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	<title>rifugiati Archivi - L&#039;Impronta L&#039;Aquila</title>
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		<title>Burundi: rientrano i primi 500 profughi dal Ruanda</title>
		<link>https://www.improntalaquila.com/2020/08/28/burundi-rientrano-i-primi-500-profughi-dal-ruanda/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Aug 2020 14:47:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Circa 500 rifugiati del Burundi, scappati nel vicino Ruanda nel 2015 per scampare alle violenze scoppiate dopo contestate elezioni, hanno fatto oggi rientro a casa dopo cinque anni. I rifugiati hanno lasciato il campo di Mahama, che ospita piu&#8217; di 60.000 persone, dopo essere risultati negativi al test diagnostico per il Covid-19. Secondo Elise Villechalane, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Circa 500 rifugiati del Burundi, scappati nel vicino Ruanda nel 2015 per scampare alle violenze scoppiate dopo contestate elezioni, hanno fatto oggi rientro a casa dopo cinque anni. I rifugiati hanno lasciato il campo di Mahama, che ospita piu&#8217; di 60.000 persone, dopo essere risultati negativi al test diagnostico per il Covid-19. Secondo Elise Villechalane, una portavoce dell&#8217;agenzia dei rifugiati delle Nazioni Unite, (Unhcr), sono oltre 1.800 le persone che hanno fatto domanda per poter tornare nel loro Paese natale. &#8220;E&#8217; un momento storico &#8211; ha detto alla stampa locale il minsistro degli Interni burundese, Gervais Ndirakobuca &#8211; siamo contenti che i nostri cittadini stiano facendo ritorno, dopo tutti questi anni, a un Burundi in pace e con un nuovo e luminoso futuro davanti&#8221;. Il ministro ha aggiunto che il governo fara&#8217; &#8220;del suo meglio&#8221; per permettere a queste persone di fare una buona vita in patria. Nel 2015 l&#8217;allora presidente Pierre Nkurunziza, deceduto lo scorso giugno per un attacco cardiaco, si aggiudico&#8217; un terzo mandato dopo elezioni boicottate della opposizioni, che lo accusavano di violare la costituzione. Ne seguirono proteste e un tentativo di colpo di Stato, al quale il governo reagi&#8217; con arresti e violenze. Decine di migliaia di persone decisero di lasciare il Paese. Stando ai dati dell&#8217;Onu, circa 430.000 persone scappate dal Burundi vivono oggi in Ruanda. Il rientro dei rifugiati, secondo diversi analisti concordanti, e&#8217; da interpretare con un primo segnale dei miglioramenti nelle relazioni tra i due Paesi. Mercoledi&#8217; i capi delle due forze armate si erano incontrati per appianare le divergenze rispetto alle operazioni di rimpatrio, dopo che il presidente burundese Evariste Ndayishimiye aveva accusato il vicino di &#8220;tenere in ostaggio&#8221; i rifugiati.</p>
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		<title>Turchia: Erdogan bombarda i rifugiati in Kurdistan</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2020 18:37:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;La Turchia sta attaccando il Kurdistan, gli aerei da guerra turchi stanno bombardando il Kurdistan&#8221;: a denunciarlo il Centro curdo per i diritti umani, secondo il quale tra i luoghi attaccati dalle forze armate di Ankara ci sarebbe anche il campo rifugiati di Makhmour, istituito dalle Nazioni Unite nel 1998 e abitato da circa 15000 [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;La Turchia sta attaccando il Kurdistan, gli aerei da guerra turchi stanno bombardando il Kurdistan&#8221;: a denunciarlo il Centro curdo per i diritti umani, secondo il quale tra i luoghi attaccati dalle forze armate di Ankara ci sarebbe anche il campo rifugiati di Makhmour, istituito dalle Nazioni Unite nel 1998 e abitato da circa 15000 persone. Il governo del presidente Recep Tayyip Erdogan avrebbe bombardato il campo nonostante &#8220;la protezione dell&#8217;Onu&#8221;. Il gruppo di attivisti riferisce di bombardamenti in almeno 81 localita&#8217; della regione del Kurdistan con &#8220;60 aerei da guerra&#8221;. Per il Centro i media turchi hanno cercato di legittimare gli attacchi, affermando che si trattavano di operazioni contro i &#8220;terroristi&#8221;. I bombardamenti di oggi farebbero parte di un piano &#8220;precedentemente elaborato&#8221;: secondo quanto riferito dagli attivisti il capo dell&#8217;intelligence turca, Hakan Fidan, avrebbe visitato segretamente l&#8217;Iraq l&#8217;11 giugno per discutere dell&#8217;attacco sia con il governo federale sia con il governo regionale del Kurdistan. Entrambi gli esecutivi non si sono ancora pronunciati sull&#8217;attacco.</p>
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		<title>70 anni dalle Convenzioni di Ginevra: Amnesty denuncia all’ONU il fallimento</title>
		<link>https://www.improntalaquila.com/2019/05/23/70-anni-dalle-convenzioni-di-ginevra-amnesty-denuncia-allonu-il-fallimento/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 May 2019 18:10:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dialogo]]></category>
		<category><![CDATA[IN RILIEVO]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Amnesty International]]></category>
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		<category><![CDATA[onu]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Amnesty International ha sollecitato le Nazioni Unite a celebrare il 70° anniversario delle Convenzioni di Ginevra ponendo fine al catastrofico fallimento che vede milioni di persone nel mondo prive di protezione e costantemente devastate dalle violazioni delle leggi di guerra. &#160; Il 23 maggio il Consiglio di sicurezza ha svolto un dibattito aperto sulla protezione [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2019/05/23/70-anni-dalle-convenzioni-di-ginevra-amnesty-denuncia-allonu-il-fallimento/">70 anni dalle Convenzioni di Ginevra: Amnesty denuncia all’ONU il fallimento</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div>Amnesty International ha sollecitato le Nazioni Unite a celebrare il 70° anniversario delle Convenzioni di Ginevra ponendo fine al catastrofico fallimento che vede milioni di persone nel mondo prive di protezione e costantemente devastate dalle violazioni delle leggi di guerra.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Il 23 maggio il Consiglio di sicurezza ha svolto un dibattito aperto sulla protezione dei civili nei conflitti armati, 20 anni dopo aver posto per la prima volta quell’obiettivo nella sua agenda.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>“Vent’anni dopo l’impegno del Consiglio di sicurezza a fare il massimo per proteggere i civili nei conflitti armati e 70 anni dopo che le Convenzioni di Ginevra cercarono di tutelare le popolazioni civili dalle atrocità della Seconda guerra mondiale, il quadro complessivo è incredibilmente tetro”, ha dichiarato Tirana Hassan, direttrice di Amnesty International per le risposte alle crisi.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>“Le grandi potenze militari vantano cinicamente la ‘precisione’ delle azioni militari e la ‘chirurgicità’ degli attacchi che distinguerebbero tra combattenti e civili. Ma la realtà sul terreno è che i civili sono costantemente presi di mira nei luoghi in cui vivono, lavorano, studiano, pregano e cercano cure mediche.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Coloro che prendono parte ai conflitti uccidono e feriscono illegalmente e costringono milioni di persone alla fuga mentre i leader mondiali evitano di assumere responsabilità e voltano le spalle ai crimini di guerra e alle immense sofferenze prodotte”,&nbsp;ha aggiunto Hassan.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>“Russia, Cina e Usa continuano ad abusare del loro potere di veto per bloccare proposte di risoluzione che cercano di prevenire o fermare le atrocità. Ogni volta che ciò avviene, pongono in grave pericolo le persone che si trovano nelle zone di conflitto”,&nbsp;ha sottolineato Hassan.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Solo negli ultimi anni, Amnesty International ha documentato l’enorme disprezzo per la protezione dei civili e il rispetto del diritto internazionale umanitario in conflitti in cui erano e sono coinvolti quattro dei cinque stati membri permanenti del Consiglio di sicurezza: Russia, Usa, Regno Unito e Francia. Il quinto, la Cina, sta attivamente coprendo i&nbsp;<a title="https://www.amnesty.org/en/latest/news/2017/06/myanmars-borderlands-on-fire/" href="https://www.amnesty.org/en/latest/news/2017/06/myanmars-borderlands-on-fire/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">crimini di guerra</a>, i&nbsp;<a title="https://www.amnesty.org/en/latest/news/2018/06/myanmar-military-top-brass-must-face-justice-for-crimes-against-humanity-targeting-rohingya/" href="https://www.amnesty.org/en/latest/news/2018/06/myanmar-military-top-brass-must-face-justice-for-crimes-against-humanity-targeting-rohingya/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">crimini contro l’umanità e forse anche il genocidio&nbsp;</a>che chiamano in causa il vicino Myanmar.