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	<title>Racconti in quarantena di Mario Narducci Archivi - L&#039;Impronta L&#039;Aquila</title>
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		<title>Nuovi racconti in quarantena &#8211; Stazione Termini di Mario Narducci</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jan 2021 20:03:15 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<div dir="auto">Improvvisamente mi si parò davanti. Una folgorazione quasi. Una materializzazione tanto assurda quanto affascinante. Io me ne stavo seduto su una panchina di Stazione termini in attesa che il miracolo si compisse: che da Piazza Esedra, dopo tre giorni di fame e di sonno sotto le stelle di agosto, giungesse finalmente il plico di mio padre con il denaro richiesto e un panino per rifocillarmi e tornare a casa con l’autobus della linea Pacilli. E con un sogno naufragato, quello della pubblicazione del mio primo libro di poesie, ingenuo fin nel titolo almeno quanto la mia età: diciassette anni affidati ai versi della “Veranda dei sogni”, che mai vedrà la luce se non per qualche brano salvato e pubblicato oltre vent’anni dopo.</div>
<div dir="auto">L’uomo dunque mi si parò davanti all’improvviso ma non cercava interlocuzione alcuna. La barba lunga che non vedeva taglio da secoli, una bustina militare calzata sopra una selva di capelli che si confondevano con la barba, un pastrano militare lacero e bisunto, assai generoso con la sua esile corporatura, un paio di scarponi slabbrati e su tutto un sorriso meraviglioso che affiorava tra l’intrico del pelame abbondante. Aprì il pastrano e prese a cercare qualcosa tra le tasche della giacca che non aveva più forma. Nel taschino esterno, nelle due tasche laterali, nella mariola di destra, in quella di sinistra. Ciascuna tasca era perquisita con lentezza serafica e passando da una tasca all’altra, appena appena affiorava rammarico sul suo volto, ché tanto la speranza insisteva ancora, chiusa nelle tasche da perquisire dei pantaloni e infine del pastrano. Fu una ricerca minuziosa, attenta; e quando non rimase che il pastrano apparve anche un filo di tigna negli occhi incaponiti. Poi finalmente il suo sguardo si illuminò. In fondo in fondo, nell’estremo angolino di destra del pastrano, finalmente trovò quel che cercava e lo portò alla luce: un mozzicone di sigaretta finito lì dalla tasca senza fodera ormai. Se lo portò alle labbra con una luce soddisfatta negli occhi, lo baciò, lo strinse tra i denti come se non volesse farselo sfuggire. E fu allora che mi venne incontro: “a dotto’, che c’hai un cerino?” disse con voce comunque gentile. Gli allungai la mano con l’accendino acceso, respirò con voluttà le prime boccate, mi guardò lieto per ringraziarmi e alla terza boccata, che precedeva di poco la fine del mozzicone, alzò gli occhi al cielo e sospirò: “ma che vuoi di più dalla vita!” E disparve così com’era apparso.</div>
<div dir="auto">Erano tre giorni che vivevo tra i barboni di Stazione Termini, ma non lo avevo mai visto.</div>
<div dir="auto">Avevo diciasssette anni. Nel collegio dei miei studi m’ero lanciato a scrivere poesie dietro le maliarde letture che ci faceva un frate di Tollo in Abruzzo. D’Annunzio tra tutti, di cui sapevo a mente La sera fiesolana e La pioggia nel Pineto. E poi Foscolo con i sepolcri interi imparati a memoria. E Quando lui esclamava “O bella musa, ove sei tu, non sento/ spirar l’ambrosia, indizio del tuo nume/ tra queste stanze ov’io siedo e sospiro/ il mio tetto materno”, era estasi pura ed io dentro di me già mi sentivo poeta. Così come già mi sentivo scrittore quando in calce ai temi lunghi anche due quaderni interi mi ritrovavo un dieci, come firma alle numerose postille che testimoniavano la sua accurata lettura. E pensare che fino ad allora io mi definivo “stitico”, ma lui mi sbloccò: “quando scrivete non pensate a chi vi legge, mettete giù tutto ciò che vi passa nella mente, non abbiate paura di esporvi al giudizio altrui”.</div>
<div dir="auto">Uscito dal collegio raccolsi i miei scritti, ne feci un fascicolo, e con “La veranda dei sogni” gli detti anche un titolo. Convinsi i miei che dovevo pubblicarlo e finalmente con diecimila lire in tasca partiti per Roma in cerca di un editore. Riuscii solo ad individuare la Curcio, ma non ebbi nemmeno il coraggio di suonare al campanello dell’azienda. Intanto i soldi s’erano ridotti al lumicino. Zia Pia, presso la quale alloggiavo a Sacrofano e che solitamente era molto generosa con noi nipoti quando andavamo da lei, questa volta dimenticò di mettermi in mano l’equivalente che avevo portato da casa. Con qualche spiccio in tasca la salutai e attraverso la Flaminia raggiunsi Piazza Esedra a piedi dove stavano gli autobus per l’Aquila. Consegno una lettera per mio padre all’autista di questo tenore: non ho più una lira, mandatemi qualcosa per tornare a casa. Con gli ultimi spicci comprai cinque castagne da un caldarostaio che stava all’angolo e quello fu il mio ultimo pasto, ché per tre giorni non toccai più cibo. Raggiunsi Stazione Termini che elessi a mio campo-base. Lì me ne stavo su una panchina sempre più affamato e macilento. Da qui mi spostavo alla stazione delle corriere, ma da casa nessuna risposta. A mezzanotte, quando chiudevano la stazione per le pulizie e i barboni venivano mandati fuori, anche io trovai la mia panchina tra i tigli giganti per prendere il mio sonno. Era agosto e si stava bene, fino a che una notte non mi passò accanto una pantegana grossa come un gatto e non riuscii a dormire più.Tornavo alla Stazione con passo sempre più incerto e da qui all’Esedra a ogni orario di autobus, ma nessuna risposta per me. Ero diventato leggero come un passero ma niente affatto ciarliero. Le mie gambe toccavano l’asfalto ma sembrava che lo sfiorassero appena. I morsi iniziali della fame s’erano mutati in una sorta di molgore allucinante. La mia mente era sempre più libera e chiara e all’ennesima risposta negativa del conducente, finalmente questi si accorse di avere ancora sul cruscotto la mia lettera, mai consegnata. Me la feci ridare e aggiunsi un post-scriptum: insieme ai soldi mandatemi un panino. La prima corriera del giorno dopo mi portò la sospirata manna. Afferrai il pacchetto, misi i soldi in tasca senza contarli, mi gettai vorace sul panino enorme con fette giganti di mortadella e finalmente sentii tornarmi le forze che stavano scemando. Alla prima corriera utile, presi posto e tornai a casa.</div>
<div dir="auto">C’erano tutte le condizioni perché quella esperienza che avrebbe dovuto farmi odiare ogni forma di scrittura con annessi editori, chiudesse per sempre la porta ai miei sogni giovanili. Ma per uno di quei casi strani della vita non accadde: la scrittura è diventata la mia professione come giornalista, e la poesia e la narrativa si sono radicati tanto in me da diventare la mia seconda anima. E quando ripenso al barbone di Stazione Termini, ricordo infine una lezione mai dimenticata. Che la felicità è fatta soprattutto di piccole cose. Magari anche di un mozzicone di sigaretta ritrovata nell’estremo lembo di un pastrano e che mentre lo respiri è in pienezza tutta la tua vita.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto" style="text-align: right;">Mario Narducci</div>
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		<title>Nuovi racconti in quarantena &#8211; Il mondo di Memena di Mario Narducci</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jan 2021 16:28:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il mondo era la nostra canzone. La voce spiegata, potente di Jimmy Fontana aveva il potere di trasportarci dove il nulla si mutava in vita. Le note altissime toccavano il soffitto a volta della casa di Via Garibaldi, il primo portone a sinistra, e ci ripiovevano addosso con leggiadria, nella consapevolezza che tutto potesse accadere, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div dir="auto">Il mondo era la nostra canzone. La voce spiegata, potente di Jimmy Fontana aveva il potere di trasportarci dove il nulla si mutava in vita. Le note altissime toccavano il soffitto a volta della casa di Via Garibaldi, il primo portone a sinistra, e ci ripiovevano addosso con leggiadria, nella consapevolezza che tutto potesse accadere, perfino che la bambina tredicenne si alzasse dal letto e prendesse a camminare, perché il cuore s’era ricomposto e gli atri non comunicavano più tra di loro mischiando il sangue e impedendole di respirare e camminare.</div>
