<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>San Pietro della Jenca Archivi - L&#039;Impronta L&#039;Aquila</title>
	<atom:link href="https://www.improntalaquila.com/tag/san-pietro-della-jenca/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link></link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Sat, 21 Sep 2019 14:59:46 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	
<site xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">243925370</site>	<item>
		<title>Da San Pietro della Jenca a Collemaggio: una marcia del perdono nel segno dell&#8217;accoglienza e della cultura</title>
		<link>https://www.improntalaquila.com/2019/09/21/da-san-pietro-della-jenca-a-collemaggio-una-marcia-del-perdono-nel-segno-dellaccoglienza-e-della-cultura/</link>
					<comments>https://www.improntalaquila.com/2019/09/21/da-san-pietro-della-jenca-a-collemaggio-una-marcia-del-perdono-nel-segno-dellaccoglienza-e-della-cultura/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Sep 2019 14:59:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Abruzzo]]></category>
		<category><![CDATA[Archeologia]]></category>
		<category><![CDATA[Dialogo]]></category>
		<category><![CDATA[l'aquila]]></category>
		<category><![CDATA[marcia del perdono]]></category>
		<category><![CDATA[Marcia del Perdono e della Pace Basilica Collemaggio]]></category>
		<category><![CDATA[San Pietro della Jenca]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.improntalaquila.com/?p=103815</guid>

					<description><![CDATA[<p>Poco meno di un mese fa, domenica 25 agosto, organizzata dalla sezione aquilana del CAI e dall’Associazione San Pietro della Jenca, con la collaborazione di altri gruppi associativi&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2019/09/21/da-san-pietro-della-jenca-a-collemaggio-una-marcia-del-perdono-nel-segno-dellaccoglienza-e-della-cultura/">Da San Pietro della Jenca a Collemaggio: una marcia del perdono nel segno dell&#8217;accoglienza e della cultura</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Poco meno di un mese fa, domenica 25 agosto, organizzata dalla sezione aquilana del CAI e dall’Associazione San Pietro della Jenca, con la collaborazione di altri gruppi associativi locali e con il patrocinio del Comune dell’Aquila, si è svolta l’annuale Marcia del Perdono e della Pace, che ha segnato l’inizio della festa della Perdonanza Celestiniana. Circa un centinaio i partecipanti alla partenza, molti tenuti a casa dalle condizioni del tempo, che si prevedevano assai incerte e che invece si sono mantenute buone fino alla fine. Chi scrive ha avuto il piacere e l’onore di fungere da guida storico-artistica lungo tutto il percorso, che ai gioielli dell’arte della stupenda valle del Raiale ha aggiunto le antiche e suggestive chiese di San Giustino, a Paganica, e di Santa Giusta, a Bazzano.</p>
<p>La carovana, sotto la guida esperta del paganichese Nando Galletti, simpatico, vigile e a tratti, secondo il bisogno, ringhioso cane pastore abruzzese, e allietata da tante simpatiche presenze, come quelle di altri due paganichesi, Raffaele Alloggia, appassionato cultore di storie del suo paese, e Raffaele Vivio, che, col suo immancabile cappello di alpino, non ci ha risparmiato esplosivi scoppi di allegria, ha preso le mosse dalla chiesetta santuario di San Pietro della Jenca. Il piccolo tempio, risalente al XIII secolo, caro alla memoria di Giovanni Paolo II, cui è dedicato, fu chiesa parrocchiale dell’antico omonimo castello. I successivi rimaneggiamenti nel portale e all’interno non ne hanno snaturato il fascino, ben riscoperto da un sapiente restauro degli ultimi decenni. La carovana ha fatto la sua prima sosta nella radura antistante la chiesetta a capanna di San Clemente, che una consolidata tradizione vuole antichissima e legata alla memoria dei primi cristiani, tanto da far ipotizzare la sua edificazione sopra una grotta creduta catacomba dei martiri.</p>
