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	<title>leucemia Archivi - L&#039;Impronta L&#039;Aquila</title>
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		<title>Calcio. Mihajlovic, la retorica del lutto e il mito del buon cattivo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Dec 2022 19:24:32 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Sinisa Mihajlovic ha smesso di essere Sinisa Mihajlovic nel momento stesso in cui scelse una conferenza stampa per annunciare la leucemia. Pur restando incontestabilmente lui &#8211; la sua impronta sulla terra, pesantissima &#8211; infilò un filtro, una patina, tra se stesso e la sua narrazione. Mihajlovic divenne buono. Cattivo ma buono. Una discordanza aderente al personaggio, molto più della melassa postuma, solitamente riservata a chi se n&#8217;è già andato. Una misura diluente. Sinisa Mihajlovic, l&#8217;uomo più che il campione e l&#8217;allenatore, ha invece fatto di tutto per ribaltare la retorica della pietà che lo ha attorcigliato da quando s&#8217;è ammalato. Ha giocato a fare il cattivo, ancora di più se si ostinavano a raccontarlo buono. E più lo &#8220;perdonavano&#8221;, più lui si affilava. &#8220;E quell&#8217;infame sorrise&#8221;, come Franti nel Libro Cuore. Ma no, non sorrideva sempre. E non salutava sempre. Le formule del ricordo ricompongono i pezzi rotti, servono a quello. Anche quando non ce n&#8217;è bisogno. C&#8217;è un sacco di gente che censura le proprie malattie. Altri si nascondono dietro i malanni. Perché diventano un pregiudizio, un&#8217;arma o uno scudo. Lui ha attaccato e s&#8217;è difeso, finendo travolto suo malgrado dalla pelosa gonfiezza della &#8220;battaglia da vincere&#8221;, del &#8220;guerriero contro il male&#8221;, che pure alimentava in prima persona. Una letteratura supereroistica di esseri umani capaci di combattere il cancro con la tigna. &#8220;Ha vinto&#8221;, si dice spesso di chi è guarito. Offendendo di rimbalzo chi &#8220;ha perso&#8221;, come se la malattia fosse un avversario per agonisti della vita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mihajlovic si è lasciato riprendere tutto d&#8217;un pezzo, con la coppola e il ciondolo, l&#8217;estetica da allenatore di pugili un po&#8217; suonato, un Mickey di Rocky Balboa. Perché è rimasto fedele alle sue variazioni di carattere e d&#8217;umore. E alla sua evoluzione: la mai smentita partigianeria misogina e fascistoide infine addolcita dalla maturità. Una parte del mondo l&#8217;aveva nel frattempo &#8220;salvato&#8221; dal suo passato. Un indulto non richiesto. Gli aveva cancellato dalla fedina mediatica l&#8217;onore alla tigre Arkan, la rilettura dei genocidi, le aderenze ideologiche con la curva della Lazio. L&#8217;altra parte, ostinata, lo rivoleva generoso, fiero e ruvido, insofferente, scortese e sgarbato. Se c&#8217;è uno cui gli altarini facevano schifo, era Mihajlovic. Non è riuscito a tirarsi fuori dal tranello. Dal momento dell&#8217;annuncio ha solo potuto osservare la mutazione di prospettiva. Una volta nazionalista amico dei criminali di guerra, un&#8217;altra Garrone. La malattia &#8211; ma più che altro la confessione impudica dell&#8217;essere malato &#8211; ha disinnescato un&#8217;immagine che s&#8217;era creato ad arte, rifilandone gli spigoli come un arrotino. Il popolo smanioso della altrui repellenza si sfama degli scoppi d&#8217;ira, del politicamente scorretto, dei commenti trucidi. Gliene ha forniti finché ha potuto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A Mihajlovic è sempre