<div dir="auto">Ma lei non si alzava, continuava a stare seduta nel suo letto del poco fiato e sembrava una regina di quelle di antiche tribù lontane e di favola, che governavano distese, attorniate da cortigiani e visitatori. Ma a differenza di quelle aveva sempre il sorriso sulle labbra bluastre, e gli occhi riderelli come quelli di tutti i ragazzi della sua età, anche se doveva limitare i movimenti all’essenziale, senza poterli rincorrere nel cortile o nella vicina piazzetta di Santa Maria Paganica.</div>
<div dir="auto">Mariolina ed io eravamo tra gli assidui al suo capezzale. Ci eravamo conosciuti a Lourdes nell’agosto del 1965. Pellegrina tra i malati barellati lei, che si recava al Santuario sperando in un miracolo, tra personale volontario noi (Mariolina Dama, giunta lì con il treno bianco delle Marche, ed io scout brancardier, approdato nella cittadella dei miracoli con il treno bianco abruzzese). Quando la conoscemmo lei era già in una corsia dell’Asile, l’ospedale che si apriva sull’immensa explanade delle processioni eucaristiche pomeridiane e aux flambeaux a sera calata, e sulla facciata gugliata della grande Basilica che guarda la linea delle fontanelle dell’acqua di Bernadette e le piscine rigeneranti della Siloe di Francia.</div>
<div dir="auto">Al suo fianco, in un lettino bianco come il suo, stava una bambina minuta di Pacentro, in provincia dell’Aquila, che non aveva mai poggiato i piedi per terra, ché non l’avrebbero retta. Memena era più grandicella della pacentrina. Ma bastò un’occhiata tra le due perché si intendessero a vita. Cos’hai? Le chiese Memena in un filo di fiato. Non posso camminare, le rispose Giuseppina, non ho mai camminato. Allora io sto meglio di te, fece di rimando la ragazza dal sangue mischiato e senza che nessuno stesse a suggerirglielo, da lì in poi non disse nemmeno più un’Ave per la propria guarigione, ma Rosari interi per la pacentrina che ci pensava lei a pregare per l’altra, in una gara di generosità che faceva sciogliere in lacrime di commozione gli angeli del cielo. Mariolina la conobbi davanti a quella distesa di lettini bianchi dell’Asile, una notte che eravamo di guardia e che ci ritrovammo a fianco dei lettini di Memena e Giuseppina. Memena ci guardava con gli occhi riderelli come se già avesse capito tutto prima di noi che non sapevamo ancora che ci saremmo innamorati.</div>
<div dir="auto">La storia di Memena è nel suo diario, custodito gelosamente dal Fratello Orlando Cetrullo. La sua famiglia si stabilì all’Aquila proveniente da Pescara, dove Memena era nata nel 1952. Una ragazza come tante, allegra, studiosa, curiosa della vita, fino a quella sera matrigna che a otto anni le sconvolse i giorni per sempre. Il diario, preciso, racconta ogni cosa. Il ritorno da scuola, la febbre alta che la colse improvvisa con un mal di testa orribile, il medico e la prima diagnosi ospedaliera: “comunicazione atriale con ipertensione polmonare”. La visita a Torino dal luminare Pofessor Dogliotti, che conferma la diagnosi non lasciando speranza alcuna ai genitori, ché la scienza chirurgica, allora, non consentiva ancora interventi riparatoririparatori di quel genere. Memena però comprende ogni cosa e sul diario silenzioso scrive: “Non voglio morire, voglio giocare, correre, voglio il sole”. Il poco sole che vedrà, da quel momento, sarà quello che passerà tra i vetri della finestra della sua stanza e poi quello di Lourdes, radioso come la grande particola eucaristica delle processioni. Capace di mutare i patimenti in gioia. A Lourdes Memena, per fioretto, dimentica di proposito di prendere le medicine per il suo cuoricino che già da solo non sarebbe arrivato lontano. Lo fa per la Pacentrina nella speranza di vederla camminare. Ma le due bimbe non avranno miracolo alcuno. Anche se come ogni anno vi saranno guarigioni riconosciute e segrete, sopratutto quelle dell’anima. Intanto la riderella su me e Mariolina aveva visto giusto. E quando la Dama, finito il turno, tornò in albergo, io non la lasciai andare sola nella notte. Sulla viuzza che attraversavamo c’era un bar aperto e fu lei a fare la prima mossa, mai riconosciuta quando da sposati gliela ricordavo e lei arrossiva ancora: mi offri un tè? Che cosa è un tè? Meno di un cioccolatino ma fu il più dolce preso mai. Non era nemmeno un apostrofo rosa tra le parole di amo, ma più semplicemente era l’amore che schiariva i vetri perché la luce entrasse tutta e non ci lasciasse più.</div>
<div dir="auto">Tornammo da Memena insieme, nella stanzetta ch’era il suo salotto, il giorno che Mariolina venne all’Aquila per ricambiare la visita ai miei genitori. Ci eravamo già scambiati gli anelli di fidanzamento, ma senza ufficialità. E ricordo che quando portai i miei genitori a conoscere i suoi, attraversando il Passo delle Capannelle per arrivare sulla litoranea che ci avrebbe condotti a Urbino, non esitai a tornare indietro per infilarmi al dito l’anello che avevo dimenticato. Diana, sua madre, ci accolse sollecita e affabile, pur stretta nel suo sempiterno dolore. Quando Memena ci vide insieme, gli occhi le si fecero furbi e le labbra bluastre sorridenti come a dire: io lo sapevo. Un anno dopo, il primo settembre, eravamo già marito e moglie. Continuammo a frequentarla assiduamente. Con noi c’erano Padre Andrea il Cappuccino e il responsabile abruzzese dei Foulard Blanche, Giovanni Santucci con i quali eravamo stati a Lourdes. Poi Mariolina restò incinta e un mese prima della nascita si recò ad Urbino per stare accanto a sua madre. Memena se ne tornò al cielo il 27 aprile del 1967. Il 23 maggio successivo nasceva Marialaura. Ma prima di lasciarci, Memena volle donarci il disco che ci faceva sentire nella sua stanza del lieto patire: Il Mondo di Jmmy Fontana. Quello che non si è fermato mai un momento, che la notte insegue sempre il giorno, ed il giorno verrà. E che per lei era una profezia. Fu il suo regalo di nozze. Il regalo di nozze della santarella dal sangue mischiato che sul diario scriveva: Sono davanti alla Grotta ed è inverosimile, non posso fare a meno di piangere. E ancora: Non c’è nulla di più bello al mondo, che addormentarsi con il nome di Maria sulle labbra.</div>
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<div dir="auto" style="text-align: right;">Mario Narducci</div>
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		<title>Racconti in quarantena &#8211; Il ciabattino di Clemente Rebora di Mario Narducci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Jul 2020 09:26:15 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“Dall’immagine tesa/ vigilo l’istante /con imminenza di attesa – e non aspetto nessuno: nell’ombra accesa /spio il campanello /che impercettibile spande/ un polline di suono – e non aspetto nessuno: fra quattro mura /stupefatte di spazio /più che un deserto /non aspetto nessuno”.</p>
<p>Il Poeta leggeva in un soffio di respiro che a tratti pareva smorzarsi e sembrava una candela al limite della confittura nella bugia, quando la fiammella oscilla ancora un poco, nell’ultima goccia di cera, e poi si spenge. Aveva scritto quella poesia sull’orlo della conversione, quando ancora il battesimo non gli aveva rinnovata l’anima, e la leggeva al ciabattino del convento che sapeva poco o nulla di scuola ma che l’anima l’aveva innocente come un bambino e che perciò comprendeva ogni parola di quella che era una delle più belle liriche della spiritualità cristiana del nostro tempo e forse d’ogni tempo.</p>
<p>“Ma deve venire; verrà, se resisto, a sbocciare non visto, quando meno l’avverto: verrà quasi perdono /di quanto fa morire”.</p>
<p>C’erano gli echi dei fuochi inesausti che bruciavano di passione la mistica di Avila, senza consumarla, “muoio perché non muoio” e il ciabattino pareva struggersi perché conosceva sulla propria pelle e nella propria anima la tenera travolgenza di un amore che era miele e tormento, pianto ed estasi e che lo metteva in pace senza dargli mai pace.</p>
<p>“Verrà a farmi certo /del suo e mio tesoro, /verrà come ristoro /delle mie e sue pene, /verrà, forse già viene /il suo bisbiglio.”</p>
