gli Stati Uniti e Mussolini – a cominciare da quello dello storico californiano John Diggins (L&#8217;America, Mussolini e il fascismo, Laterza 1972) – Canali ha voluto indagare più in profondità per scoprire fino a che punto certe prese di posizione nei confronti del fascismo fossero condizionate dalle pressioni (che spesso sfociavano in ricatti e minacce) e in veri e propri tentativi di corruzione che il regime esercitava nei confronti degli inviati esteri.</p>
<p>Il libro mostra come nel primo periodo il fascismo venisse visto generalmente di buon occhio da parte della stampa americana. Si trattava di un giudizio che, prima ancora dell&#8217;avvento al potere di Benito Mussolini, risentiva del bagaglio di esperienze legato alla fase turbolenta post-bellica in cui si trovavano gli Stati Uniti, e del fatto che questi inviati avessero nella maggior parte dei casi una conoscenza molto superficiale della storia e della politica italiana, frutto essenzialmente di pregiudizi e di stereotipi. Il Duce era ritenuto l&#8217;artefice di una rivoluzione &#8220;bella e giovane&#8221; e veniva dipinto come l&#8217;unico credibile baluardo nei confronti del pericolo bolscevico: negli Stati Uniti infatti si avvertiva un forte allarme per quelle manifestazioni di grande conflittualità sociale che ebbero luogo in Italia nel cosiddetto &#8220;biennio rosso&#8221;, poi culminate con l&#8217;occupazione delle fabbriche nel settembre del 1920.</p>
<p>Il fascismo rappresentava quindi per molti di questi corrispondenti americani una risposta efficace in quanto aveva saputo mettere a tacere i sindacati e le lotte di classe, garantendo una pax sociale fatta di ordine e disciplina. Una soluzione certo non esportabile negli Stati Uniti ma che a loro avviso si adattava bene all&#8217;Italia, che inquadravano come un paese un po&#8217; anarcoide e tendenzialmente refrattario all&#8217;ordine costituito. Tra questi giornalisti Canali cita ad esempio Kenneth Roberts, inviato del &#8220;Saturday Evening Post&#8221; e autore del romanzo storico Passaggio a nord-ovest, che dopo aver denunciato il pericolo comunista, esaltò il fascismo come un movimento necessario per impedire che l&#8217;Italia precipitasse &#8220;in un turbine caotico di comunismo e di disastri finanziari&#8221;. Un altro corrispondente, Isaaac Marcosson, definì Mussolini addirittura &#8220;Il Theodore Roosevelt latino&#8221;, così come Lincoln Steffens del &#8220;New York American&#8221;, che arrivò a scrivere frasi apologetiche come questa: &#8220;Immaginate un Theodore Roosevelt consapevole, mentre governava, del posto che avrebbe occupato nella storia degli Stati Uniti, e avrete l&#8217;immagine di Benito Mussolini in Italia&#8221;. E poi ancora Walter Lippmann, vincitore di due premi Pulitzer e molto noto nella comunità degli italo-americani; e Anne O&#8217;Hare McCormick, autrice di molti reportage più che lusinghieri nei confronti del fascismo per il supplemento domenicale del &#8220;New York Times&#8221;, autentico megafono della propaganda del regime mussoliniano in America.</p>
<p>Ma tra questi corrispondenti vi era chi aveva maturato riguardo al Duce un&#8217;opinione del tutto opposta. Ci riferiamo in particolare a mostri sacri della letteratura del Novecento come Francis Scott Fitzgerald e Ernest Hemingway. In particolare Fitzgerald, che trascorse cinque mesi a Roma nel 1924 insieme alla moglie Zelda, capì subito che il fascismo si presentava con il volto del vecchio autoritarismo e in riferimento ad esso parlava senza mezzi termini di &#8220;spasmi di un cadavere&#8221;, invitando i suoi lettori a non lasciarsi ingannare dal suo dinamismo apparente. In seguito sarà costretto ad andarsene e a non mettere più piede in Italia perché fermato dalla polizia, malmenato e portato in prigione per qualche ora: racconterà questa sua brutta esperienza in uno dei suoi più celebri capolavori, Tenera è la notte.</p>
