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	<title>unione europea Archivi - L&#039;Impronta L&#039;Aquila</title>
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		<title>Rising Lion: La nuova faglia del Medio Oriente e l&#8217;eco globale a una settimana dal G7</title>
		<link>https://www.improntalaquila.com/2025/06/13/rising-lion-la-nuova-faglia-del-medio-oriente-e-leco-globale-a-una-settimana-dal-g7/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Jun 2025 11:30:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Nulla è più funesto alla pace che l&#8217;avidità di dominio.&#8221;– Seneca Il 12 giugno 2025, a meno di una settimana dal G7 a L&#8217;Aia, Israele ha lanciato Operation &#8220;Rising Lion&#8221;, un attacco aereo su larga scala con circa 200 jet contro oltre 100 obiettivi strategici in Iran. Il premier Netanyahu ha definito l&#8217;operazione &#8220;un atto [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2025/06/13/rising-lion-la-nuova-faglia-del-medio-oriente-e-leco-globale-a-una-settimana-dal-g7/">Rising Lion: La nuova faglia del Medio Oriente e l&#8217;eco globale a una settimana dal G7</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>&#8220;Nulla è più funesto alla pace che l&#8217;avidità di dominio.&#8221;</em><br>– Seneca</p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Il <strong>12 giugno 2025</strong>, a meno di una settimana dal G7 a <strong>L&#8217;Aia</strong>, Israele ha lanciato <strong>Operation &#8220;Rising Lion&#8221;</strong>, un attacco aereo su larga scala con circa <strong>200 jet</strong> contro oltre <strong>100 obiettivi</strong> strategici in Iran. Il premier Netanyahu ha definito l&#8217;operazione &#8220;un atto di autodifesa&#8221;, ma l&#8217;intervento viene letto da molti come un gesto <strong>calcolato e provocatorio</strong> teso a ridefinire unilateralmente gli equilibri regionali.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Iran promette una &#8220;risposta devastante&#8221;</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Teheran ha parlato di <strong>&#8220;guerra aperta&#8221;</strong>. Khamenei ha promesso una reazione &#8220;all&#8217;altezza dell&#8217;aggressione sionista&#8221;, minacciando <strong>attacchi simultanei su più fronti</strong>, diretti e per procura. I primi lanci di droni Shahed sono stati intercettati, ma il messaggio è chiaro: <strong>la spirale è appena iniziata</strong>.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Il mondo arabo insorge</strong></h3>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Arabia Saudita</strong> e <strong>Qatar</strong> accusano Israele di aver <strong>violato il diritto internazionale in modo palese</strong>, chiedendo <strong>una risposta araba coordinata</strong>.</li>



<li><strong>Oman</strong> denuncia una <strong>&#8220;strategia israeliana di destabilizzazione permanente&#8221;</strong>, invocando sanzioni e pressioni diplomatiche.</li>



<li><strong>Egitto</strong> e <strong>Giordania</strong>, formalmente legati a Tel Aviv da accordi di pace, sono ora in forte imbarazzo. Il Cairo parla apertamente di <strong>&#8220;atto criminale&#8221;</strong>, Amman chiede una sessione straordinaria della Lega Araba.</li>



<li><strong>Emirati</strong>: dopo aver coltivato i &#8220;Patti di Abramo&#8221;, si ritrovano a gestire un&#8217;escalation che mina la propria narrativa di equilibrio regionale.</li>
</ul>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Reazioni internazionali: ipocrisie e crisi diplomatiche</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Stati Uniti</strong><br>La Casa Bianca ha dichiarato di <strong>non essere stata informata preventivamente</strong>, ma le ambiguità sono evidenti. Il ritiro del personale da Iraq e Golfo conferma il timore di un allargamento.<br><strong>Marco Rubio</strong> ha evitato ogni critica, ma il Senato è diviso: la sinistra democratica accusa Biden di <strong>&#8220;sudditanza passiva a Tel Aviv&#8221;</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Regno Unito</strong><br>Starmer si è limitato a invocare &#8220;contenimento&#8221;, ma le opposizioni denunciano <strong>&#8220;complicità morale con l&#8217;aggressione israeliana&#8221;</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Cina</strong><br>Ha bollato l&#8217;attacco come <strong>&#8220;atto unilaterale che minaccia la sicurezza energetica globale&#8221;</strong> e ha convocato d&#8217;urgenza il Consiglio di Sicurezza. Pechino prepara una proposta congiunta con Mosca per <strong>sanzioni selettive</strong> e una &#8220;zona no fly&#8221; sul Golfo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Unione Europea</strong><br>L&#8217;UE è paralizzata: mentre Borrell denuncia una <strong>&#8220;violazione flagrante del diritto internazionale&#8221;</strong>, Stati membri come Ungheria e Polonia frenano ogni tentativo di sanzione.<br><strong>Francia e Germania</strong> parlano di &#8220;atto d&#8217;imprudenza che mette a rischio milioni di vite&#8221;, ma non propongono un&#8217;alternativa concreta.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Russia</strong><br>Ha definito l&#8217;attacco <strong>&#8220;un&#8217;aggressione deliberata e destabilizzante&#8221;</strong>, accusando Israele di voler <strong>stravolgere l&#8217;ordine regionale con atti di guerra preventivi, in totale spregio al diritto internazionale</strong>. Lavrov ha evocato un <strong>&#8220;rischio di conflitto mondiale se gli USA non fermano il proprio alleato&#8221;</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>ONU</strong><br>Guterres ha parlato di <strong>&#8220;fallimento della diplomazia occidentale&#8221;</strong>, condannando Israele per aver <strong>sabotato qualsiasi tentativo di dialogo sul nucleare</strong>. Le risoluzioni restano però bloccate dai veti incrociati.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Effetti collaterali immediati</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Spazi aerei chiusi su Iran, Iraq, Siria, Libano e Israele. Migliaia di voli annullati.<br>Borse del Golfo in picchiata. Brent sopra i 100 dollari. Il rischio di un <strong>collasso energetico globale</strong> torna reale.<br>Il traffico navale sullo Stretto di Hormuz si è dimezzato in 48 ore.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>La voce fuori dal coro – il Manifesto</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Il Manifesto</em></strong> accusa l&#8217;Occidente di <strong>ipocrisia selettiva</strong>: silenzioso quando Israele bombarda, indignato solo quando lo fa l&#8217;Iran. &#8220;Non è un atto difensivo, è <strong>una guerra pianificata per ridisegnare la mappa del Medio Oriente</strong>,&#8221; scrive in un editoriale. &#8220;L&#8217;Italia tace, l&#8217;Europa balbetta, e intanto la diplomazia muore sotto le bombe.&#8221;</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Israele: strategia lucida o salto nel buio?</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Fonti interne al Likud parlano apertamente di &#8220;chiudere il dossier iraniano prima che Trump o un&#8217;Europa debole tentino nuovi accordi&#8221;.<br>L&#8217;obiettivo non è solo il nucleare, ma <strong>imporre una nuova egemonia militare in Medio Oriente</strong>, sfruttando il vuoto strategico lasciato dagli USA.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo analisti militari, l&#8217;attacco è parte di una <strong>dottrina post-Occidente</strong>, dove Israele intende agire da potenza autonoma, <strong>senza più attendere il consenso formale di Washington o Bruxelles</strong>.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Scenari futuri: tre ipotesi</strong></h3>



<ol class="wp-block-list">
<li><strong>Escalation controllata</strong>: colpi reciproci, ma si evita la guerra totale. Cina, Russia e ONU cercano un negoziato multilaterale.</li>



<li><strong>Guerra allargata</strong>: Iran colpisce direttamente Israele, Tel Aviv risponde attaccando anche Libano e Siria. Gli USA, coinvolti loro malgrado, sono trascinati in un conflitto che non vogliono.</li>



<li><strong>Ridislocazione geopolitica</strong>: Israele si impone come unica potenza in grado di garantire &#8220;ordine&#8221;, trascinando dietro sé parte del mondo arabo. UE e USA restano <strong>spettatori impotenti</strong>, delegittimati e frammentati.</li>
</ol>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Conclusione</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Con &#8220;Rising Lion&#8221;, Israele ha oltrepassato ogni linea rossa. L&#8217;attacco non è soltanto una rappresaglia: è <strong>una dichiarazione di potenza autonoma</strong>, un messaggio lanciato a Washington, Pechino, Mosca e Riyad.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;<strong>Occidente è paralizzato</strong>: troppo diviso per reagire, troppo compromesso per condannare.<br>Il <strong>G7 a L&#8217;Aia</strong> potrebbe essere l&#8217;ultimo momento utile per una risposta politica coerente. Se fallisce, la crisi potrebbe mutare definitivamente gli equilibri mondiali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché se oggi cade il Medio Oriente, <strong>domani nessun ordine globale sarà più possibile senza guerra.</strong></p>



<p class="has-text-align-right wp-block-paragraph">Carlo Di Stanislao</p>
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		<title>Direttiva UE su plastica monouso: segnale importante per inquinamento ma insufficiente</title>