<p>Era la poesia dell’attesa, quella che per un cristiano è un avvento perenne. Il tempo di un cammino che non ha tempo perché sfocia e si placa nell’eternità. Ma per il ciabattino che ascoltava era anche il tempo dell’attesa in questo tempo: un sogno folle dal quale veniva allontanato ogni volta che pareva toccarlo con mano: perché Elia Bellebono, senza scuole e per di più senza latino, aveva un desiderio solo nella vita ed era quello di diventare sacerdote. Studi fino alla terza elementare a Cividale al Piano, nel bergamasco, dov’era nato nell’ottobre del 1912. Poi basta, perché bisognava guadagnarsi il pane e la famiglia era numerosa. Finché se lo prese la guerra, per operare in un ospedale da campo in Albania.</p>
<p>A 27 anni assilla il parroco con il suo sogno e questi scrive ai Francescani, ai Gesuiti e ai Domenicani: andrà nell’Ordine che per primo risponderà. La lettera che gli arriva per prima è dei Gesuiti che hanno sempre promosso la devozione al Sacro Cuore di Gesù che è la sua passione. Per lui è un segno. Lo prendono, ma come fratello laico e parte per il noviziato di Lonigo, in provincia di Vicenza, ma dopo un anno lo rispediscono a casa ritenendolo un visionario che dice di vedere e di parlare con Gesù che lo vuole sacerdote.</p>
<p>Riprende a fare il ciabattino, questa volta senza vincoli religiosi, nel convento dei Rosminiani di Stresa e qui incontra Clemente Rebora, con il quale, anche se più gjovane di lui, trova una intesa speciale. Il poeta e il ciabattino hanno il comune obbiettivo della santità.<br />
Il primo per realizzarlo ha lasciato tutto, il secondo non ha mai voluto avere nulla. La cultura alta, l’intelligenza più acuta, la poesia, si sposano con l’ignoranza, l’umiltà, la scarsa e sgrammaticata scrittura. Ma l’intesa spirituale è forte ed Elia trova in Clemente Rebora, ormai sacerdote, un consigliere spirituale che non tenterà mai di smorzare i suoi desideri ma li alimenterà. Basta sapere attendere che se è volontà di Dio tutto si realizzerà.</p>
<p>Alla morte di Rebora, Elia passa come ciabattino e portinaio nel convento di Domodossola, dove nel 1973 avrò la ventura di conoscerlo, dietro presentazione di Maria Teresa Bruscolini, una comune amica di Urbino. Nel convento di Domodossola abitava nell’appendice povera di un’ala dell’edificio, dove lavorava e prendeva riposo la notte, spesso disturbato da satana che gliele dava di santa (si fa per dire) ragione. E’ qui che più volte l’ho incontrato, qui che mi ha fatto molte confidenze.</p>
<p>Una Pasqua venne a trascorrerla nella mia casa di Verbania e fu per tutti una delle più belle che ricordi. Con il mio trasferimento a Roma i contatti si diradarono. Ma durante un mio soggiorno estivo ad Urbino, seppi che era stato accolto dal Vescovo di Fano e che, con una speciale dispensa circa la preparazione teologica, si stava avviando al sacerdozio nell’eremo camaldolese di Monte Giove, dove un’estate andai a trovarlo con l’amico urbinate Pompeo Boccolacci.</p>
<p>Fu ordinato dal cardinale Palazzini nell’aprile del 1977 e nelle sue vesti sacerdotali la sua figura negletta di ciabattino aveva acquistato grande solennità dei gesti e nella parola. Incominciò un apostolato frenetico in giro per l’Italia, spendendosi nel sacramento del confessionale, diffondendo la devozione al Sacro Cuore e adoperandosi per la costruzione di un Santuario che sta sorgendo a Ca’ Stacciolo di Urbino con tanto di casa d’accoglienza per i giovani universitari i cui problemi aveva a cuore.</p>
<p>Ma per don Elia Bellebono l’attesa era terminata. Morirà il 2 settembre del 1996, dopo 19 anni di sacerdozio, e a 84 anni di età, senza vedere l’inizio dei lavori ma solo l’approvazione della licenza edilizia. Come Mosè che la vide da lontano, senza mai entrare nella Terra Promessa. Perché ai grandi e ai santi non interessa raccogliere ma seminare. Di lui mi resta una foto della Pasqua di Verbania, un’altra nell’eremo di Monte Giove, e una della sua ordinazione con tanto di dedica sgrammaticata: “A Mario che gli voglio tanto bene”.</p>
<p style="text-align: right;">Mario Narducci</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2020/07/11/racconti-in-quarantena-il-ciabattino-di-clemente-rebora-di-mario-narducci/">Racconti in quarantena &#8211; Il ciabattino di Clemente Rebora di Mario Narducci</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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		<title>Racconti in quarantena &#8211; L&#8217;Estate dei cocomeri di Mario Narducci</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Jul 2020 16:53:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L’estate dei cocomeri, quell’anno, a Roma, si risolse tutta in una notte di follia. Trascorsa tra Monteverde e Montesacro, con la calura che ti si attaccava addosso con tutti i vestiti che portavi, leggeri ma sempre di troppo, il bicchiere di Frascati in eccesso, l’allegria di uno scapolato di ritorno per via delle mogli che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’estate dei cocomeri, quell’anno, a Roma, si risolse tutta in una notte di follia. Trascorsa tra Monteverde e Montesacro, con la calura che ti si attaccava addosso con tutti i vestiti che portavi, leggeri ma sempre di troppo, il bicchiere di Frascati in eccesso, l’allegria di uno scapolato di ritorno per via delle mogli che stavano in vacanza, non pienamente convinte di lasciarci soli, io al giornale, il mio amico nel suo studio di pittore a Pontebianco. Era una di quelle notti romane che invitano a dormire all’aperto, sulla panchina di un parco, se vuoi, disteso sull’erba che è meglio, mentre il “venticello de Roma” t’accarezza il volto dandosi la voce, come nella fortunata canzone di Rascel, dall’Aventino, con quello del Gianicolo. Anche le stelle c’erano tutte; e c’erano, sotto l’alberi di un’altra canzone romanesca, le mille bocche che si baciavano, complice la luna che cresceva. Forse non era nemmeno proprio così, come nelle canzoni, ma l’atmosfera c’era tutta e, dietro l’angolo, c’era quella notte di irripetibile follia.<br />
Il mio amico Pittore era Domenico Colantoni, passato nel tempo dal surrealismo al realismo con i ritratti impietriti di coppie anche famose come quella del regista Robert Altman e le gigantesche nature morte sullo sfondo del Fucino, la sua terra d’origine. Amico di Moravia (al quale dedicò una mostra di successo) e De Chirico, protagonista del fermento culturale romano per almeno un trentennio a partire dagli anni settanta, conteso dai maggiori galleristi, frequentatore di scrittori e poeti quali Elio Pecora, recensito dai critici d’arte dei maggiori quotidiani e periodici italiani, richiesto da reali e capi di Stato all’estero, Colantoni aveva fatto della sua casa un salotto frequentato da artisti e letterati del tempo, tra i quali mi onoravo di figurare anch’io, di certo più nel nome della comune abruzzesità che per ingegno.<br />
Raggiunsi Ponte Bianco con i mezzi e l’idea iniziale era solo quella di stare a cena insieme, alla Fraschetta. Ma nessuno dei due all’uscita, baciato con malia dall’aria di Trastevere, riprese la via di casa e incominciammo a percorrere Roma a piedi come sbandati, soffermandoci con bramosia tra gli acquaroli di grattachecca e i banchi dei cocomerai che s’annunciavano di lontano con tremore chiaro di luci. A quei tempi, negli anni settanta, le strade di Roma ne erano ancora piene, a incominciare dai bordoponti del lungo Tevere. Originari tutti e due dell’Abruzzo aquilano, fummo subito allettati dai cocomerai. Non è forse il cocomero il frutto per eccellenza dell’estate, vivace nel colore, invitante nel rosso spaccato al mezzo e disteso a fette sui blocchi di ghiaccio? Non era il frutto dell’estate, il cocomero, quello che ci si portava dietro nelle gite fuori porta, che veniva tenuto al fresco nel fiume in attesa d’essere distribuito alla voracità arsurata dei presenti? Tutto questo era il cocomero, cui un detto dialettale aquilano attribuisce una triplice azione benefica a modico prezzo: “dieci lire la petaccia: ci magni, ci bii e ti ci lavi la faccia” (una fetta dieci lire, ci mangi, ci bevi e ti ci lavi la faccia). E fu sull’onda di questi ricordi d’infanzia, che riconquistammo quell’aria sbarazzina che ci portò per le vie di Roma, da Trastevere al Nomentano, stazionando puntualmente davanti a tutti i banchi dei cocomeri, per immergere il muso nelle fette rinfrescanti e sbrodolanti. Il cocomero appariva in quel momento come il massimo della trasgressione. Nessuno di noi che avesse pensato a infedeltà di sorta. C’era una specie di passione strana, forse anche compensativa, in quel gesto compiuto in apnea, come se la fetta di cocomero rappresentasse una immersione in acque profonde, dalle quali si riemergeva solo momentaneamente appagati per rituffarci in un nuovo perdimento. Era il cocomero