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	<title>carlo di stanislao Archivi - L&#039;Impronta L&#039;Aquila</title>
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		<title>Il miglior film del XXI secolo secondo 500 registi e attori: un viaggio tra capolavori, innovazione e riflessioni sociali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Jul 2025 14:45:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura e Spettacolo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Il cinema è un modo di sentire, di toccare, di amare. Ci comunica la vita» — Federico Fellini Nel corso di questi primi venticinque anni del XXI secolo, il cinema ha vissuto una trasformazione radicale, sia dal punto di vista tecnico che narrativo. Il passaggio dal digitale all&#8217;uso massiccio di nuove tecnologie, la globalizzazione delle [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2025/07/02/il-miglior-film-del-xxi-secolo-secondo-500-registi-e-attori-un-viaggio-tra-capolavori-innovazione-e-riflessioni-sociali/">Il miglior film del XXI secolo secondo 500 registi e attori: un viaggio tra capolavori, innovazione e riflessioni sociali</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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<p>«Il cinema è un modo di sentire, di toccare, di amare. Ci comunica la vita» — Federico Fellini</p>
</blockquote>



<p>Nel corso di questi primi venticinque anni del XXI secolo, il cinema ha vissuto una trasformazione radicale, sia dal punto di vista tecnico che narrativo. Il passaggio dal digitale all&#8217;uso massiccio di nuove tecnologie, la globalizzazione delle produzioni e la diversificazione dei temi trattati hanno aperto le porte a un panorama cinematografico più vasto e complesso rispetto al passato. In questo contesto, delineare quali siano i migliori film usciti dalla soglia del nuovo millennio diventa un&#8217;impresa delicata e affascinante, poiché richiede di bilanciare innovazione, qualità artistica, impatto culturale e capacità di dialogare con il pubblico attraverso il tempo.</p>



<p>Proprio per questo motivo, il New York Times ha deciso di coinvolgere un panel molto ampio e qualificato composto da oltre 500 registi, attori, attrici, critici cinematografici e appassionati influenti per stilare una classifica dei migliori 100 film del XXI secolo. Questa giuria include nomi altisonanti come Pedro Almodóvar, Sofia Coppola, Barry Jenkins, Guillermo del Toro, Chiwetel Ejiofor, Julianne Moore e molti altri, offrendo così una panoramica ricca e variegata delle opere che hanno segnato questo periodo.</p>



<h3 class="wp-block-heading">La Top 20 dei migliori film del XXI secolo: tra storie universali e linguaggi innovativi</h3>



<p>Al primo posto si posiziona <em>Parasite</em> di Bong Joon-ho, un film che ha saputo rivoluzionare il linguaggio cinematografico contemporaneo, diventando anche il primo film straniero non in lingua inglese a vincere l&#8217;Oscar per il Miglior Film. La pellicola è un esempio eccellente di come si possa combinare una forte critica sociale con un intrattenimento avvincente, mescolando abilmente generi come la commedia, il thriller e la satira.</p>



<p>Segue al secondo posto <em>Mulholland Drive</em> di David Lynch, capolavoro di surrealismo e mistero che ha influenzato profondamente la narrativa cinematografica, mentre al terzo si colloca <em>Il petroliere</em> di Paul Thomas Anderson, un ritratto potente e visivamente straordinario della brama di potere e ricchezza.</p>



<p>Tra i titoli di spicco troviamo anche <em>In the Mood for Love</em> di Wong Kar-wai, un delicato e poetico racconto d&#8217;amore che ha definito un&#8217;epoca, e <em>Moonlight</em> di Barry Jenkins, che ha offerto una prospettiva intensa e commovente sulle identità sessuali e razziali negli Stati Uniti contemporanei.</p>



<p>La classifica include anche pellicole che hanno ridefinito i generi tradizionali, come <em>Get Out</em> di Jordan Peele, che ha portato l&#8217;horror sociale a nuovi livelli di profondità, e <em>Mad Max: Fury Road</em> di George Miller, un action futuristico e visivamente spettacolare che ha rimodellato le aspettative verso i blockbuster.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Cinema globale e diversità tematica</h3>



<p>Un elemento particolarmente interessante di questa lista è la forte presenza di film provenienti da culture e paesi diversi, a testimonianza di un cinema sempre più globale. <em>La città incantata</em> di Hayao Miyazaki, per esempio, porta la magia dell&#8217;animazione giapponese al centro del dibattito mondiale, mentre <em>City of God</em> di Fernando Meirelles racconta con cruda intensità la realtà delle favelas brasiliane.</p>



<p>Anche registi come Alfonso Cuarón e Ang Lee, con film come <em>I figli degli uomini</em>, <em>Brokeback Mountain</em> e <em>Y tu mamá también</em>, dimostrano come il cinema del XXI secolo sappia unire qualità estetica a storie potenti che riflettono le tensioni sociali e culturali del nostro tempo.</p>