<p>L’occhio esperto nota la forma ogivale dell’elegante finestrella monolitica che si apre sul muro della piccola abside, carattere inconfondibile del primo gotico, che al pari dell’ampia finestra esistente sulla parete sinistra della vicina e sopra citata chiesetta di San Pietro della Jenca, denuncia la presenza di quella cultura cistercense che fu realtà dell’intero territorio del Gran Sasso a partire dal Milleduecento. Dopo una ulteriore breve sosta nel fontanile detto «La fonte dei tre olmi», nella campagna di Assergi, in prossimità di Grotta a Male, in una zona di notevole interesse archeologico che nei primi decenni dello scorso secolo fu oggetto di indagine da parte di Angelo Semeraro, geniale archeologo dilettante e poeta paganichese, siamo giunti nel borgo di Assergi, passando attraverso una porta dell’antico castello e costeggiando le mura bellamente restaurate.</p>
<p>Qui, ad attenderci, sullo sfondo di quella piazza dal sapore leopardiano, c’era la Chiesa di Santa Maria Assunta, con la sua luminosa facciata in levigata cortina a pietra concia, il portale finemente romanico, il leggiadro gotico rosone e il superbo campanile dalla doppia tessitura muraria. All’interno, dove un coraggioso restauro dei primi anni ‘70 del Novecento ha riportato alla luce un delicato pur se a tratti frammentario manto decorativo, si ammirano affreschi di pregio, databili tra il XIV e il primo XVI secolo, alcuni dei quali attribuiti a Francesco da Montereale e Saturnino Gatti, protagonisti di primo piano, insieme a Silvestro dell’Aquila e al grande Cola dell’Amatrice, del Rinascimento aquilano. All’interesse del visitatore si offre inoltre la cripta, con la sua scarna e mistica bellezza, autentico gioiello nel gioiello, antichissima, parlante il linguaggio misterioso del Medioevo. In essa, a fianco dell’altarino, poggiata sopra un interessante duecentesco pluteo di pietra e custodita all’interno di una cassetta di ferro, si scopre l’urna contenente le ossa di San Franco, ricalcata sull’opera, gelosamente conservata in altro luogo, di Giacomo di Paolo da Sulmona. Sull’altro lato, dolcemente adagiata su un cassone di noce che funge da reliquiario, ecco la statua lignea raffigurante una misteriosa donna coronata su cui è fiorito attraverso i secoli un’affascinante racconto popolare (regina del Cielo o regina della Terra?), diretta erede, quanto a stile scultoreo, della cosiddetta scuola francese “Ile de France”, e che potrebbe, da sola, giustificare un’intera sala museale.</p>
<p>Subito dopo, abbiamo consumato un’abbondante e gustosa colazione offerta dall’Associazione culturale “Insieme per Assergi” nell’orto attiguo alla casa canonica, con vista sull’amena valle del Raiale. Altra gradita sosta a Camarda e, come da tradizione, rinfrescante “cocomerata” curata dalle associazioni culturali “Il Treo” e “Insieme per Camarda”. A concludere il percorso lungo la valle del Raiale, con i suoi angoli di incontaminata bellezza, immancabile la visita alla chiesetta della Madonna d’Appari, autentica gemma incastonata nella roccia e lambita dalle acque di un gorgogliante ruscello. Nel cinquecentesco portale principale, la lunetta raffigura una Madonna col Bambino. Analogo affresco, ma più bello, compare sul portale laterale, a due passi dal ruscello. A poca distanza, sulla stessa parete, si scopre un antico disegno scolpito nella pietra dal significato profondo: un simbolo pagano dell’eterna lotta tra il bene e il male che la sapienza cristiana, secondo un collaudato costume, rivisita alla luce della Rivelazione.</p>
