Nuovi racconti in quarantena – Stazione Termini di Mario Narducci

Improvvisamente mi si parò davanti. Una folgorazione quasi. Una materializzazione tanto assurda quanto affascinante. Io me ne stavo seduto su una panchina di Stazione termini in attesa che il miracolo si compisse: che da Piazza Esedra, dopo tre giorni di fame e di sonno sotto le stelle di agosto, giungesse finalmente il plico di mio […]

Improvvisamente mi si parò davanti. Una folgorazione quasi. Una materializzazione tanto assurda quanto affascinante. Io me ne stavo seduto su una panchina di Stazione termini in attesa che il miracolo si compisse: che da Piazza Esedra, dopo tre giorni di fame e di sonno sotto le stelle di agosto, giungesse finalmente il plico di mio padre con il denaro richiesto e un panino per rifocillarmi e tornare a casa con l’autobus della linea Pacilli. E con un sogno naufragato, quello della pubblicazione del mio primo libro di poesie, ingenuo fin nel titolo almeno quanto la mia età: diciassette anni affidati ai versi della “Veranda dei sogni”, che mai vedrà la luce se non per qualche brano salvato e pubblicato oltre vent’anni dopo.
L’uomo dunque mi si parò davanti all’improvviso ma non cercava interlocuzione alcuna. La barba lunga che non vedeva taglio da secoli, una bustina militare calzata sopra una selva di capelli che si confondevano con la barba, un pastrano militare lacero e bisunto, assai generoso con la sua esile corporatura, un paio di scarponi slabbrati e su tutto un sorriso meraviglioso che affiorava tra l’intrico del pelame abbondante. Aprì il pastrano e prese a cercare qualcosa tra le tasche della giacca che non aveva più forma. Nel taschino esterno, nelle due tasche laterali, nella mariola di destra, in quella di sinistra. Ciascuna tasca era perquisita con lentezza serafica e passando da una tasca all’altra, appena appena affiorava rammarico sul suo volto, ché tanto la speranza insisteva ancora, chiusa nelle tasche da perquisire dei pantaloni e infine del pastrano. Fu una ricerca minuziosa, attenta; e quando non rimase che il pastrano apparve anche un filo di tigna negli occhi incaponiti. Poi finalmente il suo sguardo si illuminò. In fondo in fondo, nell’estremo angolino di destra del pastrano, finalmente trovò quel che cercava e lo portò alla luce: un mozzicone di sigaretta finito lì dalla tasca senza fodera ormai. Se lo portò alle labbra con una luce soddisfatta negli occhi, lo baciò, lo strinse tra i denti come se non volesse farselo sfuggire. E fu allora che mi venne incontro: “a dotto’, che c’hai un cerino?” disse con voce comunque gentile. Gli allungai la mano con l’accendino acceso, respirò con voluttà le prime boccate, mi guardò lieto per ringraziarmi e alla terza boccata, che precedeva di poco la fine del mozzicone, alzò gli occhi al cielo e sospirò: “ma che vuoi di più dalla vita!” E disparve così com’era apparso.
Erano tre giorni che vivevo tra i barboni di Stazione Termini, ma non lo avevo mai visto.
Avevo diciasssette anni. Nel collegio dei miei studi m’ero lanciato a scrivere poesie dietro le maliarde letture che ci faceva un frate di Tollo in Abruzzo. D’Annunzio tra tutti, di cui sapevo a mente La sera fiesolana e La pioggia nel Pineto. E poi Foscolo con i sepolcri interi imparati a memoria. E Quando lui esclamava “O bella musa, ove sei tu, non sento/ spirar l’ambrosia, indizio del tuo nume/ tra queste stanze ov’io siedo e sospiro/ il mio tetto materno”, era estasi pura ed io dentro di me già mi sentivo poeta. Così come già mi sentivo scrittore quando in calce ai temi lunghi anche due quaderni interi mi ritrovavo un dieci, come firma alle numerose postille che testimoniavano la sua accurata lettura. E pensare che fino ad allora io mi definivo “stitico”, ma lui mi sbloccò: “quando scrivete non pensate a chi vi legge, mettete giù tutto ciò che vi passa nella mente, non abbiate paura di esporvi al giudizio altrui”.
Uscito dal collegio raccolsi i miei scritti, ne feci un fascicolo, e con “La veranda dei sogni” gli detti anche un titolo. Convinsi i miei che dovevo pubblicarlo e finalmente con diecimila lire in tasca partiti per Roma in cerca di un editore. Riuscii solo ad individuare la Curcio, ma non ebbi nemmeno il coraggio di suonare al campanello dell’azienda. Intanto i soldi s’erano ridotti al lumicino. Zia Pia, presso la quale alloggiavo a Sacrofano e che solitamente era molto generosa con noi nipoti quando andavamo da lei, questa volta dimenticò di mettermi in mano l’equivalente che avevo portato da casa. Con qualche spiccio in tasca la salutai e attraverso la Flaminia raggiunsi Piazza Esedra a piedi dove stavano gli autobus per l’Aquila. Consegno una lettera per mio padre all’autista di questo tenore: non ho più una lira, mandatemi qualcosa per tornare a casa. Con gli ultimi spicci comprai cinque castagne da un caldarostaio che stava all’angolo e quello fu il mio ultimo pasto, ché per tre giorni non toccai più cibo. Raggiunsi Stazione Termini che elessi a mio campo-base. Lì me ne stavo su una panchina sempre più affamato e macilento. Da qui mi spostavo alla stazione delle corriere, ma da casa nessuna risposta. A mezzanotte, quando chiudevano la stazione per le pulizie e i barboni venivano mandati fuori, anche io trovai la mia panchina tra i tigli giganti per prendere il mio sonno. Era agosto e si stava bene, fino a che una notte non mi passò accanto una pantegana grossa come un gatto e non riuscii a dormire più.Tornavo alla Stazione con passo sempre più incerto e da qui all’Esedra a ogni orario di autobus, ma nessuna risposta per me. Ero diventato leggero come un passero ma niente affatto ciarliero. Le mie gambe toccavano l’asfalto ma sembrava che lo sfiorassero appena. I morsi iniziali della fame s’erano mutati in una sorta di molgore allucinante. La mia mente era sempre più libera e chiara e all’ennesima risposta negativa del conducente, finalmente questi si accorse di avere ancora sul cruscotto la mia lettera, mai consegnata. Me la feci ridare e aggiunsi un post-scriptum: insieme ai soldi mandatemi un panino. La prima corriera del giorno dopo mi portò la sospirata manna. Afferrai il pacchetto, misi i soldi in tasca senza contarli, mi gettai vorace sul panino enorme con fette giganti di mortadella e finalmente sentii tornarmi le forze che stavano scemando. Alla prima corriera utile, presi posto e tornai a casa.
C’erano tutte le condizioni perché quella esperienza che avrebbe dovuto farmi odiare ogni forma di scrittura con annessi editori, chiudesse per sempre la porta ai miei sogni giovanili. Ma per uno di quei casi strani della vita non accadde: la scrittura è diventata la mia professione come giornalista, e la poesia e la narrativa si sono radicati tanto in me da diventare la mia seconda anima. E quando ripenso al barbone di Stazione Termini, ricordo infine una lezione mai dimenticata. Che la felicità è fatta soprattutto di piccole cose. Magari anche di un mozzicone di sigaretta ritrovata nell’estremo lembo di un pastrano e che mentre lo respiri è in pienezza tutta la tua vita.
Mario Narducci

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