<h3 class="wp-block-heading">L&#8217;assenza del cinema italiano: un&#8217;assenza significativa</h3>



<p>Tra le riflessioni che questa classifica suscita, è impossibile non notare la totale assenza di film italiani nella top 100, e dunque anche nella top 20. Pur essendo una delle cinematografie storicamente più ricche e influenti, il cinema italiano del XXI secolo sembra non aver trovato ancora un&#8217;opera che riesca a imporsi all&#8217;unanimità come un capolavoro contemporaneo a livello internazionale, almeno secondo questa giuria di registi e attori.</p>



<p>Questa assenza potrebbe essere interpretata in diversi modi. Da un lato, è possibile che il cinema italiano, pur continuando a produrre opere di qualità, stia attraversando una fase di transizione, in cui mancano ancora quei titoli che riescano a coniugare innovazione stilistica, impatto culturale globale e narrazione universale come hanno fatto le pellicole presenti in classifica. Dall&#8217;altro, la selezione riflette anche i gusti e le prospettive di un panel molto internazionale, in cui opere più &#8220;locali&#8221; o meno distribuite globalmente possono rischiare di essere sottovalutate.</p>



<h3 class="wp-block-heading">La mia opinione sulla classifica</h3>



<p>A mio avviso, questa classifica rappresenta una straordinaria celebrazione della vitalità e della complessità del cinema contemporaneo. È incoraggiante vedere come opere così diverse tra loro siano state riconosciute per il loro valore artistico e culturale, dimostrando che il cinema del XXI secolo non è solo intrattenimento, ma anche uno specchio critico della società e una forma d&#8217;arte in continua evoluzione.</p>



<p>La scelta di <em>Parasite</em> come miglior film è più che meritata: è una pellicola che sintetizza magistralmente molte delle sfide e delle contraddizioni del mondo moderno, riuscendo a emozionare e far riflettere allo stesso tempo. Tuttavia, l&#8217;assenza del cinema italiano è un dato su cui sarebbe interessante riflettere più a fondo, soprattutto per stimolare una discussione su come la nostra produzione nazionale possa ritrovare quella capacità di parlare al mondo con voce forte e originale.</p>



<p>In conclusione, questo elenco non è solo un tributo al cinema del nostro tempo, ma un patrimonio culturale che ci permette di guardare avanti con la certezza che il racconto filmico continuerà a sorprenderci, ad emozionarci e a farci interrogare sul senso profondo della vita e della società.</p>



<p class="has-text-align-right">Carlo Di Stanislao</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2025/07/02/il-miglior-film-del-xxi-secolo-secondo-500-registi-e-attori-un-viaggio-tra-capolavori-innovazione-e-riflessioni-sociali/">Il miglior film del XXI secolo secondo 500 registi e attori: un viaggio tra capolavori, innovazione e riflessioni sociali</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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		<title>Putin accerchiato: una paranoia o un timore legittimo?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Jun 2025 11:28:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[L'Opinione]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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<p><em>&#8220;Quando ti senti minacciato, anche un&#8217;ombra ti sembra un nemico.&#8221;</em><br>— Confucio</p>



<p><strong>Il racconto ufficiale e la sua semplificazione</strong></p>



<p>Nella narrazione prevalente in Europa e negli Stati Uniti, Vladimir Putin è il grande aggressore del nostro tempo, l&#8217;uomo che ha riportato la guerra sul continente europeo con l&#8217;invasione dell&#8217;Ucraina. E su questo punto non ci possono essere ambiguità: l&#8217;attacco del 2022 è stato un atto di guerra unilaterale, in violazione del diritto internazionale, e ha causato sofferenze enormi alla popolazione ucraina. Ma proprio per questo, proprio perché il giudizio morale su quel gesto è così netto, diventa ancora più urgente guardare anche alle motivazioni che la Russia afferma di avere, comprese quelle che molti osservatori in Occidente liquidano sbrigativamente come &#8220;propaganda&#8221;.</p>



<p><strong>L&#8217;espansione della NATO: una minaccia percepita</strong></p>



<p>Fin dalla fine della Guerra Fredda, uno degli elementi più controversi e meno dibattuti nei media occidentali è stato l&#8217;allargamento della NATO verso est. Dopo la dissoluzione dell&#8217;Unione Sovietica, Paesi come la Polonia, l&#8217;Ungheria, la Repubblica Ceca, le Repubbliche baltiche e successivamente altri Stati dell&#8217;ex blocco orientale hanno chiesto e ottenuto l&#8217;ingresso nell&#8217;Alleanza Atlantica. In apparenza si è trattato di un processo legittimo: ogni Paese sovrano ha il diritto di scegliere le proprie alleanze. Ma nella logica della sicurezza, soprattutto nella visione russa profondamente legata alla geopolitica di potenza, questa espansione ha assunto connotati diversi.</p>