<p>La piccola fiabesca chiesa, monumento vivente della devozione popolare alla Vergine, riserva al visitatore, appena dentro, un’autentica e insospettata fantasmagoria di colori: dalle volte e dalle pareti emana un profluvio di luce degno di una chiesa rinascimentale fiorentina. Una suggestiva Crocifissione e scene della vita di Maria, forse opere di Francesco da Montereale, affrescano la volta del Presbiterio, mentre in fondo alla parete destra un pregevole dipinto raffigurante una Comunione agli apostoli nell’ultima cena – autorevolmente attribuita al figlio del suddetto Francesco &#8211; fa da sfondo ad un’edicola semicircolare con imbotte a cassettoni e archivolto riccamente modanato a ghirlande. Altri affreschi, sulla stessa parete, raffigurano Sant’Antonio e San Bernardino da Siena, molto popolare nelle chiese dell’Aquilano. In fondo alla parete di sinistra, vicino alla porta d’ingresso principale, si ammira l’unico dipinto ad olio presente nel piccolo tempio, una grande e bella tela di fine cinquecento ascritta al pittore aquilano Pompeo Mausonio: Madonna del Rosario, inquadrata nei 15 pannelli dei Misteri, che molto ricorda la Madonna di Pompei. Sulla controfacciata, completa la scena un monumentale ottocentesco organo a canne, tuttora funzionante. Di fronte a tanta bellezza si rimane letteralmente avvinti, e quasi non ci si staccherebbe da questo piccolo angolo dove sembra che natura, fede e poesia si siano date appuntamento.</p>
<p>Dopo una riposante pausa con pranzo nella villa comunale di Paganica offerto dalla locale sezione donatori di sangue del VAS, la comitiva, un po’ ridotta nel numero ma non nell’entusiasmo, ha sostato brevemente di fronte alla Basilica di San Giustino, antichissima, edificata sull’antico sepolcro del santo cui è dedicata. Ricostruita compiutamente nel periodo romanico, con le sue tre navate, mostra, al pari della sua ancor più vetusta cripta, una scarna e severa bellezza che invita al raccoglimento. In fase di restauro e provvisoriamente chiusa al pubblico per motivi di sicurezza, ne abbiamo potuto pur sempre ammirare lo svettante torrione con campanile della facciata, impreziosito alla base da un’edicola con arco a volta sorretto da eleganti pilastrini tardo-rinascimentali e riproducente, sullo sfondo, un bell’affresco dedicato alla Trinità.</p>
<p>Dopo una merenda nella vicina Bazzano offerta dal Circolo Bocciofilo, abbiamo dedicato l’ultima sosta di interesse culturale alla Basilica di Santa Giusta, antichissima anch’essa, ed edificata, analogamente alla chiesa di San Giustino, inglobando le antiche piccole basiliche ad corpus sorte sulle ancor più vetuste tombe dei martiri Giusta, Fiorenzo e Felice. Ne abbiamo ammirato la originalissima facciata, che per la ricchezza dei motivi scultorei in stile casauriense, il disegno a griglia delle colonnine e dei cornicioni, l’elegante portale ad arco falcato con colonne ed architrave stupendamente ornati, ne fanno un irripetibile capolavoro dell’architettura romanica abruzzese. Momentaneamente chiusa anch’essa al pubblico per motivi di statica, ne abbiamo potuto immaginare solo con gli occhi della mente l’interno, con la piatta parete di fondo dietro l’altare sfavillante di affreschi tardo-rinascimentali e le pareti laterali, ricche di pitture databili tra il XIII e XV secolo; mentre un ambone, a sinistra dell’altare per chi guarda, florido di sculture, casauriensi anch’esse, del XII secolo, poggia sopra un archivolto sotto il quale c’è l’accesso all’antica cripta, costituita da una monoaula con volte a crociera, e dove figura un altare abbellito da una statua lignea trecentesca raffigurante Santa Giusta.</p>