l’amante di quella notte che ci avvolgeva nella furia del tradimento. E l’appagamento diventava allegria, spensieratezza, voglia di volare, di invadere il cielo con le nostre risate, di tirarci addosso le stelle con i nostri canti impazziti, di toccare la luna con l’indice puntato là dove lei tremolava tra la serigrafia dei rami in controluce, che potevi contarne le foglie ad una ad una, anche se il respiro che le muoveva ti faceva ricominciare ogni volta da capo. A Piazza Esedra l’orchestrina estiva del bar parve accompagnare la nostra follia. Sempre a piedi raggiungemmo Porta Pia cantando alle cento penne dei bersaglieri, per fare subito sosta al primo cocomeraio della dirittura nomentana. Una, due, tre soste fino alla Batteria. Una passione vorace ogni volta nuova e fino in fondo assaporata. Dieci, venti fette? Nemmeno la voglia di contarle, solo intuirle, magari, dalla cintura dei pantaloni che progressivamente s’era costretti ad allargare. A Via Val Chisone, dove abitavo, sembravamo due ubriachi che non hanno voglia d’altro se non di letto per smaltire la sbornia, e così fu. Era il quattordici di agosto del 1977. L’indomani il giornale sarebbe stato a ranghi ridotti perché tanto a ferragosto non succede mai nulla. E invece successe. Proprio nel giorno di ferragosto, Herbert Kappler, colui che individuò il rifugio di Mussolini a Campo Imperatore, consentendo l’Operazione Quercia per liberarlo; il sanguinario responsabile dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, fugge dall’ospedale militare del Celio, dov’era ricoverato, coadiuvato dalla moglie che aveva sposato da ergastolano. Una fuga rocambolesca e mai chiarita che gli permise di raggiungere la Germania e della quale la moglie Anneliese fornì in seguito versioni contrastanti: nella prima il marito sarebbe stato accompagnato fuori come un normale visitatore; nella seconda sarebbe stato calato con una corda dalla finestra della sua stanza, entro una grossa valigia. Tutto avvenne nel mistero di una sorveglianza inesistente e forse con qualche connivenza altolocata. La verità non è mai venuta alla luce. Toccò a me lavorare su questo fatto oscuro di cronaca, che costò le dimissioni al ministro della difesa Lattanzio, anche nei giorni successivi. E fu la mia estate. Goduta appena per una notte. La notte folle dei cocomeri. Appunto.</p>
<p style="text-align: right;">Mario Narducci</p>
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		<title>Racconti in quarantena &#8211; La Fioraia di Piazza Navona di Mario Narducci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Jul 2020 09:24:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Fu da allora che il gambo dei fiori gli era diventato un chiodo fisso. Le rose soprattutto, rosse come porpora e vellutate a passarci le dita come una carezza sulle labbra; le tea dalle cento sfumature che illanguidiscono verso il bianco; le gialle, le bianche come quelle nate a coprire la roccia del suo giardino, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Fu da allora che il gambo dei fiori gli era diventato un chiodo fisso. Le rose soprattutto, rosse come porpora e vellutate a passarci le dita come una carezza sulle labbra; le tea dalle cento sfumature che illanguidiscono verso il bianco; le gialle, le bianche come quelle nate a coprire la roccia del suo giardino, che richiedono cautela al tatto per le molte spine. Fosse una ragazza a passare tra i tavolinetti dei ristoranti dove gli capitava di cenare a volte nelle sere d’estate, con sua moglie, o fosse un ragazzo di colore, lui la prima cosa che faceva era quella di guardare il gambo. Le rose erano la sua passione e ne faceva omaggio volentieri alla bellezza di una donna. Non gli bastava che sul tavolo tremolasse la candela aromatica nel bicchierino chiaro. Nè gli bastava il vasetto risicato che gli facevano trovare sul tavolinetto, magari con fiori finti. Finchè sulla tovaglia non si posava una bella rosa rossa era come se si sentisse a disagio. A volte doveva vincere la ritrosia della signora, i suoi reiterati “non occorre” alitati appena con suadenza, ma venati di desiderio. Le sere d’estate, a Piazza Navona, sono cariche di complicità. Non c’è altro luogo che le tenga testa. Le mille luci dentro l’agone sanno di festa discreta e ammaliatrice. Lo scroscio delle tre fontane accompagna i sentimenti e li lievita. E poi i pittori di strada, pronti per un ritratto o una caricatura che, i turisti soprattutto, riportano a casa insieme ai souvenirs di San Pietro, del Colosseo e della Lupa con i due poppanti che hanno fatto la storia della città. A Piazza Navona l’avverti tutta la magia del tempo e della quiete. E’ come entrare in uno spazio unico e restarci senza assilli. Sentirsi appagati è la voglia che aleggia dappertutto, dai terrazzi alti della buona borghesia alla Chiesa di Sant’Agnese in Agone fino all’Ambasciata di Spagna dal portone rigorosamente chiuso quando si apre la vita notturna. Ma a volte basta una rosa rossa a fare la differenza. Mario conosceva quei posti come le stanze di casa, al Nomentano. Sulla Piazza s’affacciava un unico balcone ed era della redazione interni in cui lavorava come giornalista. Da quel balcone osservava la vita della piazza ammaliatrice e tornava anche ragazzo con i suoi colleghi quando sotto le feste di Natale fiorivano le bancherelle di castagnaccio, giocattoli e presepi e andavano gli ambulanti con i palloncini colorati che dal balcone facevano esplodere a colpi di pistola a pallino, tra le risate più grasse quando il malcapitato puntava il cielo per sapere da dove venissero quei tiri mancini. Ai tavolinetti dei ristoranti di Piazza Navona, la fioraia passava puntualmente a sera fatta, quando l’atmosfera prendeva la via della complicità. Era una donna anziana alta e corpulenta, che tradiva dal volto, prima ancora che dalla parola, la sua condizione di profuga istriana. Le sue rose le teneva in un cesto appeso all’incavo del braccio sinistro. Aveva capelli grigi radunati a crocchia sulla nuca, occhi dolci e chiari, e sulle spalle uno scialle colorato che le calava oltre le ginocchia sulla lunga veste gonfia d’antico. Più che parole bisbigliava suoni lievi che accompagnavano la rosa rossa dal cesto al tavolo. Pochi spiccioli, un inchino fatto di sorriso riconoscente, e passava all’altro tavolo, spostandosi da un ristorante all’altro fino a rose esaurite. Solo allora spariva in uno dei vicoli abbuiati che attorniavano la Navona, per ricomparire la sera successiva, con il suo carico di rose e di cortesia grata. A Mario piaceva assai quella presenza gentile che andava oltre la bellezza sfiorita ma ancora leggibile, come miniatura su pergamena rara. Guardasse dal balcone, passeggiasse lungo l’anello della piazza, la prima cosa che cercava era la vecchia fioraia e solo quando la scorgeva, tra i tavoli dei ristoranti, avvertiva come un senso di sollievo profondo. Avrebbe notato sicuramente di meno l’assenza di una delle tre fontane. E quando tornava a sedersi con Mariolina ad uno di quei tavoli, incominciava a guardarsi intorno, ansioso di scorgerla, perché la serata non sarebbe stata completa senza una sua rosa rossa da donare come cavaliere antico alla sua donna, ritrosa sempre con i suoi reiterati “non ce n’è bisogno”, ma felice per quel fiore da portare a casa a fine sera, per conservarlo nel vasetto alto e stretto di cristallo che viveva solo tra una rosa e l’altra assorbendone la bellezza e il profumo.<br />
Era settembre quando, pure con le ancora calde serate, la fioraia non si vide più. Dal balcone del giornale Mario cercava di scorgerla, ma inutilmente. E quando tra una edizione e l’altra del quotidiano scendeva a Piazza Navona per due passi, anche allora le ricerche furono inutili. E fu inutile l’attesa quando tornò ancora una volta al tavolinetto del ristorante, e nessuna rosa si posò sulla tovaglia bianca perché concludesse la serata nel vasetto di cristallo che rimase nudo. Finché la notizia non prese a circolare. “Ha saputo, dottore, della vecchia fioraia? -gli disse una sera il proprietario del locale dov’era tornato a cena con Mariolina – E’ stata diffidata dalla Questura perché i fiori che vendeva ai tavoli andava a rubarli al cimitero”. Per Mario fu una illuminazione improvvisa. Ecco perché, si disse dandosi una palmata in fronte, i gambi di quelle rose erano troppo corti rispetto a quelle che acquistava nel negozio di fiori accanto a casa. Ma dopo una prima reazione di sdegno, subito rientrò in se stesso per argomentare che sì, quello della fioraia non era stato un bel gesto, ma che tuttavia i morti non se l’erano avuta davvero a male se i fiori che dovevano inaridire sulle loro tombe erano serviti a dare di che vivere a una povera profuga istriana. Ma il rovello nessuno riuscì mai a levarglielo. Per cui da quel giorno, ogni volta che si trovava con Mariolina o in cene tra amici e passava un fioraio, la prima cosa che faceva, prima di acquistare una rosa, era quella di guardare il gambo. Se era lungo la prendeva. Se era corto rifiutava gentilmente, accompagnando il gesto con un “Requem aeternam” indirizzato all’anima del defunto depredato.</p>
