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	<title>psicologa Archivi - L&#039;Impronta L&#039;Aquila</title>
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		<title>Coronavirus. Psicologa: &#8220;Come in guerra,  attivato archetipo vita/morte&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Mar 2020 15:21:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ogni giorno le persone si siedono ed aspettano il report della protezione civile, ed ogni giorno l&#8217;angoscia aumenta parimenti ai numeri che si innalzano comparendo sullo schermo. Cosa accadra&#8217; quando questi bollettini finiranno e torneremo alla vita normale? &#8220;Noi psicologi sappiamo come la dimensione collettiva di un fenomeno la si deduce dalle conseguenze sulle persone, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ogni giorno le persone si siedono ed aspettano il report della protezione civile, ed ogni giorno l&#8217;angoscia aumenta parimenti ai numeri che si innalzano comparendo sullo schermo. Cosa accadra&#8217; quando questi bollettini finiranno e torneremo alla vita normale? &#8220;Noi psicologi sappiamo come la dimensione collettiva di un fenomeno la si deduce dalle conseguenze sulle persone, allo stesso modo in cui un sintomo determina conseguenze sull&#8217;individuo che ne e&#8217; portatore. Questo virus ci ha portato a misure estreme, che toccano due capisaldi della dimensione vitale: ci ha costretti all&#8217;isolamento, interrompendo le nostra necessita&#8217; relazionali legate ad &#8216;avere un corpo&#8217;, e ha attivato una vera e propria angoscia nutritiva, che vede file lunghe formarsi fuori dai supermercati appena l&#8217;informazione &#8216;virale&#8217; comunica che chiuderanno anch&#8217;essi, magari per qualche ora. È una situazione simile ad una guerra, dove l&#8217;archetipo legato alla dimensione vita/morte si attiva, grazie all&#8217;isolamento e alla solitudine che necessariamente il collettivo richiede&#8221;. Parla alla Dire Mara Breno, psicoterapeuta di Milano, docente e supervisore della Scuola di specializzazionedell&#8217;Istituto Aneb (Associazione nazionale di ecobiopsicologia). &#8220;Tutto cio&#8217; inoltre apre una prospettiva ulteriormente destabilizzante, legata alla crisi che si profila nel mondo del lavoro e dell&#8217;economia- continua Breno- che rende impotente il nostro Io collettivo, ponendogli una riflessione su un futuro che dovra&#8217; necessariamente cambiare la propria visione del mondo&#8221;. L&#8217;incertezza, a partire dal non sapere quanto durera&#8217; e cosa potra&#8217; accadere dopo, &#8220;genera ansia, stress, paura e in chi e&#8217; piu&#8217; reattivo, rabbia. La coda di malessere che tutto questo portera&#8217; &#8211; spiega la terapeuta- occupera&#8217; i professionisti della salute che potranno trovarsi a trattare sintomi post-traumatici o seguenti a un lutto reale o esperienziale, come depressione e ansia. Come dopo un terremoto, lo shock, la paura, il panico sono reazioni naturali alla catastrofe &#8211; la paura, infatti, e&#8217; una reazione istintiva e sana al pericolo &#8211; vedremo alcune persone rispondere con una maggior resilienza, mentre altre, forse la maggior parte, non sara&#8217; in grado di affrontare il cambiamento, e dara&#8217; segnali significativi di disagio&#8221;.</p>
<p>Quando accade qualcosa di traumatico, o comunque costrittivo di questa entita&#8217;, &#8220;inevitabilmente va ad attivare quei traumi primari, relazionali, che abbiamo registrato nella nostra memoria implicita- spiega la docente della Scuola Aneb- e che in base alla loro entita&#8217; mettono in campo le nostre risorse oppure no&#8221;. Quali conseguenze tragiche puo&#8217; portare allora una pandemia? &#8220;Possiamo provare a immaginarle attraverso la conoscenza di cos&#8217;e&#8217; un virus? &#8211; chiede la psicoterapeuta- È innanzitutto una fonte informativa che evolutivamente si colloca tra le forme non viventi e le forme viventi. È una particella formata da Rna o Dna con attorno una capsula proteica. Quando arriva su una cellula- spiega- fa penetrare il suo Dna e induce gli organi della cellula a lavorare per lui, cioe&#8217; a riprodurre se stesso. Ma la cellula rispetto al virus ha una sua identita&#8217; vitale ben precisa, costituita dalla sua