<p>L’illustrazione della chiesa di Santa Giusta, che ha dato il nome ad uno dei quarti dell’Aquila, ha offerto l’occasione per rievocare la singolare caratteristica urbanistica del capoluogo abruzzese, voluta sul finire del secolo XIII dal genio del capitano militare Lucchesino da Firenze, che, di concerto con il vescovo Nicola da Sinizzo, facendo tesoro dell’esperienza maturata in terra toscana, volle che all’Aquila i castelli fondatori, pur non smobilitando dai loro luoghi d’origine, serbassero una significativa traccia entro le mura della nuova urbe. Ultimo abbondante ristoro a Gignano, frutto della generosità degli animatori del Centro Sociale Anziani e, a seguire, il tratto finale della lunghissima ed esaltante passeggiata, passando lungo il corso di una città, L’Aquila, che mostra, evidenti, i segni della rinascita. All’arrivo, nella stupenda Basilica di Collemaggio, ad attenderci e ringraziarci c’era, in rappresentanza del sindaco dell’Aquila, l’assessore Daniele Ferella, che, nell’accomiatarsi, ha promesso che l’anno prossimo l’amministrazione comunale saprà fare di più e meglio. Il tempo, come si diceva, si è mantenuto buono lungo tutto il percorso. Solo alla fine un accenno di pioggerella che, più che un inizio di temporale, ci è parsa una rinfrescante benedizione del Cielo.</p>
<p style="text-align: right;">Giuseppe Lalli</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2019/09/21/da-san-pietro-della-jenca-a-collemaggio-una-marcia-del-perdono-nel-segno-dellaccoglienza-e-della-cultura/">Da San Pietro della Jenca a Collemaggio: una marcia del perdono nel segno dell&#8217;accoglienza e della cultura</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.improntalaquila.com/2019/09/21/da-san-pietro-della-jenca-a-collemaggio-una-marcia-del-perdono-nel-segno-dellaccoglienza-e-della-cultura/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">103815</post-id>	</item>
		<item>
		<title>25 anni fa Papa Wojtyla tornava sul &#8220;suo&#8221; Gran Sasso</title>
		<link>https://www.improntalaquila.com/2018/05/28/25-anni-fa-papa-wojtyla-tornava-sul-suo-gran-sasso/</link>
					<comments>https://www.improntalaquila.com/2018/05/28/25-anni-fa-papa-wojtyla-tornava-sul-suo-gran-sasso/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 May 2018 18:56:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Abruzzo]]></category>
		<category><![CDATA[Attualita']]></category>
		<category><![CDATA[L'Opinione]]></category>
		<category><![CDATA[gran sasso]]></category>
		<category><![CDATA[papa wojtyla]]></category>
		<category><![CDATA[San Pietro della Jenca]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.improntalaquila.com/?p=101619</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il 20 giugno di 25 anni fa Giovanni Paolo II tornava sul Gran Sasso d’Italia, la montagna che più amava, forse perché gli ricordava i Monti Tatra, in&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2018/05/28/25-anni-fa-papa-wojtyla-tornava-sul-suo-gran-sasso/">25 anni fa Papa Wojtyla tornava sul &#8220;suo&#8221; Gran Sasso</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il 20 giugno di 25 anni fa Giovanni Paolo II tornava sul Gran Sasso d’Italia, la montagna che più amava, forse perché gli ricordava i Monti Tatra, in Polonia, e gli anni della sua giovinezza. Sulle balze delle cime più alte dell’Appennino Papa Wojtyla era stato, più o meno in segreto, oltre un centinaio di volte, a camminare in solitudine o a sciare, guardato discretamente a distanza da qualche collaboratore vaticano, da due o