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Il disastroso fallimento nella protezione dei civili è stato evidente nella&nbsp;<a title="https://raqqa.amnesty.org/" href="https://raqqa.amnesty.org/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">riconquista di Raqqa</a>, in Siria, ad opera della Coalizione guidata dagli Usa, che ha causato l’uccisione di almeno 1600 civili; nella&nbsp;<a title="https://www.amnesty.org/en/latest/news/2017/11/syria-surrender-or-starve-strategy-displacing-thousands-amounts-to-crimes-against-humanity/" href="https://www.amnesty.org/en/latest/news/2017/11/syria-surrender-or-starve-strategy-displacing-thousands-amounts-to-crimes-against-humanity/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">devastazione massiccia di civili e infrastrutture civili da parte delle forze russe e siriane ad Aleppo</a>,&nbsp;<a title="https://www.amnesty.org/en/latest/news/2019/05/syria-security-council-must-address-crimes-against-humanity-in-idlib/" href="https://www.amnesty.org/en/latest/news/2019/05/syria-security-council-must-address-crimes-against-humanity-in-idlib/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Idlib</a>&nbsp;e altrove, dove sono stati commessi crimini di guerra e crimini contro l’umanità, col conseguente sfollamento di milioni di persone; e nella&nbsp;<a title="https://www.amnesty.org/en/latest/news/2015/09/yemen-the-forgotten-war/" href="https://www.amnesty.org/en/latest/news/2015/09/yemen-the-forgotten-war/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">guerra in Yemen</a>, dove la coalizione guidata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, sostenuta dalle armi occidentali, ha ucciso e ferito migliaia di civili mediante attacchi illegali e ha causato una delle peggiori crisi umanitarie mondiali.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Un’altra delle più gravi crisi umanitarie e dei diritti umani è quella della Somalia, dove tutte le parti in conflitto – compresi gli Usa – violano il diritto internazionale dei diritti umani e il diritto internazionale umanitario. Nonostante l’aumento, da due anni a questa parte, degli attacchi aerei nella loro guerra segreta in Somalia, gli Usa non hanno ammesso una singola vittima fino a quando&nbsp;<a title="https://www.amnesty.org/en/latest/news/2019/03/usa-somalia-shroud-of-secrecy-around-civilian-deaths-masks-possible-war-crimes/" href="https://www.amnesty.org/en/latest/news/2019/03/usa-somalia-shroud-of-secrecy-around-civilian-deaths-masks-possible-war-crimes/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Amnesty International non li ha costretti a farlo</a>.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>A partire dal 2008, Israele ha ripetutamente&nbsp;<a title="https://blackfriday.amnesty.org/" href="https://blackfriday.amnesty.org/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">colpito civili</a>&nbsp;e&nbsp;<a title="https://www.amnesty.org/download/Documents/MDE1500292014ENGLISH.PDF" href="https://www.amnesty.org/download/Documents/MDE1500292014ENGLISH.PDF" target="_blank" rel="noopener noreferrer">obiettivi civili&nbsp;</a>nelle operazioni militari a Gaza, causando grandi distruzioni e perdite di vite umane.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Tra marzo 2018 e marzo 2019, le&nbsp;<a title="https://www.amnesty.org/en/latest/news/2019/03/one-year-on-from-protests-gaza-civilians-devastating-injuries-highlight-urgent-need-for-arms-embargo-on-israel/" href="https://www.amnesty.org/en/latest/news/2019/03/one-year-on-from-protests-gaza-civilians-devastating-injuries-highlight-urgent-need-for-arms-embargo-on-israel/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">forze armate israeliane hanno usato la forza legale contro le manifestazioni dei palestinesi</a>, uccidendo almeno 195 persone tra cui medici, giornalisti e minorenni. I gruppi armati palestinesi hanno lanciato&nbsp;<a title="https://www.amnesty.org.uk/files/unlawful_and_deadly_web_1.pdf" href="https://www.amnesty.org.uk/files/unlawful_and_deadly_web_1.pdf" target="_blank" rel="noopener noreferrer">razzi indiscriminati</a>&nbsp;contro obiettivi civili nel sud d’Israele, causando molte vittime.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>In&nbsp;<a title="https://www.amnesty.org/en/latest/news/2017/07/south-sudan-sexual-violence-on-a-massive-scale-leaves-thousands-in-mental-distress-amid-raging-conflict/" href="https://www.amnesty.org/en/latest/news/2017/07/south-sudan-sexual-violence-on-a-massive-scale-leaves-thousands-in-mental-distress-amid-raging-conflict/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Sud Sudan</a>&nbsp;e in altri paesi, la violenza sessuale e di genere collegata ai conflitti ha raggiunto livelli scioccanti. Testimoni e vittime di una brutale offensiva condotta dalle forze governative tra aprile e luglio del 2018 nel nord del Sud Sudan hanno&nbsp;<a title="https://www.amnesty.org/en/documents/afr65/8801/2018/en/" href="https://www.amnesty.org/en/documents/afr65/8801/2018/en/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">parlato</a>&nbsp;di civili – compresi bambini, donne, anziani e disabili – uccisi, arsi vivi nelle loro abitazioni, appesi ad alberi e travi, stritolati da veicoli armati, braccati nelle zone paludose e nelle isole nei fiumi dove avevano cercato riparo.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>La Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan ha&nbsp;<a title="https://www.amnesty.org/en/latest/news/2019/02/afghanistan-authorities-must-ensure-civilian-victims-have-access-to-justice/" href="https://www.amnesty.org/en/latest/news/2019/02/afghanistan-authorities-must-ensure-civilian-victims-have-access-to-justice/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">segnalato nel 2018 un numero record di vittime civili</a>, 10.993 tra feriti e uccisi.</div>
<div>Appena una settimana fa Amnesty International ha denunciato che l’offensiva per la conquista della capitale della&nbsp;<a title="https://www.amnesty.org/en/latest/news/2019/05/libya-evidence-of-possible-war-crimes-underscores-need-for-international-investigation/" href="https://www.amnesty.org/en/latest/news/2019/05/libya-evidence-of-possible-war-crimes-underscores-need-for-international-investigation/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Libia</a>, Tripoli, è stata caratterizzata da attacchi indiscriminati che hanno posto a rischio la vita dei civili, tra cui anche migranti e rifugiati in condizioni di grande vulnerabilità.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Le stesse Nazioni Unite non sono senza macchia. In Sud Sudan, nella&nbsp;<a title="https://www.amnesty.org/en/latest/news/2018/12/car-up-to-100-civilians-shot-and-burnt-alive-as-un-peacekeepers-leave-posts-in-alindao/" href="https://www.amnesty.org/en/latest/news/2018/12/car-up-to-100-civilians-shot-and-burnt-alive-as-un-peacekeepers-leave-posts-in-alindao/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Repubblica Centrafricana</a>&nbsp;e altrove, in molti casi i caschi blu non hanno saputo proteggere i civili dalla violenza mortale. Un problema particolarmente grave è rappresentato dallo sfruttamento sessuale:<a title="https://www.amnesty.org/en/latest/news/2015/08/car-un-troops-implicated-in-rape-of-girl-and-indiscriminate-killings-must-be-investigated/" href="https://www.amnesty.org/en/latest/news/2015/08/car-un-troops-implicated-in-rape-of-girl-and-indiscriminate-killings-must-be-investigated/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">donne e ragazze vengono aggredite e stuprate proprio da coloro che dovrebbero difenderle.</a></div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Nel corso dei conflitti non vengono risparmiate neanche le persone più vulnerabili come i bambini, gli anziani e le persone con disabilità: gruppi armati ed eserciti reclutano bambini e bambine soldato o compiono brutali attacchi contro coloro che sono meno in grado di fuggire durante i combattimenti.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Nonostante i trattati internazionali ne proibiscano l’uso proprio per le loro conseguenze sui civili, alcuni stati e gruppi armati continuano a utilizzare armi indiscriminate, come le mine anti-persona e le&nbsp;<a title="https://www.amnesty.org/en/latest/news/2016/05/yemen-children-among-civilians-killed-and-maimed-in-cluster-bomb-minefields/" href="https://www.amnesty.org/en/latest/news/2016/05/yemen-children-among-civilians-killed-and-maimed-in-cluster-bomb-minefields/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">bombe a grappolo</a>. Altri, come la&nbsp;<a title="https://www.amnesty.org/en/latest/news/2018/02/syria-witness-testimony-reveals-details-of-illegal-chemical-attack-on-saraqeb/" href="https://www.amnesty.org/en/latest/news/2018/02/syria-witness-testimony-reveals-details-of-illegal-chemical-attack-on-saraqeb/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Siria</a>&nbsp;e il&nbsp;<a title="https://www.amnesty.org/en/latest/news/2016/09/chemical-weapons-attacks-darfur/" href="https://www.amnesty.org/en/latest/news/2016/09/chemical-weapons-attacks-darfur/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Sudan</a>, hanno fatto ricorso alle armi chimiche.</div>
