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	<title>film Archivi - L&#039;Impronta L&#039;Aquila</title>
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		<title>Il miglior film del XXI secolo secondo 500 registi e attori: un viaggio tra capolavori, innovazione e riflessioni sociali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Jul 2025 14:45:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura e Spettacolo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Il cinema è un modo di sentire, di toccare, di amare. Ci comunica la vita» — Federico Fellini Nel corso di questi primi venticinque anni del XXI secolo, il cinema ha vissuto una trasformazione radicale, sia dal punto di vista tecnico che narrativo. Il passaggio dal digitale all&#8217;uso massiccio di nuove tecnologie, la globalizzazione delle [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2025/07/02/il-miglior-film-del-xxi-secolo-secondo-500-registi-e-attori-un-viaggio-tra-capolavori-innovazione-e-riflessioni-sociali/">Il miglior film del XXI secolo secondo 500 registi e attori: un viaggio tra capolavori, innovazione e riflessioni sociali</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>«Il cinema è un modo di sentire, di toccare, di amare. Ci comunica la vita» — Federico Fellini</p>
</blockquote>



<p>Nel corso di questi primi venticinque anni del XXI secolo, il cinema ha vissuto una trasformazione radicale, sia dal punto di vista tecnico che narrativo. Il passaggio dal digitale all&#8217;uso massiccio di nuove tecnologie, la globalizzazione delle produzioni e la diversificazione dei temi trattati hanno aperto le porte a un panorama cinematografico più vasto e complesso rispetto al passato. In questo contesto, delineare quali siano i migliori film usciti dalla soglia del nuovo millennio diventa un&#8217;impresa delicata e affascinante, poiché richiede di bilanciare innovazione, qualità artistica, impatto culturale e capacità di dialogare con il pubblico attraverso il tempo.</p>



<p>Proprio per questo motivo, il New York Times ha deciso di coinvolgere un panel molto ampio e qualificato composto da oltre 500 registi, attori, attrici, critici cinematografici e appassionati influenti per stilare una classifica dei migliori 100 film del XXI secolo. Questa giuria include nomi altisonanti come Pedro Almodóvar, Sofia Coppola, Barry Jenkins, Guillermo del Toro, Chiwetel Ejiofor, Julianne Moore e molti altri, offrendo così una panoramica ricca e variegata delle opere che hanno segnato questo periodo.</p>



<h3 class="wp-block-heading">La Top 20 dei migliori film del XXI secolo: tra storie universali e linguaggi innovativi</h3>



<p>Al primo posto si posiziona <em>Parasite</em> di Bong Joon-ho, un film che ha saputo rivoluzionare il linguaggio cinematografico contemporaneo, diventando anche il primo film straniero non in lingua inglese a vincere l&#8217;Oscar per il Miglior Film. La pellicola è un esempio eccellente di come si possa combinare una forte critica sociale con un intrattenimento avvincente, mescolando abilmente generi come la commedia, il thriller e la satira.</p>



<p>Segue al secondo posto <em>Mulholland Drive</em> di David Lynch, capolavoro di surrealismo e mistero che ha influenzato profondamente la narrativa cinematografica, mentre al terzo si colloca <em>Il petroliere</em> di Paul Thomas Anderson, un ritratto potente e visivamente straordinario della brama di potere e ricchezza.</p>



<p>Tra i titoli di spicco troviamo anche <em>In the Mood for Love</em> di Wong Kar-wai, un delicato e poetico racconto d&#8217;amore che ha definito un&#8217;epoca, e <em>Moonlight</em> di Barry Jenkins, che ha offerto una prospettiva intensa e commovente sulle identità sessuali e razziali negli Stati Uniti contemporanei.</p>



<p>La classifica include anche pellicole che hanno ridefinito i generi tradizionali, come <em>Get Out</em> di Jordan Peele, che ha portato l&#8217;horror sociale a nuovi livelli di profondità, e <em>Mad Max: Fury Road</em> di George Miller, un action futuristico e visivamente spettacolare che ha rimodellato le aspettative verso i blockbuster.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Cinema globale e diversità tematica</h3>



<p>Un elemento particolarmente interessante di questa lista è la forte presenza di film provenienti da culture e paesi diversi, a testimonianza di un cinema sempre più globale. <em>La città incantata</em> di Hayao Miyazaki, per esempio, porta la magia dell&#8217;animazione giapponese al centro del dibattito mondiale, mentre <em>City of God</em> di Fernando Meirelles racconta con cruda intensità la realtà delle favelas brasiliane.</p>



<p>Anche registi come Alfonso Cuarón e Ang Lee, con film come <em>I figli degli uomini</em>, <em>Brokeback Mountain</em> e <em>Y tu mamá también</em>, dimostrano come il cinema del XXI secolo sappia unire qualità estetica a storie potenti che riflettono le tensioni sociali e culturali del nostro tempo.</p>



<h3 class="wp-block-heading">L&#8217;assenza del cinema italiano: un&#8217;assenza significativa</h3>



<p>Tra le riflessioni che questa classifica suscita, è impossibile non notare la totale assenza di film italiani nella top 100, e dunque anche nella top 20. Pur essendo una delle cinematografie storicamente più ricche e influenti, il cinema italiano del XXI secolo sembra non aver trovato ancora un&#8217;opera che riesca a imporsi all&#8217;unanimità come un capolavoro contemporaneo a livello internazionale, almeno secondo questa giuria di registi e attori.</p>



<p>Questa assenza potrebbe essere interpretata in diversi modi. Da un lato, è possibile che il cinema italiano, pur continuando a produrre opere di qualità, stia attraversando una fase di transizione, in cui mancano ancora quei titoli che riescano a coniugare innovazione stilistica, impatto culturale globale e narrazione universale come hanno fatto le pellicole presenti in classifica. Dall&#8217;altro, la selezione riflette anche i gusti e le prospettive di un panel molto internazionale, in cui opere più &#8220;locali&#8221; o meno distribuite globalmente possono rischiare di essere sottovalutate.</p>



<h3 class="wp-block-heading">La mia opinione sulla classifica</h3>



<p>A mio avviso, questa classifica rappresenta una straordinaria celebrazione della vitalità e della complessità del cinema contemporaneo. È incoraggiante vedere come opere così diverse tra loro siano state riconosciute per il loro valore artistico e culturale, dimostrando che il cinema del XXI secolo non è solo intrattenimento, ma anche uno specchio critico della società e una forma d&#8217;arte in continua evoluzione.</p>



<p>La scelta di <em>Parasite</em> come miglior film è più che meritata: è una pellicola che sintetizza magistralmente molte delle sfide e delle contraddizioni del mondo moderno, riuscendo a emozionare e far riflettere allo stesso tempo. Tuttavia, l&#8217;assenza del cinema italiano è un dato su cui sarebbe interessante riflettere più a fondo, soprattutto per stimolare una discussione su come la nostra produzione nazionale possa ritrovare quella capacità di parlare al mondo con voce forte e originale.</p>



<p>In conclusione, questo elenco non è solo un tributo al cinema del nostro tempo, ma un patrimonio culturale che ci permette di guardare avanti con la certezza che il racconto filmico continuerà a sorprenderci, ad emozionarci e a farci interrogare sul senso profondo della vita e della società.</p>



<p class="has-text-align-right">Carlo Di Stanislao</p>
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		<title>&#8220;Cinema, chi?&#8221; – Il Taormina Film Festival 2025 tra passerelle vuote e premi senza peso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Jun 2025 17:54:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura e Spettacolo]]></category>
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		<category><![CDATA[carlo di stanislao]]></category>
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<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>&#8220;Il cinema è un&#8217;arma carica di futuro.&#8221;</em><br>— Pier Paolo Pasolini</p>
</blockquote>



<p>Il problema è che, al Taormina Film Festival 2025, di futuro non si è vista nemmeno l&#8217;ombra. Solo una patina di presente ultra-truccato, photoshoppato, sgomitante e disinvolto. Per un evento che dovrebbe raccontare l&#8217;anima del Mediterraneo, la forza delle storie, la magia collettiva della sala buia, ciò che si è visto dal 10 al 14 giugno ha invece confermato il tracollo di un&#8217;idea di cinema ridotta ormai a gadget, a posa da tappeto rosso, a contenuto Instagrammabile.</p>



<p>Sì, certo, la location è quella da cartolina: il Teatro Antico, l&#8217;Etna sullo sfondo, la luce struggente della sera che si posa sulle gradinate come una benedizione pagana. Ma la luce serve anche a svelare l&#8217;imbarazzo: quello di un festival in cui la sostanza è evaporata, lasciando solo una nebbia di vanità.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Red carpet o carnevale d&#8217;Europa?</strong></h3>



<p>La vera programmazione non era nei film, ma nei look. Gli outfit, come ormai si usa dire, erano il vero palinsesto. Sfilate di corpi perfettamente scolpiti, ben poco vestiti e ancora meno motivati. Un campionario di volgarità che, in altri tempi, avrebbe suscitato ironia; oggi suscita solo noia.<br>Altro che bellezza femminile: qui c&#8217;era pornografia soft, glamour da discount, la solita recita di un&#8217;industria che si vende emancipazione ma commercia corpi.</p>



<p>Tra abiti trasparenti che sfidano la logica, spacchi che urlano più forte della musica, e scollature progettate più per le gallery online che per l&#8217;eleganza, la donna è tornata ad essere un manichino parlante, spesso con battute scritte da altri. Non un soggetto del racconto, ma un accessorio del marketing.</p>



<p>E si badi bene: il problema non è l&#8217;erotismo, che è arte, ma la sua caricatura: quella che svuota il corpo della sua forza, del suo mistero, della sua potenza evocativa. Questa non è bellezza, è post-produzione. Non è seduzione, è mercificazione di massa.</p>



<p>La tanto sbandierata parità si riduce a un invito a svestirsi meglio. Le registe presenti non hanno avuto lo stesso spazio mediatico delle &#8220;celebrità&#8221; seminude. Il messaggio è chiaro: la tua voce è irrilevante, la tua pelle vende di più.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Film in gara: i veri vincitori, tra ambizione e vuoto narrativo</strong></h3>



<p>A sorpresa (ma non troppo), il <strong>Cariddi d&#8217;Oro</strong> è andato a <strong>For Your Sake</strong> di Axel Monsú: un&#8217;opera cupa, dalla fotografia plumbea e densa di simbolismi a cui nessuno, alla fine, è riuscito a dare un significato condiviso. Una vittoria più legata al tono grave che al valore reale dell&#8217;opera.</p>



<p>La <strong>miglior regia</strong> è stata attribuita a <strong>Warfare – Tempo di guerra</strong> di Alex Garland e Ray Mendoza, film muscolare e formalmente compatto, che però affronta tematiche belliche con il consueto estetismo travestito da realismo: un videogame travestito da cinema impegnato.</p>



<p>La <strong>migliore attrice</strong>, Ebada Hassan in <strong>Brides – Giovani spose</strong>, ha convinto la giuria con un ruolo drammatico ma scolpito nei cliché delle storie di matrimoni forzati e patriarcato, dove l&#8217;angoscia è inevitabilmente telegrafata. Una performance intensa, ma a tratti teatrale.</p>



<p><strong>Geoffrey Rush</strong> è stato premiato come <strong>miglior attore</strong> per <strong>The Rule of Jenny Pen</strong> di James Ashcroft. Qui il talento dell&#8217;attore giganteggia in un film che sembra cucito su misura per garantirgli la statuetta. Grande interpretazione, certo, ma dentro un film che non osa mai disturbare.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Premi onorari e scenografie da museo delle cere</strong></h3>



<p>Tra le statuette commemorative, il festival ha assegnato il <strong>Lifetime Achievement Award</strong> a <strong>Martin Scorsese</strong>, giunto con la figlia <strong>Francesca</strong>. Il maestro è stato celebrato come icona più che come autore: un busto bronzeo, commosso e forse anche un po&#8217; frastornato, mentre intorno si aggiravano flash e influencer. La figlia, fresca di cortometraggio, è sembrata più un investimento promozionale che una presenza davvero autoriale.</p>