<p>Il caso di Hemingway è diverso: inizialmente sembrava attratto da Mussolini, che apprezzava soprattutto per le sue qualità di patriota combattente, ritenendo legittima la reazione del fascismo contro la minaccia di una trionfante rivoluzione bolscevica. Lo incontrò per la prima volta a Milano e lo descrisse sul &#8220;Toronto Daily Star&#8221; come &#8220;un uomo grande, dalla faccia scura con una fronte alta, una bocca lenta nel sorriso, e mani grandi ed espressive&#8221;. Poi solo sei mesi dopo il giudizio di Hemingway cambiò radicalmente. Nel gennaio del 1923, in un articolo pubblicato dopo aver incontrato Mussolini a Losanna in occasione del meeting internazionale che avrebbe dovuto regolare i rapporti tra la nuova Turchia di Atatürk e le potenze uscite vittoriose dalla guerra, si lascerà andare a una critica molto feroce nei confronti del duce: arriverà a definirlo &#8220;il più grande bluff d&#8217;Europa&#8221;, come uno che ha del &#8220;genio nel rivestire piccole idee con paroloni&#8221;; aggiungerà inoltre di non sapere se e quanto questo bluff potrà durare: se quindici anni o se verrà rovesciato al più presto. E racconterà un episodio a dir poco grottesco: appena entrato nel salone dove si svolgeva la conferenza stampa vide Mussolini seduto alla scrivania mostrandosi molto concentrato come per darsi delle arie da grande intellettuale &#8220;intento a leggere un libro con il famoso cipiglio sul volto&#8221;. Hemingway si avvicinò e sbirciando alle sue spalle scoprì &#8220;che si trattava di un dizionario francese-inglese, tenuto al rovescio&#8221;. Dopo aver letto quell&#8217;articolo Mussolini gli giurò che non lo avrebbe più fatto tornare in Italia. Canali svela anche che anni dopo, nel pieno della guerra di Spagna, dopo che sulla stampa americana erano apparse alcune sue corrispondenze da Tarragona fortemente critiche nei confronti degli italiani impegnati a combattere a fianco delle truppe franchiste, dei personaggi che gravitavano intorno al consolato italiano di New York avevano studiato un piano di aggressione fisica ai suoi danni.</p>
<p>Quest&#8217;ultimo episodio è rivelatore dell&#8217;opera sistematica di controllo che il regime esercitava nei confronti della stampa, sia attraverso tentativi di corruzione sia, come nel caso di Hemingway, per mezzo di veri e propri atti di intimidazione. E questo spiega il motivo per cui solo pochi coraggiosi inviati americani si fossero esposti fino denunciare il carattere repressivo e autoritario del regime e la presenza sempre più asfissiante del famigerato apparato poliziesco dell&#8217;Ovra nella vita quotidiana. Un apparato che già a metà degli anni Trenta sarà particolarmente raffinato e in grado di controllare la vita dei cittadini (e quindi anche degli inviati esteri) in maniera spietata e relativamente facile. I lettori americani furono così per tanti anni di fatto ingannati dai loro corrispondenti: nei direttori e negli editori delle principali testate prevalse la prudenza nel raccontare le vicende del regime, anche per evitare i costi delle inevitabili espulsioni dei loro corrispondenti. Persino dopo il delitto Matteotti i grandi giornali americani si mostrarono sostanzialmente allineati e non fecero altro che riportare le veline dell&#8217;ufficio stampa di Mussolini, quindi la versione secondo cui il deputato socialista sarebbe stato ucciso da alcune frange estremiste di fascisti fuori controllo. Il solo inviato che ebbe il coraggio di indagare sul caso fu il corrispondente del &#8220;Chicago Tribune&#8221; George Seldes, che infatti fu per questo motivo cacciato brutalmente dall&#8217;Italia.</p>
<p>L&#8217;idillio con il fascismo comincerà a tramontare con la guerra di Etiopia (tra il 1935 e il 1936) e in seguito con la guerra civile spagnola (1936-1939), la promulgazione delle leggi antisemite nel 1938 e il progressivo avvicinamento alla Germania nazista. Fu a quel punto che il presidente americano Frank Delano Roosevelt, che pure in passato aveva manifestato apprezzamento verso le riforme sociali fasciste legate allo stato corporativo, capì di avere a che fare con un personaggio del tutto inaffidabile e con cui non si poteva avere nulla a che spartire.</p>