		<link>https://www.improntalaquila.com/2018/12/20/direttiva-ue-su-plastica-monouso-segnale-importante-per-inquinamento-ma-insufficiente/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Dec 2018 22:59:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ecologia - Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[IN RILIEVO]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[direttiva]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo mesi di intensi negoziati, l’Unione europea ha concordato un testo definitivo che contiene le attese norme sulla plastica monouso. Con la nuova direttiva arriva un segnale importante dall’Europa per contrastare l’inquinamento da plastica nei mari del Pianeta. Tuttavia le misure concordate, come la riduzione a monte della produzione di alcuni imballaggi e contenitori in [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2018/12/20/direttiva-ue-su-plastica-monouso-segnale-importante-per-inquinamento-ma-insufficiente/">Direttiva UE su plastica monouso: segnale importante per inquinamento ma insufficiente</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo mesi di intensi negoziati, l’Unione europea ha concordato un testo definitivo che contiene le attese norme sulla plastica monouso. Con la nuova direttiva arriva un segnale importante dall’Europa per contrastare l’inquinamento da plastica nei mari del Pianeta. Tuttavia le misure concordate, come la riduzione a monte della produzione di alcuni imballaggi e contenitori in plastica monouso, non rispondono pienamente alla gravità dell’inquinamento dei nostri mari.</p>
<p>«Sicuramente quello lanciato dall’Unione europea è un segnale importante che risponde alle richieste e alle preoccupazioni di migliaia di cittadini. Ancora, però, si è lontani da una vera soluzione. Non introducendo misure vincolanti per gli Stati membri per ridurre il consumo di contenitori per alimenti, e ritardando di quattro anni l’obbligo di raccogliere separatamente il 90 per cento delle bottiglie in plastica, l’Europa regala così alle grandi multinazionali la possibilità di fare ancora enormi profitti con la plastica usa e getta a scapito del Pianeta», dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile della Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia.</p>
<p>Tra le misure più importanti incluse nella normativa ci sono il divieto di vendita per numerosi articoli in plastica monouso, ad esempio piatti, posate e contenitori in polistirolo espanso, e la responsabilizzazione dei produttori per coprire i costi di gestione e pulizia dei rifiuti derivanti da alcuni prodotti come i mozziconi delle sigarette.</p>
<p>«Il testo approvato in Europa lascia ampi margini al nostro governo per rafforzare ulteriormente la normativa. Ci auguriamo che il ministro Costa, nel recepimento della direttiva, si impegni a responsabilizzare ulteriormente i produttori e a ridurre ulteriormente la produzione di plastica monouso che minaccia i nostri mari», conclude Ungherese.</p>
<p>Domani i ministri dell’Ambiente europei dovrebbero firmare il testo della direttiva e, successivamente, avranno due anni per recepire la normativa nel quadro nazionale di riferimento.</p>
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		<title>Gaza: nuovi martiri, ma la marcia non si ferma</title>
		<link>https://www.improntalaquila.com/2018/04/20/gaza-nuovi-martiri-ma-la-marcia-non-si-ferma/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Apr 2018 21:53:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[IN RILIEVO]]></category>
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		<category><![CDATA[La Grande Marcia del Ritorno]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Su Gaza City i droni ronzano in continuazione e volano bassi fin dall’alba. Notizie telefoniche c’informano che volano bassi in tutta la Striscia. Non è un buon segno. Oggi è il quarto venerdì della grande marcia del ritorno e i palestinesi hanno promesso molte sorprese per questa quarta giornata, forse i droni sono particolarmente attivi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Su Gaza City i droni ronzano in continuazione e volano bassi fin dall’alba. Notizie telefoniche c’informano che volano bassi in tutta la Striscia. Non è un buon segno. Oggi è il quarto venerdì della grande marcia del ritorno e i palestinesi hanno promesso molte sorprese per questa quarta giornata, forse i droni sono particolarmente attivi per questo.</p>
<p>In realtà le sorprese degli organizzatori della marcia attingono tutte alla creatività tipica della sfera della nonviolenza. Ma mentre scriviamo Israele ha già fatto il primo martire. Un colpo di precisione ha fatto saltare parte della scatola cranica a un giovane manifestante. Un colpo da killer professionista. Così Ahmed Nabil Akel, un ragazzo di 24 anni, ha smesso di vivere intorno alle 12,30, ora locale, e da giovane scanzonato e sempre pronto al sorriso, come ci viene descritto, si è trasformato nel primo martire del 4° giorno. Dire il primo martire, lo ricordiamo, è diverso dal dire la prima vittima, perché un uomo assassinato è una vittima, ma se questo viene assassinato mentre manifesta per i diritti della sua collettività diventa un martire. Questo ci ricordano sempre i palestinesi e vogliamo riportare il loro pensiero perché spiega bene quel che in occidente sembra difficile capire.</p>
<p>Mentre scriviamo la marcia continua, anche se il giovane Ahmed è stato assassinato e parecchi altri manifestanti sono stati feriti, e intanto, minuto per minuto scopriamo le sorprese preparate dagli organizzatori. Sono sorprese che ricordano quel vecchio sogno che tanti anni fa faceva scrivere sui muri delle università italiane. “l’immaginazione al potere”. Sarebbe stato bello, ma non andò così. E anche qui, mentre vediamo aquiloni colorati, o una pseudo mongolfiera piena di messaggi d’amore che cerca di scavalcare i confini per portare quei messaggi a un detenuto chiuso in galera da una ventina d’anni, o un divertito e divertente servizio di “contro lancio gaz” o i volantini palestinesi che ricalcano ironicamente quelli israeliani invitando i soldati a tornare a casa e a non credere ai loro governanti ed altre trovate simili che ricordano la creatività del movimento italiano del “77, i proiettili e tear gas fanno il loro lavoro ma non fermano le migliaia di persone che con carretti e automobili, moto e furgoncini, vanno a unirsi al “popolo delle tende” che staziona fisso lungo il confine e che ha attrezzato le cinque aree delle manifestazioni con servizi di piccolo ristoro, librerie e luoghi per conferenze e spettacoli che andranno avanti fino al 15 maggio, giorno della Naqba, in cui la grande marcia si concluderà.</p>
<p>Intanto i droni si moltiplicano e seguitano a volare bassi e i proiettili lungo la zona della marcia seguitano a cadere come risposta a una manifestazione pacifica cui partecipano migliaia di famiglie. Quanti feriti ci saranno oggi? colpiti opportunamente dai proiettili per restare invalidi, o intossicati dai gas micidiali che Israele può usare liberamente? Il bilancio lo farà stasera il Ministero della Salute.</p>
<p>Noi sappiamo che le istituzioni internazionali hanno una grande responsabilità, quella di non costringere Israele a rispettare il Diritto internazionale e il Diritto umanitario, unica possibilità per arrivare alla fine dei massacri e fermare l’incremento dell’odio che assedio e occupazione portano con sé.</p>
<p>A tal proposito è di ieri la notizia che il Parlamento europeo ha votato una risoluzione che risulta incredibile fino all’assurdo per chi conosce la situazione dall’interno. Di fatto il Parlamento Europeo ha condannato non Israele, bensì i palestinesi che marciano per chiedere il rispetto dei loro diritti. Lo ha fatto attribuendo al partito al potere nella Striscia di Gaza, cioè Hamas, la colpa di essere l’ispiratore della manifestazione, senza dimenticare, ovviamente, di attribuirgli l’epiteto di terrorista secondo i canoni fedeli alla narrativa israeliana, quella che si serve del potere evocativo di alcune parole dopo avergli costruito intorno un ricco corollario. Vedasi, ad esempio, “sicurezza per Israele”, locuzione capace di giustificare ogni crimine israeliano, o Hamas, nome di un’organizzazione politica cui è subliminalmente connesso l’aggettivo di terrorista anche quando lo si ritiene ispiratore e organizzatore di una grande iniziativa basata sulla nonviolenza.</p>
<p>Ma il Parlamento europeo, nel gioco cerchiobottista che confonde ulteriormente la realtà, dopo aver condannato Hamas e con esso i i palestinesi rei di chiedere il rispetto del Diritto internazionale, ha anche dato uno schiaffetto sulle mani a Israele perché alla richiesta palestinese di rispettare le Risoluzioni Onu ha risposto in modo un po’ troppo duro, causando in sole tre manifestazioni, 32 martiri e quasi 3000 feriti. Se Israele si fosse contenuto nel numero di uccisi e feriti, cosa che forse ora farà, non ci sarebbe stato motivo di rimprovero! Non è gratificante né tanto meno rassicurante vedere che uno degli organi fondamentali del Diritto internazionale si flette in tal modo annichilendo l’essenza stessa del Diritto.</p>
<p>Ma i palestinesi di Gaza non si sconvolgono per questo, e qui sta il significato forte di questa grande marcia. Loro ormai hanno deciso, e lo ripetono spesso, che non hanno più niente da perdere, che è meglio morire in piedi che vivere in ginocchio. Che chi muore in questa impresa passa il testimone a chi resta, ed è questo Israele non riesce a capire e crede ancora di spezzare la resistenza seguitando a violare il diritto universale.</p>
<p>Israele non ha capito che i martiri sono “testimoni” e non tolgono forza alla resistenza ma ne aggiungono. Tanto il governo che il parlamento israeliani pare non abbiano capito che nonostante l’enorme e continuo uso della forza per tacitare il Diritto, questo Stato e i suoi rappresentanti potranno solo restare impuniti per i crimini commessi, ma dovranno vivere nell’incubo di un’ipotetica vendetta.</p>
<p>In ogni casa palestinese c’è la foto di un martire. Un martire per cui non c’è stata giustizia. Questa è la condanna a cui Israele non può sottrarsi e che prima o poi si troverà a dover affrontare.</p>