<p style="text-align: right;">Mario Narducci</p>
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		<title>Racconti in quarantena &#8211; La Casa degli Spiriti di Mario Narducci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Jun 2020 13:33:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Quando mi dissero che volevano organizzare una spedizione alla casa dei fantasmi e mi invitarono ad aggregarmi, più che indifferente, mi dimostrai perplesso. Nessun accenno di entusiasmo e sapevo perché: non avevo mai amato certi contatti, millantati o reali, con l’aldilà; avevo sempre creduto che non bisogna disturbare i morti e che, se un contatto [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando mi dissero che volevano organizzare una spedizione alla casa dei fantasmi e mi invitarono ad aggregarmi, più che indifferente, mi dimostrai perplesso. Nessun accenno di entusiasmo e sapevo perché: non avevo mai amato certi contatti, millantati o reali, con l’aldilà; avevo sempre creduto che non bisogna disturbare i morti e che, se un contatto è lecito con loro, anzi raccomandato, è quello della preghiera perché la loro anima riposi in pace. Quelle poche volte che avevano tentato di coinvolgermi in catene attorno a tavoli lievitanti in attesa della voce roca del defunto, mi ero sempre schermito e l’avevo fatta franca. “Strollechi” e chiromanti mi avevano sempre messo in ansia solo a sentirli nominare, per non dire di coloro che vantando poteri paranormali scrivevano su fogli bianchi ghirigori incomprensibili sotto dettatura dei defunti. Mi sono chiesto più volte il perché di questa repulsione e la risposta è stata sempre quella: non amo che qualcuno mi predica il futuro. Odio, addirittura, chi tenta di farlo, anche solo per dirmi il bene. Come le gitane dalla gonna lunga e rigonfia e cariche d’oro, che mi coglievano di sorpresa nelle fiere di paese rifilandomi un cornetto portafortuna e prendendomi la mano per farne lettura. La reazione è stata e resta sempre la stessa: uno strattone per divincolarmi e un profondo respiro di sollievo quando quelle smettono l’assillo. Sono talmente in armonia con me stesso, che non avverto alcun bisogno di conoscere il mio domani. Mi basta ricordare il passato, anche addolcendone, con la memoria del tempo, gli aspetti meno gradevoli, e vivere il presente&#8230; Il futuro, come dicevano i nostri saggi vecchi, è nelle mani di Dio.<br />
Ma quella volta le insistenze furono così tante che alla fine acconsentii e mi unii alla combriccola. Era notte fonda quando ci ritrovarono alla spicciolata presso il Grande Albergo. In silenzio come ladri imboccammo Via XX Settembre e attraversammo il ponte di Sant’Apollonia. La casa era subito dopo, a sinistra, immersa nella vegetazione impazzita dall’abbandono e orridamente buia, senza nemmanco il minimo conforto di uno spicchio di luna. La spavalderia, strada facendo, aveva ceduto il posto ad un’ansia sempre più simile alla paura. Avresti detto di sentire il battito del cuore di ciascuno e tutti insieme parevano colpi provenienti da sotterranei cavernosi. Rattrappiti poco oltre il cancello aspettammo, senza sapere di preciso che cosa. “E’ dopo mezzanotte che si sente”, fiatò trepidante il capobanda. Fino a che dalla torre di Palazzo non batterono i rintocchi della storia: novantanove, come i castelli che fondarono L’Aquila. E a quel punto accadde l’imprevedibile. Una serie di urli di disperazione accompagnarono l’apparire di una forma bianca su una finestra appena appena illuminata dalla luna che si era fatta largo tra le nuvole. E non restammo un attimo di più, riguadagnando il cancello e allontanandoci trafelati dalla casa maledetta. Era bastato un barbagianni dal piumaggio bianco infastidito dagli intrusi a metterci in fuga. Ma questo lo si seppe molto tempo dopo, quando un ornitologo svelò l’arcano a quei giovani che, riconquistato l’ardire, si scompisciarono dalle risate.<br />
Non ebbe spiegazione, invece, quanto accadde in un palazzo del centro storico che un caro amico aveva ricevuto in eredità da vecchie zie. “Dicono che ci si senta, disse al frate cappuccino con il quale si confidava, io non sto tranquillo quando giro per quelle stanze, puoi darci una benedizione?”. Il frate fece molto di più: volle toccare di persona il mistero e un giorno chiese la mia compagnia per restare lì una notte intera. Una ripida scalinata saliva dal cortile al portoncino interno, aperto e sbarrato il quale subito appariva una lunga teoria di stanze, un pianoforte a coda in un angolo della prima, che si concludeva con quella approntata con due lettini per la notte. Dette le preghiere serali ci si scambiò la buonanotte e si sprofondò nel sonno. Una candela era stata lasciata accesa sul comodino, tra i due letti. Le note di una fuga di Bach incominciarono a rallegrare il mio sogno. Note che si fecero sempre più scomposte tra le dita di un pianista folle, fino a svegliarci contemporaneamente. La candela s’era spenta ma non per consunzione. Inutilmente il frate provò a riaccenderla, mentre nella prima stanza, lontana, il pianoforte continuava a suonare impazzito. Dormivamo vestiti. Saltammo giù dal letto e imboccammo di gran carriera l’uscio mentre il pianista folle e senza corpo continuava a pigiare sui tasti inseguendoci con il suo concerto misterioso fino a che, serrato il portone esterno, la musica cessò.<br />
Era da poco trascorsa la mezzanotte. Ci lasciammo senza una parola. Lui in Convento a Santa Chiara, io nella mia casa di Via Crispomonti. Il resto della notte, ce lo dicemmo dopo, lo passammo in bianco. A benedire quella casa antica, Padre Andrea andò poi da solo e tutto ebbe fine, tanto che è abitata ancora dagli eredi in piena tranquillità. Suggestione? Verità? Nel primo caso la suggestione trovava sicuramente un campo fertile, ma nel secondo? A cinquant’anni di distanza tutto comunque appare più chiaro. Tra suggestione e verità a vincere è il diritto della memoria. Il ricordo sereno dei nostri cari, che non sono così spietati con noi da divertirsi a metterci paura. La memoria di chi amammo e ci amò non può essere che dolce e tenera. Solo Mammona ha interesse a spaventarci. L’amore mai.</p>
<p style="text-align: right;">Mario Narducci</p>
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		<title>Racconti in quarantena &#8211; Il Prete crudele di Mario Narducci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Jun 2020 19:36:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Del contadino gli era rimasta la sapienza dell’attesa legata al ciclo delle stagioni, il passo lento e pesante che doveva coprire l’arco di un giorno incominciato alle prime luci dell’alba per finire al tramonto del sole, lo sguardo acuto che gli permetteva di riconoscere le persone come un tempo i germogli delle colture e gli [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2020/06/25/racconti-in-quarantena-il-prete-crudele-di-mario-narducci/">Racconti in quarantena &#8211; Il Prete crudele di Mario Narducci</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Del contadino gli era rimasta la sapienza dell’attesa legata al ciclo delle stagioni, il passo lento e pesante che doveva coprire l’arco di un giorno incominciato alle prime luci dell’alba per finire al tramonto del sole, lo sguardo acuto che gli permetteva di riconoscere le persone come un tempo i germogli delle colture e gli alberi, anche s’erano spogli; le lunghe pause tra le parole che nel disincanto tradivano una forte volontà. Ma aveva anche la consapevolezza del tempo lungo che gli veniva dall’essere stato pastorello sulle scarne erbe delle sue montagne, quando recava al pascolo l’esiguo gregge di famiglia, fonte non di ricchezza ma di sopravvivenza stretta stretta. Che la povertà l’avesse addosso non era un mistero per nessuno in quel pugno di case presso