<p>Tra gli altri celebrati: <strong>Michael Douglas</strong>, <strong>Catherine Deneuve</strong>, <strong>Dennis Quaid</strong>, <strong>Helen Hunt</strong>, <strong>Monica Bellucci</strong> e <strong>Luca Zingaretti</strong>. Tutto già visto, già omaggiato, già digerito.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Se Samperi avesse avuto una macchina da presa&#8230;</strong></h3>



<p>A rendere il tutto più amaro c&#8217;è un paradosso storico. <strong>Salvatore Samperi</strong>, regista acido, libertario e lucidamente controverso, era nato proprio a <strong>Taormina</strong>. E se fosse stato ancora vivo, questo festival gli avrebbe fornito materia per il suo film più feroce. Lui che con <em>Malizia</em>, <em>Ernesto</em> e <em>Nenè</em> ha saputo raccontare con sottile ironia e disincanto il confine tra desiderio e repressione, tra seduzione e consumo.</p>



<p>Nel panorama di Taormina 2025, Samperi avrebbe colto come nessun altro la distanza tra <strong>bellezza</strong> e <strong>volgarità</strong>, tra <strong>eros</strong> sottile e <strong>pornografia estetizzata</strong>, tra <strong>libertà femminile</strong> ed <strong>esibizione mercantile</strong>. Non avrebbe giudicato, ma osservato. Non avrebbe censurato, ma smascherato.<br>E oggi, in un festival che lo ha ignorato persino nella sua città natale, resta solo la consapevolezza che la sua assenza pesa più di tutte le presenze luccicanti sul palco.</p>



<p>Samperi avrebbe raccontato con feroce leggerezza lo scollamento tra cultura e spettacolo, tra donne libere e donne vendute come gadget da lanciare su TikTok. Avrebbe mostrato l&#8217;oscena deriva del corpo femminile reso algoritmo visivo: perfetto, spersonalizzato, usa e getta. Avrebbe riso, amaramente, delle registe ignorate e delle &#8220;it-girls&#8221; celebrate. Perché lui il cinema lo usava come una lente, non come uno specchio deformante.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Il cinema globale: una crisi senza più alibi</strong></h3>



<p>La sensazione è che il cinema festivaliero non riesca più a parlare con nessuno che non sia già dentro al suo gioco. Gli <strong>Oscar</strong> premiano l&#8217;irrilevante. <strong>Cannes</strong> si perde in autocompiacimenti. Il pubblico vero si rifugia in altri media o nei classici. <strong>Locarno</strong> e <strong>Toronto</strong> resistono, ma rischiano la marginalità.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Tutte le speranze a Venezia</strong></h3>



<p>In questo panorama stanco e narcisista, solo <strong>Venezia</strong> può ancora provare a invertire la rotta. Perché è l&#8217;unico festival che, malgrado le tentazioni glamour, conserva ancora una coscienza critica. Là dove Cannes si guarda allo specchio, Venezia ha saputo negli ultimi anni premiare autori veri: dal coraggio disturbante di Lanthimos alla poesia scarnificata di Martone, dalla critica sociale di Larraín alla forza emotiva di Audrey Diwan.</p>



<p>A Venezia il rosso del tappeto ancora fa da sfondo, non da protagonista. Lì, almeno, ogni tanto il cinema viene prima dei vestiti. Speriamo che nel 2025 questo equilibrio sopravviva, che sappia rilanciare voci nuove e visioni profonde. Perché se anche Venezia dovesse cedere, resterebbero solo i musei, o peggio: i reel.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Il cinema che vorrei</strong></h3>



<p><em>Di Italo Nostromo</em></p>



<p>Il cinema che vorrei è silenzio che ascolta, è buio che apre gli occhi, è tempo che si allunga senza fretta.<br>Non spiega, non giudica, non impone. Lascia spazio alle domande, ai sospiri, alle pause.<br>È un incontro tra sconosciuti, un viaggio che non finisce con i titoli di coda.<br>Il cinema che vorrei non è solo immagini: è emozione che resta, è un piccolo cambiamento dentro di noi.</p>



<p class="has-text-align-right">Carlo Di Stanislao</p>
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		<title>Cannes: La retorica che offusca il cinema</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 May 2025 18:33:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura e Spettacolo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;L&#8217;arte non è uno specchio per riflettere il mondo, ma un martello per scolpirlo.&#8221;— Bertolt Brecht Il Festival di Cannes, da tempo considerato il faro mondiale del cinema d&#8217;autore, ha smarrito la sua identità più profonda. Negli ultimi anni, e in modo sempre più evidente, la kermesse francese sembra aver abbandonato la vocazione estetica e [&#8230;]</p>
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<p><em>&#8220;L&#8217;arte non è uno specchio per riflettere il mondo, ma un martello per scolpirlo.&#8221;</em><br>— Bertolt Brecht</p>
</blockquote>



<p>Il Festival di Cannes, da tempo considerato il faro mondiale del cinema d&#8217;autore, ha smarrito la sua identità più profonda. Negli ultimi anni, e in modo sempre più evidente, la kermesse francese sembra aver abbandonato la vocazione estetica e l&#8217;autenticità della ricerca cinematografica per trasformarsi in una passerella ideologica. <strong>Ciò che un tempo era una vetrina del rischio e della sperimentazione è diventato un teatro del politicamente corretto</strong>, dove i premi vengono assegnati più per ciò che i film rappresentano in termini sociopolitici che per il valore artistico intrinseco delle opere.</p>



<p><strong>L&#8217;edizione 2025, che avrebbe potuto segnare un&#8217;inversione di rotta, si è invece confermata come l&#8217;ennesima celebrazione del cinema come strumento di affermazione ideologica</strong>. La Palma d&#8217;Oro assegnata a <em>It Was Just an Accident</em> di Jafar Panahi è solo l&#8217;ultimo capitolo di una tendenza ormai consolidata. Il film, girato clandestinamente in Iran, racconta la storia di ex detenuti politici che mettono in atto una vendetta surreale contro il proprio carnefice. Ma più che una vera narrazione cinematografica, si tratta di un&#8217;opera frammentaria, debole nella struttura e incerta nel tono.</p>



<p>Il premio a Panahi, indubbiamente una figura centrale della resistenza artistica iraniana, <strong>sembra rispondere più a un bisogno di affermazione politica da parte del festival che a una vera ammirazione per il valore del film in sé</strong>. Il messaggio, il contesto, il coraggio personale del regista: tutto encomiabile. Ma tutto esterno all&#8217;opera. Cannes non ha premiato un film: ha premiato una situazione.</p>



<p>Lo stesso schema si ripete nella maggior parte delle scelte fatte dalla giuria, guidata da Juliette Binoche. Il premio alla Miglior Regia a Kleber Mendonça Filho per <em>The Secret Agent</em>, ambientato nel Brasile degli anni &#8217;70, è l&#8217;ennesima dimostrazione della deriva moralista del festival. Il film ha una confezione curata, certo, ma è privo di vera urgenza stilistica. È cinema da dibattito post-proiezione, non da visione memorabile. Anche <strong>la performance premiata di Wagner Moura rientra in un cliché ormai stanco: attore impegnato in una ricostruzione storica con sfondo repressivo, applaudito più per l&#8217;intenzione che per il risultato.</strong></p>



<p>Non va meglio sul versante femminile: <strong>il premio a Nadia Melliti per <em>The Little Sister</em> conferma l&#8217;ossessione della giuria per la rappresentazione identitaria</strong>, anche quando questa è affrontata in maniera piatta, con uno sguardo che non va oltre l&#8217;illustrazione delle dinamiche già note. La recitazione è buona, ma il film non lascia traccia. È un cinema pensato per il comunicato stampa, non per la memoria dello spettatore.</p>



<p>I premi cosiddetti &#8220;minori&#8221; — Grand Prix, Premio della Giuria, Miglior Sceneggiatura — non offrono respiro. <em>Sentimental Value</em> di Joachim Trier, vincitore del Grand Prix, è un&#8217;opera talmente leggera da svanire già durante la visione. Una commedia agrodolce con pretese esistenziali che non osa nulla. <em>Sound of Falling</em> e <em>Sirât</em>, vincitori del Premio della Giuria, sono due esempi di quella tendenza autoriale che finge profondità con lungaggini e silenzi, ma in realtà <strong>non ha nulla da dire che non sia già stato detto — e meglio — da altri</strong>.</p>



<p>Il premio alla Miglior Sceneggiatura ai fratelli Dardenne è, ancora una volta, una sorta di riflesso pavloviano. Ogni due o tre anni, i Dardenne ritornano con una storia moralista dal sapore sociale e Cannes li premia, come se fosse un rito da rispettare più che un giudizio da esprimere. Ma la loro poetica, un tempo potente, è oggi ridotta a ripetizione manierata.</p>



<p>L&#8217;unico momento di verità dell&#8217;intera manifestazione è arrivato dai <strong>premi alla carriera, assegnati a Robert De Niro e Denzel Washington</strong>. In mezzo al compiacimento e all&#8217;ossessione per la rilevanza immediata, questi riconoscimenti hanno ricordato al pubblico che <strong>il cinema, quando è grande, non ha bisogno di essere giustificato dal contesto</strong>. De Niro e Washington sono stati premiati per ciò che hanno fatto, per ciò che sono stati e continuano a essere sullo schermo: interpreti di una grandezza che non ha bisogno di aggettivi.</p>



<p>È proprio questo che manca a Cannes: il coraggio di tornare a giudicare le opere per quello che sono, non per quello che rappresentano. <strong>Il festival si è trasformato in uno specchio del mondo, ma ha dimenticato di essere quel martello di cui parlava Brecht.</strong> Inseguendo temi, urgenze sociali, correttezze formali e messaggi gridati, ha dimenticato il cuore stesso del cinema: la visione.</p>



<p>Non si tratta di opporsi al cinema politico, sociale, impegnato. Si tratta di chiedere che <strong>anche quel cinema risponda a criteri estetici, narrativi, linguistici.</strong> Che sia cinema, non solo messaggio. Cannes, purtroppo, da anni non seleziona più il meglio del cinema, ma ciò che meglio si adatta al proprio schema ideologico. Il rischio è che il festival più importante del mondo diventi il più prevedibile.</p>



<p>Cannes non è più un luogo di scoperta, ma di conferma. E il cinema, per vivere, ha bisogno esattamente dell&#8217;opposto.</p>



<p class="has-text-align-right">Carlo Di Stanislao</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2025/05/25/cannes-la-retorica-che-offusca-il-cinema/">Cannes: La retorica che offusca il cinema</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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		<title>I 10 film fondamentali che hanno scritto la storia del cinema</title>
		<link>https://www.improntalaquila.com/2025/04/22/i-10-film-fondamentali-che-hanno-scritto-la-storia-del-cinema/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Apr 2025 13:51:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura e Spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[carlo di stanislao]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Il cinema non è un&#8217;arte che riproduce il visibile, ma che rende visibile.&#8221; — André Bazin Quando ci avviciniamo alla settima arte, è facile farsi catturare dalle ultime uscite o dalle grandi produzioni hollywoodiane. Eppure, dietro ogni innovazione tecnica, ogni sperimentazione stilistica e ogni forma narrativa che oggi diamo per scontata, c&#8217;è un film che [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2025/04/22/i-10-film-fondamentali-che-hanno-scritto-la-storia-del-cinema/">I 10 film fondamentali che hanno scritto la storia del cinema</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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<p>&#8220;Il cinema non è un&#8217;arte che riproduce il visibile, ma che rende visibile.&#8221; — André Bazin</p>
</blockquote>