<p style="text-align: right;">Patrizia Cecconi-Pressenza</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2018/04/20/gaza-nuovi-martiri-ma-la-marcia-non-si-ferma/">Gaza: nuovi martiri, ma la marcia non si ferma</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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		<title>PE.S.CO o N.A.T.O? Istantanea di un bluff</title>
		<link>https://www.improntalaquila.com/2018/01/14/pe-s-co-o-n-a-t-o-istantanea-di-un-bluff/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Jan 2018 21:11:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>E’ nata la tanto agognata Difesa comune europea. Ma è proprio vero? Partiamo dal dato più ovvio: perché si possa davvero parlare di difesa comune sarebbe utile partire da una politica estera comune, la quale evidentemente non esiste e con buona probabilità non esisterà mai nell’attuale contesto politico. L’Europa è infatti un’aggregazione di Stati che [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2018/01/14/pe-s-co-o-n-a-t-o-istantanea-di-un-bluff/">PE.S.CO o N.A.T.O? Istantanea di un bluff</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><span lang="it-IT">E’ nata la tanto agognata Difesa comune europea. Ma è proprio vero? Partiamo dal dato più ovvio: perché si possa davvero parlare di difesa comune sarebbe utile partire da una politica estera comune, la quale evidentemente non esiste e con buona probabilità non esisterà mai nell’attuale contesto politico. L’Europa è infatti un’aggregazione di Stati che condividono moneta e ideologia neoliberista ma in politica estera ognuno fa per sé.</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">Ogni Paese ha infatti le sue minime o estese aree di influenza e relativi interessi, spesso in conflitto o in competizione con quelli degli altri, che vengono difese seguendo uno schema neocoloniale.</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">Ogni Paese poi ha la sua (più o meno) sviluppata industria nazionale degli armamenti e sue proprie direttici di sviluppo dello strumento militare, direttrici che sono strutturalmente legate all’assorbimento della produzione della propria stessa industria.</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">E’ vero che esistono scampoli di condivisione e coordinamento in alcuni settori strategici come programmi di acquisizione, tecnologie, industrie, esportazioni, ricerca, missioni internazionali. E’ pur vero che l’80% delle acquisizioni e il 90% dei progetti di ricerca si sviluppano su basi saldamente nazionali e che le missioni internazionali di un certo rilievo ossia le guerre di aggressione e le occupazioni di Paesi terzi a cui anche l’Italia ha partecipato e partecipa sono possibili solo nel quadro delle capacità di proiezione messe a disposizione dagli Stati Uniti.</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">L’unico orizzonte comune (e nemmeno per tutti gli Stati comunitari: 21 su 27) per ciò che riguarda il tema “difesa” è quindi la NATO.</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">Ecco allora che la questione della “difesa europea” si riduce a contorni per certi versi molto modesti: non sarà neanche lontanamente un esercito europeo e nemmeno una sua anticamera ma molto più semplicemente una Cooperazione strutturata permanente (PESCO) saldamente legata alla NATO e quindi agli Stati Uniti. Tutta l’operazione è stata costruita in pieno accordo con l’operatività e gli standard tecnologici della NATO, col fine preciso di svilupparli ulteriormente.</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">La PESCO, in concreto, è il prodotto di un compromesso tra Francia e Germania più Spagna e Italia in quanto gruppo di Paesi dell’eurozona più popolosi e rilevanti dal punto di vista militare (operatività e tecnologia).</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">Tale gruppo promotore, in cui ovviamente risulta egemone lo storico asse franco-tedesco, si è materializzato a Versailles in un insolito vertice lo scorso marzo. A margine del vertice in questione, l’allora presidente francese Francois Hollande ha chiarito con parole inequivocabili il senso dell’incontro: “…Non vogliamo solo commemorare i Trattati di Roma, ma affermare insieme l’impegno per il futuro. Francia, Germania, Italia Spagna hanno la responsabilit</span><span lang="fr-FR">à&nbsp;</span><span lang="it-IT">di tracciare la strada; non per imporla agli altri ma per essere una forza al servizio dell’Europa che d</span><span lang="fr-FR">à&nbsp;</span><span lang="it-IT">impulso agli altri (…) La Difesa è un argomento scientemente evitato dai Trattati di Roma. Oggi l’Europa può invece rilanciarsi con la Difesa, per garantirsi la sicurezza, essere attiva a livello globale, cercare le soluzioni ai conflitti che la minacciano. Questa deve essere, in coerenza con l’impegno NATO, la nostra priorit</span><span lang="fr-FR">à</span><span lang="it-IT">…”.</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">Alla PESCO hanno aderito, per il momento 25 su 28 Paesi della Unione Europea.</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">Il processo decisionale dovrebbe strutturarsi su due livelli: uno generale in sede di Consiglio per gli Affari esteri dove le decisioni verranno prese all’unanimit</span><span lang="fr-FR">à&nbsp;</span><span lang="it-IT">tra i Paesi aderenti alla Pesco; e quindi un livello specifico,</span>&nbsp;<span lang="it-IT">diviso per singoli progetti, gestito dai Paesi che vi parteciperanno. &nbsp;</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">La cooperazione strutturata, per il momento, avrà a disposizione 1,5 miliardi di euro l’anno messi a disposizione dal Fondo europeo per la Difesa creato la scorsa estate. Ma questa cifra, come spesso succede anche nei bilanci militari nostrani, è solo la punta dell’iceberg: è prevista infatti l’esenzione dall’iva per la commercializzazione dei sistemi d’arma verso i Paesi comunitari (che evidentemente avrà un costo notevole) mentre la Ministra della difesa italiana Roberta Pinotti si è detta certa che la dotazione minima messa a disposizione dal Fondo europeo più la stessa esenzione iva fungeranno da volano per un maggiore impegno economico dei singoli Paesi aderenti.</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">Ecco allora fare breccia il vero obiettivo della PESCO: soldi per finanziare non tanto una operatività congiunta (a quella ci pensa la NATO) ma bensì progetti di ricerca, consorzi industriali e acquisti di sistemi d’arma comuni come ad esempio i missili anti missile, nuovo “trend” del momento.</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">In questo senso, più che uno spazio aperto alla cooperazione, la PESCO già si configura come l’ennesimo campo di battaglia su cui sotterraneamente si combatteranno le industrie belliche nazionali (e rispettivi governi di riferimento).</span></p>
<p align="justify"><strong><span lang="it-IT">O</span><span lang="it-IT">gnuno per sé.</span></strong></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">Uno dei punti indicati nella premessa al protocollo PESCO recita testualmente: “…L’Unione europea e i suoi Stati membri si impegnano nella promozione di un ordine mondiale basato sulle regole con il multilateralismo come principio chiave e l’Onu come centro…”.</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">Se così fosse, sarebbe davvero un buon punto di partenza. Tuttavia la storia degli interventi militari e più in generale di tutta la politica estera dei principali Paesi europei (compreso il nostro) dopo il 1989 ci dimostra come né il diritto internazionale, né il multilateralismo, né tantomeno l’Onu siano stati tenuti in debita considerazione.</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">Hanno aderito alla PESCO 25 Paesi dell’Unione Europea: Italia, Francia, Germania, Austria, Belgio, Bulgaria, Repubblica Ceca, Croazia, Cipro, Estonia, Finlandia, Grecia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Olanda, Polonia, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia, Irlanda e Portogallo. Restano fuori Regno unito, Danimarca e Malta.</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">Un folto gruppo di Stati molto eterogeneo ha quindi deciso di assumere impegni concreti nel settore militare anche se, dal punto di vista operativo, la PESCO non rappresenta certo una svolta verso una maggiore autonomia europea rispetto alla NATO.</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">Il cuore di questa operazione è una lista di 20 punti contenuti nel&nbsp;</span><a href="https://www.scribd.com/document/364395216/PESCO-protokol"><span lang="it-IT">protocollo</span></a><span lang="it-IT">&nbsp;PESCO.</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">Il primo di questi punti richiede l’aumento del budget da dedicare alle spese militari. A seguire una lista di direttive rispetto alle quote di budget da dedicare alla ricerca e sviluppo di sistemi d’arma sia di interesse “nazionale” che di interesse comunitario.</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">Solo due dei venti punti indicati nel protocollo fanno riferimento ad impegni legati a disponibilità e dispiegamento di truppe in un quadro comune. Si tratta in realtà di un invito ai Paesi che già non lo abbiano fatto di costituire il proprio&nbsp;</span><span lang="it-IT">battle group</span><span lang="it-IT">&nbsp;(1500 uomini) e di renderlo disponibile per esercitazioni congiunte e per il turno semestrale di&nbsp;</span><span lang="it-IT">stand-by</span><span lang="it-IT">&nbsp;nel quadro EU-BG (due&nbsp;</span><span lang="it-IT">battle group</span><span lang="it-IT">&nbsp;per semestre). Tutto ciò con un esplicito riferimento alla interoperabilità con la NATO.