<p>La stampa americana si pose quindi sulla stessa lunghezza d&#8217;onda del capo della Casa Bianca, assumendo finalmente una posizione non più indulgente nei confronti del fascismo, fino a denunciarne il carattere totalitario. Ci fu così un inasprimento del metodo repressivo e fioccarono inevitabilmente le espulsioni di molti corrispondenti in Italia. Tra le prime testate ad adeguarsi vi fu il &#8220;New York Times&#8221; con la sostituzione del fascistissimo Arnaldo Cortesi con Herbert Matthews, reduce dalla guerra civile spagnola e convertito all&#8217;antifascismo. Tuttavia non sarà facile giustificare questo repentino cambio di rotta. Gli articoli di Matthews erano sottoposti come quelli di tutti gli altri corrispondenti alla censura preventiva ma l&#8217;inviato del giornale newyorkese non rinuncerà a pubblicarli lasciando gli spazi bianchi che coincidevano con i tagli che venivano operati dagli uomini del regime.</p>
<p style="text-align: right;">Sebastiano Catte</p>
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		<title>Il 25 aprile e la Resistenza in prosa</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Apr 2017 18:35:20 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il 25 aprile è la festa della Liberazione. Perché quel 25 aprile del 1945 ha segnato una fine e soprattutto un inizio: la fine della dittatura fascista e, quindi, l’inizio che ha reso possibile una stagione di democrazia. Pertanto il giorno del 25 aprile di ogni anno ci invita a rendere testimonianza pubblica e collettiva di volere tenere insieme memoria antifascista e impegno democratico nelle scelte delle nostre vite.</p>
<p>Il 25 aprile è una ricorrenza che si fonda sulla memoria. Negli anni drammatici della guerra, uomini e donne sono stati chiamati ad una lotta di resistenza e di liberazione, che ci ha insegnato come, in realtà, ogni tempo chiama ogni persona a rendere conto della giustizia e della libertà di tutti. Proprio l’intelligenza della memoria oggi ci spinge a cercare le forme, vive, della sua trasmissione. Vuol dire essere capaci di non imbalsamare antifascismo e resistenza nella retorica di una narrazione soltanto celebrativa. Significa anche conservare salda la necessità di distinguere le responsabilità e di chiamare le cose con il loro nome. Così la memoria tiene fermo il senso della storia.</p>
<p>Il 25 aprile è un’occasione per rileggere le parole della lettera agli amici che Giacomo Ulivi, un giovane partigiano, pochi giorni prima di essere fucilato dai fascisti, ha scritto dal carcere: “Dobbiamo guardare ed esaminare insieme: che cosa? Noi stessi. Per abituarci a vedere in noi la parte di responsabilità che abbiamo dei nostri mali. Per riconoscere quanto da parte nostra si è fatto, per giungere ove siamo giunti. (…) Al di là di ogni retorica, constatiamo come la cosa pubblica sia noi stessi, la nostra famiglia, il nostro lavoro, il nostro mondo, insomma, che ogni sua sciagura è sciagura nostra, come ora soffriamo per l’estrema miseria in cui il nostro paese è caduto: se lo avessimo sempre tenuto presente, come sarebbe successo questo? (…) Oggi bisogna combattere contro l’oppressore. Questo è il primo dovere per noi tutti: ma è bene prepararsi a risolvere quei problemi in modo duraturo, e che eviti il risorgere di essi ed il ripetersi di tutto quanto si è abbattuto su di noi”.</p>
<p>Oggi la vita e la memoria di chi si è sacrificato per la libertà interrogano anche il nostro presente, il nostro impegno attuale. Ogni giorno siamo chiamati a prendere la parola e ad agire coerentemente contro le forme, talvolta striscianti e suggestive, della violenza e dei soprusi di oggi. Parafrasando Primo Levi, il fascismo può essere di nuovo possibile, se cessiamo di essere presenti e protagonisti nell’esercizio della democrazia; se non prendiamo posizione quotidianamente contro il razzismo, l’esclusione e ogni forma di ingiustizia; se non agiamo ogni giorno e dovunque per l’esercizio dei diritti di tutte le persone, per difendere l’autodeterminazione della società, per fare vivere nelle istituzioni e nelle pratiche i valori di una Costituzione democratica fondata sul lavoro.   La contrapposizione tra fascismo e Costituzione è evidente, come ha sottolineato la costituzionalista Barbara Pezzini: “Il fascismo assume la discriminazione come propria categoria fondante (sino all’estrema abiezione delle leggi razziali); la Costituzione assume l’eguaglianza e l’universalità dei diritti come principio fondamentale. Il fascismo sopprime il pluralismo e concentra il potere nelle mani di un capo supremo; la Costituzione ha una struttura istituzionale fondata sulla divisione, la distribuzione, l’articolazione e diffusione massima dei poteri.</p>