capacita&#8217; di adattarsi al suo ambiente, di entrarvi in relazione, di nutrirsi, di autoriprodursi e autoripararsi. Secondo una lettura ecobiopsicologica, che analogicamente rapporta cio&#8217; che accade nell&#8217;infrarosso del corpo all&#8217;ultravioletto delle produzioni psichiche, la riflessione che possiamo porre e&#8217; questa: la cellula ha i suoi &#8216;organi&#8217; che la fanno vivere, cosi&#8217; come la psiche ha analoghi &#8216;organi&#8217; che la fanno vivere. Le nostre idee emotive sono guidate dai valori, dalle attitudini e dall&#8217;appartenenza sociale&#8221;. Cosa potrebbe significare questo virus rapportato alla nostra psiche collettiva, quali valori e appartenenze sta facendo scricchiolare? &#8220;Collettivamente non abbiamo una risposta certa, poiche&#8217; un simbolo non esaurisce la sua espressivita&#8217; in un unico significato. Potremmo chiederci se dipenda dall&#8217;individualismo che la nostra societa&#8217; ha prodotto rispetto all&#8217;esigenza di individuazione dell&#8217;essere umano- continua Breno- o se siamo davanti ad una ideologia consumistica che viene messa in crisi&#8221;.</p>
<p>La psicoterapeuta Aneb fa riferimento a quel sistema economico per cui &#8220;appena arrivano i saldi molti comprano tre abiti al prezzo di uno, anche se ne hanno bisogno solo di uno. E questo implica fabbriche in piu&#8217; per produrre, a cascata determina nell&#8217;ambiente un aumento di CO2, la quale accumulata scioglie i ghiacci del Polo Nord e secondo gli scienziati entro il 2080/2100 se non cambiano l&#8217;economia rendendola ecocompatibile ed ecosostenibile, lo scioglimento dei ghiacci innalzera&#8217; il livello dei mari da tre a sei metri. Cio&#8217; significa, ad esempio, che tutte le citta&#8217; sulla costa spariranno e, per rimanere in Italia, tutta la pianura padana sara&#8217; invasa dalle acque del mare con conseguenze devastanti&#8221;. Questo ragionamento potrebbe continuare, facendone riferimento ad &#8220;altre ideologie o ricerca di &#8216;status&#8217; sociali come riconoscimento identitario. Se i segnali collettivi sono ad esempio questi- precisa Breno- potremo noi ascoltarli e andare verso un&#8217;economia che possa diventare ecosostenibile? Potremo rispettare il mondo Di Gaia, un ecosistema vivo che si autoregola esattamente come le specie viventi che la popolano, di cui l&#8217;uomo fa parte? E infine- sottolinea- possiamo pensare che attraverso questa pandemia che ci porta a stare isolati, a consumare meno, il singolo individuo sia in grado, quando torneremo a una vita normale, non solo di curare i traumi personali inevitabilmente attivati, ma anche di contribuire ad una coscienza collettiva che cambiando possa integrarsi con Gaia?&#8221;. Peter Russel, fisico e psicologo, esperto di informatica e di meditazioni, auspico&#8217; alla fine degli Anni 90 questo potenziale cambiamento interiore, nominandolo come &#8220;il sorgere di un &#8216;superorganismo sociale&#8217;, in cui il singolo e il gruppo avvertiranno la loro appartenenza alla Terra, in un unico sistema in cui siamo interconnessi. In questo- conclude- credo che noi professionisti della salute potremo contribuire molto&#8221;. </p>
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		<title>La psicologa Salomoni: “Le madri troppo presenti intaccano la socialità dei figli”</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Jun 2019 20:40:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Serenella Salomoni, psicologa, psicoterapeuta, sessuologa e terapista di coppia è intervenuta è intervenuta nella trasmissione ‘Un Giorno da ascoltare’ condotta da Arianna Caramanti e Camilla Vitanza su Radio Cusano Campus per parlare del rapporto tra genitori e figli. Il senso di colpa dei figli. “Il rapporto tra genitori e figli è complicato per entrambi. I [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Serenella Salomoni, psicologa, psicoterapeuta, sessuologa e terapista di coppia è intervenuta è intervenuta nella trasmissione ‘Un Giorno da ascoltare’ condotta da Arianna Caramanti e Camilla Vitanza su Radio Cusano Campus per parlare del rapporto tra genitori e figli.</p>