Montereale, dove le poche famiglie altro non avevano da condividere che quella, servita però sul piatto d’oro della tenerezza del cuore. Ultimo di sette figli se ne portava attaccata addosso la cronologia nel nome di Settimio. Come s’usava nelle numerose famiglie di un tempo, per tenere il conto di una prole che cresceva a vista d’occhio, quasi a porre ogni tanto pietre miliari a consuntivo sulla strada della vita. Settimio era un ragazzo come gli altri, anche se stava una spanna sopra gli altri e non solo in altezza. Leggeva come un ossesso nelle lunghe giornate di pascolo. Mandava a memoria interi canti dell’Iliade e dell’Odissea, ripeteva Dante con precisione e intelletto, declamava il Tasso rivivendo le gesta della Gerusalemme liberata. A questi semi di cultura abbinava anche una certa pietà che il parroco non alimentò più di tanto temendo una vocazione al sacerdozio difficile da cullare. Ma Settimio la vocazione incominciò a sentirla davvero e il parroco di quel pugno di case con una chiesa dalla scarsa congrua non potette fare altro, con il beneplacito dei genitori, che accompagnarlo dal Vescovo. “Eccellenza, disse umilmente il prete indicando il ragazzo, questo giovine ambirebbe a entrare in seminario per diventare sacerdote”. Settimio, che per l’occasione aveva rispolverato gli abiti della Cresima che nascondevano la sua povertà, incominciò timidamente a rispondere alle domande del Prelato che ne saggiava la consistenza vocazionale. E quando già il Vescovo era pronto ad accoglierlo, ecco la domanda assassina. “Tu sai che c’è da pagare una retta al Seminario, puoi farvi fronte?” Settimio ammutolì e in sua vece rispose il parroco che come il ragazzo non aveva occhi per piangere altrimenti vi avrebbe provveduto lui: “la sua famiglia è molto numerosa e povera assai, tremolò tra le labbra sperando che il Vescovo dichiarasse superato l’ostacolo. “Se non può pagare la retta, sentenziò il Vescovo, vuol dire che non ha la vocazione” e accennando a un sorriso inflessibile, indicò la porta che i due si chiusero dietro, insieme ad ogni speranza.<br />
A Boston, dov’era giunto diciottenne con altri emigranti del suo paese, Settimio si perse in mille lavori per rendersi utile e guadagnarsi il pane. Lavapiatti, cameriere, manovale nell’edilizia, operaio d’occasione, scaricatore di porto. Fece proprio l’inglese in un tempo brevissimo e questo l’aiutò non poco nella ricerca di un lavoro più elevato. Un giorno rispose all’inserzione di una concessionaria di macchine Singer per cucire e manco a dirlo fu preso come venditore con un piccolo fisso e una discreta percentuale sulle vendite. Era un bel giovane, alto e di una simpatia rara. Da venditore porta a porta, tutte le porte gli si spalancavano con grande facilità. Le donne illanguidivano davanti a lui che decantava i pregi della Singer come recitasse poesie d’amore. Ma a lui interessava vendere e altro scopo non aveva che quello, tanto da respingere con forza, le poche volte che accadde, quelle che lo invitavano apertamente a godere delle loro grazie. Il fatturato crebbe a tal punto che ben presto diventò il titolare della concessionaria, con grande soddisfazione dei produttori cui era lui a dettare le condizioni di un rapporto sempre più fiorente. Aveva trent’anni e conti in banca cresciuti come lievito. Eppure gli era rimasto un vuoto dentro, un’assenza che gli derivava da una coscienza sopita e mai addormita del tutto. A volte si chiedeva anche perché non si fosse mai impegnato seriamente in una relazione che lo avrebbe potuto condurre al matrimonio. Le risposte che si dava erano molteplici, ma nessuna gli lasciava l’amaro in bocca per il tempo perso. Era ricco, ma non erano le ricchezze a soddisfarlo. Non assomigliava affatto all’avaro del Vangelo che contava avidamente denari e moltiplicava i granai per godersi un futuro che non ebbe. “Settimio, si disse una domenica tra i banchi della Cattedrale di Santa Croce, a Boston, quando eri povero, ti dissero che non avevi la vocazione, cosa devi pensare adesso che sei ricco a dismisura?” Uscì di chiesa ma il pensiero gli tenne dietro come un rovello fino a scavargli l’anima, inasprendo il vuoto e l’assenza che prima aveva avvertito in superficie. Furono giorni di lotta interiore senza pari, che si tramutarono in una sorta di liberazione quando si presentò dal Vescovo per implorarlo di accoglierlo in seminario. Aveva finito i trent’anni quando sedette tra i banchi di prima media insieme ai ragazzini che prendevano dimestichezza con il “Rosa rosae”. A quaranta, con un permesso speciale, era già sacerdote e parroco. E qui riesplose l’anima sua seconda dell’imprenditore. Nella sua zona di periferia portò dapprima l’asilo, quindi le elementari e le medie, e nel giro di pochi anni le scuole superiori e l’Università. A proprie spese fin dove arrivava. E con la Provvidenza dove non giungeva. Tutto cresciuto intorno alla parrocchia, e lui vegliava su ogni cosa, con il cuore buono ed il rosario in mano. Ogni due anni, vestito di clergyman e non c’era stato ancora il Concilio, veniva per un mese in Italia, carico di voglia di paese e di Avana che fumava, un sigaro intero dopo i pasti, unico suo vizio che nemmeno considerava tale, nel ricordo di quel Papa che tirava tabacco da naso e che offrendone una presa ad un cardinale si sentì, rispondere, poco accortamente: “Santità, non ho questo vizio”. Al che il Papa, che non era Papa a caso, rispose lapidario: “se fosse un vizio, avresti anche questo”. Ricordo don Settimio, in una festa che fu apoteosi per lui, in uno dei tanti ritorni per la consacrazione di una Chiesetta, voluta a sue spese, là dov’era nato. Un giorno volle che lo intervistassi per una biografia a futura memoria, che, per pigrizia, mai scrissi al di fuori del titolo: “Il Prete Crudele”. Crudele era il suo cognome, in realtà era di una tenerezza incredibile quanto la sua generosità che, alla morte, gli fece lasciare tutta l’Opera alla Diocesi. Riparo adesso all’omissione che forse un po’ lo deluse, dando quel titolo a questo racconto che in qualche modo ne tramanda la memoria.</p>
<p style="text-align: right;">Mario Narducci</p>
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		<title>Racconti in quarantena – L’Uomo dei torroncini di Mario Narducci</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Jun 2020 19:44:50 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>V’era capitato la prima volta d’agosto e subito la sentì sua. La città impazzava di turisti saliti dall’Adriatico in una sorta di caos mistico che mai gli era capitato di trovare, nemmeno nelle città più blasonate del Paese dove tutto gli appariva più ciarliero, bighellone quasi, rumoroso di scontata evasione. Qui trovò che anche il chiasso era silenzioso. L’erta che dal Mercatale salita per Valbona per sostare alla piazza dei bar, non aveva rumore di passi né richiami di gente affannata. Tutto era attutito come per nevicata a dicembre e se non ci fosse stato tutto quel sole, avresti detto che fosse davvero neve il chiarore allampante riflesso sulla strada. Qualcosa di simile gli era accaduto a Lucca, tra le vie di lastroni grigi, che fiatano appena entro le sei porte che aprono alle meraviglie della cattedrale del Cristo in croce vestito da re, fino a San Martino , sulla piazza dei mercanti, o a via Fillungo, dove tra vetrine alla moda e gineperaio di biciclette, il silenzio diventa monastico come nel Santuario di Santa Gemma Galgani, non a caso una mistica.<br />
A Urbino l’uomo dal panama che ombrava una barba curata, prese a percorrere a piedi piole e viuzze strette, tagliate aguzze nel pavimento di mattoni per frenare gli scivoloni d’inverno. A Via Barocci, la carta turistica tra mano, visitò gli oratori di San Giovanni e di San Giuseppe, estasiato davanti agli affreschi dei Salimbeni e al Presepe del Brandani. Poi salì sul Monte fino alla casa di Raffaello e ammutolì tra le stanze sprigionanti ancora vita e la pietra sulla quale il”pennello”, e il padre Sante prima di lui, triturava e impastava i colori che avrebbero dato alito alle armonie di fattezze ineguali di Madonne e donne che lo fecero divino. In cima in cima, dove il fiato gli si incastrava in gola, lo accolse la statua della Gloria di Urbino e del mondo e lui si inginocchiò come davanti a un santo di chiesa, in un omaggio commosso e silenzioso che non pareva aver fine. Sfinito per estasi più che per fatica, ridiscese il Monte e si diresse verso i Torricini del Palazzo Ducale e qui il rapimento avvenne. All’esedra che fronteggia il Teatro Sanzio levò lentamente gli occhi verso l’infinito da essi trafitto e restò immobile, privo di ogni forza di volontà se non quella di bere bellezza e tornare a berne fino allo stordimento dell’anima che gli rendeva il corpo leggero e lievitante. Tramontava il sole e lui era ancora lì. Scendeva la sera ed era ancora lì. Calò la notte e divenne fonda e lui era sempre lì. Il passeggio prima fitto e poi sempre più rado, lo tramutò in oggetto di sguardi e commenti dettati da curiosità. Chi era, da dove veniva, come mai non si muoveva da là? Interrogativi che si smorzarono una volta serrato l’uscio alle spalle per la nuova notte.<br />