</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">In sintesi ciò che l’Europa ha messo in campo a partire dal 2005, e che conferma ora con la PESCO, sono al massimo tremila uomini divisi in due&nbsp;</span><em><span lang="it-IT">battle group</span></em><span lang="it-IT">&nbsp;in attesa di essere impiegati in una qualche missione. Per completare il quadro va detto che in dodici anni di dottrina EU-BG nessun&nbsp;</span><em><span lang="it-IT">battle group</span></em><span lang="it-IT">&nbsp;è mai stato impiegato in guerra ed anzi qualche annata ha visto persino latitare almeno una delle quote previste…</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">Questo semplice dato potrebbe far pensare che i Paesi europei (compreso il nostro) siano in realtà pacifici ed abbiano abbandonato le loro pulsioni belligeranti ma la storia degli ultimi vent’anni dimostra che gli stessi Paesi, mentre hanno tenuto parcheggiati a turno i loro soldati nel EU-BG, hanno partecipato e continuano a partecipare in ordine sparso a tutte le guerre d’aggressione targate USA/NATO.</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">Non solo, dal 2002 hanno anche trovato le risorse per inquadrare i propri soldati nella&nbsp;</span><a href="https://www.nato.int/cps/en/natohq/topics_49755.htm?selectedLocale=en"><span lang="it-IT">NATO Response Force</span></a><span lang="it-IT">(NRF), una forza di reazione rapida costituita da 20.000 effettivi, pronta per l’impiego e proiettabile in ogni angolo del pianeta in tre giorni.</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">Ad ulteriore dimostrazione dell’inconsistenza della così detta “difesa europea” è utile soffermarsi almeno sull’atteggiamento concreto dei due pilastri europei: Germania e Francia.</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">Lo scorso 15 febbraio Germania, Repubblica Ceca e Romania hanno annunciato, decisamente in sordina, l’avvio di un programma di radicale integrazione militare.</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">Come riporta&nbsp;</span><span lang="en-US"><a href="http://foreignpolicy.com/2017/05/22/germany-is-quietly-building-a-european-army-under-its-command/">Foreign Policy</a></span><span lang="it-IT">, l’81^ Brigata meccanizzata romena e la 4^ Brigata di fanteria ceca (già dispiegate in Kosovo, Afghanistan, Iraq e Bosnia Erzegovina) entreranno a far parte di due grandi unità tedesche: la 10^ Divisione corazzata e la Divisione di Reazione Rapida.</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">Il comando spetterà alla Germania e la lingua che si utilizzerà non sarà il tedesco bensì l’inglese e forse non a caso visto che l’annuncio di questa operazione (gennaio 2017) è stato fatto dai ministri della difesa dei tre Paesi con la presenza di Camille Grand, Assistente alla Segreteria Generale per gli investimenti della difesa della NATO.</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">La Germania non ha intrapreso un’iniziativa unilaterale ma ha sviluppato il&nbsp;</span><span lang="it-IT">Framework Nations Concept</span><span lang="it-IT">&nbsp;della NATO che invita i piccoli eserciti ad integrarsi in sub-alleanze coordinate, funzionali ed organiche allo stesso Patto atlantico. Qualcosa di molto lontano da un “esercito europeo”.</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">Il governo tedesco ha colto la palla al balzo: disporre di alcune migliaia di soldati già professionalizzati, compensare la propria capacità di combattimento attraverso il conveniente&nbsp;</span><span lang="it-IT">sharing&nbsp;</span><span lang="it-IT">militare e quindi</span>&nbsp;<span lang="it-IT">aumentare il proprio peso in seno alla NATO attraverso una rincorsa ai pesi massimi nucleari del proprio quadrante (Francia e Regno Unito).</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">Dall’altra parte dell’asse che domina l’Eurozona abbiamo la Francia. Questo Paese è una media potenza militare con capacità nucleari, con estesi interessi neocoloniali nel continente africano e con conseguenti spiccate capacità di proiezione della forza militare che esercita regolarmente ed in maniera unilaterale. La pretestuosa aggressione alla Libia nel 2011, di cui la Francia fu promotrice e capofila (insieme al Regno unito), è stata un chiaro esempio di quanto questo Paese sia disposto a fare per la “difesa” della propria area di interesse strategico. Nel caso della Libia si è trattato principalmente di neutralizzare il progetto di Gheddafi di mettere in gioco le ingenti riserve auree, il petrolio e il gas libico per costruire una moneta panafricana che potesse insidiare il franco CFA tuttora in uso in 14 Stati sub sahariani, già colonie francesi. Prima di Gheddafi altri capi di Stato hanno tentato la strada dell’indipendenza sostanziale ma è chiaro che la&nbsp;</span><span lang="it-IT">grandeur&nbsp;</span><span lang="it-IT">non può stare in piedi senza il pilastro della così detta&nbsp;</span><span lang="it-IT">Francafrique:</span><span lang="it-IT">&nbsp;negli ultimi 50 anni, in 26 Paesi africani si sono susseguiti un totale di 67 colpi di Stato; il 61% di questi si sono verificati nell’Africa francofona e precisamente in 16 ex colonie francesi.</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">E proprio l’Africa, in particolare quella centro-occidentale, sembra essere diventata ultimamente il terreno di una sorta di ipocrita ricomposizione di interessi a livello di alcuni Paesi dell’eurozona. Da quando il franco francese è scomparso, il franco CFA è stato infatti agganciato all’euro mantenendo il sistema bancario francese come centro drenante dei capitali provenienti dalla&nbsp;</span><span lang="it-IT">Francafrique</span><span lang="it-IT">. Ma la convertibilità CFA/euro ha portato con sé almeno due conseguenze importanti: la prima è che i Paesi sottoposti a questa sorta di vessazione finanziaria, hanno sviluppato economie dipendenti dalle importazioni dall’Europa con una oggettiva difficoltà a produrre per il mercato interno ed estero e con una capacità d’acquisto della popolazione strutturalmente depressa; la seconda è che la Francia non può più mantenere l’esclusiva su questa partita.</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">Ecco allora che dal 2015 la Germania ha inviato in Mali (non in Siria o in Iraq) un suo contingente che conta oggi più di mille soldati mentre l’Italia invierà un contingente di 470 soldati in Niger nel quadro della così detta “Coalizione per il Sahel” lanciata dal governo Macron nel corso di un vertice a Parigi lo scorso 13 dicembre a cui hanno partecipato oltre alla triade europea (Francia, Germania e Italia) anche Mali, Niger, Ciad, Burkina Faso e Mauritania.</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">Tutto questo attivismo deriva dalla necessità di fronteggiare terrorismo jihadista e immigrazione o almeno questa è la versione ufficiale (anche per legittimare la stessa PESCO agli occhi dell’opinione pubblica). In realtà, sullo sfondo, si muovono accordi commerciali esclusivi, forniture di sistemi d’arma, multinazionali di bandiera e soldati che ne garantiscono, certificano ma soprattutto difendono l’esito.</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">Questo classico schema neocolonialista è il vero centro della “difesa europea – ognuno per sé”, congiuntamente al sostegno diretto al comparto industriale militare&nbsp;</span><span lang="it-IT">made in Europe…</span><span lang="it-IT">Non certo il diritto internazionale, il multilateralismo o l’Onu indicati nella grottesca premessa del protocollo PESCO come contesti di riferimento.</span></p>
<p align="justify"><strong><span lang="it-IT">P</span><span lang="it-IT">ane e carri armati.</span></strong></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">Pane, latte e pasta sono considerati beni primari a tal punto importanti che lo Stato ne supporta il consumo attraverso un ribasso dell’Iva al 4%.</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">Così avviene anche per altri beni di consumo e servizi come farmaci, trasporti, forniture energetiche e idriche su cui il ribasso è fissato al 10%.</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">A partire dal 2017 entra nel paniere dei beni incentivati una nuova tipologia merceologica: armamenti e tecnologie militari in generale.</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">Il nostro governo, in accordo con i partner europei, ha infatti stabilito di azzerare completamente l’Iva per tutti i sistemi d’arma acquistati dai Paesi europei aderenti alla PESCO nell’ambito di programmi di cooperazione industriale-militare gestiti dall’Agenzia europea per la difesa (Eda).</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">Dal punto di vista delle capacit</span><span lang="fr-FR">à&nbsp;</span><span lang="it-IT">militari-industriali l’Italia è il terzo tra i quattro Paesi che hanno costituito il nucleo promotore della PESCO (Francia, Germania, Italia, Spagna) e la proposta dell’esenzione iva è tutta&nbsp;</span><span lang="it-IT">italiana, per la precisione un successo che la ministra della difesa Roberta Pinotti ascrive a se stessa.</span></p>