<p>Il senso di colpa dei figli. “Il rapporto tra genitori e figli è complicato per entrambi. I genitori sono responsabili di tutti gli ambiti educativi dei figli. I ragazzi non vengono più cresciuti come una volta, quando un neonato diventava un impegno collettivo della società, del quartiere. Oggi i genitori lavorano e i bambini sono più soli rispetto al passato. Inoltre, il bambino ha poco tempo per poter sviluppare il rapporto con il genitore: i genitori devono essere conosci di quello che mettono in atto nell’educazione del bambino.</p>
<p>Un figlio si sente in colpa di lasciare il nucleo familiare quando c’è un solo genitore, andando a ricoprire così il posto di responsabilità del padre. Questo avviene nei casi di divorzio, e addirittura anche nei casi la madre si sia rifatta una vita. E’ normale che un figlio che parte si senta in colpa di lasciare la madre. Questo processo può verificarsi anche nei casi in cui il ragazzo sia cresciuto nel cerchio magico materno, non riuscendo così a specchiarsi in un rapporto maschile con il padre. I ragazzi diventano così i sostituti dei padri.</p>
<p>I figli che si sentono in colpa perché vivono all’estero sono una tipicità del nostro Paese. I giovani italiani non sono abituati a spostarsi frequentemente. Negli Stati Uniti i ragazzi escono di casa a 17 anni. Non tutte le famiglie hanno, però, le possibilità economiche di mandare i figli all’estero: allo stesso modo le ristrettezze economiche diventano una scusa per accudire il figlio fino alla tarda età. L’eccessivo accudimento materno ha inevitabilmente una conseguenza diretta sulla coppia. Si generano così due situazioni nella relazione: o la donna non vuole in alcun modo ricoprire un ruolo materno o lo vuole troppo.</p>
<p>L’eccessiva presenza di nonni e madri. “La nuova famiglia non deve mai dipendere dalla famiglia di origine. L’eccessiva presenza dei nonni è dannosa perché mina il ruolo dei genitori. Serve più autonomia psicologica ma soprattutto fisica. I nonni non possono intervenire nella quotidianità.</p>
<p>L’adolescente ha bisogno di confrontarsi con il lato paterno genitoriale: in questo senso la madre dovrebbe lasciare più spazio. Il bambino forma molti tratti della sua personalità nei primi cinque sei anni della sua vita: tutto questo dev’essere fatto lontano dalla madre. La socialità si sviluppa in questo momento e una madre troppo presente va ad intaccare lo sviluppo di questo tratto della personalità sostituendo tutti le sfere della socialità.</p>
<p>Esistono anche donne mammone. La donna può diventare dipendente dalla madre ma si confronta pur sempre con una figura femminile. Le donne dipendenti dalle madri non si sentiranno mai autonome e cercheranno sempre il sostegno delle madri anche nell’educazione dei loro stessi figli.”</p>
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		<title>Unioni civili, la psicologa: “Dibattito viziato dal pregiudizio”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Jan 2016 17:26:24 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>‘C’è molta ideologia e pregiudizio in questo dibattito. <strong>Non riesco a comprendere, come psicoterapeuta, perché negare a un bambino, che già vive in una famiglia composta da due persone omosessuali, la possibilità di essere adottato dal compagno del papà biologico, ad esempio, se non per motivi che siano strettamente legati alla capacità genitoriale</strong>. Si potrebbe piuttosto decidere di svolgere un’indagine sulle capacità genitoriali, come già avviene per le coppie adottive che sono tenute a seguire una formazione. <strong>Negare questa possibilità a priori, soprattutto se il bambino c’è già ma anche se deve ancora nascere, mi sembra un atto viziato di pregiudizio e appesantito dall’ideologia</strong>. Di fatto<strong> non esiste alcuna prova scientifica o empirica</strong> sulla possibilità che il bambino possa crescere meno bene’. È il commento di<strong>Paola Terrile,</strong> psicologa analista del Centro italiano di psicologia analitica (Cipa) – Istituto dell’Italia Settentrionale, e autrice del libro ‘Figli che trasformano. La nascita della relazione nella famiglia adottiva’ (Franco Angeli), interpellata dall’agenzia Dire sul ddl Cirinnà in tema di unioni civili e stepchild adoption.</p>