Era caldo, da stare a dorso nudo anche nella frescura della notte avanzata. L’uomo dei Torricini si sdraiò sulla pietra dell’esedra e si addormentò. Si sveglio che la città tornava ad animarsi di turisti e faccende. Si ricompose nel volto e nei vestiti, bevve di fresco alla fontanella d’angolo fino a bagnarsi il volto di proposito, passò le dita tra i capelli per riavviarli alla mascagna e raggiunse dall’altro lato il bar per la colazione: cappuccino, cornetto e caffè, disse in un solo respiro quasi non volesse distrarsi con parole inutili. Rifocillato tornò a sedere all’esedra, ai piedi dei Torricini, e fu come se ne prendesse possesso. Non li inseguiva con lo sguardo, ma sapeva che stavano là, piantati a terra come le palme fiorite e gli alberi del viale intitolati a Carlo Bo. Passò un ragazzo, lo scosse dal rapimento e volle insegnarli il gioco dell’eco o del telefono. Se parliamo al muro, da un capo all’altro dell’esedra, gli disse, sentiremo le nostre parole anche se dette sottovoce. L’uomo provò, quasi ridiventato bambino anch’egli. Le voci, soffuse voltavano sul muro e raggiungevano lo stipite opposto. Urbino…. Urbinoooo. Citta di Federico…. Città di Federicoooo. Culla del Rinascimento… Culla del Rinascimento… E gli sembrò di parlare con la storia. Nessuno sapeva dove avesse casa, un albergo, una pensioncina, un monolocale in affitto. In realtà dove abitasse non contava più. Lui era sempre là, sotto la maestà dei torricini che puntano al cielo come minareti altissimi. Era quella, in fondo la sua casa, e là stava senz’altro desiderio che continuare ad abitarla per abitare la storia. Fino a che non gli bastò più di saperli alle spalle, quei torricini che gli avevano rapito il cuore, e dall’esedra si spostò al larghetto del Bar che ne portava il nome, sopra la Data lunga fino al primo torrione delle antiche mura, alle spalle, stavolta, la suggestione verde delle Vigne. Scelse l’angolatura migliore, quella che gli riproponeva la malia in tutta la sua bellezza, tra balconcini e finestre e là stette a un tavolo del bar, tra piccole consumazioni e pasti veloci fino a che l’inverno non giunse. Non profferiva parole se non le essenziali per ordinare consumazioni all’uomo del Bar che gli era diventato amico. Per il resto stava lì, lo sguardo fisso ai Torricini, come se di fronte avesse la donna più bella del mondo che gli aveva fatto perdere il senno. Era diventato come l’uomo del vangelo che avendo trovato una perla rara lasciò tutto quanto possedeva per farla propria. Il tempo passava, ma lui non aveva tempo. Il suo tempo aveva il ritmo di uno sguardo, di un batter di ciglia, di sospiri affatati. C’era lui e c’erano i Torricini. Ed era come se vi entrasse dentro, se diventasse egli stesso mattoncino rosa, se il suo corpo si perdesse nelle rotondità delle architetture, se la sua anima si liquefacesse tra gli stigmi delle pietre bianche dei balconcini. La gente ormai passava e gli gettava addosso uno sguardo distratto come per dire “ancora qui”. Ma lui non sentiva più nulla come nulla sente di estraneo chi ama. E quando, con le rondini, disparve, in pochi ci fecero caso. Perché delle rondini ci si accorge non quando partono ma quando tornano e fanno nuovamente il nido sotto la tua grondaia.</p>
<p style="text-align: right;">Mario Narducci</p>
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		<title>Racconti in quarantena – Il Cardinale di Mario Narducci</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Jun 2020 16:11:46 +0000</pubDate>
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<p>Aveva quarant’ott’anni quando Pio XII lo nominò Arcivescovo dell’Aquila. Era il 29 marzo del 1941. Nove mesi dopo l’entrata in guerra dell’Italia. Figlio di modesti artigiani ne tradiva le origini per portamento ieratico e linguaggio accurato, ma non per nobiltà d’animo e sentimento partecipe delle pene degli ultimi. Pio XI, che lo aveva voluto segretario particolare a Milano se lo portò a Roma una volta eletto Papa e lo tenne con sé fino alla morte. Era alto nella persona, magro, bello come un dio, lo sguardo penetrante, il sorriso disteso sul volto in un velo di letizia accattivante. Quando nel lungo strascico retto dal chierico caudatario entrava in cattedrale, avvolto nell’ermellino, tra due ali folte di fedeli rapiti nella navata centrale e due schiere di seminaristi nei banchi dell’abside, già s’avvertiva quella solennità che diventava trionfante nella vestitura pontificale attorno all’altar maggiore, che si concludeva con la calzatura dei guanti bianchi, della lunga mitria e l’impugnatura del pastorale sulla Cattedra dalla quale, con voce ferma e suadente predicava. Poco più di un decennio, verrà il Concilio e si spoglierà di tutto senza rimpianti, per ridursi all’essenziale anche da cardinale, quando avvolto di nero, ritto nella persona, attraverserà Piazza San Pietro per stare accanto al Papa.<br />
Sta,Via Rusticucci, al limitare di Via della Conciliazione, là dove s’apre piazza Pio XII e principia la maestosità del colonnato del Bernini, sullo sfondo di piazza San Pietro. Un solo portone e, all’ultimo piano, stava l’abitazione del cardinale decano Carlo Confalonieri.<br />
Sotto il breve portico del palazzo, ancora oggi è la Sala Stampa del Vaticano. Appena un avvenimento di rilievo segnava la vita della Chiesa, più di un giornalista saliva all’appartamento del cardinale per sentirne il parere. Il portinaio li conosceva tutti, non occorreva farsi annunziare. Alla morte di Paolo VI, salii quelle scale anch’io. Bastò solo che dicessi il mio cognome alla buona suora che aprì l’uscio, e subito il Porporato apparve nello studio carico di ricordi del suo episcopato aquilano. Il portinaio me lo aveva detto: quando il cardinale sente il nome dell’Aquila, spalanca le braccia e gli si apre il cuore. Confalonieri era stato Arcivescovo del Capoluogo abruzzese fino al 1950, e in “Decennio aquilano” aveva narrato l’esperienza pastorale di un Episcopato che gli era stato conferito da Pio XII proprio per questa Città, che per tutta la vita chiamò sua sposa. Richiamato a Roma a dirigere la Congregazione per i vescovi, passando per quella dei Seminari e delle Università Pontificie, fu nominato cardinale da Papa Giovanni al suo primo Concistoro e in questa veste, mentre si caricava d’anni, vide via via affacciarsi alla Loggia della Basilica altri tre Papi: Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II. Quando salii le scale del suo appartamento era stato appena eletto papa il Cardinale Luciani, Patriarca di Venezia. Mi abbracciò, ricordava tutto della mia famiglia, mio padre che portava il suo stesso nome di battesimo, mio fratello Vittorio che ebbe in seminario e che volle ordinare Prete nella Basilica mariana dei Parioli, mio zio don Vincenzo, parroco a Vigliano d’Abruzzo che, malato, sostituì egli stesso in una messa Pasquale ed il cui apostolato ricorda più volte nelle sue memorie..<br />
Da allora, in più d’una occasione tornai a visitarlo e ad intervistarlo: con mia moglie, con mio padre, con mio fratello padre Vittorio al quale, nel discorsetto di consacrazione, disse solo queste poche parole: “Ricordi tuo zio prete don Vincenzo? Ricordi che santo prete che era? L’esempio lo hai in casa, non hai bisogno di cercarlo altrove”.<br />
Da trentaquattro anni su Via Rusticucci è calato il silenzio. Scarno nel volto, sempre altissimo e ieratico, il cardinale Confalonieri ha lasciato anch’egli, questo mondo che gli appariva sempre più estraneo e lontano. “Siamo ancora qui -disse quella volta a mio padre- la vita è davvero un dono di Dio; ma mi sento un sopravvissuto, specie ad ogni evento luttuoso che mi porta via amici e persone care”.<br />