tre dirigenti del Centro Turistico Gran Sasso d’Italia, da alcuni funzionari della Polizia di Stato. Tutti rigorosi osservanti della consegna del silenzio sulle fugaci visite del Santo Padre al Gran Sasso d’Italia. Ma quella domenica del 20 giugno 1993, diversamente, fu per una visita ufficiale e “pastorale”, alla quale fece da sfondo il coro delle vette della catena del Gran Sasso: al centro il Corno Grande (2.912 metri), a sinistra i Pizzi Cefalone, Malecoste, Intermesoli e il Monte Corvo, a destra il Brancastello, il Prena e il Monte Camicia. Il Papa, erto sul palco allestito a Campo Imperatore tra la stazione d’arrivo della funivia e l’albergo, dopo aver benedetto la chiesetta della Madonna della Neve, riaperta dopo i lavori di restauro realizzati dagli Alpini della Sezione Abruzzi dell’ANA, recitò le preghiere dell’Angelus e rivolse parole che sono rimaste scolpite nel cuore degli aquilani e degli appassionati della montagna. Che evento stupefacente! Un inno allo spirito e alla natura le parole del Papa, nell’austera bellezza e maestosità delle montagne alle sue spalle e, di fronte a Lui, la meraviglia delle digradanti discese verso la verdeggiante conca aquilana, racchiusa tra i contrafforti della catena montuosa del Velino Sirente e, in fondo sulla sinistra, la vista imponente della Maiella.</p>
<p>“Carissimi Fratelli e Sorelle! E’ un incontro particolare questo di oggi, nel quale ci è data l’opportunità di recitare l’Angelus nella suggestiva cornice del Gran Sasso, accanto a questa Cappella che ho appena benedetta, semplice e graziosa, incastonata com’è nel maestoso paesaggio a me ben noto e caro. Qui il silenzio della montagna e il candore delle nevi ci parlano di Dio, e ci additano la via della contemplazione, non solo come strada maestra per fare esperienza del Mistero, ma anche quale condizione per umanizzare la nostra vita e i reciproci rapporti. Si sente oggi un gran bisogno di allentare i ritmi talvolta ossessivi delle nostre giornate. Il contatto con la natura, con la sua bellezza e la sua pace, ci ritempra e ci ristora. Ma mentre l’occhio spazia sulle meraviglie del cosmo, è necessario rientrare in noi stessi, nella profondità del cuore, in quel centro della nostra persona, in cui siamo a tu per tu con la nostra coscienza. Lì Dio ci parla, e il dialogo con Lui restituisce senso alla nostra vita.</p>
<p>Per questo, carissimi Alpini, che vedo numerosi a quest’appuntamento, ho molto apprezzato la vostra iniziativa di ristrutturare questa Cappella, la quale vuole essere, per quanti qui giungono o sostano mentre salgono la montagna, richiamo al soprannaturale, segno della presenza di Dio, invito alla preghiera. Così è per voi, cari amici, che vi siete qui radunati, preoccupandovi di assicurare al vostro incontro festoso il respiro ossigenante della preghiera. Esso, del resto, si amalgama bene con la vostra storia e la vostra cultura, oserei dire con la vostra “spiritualità”. Voi siete infatti, come “plasmati” dalla montagna, dalle sue bellezze e dalle sue asprezze, dai suoi misteri e dal suo fascino. La montagna apre i suoi segreti solo a chi ha il coraggio di sfidarla. Chiede sacrificio e allenamento. Obbliga a lasciare la sicurezza delle valli, ma offre a chi ha il coraggio dell’ascesa gli spettacoli stupendi delle cime. Essa è pertanto una realtà fortemente evocativa del cammino dello spirito, chiamato ad elevarsi dalla terra al cielo, fino all’incontro con Dio. Voi, cari Alpini, siete esperti di questo suo misterioso linguaggio. Ascoltandolo, il vostro stesso servizio alla Patria si fa, con tutta naturalezza, servizio alla solidarietà e alla pace. Lasciate dunque che, alla ben nota simpatia che il Corpo suscita nell’opinione pubblica, io aggiunga oggi anche l’espressione del mio apprezzamento e della mia amicizia.</p>