<p>‘I nostri strumenti teorici, metodologici e giuridici <strong>non sono così aggiornati per comprendere appieno la varietà di forme familiari esistenti oggi.</strong> Un conto è cercare, sul piano clinico, di affrontare le difficoltà- prosegue la psicoterapeuta- un altro è partire già con un pregiudizio. <strong>I pregiudizi sono scorciatoie di pensiero che spesso si accentuano in un periodo storico di cambiamenti sociali.</strong> Ricordiamoci quello che dicevano i cattolici negli Anni 80: ‘I figli dei separati hanno più problemi’. Si trattava di un pregiudizio, adesso ampiamente sfatato’.</p>
<p><em>Cosa succede, a livello psicologico, a un bambino che cresce in una famiglia omogenitoriale?</em> ‘In base alla mia esperienza, <strong>due genitori dello stesso sesso tendono comunque a una divisione dei ruoli.</strong> Sono famiglie che sperimentano nuove forme di condivisione e c’è sempre uno che assume – vuoi per le dinamiche interne alla coppia che per le maggiori predisposizioni personali – un ruolo prevalentemente materno e l’altro uno più paterno. In pratica- chiarisce l’esponente del Cipa Settentrionale- si verifica nel tempo una specie di ‘aggiustamento’ spontaneo nei confronti dei bisogni affettivi del bambino, che naturalmente non è scevro da difficoltà. Se questa dinamica verrà messa in atto spontaneamente, il bambino si troverà nelle condizioni per uno sviluppo equilibrato. Piuttosto- afferma Terrile- <strong>il problema non nasce sul piano familiare ma sociale, perché il minore si sente diverso dagli altri.</strong> La stessa dinamica avviene con i bambini stranieri adottati. A Torino ho in terapia coppie omosessuali composte da donne che mi rivelano di cercare asili e scuole dove ci siano insegnanti più aperti, o altre famiglie dello stesso tipo, affinché il loro bambino non si senta isolato’. Sul piano affettivo, continua Terrile, ‘i bisogni del minore afferiscono soprattutto all’aspetto psicologico del ruolo. Quello paterno dà norme ed è maggiormente rivolto al rapporto con il mondo esterno, quello materno è affettivo e accogliente, rivolto al mondo interno. <strong>Magari i genitori omosessuali possono avere entrambe le caratteristiche ed essere intercambiabili tra loro, ma ciò che conta è che uno dei due assuma via via prevalentemente l’uno o l’altro ruolo</strong>‘.</p>
<p><em>Non è vero che un piccolo che cresce in famiglie omogenitoriali svilupperà poi inclinazioni omosessuali</em>? ‘Assolutamente no- risponde decisa la psicologa- <strong>diciamo che questi minori avranno più scelta, conoscendo entrambi i mondi.</strong> Magari e’ piu’ probabile il contrario, di solito nell’adolescenza i ragazzi si ribellano e, se frequentano un ambiente omo, è molto più probabile che assumano attitudini etero. Non generalizziamo mai però- aggiunge- sto riferendomi ad ambienti con un buon livello di riflessività e di attenzione al bambino. In ogni caso, il fatto che le famiglie omogenitoriali e adottive debbano lottare contro il pregiudizio fa sì che la sensibilità verso i bisogni del figlio e l’attenzione nel creare una famiglia il più equilibrata possibile sia un po’ più elevata rispetto alle famiglie tradizionali. Loro sentono il mondo contro, perché fanno più fatica e sanno che i figli faranno più fatica, non essendoci per loro, a differenza degli altri, niente di scontato. <strong>Sono persone che attivano molte risorse</strong>, si rendono conto che il loro percorso è più difficile e nuovo nella nostra cultura, vivono una sfida e non vogliono perderla’.</p>
<p><em>Cameron, il primo ministro inglese, vuole introdurre in Inghilterra una formazione per tutti i genitori. Lei cosa ne pensa?</em> ‘Sono d’accordissimo. Oggi ad esempio vedo due pazienti singoli nella mattina e tre famiglie, di cui una adottiva e due naturali, nel pomeriggio, per parlarmi dei loro bambini insieme a loro. I genitori, quelli naturali, hanno avuto l’input da amici con figli adottivi, che considerano importante affrontare le difficoltà allo stato nascente. Ecco- sottolinea la terapeuta-<strong>bisogna promuovere la cultura del chiedere aiuto</strong> e aprire uno spazio di discussione, come alternativa al far esplodere i problemi quando è troppo tardi’.</p>