<p align="justify">“…<span lang="it-IT">L’esenzione dall’imposta del valore aggiunto – che potr</span><span lang="fr-FR">à&nbsp;</span><span lang="it-IT">essere utilizzata da subito, per qualsiasi tipo di progetto dell’Eda – crea un interesse commerciale per tutti i programmi di cooperazione nella difesa…” ha dichiarato lo scorso ottobre Jorge Domecq, direttore generale dell’Eda.</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">Considerato che Leonardo-Finmeccanica è tra i primi produttori mondiali di armamenti la quota di gettito Iva a cui l’Italia rinuncerà nei suoi commerci europei costituirà l’ennesimo costo “nascosto” che i cittadini italiani pagheranno per sostenere il profittevole traffico d’armi. Infatti il saldo tra Iva non versata dai Paesi acquirenti tecnologia italiana e quella non versata dall’Italia per l’acquisto di tecnologie straniere sarà prevedibilmente negativo.</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">La PESCO si risolve quindi in una grande operazione di sostegno e rilancio del comparto industriale di riferimento.</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">Ne sono prova evidente, al di là dell’esenzione Iva, tutta una serie di misure dirette ed indirette volte a sostenere la catena del&nbsp;</span><em><span lang="it-IT">procurement</span></em><span lang="it-IT">&nbsp;(ricerca, sviluppo ed acquisizione): 1,5 miliardi di euro annui messi a disposizione dal Fondo europeo per la difesa (Edf) a partire dal 2020; la possibilità di finanziare i progetti attraverso la Banca europea per gli investimenti (Bei) e, non ultime, le indicazioni vincolanti per i Paesi aderenti contenute nel protocollo PESCO come l’aumento delle spese militari, l’aumento delle quote di budget da dedicare alla ricerca e sviluppo, lo snellimento decisionale in ambito militare.</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">Tutto questo pacchetto di regalie finanziarie e politiche alle industrie d’armi europee e nostrane restituisce un po’ di senso commerciale anche alla Guerra fredda 2.0 voluta dagli Stati Uniti e rivendicata dalle&nbsp;</span><span lang="it-IT">new entries</span><span lang="it-IT">&nbsp;NATO/Ue dell’est.</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">Lo spostamento della cortina di ferro dal Friuli e dalla Germania a ridosso dei confini russi, oltre a colpire duramente l’economia reale di Paesi come il nostro, ha infatti già prodotto un importante aumento delle spese militari in Paesi come Polonia, Romania Estonia, che hanno centrato il parametro NATO del 2% sul Pil mentre Lettonia e Lituania lo raggiungeranno entro il 2018. E anche se questi Paesi si considerano più vicini agli Stati Uniti che all’Unione europea è pur vero che la PESCO rende oggi decisamente più vantaggiosa e concorrenziale la mercanzia convenzionale&nbsp;</span><em><span lang="it-IT">made in Europe</span></em><span lang="it-IT">.</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">Certo mancano nei cataloghi del vecchio continente sistemi d’arma avanzati come i missili anti missile paragonabili al THAAD statunitense o all’S-400 russo o caccia bombardieri di quinta generazione (come l’F35 o il SU-57 russo). Per ciò che riguarda questi ultimi sembra essersi costituito un asse franco-tedesco per produrne uno europeo ma la cosa appare una “sparata” alquanto velleitaria considerati i costi/tempi molto dilatati per lo sviluppo e la situazione del mercato mondiale già conteso da statunitensi, russi e cinesi.</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">Molto più abbordabile, se possiamo azzardare una previsione, sarà lo sviluppo di sistemi missilistici anti missile che potrebbero diventare il terreno (comunque costoso) di un progetto condiviso nel quadro PESCO.</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">Al di là dello&nbsp;</span><em><span lang="it-IT">story telling</span></em><span lang="it-IT">&nbsp;di circostanza e la retorica europeista che ha accompagnato il lancio della Cooperazione strutturata permanente e che la immagina come il contesto per promuovere consorzi e collaborazioni industriali la realtà sembra essere, piuttosto, una “Concorrenza spietata e permanente”.</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">I più preoccupati sembrano essere proprio gli industriali nostrani che chiedono un’aumento sostanziale delle spese militari per fronteggiare adeguatamente i&nbsp;</span><span lang="it-IT">competitor</span><span lang="it-IT">&nbsp;europei. Nell’ambito di una recente audizione alla commissione Difesa della camera il presidente dell’Aiad (Associazione delle imprese italiane dell’aerospazio, difesa e sicurezza) Guido Crosetto ha infatti dichiarato che “…una razionalizzazione dell’industria europea, significa sostanzialmente ridurre il numero di prodotti e conseguentemente di produttori, e, se non governata in modo forte da un sistema Paese determinato, rischia di fare della nostra industria di settore il vaso di coccio (…) Pensare a un unico investitore europeo in questo settore significa non solo avere pronte le aziende ad una competizione molto più forte, ma significa avere pronto l’intero sistema Paese, i funzionari, la burocrazia, il sistema finanziario (…) Sostenere questo cambio significa anche adeguare il bilancio italiano alle percentuali di Pil investito dai nostri “competitor” industriali, per non lasciargli vantaggi irrecuperabili…”. In questo contesto, prosegue Crosetto, la difesa “…rischia di parlare, visti gli attuali rapporti di forza e visti gli accordi gi</span><span lang="fr-FR">à&nbsp;</span><span lang="it-IT">intercorsi tra Macron e la Merkel, più che altro francese o tedesco…”.</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">Che i “grandi” industriali nostrani siano una categoria questuante abituata a vivere di tutele e incentivi statali è un fatto conclamato, che la specifica categoria degli industriali degli armamenti lo sia ancora di più è un altro fatto ma l’analisi di Crosetto è piuttosto centrata.</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">Lo testimonia l’attuale trattativa sulla cantieristica navale tra la francese Stx e l’italiana Fincantieri. Ma mentre dietro ad Stx c’è Thales (colosso francese dell’elettronica militare/aerospaziale) dietro a Fincantieri non c’è, attualmente, Leonardo-Finmeccanica. E questo può rappresentare un problema perché metà del valore di una nave militare è costituita dallo scafo ma l’altra metà dall’elettronica e dai sistemi d’arma imbarcati.</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">Stando così le cose e considerato l’inossidabile, blindato amore trasversale della “grande” politica per la belligeranza e per l’industria che la richiede, il grido di “allarme” di Crosetto non cadrà nel vuoto…</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">Anche perché su questa partita gli industriali hanno già recentemente incassato il placet della Fiom, la quale ha giudicato meritorio l’operato dell’ex amministratore delegato di Finmeccanica Moretti (vendita degli asset trasporti ed energia per puntare tutto sull’hi-tech militare) proponendo addirittura una ricapitalizzazione della nuova&nbsp;</span><span lang="it-IT">one company</span><span lang="it-IT">&nbsp;con la Cassa Depositi e Prestiti.</span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT">La PESCO non sarà quindi un’occasione per una generale riduzione delle spese militari e per una revisione epocale della politica estera e militare continentale; sarà semmai l’ennesima grassa occasione per l’industria bellica di socializzare i costi della ricerca e dello sviluppo ed incassare stratosferici profitti.</span></p>
<p style="text-align: right;" align="justify">Gregorio Piccin-Pressenza</p>
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		<title>12 settembre: PD nella U.E. contro la vendita di armi ai Sauditi, Gentiloni si adeguerà?</title>
		<link>https://www.improntalaquila.com/2017/09/06/12-settembre-pd-nella-u-e-contro-la-vendita-di-armi-ai-sauditi-gentiloni-si-adeguera/</link>
					<comments>https://www.improntalaquila.com/2017/09/06/12-settembre-pd-nella-u-e-contro-la-vendita-di-armi-ai-sauditi-gentiloni-si-adeguera/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Sep 2017 21:49:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualita']]></category>
		<category><![CDATA[Dialogo]]></category>
		<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[IN RILIEVO]]></category>
		<category><![CDATA[arabia saudita]]></category>
		<category><![CDATA[armi]]></category>
		<category><![CDATA[parlamento europeo]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>
		<category><![CDATA[yemen]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La commissione esteri del Parlamento europeo ha approvato una proposta di risoluzione sull’ esportazione di armi da proporre al voto dell’assemblea del Parlamento. Hanno votato a favore i gruppi Socialisti e Democratici, Verdi, Sinistra Europea-GUE, Alde, M5S. Ha votato a favore anche Brando Benifei, giovane esponente spezzino del partito democratico. La lunga risoluzione che sarà [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2017/09/06/12-settembre-pd-nella-u-e-contro-la-vendita-di-armi-ai-sauditi-gentiloni-si-adeguera/">12 settembre: PD nella U.E. contro la vendita di armi ai Sauditi, Gentiloni si adeguerà?</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La commissione esteri del Parlamento europeo ha approvato una proposta di risoluzione sull’ esportazione di armi da proporre al voto dell’assemblea del Parlamento. Hanno votato a favore i gruppi Socialisti e Democratici, Verdi, Sinistra Europea-GUE, Alde, M5S. Ha votato a favore anche Brando Benifei, giovane esponente spezzino del partito democratico.</p>
<p>La lunga risoluzione che sarà votata il 12 settembre ribadisce “la necessità urgente di embargo sulle armi per l’ Arabia saudita” come già chiesto da una risoluzione approvata dal Parlamento Europeo il 25 febbraio 2016.</p>
<p>Il 12 settembre, alla riapertura della Camera dei Deputati, è prevista anche a Montecitorio la votazione di una mozione sulla guerra in Yemen, con particolare attenzione alle armi fabbricate in Sardegna e vendute all’ Arabia saudita.</p>
<p>Nello stesso giorno, o in giorni vicini, il Pd si esprimerà sulla vendita di armi all’ Arabia Saudita nel Parlamento Europeo e nel parlamento italiano. Voterà in modo diverso ?</p>
<p>Vedremo, ma intanto diffondiamo la notizia del voto quasi contemporaneo dei due parlamenti sullo stesso tema.</p>
<p>Di seguito uno stralcio della risoluzione approvata dalla commissione esteri dell’ UE con il voto dei Socialisti europei e del Pd.</p>
<p>Proposta di risoluzione del parlamento europeo<br />
sull’esportazione di armi: attuazione della posizione comune 2008/944/PESC<br />
2017/2029(INI)<br />
………<br />