<div>Nel 2018 l’<a title="https://www.unhcr.org/uk/news/stories/2018/6/5b222c494/forced-displacement-record-685-million.html" href="https://www.unhcr.org/uk/news/stories/2018/6/5b222c494/forced-displacement-record-685-million.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Agenzia Onu per i rifugiati ha denunciato la cifra-record di 68,5 milioni&nbsp;</a>di persone costrette a vivere fuori dalle loro terre a causa dei conflitti armati e di altre forme di violenza.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>“Settant’anni dopo le Convenzioni di Ginevra, quel numero di quasi 70 milioni di sfollati riflette il catastrofico fallimento dei leader mondiali rispetto alla protezione dei civili”, ha sottolineato Hassan.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>“Quei leader mondiali hanno abbandonato i civili alle devastazioni delle guerre. Al dibattito di questa settimana al Consiglio di sicurezza non serviranno promesse vuote e gesti enfatici. Sono necessarie azioni concrete per invertire la rotta, proteggere efficacemente i civili e porre fine ai crimini di guerra e all’impunità”, ha concluso Hassan.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>La dichiarazione congiunta sottoscritta da Amnesty International e altre 21 Ong, che chiede azioni concrete per rafforzare la protezione dei civili nei conflitti armati, è disponibile a questo link:</div>
<div><a href="https://reliefweb.int/report/world/joint-statement-22-ngos-call-action-strengthen-protection-civilians-armed-conflict" target="_blank" rel="noopener noreferrer">https://reliefweb.int/report/world/joint-statement-22-ngos-call-action-strengthen-protection-civilians-armed-conflict</a></div>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2019/05/23/70-anni-dalle-convenzioni-di-ginevra-amnesty-denuncia-allonu-il-fallimento/">70 anni dalle Convenzioni di Ginevra: Amnesty denuncia all’ONU il fallimento</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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		<title>2 ottobre Giornata Internazionale della Nonviolenza: unica strada per la pace</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Sep 2016 19:12:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il prossimo 2 ottobre irradiamo con Forza nel mondo il messaggio che dice: “La Nonviolenza è l’unica via d’uscita” Nel 2007 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (ONU) ha dichiarato il 2 ottobre “Giornata Internazionale della Nonviolenza”. Il 2 ottobre 2016 vede il mondo sommerso in un processo di crisi, violenza e destrutturazione crescente. Nessuna regione, nessun [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il prossimo 2 ottobre irradiamo con Forza nel mondo </strong><strong>il messaggio che dice: </strong><strong>“</strong><strong>La Nonviolenza è l’unica via d’uscita”</strong></p>
<p>Nel 2007 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (ONU) ha dichiarato il 2 ottobre “Giornata Internazionale della Nonviolenza”.</p>
<p>Il 2 ottobre 2016 vede il mondo sommerso in un processo di crisi, violenza e destrutturazione crescente. Nessuna regione, nessun paese, nessun gruppo o persona si sottrae a questa situazione. L’aumento della sofferenza e della violenza si esprime in differenti modi, dal più aberrante e crudele al più occulto e sottile.</p>
<p>Le carestie regionali, le guerre, i milioni di rifugiati abbandonati dai loro paesi, le minacce nucleari permanenti, le guerre culturali ed etniche, le crisi finanziarie, lo sfruttamento economico, la disoccupazione crescente e lo sfruttamento di tutti i tipi si moltiplicano in tutti gli angoli del pianeta. Allo stesso tempo la violenza e la sofferenza invadono sempre più rapidamente l’interiorità dell’essere umano, sommergendolo nella disperazione e nel non senso della vita, generando un aumento crescente dell’infermità mentale, della violenza personale, della pazzia, dell’isolamento, della non comunicazione e del suicidio.</p>
<p>E’ falso ed illusorio immaginare che questi gravi problemi si risolveranno solamente grazie alle azioni dei governi o dei settori dell’attuale potere mondiale che generano le crisi. E’ necessaria la riflessione e l’azione decisa delle organizzazioni e delle persone comuni che desiderano vivere in un mondo migliore.</p>
<p><strong>Giorno dopo giorno si moltiplicano le espressioni di coloro che lottano per trasformare un sistema sociale violento e disumano</strong>: la mobilitazione solidale di aiuto ai rifugiati, le manifestazioni contro la guerra in Europa, America e Asia; le mobilitazioni di “indignati” che si oppongono in tutti i modi al sistema economico disumano che li governa; le mobilitazioni nonviolente delle nuove generazioni che reclamano una migliore educazione e una giustizia sociale; tutto questo sommato alla moltitudine di attività umaniste che si sviluppano in tutto il pianeta, nei loro quartieri, nelle università e nei luoghi di lavoro.</p>
<p><strong>La sensibilità nonviolenta si fa sentire nelle proposte di molte organizzazioni e persone</strong>. Da La Comunità celebriamo e incoraggiamo queste espressioni che danno una possibilità a un futuro nonviolento.</p>
<p>Oggi più che mai, mentre ricordiamo il <strong>2 ottobre come Giornata Internazionale della Nonviolenza</strong>, i membri de La Comunità di tutto il mondo vogliono affermare che la nonviolenza è l’unica via d’uscita. Nonviolenza fisica, nonviolenza economica, nonviolenza religiosa, nonviolenza razziale e nonviolenza psicologica.</p>
<p><strong>Invitiamo tutti gli amici e organizzazioni solidali a far sì che il prossimo 2 ottobre si moltiplichi la nostra voce. Diffondiamo insieme con forza il messaggio della Nonviolenza in tutti gli angoli del pianeta.</strong></p>
<p>Che si ascolti il “clamore” delle buone persone che aspirano a vivere in un mondo solidale e nonviolento e che questo clamore moltiplichi la propria forza per trasformare la violenza e la sofferenza in pace, in solidarietà e allegría. Come diceva <strong>Silo, guida spirituale della nonviolenza</strong>:</p>
<p><em>“… Chiedo solo che queste</em><em> forze tremende scatenate dalla Storia stiano per generare una civiltà planetaria e veramente umana, nella quale la disuguaglianza e l’intolleranza siano abolite per sempre. Allora, come dice un vecchio libro, “le armi saranno convertite in aratri”.</em></p>
<p style="text-align: right;">La Comunità per lo Sviluppo Umano</p>
<p style="text-align: right;">Equipe di Coordinamento Mondiale</p>
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		<title>Amnesty International: il summit dell’Onu sui rifugiati finisce in misero fallimento‏</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Locorotondo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Aug 2016 09:19:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>I leader mondiali hanno sprecato un’occasione fondamentale per affrontare la crisi globale dei rifugiati, ha dichiarato Amnesty International dopo i colloqui per un nuovo accordo dell’Onu sui rifugiati che è finito ben al di sotto delle aspettative. Martedì 2 agosto, gli Stati membri delle Nazioni Unite riunitisi a New York hanno finalizzato un documento finale [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>I leader mondiali hanno sprecato un’occasione fondamentale per affrontare la crisi globale dei rifugiati, ha dichiarato <strong>Amnesty International</strong> dopo i colloqui per un nuovo accordo dell’<strong>Onu</strong> sui rifugiati che è finito ben al di sotto delle aspettative.</p>