<p>Quando ci avviciniamo alla settima arte, è facile farsi catturare dalle ultime uscite o dalle grandi produzioni hollywoodiane. Eppure, dietro ogni innovazione tecnica, ogni sperimentazione stilistica e ogni forma narrativa che oggi diamo per scontata, c&#8217;è un film che ha tracciato la strada. Ecco perché, per comprendere davvero l&#8217;evoluzione del linguaggio cinematografico, è essenziale fare riferimento a dieci pellicole che più di tutte hanno lasciato un&#8217;impronta indelebile.</p>



<p><strong>Nosferatu</strong> di <strong>Friedrich Wilhelm Murnau</strong>, uscito nel 1922, non è solo il capostipite del cinema horror, ma un manuale di come luce e ombra possono diventare protagoniste di una storia. Il Cristo-vampiro di Murnau appare per la prima volta avvolto in contrasti marcati, e il suo volto sfumato in controluce è entrato nell&#8217;immaginario collettivo come simbolo eterno del terrore. Ancora oggi, ogni regista di film horror – indipendentemente dal budget – studia le ombre di <em>Nosferatu</em> per capire come suscitare paura con pochi strumenti.</p>



<p>Solo tre anni dopo, nel 1925, <strong>La corazzata Potëmkin</strong> di <strong>Sergej Michajlovič Ėjzenštejn</strong> rivoluzionò il montaggio con la celebre sequenza delle scale di Odessa. Ėjzenštejn mostrò al mondo che il montaggio non è un semplice collante tra sequenze, ma un linguaggio autonomo capace di generare emozioni e tensione. Da allora, ogni cineasta che punta a un effetto drammatico ha un modello da cui attingere.</p>



<p>Nel 1927 <strong>Metropolis</strong> di <strong>Fritz Lang</strong> portò sugli schermi una visione distopica di una metropoli futuristica che ha forgiato l&#8217;estetica della fantascienza. Con i suoi set monumentali e la rappresentazione di una società divisa tra intellettuali e operai, Lang non si limitò a immaginare il futuro: lo costruì materialmente, lasciando un lascito visivo che ispira serie tv, videogiochi e blockbuster ancora oggi.</p>



<p>Con <strong>Quarto potere</strong> di <strong>Orson Welles</strong> nel 1941, il cinema fece un salto nell&#8217;uso della profondità di campo e adottò una struttura narrativa non lineare. Il modo in cui la cinepresa segue il protagonista in spazi apparentemente ordinari – rivelandone stati d&#8217;animo e complessità – ha aperto la strada a un cinema più soggettivo, in cui lo spettatore non è semplicemente spettatore, ma partecipe di una visione unica.</p>



<p>Il ritmo cambia e la musica irrompe nel 1952 con <strong>Cantando sotto la pioggia</strong> di <strong>Gene Kelly</strong> e <strong>Stanley Donen</strong>. Questo musical non è solo una festa di coreografie e canzoni: è un omaggio meta-cinematografico alla transizione dal muto al sonoro, capace di farci ridere, cantare sotto la pioggia e riflettere sulla magia di Hollywood.</p>



<p>Nel 1954 <strong>I sette samurai</strong> di <strong>Akira Kurosawa</strong> porta sullo schermo un&#8217;epopea che fonde azione, dramma e una complessità psicologica rara per il tempo. La sua capacità di dirigere grandi scene di battaglia e di costruire personaggi indimenticabili ha reso questo film un modello per registi di tutto il mondo: da John Sturges fino a George Lucas.</p>



<p>Nel 1958 <strong>Vertigo</strong> di <strong>Alfred Hitchcock</strong> ci fa precipitare nella vertigine grazie all&#8217;effetto &#8220;dolly zoom&#8221;. Hitchcock esplora l&#8217;ossessione e la fragilità mentale del protagonista, trasportandoci in un labirinto visivo che riflette la sua instabilità emotiva.</p>



<p>Stanley Kubrick, con <strong>2001: Odissea nello spazio</strong> del 1968, alza l&#8217;asticella: non è più l&#8217;azione, non è più il racconto tradizionale, ma un&#8217;esperienza quasi mistica. Le lunghe dissolvenze, l&#8217;assenza di dialoghi in alcune sequenze e l&#8217;uso magistrale della musica classica trasformano il film in una meditazione sul destino dell&#8217;umanità e sul rapporto tra uomo e macchina.</p>



<p>Il 1972 ci regala <strong>Il padrino</strong> di <strong>Francis Ford Coppola</strong>, che racconta la famiglia Corleone con un realismo e una profondità mai visti prima. Le sue inquadrature misurate, l&#8217;uso del chiaroscuro e la gestione del ritmo narrativo hanno reso questo mafioso-movie un modello per qualsiasi film che voglia raccontare il potere e la lealtà.</p>



<p>Infine, nel 1994 <strong>Pulp Fiction</strong> di <strong>Quentin Tarantino</strong> infrange le regole con dialoghi brillanti, violenza stilizzata e una narrazione non lineare che mescola generi in un modo mai tentato prima. Tarantino ha dimostrato che un film di culto può nascere fuori dai grandi studi e diventare un&#8217;icona mondiale.</p>



<p>Questa selezione non è una classifica definitiva, ma un percorso tra tappe obbligate per chiunque voglia comprendere come il cinema sia diventato ciò che è oggi. Ogni regista e ogni opera qui citati hanno la stessa ossessione: spingersi oltre i confini del visibile e mostrarci nuovi modi di vedere.</p>



<p class="has-text-align-right">Carlo Di Stanislao</p>
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		<title>Clint Eastwood e Ridley Scott: più invecchiano, più girano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Apr 2025 11:18:58 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[IN RILIEVO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Non si smette di creare perché si invecchia. Si invecchia quando si smette di creare.&#8221;&#8211; Italo Nostromo&#160; In un tempo in cui tutto spinge verso la velocità, la novità e l&#8217;idea che la creatività sia figlia esclusiva della giovinezza, ci sono due uomini che sembrano vivere in controtendenza. Clint Eastwood e Ridley Scott. Due registi [&#8230;]</p>
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<p><em>&#8220;Non si smette di creare perché si invecchia. Si invecchia quando si smette di creare.&#8221;</em>&#8211; Italo Nostromo&nbsp;</p>



<p>In un tempo in cui tutto spinge verso la velocità, la novità e l&#8217;idea che la creatività sia figlia esclusiva della giovinezza, ci sono due uomini che sembrano vivere in controtendenza. Clint Eastwood e Ridley Scott. Due registi che, anziché rallentare, accelerano. Anziché ritirarsi, rilanciano. Anziché spegnersi, continuano ad accendersi.</p>



<p>Eastwood ha 94 anni. Ridley Scott ne ha 87. Ma nessuno dei due sembra avere intenzione di fermarsi. Anzi, la loro produzione sembra aumentare, come se il tempo, invece di consumarli, li spingesse a creare ancora di più, ancora meglio. C&#8217;è qualcosa di profondamente umano e poetico in questo loro andare avanti, ostinato, silenzioso, ma determinato. Non è solo un atto artistico, è un atto esistenziale.</p>



<p>Per loro, il cinema non è solo un mestiere: è la forma stessa con cui hanno imparato a pensare, a respirare, a guardare il mondo. È il loro linguaggio naturale. E quando questo linguaggio diventa parte di te, non lo metti via per l&#8217;età. Lo affini. Lo scolpisci. Lo liberi.</p>



<p>Con l&#8217;età, si perde l&#8217;ansia di piacere, ma si guadagna libertà. Non si ha più bisogno di dimostrare nulla: si ha solo bisogno di dire la verità. E forse è proprio per questo che molti registi danno il meglio nei loro ultimi anni.</p>



<p><strong>Un percorso che continua</strong><br>È accaduto ad <strong>Akira Kurosawa</strong>, che a 75 anni firmò <em>Ran</em>, un kolossal tragico e pittorico ispirato a <em>Re Lear</em>. E a 83 chiuse con <em>Madadayo</em>, una dolce meditazione sul passaggio del tempo.</p>



<p><strong>Manoel de Oliveira</strong>, regista portoghese, ha girato film fino a 106 anni. Il suo cinema lento e contemplativo è stato una lunga conversazione con la morte, con Dio, con la memoria. Una vera anomalia: un artista che ha attraversato quasi tutto il Novecento cinematografico e parte del XXI secolo.</p>



<p><strong>Ingmar Bergman</strong>, a 85 anni, tornò con <em>Saraband</em> per chiudere il discorso aperto 30 anni prima con <em>Scene da un matrimonio</em>. Una riflessione tesa e spietata sull&#8217;amore, il corpo, la vecchiaia.</p>



<p><strong>Sidney Lumet</strong>, a 83 anni, girò <em>Before the Devil Knows You&#8217;re Dead</em>, un noir potente, crudele, senza un briciolo di nostalgia. Uno dei suoi film più moderni.</p>



<p><strong>Robert Altman</strong> se ne andò a 81 anni, lasciandoci <em>Radio America</em>, malinconica elegia del tempo che passa. Un addio pieno di vita.</p>



<p><strong>Agnès Varda</strong>, pioniera della Nouvelle Vague, ha continuato a sperimentare fino agli ultimi anni. A 89 anni ha firmato <em>Varda par Agnès</em>, un film-saggio in cui si racconta con ironia, grazia e una libertà invidiabile.</p>



<p><strong>Lina Wertmüller</strong>, prima donna candidata all&#8217;Oscar per la regia, è rimasta attiva e lucida fino alla fine, continuando a scrivere, parlare, influenzare.</p>



<p>Anche <strong>attrici</strong> come <strong>Judi Dench</strong>, <strong>Maggie Smith</strong>, <strong>Charlotte Rampling</strong>, <strong>Jane Fonda</strong>, <strong>Helen Mirren</strong> stanno riscrivendo le regole dell&#8217;età nel cinema, interpretando ruoli complessi, centrali, rifiutando lo stereotipo della donna &#8220;finita&#8221; dopo una certa età.</p>



<p><strong>Ennio Morricone: l&#8217;arte senza fine</strong><br>E poi c&#8217;è <strong>Ennio Morricone</strong>, il leggendario compositore che, fino alla fine della sua straordinaria carriera, ha continuato a regalare al mondo la sua musica inconfondibile. Morricone, che ha scritto le colonne sonore più iconiche della storia del cinema, dai film di <strong>Sergio Leone</strong> a quelli di <strong>Giuseppe Tornatore</strong> e <strong>Quentin Tarantino</strong>, ha dimostrato che anche la musica, come il cinema, non conosce limiti d&#8217;età. Anche a 90 anni, il Maestro ha composto la colonna sonora di <em>The Hateful Eight</em>, per cui ha vinto l&#8217;Oscar, con la stessa passione e inventiva di un giovane talento. La sua musica, intrisa di emozione e profondità, ha continuato a toccare il cuore degli spettatori, confermando che la creatività non conosce barriere temporali.</p>



<p><strong>Francis Ford Coppola e il coraggio del suo ultimo film</strong><br>Un altro nome che non possiamo dimenticare in questa discussione sul coraggio creativo in età avanzata è <strong>Francis Ford Coppola</strong>, il genio dietro i leggendari <em>Il padrino</em> e <em>Apocalypse Now</em>. Dopo decenni di successi e di difficoltà nel mondo del cinema, Coppola ha sorpreso il mondo con il suo ritorno alla regia con <em>Megalopolis</em>, un&#8217;opera monumentale che ha rappresentato una scommessa ambiziosa non solo dal punto di vista narrativo, ma anche economico e produttivo.</p>



<p><em>Megapolis</em> non è solo un film, è una dichiarazione di intenti. Con oltre ottant&#8217;anni, Coppola non ha ceduto alla tentazione di riposarsi sui suoi allori. Al contrario, ha affrontato il progetto con un rinnovato spirito di sperimentazione, cercando di riscrivere, come solo lui sa fare, i confini del cinema contemporaneo. La sua visione di un futuro distopico, che affronta il potere, la tecnologia e la politica, non è solo una riflessione sul presente, ma una sfida al futuro stesso.</p>