N. considerando che il Parlamento europeo, nella sua risoluzione del 25 febbraio 2016 sulla situazione umanitaria nello Yemen, ha invitato il vicepresidente della Commissione/alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza (VP/AR) ad avviare un’iniziativa finalizzata all’imposizione da parte dell’UE di un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita;<br />
O. considerando che la situazione nello Yemen, da allora, si è ulteriormente deteriorata anche a causa delle azioni militari portate avanti dalla coalizione guidata dai sauditi; che alcuni Stati membri hanno interrotto la fornitura di armi all’Arabia Saudita in ragione delle azioni da essa perpetrate nello Yemen, mentre altri hanno continuato a fornire tecnologie militari in violazione dei criteri 2, 4 6, 7 e 8;……..</p>
<p>17. ritiene che le esportazioni all’Arabia Saudita violino almeno il criterio 2 visto il coinvolgimento del paese nelle gravi violazioni del diritto umanitario accertato dalle autorità competenti delle Nazioni Unite; ribadisce il suo invito del 26 febbraio 2016 relativo alla necessità urgente di imporre un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita;…….<br />
19. osserva che, in base a quanto riportato nelle relazioni annuali, il criterio 4 è stato invocato 57 volte nel 2014 e 85 volte nel 2015 per rifiutare il rilascio di licenze; deplora che la tecnologia militare esportata dagli Stati membri venga utilizzata nel conflitto nello Yemen; esorta gli Stati membri a conformarsi alla posizione comune in maniera coerente sulla base di un’approfondita valutazione ………<br />
22. esprime preoccupazione per i possibili sviamenti delle esportazioni di armi all’Arabia Saudita e al Qatar verso attori armati non statali in Siria, responsabili di gravi violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario, ed esorta il COARM ad affrontare la questione con urgenza; riconosce che la maggior parte delle armi nelle mani dei ribelli e dei gruppi terroristici proviene da fonti non europee;…..</p>
<p>Marco Palombo-Pressenza</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2017/09/06/12-settembre-pd-nella-u-e-contro-la-vendita-di-armi-ai-sauditi-gentiloni-si-adeguera/">12 settembre: PD nella U.E. contro la vendita di armi ai Sauditi, Gentiloni si adeguerà?</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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		<title>Festa dell’Europa, si festeggia&#8230;..</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 May 2017 16:41:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il 9 maggio è nel calendario europeo la “festa dell’Europa” . Tutte le istituzioni dell’Unione europea e del Consiglio d’Europa sono in vacanza. Cosa festeggiano i 450 milioni di cittadini europei di cui ora è composta l’UE dopo la secessione del Regno Unito? I negoziati in corso sulla Brexit? Non è certo il caso di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il 9 maggio è nel calendario europeo la “festa dell’Europa” . Tutte le istituzioni dell’Unione europea e del Consiglio d’Europa sono in vacanza. Cosa festeggiano i 450 milioni di cittadini europei di cui ora è composta l’UE dopo la secessione del Regno Unito? I negoziati in corso sulla Brexit? Non è certo il caso di rallegrarsi dei processi di dis-integrazione europea che a partire dalla fine degli anni ’80 hanno eroso le fondamenta della Comunità europea e dato la nascita all’Unione europea secondo i vecchi postulati della cooperazione intergovernativa tra Stati sovrani. Il ritorno dei muri e delle frontiere fra gli Europei mira non solo ad impedire l’ingresso degli “extra-comunitari”, in particolare gli immigranti dei popoli mediorientali, nord-centroafricani ed asiatici in fuga dalle guerre, le persecuzioni religiose, l’impoverimento.A questo riguardo ,la politica scoordinata dell’immigrazione dell”UE è considerata uno scandalo sociale ed umano. I muri sono stati ricostruiti anche per ridurre la libera circolazione interna e di residenza fra i cittadini della stessa Unione. Le merci ed i capitali invece sono stati sempre più liberalizzati.</p>
<p>Cosi, il patrimonio integrativo europeo si è sviluppato secondo due linee opposte, contraddittorie: da un lato, le merci e i capitali finanziari s’integrano in maniera inuguale e asimmetrica nel “mercato unico “ e nella “moneta unica”contribuendo alla formazione di potenti oligarchie europee tecno-mercantili e finanziarie; dall’altro, la condizione delle persone, delle categorie sociali, delle comunità locali e nazionali e delle strutture economiche e sociali divergono sempre di più fra loro all’interno dell’Unione. Lungi dal favorire l’integrazione politica e democratica dell’Europa, il mercato unico e la moneta unica hanno favorito l’accentuazione delle divergenze fra i paesi e le ineguaglianze socio-territoriali con la conseguente liquificazione delle politche comuni europee e l’evaporazione della democrazia effettiva a livello europeo.</p>
<p><strong>Rallegrarsi per il futuro?</strong></p>
<p>L’incertezza è elevata. Dalle “cerimonie” ufficiali o spontanee (non massicce e popolari) organizzate il 25 marzo in Italia ( molto meno nel resto dell’Europa) in occasione del 60° anniversario del Trattato di Roma che dette vita alla CEE (Comunità Economica Europea) sono emerse due evidenze piuttosto forti. Primo, nessuno pensa che a corto termine (prossimi cinque anni) sia realisticamente possibile sul piano politico realizzare un cambio radicale delle tendenze oggi dominanti. Tutti sperano che, almeno, l‘Unione europea riesca a sopravvivere alla crisi ( le crisi) attuale. Una svolta decisiva in favore di un’Altra Europa, è fortemente esclusa dai più. E’ considerata politicamente impossibile.Secondo, quel che sembra “politicamente” possibile a medio e lungo termine (una generazione) è lo scenario di un’Europa a velocità variabili con un gruppo di paesi “più integrati” in una prospettiva di transizione verso la de-carbonizzazione dell’economia, la digitalizzazione della società e la militarizzazione europea delle politiche di ‘difesa”.</p>
<p>In verità, c’è poco di cui essere allegri. Chiudere la baracca? Abbandonare la forza utopîca e la volontà di partecipare alla costruzione di un divenire europeo diverso, migliore? Impensabile. La storia dimostra che ci possono essere periodi difficili per progredire sul cammino della giustizia, della solidarietà, dell’uguaglianza nei diritti, della pace, della democrazia reale. Ma che i cambiamenti “buoni”, anche radicali, avvengono, ci sono stati e ci saranno anche per l’Europa. La soluzione non sta nell’avere pazienza, ma nell’essere impazienti e praticare l’audacia.</p>
<p style="text-align: right;">Riccardo Petrella-Pressenza</p>
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		<title>Presidenziali francesi: vince il Gattopardo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Apr 2017 12:24:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Non c’è molto di che gioire: Le Pen ottiene un milione di voti in più dell’ultima volta, e Macron sembra uscito dal cilindro del Potere. Come  Europei dobbiamo essere contenti che i due candidati finali non siano Marine le Pen e François Fillon. Si tratta però di una contentezza limitata, perché la candidata del FN [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span class="s1"><b>Non c’è molto di che gioire: Le Pen ottiene un milione di voti in più dell’ultima volta, e Macron sembra uscito dal cilindro del Potere.</b></span></p>
<p>Come  Europei dobbiamo essere contenti che i due candidati finali non siano Marine le Pen e François Fillon. Si tratta però di una contentezza limitata, perché la candidata del FN non solo si ritrova nuovamente al secondo turno ma anche ha ottenuto un milione di voti in più dell’ultima volta. Inoltre, il vincitore del primo turno, Emmanuel Macron, non rappresenta alcuna garanzia di essere un presidente capace di contribuire a liberare la Francia, e l’Unione Europea, dai gravi problemi in cui si trovano.</p>
<p class="p1"><span class="s1">Un anno fa pochissimi conoscevano l’esistenza di Macron eppure in sei mesi, senza nessun partito politico a sostegno, egli ha ottenuto quasi il 24% dei suffragi, cosa ma accaduta nel passato. Un successo così straordinario è dovuto verosimilmente al fatto che una parte importante degli elettori francesi (soprattutto fra le classi agiate, la borghesia delle grandi città -Parigi in testa- , in breve: i gruppi sociali ed economici più forti) non vuole più sentir parlare di crisi o della necessità di cambiare, vuole che si sproni la gente ad avere fiducia nel sistema, a sperare, a credere in una Francia ‘in marcia’, competitiva, che recupera la sua forza economica attraverso la flessibilità del mercato del lavoro e una fiscalità favorevole all’innovazione per la produttività, e attraverso la sua potenza politica e militare.<br />
Accompagnati in questo anche da segmenti delle frange sociali più deboli, vittime, che hanno paura per oggi e per il loro futuro, i gruppi più forti vogliono sbarazzarsi della politica, al cui discredito hanno largamente contribuito.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La candidatura di Macron e il suo personaggio (espressione giovane, promettente, di una Francia che ha fiducia in se stessa ma in un mondo sempre più conflittuale) costituiscono un’occasione unica in questa direzione.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Macron promette stabilità per coloro che stanno bene, non cambiamenti per la giustizia.<br />
Macron parla di una Francia più efficace, più efficiente, più potente, non più uguale.<br />
Macron promette un’Europa ancor più tecnocratica, non la trasformazione  dell’Unione Europea.<br />