<p>Da queste montagne il mio pensiero va a tutta la terra di Abruzzo, e in particolare alla diocesi dell’Aquila, che ebbi modo di visitare nel 1980. Rivolgo il mio saluto affettuoso al Vescovo, il caro Monsignor Peressin, che ha celebrato per voi l’Eucaristia. Saluto anche gli altri Vescovi di questa provincia ecclesiastica, vicini a L’Aquila, poi saluto di cuore i Presbiteri, i Religiosi e le Religiose e tutta la Comunità aquilana. So dell’impegno che state ponendo, con esemplare entusiasmo, soprattutto nella pastorale familiare. È una scelta che merita un vivo incoraggiamento, in questo tempo difficile in cui sulla famiglia si accaniscono forze corrosive che ne minacciano l’unità e la serenità. È necessario dunque che, nella società civile come nella Chiesa, per il sostegno a questa fondamentale istituzione siano investite le migliori energie. Le famiglie cristiane siano davvero lievito nella società, vivendo la loro vocazione di “chiese domestiche”, ispirate profondamente dal Vangelo, ricche di preghiera, di tenerezza, di testimonianza. Carissimi Fratelli e Sorelle! Affidiamoci a Maria, che in questa Cappella è onorata col titolo suggestivo di “Madonna della Neve”, non solo appropriato per la stupenda cornice della natura circostante, ma anche fortemente evocativo del suo mistero di donna del candore: la “tota pulchra”, l’Immacolata. Ella ci insegni la via della fedeltà a Cristo. Ci ottenga coraggio e fiducia. Benedica questa terra, e in modo speciale le sue famiglie e i suoi giovani”. &nbsp;</p>
<p>Quell’anno, come ben racconta e documenta il giornalista e scrittore Giustino Parisse nel suo libro “Giovanni Paolo II e l’Abruzzo” (Graphitype Edizioni, 2005), ben tre volte Papa Wojtyla venne sul Gran Sasso. La prima era stata in un martedì di febbraio 1993 (il 16 o il 23) quando, reduce da una settimana di visite pastorali in alcuni Paesi africani – Benin, Uganda e Sudan –, si concesse alcune ore di libertà per una sciata a Campo Imperatore, sulla pista che poi verrà chiamata “pista del Papa”. Lo accompagnavano il suo segretario don Stanislao Dziwisz – che poi diventerà Cardinale e arcivescovo di Cracovia –, il medico Renato Buzzonetti e gli uomini della scorta. Del Centro Turistico erano presenti il presidente, Alfonso Scimia, il direttore Berardino Scimia, il direttore degli impianti Dino Pignatelli, il maestro di sci Bruno Faccia ed Enzo Volpe alla guida del gatto delle nevi.</p>
<p>Racconta Giustino Parisse: “[…] Il Santo Padre scia per ore, si ferma solo per consumare un pasto frugale. Bruno Faccia ha portato da Assergi dove abita, salame, prosciutto e formaggio di produzione locale e anche un po’ di vino. Il Papa apprezza pur senza esagerare e poi riprende a sciare. […]”. La seconda volta, quell’anno, era stata il 13 aprile 1993. Sempre una visita privata e discreta per concedersi qualche ora di serenità e di sci, in una mattinata tormentata dal nevischio e dal vento, sulla pista della Scindarella. A metà giornata, in una pausa per una colazione accanto alla casetta dei pastori, con gli addetti del Centro Turistico in rispettoso silenzio, “[…] il presidente del Centro Turistico, Alfonso Scimia, – scrive ancora Parisse – quello che appariva il meno “bloccato” dalla presenza del Santo Padre prese il coraggio a quattro mani e si rivolse a Karol Wojtyla dicendo: «Santità, i nostri alpini hanno quasi terminato di restaurare la Chiesetta della Madonna della Neve, vorremmo che fosse Lei a inaugurarla». Il Pontefice guardò Alfonso Scimia e dopo un attimo di pausa disse: “Vedremo”. Una risposta che al presidente del Centro Turistico sembrò un sì senza tentennamenti.”</p>