<p>Questa sua audacia non è una novità per un regista che ha sempre avuto il coraggio di rischiare, di affrontare temi complessi e di non accontentarsi delle soluzioni facili. In un mondo dove la maggior parte dei registi si accontenta di ripetere il passato, Coppola ha scelto di creare qualcosa di nuovo, di diverso, nonostante la sua età avanzata. Il suo è un esempio di come, con il coraggio, l&#8217;arte possa trasformarsi in un atto di continua reinvenzione.</p>



<p><strong>Un&#8217;eredità artistica che cresce con l&#8217;età</strong><br>Nel presente, <strong>Martin Scorsese</strong>, a 81 anni, ha firmato <em>Killers of the Flower Moon</em>, un film epico e politico che esplora la storia e la giustizia con una profondità raramente vista nel cinema contemporaneo. Ma non è finita: Scorsese ha ancora progetti futuri, dimostrando che la creazione non ha limiti.</p>



<p>E Clint Eastwood? È sul set con <strong>Giurato n. 2</strong>, un legal thriller che potrebbe essere la sua ultima regia, o forse no. Ha superato i novanta, ma continua a lavorare come se avesse ancora qualcosa da raccontare. Lo stesso vale per <strong>Ridley Scott</strong>, che, dopo il successo di <em>Napoleon</em>, è già pronto a lanciarsi in nuovi progetti come <em>Il Gladiatore 2</em> e altre avventure cinematografiche.</p>



<p><strong>Più si invecchia, più si vede la scrittura alla fine</strong><br>Con l&#8217;età, gli artisti tendono a diventare sempre più autentici e personali nel loro lavoro. La frase &#8220;più si invecchia, più si vede la scrittura alla fine&#8221; fa riferimento proprio a questo. Con il passare degli anni, la necessità di compiacere il pubblico o le convenzioni commerciali diminuisce. Quello che rimane è una ricerca di verità e di espressione più intima. Non si ha più il bisogno di compiacere, ma di esprimere il proprio mondo interiore, e questo è ciò che diventa più visibile nella &#8220;scrittura&#8221; finale, nelle opere più mature.</p>



<p>Quando un artista invecchia, le sue esperienze, i suoi pensieri e le sue riflessioni vengono messe a nudo nei suoi lavori. Questo processo di introspezione si riflette nei film e nei progetti che vengono realizzati negli anni avanzati, che diventano il suo vero testamento artistico. I temi trattati diventano universali e riflettono una visione più profonda e spesso più dolorosa della vita, della morte, dell&#8217;amore e della solitudine.</p>



<p><strong>La bellezza della creatività matura</strong><br>C&#8217;è una bellezza silenziosa nel vedere mani segnate dal tempo che ancora impugnano la macchina da presa. Occhi che hanno visto tanto e che continuano a cercare nuove immagini, nuove storie da raccontare. Il cinema per questi maestri non è un mestiere: è un respiro, un ritmo interiore, una necessità di comunicare.</p>



<p>Il cinema, come l&#8217;arte in generale, non ha età. A volte, l&#8217;età non è un limite, ma un potenziamento. Quando l&#8217;artista arriva all&#8217;apice della sua esperienza, il suo lavoro assume una profondità che solo la lunga carriera, i fallimenti, i successi e le riflessioni personali possono conferire. Il loro lavoro diventa un&#8217;eredità, un lascito che non solo ci intrattiene, ma ci fa pensare, riflettere, commuovere.</p>



<p>In un mondo che corre veloce e tende a dimenticare, queste figure ci ricordano che il vero valore di un artista non sta nella velocità con cui produce, ma nella qualità, nella riflessione e nell&#8217;autenticità delle sue opere. Eastwood, Scott, Morricone, Coppola, Bergman, Kurosawa, Varda e tanti altri hanno dimostrato che, anche quando il corpo invecchia, la mente e lo spirito possono rimanere giovani, vitali e pronti a lasciare il loro segno indelebile.</p>



<p>Quando l&#8217;età avanza, molti chiudono le tende. Eastwood, Scott, Morricone, Coppola, invece, alzano il sipario. Il tempo non li frena, li affina. Perché i grandi narratori non vanno mai davvero in pensione. Continuano a parlare finché c&#8217;è qualcuno disposto ad ascoltarli. E finché ci sarà cinema e musica, ci sarà sempre una voce come la loro pronta a illuminarci — anche nell&#8217;ultima inquadratura.&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-right">Carlo Di Stanislao</p>
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		<title>Senza Emozioni. Dubbi e Ombre sul Baricco di Angelina Jolie&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Apr 2025 13:03:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura e Spettacolo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;arte è la menzogna che ci permette di conoscere la verità.&#8221; — Pablo Picasso Quando ho letto Senza sangue di Alessandro Baricco, ho sentito una lama gentile attraversarmi il petto. È un romanzo breve, ma tagliente, intriso di vendetta, redenzione e silenzi lunghi come una vita. Una storia che solo una mano delicata e profonda [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2025/04/11/senza-emozioni-dubbi-e-ombre-sul-baricco-di-angelina-jolie/">Senza Emozioni. Dubbi e Ombre sul Baricco di Angelina Jolie&#8221;</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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<p>L&#8217;arte è la menzogna che ci permette di conoscere la verità.&#8221; — Pablo Picasso</p>



<p>Quando ho letto <em>Senza sangue</em> di Alessandro Baricco, ho sentito una lama gentile attraversarmi il petto. È un romanzo breve, ma tagliente, intriso di vendetta, redenzione e silenzi lunghi come una vita. Una storia che solo una mano delicata e profonda avrebbe potuto trasformare in cinema. Eppure, sapere che dietro la macchina da presa c&#8217;è Angelina Jolie non ha acceso in me l&#8217;entusiasmo. Al contrario, ha risvegliato dubbi antichi, mai sopiti.</p>



<p>Non è solo una questione di pregiudizio — o almeno, mi piace pensare di no. Ma le precedenti prove da regista di Jolie non hanno mai mostrato un&#8217;autrice capace di trattare la complessità umana con la profondità che <em>Senza sangue</em> richiede. Film come <em>In the Land of Blood and Honey</em> (2011) e <em>Unbroken</em> (2014) volevano raccontare l&#8217;orrore e la resilienza, ma finivano per schiacciare ogni sfumatura sotto il peso di una retorica pesante e una messa in scena didascalica. C&#8217;era l&#8217;ambizione, sì, ma anche un certo compiacimento estetico che sembrava voler nobilitare il dolore senza davvero comprenderlo.</p>



<p>Con <em>By the Sea</em> (2015), in cui dirige se stessa accanto a Brad Pitt, il problema si fa persino più evidente. Un film che avrebbe voluto essere intimo e struggente si è rivelato invece autoindulgente, incerto tra la posa e il pathos. Una vacanza malinconica vestita da dramma europeo, ma senza la sostanza che rende il cinema francese o italiano degli anni &#8217;60 ancora oggi emozionante. Il risultato? Un film bello da vedere, ma vuoto da sentire.</p>



<p>E poi è arrivato <em>First They Killed My Father</em> (2017), sicuramente il suo lavoro più solido e maturo, ma ancora intrappolato in un&#8217;estetica che, per quanto controllata, non riesce mai a farsi necessaria. L&#8217;impressione è che Jolie si avvicini al dolore degli altri con il rispetto che si deve a qualcosa che si guarda da fuori, mai da dentro.</p>



<p>Alla luce di tutto questo, l&#8217;annuncio che stia adattando <em>Senza sangue</em> suona come un azzardo. Perché Baricco scrive nel non detto, nei vuoti, nei silenzi tra una parola e l&#8217;altra. E Jolie, almeno fino ad oggi, ha sempre avuto bisogno di spiegare troppo, di mostrare tutto. È difficile immaginare il volto imperscrutabile di Nina — personaggio chiave del romanzo — senza che venga ridotto a un&#8217;interpretazione teatrale o, peggio, a un&#8217;estetica da copertina.</p>



<p>Il tonfo di <em>Maria</em> (2023), in cui ha cercato di incarnare Maria Callas, è stato forse il colpo più duro. Un film che avrebbe potuto celebrare la potenza emotiva di una donna leggendaria, ma si è perso in una rappresentazione piatta e impersonale, incapace di restituire la passione e la tragedia che furono la linfa di quella voce immortale.</p>



<p>Eppure, ci sono stati registi che Baricco l&#8217;hanno saputo ascoltare davvero. Il primo e più celebre è Giuseppe Tornatore, che con <em>La leggenda del pianista sull&#8217;oceano</em> ha trasformato <em>Novecento</em> in una fiaba epica e struggente. Il talento visivo di Tornatore si è fuso con la scrittura musicale di Baricco in un equilibrio raro, capace di commuovere e affascinare senza mai tradire lo spirito originale.</p>



<p>Anche <em>Seta</em>, nelle mani di François Girard, pur con qualche libertà, ha saputo rendere la delicatezza orientale e il silenzio erotico del romanzo. Una regia che ha scelto di suggerire piuttosto che spiegare, di trattenere invece che esibire, proprio come fa Baricco con le sue parole leggere e profondissime.</p>



<p>Questi registi hanno capito una cosa semplice e difficilissima: Baricco non si adatta, si interpreta. Non si conquista, si accompagna. La sua scrittura è un sottile equilibrio tra pensiero e poesia, tra carne e metafora. Chi la trasforma in immagini deve avere un rispetto quasi sacro per l&#8217;invisibile.</p>



<p>Ecco perché, mentre attendo <em>Senza sangue</em> nella versione di Angelina Jolie, non riesco a scrollarmi di dosso la sensazione che manchi qualcosa — o meglio, che manchi qualcuno in grado di vedere oltre la superficie. Per ora, rimango in silenzio. In attesa. Ma con più timore che fiducia.</p>



<p class="has-text-align-right">Carlo Di Stanislao</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2025/04/11/senza-emozioni-dubbi-e-ombre-sul-baricco-di-angelina-jolie/">Senza Emozioni. Dubbi e Ombre sul Baricco di Angelina Jolie&#8221;</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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		<title>Parthenope, il film di Paolo Sorrentino, un capolavoro</title>
		<link>https://www.improntalaquila.com/2024/10/27/parthenope-il-film-di-paolo-sorrentino-un-capolavoro/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Oct 2024 14:59:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura e Spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[L'Opinione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il guardare una cosa è ben diverso dal vederla. Non si vede una cosa finché non se ne vede la bellezza.&#160; Oscar Wilde Per fortuna che c&#8217;è Sorrentino ad animare le acque stagnanti del cinema di adesso, che si dibatte comatoso fra bioptic e remake senza nerbo e decisamente risaputi e noiosi. In questo suo [&#8230;]</p>
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<p><em>Il guardare una cosa è ben diverso dal vederla. Non si vede una cosa finché non se ne vede la bellezza.&nbsp;</em></p>



<p><strong><em>Oscar Wilde</em></strong></p>



<p>Per fortuna che c&#8217;è <strong>Sorrentino</strong> ad animare le acque stagnanti del cinema di adesso, che si dibatte comatoso fra bioptic e remake senza nerbo e decisamente risaputi e noiosi.</p>



<p>In questo suo ultimo film l&#8217;autore napoletano firma un altro grande racconto antinarrativo che procede per suggestioni e momenti di abbagliante poesia. E si affida alla grazia della &#8216;absolute beginner&#8217; <strong>Celeste Dalla Porta</strong> e al solito grandissimo <strong>Gary Oldman</strong>. <strong>Parthenope</strong>&nbsp;&#8220;Bella e indimenticabile&#8221; come una città dove è &#8220;impossibile essere felici&#8221;. Come un film dove puoi sentire l&#8217;odore del mare ma anche quello degli amori morti, attraversare gli anni, tra una fuga e un ritorno, senza tradire te stesso, toccare con mano le meraviglie e gli orrori e lasciarti abbracciare, cingere, accarezzare, da loro.</p>