<p>Martedì 2 agosto, gli Stati membri delle <strong>Nazioni Unite</strong> riunitisi a New York hanno finalizzato un documento finale annacquato da adottare nel Summit delle Nazioni Unite del 19 settembre, che avrà lo scopo di affrontare la crisi dei rifugiati. Il Global Compact sui rifugiati proposto dal segretario generale dell’Onu <strong>Ban Ki-moon</strong> non è incluso e ora non sarà concordato prima del 2018.</p>
<p>“Di fronte alla peggiore crisi dei rifugiati in 70 anni, i leader mondiali non sono riusciti a sopportare il peso della responsabilità” ha dichiarato <strong>Charlotte Phillips</strong>, consulente per i diritti dei rifugiati e dei migranti di Amnesty International.</p>
<p>“Il vertice sui rifugiati era un’occasione storica per trovare una soluzione globale disperatamente necessaria sulla crisi dei rifugiati. Invece, i leader mondiali hanno posticipato ogni possibilità di un accordo fino al 2018, procrastinando su decisioni cruciali mentre i rifugiati continuano ad annegare in mare e a languire in campi senza alcuna speranza per il futuro.”</p>
<p>“Ma il mancato accordo non lascia i governi fuori dai guai. Gli Stati non possono continuare ad abdicare alle loro responsabilità di aiutare le persone in fuga da guerre e persecuzioni”.</p>
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		<title>Siria: MSF chiede aiuti per i rifugiati bloccati nel deserto al confine giordano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Locorotondo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Jul 2016 09:15:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Circa 60.000 persone bloccate in condizioni terribili presso il confine nord-orientale della Giordania con la Siria hanno bisogno di aiuti umanitari urgenti e di protezione internazionale. Questo l’appello che l’organizzazione medico-umanitaria, Medici Senza Frontiere (MSF) ha lanciato oggiAggiungi un appuntamento per oggi in una conferenza stampa ad Amman. A seguito di un attacco suicida contro [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Circa 60.000 persone bloccate in condizioni terribili presso il confine nord-orientale della Giordania con la Siria hanno bisogno di aiuti umanitari urgenti e di protezione internazionale. Questo l’appello che l’organizzazione medico-umanitaria, <strong>Medici Senza Frontiere (MSF)</strong> ha lanciato <strong>oggiAggiungi</strong> un appuntamento per oggi in una conferenza stampa ad Amman.</p>
<p>A seguito di un attacco suicida contro una vicina postazione militare, avvenuto lo scorso 21 giugno, in cui sette soldati giordani sono stati uccisi e altri 14 feriti, le persone che vivono in campo informale nella zona conosciuta come <strong>“Berm”</strong>, sono da quel giorno senza cibo o assistenza medica. Hanno ricevuto solamente acqua ma in quantità estremamente limitate.</p>
<p>“Queste persone – oltre il 50 per cento delle quali sono bambini – hanno un disperato bisogno di cibo, acqua e cure mediche. Non si può aspettare oltre” dichiara Benoit De Gryse, responsabile delle operazioni di MSF.</p>
<p>“L’assistenza da sola non basta. Alle persone in fuga dalla guerra dovrebbero essere offerti protezione internazionale e un luogo sicuro dove vivere. Né la Siria né il confine sono luoghi sicuri oggiAggiungi un appuntamento per oggi”, prosegue De Gryse. “Questa è una responsabilità collettiva e un massiccio fallimento della comunità internazionale. Non è solo una responsabilità della Giordania. Ci sono molti paesi sia all’interno sia all’esterno della regione che dovrebbero farsi avanti per offrire un luogo sicuro ai rifugiati”.</p>
<p>Prima della sospensione forzata delle attività a seguito dell’attacco, MSF gestiva una clinica mobile per le persone intrappolate nel Berm, che da quando aveva cominciato a operare, il 16 maggio, aveva fornito trattamenti medici a un totale di 3.501 persone. Le principali patologie riscontrate dalle équipe di MSF sono state malattie della pelle, diarrea e malnutrizione.</p>
<p>Dei 1.300 bambini sotto i cinque anni di età esaminati per la malnutrizione, 204 erano affetti da malnutrizione moderata e 10 da malnutrizione grave. Inoltre, il 24,7 per cento dei bambini visitati da MSF ha sofferto di diarrea acuta. Le équipe hanno inoltre assistito 450 donne incinte e fatto nascere un bambino.</p>
<p>“Le condizioni prima della sospensione degli aiuti erano estremamente dure, e molti dei pazienti trattati dalle nostre équipe ci hanno detto di essersi trasferiti in questa zona molto inospitale a causa degli alti livelli di violenza e insicurezza che stavano vivendo”, aggiunge De Gryse.</p>
<p>“L’idea che ci siano zone sicure in Siria dove le persone possono tornare è una sciocchezza. Questa non è un’opzione percorribile. Così come non lo è farli restare al Berm, visto che la zona non è sicura per nessuno, figuriamoci per migliaia di donne e bambini. Gli Stati che hanno la capacità di farlo non dovrebbero voltare le spalle ma offrire subito asilo ai rifugiati”, conclude De Gryse.</p>
<p><strong>Testimonianze da Berm</strong></p>
<p>“Ogni giorno in Siria un nuovo aeroplano sganciava una bomba su di noi. Siamo fuggiti [in un’altra parte del Paese]; poi le bombe ci hanno raggiunto anche lì, quindi siamo finiti qui, dove le condizioni sono pessime, c’è carenza di acqua. A volte non ci danno l’acqua e il suo sapore è cattivo. Non è vita questa. Tutti i bambini del campo hanno la diarrea a causa dell’acqua o del cibo. Le maggiori quantità di cibo vengono razziate da una tribù locale. Quando c’è carenza di cibo a volte non ne riceviamo per una settimana intera. Ci sono anche topi enormi e scorpioni. Abbiamo chiesto alle agenzie delle trappole per topi, ma non ce le hanno date; i topi distruggono tutto e i miei figli sono pieni di morsi di topo. Non riesco nemmeno a comprare dei vestiti per i miei figli” – 50 anni donna, 27 maggio 2016</p>
<p>“Le condizioni qui sono terribili – non possiamo tornare a Dara perché avvengono stupri, molestie sessuali e sequestri. I gruppi presenti al Berm sono in lotta. Di notte si sentono colpi di arma da fuoco, troppe persone hanno armi qui”- 38 anni donna, 27 Maggio 2016</p>
<p>“Ho molta paura per mia figlia. Non la lascio andare da sola a prendere il cibo [durante la distribuzione da parte del PAM] perché ho paura che venga assalita dagli uomini. La mia famiglia e anche le altre hanno molti problemi. Soffro di una cardiopatia e di asma e sto finendo le medicine. C’è un uomo che ci sta importunando, chiedendo soldi. Ha alcuni uomini con sé e terrorizza la gente” – 40 anni donna, 30 maggio 2016</p>
<p>“Il cibo non è igienico a causa dei topi. Le tende lasciano entrare la polvere. All’inizio si stava meglio perché non c’erano molte persone e l’acqua e il cibo erano disponibili. Ora invece siamo in troppi. Quando bevo l’acqua ho male allo stomaco e poi la diarrea. Ha il sapore del cloro. Vorremmo andare via ma abbiamo paura; non vogliamo essere riportati a Dara, non avremmo i soldi per fuggire di nuovo” – 30 anni donna, 2 giugno 2016</p>
<p>“Uno dei miei fratelli in Siria è stato ucciso da una bomba, e mio padre è morto perché era malato e non è stato curato. Ora mia madre ha una emorragia cerebrale, non può camminare e ha perso un rene in un incidente stradale. Non può bere l’acqua che danno qui, ha bisogno di acqua sterile” – 26 anni donna, 2 giu 2016</p>
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		<title>Grecia, oltre 46.000 migranti e rifugiati intrappolati in condizioni squallide</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Locorotondo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Apr 2016 10:29:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Con tutta l&#8217;attenzione concentrata sull&#8217;applicazione dell&#8217;accordo tra Unione europea e Turchia, la sofferenza di oltre 46.000 migranti e rifugiati intrappolati in condizioni squallide sulla terraferma greca rischia di essere dimenticata. È quanto ha dichiarato oggi Amnesty International pubblicando un rapporto intitolato &#8220;Intrappolati in Grecia: una crisi dei rifugiati che poteva essere evitata&#8221;. Il rapporto esamina [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="BLOBWidth100">