<p>Prende così avvio il 16 aprile la procedura d’invito ufficiale in Vaticano, con una lettera riservata del presidente Scimia, nella quale si chiede al Papa di benedire e inaugurare, il 20 giugno 1993, la restaurata chiesetta Madonna della Neve e l’autorizzazione a denominare la pista dove il Pontefice ha sciato “Pista Giovanni Paolo II”. Alla richiesta dà riscontro il 10 maggio l’arcivescovo dell’Aquila Mario Peressin con una lettera nella quale viene data per certa la visita del Pontefice domenica 20 giugno. L’ufficializzazione della visita pastorale del Papa giunge dalla Santa Sede con una lettera della Segretaria di Stato vaticana, datata 1 giugno 1993, diretta al presidente del Centro Turistico, Alfonso Scimia. Il sogno si avvera e il 20 giugno 1993 diventerà un’altra giornata memorabile nel cuore degli aquilani! Saranno così tre le visite ufficiali di papa Wojtyla a L’Aquila e dintorni: il 30 agosto 1980 nella città capoluogo, in occasione del sesto Centenario della nascita di San Bernardino da Siena, il 9 Agosto 1986 a Rocca di Mezzo e ai Piani di Pezza, dove erano in raduno 13 mila scout dell’Agesci, infine la visita del 20 giugno 1993 per inaugurare la restaurata chiesetta della Madonna della Neve a Campo Imperatore, ma in Abruzzo Giovanni Paolo II, in visita ufficiale era stato altre tre volte: nel 1993 a San Salvo, nel 1985 ad Avezzano e altri luoghi della Marsica, il 24 marzo, e il 30 giugno ad Atri, Teramo e al Santuario di San Gabriele.</p>
<p>Tuttavia sono oltre un centinaio le visite private e riservatissime di Giovanni Paolo II sul Gran Sasso, dal 16 ottobre 1978, data della sua elezione al Soglio di Pietro in poi. Perfino prima ne è riscontrata una, nel 1962, come documenta una foto che ritrae Karol Wojtyla a Fonte Cerreto, base della funivia del Gran Sasso. Foto rinvenuta dall’appassionata ricerca di Pasquale Corriere, presidente dell’Associazione culturale “San Pietro della Jenca” cui si deve la valorizzazione della chiesetta alle falde del Gran Sasso dove papa Wojtyla si recava in raccoglimento, diventata nel 2011 il primo Santuario dedicato a San Giovanni Paolo II. Il grazioso borgo di San Pietro della Jenca, che nel 1254 fu uno dei Castelli fondatori dell’Aquila, divenne nei secoli successivi villaggio rurale per la residenza estiva di contadini e pastori di Camarda impegnati nel lavoro dei campi d’altura o sui pascoli circostanti. Fin quando il 29 dicembre 1995 a San Pietro della Jenca, in una delle sue numerosissime e segrete escursioni sul Gran Sasso, Giovanni Paolo II non vi sostò, raccolto in preghiera nella bella chiesetta medioevale. Poi ancora altre volte. Da quel momento quel luogo sacro è diventato molto caro agli aquilani, man mano caro a tanti appassionati della montagna e ai visitatori che lo raggiungono da ogni angolo d’Italia e talvolta dall’estero. Quasi in pellegrinaggio, già da quando papa Wojtyla era ancora in vita. Ma sopra tutto è diventato un luogo dell’affetto e della devozione verso il papa sentito dai fedeli “Santo subito” dal 2 aprile 2005, giorno in cui il più carismatico dei pontefici trapassò in Cielo. Il primo maggio 2011, infatti, con Roma piena di pellegrini da tutto il mondo, in una commovente cerimonia Benedetto XVI dichiarò “beato” Giovanni Paolo II, primo passo verso la sua santificazione. Appena 17 giorni dopo, data non casuale perché giorno della nascita di Karol Jozef Wojtyla (Wadowice, 18 Maggio 1920), la chiesetta di San Pietro della Jenca divenne il primo Santuario dedicato al Beato Giovanni Paolo II, come decretato dall’allora arcivescovo dell’Aquila, Mons. Giuseppe Molinari.</p>