<p>È un bellissimo film sulla bellezza, <strong><em>Parthenope</em></strong>. E sul desiderio, sul dolore. E sul mistero. Quello che, inevitabilmente, siamo. E quello che ci portiamo dentro e nemmeno noi sappiamo decifrare. Un grande racconto antinarrativo che parte dal 1950 e arriva fino ai giorni nostri lasciando però la Storia sullo sfondo, in attesa, e procede invece per suggestioni, per idee, per momenti di straziante, abbagliante poesia,insomma per immagini come il cinema dovrebbe fare.</p>



<p><strong>Celeste Della Porta</strong> ha un viso d&#8217;angelo e un corpo da top model. Nel greve e imperdonabile gergo maschile, la si definirebbe una &#8220;gnocca&#8221;, l&#8217;occhio della cinepresa la esplora ed esalta al limite della molestia, come sicuramente obietteranno le femministe più severe. <strong>Parthenope</strong> è un manifesto estetico estremo, senza compromessi con le convenzioni che secondo gli standard dovrebbero cavalcare il gusto corrente del pubblico. È il lusso che può permettersi un autore che vanta uno status internazionale più fulgido di qualsiasi nostro regista vivente. È <strong>Napoli</strong> con la sua filiale esclusiva, <strong>Capri</strong>. Ma non come la <strong>Roma</strong> de <em>La grande bellezza</em>: in forma di sterminata metafora, quasi l&#8217;avatar fantasy dell&#8217;autobiografico&#8221; È stata la mano di Dio&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Se in finale compare una <strong>Parthenope</strong> invecchiata e &#8220;risolta&#8221;, l&#8217;intero film è proustianamente all&#8217;ombra delle fanciulle in fiore. E i personaggi, gli eventi che incontra, che scandiscono il ritratto contraddittorio di una città con la sua miseria e nobiltà, sono come le figurine del presepe napoletano: non quelle ordinarie bensì gli &#8220;ospiti&#8221; extra, che variano di anno in anno secondo l&#8217;attualità. C&#8217;è la statuina del Grande Scrittore in sbronza perpetua, Gary Oldman che impersona John Cheever, autore-culto della ragazza sirena. C&#8217;è il mitico Comandante Lauro, quello che ti passava la scarpa numero due se votavi bene. C&#8217;è il Boss camorrista che porta la Bella all&#8217;umiliante spettacolo del coito pubblico tra i rampolli di due &#8220;famiglie&#8221; in fusione. C&#8217;è il Vescovo Beppe Lanzetta che masturba <em>Parhenope</em> nuda sotto gli ori di San Gennaro: &#8220;Né provocatorio né trasgressivo&#8221;, secondo il regista. <strong>Isabella Ferrari</strong> insegna recitazione, ma un velo fitto nasconde gli sfregi da<em> lifting</em>.</p>



<p><strong>Parthenope</strong> cresce divisa tra due amori inscindibili, Sandrino (<strong>Dario Alta</strong>) e Raimondo (<strong>Daniele Rienzo</strong>), suo fratello. Ma c&#8217;è un tabù insuperabile tra Raimondo e il suo oggetto del desiderio: finirà suicida. La statuina più irresistibile è <strong>Luisa Ranieri</strong>, addobbata come Sofia Loren, con i boccoli (finti) di Sofia Loren e gli occhiali di Sofia Loren. &#8220;Non è la Loren&#8221;, assicura <strong>Sorrentino</strong>. Che le mette in bocca un&#8217;invettiva fuori copione: &#8220;Il problema siete voi napoletani. Siete depressi e non lo sapete. Siete poveri, vigliacchi, piagnucoloni, arretrati, e sempre pronti a dare la colpa a qualcun altro. Io me ne torno al Nord: Io mi sono salvata, ma voi no: siete morti&#8221;.</p>



<p>Ma <strong>Parthenope</strong> non è solo un magnifico involucro, studia antropologia con profitto. E sceglierà nella vita l&#8217;insegnamento, circondata dal solo affetto dei propri studenti. Il suo prof. di gioventù, <strong>Silvio Orlando</strong>, incarna il perno forte, disincantato, della cultura e del pensiero napoletano. Le spiega che l&#8217;antropologia, nella sua essenza, è &#8220;vedere&#8221;, e che vedere è difficilissimo, &#8220;perché è l&#8217;ultima cosa che si impara&#8221;. Solo quando è certo che la sua allieva abbia imparato a &#8220;vedere&#8221;, la introduce presso il suo amatissimo figlio, un freak gigante, mostruoso e gentile &#8220;fatto di acqua e di sale, come il mare&#8221;. E lei dice: &#8220;È bellissimo&#8221;.</p>



<p>Ed io all&#8217;uscita ho mormorato a me stesso: &#8220;il cinema è davvero bellissimo perché non solo ti mostra, ma ti fa vedere&#8221;.</p>



<p></p>



<p class="has-text-align-right">Carlo Di Stanislao</p>
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		<title>Sigourney Weaver riceve il Leone d&#8217;oro alla carriera alla 81esima Mostra del Cinema di Venezia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Aug 2024 20:16:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La celebre attrice Sigourney Weaver è stata onorata con il Leone d&#8217;Oro alla carriera nell&#8217;ambito dell&#8217;81esima Mostra del Cinema di Venezia, segnando un momento significativo nella sua illustre carriera. Conosciuta per i suoi ruoli iconici in film come &#8220;Alien&#8221;, &#8220;Ghostbusters&#8221;, e più recentemente &#8220;Avatar&#8221;, Weaver ha espresso il suo entusiasmo e gratitudine durante la cerimonia [&#8230;]</p>
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<p>La celebre attrice Sigourney Weaver è stata onorata con il Leone d&#8217;Oro alla carriera nell&#8217;ambito dell&#8217;81esima Mostra del Cinema di Venezia, segnando un momento significativo nella sua illustre carriera. Conosciuta per i suoi ruoli iconici in film come &#8220;Alien&#8221;, &#8220;Ghostbusters&#8221;, e più recentemente &#8220;Avatar&#8221;, Weaver ha espresso il suo entusiasmo e gratitudine durante la cerimonia di apertura, che si è svolta al Lido di Venezia.</p>



<p>&#8220;Essere invitata a unirmi a questa costellazione di artisti, i premiati con il Leone d’oro, è l’onore più sorprendente che possa immaginare e sono veramente onorata dal vostro riconoscimento,&#8221; ha dichiarato l&#8217;attrice. Ha inoltre ringraziato i numerosi registi con cui ha lavorato, descrivendo la sua carriera come &#8220;una vera avventura.&#8221;</p>



<p>La Weaver, che ha 74 anni, ha ritirato il premio dalle mani dell&#8217;attrice francese Camille Cottin. Da quando ha raggiunto la fama mondiale negli anni &#8217;80 con &#8220;Alien&#8221;, Weaver è diventata una figura emblematica nel cinema, spesso interpretando personaggi di donne forti e indipendenti, sfidando gli stereotipi del settore. Tra i suoi film più celebrati figurano anche &#8220;Gorilla nella nebbia&#8221; e &#8220;Il maestro giardiniere&#8221;.</p>
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		<title>Agosto al cinema, annotazioni e spigolature  (con un po&#8217; di oscuro)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Aug 2024 11:07:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>« Oh, che bel sole di mezz&#8217;agosto! »; « Per la Vergin pia di mezz&#8217;agosto! Ruggero Leoncavallo, Pagliacci Ferragosto, la festività estiva per eccellenza in Italia, ha ispirato registi e sceneggiatori nel creare pellicole che raccontano, ciascuna a modo proprio, questa giornata che nasce come celebrazione pagana e diventa una festa cristiana ed&#160; è oggi [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2024/08/18/agosto-al-cinema-annotazioni-e-spigolature-con-un-po-di-oscuro/">Agosto al cinema, annotazioni e spigolature  (con un po&#8217; di oscuro)</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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<p>« <em>Oh, che bel sole di mezz&#8217;agosto! »; « Per la Vergin pia di mezz&#8217;agosto!</em></p>



<p><em><strong>Ruggero Leoncavallo, Pagliacci</strong></em></p>



<p>Ferragosto, la festività estiva per eccellenza in Italia, ha ispirato registi e sceneggiatori nel creare pellicole che raccontano, ciascuna a modo proprio, questa giornata che nasce come celebrazione pagana e diventa una festa cristiana ed&nbsp; è oggi sinonimo di vacanze, spiagge affollate, pranzi all&#8217;aperto e, in generale, di una sospensione dal quotidiano.&nbsp;</p>



<p>Partiamo da <em><strong>&#8220;Domenica d&#8217;agosto&#8221;</strong></em> (di <strong>Luciano Emmer</strong>, 1950): da una Roma afosa e accaldata, una folla di ogni estrazione sociale e con ogni mezzo di trasporto si mette in marcia verso il lido di Ostia. Da ricordare un <strong>Marcello Mastroianni</strong> ad inizio carriera, doppiato niente meno che da <strong>Alberto Sordi</strong>. Poi c&#8217;è il brillante <strong>Walter Chiari </strong>di <em>&#8220;<strong>Ferragosto in bikini&#8221;</strong> </em>(di <strong>Marino Girolami</strong>, 1961), alle prese con altri nomi televisivi dell&#8217;epoca in un film che mostra personaggi peculiari che si incontrano sulla spiaggia di Fregene.</p>



<p>Ma la vera celebrazione del Ferragosto in chiave di commedia drammatica si ha con <em><strong>&#8220;Il sorpasso&#8221; </strong></em>(di <strong>Dino Risi</strong>, 1962), tra i primi film a raccontare la città svuotata e le imprevedibili avventure dei &#8216;sopravvissuti&#8217; che restano. Uno dei film manifesto della commedia all&#8217;italiana (che volge all&#8217;amaro&#8230;). Fra i massimi&nbsp; capolavori di Dino Risi (ci ha lasciato nel 2008) che in &#8220;on the road&#8221; ante litteram ispirerà anni dopo altri autori come<strong> Dennis Hopper </strong>di Easy Rider o <strong>Ridley Scott </strong>di Telma &amp; Louise.&nbsp; A Venezia per il Leone d&#8217;oro alla carriera a Risi oltre dieci minuti di applausi per la visione restaurata del film; e lì che racconterà del finale tragico da lui voluto con la scommessa fatta insieme al produttore che non lo desiderava in quel modo. Per fortuna la spuntò il regista. C&#8217;è, poi, anche l&#8217;avventura del monsignore interpretato da <strong>Alberto Sordi</strong> che rimane bloccato in ascensore, a Ferragosto, con <strong>Stefania Sandrelli</strong>, raccontata dall&#8217;episodio &#8220;L&#8217;ascensore&#8221; (di <strong>Luigi Comencini</strong>, in <strong><em>&#8220;Quelle strane occasioni&#8221;</em></strong>, 1976).&nbsp;</p>



<p>Due anni prima era uscito <strong><em>&#8220;Travolti da un insolito destino nell&#8217;azzurro mare d&#8217;agosto&#8221;</em></strong> scritto e diretto da <strong>Lina Wertmuller</strong>, commedia stravagante sulla &#8220;lotta di classe&#8221; con una accoppiata impareggiabile: <strong>Mariangela Melato</strong> e <strong>Giancarlo Giannini</strong>; lei la ricca borghese viziata e lui il mozzo di bordo siciliano e comunista. L&#8217;azzurro mare d&#8217;agosto è in Sardegna, dove si misura la politica con l&#8217;amore, la gelosia e l&#8217;amaro ritorno alle proprie consuetudini. La scena intima (ormai un cult) con la battuta della Melato: &#8220;Sodomizzami&#8230;&#8221; e il viso sbigottito di Giannini sintetizza al meglio la riflessione su un&#8217;epoca e le sue conseguenze.&nbsp; Coppia&nbsp; impareggiabile in quanto, meno di 30 anni dopo, si è tentato un remake diretto da <strong>Guy Ritchie</strong>: protagonisti il figlio di Giannini, Adriano, e la cantante attrice Madonna: risultato tutto da dimenticare.</p>