<p>Dal punto di vista del Cremlino, l&#8217;Occidente ha violato una promessa fatta a parole ai tempi della riunificazione tedesca: quella secondo cui la NATO non si sarebbe allargata &#8220;di un pollice&#8221; verso est. Anche se quell&#8217;impegno non fu mai formalizzato per iscritto, è un nodo che Mosca non ha mai dimenticato. E anzi, è diventato il perno della narrazione secondo cui la Russia sarebbe stata progressivamente accerchiata e contenuta, piuttosto che integrata nel sistema occidentale.</p>



<p><strong>L&#8217;Ucraina come linea rossa</strong></p>



<p>L&#8217;Ucraina è diventata, agli occhi russi, il punto di non ritorno. Se Kiev entrasse nella NATO, ciò significherebbe portare forze militari potenzialmente ostili a pochi chilometri da Rostov, da Kursk, da Mosca stessa. Nella visione russa, l&#8217;Ucraina è parte dello &#8220;spazio strategico vitale&#8221;, non solo per motivi geografici, ma anche storici, culturali, persino identitari. È quindi comprensibile, anche se non giustificabile, che la sua adesione all&#8217;Alleanza Atlantica venga vista come una minaccia esistenziale. In altre parole, Putin interpreta (o usa politicamente) il dossier ucraino non come un semplice problema di politica estera, ma come una questione di sopravvivenza geopolitica.</p>



<p><strong>Una paranoia costruita o una logica di difesa imperiale?</strong></p>



<p>Si potrebbe pensare che tutto questo sia solo frutto di paranoia, di ossessione imperiale, o del desiderio di riportare in vita un&#8217;Unione Sovietica 2.0. Eppure, anche alcuni osservatori occidentali indipendenti, come Henry Kissinger o George Kennan, hanno avvertito che spingere la NATO sempre più vicino ai confini della Russia avrebbe potuto generare gravi conseguenze. Kennan, già negli anni &#8217;90, parlava dell&#8217;allargamento dell&#8217;Alleanza come di un errore strategico, destinato a risvegliare gli istinti difensivi della Russia e ad alimentare un nazionalismo revanchista.</p>



<p>Questi segnali sono stati ignorati in nome di un ideale di sicurezza collettiva, ma la sicurezza — per sua natura — è sempre relativa. Se una parte si sente più sicura, spesso accade che l&#8217;altra si senta più minacciata. In questo senso, la percezione russa di accerchiamento non è solo una costruzione ideologica, ma anche la conseguenza prevedibile di politiche concrete.</p>



<p><strong>Capire non è giustificare</strong></p>



<p>Naturalmente, comprendere queste dinamiche non equivale ad assolvere Putin o a giustificare l&#8217;invasione dell&#8217;Ucraina. Le violazioni dei diritti umani, i bombardamenti sui civili, l&#8217;annessione forzata di territori non possono trovare alcuna giustificazione. Ma la diplomazia — quella vera — inizia proprio quando si è capaci di ascoltare anche le ragioni dell&#8217;altro, per quanto scomode possano sembrare. È questa la differenza tra il giudizio morale e la comprensione strategica: il primo serve per condannare, il secondo per negoziare.</p>



<p><strong>La strada verso la pace passa anche da qui</strong></p>



<p>Se davvero si vuole arrivare alla fine di questo conflitto, prima o poi si dovrà avere il coraggio di affrontare anche questa realtà: la Russia percepisce la NATO come una minaccia. È una percezione infondata? Forse. Esagerata? Probabile. Ma per chi governa il Cremlino, è reale. E se non si parte dal presupposto che le percezioni contano tanto quanto i fatti, ogni tentativo di dialogo sarà destinato a fallire.</p>



<p>Nel frattempo, il mondo resta bloccato in una guerra che non trova soluzione, mentre le minacce si moltiplicano e gli spettri di un confronto diretto tra potenze nucleari tornano a farsi sentire. Chi ha il coraggio di porsi domande scomode forse può contribuire più di altri a costruire un domani diverso.</p>



<p>Perché, come ci ricorda Confucio, anche l&#8217;ombra più innocua può diventare minacciosa per chi vive nella paura. E la vera sfida — per l&#8217;Occidente e per la Russia — sarà proprio quella di uscire dalla logica della paura per costruire una nuova, autentica, sicurezza reciproca.</p>