Il tutto nella linea del trasferimento del potere pubblico ad uno Stato governato dai gruppi privati, dalle grandi istituzioni e organizzazioni economico-finanziarie oligarchiche in seno alle quali, dice Macron, la Francia occuperà un ruolo chiave. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La “pertinenza” della soluzione Macron è coerente con l’altro risultato maggiore del primo turno: la quasi sparizione del partito socialista e la frantumazione del partito della destra, le due formazioni che hanno dominato la scena politica francese negli ultimi cinquant’anni. Sullo stesso registro va considerata la totale sparizione dalla scena politica nazionale del “partito” ecologista.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">I cambiamenti rivelati dal primo turno sono lungi dall’essere incoraggianti.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Unico elemento incoraggiante è il voto ottenuto da “France insoumise”” (Jean-Louis Melenchon). La questione è se le dinamiche socio-economiche e politiche legate all’elezione presidenziale giocheranno in senso  altrettanto favorevole nel contesto ben diverso delle dinamiche legate alle elezioni legislative politiche territoriali. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Per il momento, appuntamento al 7 maggio sera.</span></p>
<p class="p1" style="text-align: right;"><span class="s1">Riccardo Petrella-Pressenza</span></p>
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		<title>Povertà: 118,7 mln di persone a rischio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Oct 2016 16:02:42 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nell’Unione europea il numero di persone a rischio povertà o esclusione sociale raggiunge quota 118,7 milioni nel 2015, in aumento rispetto ai dati del 2008, anno di inizio della crisi economica quando erano 115,9 milioni. Lo comunica Eurostat. Si tratta di quasi un quarto (il 23,7%) della popolazione Ue. Quindici i Paesi Ue dove l’indice [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nell’Unione europea il numero di<strong> persone a rischio povertà o esclusione sociale raggiunge quota 118,7 milioni nel 2015,</strong> in aumento rispetto ai dati del 2008, anno di inizio della crisi economica quando erano 115,9 milioni. Lo comunica Eurostat. Si tratta di quasi un quarto (il 23,7%) della popolazione Ue. Quindici i Paesi Ue dove l’indice povertà è aumentato, con l’Italia a +3,2% dietro Grecia (+7,6%), Cipro (+5,6%), e Spagna (+4,8%). Complessivamente in Italia sono 17,4 milioni le persone a rischio, mentre nel 2008 erano 15 mln.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2016/10/17/poverta-1187-mln-a-rischio/">Povertà: 118,7 mln di persone a rischio</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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		<title>Brexit: conseguenze, avvertimenti, bis e applicazioni</title>
		<link>https://www.improntalaquila.com/2016/06/25/94505/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Jun 2016 21:40:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il 23 giugno scorso la Gran Bretagna ha votato in maggioranza per l&#8217;uscita dall&#8217;Unione Europea ed è la prima volta che uno Stato abbandona il progetto di integrazione continentale. Il fatto non sorprende più di tanto poiché, come scrivono il Wall Street ed altri giornali, non fa altro che sancire una chiusura definitiva dell&#8217;Isola di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2016/06/25/94505/">Brexit: conseguenze, avvertimenti, bis e applicazioni</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il 23 giugno scorso la Gran Bretagna ha votato in maggioranza per l&#8217;uscita dall&#8217;Unione Europea</strong> ed è la prima volta che uno Stato abbandona il progetto di integrazione continentale.<br />
Il fatto non sorprende più di tanto poiché, come scrivono il Wall Street ed altri giornali, non fa altro che sancire una chiusura definitiva dell&#8217;Isola di Sua Maestà verso un&#8217;istituzione mai troppo amata, con uno scarso feeling sempre sottolineato dalla <strong>mancata adesione all&#8217;Euro da parte della Gran Bretagna</strong> stessa.<br />
Ma, nonostante il poco amore verso l&#8217;UE, <strong>non è però così facile per il Governo Cameron pilotare questa uscita</strong>, tanto è vero che il premier ha tenuto prima del referendum un atteggiamento che gli antieuropeisti hanno definito non netto e preciso ed anzi, al contrario, di essere proprio lui il primo a nutrire forti dubbi sul<strong> Brexit</strong>. D’altra parte, <strong>Euro o non Euro, far parte dell&#8217;UE ha permesso alla Gran Bretagna di non rimanere isolata rispetto decisioni importanti in materia di economia e geopolitica</strong>.</p>
<p><strong>La notizia della vittoria di “Brexit” ha causato un crollo della sterlina sul dollaro</strong>, con perdite oltre il 10 per cento, le più alte degli ultimi 30 anni e, nel giorno della vittoria degli antieuropeisti inglesi, le principali borse europee hanno avuto perdite consistenti a causa delle incertezze sui mercati: Milano ha chiuso a -12,48 per cento, il suo peggior risultato degli ultimi decenni.<br />
La seduta della borsa di Londra si è chiusa a -3,15 e il direttore della Banca centrale britannica, Mark Carney, ha tenuto una conferenza stampa per rassicurare i mercati e promettere fino a 250 miliardi di sterline in interventi per stabilizzare l’economia britannica nelle prossime settimane.</p>
<p>Inoltre, un recentissimo documento (pubblicato appena prima del referendum), a firma di <strong>Michael Grubb</strong> (professore di politiche energetiche internazionali presso <strong>UCL Institute of Sustainable Resources</strong>) e<strong> Stephen Tindale, direttore dell’Alvin Weinberg Foundation</strong>, avverte di conseguenze invece negative ci dice che<strong> l’uscita causerà in Gran Bretagna un rallentamento degli investimenti per nuove infrastrutture e anche una frenata nello sviluppo delle fonti rinnovabili</strong> (l’UE, infatti, con ogni probabilità non avrebbe più alcun interesse a “premere” su Londra per il raggiungimento degli obiettivi in tal senso al 2020).</p>
<p>Inoltre, <strong>sul versante elettrico</strong>,<strong> il quadro rischia di essere molto complicato</strong>, poiché la Gran Bretagna importa una piccola frazione di elettricità, pari al 6,5% circa dei suoi consumi nazionali, l’ostacolo più rilevante è di tipo fisico, perché la capacità d’interconnessione tra il Regno Unito e l’Europa continentale è tuttora sottodimensionata.<br />
Non a caso, <strong>National Grid</strong> (l’equivalente inglese della nostra Terna) vorrebbe raddoppiare questa capacità, stimando benefici nell’ordine di 500 milioni di sterline l’anno grazie a un incremento delle importazioni elettriche.<br />
Altrimenti l’Inghilterra rischia di diventare<strong> un’energy-island</strong>, cioè <strong>un’isola energetica dove gli scambi con l’esterno sono limitati</strong>.<br />
Se per il gas Londra potrebbe rimediare facendo arrivare più combustibile liquefatto via nave, nel campo della generazione elettrica è impensabile affidarsi a importazioni che non siano provenienti dai Paesi più vicini.<br />
<strong>La costruzione di nuovi impianti di generazione in Gran Bretagna</strong> (parchi eolici offshore, centrali a gas e anche reattori nucleari), in buona sostanza, <strong>dovrà andare di pari passo con un potenziamento delle reti elettriche transnazionali.</strong><br />
Ma per realizzare i nuovi interconnettori, come evidenzia il documento redatto da Grubb e Tindale, servono accordi bilaterali e un notevole livello di cooperazione tra i paesi coinvolti e la Brexit potrebbe rallentare parecchio gli investimenti o anche bloccarli del tutto.<br />
Nella peggiore delle ipotesi, cioè <strong>la fuoriuscita inglese dall’area economica europea</strong> (i cui paesi membri, è bene ricordare, devono comunque seguire le regole UE in tema di energia), i progetti inglesi come la prevista rete del Mare del Nord, perderanno i fondi europei.</p>
<p>Altre conseguenze si potrebbero avere nel settore farmaceutico, poiché, come scrive a freddo in una nota del 24 giugno <strong>Massimo Scaccabarozzi presidente di Farmindustria</strong>, Londra dovrà anche dare continuità all&#8217;impegno e agli investimenti delle imprese del farmaco ed anche se le Istituzioni britanniche e quelle europee sapranno individuare in tempi brevi le giuste soluzioni, certamente<strong> la Gran Bretagna si troverà per un certo lasso di tempo a mal partito e, per una volta, minacciata da altre nazioni</strong> fino a ieri considerati “minori”.<br />
A tal proposito (e questo ci fa molto piacere),<strong> Scaccabarozzi ribadisce che in questa difficile pagina di storia, l&#8217;Italia ha le carte in regola per ospitare in futuro la sede dell&#8217;European Medicines Agency</strong>, &#8220;A nostro favore &#8211; conferma Scaccabarozzi &#8211; giocano importanti fattori. L&#8217;industria farmaceutica made in Italy è ormai una realtà 4.0 di primo piano in Europa. Siamo secondi per produzione a un&#8217;incollatura dalla Germania, ma primi per valore pro-capite e con un export da record che supera il 70% della produzione, con investimenti in crescita (+15% negli ultimi due anni) e ad un passo dal diventare un hub europeo per la ricerca, anche clinica, con investimenti di 1,4 miliardi.<br />
<strong>L&#8217;Italia può poi contare su un&#8217;Agenzia del farmaco (Aifa) riconosciuta a livello internazionale come modello di best practice per l&#8217;innovatività delle modalità di accesso ai farmaci.</strong></p>
<p><strong>Un effetto negativo italiano, invece, secondo il filosofo Cacciari, il Brexit l’avrà sul Governo Renzi.</strong><br />
In una intervista sull’Unità il filosofo dice: “Questo voto inglese è il sintomo di una crisi che viene da lontano, non mi sorprende più di tanto” e il <strong>“caos europeo avrà delle ripercussioni anche su di noi,</strong> certamente. A partire dal referendum di ottobre. Parliamoci chiaro: il voto inglese è un favore ai sostenitori del No perché per molti aspetti va nel senso della contestazione, della disgregazione”; e di fatto “gli inglesi hanno indebolito anche la leadership italiana nel momento in cui hanno dato un colpo all’Europa”.<br />