<p>E veniamo al 1977: viene girato interamente in studio – salvo le scene iniziali – <em><strong>&#8220;Casotto&#8221;</strong></em>&nbsp; di <strong>Sergio Citti</strong>, allievo di <strong>Pier Paolo Pasolini</strong>, e ispirato (dirà il regista) proprio da Domenica d&#8217;Agosto di Emmer;&nbsp; il film, sceneggiato con <strong>Vincenzo Cerami</strong>, si avvale di un cast d&#8217;eccezione in ruoli pressoché di comparse: da <strong>Mariangela Melato</strong> a <strong>Gigi Proietti</strong>, da <strong>Franco Citti ad Ugo Tognazzi</strong> e <strong>Michele Placido</strong>, <strong>Paolo Stoppa</strong> ed un cameo di <strong>Catherine Deneuve</strong>, fino ad una sedicenne <strong>Jodie Foster</strong> che l&#8217;anno prima aveva ricevuto l&#8217;Oscar per il capolavoro di <strong>Martin Scorsese</strong> &#8220;Taxi Driver&#8221;. È dello stesso anno &#8220;Il giorno dell&#8217;Assunta&#8221; diretto da <strong>Nino Russo</strong> con<strong> Leopoldo Trieste</strong> e <strong>Tino Schirinzi</strong>, ambientazione surreale nel deserto assolato di Roma.&nbsp;</p>



<p><em><strong>&#8220;Un sacco bello&#8221;</strong></em> (di e con <strong>Carlo Verdone</strong>, 1980) è&nbsp; ambientato in una Roma deserta, e rappresenta l&#8217;esordio alla regia dell&#8217;attore romano che interpreta i tre personaggi che a modo loro cercano di combattere la propria solitudine e &#8216;organizzare&#8217; il ferragosto. Anche <strong>Nanni Moretti</strong>, nel 1993, in <em><strong>&#8220;Caro Diario&#8221;</strong></em> racconta una Roma desertificata dal Ferragosto nel primo dei tre episodi di cui si compone il film, &#8220;In Vespa&#8221;: un viaggio nelle bellezze (e bruttezze) della Roma che attraversa.</p>



<p>Come non citare, poi,<em><strong> &#8220;Pranzo di Ferragosto&#8221;</strong></em> (2008). Ne è regista, autore e interprete <strong>Gianni Di Gregorio</strong>. Nel film è appunto &#8216;Gianni&#8217;, un uomo di mezz&#8217;età, figlio unico, che vive con sua madre in una vecchia casa nel centro di Roma. Il film è fra le rivelazioni della Mostra di Venezia e vince il Premio Opera Prima «Luigi De Laurentiis »,&nbsp; efficace resoconto della terza età e della solitudine cittadina che si acutizza durante le feste di mezza estate. La solitudine degli anziani è protagonista anche nel film &#8220;Una botta di vita&#8221; (regia di <strong>Enrico Oldoini</strong>, 1988), nel quale due anziani soli partono per un viaggio durante il quale vivranno avventure paradossali e tragicomiche. Infine, in tempi ancora più recenti c&#8217;è il Ferragosto raccontato da <strong>Paolo Virzì</strong> con <em><strong>&#8220;Ferie d&#8217;agosto&#8221; </strong></em>(1996) e <em><strong>&#8220;Un altro Ferragosto&#8221; </strong></em>(2024).</p>



<p>Ora qualche notazione.&nbsp;Sapevate il 16 agosto è la festa del cinema?</p>



<p>Il 16 agosto si festeggia <strong>San Rocco</strong>, protettore dei cani, dei contagiati, degli emarginati, dei viandanti, dei pellegrini, dei farmacisti dei dermatologi e del cinema. Non sembra esserci alcun tipo di connessione tra i settori sopracitati, soprattuto non esiste nessun legame che ci faccia pensare che un santo possa proteggere un&#8217;arte che è nata soltanto alla fine del 19° secolo, ma è proprio così. Inoltre&nbsp; Agosto è il mese giusto per recuperare i film di cui avete sentito parlare tutto l&#8217;anno, ma che non avete avuto tempo di vedere. Ecco gli essenziali, secondo me. Si trovano sulle piattaforme, a volte compresi nell&#8217;abbonamento, in qualche caso a noleggio <em>on demand</em>.&nbsp;<em><strong>Babylon</strong></em>. Regia di <strong>Damien Chazelle</strong>. Con Brad Pitt, Margot Robbie, Diego Calva.</p>



<p><em><strong>Everything Everywhere All at Once</strong></em>. Regia di <strong>Daniel Kwan </strong>e<strong> Daniel Scheinert</strong>. Con Michelle Yeoh, Stephanie Hsu, Ke Huy Quan, James Hong, Jamie Lee Curtis. Questo oggetto bizzarro, trionfatore agli ultimi premi Oscar, è diretto da due registi trentenni che arrivano dal mondo dei videoclip, sono dei cinefili enciclopedici e credo che amino e si ispirino parecchio al mondo di <strong>Spike Jonze</strong> (Essere John Malkovich, Il ladro di orchidee, Her). Certamente hanno un talento tutto loro per il pastiche post-moderno come non si vedeva da tempo. Michelle Yeoh interpreta Evelyn, cinese immigrata in America, che gestisce una lavanderia automatica con il marito Waymond (Ke Huy Quan). Insoddisfatta, frustrata, sempre furibonda, alle prese con conti che non tornano, Evelyn ha anche un rapporto che dire disfunzionale è poco con la figlia Joy (Stephanie Hsu) e con l&#8217;anziano padre (James Hong), i due poli estremi di ogni dibattito sull&#8217;integrazione. Evelyn sta in mezzo, è stanca di tutto e tutti. A scatenare il primo atto del film è lo scontro con la burocrazia: i nostri eroi devono andare a rispondere di tasse non pagate all&#8217;impiegata-mostro interpretata da una Jamie Lee Curtis irriconoscibile. Da questo in poi, scatta il delirio. Rivedremo Evelyn in una serie di universi e vite parallele, dove diventa cantante, chef, star del cinema. Le citazioni abbondano, in una sorta di zibaldone visivo che centrifuga il caos. Forse è un abbaglio, forse è il film dell&#8217;anno.</p>



<p><strong><em>&#8220;Le otto montagne&#8221;</em></strong>. Regia di <strong>Charlotte Vandermeersch</strong> e <strong>Felix Van Groeningen</strong>. Con Alessandro Borghi, Luca Marinelli, Filippo Timi, Elena Lietti. Ha vinto il <strong>David di Donatello</strong> come miglior film, ma anche come miglior fotografia, sceneggiatura non originale e suono. Tratto dal romanzo di <strong>Paolo Cognetti</strong> racconta la storia di un&#8217;amicizia, lunga e profonda, tra due ragazzi, uno montanaro e uno di città. Borghi interpreta il primo e, per farlo, ha preso lezioni per imparare a mungere le vacche, pascolare e fare il formaggio. Ha imparato anche a parlare come un montanaro valdostano e riesce, lui romano de Roma, ad essere credibilissimo. L&#8217;amicizia reale tra Borghi e Marinelli, le cui carriere sono sbocciate insieme dai tempi del film Non essere cattivo (2015) regala alle Otto montagne un sapore molto autentico. Girato tra Monte Rosa e Cervino, non a caso è stato il primo vero successo cinematografico dopo la pandemia: è un film che fa letteralmente respirare, con gioia e calma.&nbsp;</p>



<p>Un motivo in più di orgoglio è il David di Donatello al nostro <strong>Alessandro Palmerini </strong>per il Suono in Presa diretta. Allievo della <strong>Accademia Internazionale per le Arti e le Scienze dell&#8217;Immagine</strong> dell&#8217;Aquila,&nbsp; Alessandro&nbsp; ha collaborato con autori come <strong>Daniele Vicari, Carlo Mazzacurati, Nanni Moretti, Mario Martone, Gianni Amelio, Bernardo Bertolucci, Andrea Segre</strong>, i quali hanno alimentato un approccio al Suono non semplicemente tecnico, ma con una visione più ampia, funzionale e coerente all&#8217;opera che si stava realizzando. Palmerini ha vinto numerosi altri premi: Nastro d&#8217;Argento e David di Donatello nel 2012 per &#8220;Diaz – don&#8217;t Clean up this blood&#8221; di <strong>Daniele Vicari</strong>, per il quale vince anche il Ciak d&#8217;Oro al Miglior Suono. Nel 2008 vince il Ciak d&#8217;Oro per &#8220;La ragazza del Lago&#8221; di <strong>Andrea Molaioli</strong>, ed il Premio AITS per il film Tv Maria Montessori di <strong>Gianluca Tavarelli</strong>. Negli anni poi ha&nbsp; ricevuto candidature per il Miglior Suono per &#8220;Capri Revolution&#8221; e &#8220;Qui rido io&#8221; di <strong>Mario Martone</strong>, &#8220;I predatori&#8221; di <strong>Pietro Castellitto</strong>, &#8220;La Tenerezza&#8221; di <strong>Gianni Amelio</strong>, &#8220;Sole cuore amore&#8221; di <strong>Daniele Vicari</strong>, &#8220;Io e te&#8221; di <strong>Bernardo Bertolucci</strong>, &#8220;L&#8217;ultima ruota del carro&#8221; di <strong>Giovanni Veronesi</strong>, &#8220;La giusta distanza&#8221; di <strong>Carlo Mazzacurati</strong>, &#8220;La prima neve&#8221; e &#8220;Io sono Li&#8221; di <strong>Andrea Segre</strong>, &#8220;L&#8217;aria salata&#8221; di <strong>Alessandro Angelini</strong>, e &#8220;Aldo Moro il presidente&#8221; di <strong>Gianluca Tavarelli</strong>. Il suo&nbsp; Suono è una ragione in più per vedere <em>Le otto montagne</em>.&nbsp;</p>



<p><em><strong>&#8220;La stranezza&#8221;</strong></em>. Regia di <strong>Roberto Andò</strong>. Con Toni Servillo, Ficarra e Picone, Giulia Andò. Quattro David di Donatello: miglior scenografia, migliori costumi, miglior sceneggiatura originale e produzione. <em>La stranezza</em> racconta di un viaggio in Sicilia di Luigi Pirandello, ormai affermatosi a Roma. Siamo nel 1920 e il drammaturgo arriva nella sua terra natale per un appuntamento &#8220;mondano&#8221;: il compleanno di Giovanni Verga. Ma la morte della vecchia balia lo costringe a cambiare un po&#8217; i suoi programmi. Pirandello, che cerca di rimanere in incognito come le celebrities di oggi che forniscono false identità alle reception degli hotel, si trova a fare amicizia con due becchini che nel tempo libero gestiscono una sgarrupatissima compagnia teatrale di dilettanti. L&#8217;incontro e le sue molte &#8220;stranezze&#8221; accenderanno il genio di Pirandello e, sembra, gli faranno venire l&#8217;idea per la sua pièce forse più importante, certo più famosa: Sei personaggi in cerca d&#8217;autore.Il film mette in scena, con molta ironia, la passione per il teatro, la frizione (ma anche la commistione) tra cultura alta e cultura bassa e fa dialogare tra loro il prestigio di <strong>Toni Servillo</strong> e la popolarità di <strong>Ficarra e Picone</strong>.</p>



