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	<title>tribunale dei minori di Chieti: Archivi - L&#039;Impronta L&#039;Aquila</title>
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		<title>La famiglia nel bosco: storia di un equilibrio fragile tra libertà, responsabilità e incomprensione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Mar 2026 18:32:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Abruzzo]]></category>
		<category><![CDATA[Attualita']]></category>
		<category><![CDATA[L'Opinione]]></category>
		<category><![CDATA[bambini]]></category>
		<category><![CDATA[Barbara Fabbroni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sono storie che sembrano uscite da un libro di favole: case di pietra in mezzo ai boschi, bambini scalzi che imparano dal vento e genitori che cercano,&#8230;</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Ci sono storie che sembrano uscite da un libro di favole: case di pietra in mezzo ai boschi, bambini scalzi che imparano dal vento e genitori che cercano, forse con ostinazione, una vita più essenziale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi ci sono le stesse storie osservate da vicino, senza il filtro romantico: luoghi che diventano troppo isolati, scelte educative che oltrepassano i confini, fragilità economiche che si trasformano in rischio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La vicenda della famiglia nel bosco di Palmoli, in provincia di Chieti, vive proprio in questo spazio ambiguo: tra l’idealismo e il pericolo, tra la libertà e il dovere, tra ciò che si vorrebbe essere e ciò che si deve garantire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel novembre 2025 il tribunale per i minori dell’Aquila ha deciso di sospendere la responsabilità genitoriale di Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, una coppia italo-anglosassone che da anni aveva scelto per i propri tre figli — due gemelli di sei anni e una bambina di otto — un’esistenza fuori dai canoni. Una storia che ha attraversato giornali, talk show, social network: raccontata, discussa, strumentalizzata. Ma che continua ad avere al centro tre bambini e due genitori che dicono di aver fatto tutto “per amore”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La casa di pietra e l’allarme dei servizi sociali</p>



<p class="wp-block-paragraph">La vicenda inizia nel settembre 2024 con una chiamata ai soccorsi: un’intossicazione alimentare da funghi. Una richiesta d’aiuto che diventa, per legge, una segnalazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">una casa rurale in pietra, senza impianto idraulico né rete fognaria, senza servizi igienici;</p>



<p class="wp-block-paragraph">un tenore di vita essenziale, forse troppo; entrate economiche discontinue; e soprattutto tre bambini che non frequentano la scuola.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nei rapporti dei servizi sociali emergono parole attente ma severe: condizioni di disagio abitativo, necessità di tutela, educazione non conforme all’obbligo scolastico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La macchina della protezione si mette in moto. E come spesso accade, una volta avviata non è facile fermarla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’allontanamento: una notte senza rumore</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il 20 novembre 2025 gli assistenti sociali, insieme alle forze dell’ordine, eseguono l’ordinanza del tribunale dei minori di Chieti: i tre bambini vengono allontanati dalla casa e portati in una comunità insieme alla madre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il padre, Nathan, resta nel casolare. Solo, spaesato. Mi manca la mia vita, racconta ai microfoni di&nbsp;una nota trasmissione televisiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La psicologia di un allontanamento è sempre la stessa: non è un taglio netto, ma una frattura invisibile. Si spezza l’equilibrio, si spezza la quotidianità, e soprattutto si spezza l’illusione — legittima, umana — che l’amore basti a proteggere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Unschooling: la libertà educativa che la legge non vede</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al centro del caso c’è una scelta: l’unschooling.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non homeschooling, che in Italia è regolato e prevede verifiche annuali, ma un metodo educativo radicale, basato sull’assenza di programmi, di compiti, di lezioni strutturate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Loro hanno imparato a leggere e scrivere da soli, racconta la madre Catherine.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Parole che raccontano un ideale educativo affascinante, fatto di lentezza e autonomia, ma che si scontra con un sistema che chiede prove, certificazioni, percorsi formali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Italia riconosce il diritto all’istruzione, ma anche l’obbligo di garantirla. E in questa cornice normativa il sogno di Catherine e Nathan diventa un vuoto giuridico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dal punto di vista psicologico, l’unschooling è un terreno complesso:</p>



<p class="wp-block-paragraph">• può favorire creatività e identità libera,</p>



<p class="wp-block-paragraph">• ma rischia di negare ai bambini quelle competenze sociali e strutturali che li proteggono nel mondo reale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema non è il bosco, ma la solitudine educativa. La frattura con l’avvocato, le incomprensioni, la lingua come confine. L’avvocato Giovanni Angelucci, incaricato di difendere i genitori, decide di rinunciare al mandato: afferma che la coppia avrebbe rifiutato ogni proposta di aiuto, inclusa la ristrutturazione della casa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I genitori però smentiscono. Parlano di incomprensioni. Di una lingua che non è la loro madrelingua. Una barriera invisibile che, ancora una volta, genera distanza, sospetto, confusione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La storia psicologica di questa famiglia è una storia di mancati incroci: tra loro e le istituzioni, tra il loro lessico e quello dei servizi, tra ciò che volevano dire e ciò che è stato compreso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Libertà o trascuratezza? La zona grigia che divide il Paese. Il dibattito mediatico è esploso: c’è chi parla di abuso istituzionale e chi di tutela necessaria; chi vede in Catherine e Nathan dei genitori alternativi ma amorevoli e chi, invece, dei visionari irresponsabili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In realtà la verità sta, come spesso accade, nella zona grigia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La famiglia nel bosco non è la storia di un reato, né quella di una fiaba. È il racconto di un confine sottilissimo: quello tra un modello educativo libero e una possibile trascuratezza; tra la scelta di vivere fuori dagli schemi e la capacità — o incapacità — di garantire ai figli ciò che la legge considera essenziale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tre bambini sorridono in una comunità, una madre li accompagna ogni giorno, un padre li attende nel silenzio di un casolare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E un Paese intero discute, giudica, commenta. Il bosco come metafora, Il bosco, nella psicologia simbolica, rappresenta il luogo dell’esplorazione, dell’intuizione, ma anche dell’ignoto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La famiglia di Palmoli aveva scelto di viverci dentro, non solo geograficamente ma esistenzialmente: avevano scelto il sentiero poco battuto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ora sono chiamati a uscirne, almeno per un tratto, per dimostrare che quel bosco non era una fuga, ma una scelta consapevole.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E forse, quando la polvere si poserà, resterà una domanda semplice e universale: quanto spazio possiamo concedere alla libertà, senza tradire la responsabilità? È in questa domanda che si gioca il destino della famiglia nel bosco. E forse il destino di tutte le famiglie che cercano, nel caos del presente, una propria fragile strada verso la felicità.</p>



<p class="has-text-align-right wp-block-paragraph">Barbara Fabbroni</p>
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