Rispondendo alla domanda del giornalista, Cacciari afferma che, in caso di sconfitta al referendum, Renzi “volente o nolente dovrebbe andar via, certo”.<br />
Il motivo è che “sarebbe troppo debole per continuare. E sarebbe il caos italiano. Anzi, una situazione molto più incasinata di quella della Gran Bretagna. <strong>Un caos italiano dentro un caos europeo</strong>. Dio ci salvi”.<br />
E’ sempre Cacciari che, su “Le interviste della Civetta” afferma che il vero punto è che o l’Europa, senza fughe in avanti, ridiscuta tutte le sue politiche, rimettendo mano ai suo diversi Trattati e <strong>cominci un’Europa sociale, opposta a quella della Grecia, in modo che i cittadini europei avvertono il cambiamento e comincino a pensare, come pensavano venti anni, fa fino all’euro, o scapperanno tutti</strong>.</p>
<p>In effetti uno dei principali effetti del Brexit riguarda il fatto che un certo tipo di &#8220;racconto&#8221; dell&#8217;<strong>Unione Europea non funzioni più</strong> e che questo voto, cavalcato, strumentalizzato e non capito, ha partorito scenari deteriori; perché, evidentemente, ha fatto capire che è l&#8217;<strong>Unione Europea da riformare profondamente, da ripensare, da trasformare in un&#8217;istituzione trasparente e davvero orientata alla giustizia sociale, anziché alla schiavitù nei confronti dei mercati.</strong> E questo è un effetto certamente propositivo.</p>
<p>Tornando all’<strong>Inghilterra</strong>, va detto che il Paese<strong> è nel totale sbalordimento</strong>, c’è chi chiede una secessione scozzese, chi propone un’annessione dell’Irlanda del Nord all’Irlanda, &nbsp;anche molti londinesi stanno esprimendo la loro insofferenza e chiedono che la capitale se ne vada per la sua strada, diventando una “città Stato”. Non va dimenticato a questo proposito che &nbsp;non è stata Londra&nbsp;a far vincere la Brexit, bensì l’Inghilterra più profonda, rurale e conservatrice:&nbsp;il “Remain”, a Londra ha stravinto (2,2 milioni rispetto a 1,5 milioniI i “Leave”, coloro che volevano restare.</p>
<p>Un altro effetto internazionale negativo e che<strong> Brexit potrebbe spingere altri paesi a muoversi sulla stessa direzione</strong>; soprattutto quei paesi che alcuni europeisti chiamano “sanguisughe” perché necessitano dei fondi Ue per andare avanti, come, ad esempio, Polonia ed Ungheria. In questo modo si rafforzerebbe l’idea di UE solo economica della Germania, ma si assisterebbe ad una capitolazioni degli assunti innovativi e sociali sostenuti da Cacciari ed altri.<br />
Di questo Camerun è ben conscio ed è ben felice che la raccolta di firme per un referendum bis sia giunta in poche ore a 2 milioni.</p>
<p>Ora, secondo l’ANSA ed altre agenzie di stampa, appare molto improbabile l&#8217;organizzazione di un nuovo referendum sulla Brexit come chiesto dai firmatari della petizione, ma esiste un doppio precedente nell&#8217;Unione europea.<br />
In Irlanda la ratifica dei trattati Ue di Nizza e di Lisbona è stata realizzata in due tempi, organizzando un secondo referendum, con risultati positivi, dopo la bocciatura di una prima consultazione popolare.<br />
Il 7 giugno 2001 i no al Trattato di Nizza furono il 53,87% contro il 46,13%. L&#8217;anno successivo, il 19 ottobre 2002 il 53,65% degli irlandesi dette invece via libera al Trattato (contrari il 46,13%), dopo qualche leggera modifica, in un secondo referendum.<br />
Il 12 giugno 2008, ancora una volta gli irlandesi, 53,4% contro 46,6%, dicono di no ad nuovo Trattato europeo, quello di Lisbona.<br />
Eppure il nuovo Trattato prospettava una cessione di sovranità inferiore a quella prevista dal Trattato di Nizza, bocciato definitivamente nel 2005 dal &#8216;no&#8217; ai referendum di ratifica di Francia e Paesi Bassi, mettendo la parola fine al progetto di dotare l&#8217;Unione di una Costituzione europea.<br />
Si rivotò l&#8217;anno successivo, anche questa volta dopo alcune leggere modifiche, il 2 ottobre 2009: 61,5% di sì, 28,5% di no.<br />
Una curiosità infine: persi i referendum sul Trattato di Nizza, Francia e Olanda decisero di non prendere rischi per la fase successiva e il trattato di Lisbona venne ratificato per via parlamentare in ambedue in paesi nel 2008.</p>
<p>Staremo a vedere come si muoverà il governo Cameron. I tempi previsti sono comunque lunghi e si parla di un paio di anni, prima che sia completata l’operazione. Le autorità europee si sono inoltre impegnate a fare tutto il possibile per mantenere tutti gli altri&nbsp;27 paesi dentro l’Unione.<br />
Come ha scritto su <strong>Il Sole 24 Ore Joschka Ficher, dopo il Brexit, al pari dei britannici, molti altri abitanti dell’Europa continentale si chiedono se l’unione politica e le regolamentazioni transnazionali varate dalle istituzioni con sede a Bruxelles siano davvero necessarie</strong>.<br />
Non sarebbe sufficiente una confederazione meno rigida di stati nazione sovrani, disposta ad avere in comune il cuore economico di un mercato comune continentale – il modello britannico? Perché prendersi la briga di una complicatissima integrazione che include il<strong> trattato di Schengen</strong>, l’unione monetaria, le regolamentazioni dell’Ue, che in definitiva non funzionano nemmeno bene e indeboliscono soltanto la competitività globale degli stati membri?</p>
<p>Dopo Brexit gli interessi economici sono stati predominanti nel sostenere il progredire dell’Ue, ma l’idea di unire l’Europa chiaramente deve trascendere la mera unificazione economica. Essa era ed è tuttora legata al fatto di superare la frammentazione europea tramite un processo di integrazione che inizia con l’economia e si conclude nell&#8217;integrazione politica. <strong>Winston Churchill</strong> lo sapeva bene, come si deduce chiaramente dal discorso che tenne a Zurigo nel 1946 – e che varrebbe proprio la pena di rileggere oggi – nel quale auspicava <strong>la creazione degli “Stati Uniti d’Europa”.</strong></p>
<p style="text-align: right;">Carlo Di Stanislao</p>
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		<title>Brexit: è morto il re, viva il popolo!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Locorotondo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jun 2016 08:35:01 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Come qualunque altro evento, il <strong>Brexit</strong> avrà conseguenze negative e positive, involutive ed evolutive, per tutti.<br />
Ma la gente comune, cioè il 99%, anche se non comprende bene il perché, dovrebbe rallegrarsi per una sola, istintiva ragione: perché il potere piange. L’1% piange, e inonda il pianeta col pianto assordante dei suoi media e delle sue borse, dei suoi politicanti e dei suoi burocrati.</p>
<p>Nel Regno Unito ha vinto la volontà popolare, nonostante le pervicaci manipolazioni mediatiche e politiche, le feroci intimidazioni individuali e collettive. Gli inglesi, gli isolani, non si sono mai sentiti europei e, se fossero stati davvero liberi di decidere, non sarebbero mai entrati nella<strong> UE</strong>. Messi dentro (o quasi) con l’inganno nel 1973, sarebbero usciti a grande maggioranza già due anni dopo, col primo referendum. Oggi, finalmente, sono riusciti ad esprimere col voto la loro volontà. Questa è cosa buona e giusta.</p>
<p>L’Europa continentale ha sempre più o meno ricambiato i sentimenti inglesi. In particolare nella dirimpettaia Francia, a parte l’1% che sta al potere, la popolazione istintivamente si rallegra. E noi europei dovremmo essere molto più solidali con la popolazione francese, quella che più di altre in Europa sta faticosamente ma fermamente riaffermando le proprie priorità contro apparati di governo asserviti all’1% della globalizzazione onnimercificante.</p>
<p>La centrale operativa dell’1% globale sta negli USA. Gli USA piangono? Comprensibile. In particolare piangono gli USA del TTIP e della NATO che, da alleanza difensiva, si è trasformata in aggressore globale? Comprensibilissimo, e ulteriore ragione perché il 99% si rallegri.</p>
<p>Dicono che il Regno Unito non sarà più unito. Probabile.<br />
Dicono che Scozia e Irlanda del Nord vogliono “restare in Europa”. Falso: Scozzesi e Irlandesi vogliono scuotersi di dosso il giogo secolare imposto loro dagli Inglesi. E per poter realizzare il loro obiettivo primario non vedono altro percorso se non quello europeo.</p>
<p>Più in generale, il Brexit potrebbe incoraggiare altre divisioni, nazionalismi, xenofobie, egoismi grandi e piccoli. Questo è un pericolo reale: le divisioni hanno molte valenze negative, a cominciare dal fatto che fanno il gioco del potere (<em>divide et impera</em>). Ma la cura per le divisioni non può essere l’omologazione. Certamente non l’ottusa omologazione che il neoliberismo onnimercificante sta imponendo sul pianeta e sui suoi abitanti in questi ultimi decenni.</p>
<p>E allora? E allora bisogna star attenti a non confondere “divisione” con “diversità”. Si può e si deve essere uniti, cooperare, rispettando ed anzi valorizzando le reciproche diversità. Come insegnano 3,7 miliardi di co-evoluzione della vita su questo pianeta. Come spiega la Teoria dei Giochi con le sue varie applicazioni matematiche, economiche, sociali.<br />
Scozzesi e Irlandesi del Nord, Catalani e Ciprioti, Curdi e Vietnamiti e Sudanesi e tanti altri popoli stanno lottando per la divisione perché non vedono altra via per preservare la propria diversità. Se questo è un passaggio storico necessario, ancorché doloroso, benvenga!</p>
<p>E allora, benvenuto Brexit! Oggi incomincia il cammino verso una più genuina cooperazione di Inglesi ed Europei, nelle sacrosante e reciprocamente vantaggiose diversità!</p>
<p style="text-align: right"><strong> Leopoldo Salmaso &#8211; Pressenza</strong></p>
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