<p><em><strong>&#8220;Air – La storia del grande salto&#8221;</strong></em>. Regia di <strong>Ben Affleck</strong>. Con Matt Damon, Ben Affleck, Viola Davis, Jason Bateman, Chris Messina. Nel 1984 un certo Sonny Vaccaro convinse la madre di Michael Jordan a firmare un contratto di sponsorizzazione con la Nike, un fatto apparentemente marginale ma che avrebbe condizionato il futuro dello sport e del marketing ad esso applicato. Di questo parla il film diretto da Ben Affleck, interpretato dallo stesso regista e dall&#8217;amico Matt Damon che è il vero protagonista nei panni (una sinfonia di orrende tonalità di beige) di Vaccaro. Ci sono molte eccellenti idee di regia e sceneggiatura, a cominciare dal fatto che Michael Jordan non si sente né si vede mai, è solo un&#8217;ombra (lunghissima) accanto ai suoi genitori. La madre è interpretata dall&#8217;immensa Viola Davis che ha troppe poche scene, peccato, ma la battuta migliore del film: &#8220;Una scarpa è solo una scarpa finché non la indossa mio figlio&#8221;. Non è un film sul basket o su Michael Jordan. Air è un film sul capitalismo, sul personal branding prima che esistesse il termine, ma anche sulla testardaggine e la solitudine. Proprio la solitudine degli uomini, intesi come maschi, così tragicamente comici nella loro smania di voler vincere sempre, voler vincere tutto.</p>



<p><em><strong>&#8220;Il ritorno di Casanova&#8221;</strong></em>. Regia di <strong>Gabriele Salvatores</strong>. Con Toni Servillo, Fabrizio Bentivoglio, Natalino Balasso, Sara Serraiocco, Bianca Panconi. Dico subito che ho un pregiudizio a favore nei confronti di tutti i film sul cinema o comunque dove il gioco tra realtà e (creazione della) finzione si intreccia di continuo, confondendo i confini. Qui, oltre al cinema, entrano nell&#8217;equazione anche la letteratura e, attraverso la letteratura, il mito di Casanova, già più volte raccontato nei film, a teatro, nelle canzoni e in molta letteratura. Quindi, ogni riferimento ne trascina un altro, ed è molto divertente, quasi un Sudoku delle citazioni. Salvatores prende il romanzo di Arthur Schnitzler Il ritorno di Casanova in cui il personaggio è crepuscolare, depresso, sempre più consapevole della prossimità della fine e dell&#8217;esaurirsi del suo potenziale seduttivo. In parallelo c&#8217;è un regista che sta girando il film tratto, appunto, dal Ritorno di Casanova che, ugualmente, attraversa un momento di crisi, di bilanci da fare, di somme da tirare. Giovani registi sono il nuovo che avanza, la vita sentimentale non può più essere ridotta a relazioni superficiali. Bisogna impegnarsi, bisogna diventare adulti, ma adulti davvero. I temi sono crudeli ma la realizzazione di Salvatores è leggera, aggraziata e, lasciatemi usare un aggettivo un po&#8217; fuori moda, mozartiana.</p>



<p><em><strong>&#8220;Finalmente l&#8217;alba&#8221;</strong></em>, di <strong>Saverio Costanzo</strong>, con&nbsp;Lily James, Rebecca Antonaci, Joe Keery, Rachel Sennott, Alba Rohrwacher, Willem Dafoe. Per me il più bel film del 2023. In concorso a Venezia 80., è la storia di Mimosa, una ragazza semplice che fa la comparsa a Cinecittà nella Roma degli anni Cinquanta. Accetta l&#8217;invito mondano di un gruppo di attori americani e con loro trascorre una notte infinita. Ne uscirà diversa, all&#8217;alba, scoprendo che il coraggio non serve a ripagare le aspettative degli altri, ma a scoprire chi siamo. <strong>Saverio Costanzo</strong> torna alla regia di una sua sceneggiatura originale dopo il successo della serie L&#8217;amica geniale, di cui conserva l&#8217;approccio alle scene iniziali, e inizia con un &#8220;film nel film&#8221; che sottolinea la finzione del cinema. Segue poi l&#8217;omaggio con citazioni di Bellissima e la (magistrale) interpretazione di Carmen Pommella (reduce da L&#8217;amica geniale, oltre che da una lunga carriera teatrale) nei panni della madre di Mimosa, e poi una ricostruzione &#8220;kolossale&#8221; (ma con inquadrature alla Sergio Leone) di un &#8220;peplum&#8221; d&#8217;epoca egizia. Poi però la storia derapa verso un percorso vertiginoso che è un evidente omaggio proprio a La dolce vita felliniana, con il suo procedere dalle tinte e le proporzioni alterate dell&#8217;incubo (e che quindi ricorda anche il Fuori orario di Scorsese). Le interpretazioni giocano bene sul contrasto fra la finzione ostentata: la caratterizzazione alla Rita Hayworth di Lily James nei panni di Josephina, l&#8217;italiano stentato di Willem Dafoe in quelli dell&#8217;onnipresente Rufo, la legnosità da &#8220;matinée idol&#8221; di Joe Keery (ex Stranger Things) si contrappongono alla sincerità luminosa di Rebecca Antonaci nei panni di Mimosa, cuore emozionale del film, portatrice di autenticità in un mondo di contraffazione.</p>



<p>Per chiudere altri 2 film del 2023, assolutamente da non perdere.</p>



<p>Il primo è <em><strong>&#8220;Past lives&#8221;</strong></em>, esordio di <strong>Celine Song</strong>, nata in Corea del Sud, ma poi emigrata con la famiglia in Canada e ormai residente da tempo a New York, negli Stati Uniti, dov&#8217;è diventata una commediografa riconosciuta. Il film è ispirato alla sua vita. Tuttavia, è trasfigurato in una sorta di viaggio sensoriale e spaziotemporale, filtrato dalla sfera intima. Mantiene sempre un tocco leggero e sognante, senza nulla togliere però alla profondità della dimensione introspettiva, anzi. Diviso in lunghe sequenze che sembrano come delle capsule, o astronavi ovattate, è anche un cinema d&#8217;ambiente, così come esiste la musica d&#8217;ambiente. Nora (Greta Lee) e Hae Sung (Teo Yoo) sono due ragazzi profondamente legati, ma a un certo punto la vita li divide radicalmente, come se in una storia di fantascienza – a cui la cineasta si richiama esplicitamente – ci fosse stata una frattura e due universi paralleli si incrociassero, generando in maniera del tutto imprevista una storia altra, una rottura netta rispetto alla linearità temporale conosciuta. Se si considera questo, la sequenza della parte iniziale, in cui i due protagonisti si salutano prendendo strade opposte – quella di lei tutta in salita – acquisisce un senso più sottile e profondo di quanto una metafora didascalica lascerebbe intendere a prima vista. Così come la melassa retorica o di maniera, in agguato perché la cineasta si muove su un filo molto sottile come un&#8217;equilibrista, è sempre evitata: fin dall&#8217;inizio, Nora e Hae Sung, ancora dodicenni, si dicono già in faccia le cose con una franchezza un po&#8217; cruda. E già si percepisce l&#8217;ansia della riuscita e dell&#8217;oppressione sociale che, sottotraccia, attraversa un film dominato dalla dimensione intima.</p>



<p>L&#8217;altro è l&#8217;ennesimo capolavoro di un autore che stupisce sempre: <strong>Wim Wenders</strong>. Il titolo <em><strong>&#8220;Perfect days&#8221;</strong></em>,&nbsp; che racconta di un umile addetto.alla pulizia dei cessi, le &#8220;giornate perfette&#8221; di Hirayama come una quieta affermazione di dignità quotidiana. L&#8217;uomo svolge il suo lavoro con gesti precisi ed essenziali, accogliendo l&#8217;occasionale contatto umano (anche nella forma anonima di una partita a tris proposta su un foglietto) con generosità e rispetto. Tutto in lui è rimasto analogico, come le musicassette che ascolta o la macchina fotografica i cui rullini vanno fatti sviluppare, e le fotografie vengono collezionate in scatole numerate che archiviano la nostalgia del tempo che passa. La concezione architettonica di Wenders incastona la figura umana in spazi ben squadrati e confinanti (a cominciare dal formato 4:3 che ad un certo punto diventa quello ancora più ristretto dell&#8217;inquadratura da cellulare), e in una Tokyo in cui il sole sorge (non a caso siamo nel Paese del Sol Levante&#8221;) accompagnato dalla canzone perfetta (The House of the Rising Sun). La fotografia nitida e precisa di <strong>Franz Lustig</strong> accompagna il ritratto della serena e composta solitudine di un uomo che sa di appartenere ad un&#8217;altra epoca e che ha fatto pace con i suoi errori del passato. <strong>Koji Yakuso</strong>, che alcuni ricorderanno in <em>Babel</em> di Alejandro Inarritu ma anche ne Il terzo omicidio di Hirokazu Kore&#8217;eda o The Eel di Imamura Shohei, è lo straordinario interprete di questo film quasi muto che si snoda in purezza attraverso uno sguardo contemplativo ma mai artefatto. A lui l&#8217;Oscar quale migliore attore 2023. Ancora una volta: buona visione.</p>



<p>Per chi ama anche leggere di cinema e per chi crede che esso, nel bene e nel male, celi intenti gnostici una chiosa finale.</p>



<p>&#8220;Pillola rossa o pillola blu?&#8221; è l&#8217;arcinota domanda posta da Morpheus a Neo in <em>Matrix</em>. Il film è del 1999: quell&#8217;anno esce anche eXistenZ di Cronenberg, affine al capolavoro dei fratelli Wachowski per tematiche e atmosfere, che ci parla sempre di una realtà vera e una simulata. Al di là delle sfumature, a risuonare è sempre la stessa domanda: come facciamo a sapere che il mondo in cui viviamo è quello vero? I film escono a un anno dalla fine del XX secolo, rappresentandone in qualche modo l&#8217;epilogo. Il martoriato &#8220;secolo breve&#8221; delle ideologie opta così per una via alternativa, proponendo all&#8217;uomo una fuoriuscita dalla Storia: «Pillola rossa o pillola blu?». Che in Matrix significa: continuare a vivere in un mondo irreale oppure svegliarsi alla vera vita? Mobilitato dalle teologie politiche e dai totalitarismi, è ora l&#8217;uomo a dover compiere una scelta, secondo un retaggio che affonda le proprie radici in un passato molto lontano e che ci costringe a guardare alla Storia in modo radicalmente diverso. E tutto questo avviene nei prodotti cosiddetti &#8220;di massa&#8221;. Un paradosso? Fino a un certo punto.</p>



<p>Lo storico delle religioni <strong>Mircea Eliade </strong>ci ha insegnato a trovare nelle produzioni contemporanee patterns di tipo spirituale, tracce di archetipi che si manifestano periodicamente, spesso riemergendo nei modi più disparati e imprevedibili. È lo stesso intento che anima <em>Pillola rossa o Loggia Nera?</em> di <strong>Paolo Riberi</strong>, uscito per Lindau nel 2017.&nbsp; Il testo, che sonda la Settima Arte in cerca di tematiche gnostiche, presenti in film e serie tv a volte secondo una precisa intenzione dei registi, altre un po&#8217; meno, riflettendo tematiche ben presenti nell&#8217;Inconscio Collettivo. La chiave di volta è l&#8217;idea che le vecchie teorie della gnosi si affaccino oggi sul grande schermo: «Dopo un conflitto millenario con il cristianesimo, questo antico pensiero religioso trova spazio in molte opere cinematografiche». Una mitologia nascosta – e nemmeno troppo bene – che si riflette in trame e personaggi, «raccontata in maniera approfondita e sistematica, utilizzando i moderni linguaggi della fantascienza, del noir, del fantasy e persino dell&#8217;horror».</p>



<p>Non che ciò sia appannaggio del cinema. Solo concentrandoci sulla letteratura &#8220;di genere&#8221;, impossibile ignorare le tracce gnostiche presenti nei romanzi di <strong>Philip K. Dick </strong>e nella trilogia cosmica di <strong>C. S. Lewis </strong>(Lontano dal pianeta silenzioso, Perelandra e Quell&#8217;orribile forza), con il suo sistema di divinità planetarie, così come in V per Vendetta di <strong>Alan Moore</strong>, che ha dichiarato: «Nel fumetto originale può emergere qualche sfumatura di gnosticismo». L&#8217;anarchia di cui si parla nel fumetto – parola di Moore – ha anche «un aspetto spirituale: ritenevo contenesse una grande carica di romanticismo, ed ero molto interessato all&#8217;occulto e alle idee gnostiche». Tra parentesi la sceneggiata è dei fratelli (sorelle) Wachowski.&nbsp;</p>