<p>In una lettera del 18 maggio 2011, per l’inaugurazione del Santuario, il Cardinale Stanislao Dziwisz, Arcivescovo metropolita di Cracovia, che di papa Wojtyla fu segretario, tra l’altro scrisse: “[…] vorrei salutare cordialmente le Autorità ecclesiastiche e civili dell’Aquila e tutti i presenti, radunati nella chiesa di San Pietro della Jenca, nel giorno della solenne dedicazione del Santuario al Beato Giovanni Paolo II. Insieme con voi ringrazio Dio onnipotente per il giorno della nascita di Karol Giuseppe Wojtyla, il secondo figlio di Karol ed Emilia Wojtyla. Ringrazio il Signore della vita per il giorno 18 Maggio 1920, il quale negli impenetrabili disegni di Dio fu il giorno della sua nascita per Dio, per la Chiesa e per tutta l’umanità. Desidero pure esprimere la mia personale gratitudine al signor Pasquale Corriere, presidente dell’Associazione Culturale San Pietro della Jenca, per la cura incessante di questa piccola chiesetta, nella quale Giovanni Paolo II pregò il 29 Dicembre 1995. Lo ringrazio cordialmente, e voi tutti, per i commoventi segni di grande amore al Santo Padre Giovanni Paolo II. Auguro che questo giorno della solenne dedicazione della chiesa di San Pietro della Jenca come Santuario di Beato Giovanni Paolo II sia per voi il momento della gioia che viene dal fatto di aver conosciuto il Santo dei nostri tempi, il quale c’insegnava come amare Dio ed il prossimo”. Il porporato era tornato ancora una volta nel borgo di San Pietro della Jenca insieme al Cardinale Kazimierz Nycz, Arcivescovo di Varsavia, qualche giorno prima dell’erezione della chiesetta a Santuario, avvenuta con una solenne celebrazione dell’Arcivescovo dell’Aquila. E quello stesso anno, il 7 agosto, il Cardinale Dziwisz donò la Reliquia del Beato Giovanni Paolo II custodita nel Santuario.</p>
<p>Ormai da anni, e particolarmente dopo la canonizzazione di San Giovanni Paolo II, il 27 aprile 2014 da Papa Francesco, singoli pellegrini e gruppi organizzati fanno sempre più di San Pietro della Jenca una delle tappe “wojtyliane”. La testimonianza di questo flusso crescente di devozione è testimoniata nei voluminosi registri che raccolgono i nomi dei visitatori, le richieste di grazie e le emozioni provate il quel luogo suggestivo, nel quale si avverte la presenza spirituale d’un Papa santo particolarmente amato dai fedeli. E in effetti in questo luogo ormai tutto parla di Karol Wojtyla. Lungo il percorso che conduce a San Pietro della Jenca si susseguono indicazioni stradali “Santuario S. Giovanni Paolo II”, fino a quel piccolo sentiero che conduce alla Chiesetta, suggestiva nella singolarità del luogo, suggestivo ed invitante al raccoglimento. Il 18 maggio 2005, peraltro, una delle cime della catena del Gran Sasso che si erge proprio di fronte al borgo di San Pietro della Jenca, detta del Gendarme sulle Malecoste, venne intitolata al papa polacco. Sulla Cima Giovanni Paolo II è ora issata una grande croce che guarda il borgo e la valle. E’ lì a testimoniare l’attaccamento del grande Papa Santo verso il Gran Sasso, dove con assoluta discrezione innumerevoli volte Egli venne a camminare o a sciare, e il suo amore per le montagne d’Abruzzo.</p>
<p style="text-align: right;">Goffredo Palmerini</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2018/05/28/25-anni-fa-papa-wojtyla-tornava-sul-suo-gran-sasso/">25 anni fa Papa Wojtyla tornava sul &#8220;suo&#8221; Gran Sasso</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.improntalaquila.com/2018/05/28/25-anni-fa-papa-wojtyla-tornava-sul-suo-gran-sasso/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">101619</post-id>	</item>
	</channel>
</rss>