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<p>Con tutta l&#8217;attenzione concentrata sull&#8217;applicazione dell&#8217;accordo tra Unione europea e Turchia, la sofferenza di oltre 46.000 migranti e rifugiati intrappolati in condizioni squallide sulla terraferma greca rischia di essere dimenticata.</p>
<p>È quanto ha dichiarato oggi <strong>Amnesty International</strong> pubblicando un rapporto intitolato &#8220;Intrappolati in Grecia: una crisi dei rifugiati che poteva essere evitata&#8221;.</p>
<p>Il rapporto esamina la situazione dei migranti e dei rifugiati, la maggior parte dei quali donne e bambini, intrappolati sulla terraferma greca dopo la completa chiusura, il 7 marzo, del confine dal lato macedone.</p>
<p>&#8220;La decisione di chiudere la rotta balcanica ha fatto precipitare oltre 46.000 migranti e rifugiati in una dimensione di squallore e in uno stato di costante paura e incertezza&#8221; &#8211; ha dichiarato <strong>John Dalhuisen</strong>, direttore per l&#8217;Europa e l&#8217;Asia centrale di Amnesty International.</p>
<p>&#8220;Gli stati dell&#8217;Unione europea non hanno fatto altro che esacerbare la crisi, non agevolando la distribuzione di decine di migliaia di richiedenti asilo, la maggior parte dei quali donne e bambini, intrappolati in Grecia. Se i leader europei non agiranno con urgenza per dare seguito al loro impegno di redistribuire i rifugiati e per migliorare le condizioni dei migranti e dei rifugiati abbandonati a sé stessi, rischieranno di causare una calamità umanitaria con le loro mani&#8221; &#8211; ha aggiunto Dalhuisen.</p>
<p>Secondo informazioni pubblicate dalla Commissione europea il 12 aprile, <strong class="userFormat1">dei 66.400 richiedenti asilo presenti in Grecia</strong> che, nel settembre 2015, l&#8217;Unione europea si era impegnata a redistribuire, <strong class="userFormat1">solo 615 sono stati trasferiti</strong> in altri stati membri.</p>
<p><strong class="userFormat1">Nei 31 centri d&#8217;accoglienza temporanea</strong> allestiti <strong class="userFormat1">in Grecia </strong>con un significativo contributo dell&#8217;Unione europea, le condizioni sono inadeguate: vi si segnalano grave <strong class="userFormat1">sovraffollamento, completa assenza di privacy, mancanza di riscaldamento e servizi igienici insufficienti</strong>.</p>
<p>&#8220;Qui le condizioni non sono buone: dormiamo per terra perché i materassi sono zuppi d&#8217;acqua; non ci sono bagni e la gente si ammala&#8221; &#8211; ha raccontato una donna siriana al nono mese di gravidanza, incontrata da Amnesty International nel campo improvvisato di Idomeni.</p>
<p>&#8220;È la confusione assoluta, qui non c&#8217;è niente. Tutti dormono sul pavimento nella vecchia sala d&#8217;attesa. Mancano i servizi fondamentali. C&#8217;è un gabinetto ma non avete idea di quanto sia sporco. In quella zona non si può dormire, c&#8217;è troppa puzza&#8221; &#8211; ha dichiarato un richiedente asilo afgano residente nel centro d&#8217;accoglienza temporaneo di Elliniko, in un aeroporto non più in servizio alla periferia di Atene.</p>
</div>
</div>
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<p>In un campo informale allestito nel <strong class="userFormat1">porto del Pireo</strong>, sempre nella capitale Atene, <strong class="userFormat1">si trovano dalle 3000 alle 5000 persone</strong>. Gli unici scarsi servizi sono forniti dai volontari, da alcune organizzazioni umanitarie e dall&#8217;autorità portuale.</p>
<p>Molti dei migranti e dei rifugiati incontrati da Amnesty International nel corso di due missioni di ricerca, tra l&#8217;8 febbraio e il 13 marzo 2016, avevano intenzione di proseguire il loro viaggio verso stati dell&#8217;Europa occidentale in cui si trovavano già loro familiari. Dopo la chiusura del confine macedone, non hanno più avuto informazioni su cosa poter fare.</p>
<p>&#8220;Perché non ci lasciano passare? Vogliono che moriamo qui? Fa freddo, viviamo ammassati gli uni sopra agli altri&#8221; &#8211; sono le parole di una coppia 70enne di Aleppo, la seconda città della Siria.</p>
<p><strong class="userFormat1">Oltre a non ricevere informazioni fondamentali sui diritti</strong> loro spettanti in Grecia, i migranti e i rifugiati lamentano che le loro <strong class="userFormat1">condizioni di vulnerabilità</strong> sono ignorate. In alcuni dei centri di accoglienza, le donne hanno detto di non sentirsi al sicuro e di temere di venire sfruttate dagli uomini. Amnesty International ha incontrato anche <strong class="userFormat1">minori non accompagnati</strong>, trattenuti in stazioni di polizia per 15 giorni prima di essere trasferiti in centri per minorenni.</p>
<p>Amnesty International chiede alla Grecia di <strong class="userFormat1">migliorare urgentemente il sistema d&#8217;asilo e assicurare l&#8217;accesso a una reale protezione</strong> a coloro che si trovano intrappolati nel paese. È inoltre prioritario che <strong class="userFormat1">le autorità greche istituiscano un meccanismo in grado di fornire informazioni ai migranti e ai rifugiati</strong> e di individuare le persone che hanno necessità particolari.</p>
<p><strong class="userFormat1">Gli stati dell&#8217;Unione europea dovrebbero continuare a fornire assistenza alla Grecia</strong> affinché questo paese possa accogliere in maniera adeguata i richiedenti asilo ma <strong class="userFormat1">dovrebbero anche accogliere </strong>loro stessi i richiedenti asilo dalla Grecia, mediante il<strong class="userFormat1"> rapido trasferimento di un numero ampio di richiedenti asilo, sulla base dello schema d&#8217;emergenza per la redistribuzione già in vigore</strong>.</p>
</div>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2016/04/19/grecia-oltre-46-000-migranti-e-rifugiati-intrappolati-in-condizioni-squallide/">Grecia, oltre 46.000 migranti e rifugiati intrappolati in condizioni squallide</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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		<title>I diritti umani in Palestina</title>
		<link>https://www.improntalaquila.com/2016/04/12/i-diritti-umani-in-palestina/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Locorotondo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Apr 2016 13:52:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Non si può parlare di diritti umani senza parlare di Palestina e non si può parlare di Palestina senza parlare di diritti umani. Lo ha fatto il 24 marzo il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (Unhrc), con sede a Ginevra, approvando una risoluzione proprio su questo tema che esprime “grave preoccupazione per [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Non si può parlare di diritti umani senza parlare di <strong>Palestina</strong> e non si può parlare di Palestina senza parlare di diritti umani. Lo ha fatto il 24 marzo il <strong>Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (Unhrc)</strong>, con sede a Ginevra, approvando una risoluzione proprio su questo tema che esprime “grave preoccupazione per la continua e sistematica violazione dei diritti umani del popolo palestinese da parte di Israele, la potenza occupante”.</p>
<p>Le dimissioni a gennaio dell’inviato speciale dell’Onu per i diritti umani nei Territori palestinesi ci hanno però mostrato le difficoltà nel lavoro delle organizzazioni internazionali. L’indonesiano Makarim Wibisono ha lasciato l’incarico perché non era mai stato autorizzato da Israele a recarsi nell’area, come il suo predecessore, lo statunitense Richard Falk, giudicato di parte.</p>
<p>Ciò non sorprende. Va detto che sebbene in casi abominevoli come quello della famiglia Dawabsha, distrutta dall’incendio appiccato alla sua casa, siano evidenti le responsabilità individuali di coloni che mal sopportano la presenza di abitanti palestinesi nella vicinanza dei loro insediamenti illegali, il clima di impunità di cui godono le forze di occupazione e il fatto che le spedizioni punitive dei coloni vengano spesso fatte sotto gli occhi se non sotto la scorta dell’esercito israeliano, fanno sì che si possa tranquillamente parlare di discriminazioni e di violenze di uno Stato che non rispetta i diritti umani.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le violazioni sono tante e tali che possono essere solo elencate per gruppi o categorie, a partire dagli episodi più recenti:</p>
<ul>