<p>Ma quali sono i principi fondamentali della gnosi, ereditati da film e serie tv?&nbsp;</p>



<p>In primis, l&#8217;esistenza di una pluralità di mondi e l&#8217;idea che il nostro sia una prigione custodita da un Demiurgo e dai suoi subalterni, gli Arconti. Se l&#8217;umanità ne è generalmente all&#8217;oscuro, diversamente vanno le cose per il prescelto gnostico, il quale, a seguito di rivelazioni ottenute spesso grazie a esperienze sovrannaturali, si risveglia al mondo vero, compiendo un cammino di liberazione interiore. Ecco i filtri usati da <strong>Riberi</strong> per elaborare un atlante della &#8220;gnosi pop&#8221;, una geografia alternativa che include alcuni tra i film più visti degli ultimi vent&#8217;anni: da Jupiter dei <strong>fratelli Wachowsk</strong>i a Dark City, da <strong>Donnie Darko</strong> a Ghost in the Shell, fino al visionario Eraserhead di <strong>David Lynch</strong>, dal &#8220;risveglio&#8221; degli androidi di Westworld allo stato sonnambulico di <strong>Jim Carrey-Truman</strong> (True man), ispirato al romanzo di Philip K. Dick Tempo fuor di sesto.</p>



<p>Ma il piatto forte del libro è sicuramente il capitolo dedicato alla temibile Loggia Nera che si affaccia nella sinistra cittadina di Twin Peaks raccontata da <strong>David Lynch</strong> e <strong>Mark Frost</strong>. Una sorta di non-luogo in cui esseri immateriali si spostano da un piano della realtà all&#8217;altro, insinuandosi nella mente degli ignari abitanti e costringendoli alle peggiori nefandezze, spesso utilizzando come medium elettricità o animali («I gufi non sono quel che sembrano» rivelava il Gigante al leggendario Dale Cooper, alter ego di Lynch stesso). Sono gerarchie di spiriti che ricordano (come ha scritto Roberto Manzocco nel suo purtroppo introvabile Twin Peaks e la filosofia) gli Arconti della gnosi. Si annidano nell&#8217;oscurità delle foreste, ma possono essere visti da personaggi dotati di un certo occhio interiore – come la &#8220;Donna Ceppo&#8221;, che parla per conto di un pezzo di legno. In Io vedo me stesso, Lynch ha rivelato trattarsi di una medium, e quel pezzo di legno altro non è che il suo &#8220;spirito guida&#8221;. Come sanno tutti i fan della serie, la cittadina di Twin Peaks è in balia di due luoghi onirici, la Loggia Bianca e la Loggia Nera (la &#8220;Dimora del Limite Estremo&#8221; ideata da Mark Frost, che s&#8217;ispirò agli studi di Dion Fortune), abitata da uno spettrale nano che danza e parla al contrario e dai doppi dei protagonisti. Sono luoghi nei quali si può entrare attraverso varchi spazio-temporali aperti nei boschi che circondano Twin Peaks, e da cui escono oggetti (come il terribile anello di Fuoco cammina con me, prequel della serie), oppure animali e spiriti, appunto.</p>



<p>Ma Loggia Bianca e Loggia Nera sono precedute da una Stanza Rossa: per chi abbia dimestichezza con l&#8217;Alchimia, inutile segnalare come questi siano i colori che simboleggiano i tre stadi dell&#8217;Arte Regia, nigredo, albedo e rubedo&#8230; Nella prima fase – l&#8217;Opera al Nero, la Notte dell&#8217;Anima che folgorò <strong>Carl Gustav Jung</strong> – avviene la dissoluzione dell&#8217;individualità, la disgregazione delle certezze. Ebbene, nella Loggia Nera ogni personaggio incontra la propria parte oscura – l&#8217;ombra, direbbe sempre Jung. Con la quale occorre riconciliarsi. Parola di David Lynch: «Raggiungere lo spirito divino attraverso la conoscenza della combinazione degli opposti. È questo il nostro viaggio». Interpretazioni azzardate? Basterebbe dare un&#8217;occhiata al curriculum dei due registi di Twin Peaks&#8230; <strong>David Lynch</strong> pratica la Meditazione Trascendentale, creata e portata in Occidente da Maharishi Mahesh Yogi (il guru dei Beatles, per capirci). Una pratica non priva di legami con le sue varie attività, come ha rivelato lui stesso: «Il programma di Meditazione Trascendentale che pratico da anni ha svolto un ruolo fondamentale per il mio lavoro nell&#8217;ambito del cinema e della pittura e di ogni sfera della mia vita; è stato un modo per immergermi in acque sempre più profonde».</p>



<p>Parola di un gigante del cinema.</p>



<p>Ah, dimenticavo. C&#8217;è anche qualcosa da non vedere: <em><strong>Borderlands </strong></em>(uscito in questi giorni) che è un insulto ai gamer, a chi ama il cinema, e a tutte le forme di vita organica. Si potrebbe dire che questo è semplicemente il peggior film tratto da un videogioco di sempre, ma anche così non sarebbe abbastanza. E di mezzo ci va pure la (brava) <strong>Cate Blanchett</strong>. Il livello di qualità dei film tratti dai videogiochi è sempre stato incredibilmente basso, e il motivo per cui queste trasposizioni da schermo a schermo siano così difficili da realizzare è un argomento per un altro giorno. <em>Borderlands</em> non soffre solo delle solite difficoltà nel trasportare qualcosa di enormemente popolare da un medium all&#8217;altro, sperando che la maggior parte degli elementi amati e vitali non si perda nella traduzione. È, senza mezzi termini, un terribile spreco di tempo, talento e pixel. Neanche il piacere di vedere <strong>Cate Blanchett</strong> roteare pistole e fare a botte riesce a salvare questo film.</p>



<p class="has-text-align-right">Carlo Di Stanislao</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2024/08/18/agosto-al-cinema-annotazioni-e-spigolature-con-un-po-di-oscuro/">Agosto al cinema, annotazioni e spigolature  (con un po&#8217; di oscuro)</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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		<title>Cinema. David di Donatello, &#8216;Le otto montagne&#8217; miglior film. Palmerini vince per il Miglior Suono</title>
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		<pubDate>Thu, 11 May 2023 19:11:37 +0000</pubDate>
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<p>Il meglio del cinema italiano ha animato a Roma gli studi Lumina per la 68esima edizione dei premi David di Donatello, condotta da Carlo Conti e Matilde Gioli. </p>



<p>Il miglior film dell&#8217;anno è &#8216;Le otto montagne&#8217; di Felix van Groeningen e Charlotte Vandermeersch. Il film, con Alessandro Borghi e Luca Marinelli, si è aggiudicato anche il premio per la Miglior sceneggiatura non originale, il Miglior autore della fotografia e il Miglior suono. Quest&#8217;ultimo premio è stato assegnato all&#8217;aquilano Alessandro Palmerini, in collaborazione con Alessandro Feletti (post-produzione) e Marco Falloni (mix).</p>



<p>A trionfare anche &#8216;Esterno Notte&#8217; di Marco Bellocchio (Miglior regia, Miglior attore protagonista, Miglior trucco e Miglior Montaggio), e &#8216;La stranezza&#8217; di Roberto Andò (Miglior sceneggiatura originale, Miglior produttore, Migliori costumi e Miglior scenografia). Miglior attrice protagonista è Barbara Ronchi per &#8216;Settembre&#8217; di Giulia Louise Steigerwalt. Dopo il tradizionale discorso con il premio tra le mani, Ronchi ha dichiarato: &#8220;l&#8217;associazione Amleta ha il mio totale sostegno&#8221;. Miglior attore non protagonista è Francesco di Leva per &#8216;Nostalgia&#8217; di Mario Martone e la Miglior attrice non protagonista è Emanuela Fanelli per &#8216;Siccità&#8217;. &#8220;Grazie al regista Paolo Virzì per avermi guardata. Non so come abbia pensato a me. Lo ringrazio per voler così bene agli attori e agli esseri umani. E poi ringrazio Valerio Lundini, con il quale ho lavorato alla trasmissione &#8216;Una pezza di Lundini'&#8221;, ha detto Fanelli.</p>



<p>Premiata anche Elodie per &#8216;Proiettili (Ti mangio il cuore)&#8217;, musica di Joan Thiele, Elisa Toffoli, Emanuele Triglia, testi e interpretazione di Elodie, Joan Thiele. Il brano ha accompagnato &#8216;Ti mangio il cuore&#8217; di Pippo Mezzapesa. Il film vede come protagonisti Elodie e Francesco Patanè. &#8220;Non me l&#8217;aspettavo anche perché non vinco mai. La cosa che conta è incontrare persone generose e fare cose per bene&#8221; ha detto la cantante emozionata. Tra gli ospiti della serata Noemi. La cantante sul palco dei David 68 con un omaggio ad Anna Magnani interpretando con piano e voce &#8216;Com&#8217;è bello fa&#8217; l&#8217;amore quanno è sera&#8217;. Special guest anche Matt Dillon che ha consegnato il David Speciale a Isabella Rossellini. &#8220;I miei genitori sono stati meravigliosi non solo nel cinema ma come papà e mamma, erano buffi, allegri, avevano passione per l&#8217;avventura e per il cinema. Io ho cercato di seguirli nell&#8217;amore per l&#8217;avventura&#8221; ha detto la figlia di Roberto Rossellini e Ingrid Bergman. &#8220;Qualcuno mi chiede sempre sulla bellezza ed io do sempre la stessa risposta che mi ha dato Richard Avedon, grande fotografo di moda: &#8216;essere modella è come essere un&#8217;attrice di cinema muto, io fotografo le tue emozioni, e non c&#8217;è bellezza senza emozioni'&#8221;, ha concluso Isabella Rossellini.</p>



<p>Un altro David Speciale è andato ad Enrico Vanzina. &#8220;Saper raccontare ha una funzione sociale. Saper far ridere fa parte di una grande fetta del cinema italiano del dopoguerra. Questo premio lo dedico a mio padre Steno che non altri registi come Monicelli o Dino Risi ha riportato il buon umore in questo Paese. Senza la commedia italiana il nostro cinema sarebbe stato più piccolo. La mia famiglia fa parte di immaginario collettivo. Sono fiero di essere stato figlio di Steno e fratello di Carlo&#8221;, ha detto Vanzina. &#8220;Oggi Mattarella ha detto &#8216;chi vuole viaggiare felice deve viaggiare leggero&#8217;. Ai funerali di mio fratello Carlo- continua il regista- Gigi Proietti disse: &#8216;La leggerezza spesso non è superficialità'&#8221;. Infine, Vanzina ha ringraziato sua moglie &#8220;che non si è mai impicciata di cinema, però ha insegnato il senso della vita&#8221;. Sul palco dei David un ricordo per Gina Lollobrigida, Ivano Marescotti, Maurizio Costanzo, Alessandro D&#8217;Alatri, Citto Maselli e a tutti coloro che sono scomparsi quest&#8217;anno. L&#8217;omaggio è stato accompagnato da &#8216;Love of my life&#8217; dei Queen interpretato da Matteo Bocelli (voce e piano). Tra i premiati anche la produttrice Marina Cicogna con il David alla Carriera, il David dello Spettatore a &#8216;Il grande giorno&#8217; con Aldo, Giovanni e Giacomo, il David alla Miglior Regia d&#8217;esordio a Giulia Louise Steigerwalt per &#8216;Settembre&#8217; e il David al Miglior Cortometraggio a &#8216;Le variabili dipendenti&#8217; di Lorenzo Tardella. E ancora, il David Giovani a &#8216;L&#8217;ombr a di Caravaggio&#8217; di Michele Placido e il David al Miglior film internazionale a &#8216;The Fabelmans&#8217; di Steven Spielberg.</p>
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