piaciuto parlare di se stesso, delle sue idee, delle sue radici. Di quelle soprattutto. Ha celebrato la sua stessa aneddotica, la sua storia di figlio di madre croata e padre serbo, la famiglia dispersa ai primi accenni di guerra. E&#8217; stato lui a raccontare di quella partita &#8211; la finale della Coppa di Jugoslavia tra Hajduk Spalato e la sua Stella Rossa &#8211; in cui si ritrova faccia a faccia con Igor Stimac, difensore croato dell&#8217;Hajduk, che per provocarlo gli dice: &#8220;Prego Dio che i nostri uccidano tutta la tua famiglia a Borovo&#8221;. &#8220;Avrei potuto ammazzarlo a morsi&#8221;, disse qualche anno dopo. Grazie all&#8217;intercessione di Arkan la famiglia di Mihajlovic fu portata in salvo, da Borovo a Belgrado. E lui gliene renderà merito. Quando Mihajlovic arriva sulla panchina della Fiorentina, Adriano Sofri scrive su Repubblica: &#8220;Arkan era stato il capo degli ultras della Stella Rossa, quando era ancora un feroce delinquente comune, e prima di diventare un capo di massacratori, stupratori, torturatori, kapò e saccheggiatori di migliaia di civili innocenti. Mihajlovic era amico di Arkan, e si dice fiero di non rinnegare gli amici: ma c&#8217;è una differenza fra rinnegare un&#8217;amicizia e ripetere ancora oggi che &#8216;Arkan è stato un eroe del popolo serbo&#8217;. Dice Mihajlovic: &#8216;Siamo un popolo orgoglioso. Siamo tutti serbi. Preferisco combattere per un mio connazionale&#8217;. La frase dell&#8217;orgoglioso Mihajlovic somiglia a quella che avrebbe potuto dire un tedesco al tempo di Hitler: &#8216;Siamo un popolo orgoglioso. Siamo tutti tedeschi. Preferisco combattere per un mio connazionale&#8217;. La dissero in tantissimi, pochissimi invece se ne vergognarono. Quei pochissimi riscattarono l&#8217;umanità&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A malattia sopraggiunta è scattato il riscatto in contumacia, hanno ritrattato altri al posto suo. Per percezione: le lacrime, il racconto della resistenza, la squadra che gli si stringe attorno. Tutti i &#8220;tropi&#8221; di un copione salvifico che ha di fatto superato gli errori del passato. Del &#8220;macellaio di Bosnia&#8221;, Mladic, uno condannato dal Tribunale internazionale dell&#8217;Aia per crimini contro l&#8217;umanità e genocidio, contrabbandato per &#8220;grande guerriero che combatte per il suo popolo&#8221;. Del &#8220;negro di merda&#8221; in faccia a Vieria durante un Lazio-Arsenal di Champions League, per il quale non si scusò mai; puntualizzò che l&#8217;offesa era &#8220;merda&#8221; non certo &#8220;negro&#8221;. Vieira &#8211; diceva &#8211; non ha avuto il coraggio da uomo di ammettere le sue provocazioni: &#8220;A Donetsk un mese fa mi hanno spaccato uno zigomo: non ho fiatato&#8221;. All&#8217;Inter, da secondo di Mancini, lo ritrovò, Vieira. E anche Ibrahimovic, che in un Juventus-Inter del 2005 gli aveva rifilato una testata. Finirono a cantare a braccetto, con Fiorello e Amadeus, &#8220;Io vagabondo che sono io&#8221; al Festival di Sanremo. Alla Fiorentina capitò lo stesso con Mutu, al quale aveva sputato durante un Lazio-Chelsea di Champions League. I cerchi della vita si chiudono sempre, prima o poi. E lui ci teneva a chiuderli tutti: &#8220;Le persone cambiano. Quando ero giovane, andavo a sottrazione, andavo a dividere il noi dagli altri, avevo bisogno dei nemici perché era quello che mi stimolava. Ho imparato tanto, ho capito tante cose&#8221;. I condoni dell&#8217;anima, quelli non gli sono mai interessati.</p>
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