<li>Dalla metà di settembre, la repressione delle forze di occupazione israeliane ai danni della popolazione civile palestinese ha visto un tale incremento delle <strong>esecuzioni sommarie </strong>– con l’uccisione a sangue freddo di più di 200 persone, per lo più molto giovani, che non rappresentavano un pericolo reale e i cui corpi in alcuni casi non sono stati nemmeno restituiti alle famiglie – da allarmare importanti settori della comunità internazionale, altrimenti troppo spesso assuefatta alle ingiustizie commesse contro il popolo palestinese.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nello stesso periodo, è aumentato il numero di arresti che hanno coinvolto anche bambini, e di<strong>“detenzioni amministrative” </strong>senza processo, accompagnate da maltrattamenti e torture, tra cui spicca la nutrizione forzata imposta a chi, come il giornalista Al-Qeeq, aveva scelto insieme a tanti altri prigionieri politici palestinesi lo sciopero della fame come forma di protesta pacifica.</li>
</ul>
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<ul>
<li>Anche le <strong>demolizioni </strong>hanno subito una forte accelerazione nel corso dell’ultimo anno. Secondo uno studio commissionato dall’OLP, le forze di occupazione israeliane nel 2015 hanno distrutto 478 edifici palestinesi, tra cui case, ambulatori e siti di interesse storico. Ad essere più duramente colpite sono, da un lato, le famiglie a cui la casa è stata demolita nell’ambito della punizione collettiva con cui le forze di occupazione infieriscono sui parenti di chi è già stato eliminato come elemento pericoloso; e dall’altro, per motivi espansionistici, le comunità dei beduini nel Negev.</li>
</ul>
<ul>
<li>Oltre ad essere uno strumento di deterrenza contro la resistenza palestinese, le demolizioni sono infatti propedeutiche all’espansione degli <strong>insediamenti</strong>, una delle forme più eclatanti di come possano essere calpestati i diritti di un popolo. A metà febbraio, il movimento israeliano Peace Now ha pubblicato il suo Rapporto annuale – relativo al 2015 – sulla situazione degli insediamenti in Cisgiordania. Il titolo del Rapporto parla chiaro: “Il 2015 negli insediamenti: nessun congelamento”, cioè nessuno stop alla costruzione di unità abitative e infrastrutture illegali.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Il <strong>Muro </strong>è forse il simbolo più evidente della prepotenza dei successivi governi israeliani. Ricordiamo che Israele cominciò a costruire il Muro piantando cemento, recinzioni e filo spinato nel territorio della Cisgiordania occupata a partire dal giugno del 2002, al culmine della Seconda Intifada palestinese. Questa costruzione, si disse a Tel Aviv, era necessaria per motivi di sicurezza. Ma già nel 2004 la Corte Penale Internazionale (ICJ) si espresse dicendo che il Muro rappresentava una “annessione de facto” della terra palestinese, in nessun modo giustificata da motivi di sicurezza. Conseguentemente, la ICJ decretò che il Muro era illegale, chiese che fosse smantellato e intimò ad Israele di pagare ai palestinesi riparazioni adeguate, aggiungendo che tutti gli altri Stati, ed in particolare le Nazioni Unite, sarebbero dovuti intervenire contro il Muro. Stando ai dati dell’Istituto di Ricerca Applicata di Gerusalemme (ARIJ), se sarà completato secondo i piani, l’85% del Muro si troverà all’interno della Cisgiordania. Lo scorso mese di luglio, con un pronunciamento sorprendente che ne contrastava uno precedente, la Corte Suprema d’Israele ha dato il via libera alla costruzione del “Muro di Apartheid” – o di Annessione – nel tratto che attraversa la valle di Cremisan, a Nord di Betlemme. La valle rappresenta la quintessenza della Palestina biblica, “terra di ulivi e di vigne”, nonché il principale “polmone verde” per la popolazione che vive nell’area di Betlemme. Il tracciato del Muro di separazione voluto da Israele sta devastando questa zona, conosciuta come uno degli ambienti naturali più belli di tutta la Terra Santa. Per contrastare lo scempio – condannato apertamente anche dal Vaticano – si è mobilitata una vasta campagna internazionale.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>L’impatto dell’occupazione israeliana, degli insediamenti e del Muro sugli ulivi, sulla raccolta di olive e sulla società palestinese si può riassumere così: <strong>gli ulivi e le olive </strong>costituiscono da sempre la principale fonte di sostentamento del popolo palestinese. I palestinesi piantano ogni anno in Cisgiordania circa 10.000 nuovi alberi di ulivo, per lo più da olio. L’olio è il secondo prodotto di esportazione della Palestina. Ad oggi circa il 48% del terreno agricolo (soprattutto in Cisgiordania) è coltivato a ulivo. Per costruire il Muro di Separazione e le infrastrutture per gli insediamenti esclusivamente israeliani, le ruspe hanno sradicato finora più di 800.000 alberi d’ulivo mettendo a rischio la sopravvivenza di 80.000 famiglie. Ciò equivarrebbe a dissodare l’intero Central Park per ben 33 volte. Il Muro separa puntualmente i palestinesi dai loro ulivi, cosicché i coltivatori sono costretti a chiedere un permesso alle autorità israeliane per lavorare la propria terra e raccogliere le proprie olive. Incredibilmente, il 42% delle richieste ha esito negativo. Se tutto ciò non bastasse, durante la raccolta i coltivatori subiscono costanti attacchi da parte dei coloni israeliani, che danneggiano volutamente le coltivazioni e perseguitano letteralmente i coltivatori, sparando non solo in aria. Per questo si è mobilitato già da qualche anno un accompagnamento internazionale nonviolento alla raccolta delle olive organizzato dal Servizio Civile Internazionale, AssopacePalestina e Un Ponte Per. E per questo il Presidente Abu Mazen ha voluto ricordare gli ulivi palestinesi alla Conferenza dell’ONU sul Clima che si è tenuta Parigi.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Nemmeno il <strong>diritto alla salute </strong>è così scontato per il popolo palestinese. Ricordiamo l’azione dei soldati israeliani appartenenti alla sezione “Mistaravin”, che, a fine novembre, travestiti da palestinesi, hanno fatto irruzione in un ospedale di Hebron (Cisgiordania) con le mitragliette nascoste sotto i vestiti portandosi via un uomo ricoverato e uccidendo sul posto suo cugino. E ricordiamo come l’esercito israeliano avesse già fatto irruzione nell’ospedale Makassed di Gerusalemme Est per ben tre volte, forzando l’accesso alle cartelle cliniche dei pazienti e violandone la privacy. Questa struttura sanitaria era stata ripetutamente esposta al lancio di gas lacrimogeni che avevano colpito il personale e i pazienti. Ma un trattamento simile viene riservato alla Mezzaluna Rossa Palestinese, costantemente vittima di attacchi da parte dell’esercito israeliano. Tra ottobre e dicembre, l’esercito ha compiuto almeno 277 aggressioni che hanno portato al ferimento di più di 130 paramedici e volontari, e al danneggiamento di 76 ambulanze. Inoltre, in 70 diverse occasioni è stato impedito alle squadre di soccorso di raggiungere le persone malate o ferite che avevano bisogno del loro aiuto.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Il <strong>diritto allo studio </strong>in un luogo sicuro, sancito dalla Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia, viene continuamente calpestato. Lo dimostra anche il fatto che le forze di occupazione israeliane stiano bloccando la costruzione di scuole e distruggendo le scuole già esistenti nei villaggi dei beduini intorno a Gerico. Lunghi e accidentati sono i percorsi che devono affrontare i giovani studenti palestinesi per raggiungere le loro scuole dai villaggi dove vivono, evitando di essere aggrediti dai coloni degli insediamenti circostanti. Terribili le vessazioni a cui vengono sottoposti questi ragazzi ai posti di blocco, come quello di Gerusalemme Est costruito ad ottobre, dove passano ogni giorno in 5.000 per raggiungere le scuole di Ras al-Amud. Il Ministero dell’Istruzione ha spiegato poi che 45 scuole della Cisgiordania sono state recentemente attaccate dalle forze armate israeliane o dai coloni, e che almeno 19 studenti sono rimasti uccisi, mentre centinaia di alunni e decine di insegnanti sono stati feriti dai proiettili rivestiti di gomma o picchiati dai soldati, soffrendo di problemi respiratori per aver inalato gas lacrimogeni. 102 studenti e 15 insegnanti sono stati arrestati o rapiti, come è avvenuto alla preside della scuola Beit al-Maqdes di Hebron, Haifa Abu Ramila, portata via da casa sua all’alba. Nel migliore dei casi, è stato impedito l’accesso a scuola degli insegnanti, facendo saltare circa 800 lezioni. Ma gli studenti universitari sono ugualmente colpiti dalle aggressioni dell’esercito israeliano. Sono già 80 gli studenti della Bir Zeit e centinaia gli studenti delle altre Università rinchiusi nelle carceri israeliane per proteste contro l’occupazione</li>