<p>Il fascismo aggredisce le autonomie individuali e sociali; la Costituzione fissa un perimetro invalicabile di libertà individuali e di autonomia sociale. Il fascismo celebra la politica di potenza e di guerra, nel disprezzo del diritto internazionale; la Costituzione ripudia la guerra, negando alla radice la legittimità della politica di potenza”.</p>
<p>Per dirla con le parole usate da Piero Calamandrei già nel 1946, si tratta di attuare la “Resistenza in prosa”, dopo la “Resistenza eroica” dei partigiani. La “Resistenza in prosa” oggi sta anzitutto nella difesa attiva della Costituzione: nei principi fondamentali, nei diritti e doveri e nelle forme istituzionali che separano i poteri per dare garanzie. È l’architettura del sistema costituzionale che fa la differenza ed impedisce ogni trasformazione autoritaria o dittatura della maggioranza; questo spiega l’insofferenza e i reiterati attacchi alla Costituzione da parte di chi persegue il disegno di restaurare l’onnipotenza dei decisori politici o economici. La difesa della Costituzione deve essere praticata anche contro insidie più sottili e insinuanti, ma altrettanto pericolose: la tentazione di una verticalizzazione del potere, il rischio di delegare ad un leader carismatico la soluzione dei problemi, la scorciatoia di scegliere un capo politico rispetto al quale il partito o il movimento diviene solo una macchina elettorale, uno strumento plebiscitario.</p>
<p>Il divieto di riorganizzare il disciolto partito fascista, posto dalla XII disposizione finale, non è un frammento di Costituzione isolato ed obsoleto, rivolto al passato: è la cifra fondamentale della nostra Costituzione antifascista, non a-fascista, come ben sapevano i Costituenti; quel divieto non serviva solo a chiudere i conti con il regime fascista, dice molto di più: con quel divieto la Costituzione indica che cosa è la sovranità popolare di cui parla l’art. 1. La sovranità appartiene al popolo, perché nessun individuo, nessun partito e nessun potere possano appropriarsene. E il popolo sovrano si esprime nella pluralità dei poteri che la Costituzione organizza e pone in equilibrio, nella loro dialettica, magari faticosa ma irrinunciabile, e si esprime direttamente nell’esercizio delle libertà, individuali e collettive, dei cittadini.</p>
<p>Questa è oggi la “Resistenza in prosa”: diritti individuali e collettivi affermati dalla Costituzione e sostenuti e vivificati dalla capacità dei cittadini e delle formazioni sociali di difenderne la pratica quotidiana. Non va dimenticato che la Costituzione, come e più di ogni norma, si regge se – e solo se – attorno ad essa rimane viva la tensione etica e se essa è continuamente incarnata e riconfermata da una cittadinanza vigile e consapevole. Perciò prestiamo ascolto alle voci dei partigiani, che hanno scelto con il loro sangue da che parte stare, consapevoli che nessuna libertà è conquistata per sempre, nessun diritto è garantito soltanto perché è scritto in una Costituzione; la libertà è possibile perché viene esercitata continuamente ed effettivamente, perché è protetta e custodita dalla pratica di coloro che hanno a cuore la giustizia e i diritti, per tutte e per tutti.</p>
<p>Giuseppe Dossetti, resistente e costituente, rivolgendosi ai giovani, negli ultimi anni della sua vita diceva: “Non abbiate prevenzioni rispetto alla Costituzione del ’48, solo perché opera di una generazione ormai trascorsa. Non lasciatevi neppure turbare da un certo rumore di fondo, che accompagna l’attuale dialogo nazionale. Perché, se mai, è proprio nei momenti di confusione o di transizione indistinta che le Costituzioni adempiono la più vera loro funzione: cioè quella di essere per tutti punto di riferimento e di chiarimento”. Questa è la “prosa” che rende il 25 aprile una data sempre attuale.</p>
<p style="text-align: right;">Rocco Artifoni-Pressenza</p>
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