<p>È un discorso di prevenzione, secondo la psicologa analista del Cipa, ‘che tra l’altro fa risparmiare molti soldi allo Stato. Invita i genitori a fermarsi e a pensarsi insieme come padre e madre, a prescindere se siano o meno omoparentali, per capire cosa significhi questo nella relazione familiare. <strong>È una novità culturale che andrebbe incrementata anche da noi.</strong> Dobbiamo capire che dallo psicologo non si va solo per fare una terapia lunga- chiosa Terrile- ma per imparare a stare meglio con chi ci circonda. A volte possono essere sufficienti una o due sedute, se le difficoltà vengono colte allo stato iniziale. La psicoterapia aiuta ad attivare una funzione riflessiva sulle proprie relazioni, sulla funzione di genitore e su quella di figlio, offrendo anche ai bambini (quando sono grandicelli) uno spazio per esprimersi. A volte- rivela Terrile- i bambini si esprimono più chiaramente davanti a terzi, dando ai genitori elementi in più per cambiare atteggiamento e portare alla coscienza piccoli comportamenti errati’.</p>
<p><em>La controproposta a un mondo di pregiudizi è quindi più formazione e confronto?</em> ‘<strong>Il pregiudizio che cos’è se non la manifestazione della paura del diverso?</strong>– chiede la psicologa analista- Non voglio dire banalità ricordando che le famiglie sono tante, che non ci sono solo quelle arcobaleno, ma anche le monoparentali e le ricomposte, che obbligano noi tutti a ripensare gli stessi strumenti interpretativi. Le categorie della psicologia diventano obsolete e pregiudizievoli, se adoperate in modo rigido in un mondo ricco di relazioni diverse. In questa fase storica noi psicoterapeuti dovremmo avere molta flessibilità mentale e metodologica, senza temere di dire ‘Non so”.</p>
<p>‘E’ essenziale metterci in un<strong> atteggiamento di apertura</strong> per vedere come si sviluppa la famiglia e come si rapporta il bambino a questi due genitori, siano essi due mamme o due papà, oppure una mamma e un papà. Così come il bambino va considerato come persona e rispettato nei suoi bisogni psicologici e fisici- ricorda la psicoanalista del Cipa-, allo stesso modo la consulenza va calata nella realtà di ogni singola famiglia alla ricerca di eventuali criticità. Dire che le difficoltà aumentino se hai due padri o due madri è un azzardo, viziato da paura e ideologia. Semmai- avverte- la confusività dei ruoli è a volte molto più forte nelle famiglie ricomposte e, paradossalmente, quando i genitori separati vanno d’accordo. Si creano così famiglie allargate molto articolate, piene di nonni e fratelli. Famiglie nuove e sotto traccia perché non regolamentate. È un fenomeno meno visibile, ma non meno problematico in potenza. Guardiamo a tutto- consiglia Terrile- anche in questi casi sarebbe utile proporre della consulenza genitoriale, esattamente come per le coppie gay che vogliono adottare’.</p>
<p><em>La stepchild adoption apre all’utero in affitto, cosa ne pensa?</em> ‘Sono contraria a un utero dato in affitto per denaro- replica la psicoterapeuta- <strong>in Canada la pratica è regolamentata a livello legislativo e accettata, purche’ non ci sia scambio di denaro. Si tratta sempre di fattori culturali.</strong>Dovremo rifletterci a fondo, per comprendere in quali termini questa questione possa essere accettata, piuttosto che bollarla negativamente come qualcosa di ideologicamente errato. La realtà è molto più variegata. Lo stesso vale per le adozioni, dovremmo ad esempio chiederci se anche i bambini nati dall’inseminazione artificiale, come per quelli adottati, sia possibile conoscere le loro origini (il donatore). Sono temi politici su cui non voglio pronunciarmi, però non chiuderei il dibattito, ma valuterei anche qui qual è l’interesse del bambino’.</p>
<p>Tutto questo confronto ‘necessita di tempo, decenni, prima di essere stabilizzato. Ai nostri giorni ci sono molti nuovi tipi di famiglie e siamo tutti assolutamente confusi. È questo un motivo per essere prudenti, prima di esprimere giudizi. Le mie stesse opinioni sono basate sulla mia esperienza professionale, le propongo per lo piu’ come ipotesi e non come convinzioni nette. <strong>Mi baso solo sulla constatazione che se i pregiudizi diventano dominanti emergono più facilmente i problemi psicologici.</strong> Come il bambino di colore adottato si sente diverso e pensa di essere meno degli altri e si chiede se deve negare le sue origini e stirarsi i capelli per assomigliare ai bambini bianchi, così i figli di famiglie arcobaleno- conclude- possono soffrire anche per problematiche non create dai loro genitori, ma da una società viziata da pregiudizi’.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Rachele Bombace &#8211; Dire</strong></p>