</ul>
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<ul>
<li>A partire dall’autunno 2015 si è scatenata una vera e propria <strong>guerra ai media </strong>e in particolare alle radio palestinesi. Le autorità israeliane ne hanno fatte chiudere svariate, soprattutto a Hebron, con il pretesto di presunte “istigazioni contro Israele”. Secondo il presidente di Radio Manbar al-Huriya, Ayman al-Qawasmi, che ha testimoniato come decine di soldati israeliani abbiano fatto irruzione nella sua radio interrompendo la trasmissione, confiscando e distruggendo materiale, si tratta di un tentativo di oscurare la narrazione palestinese e in particolare quella dei giornalisti che hanno documentato come Israele pianti regolarmente un coltello accanto ai palestinesi che vuole uccidere.</li>
</ul>
<ul>
<li>La questione dei <strong>diritti dei rifugiati </strong>resta irrisolta. Come sappiamo, buona parte del popolo palestinese è stata costretta ad abbandonare la propria terra prima, durante e dopo la costruzione della Stato di Israele nel 1948, in seguito alle successive guerre che hanno man mano ridotto il territorio della Palestina storica, portando, di fatto, ad uno stato di occupazione permanente. A nulla sono valse, sin qui, le risoluzioni ONU che, a partire dalla 194 (11 dicembre 1948) sanciscono il Diritto al Ritorno: “I rifugiati che desiderano tornare alle loro case e vivere in pace con i loro vicini dovrebbero essere autorizzati a farlo il prima possibile, e un risarcimento dovrebbe essere pagato per le proprietà di coloro che scelgono di non ritornare, così come per la perdita o i danni alle loro proprietà”. Sono passati quasi 70 anni, la perdita di terre e proprietà è cresciuta a misura dell’’espansione territoriale di Israele, e non solo il principio del Diritto al Ritorno è rimasto disatteso, ma le condizioni in cui vivono molti rifugiati sono andate peggiorando. Ad oggi, i rifugiati palestinesi sono 7 milioni, la maggior parte dei quali vive a non più di 100 Km dal confine con Israele. Per lo più assistiti dall’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA), questi rifugiati si sono visti ridurre di anno in anno i servizi prestati dall’agenzia ONU.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Molti dei rifugiati si trovano a <strong>Gaza</strong>, che però rappresenta una prigione a cielo aperto per tutti coloro che la abitano. Il blocco della striscia di Gaza è un esempio di punizione collettiva e costante del popolo palestinese, a cui si aggiungono azioni violente ricorrenti che per via del blocco assumono connotati ancora più tragici. Gaza è stata distrutta dai raid israeliani dell’estate del 2014 che non hanno risparmiato le strutture sanitarie. Sono circa 17mila le persone ancora in attesa di cure. Oltre all’impossibilità di svolgere liberamente qualsiasi attività di sostentamento a cominciare dalla pesca, e in aggiunta al costante isolamento che vede migliaia di giovani nella necessità di uscire dalla Striscia per completare i propri studi, gli abitanti di Gaza sono costretti a vivere tra le macerie. La ricostruzione più che lenta è ferma. I soldi promessi all’indomani degli oltre 50 giorni di bombardamenti indiscriminati sull’enclave sono arrivati soltanto in parte, in una percentuale bassa e insufficiente a ricostruire le case degli abitanti di Gaza.</li>
</ul>
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		<title>I sindaci di Barcellona, Lesbo e Lampedusa si accordano per aiutare i rifugiati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Locorotondo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Mar 2016 09:32:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Di fronte all’immobilismo e alla mancanza di risposta degli stati europei rispetto alla crisi umanitaria dei rifugiati, il Comune di Barcellona ha stretto un accordo di collaborazione con Lesbo (Grecia) e Lampedusa (Italia), le due isole del Mediterraneo dove negli ultimi anni sono arrivati più profughi, offrendo loro tutto il suo appoggio. Ha inoltre destinato [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Di fronte all’immobilismo e alla mancanza di risposta degli stati europei rispetto alla crisi umanitaria dei rifugiati, il <strong>Comune di Barcellona</strong> ha stretto un accordo di collaborazione con <strong>Lesbo (Grecia) e Lampedusa (Italia)</strong>, le due isole del Mediterraneo dove negli ultimi anni sono arrivati più profughi, offrendo loro tutto il suo appoggio. Ha inoltre destinato un contributo urgente e straordinario di 300.000 euro agli enti e alla ONG che stanno lavorando nel Mediterraneo per assistere i <strong>rifugiati</strong>.</p>
<p>Questi accordi, firmati il 16 marzo a Barcellona dal sindaco Ada Colau, dal sindaco di Lampedusa <strong>Giuseppina Nicolini</strong> e da quello di Lesbo<strong> Spyros Galinos</strong>, assicurano l’aiuto del Comune di Barcellona per tutti gli aspetti tecnici, logistici e di appoggio sociale e ambientale che queste città possono richiedere per gestire il  forte impatto sul territorio e la popolazione rappresentato dall’arrivo in massa di persone che cercano rifugio in Europa. Prossimamente i tecnici di questo piano visiteranno Melilla (città spagnola in Marocco, dove una barriera di filo spinato ostacola l’immigrazione, N.d.T.) per analizzare possibili azioni da intraprendere in questo ambito.</p>
<p>Ada Colau ha spiegato che questa iniziativa, inquadrata nel piano <strong>“Barcellona città rifugio”</strong>, nasce dalla necessità delle città di “proteggere i diritti umani. Ci sentiamo direttamente chiamati in causa davanti a un’Unione Europea che sta fallendo, come lo stato spagnolo, impedendo la ricollocazione dei rifugiati e non predisponendo un passaggio sicuro”. Colau ha anticipato che si lavorerà anche per organizzare ricollocazioni dirette tra città.</p>
<p>“Barcellona ha già fatto tutto quello che stava nelle sue mani: abbiamo chiesto allo Stato di agire. Abbiamo aumentato i fondi destinati agli enti che stanno lavorando con i rifugiati e raccolto tutta la solidarietà dei cittadini risvegliata da questa situazione. Adesso però bisogna fare qualcosa di più. Davanti alla lampante inerzia dell’Europa, è ora che le città facciano sentire la loro voce”. Colau ha ringraziato i due sindaci, che stanno gestendo la crisi dei rifugiati nei loro comuni. “Loro sì che ci rappresentano” ha dichiarato.</p>
<p>Il sindaco di Lampedusa, Giuseppina Nicolini, ha espresso la fiducia che l’accordo con Barcellona permetta di gettare le basi per un lavoro comune dei popoli del Mediterraneo coinvolti in questa crisi. “Dobbiamo creare una nuova visione del nostro Mediterraneo e cambiare l’immagine che l’Unione Europea vuole farci vedere, ossia il mare come frontiera.”</p>
<p>Il sindaco di Lesbo Spyiros Galinos ha sottolineato l’importanza di indicare “la vera radice del problema: le bombe che cadono sulla Siria. Le persone che sbarcano sulle nostre coste sono vittime”. Galinos ha rivendicato la necessità che l’Europa fermi il traffico di esseri umani e combatta la xenofobia crescente e ha ricordato che l’isola di Lesbo “non ha perso la sua bellezza, anzi. Continuiamo a conservare la nostra natura e la bellezza della solidarietà della nostra gente”.</p>
<p>Nel settembre scorso Barcellona ha lanciato il piano “Barcellona città rifugio”, davanti alla grave situazione causata dall’arrivo in massa in Europa di persone in fuga da paesi in guerra come la Siria, l’Afghanistan, l’Eritrea e l’Iraq. Molte arrivano via mare e questo sta provocando migliaia di morti nel Mediterraneo e creando una situazione di grave vulnerabilità per chi decide di dirigersi verso nord attraverso i paesi europei.</p>
<p>Nel febbraio di quest’anno il coordinatore del piano Ignasi Calbó e il direttore di Giustizia Globale del Comune di Barcelona David Listar hanno visitato Lesbo e Lampedusa per offrire l’aiuto della città catalana. Questo primo contatto ha portato alla firma dell’accordo attuale, che si andrà sviluppando nei prossimi mesi man mano che si definiranno le necessità dell’isola greca e di quella italiana.</p>
<p>Per quanto riguarda gli aiuti, la richiesta più urgente di Lesbo è una consulenza per smaltire i rifiuti: l’afflusso di masse di persone che arrivano in barca ha portato all’abbandono sulla costa di enormi quantità di materiale in gomma e giubbotti di salvataggio, provocando un forte impatto ambientale in un territorio che non è pronto ad affrontare e risolvere il problema. Si sono già tenute le prime riunioni e prossimamente gli esperti di ambiente del Comune di Barcellona inizieranno la loro attività di consulenza.</p>