Potrei parlare in tanti modi dell’Arcivescovo che nella Parrocchia di Santa Giusta mi amministrò la Prima Comunione e della Cresima: ma l’onda dei ricordi mi travolge. In una delle numerose visite all’Aquila da cardinale, una piccola donna ruppe le transenne di una piazza Duomo gremita di fedeli e si inginocchiò ai suoi piedi gridando come la donna del Vangelo: “Beata la mamma che ti ha generato”. C’era, in quelle parole, tutto l’amore della città che lui chiamava “santa” per l’Arcivescovo mai dimenticato, per il Pastore che la salvò dalla distruzione bellica; che pianse sui suoi giovani Nove Martiri; che incoronò d’oro la Madonna del Santuario di Roio che lui raggiungeva a piedi; che ordinò la ricognizione dei corpi di papa Celestino V, alla cui prima maschera volle prestare il proprio volto, del beato Vincenzo dall’Aquila e della beata Cristina da Lucoli. Poi lo ricordo a Sotto il Monte, nella visita di Giovanni Paolo II ai luoghi del Papa Buono. Una giornata dal tempo inclemente. Mentre Wojtyla parlava esaltando il valore della vita e il cielo sembrava dovesse venir giù tutto in pioggia e vento impetuosi, il cardinale non si mosse dal suo fianco, al contrario di buona parte del clero e delle autorità che correva al riparo. E lo ricordo anche a Desio, per la visita di Giovanni Paolo II ai luoghi di Pio XI. Incontenibile l’entusiasmo della gente nei suoi confronti: fu la festa di Papa Ratti, ma anche la sua festa. E infine nel pellegrinaggio a Fatima di Wojtyla, che lo volle con sé quale segno di gratitudine (ogni giorno si era recato al Gemelli, dopo l’attentato). Ero sotto il portico in attesa della messa solenne del Papa, quando lui passò, solo, ritto nella persona, l’andatura ferma. Fu un incontro affettuoso che una foto mi ravviva ancora. Papa Wojtyla, che ne celebrò i funerali, volle sottolinearne la figura di cardinale fedele alla Chiesa. Della quale mai parlò se non per dirne il suo amore. Alpinista come Pio XI, la prima cosa che volle fare appena eletto Arcivescovo dell’Aquila, fu ascendere una vetta del Gran Sasso. Quella cima oggi porta il suo nome e ne tramanda per sempre la memoria.</p>
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		<title>Racconti in quarantena &#8211; Il Disperso di Mario Narducci</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Jun 2020 15:22:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Era sera inoltrata quando frenetici colpi di battaglio percossero l’uscio rompendo il silenzio ovattato della nevicata recente. Zia Elena, con in braccio la bambina di un mese appena, salì trafelata le scale che dalla cucina portavano al pianerottolo e aperse in un grido, mentre veniva avvolta da un abbraccio folle, affogato in singhiozzi e lacrime [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2020/06/18/racconti-in-quarantena-il-disperso-di-mario-narducci/">Racconti in quarantena &#8211; Il Disperso di Mario Narducci</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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<p>Era sera inoltrata quando frenetici colpi di battaglio percossero l’uscio rompendo il silenzio ovattato della nevicata recente. Zia Elena, con in braccio la bambina di un mese appena, salì trafelata le scale che dalla cucina portavano al pianerottolo e aperse in un grido, mentre veniva avvolta da un abbraccio folle, affogato in singhiozzi e lacrime irrefrenabili. Zio Giorgio, suo marito, richiamato in guerra, di passaggio per l’Aquila con il suo contingente militare proveniente dalle Marche, aveva ottenuto un permesso lampo per venire a conoscere la figlia, prima di partire alla volta di Bari per imbarcarsi e raggiungere il fronte greco-albanese. Dalla cucina i miei genitori, i miei fratelli guardavano la scena ammutoliti. Io, che non avevo più di cinque anni, mi aggiravo frastornato tra una selva di gambe con una domanda rimasta appesa come un uncino tra le labbra tremule per pianto rattenuto. Con in braccio il fagottino bianco zio scese le poche scale tenendo per mano la giovane moglie. Un abbraccio a ciascuno, così forte da poter sentire il battito del cuore. Un bacio lungo, come un desiderio infinito. Poche parole per chiedere come stai e sentirselo chiedere in un sospiro. Un bicchiere d’acqua di rubinetto per lui che veniva da lontano e più lontano andava. Ancora un giro d’abbracci e un altro ancora. Zio Giorgio risalì le scale, aperse lentamente l&#8217;uscio voltandosi a guardarci con gli occhi tristi, abbassò il capo per non mostrare lacrime e si perse nella notte candida di neve sotto la luna. Era fine febbraio del 1943. Avevo cinque anni, sì, e questo è il primo ricordo della mia vita. Fisso come marchio sulla fronte, cocente come fuoco in gola, malinconico come sfinimento d’anima; ricordo mai superato da altre memorie. Ombra che si stende sui miei passi ogni qualvolta penso a quella bimba di pochi mesi, oggi madre e nonna, che stette tra le braccia di un padre soldato il tempo di uno sguardo e di un bacio, il tempo di una carezza ruvida di mani e tenera di cuore che per sempre ha segnato la sua vita e invaso i suoi sogni nelle notti fonde. Aveva una bustina grigio-verde calcata in testa che negli abbracci sul pianerottolo gli sfuggì, subito raccolta, uno zaino pesante sulla schiena, un fucile che gli pendeva da una spalla. Intorno alla vita le giberne d’uso. Quello ch’era partito era già un eroe. Oscuro come tanti servitori di una Patria che li mandava a morire in cambio di una medaglia alla memoria.<br />
Zio Giorgio era il terzo di sette figli, anche lui nato in America con i primi quattro fratelli da genitori emigrati e tornato con loro in Patria dopo un po’ di fortuna, per lavorare un pezzo di terra che avrebbe assicurato un futuro dignitoso a tutti. Aveva trentadue anni quando fu richiamato alle armi e pareva un grande onore. Nonna Mariantonia gli fece vincere ogni titubanza e, con la stretta al cuore, lo spronò a partire, anche se senza di lui sarebbe stato assai più arduo portare a termine il lavoro dei campi. Zia Elena era già gravida. Quando la bimba nacque, era fine gennaio del 1943.<br />
Sarò all’Aquila di passaggio, le fece sapere zio Giorgio non si sa come, fatti trovare da Gina così potrò vedere nostra figlia. Gina era sua sorella e mia madre. A piedi e con mezzi di fortuna, Elena si diresse da Vigliano all’Aquila, stringendo forte al petto, sotto l’ampio cappotto, la bambina allattata e addormita. Ebbe paura quando un soldato tedesco la fermò per un controllo. Impietrita la zia restò muta mentre cercava ancor più di nascondere il fagottino. Con la canna del fucile il soldato le aprì il cappotto, e mentre lei lo implorava di non farle del male, trasse di tasca una foto che lo ritraeva con una bambina in braccio come per dirle di non temere, che aveva una figlia anche lui; e ad occhi lucidi la invitò ad andare.<br />
Da Bari lo zio Giorgio riuscì a spedire un pugno di lettere alla moglie, per chiedere della bimba e del battesimo, dei genitori e dei fratelli, del lavoro dei campi e per dirle con parole discrete che le voleva bene e che sperava che la guerra finisse presto per riabbracciarla. Poi fu silenzio. Una cappa di piombo distesa da lì all’armistizio e poi ancora sugli anni a venire, accompagnata da una parola che non chiudeva alla speranza ma che era già senza speranza: “Disperso”. Mia nonna che lo aveva spronato a partire non resse alla pena e morì di crepacuore. Nessuno me lo disse, ma ricordo mia madre e mia sorella maggiore Candida, che indossavano calze nere sotto il vestito nero per recarsi ad abbracciarla per l&#8217;ultima volta. Nonno Vincenzo, curvo e ossuto in tutta la sua altezza, finché visse, oltre gli ottant’anni, coccolò la bimba quale prezioso dono di un figlio che non c’era più. Mia madre, da allora, ogni qualvolta il nome di Giorgio affiorava nei parchi discorsi, scuoteva il capo come per grande patire, mai rassegnata alla perdita del fratello che forse più amava, bello, diceva, come il sole, nero di capelli e dallo sguardo buono, sempre atteso, nel profondo del cuore, e mai tornato. Zia Elena, allora chi amava faceva così, fedele al marito oltre la morte, vestì sempre di nero, vedova di guerra com’era diventata. Tutte le sue premure furono per la bimba che cresceva sana e bella e della quale andava orgogliosa sempre di più. Come sempre di più assomigliava al marito, al quale non poteva non pensare ogni qualvolta la chiamava per nome, evocando il motivo di un martirio: “Italia”.</p>
<p style="text-align: right;">Mario Narducci</p>
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