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		<title>“Pedalando”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Aug 2012 08:01:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ogni tanto vengo sorpresa da alcuni dei bellissimi ricordi che ho della mia infanzia, di quei pomeriggi interminabili passati a giocare con i miei vicini di casa —amici da sempre— e delle passeggiate in bicicletta. Da bambina mi piaceva molto andare in bici. Inforcare il mezzo a due ruote (senza rotelle) mi aveva dato un [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ogni tanto vengo sorpresa da alcuni dei bellissimi ricordi che ho della mia infanzia, di quei pomeriggi interminabili passati a giocare con i miei vicini di casa —amici da sempre— e delle passeggiate in bicicletta. Da bambina mi piaceva molto andare in bici. Inforcare il mezzo a due ruote (senza rotelle) mi aveva dato un certo status: non solo mi sentivo grande e indipendente, ma il &#8220;cordone ombelicale&#8221; si era esteso, allargandosi fino a qualche isolato più in là.</p>
<p>Possedere un mezzo di trasporto proprio a 8 o 9 anni non era una cosa da nulla. Mi aveva dato i primi strumenti per imparare a ritracciare la rotta su due piedi: i forti venti contrari, il caldo opprimente del sole pomeridiano, le condizioni del terreno (dopo un acquazzone era meraviglioso portare la bici nel fango) e, comunque, mi aiutava a partecipare attivamente alle mie prime &#8220;iniziative di gruppo&#8221;: la responsabilità di dare un passaggio a qualche amica o di portare la più esile della banda seduta sul manubrio&#8230; avventure epiche!</p>
<p>La mia bicicletta non era nuova, era stata il veicolo delle mie sorelle e —ad essere onesti— era un po&#8217; un catorcio. Sognavo in silenzio di averne una nuova, una come quelle delle pubblicità in TV, e così scelsi con grande cura ed entusiasmo il numero della lotteria del club che aveva un primo premio molto speciale: una bici con l&#8217;immagine di <em>Wonder Woman.</em></p>
<p>Ovviamente non vinsi la lotteria e non si materializzò la bici dei miei sogni. Venni presa dalla frustrazione e un giorno, tornando a casa, un piccolo difetto meccanico del mio veicolo fece esplodere ciò che oggi definirei senza esagerazione come un &#8220;episodio furioso&#8221;. Urla, grida, calci, rabbia&#8230; tutto quello che avevo a portata di mano per far sapere ai miei genitori (che identificavo chiaramente con la direzione generale del mondo) che volevo una bicicletta nuova fiammante, moderna, con tutti gli accessori&#8230; insomma, un gioiello su due ruote.</p>
<p>I miei genitori mi stettero a sentire e mi domandarono perché non avevo mai parlato della bicicletta dei miei sogni. Capii all&#8217;improvviso che loro erano al di fuori del potere del mio desiderio e che non avevo ottenuto ciò che desideravo semplicemente perché non l&#8217;avevo chiesto; non avevo concentrato la mia volontà nel posto giusto &#8230; e avevo subito un NO che io stessa avevo provocato.</p>
<p>Lasciando da parte i capricci, quante volte ci diciamo di NO boicottando i nostri legittimi desideri? Quante volte soffriamo in solitudine un&#8217;impossibilità &#8220;autoimposta&#8221;? Quante volte ci colmiamo di rabbia e risentimento invano, solo perché non abbiamo il coraggio di mettere chiaramente in evidenza ciò che vogliamo? Quante volte rimaniamo in attesa che gli altri decodifichino e compiacciano i nostri desideri? Quante volte rimaniamo bloccati nella richiesta?</p>
<p>Quante domande&#8230;</p>
<p>Adesso che non sono più una bambina mi rendo conto che posso avere desideri (è perfettamente lecito!) e raggiungere un accordo con le mie ambizioni come adulta.</p>
<p>Cerco di non &#8220;pedalare i miei desideri&#8221;, e mi rendo conto che quando lo faccio qualcosa in me sprigiona tanta felicità e vibra a frequenza così elevata e amplificata che non ho più bisogno di ricevere una bici nuova per sentirmi <em>Wonder Woman</em>.</p>
<p style="text-align: right;"> Alejandra Daguerre<br />
<em>psicologa e psicoterapeuta in Buenos Aires</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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