<p>L’accordo comprende anche la possibilità di avviare programmi di promozione economica per aiutare i Comuni a generare occasioni di rilancio dell’economia interna, danneggiata dalla situazione e dall’abbandono da parte dell’Unione Europea.</p>
<p>Il Comune di Barcellona ha anche avviato colloqui per mettere in contatto questi due piccoli municipi europei con altri attori della città che hanno espresso la volontà di collaborare davanti alla crisi dei rifugiati, come il Futbol Club Barcelona, l’Area Metropolitana e la Deputazione (il Consiglio Provinciale, N.d.T.), un contatto che potrà contribuire ad ampliare la gamma di possibili aiuti.</p>
<p>Oltre ad impegnarsi a fornire questi aiuti tecnici, il Comune di Barcellona ha espresso la volontà di far sentire la sua voce alle istituzioni europee e internazionali di cui fa parte, o nelle occasioni in cui viene invitato, perché le richieste di Lesbo e Lampedusa siano ascoltate. Concretamente Barcellona è stata invitata a partecipare in aprile a un gruppo di lavoro della Commissione Europea su migranti e rifugiati insieme alle città di Atene, Helsinki, Amsterdam e Berlino.</p>
<p><strong>Aiuto diretto per la crisi umanitaria in Europa</strong></p>
<p>Oltre agli aiuti e alla collaborazione concordati con Lesbo e Lampedusa e davanti alla crisi umanitaria che si sta vivendo in questi giorni in Grecia per la chiusura della rotta balcanica, con migliaia di persone bloccate a Idomeni, alla frontiera con la Macedonia, il Comune di Barcellona ha deciso di aumentare con altri 200.000 euro il fondo di 100.000 euro destinato alle ONG che stanno assistendo i rifugiati all’interno dell’Unione Europea. Questi stanziamenti si aggiungono ai 390.000 euro già destinati a vari progetti di assistenza ai rifugiati all’origine o in viaggio.</p>
<p>Con questa decisione si punta a rafforzare la capacità di azione umanitaria degli enti che lavorano nel contesto della crisi dei rifugiati nel Mediterraneo, per migliorare le condizioni di vita dei richiedenti asilo in transito verso l’Europa. Gli interventi nel territorio dell’UE dovranno puntare a soddisfare le necessità di cibo e riparo delle persone in transito.</p>
<p>Il Comune inizierà anche a definire una possibile collaborazione con l’aiuto diretto dei cittadini e del volontariato, per canalizzare gli aiuti umanitari per le persone in transito attraverso le realtà che agiscono sul campo e in base alle necessità da esse rilevate.</p>
<p>Il Comune ha aumentato anche i fondi per la prima accoglienza dei rifugiati presenti in città, gestiti da un servizio che si occupa di alloggi, assistenza legale, lavoro sociale e sostegno psicologico e offre un servizio di traduttori e interpreti.</p>
<p>Attraverso gli enti che lavorano con l’accoglienza dei rifugiati, il Comune di Barcellona ha infine raddoppiato i posti per ospitarli in città e ha messo in moto un programma di assistenza per chi è rimasto escluso dagli aiuti statali, finanziandolo con 300.000 euro.</p>
<p><strong></strong></p>
<p style="text-align: right;">Traduzione dell&#8217;articolo a cura di Anna Polo</p>
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		<title>L’unica soluzione alla crisi dei rifugiati è fermare la guerra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Locorotondo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Feb 2016 13:58:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>In Repubblica ceca, come in altri paesi europei, sono nati piccoli movimenti contro l’islam, violenti e intolleranti. Proprio la scorsa settimana a Praga è stata aggredita la sede di un’organizzazione che lavora per aiutare i rifugiati. Sembra che la spirale di violenza segua il suo cammino in maniera inarrestabile. Ma la soluzione esiste ed è [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In Repubblica ceca, come in altri paesi europei, sono nati piccoli movimenti contro l’islam, violenti e intolleranti. Proprio la scorsa settimana a Praga è stata aggredita la sede di un’organizzazione che lavora per aiutare i rifugiati. Sembra che la spirale di violenza segua il suo cammino in maniera inarrestabile. Ma la soluzione esiste ed è molto chiara: fermare le guerre.<br />
La crisi dei riugiati, come ogni problema, può essere risolta solo andando alla sua radice, rimuovendo le cause che l’hanno prodotta. Il fenomeno delle migrazioni non è una novità ma negli ultimi anni è cresciuto a dismisura e i mezzi di informazione, che prima non ne davano notizia, hanno cominciato a parlarne catalizzando l’attenzione su di esso.<br />
Alla radice del problema troviamo i cambiamenti climatici, le carestie, la povertà e in questo momento soprattutto la guerra. La guerra in Iraq, cominciata nel 1991, ha causato più’ di 2 milioni di morti, 4 milioni di rifugiati ed ha completamente destabilizzato l’intera regione. Il mondo musulmano ha subito un duro colpo e sono cominciati o si sono inaspriti i conflitti all’interno dell’islam. 2 milioni di rifugiati dall’Iraq sono scappati in Siria dove inoltre nel 2011, grazie ad una regia internazionale, è cominciata una guerra civile.</p>
<p>Giustamente questi popoli fanno quello che faremmo noi: scappare dall’orrore della guerra e della povertà e cercare aiuto li dove si crede che sia possibile riceverlo. Se non cambia la tendenza di oggi alle guerre, all’occupazione di paesi stranieri, al controllo delle risorse, il fenomeno delle migrazioni crescerà in una maniera esponenziale.<br />
Al di là dell’aspetto morale non servirà a nulla costruire muri. Non si possono fermare milioni di disperati che lottano per la propria sopravvivenza e di quella della propria famiglia. D’altra parte nemmeno è possibile immaginare una convivenza forzata imposta dall’alto. Questa finirebbe inevitabilmente nella violenza, nella discriminazione e nel razzismo.<br />
Da questo punto di vista tutte le discussioni sui rifugiati che si svolgono nei mezzi di comunicazione e in circoli culturali e politici, dibattiti che apparentemente mostrano opposte posizioni sull’argomento, sono in realtà la manifestazione della stessa cosa: un circo per distogliere l’attenzione dal tema fondamentale: la guerra, i responsabili della guerra e le possibili soluzioni.</p>
<p>Quando si parla di rifugiati qui in Europa si pensa immediatamente al mondo arabo e africano. Ci si dimentica della ex Jugoslavia e dell’Ucraina, dove si contano già milioni di rifugiati, per ora riassorbiti dalla stessa Ucraina e dalla Russia. Se continua il folle piano degli Stati Uniti, appoggiato dai paesi membri della NATO, di continuare la guerra civile in Ucraina per destabilizzare la Russia ci troveremo con decine di milioni di persone in fuga in cerca di salvezza. E forse ognuno di noi un giorno potrebbe diventare lui stesso un rifugiato costretto ad elemosinare l’aiuto di paesi stranieri.</p>
<p>Non c’è altra possibilità che fermare le guerre. Tutte le altre soluzioni o sono manipolazioni ai fini elettorali o un ipocrita e fragile tentativo di aiutare gente che scappa da quelle stesse guerre di cui siamo direttamente o indirettamente i responsabili.<br />
Concretamente bisogna ritirare gli eserciti dai territori occupati, come per esempio l’Iraq, la Siria, l’Afghanistan, la Libia, la Palestina ed anche dall’Ucraina. Bisogna realizzare urgentemente un incontro internazionale possibilmente a Praga, diretto dalle Nazioni Unite, per fermare i conflitti in Siria. Si deve fermare la vendita delle armi a cominciare dai paesi come l’Arabia Saudita e il Quatar che sono tra i maggiori finanziatori dell’Isis. Bisogna rispettare le risoluzioni dell’ONU. Si deve fermare il processo di militarizzazione della società cominciato anche da noi. Come scriveva Silo, i conflitti spariranno solo quando li si comprenderà nella loro ultima radice. E’ difficile che i governi facciano delle scelte in questa direzione. I politici sono dipendenti dai grandi gruppi finanziari e quindi anche dalle industrie belliche, che negli ultimi anni hanno visto crescere enormemente i loro profitti. Solo un movimento pacifista e nonviolento, intelligente e consapevole, può cambiare la direzione degli avvenimenti, uscire dalla primitiva logica della violenza e aprire il futuro a nuovi orizzonti.<br />
Ogni azione e attività in questa direzione non solo è necessaria ma ha senso per chi le compie, per la società e per le future generazioni.</p>
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