<p class="has-text-align-right">Carlo Di Stanislao</p>
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		<title>&#8220;Cinema, chi?&#8221; – Il Taormina Film Festival 2025 tra passerelle vuote e premi senza peso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Jun 2025 17:54:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura e Spettacolo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Il cinema è un&#8217;arma carica di futuro.&#8221;— Pier Paolo Pasolini Il problema è che, al Taormina Film Festival 2025, di futuro non si è vista nemmeno l&#8217;ombra. Solo una patina di presente ultra-truccato, photoshoppato, sgomitante e disinvolto. Per un evento che dovrebbe raccontare l&#8217;anima del Mediterraneo, la forza delle storie, la magia collettiva della sala [&#8230;]</p>
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<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>&#8220;Il cinema è un&#8217;arma carica di futuro.&#8221;</em><br>— Pier Paolo Pasolini</p>
</blockquote>



<p>Il problema è che, al Taormina Film Festival 2025, di futuro non si è vista nemmeno l&#8217;ombra. Solo una patina di presente ultra-truccato, photoshoppato, sgomitante e disinvolto. Per un evento che dovrebbe raccontare l&#8217;anima del Mediterraneo, la forza delle storie, la magia collettiva della sala buia, ciò che si è visto dal 10 al 14 giugno ha invece confermato il tracollo di un&#8217;idea di cinema ridotta ormai a gadget, a posa da tappeto rosso, a contenuto Instagrammabile.</p>



<p>Sì, certo, la location è quella da cartolina: il Teatro Antico, l&#8217;Etna sullo sfondo, la luce struggente della sera che si posa sulle gradinate come una benedizione pagana. Ma la luce serve anche a svelare l&#8217;imbarazzo: quello di un festival in cui la sostanza è evaporata, lasciando solo una nebbia di vanità.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Red carpet o carnevale d&#8217;Europa?</strong></h3>



<p>La vera programmazione non era nei film, ma nei look. Gli outfit, come ormai si usa dire, erano il vero palinsesto. Sfilate di corpi perfettamente scolpiti, ben poco vestiti e ancora meno motivati. Un campionario di volgarità che, in altri tempi, avrebbe suscitato ironia; oggi suscita solo noia.<br>Altro che bellezza femminile: qui c&#8217;era pornografia soft, glamour da discount, la solita recita di un&#8217;industria che si vende emancipazione ma commercia corpi.</p>



<p>Tra abiti trasparenti che sfidano la logica, spacchi che urlano più forte della musica, e scollature progettate più per le gallery online che per l&#8217;eleganza, la donna è tornata ad essere un manichino parlante, spesso con battute scritte da altri. Non un soggetto del racconto, ma un accessorio del marketing.</p>



<p>E si badi bene: il problema non è l&#8217;erotismo, che è arte, ma la sua caricatura: quella che svuota il corpo della sua forza, del suo mistero, della sua potenza evocativa. Questa non è bellezza, è post-produzione. Non è seduzione, è mercificazione di massa.</p>



<p>La tanto sbandierata parità si riduce a un invito a svestirsi meglio. Le registe presenti non hanno avuto lo stesso spazio mediatico delle &#8220;celebrità&#8221; seminude. Il messaggio è chiaro: la tua voce è irrilevante, la tua pelle vende di più.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Film in gara: i veri vincitori, tra ambizione e vuoto narrativo</strong></h3>



<p>A sorpresa (ma non troppo), il <strong>Cariddi d&#8217;Oro</strong> è andato a <strong>For Your Sake</strong> di Axel Monsú: un&#8217;opera cupa, dalla fotografia plumbea e densa di simbolismi a cui nessuno, alla fine, è riuscito a dare un significato condiviso. Una vittoria più legata al tono grave che al valore reale dell&#8217;opera.</p>



<p>La <strong>miglior regia</strong> è stata attribuita a <strong>Warfare – Tempo di guerra</strong> di Alex Garland e Ray Mendoza, film muscolare e formalmente compatto, che però affronta tematiche belliche con il consueto estetismo travestito da realismo: un videogame travestito da cinema impegnato.</p>



<p>La <strong>migliore attrice</strong>, Ebada Hassan in <strong>Brides – Giovani spose</strong>, ha convinto la giuria con un ruolo drammatico ma scolpito nei cliché delle storie di matrimoni forzati e patriarcato, dove l&#8217;angoscia è inevitabilmente telegrafata. Una performance intensa, ma a tratti teatrale.</p>



<p><strong>Geoffrey Rush</strong> è stato premiato come <strong>miglior attore</strong> per <strong>The Rule of Jenny Pen</strong> di James Ashcroft. Qui il talento dell&#8217;attore giganteggia in un film che sembra cucito su misura per garantirgli la statuetta. Grande interpretazione, certo, ma dentro un film che non osa mai disturbare.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Premi onorari e scenografie da museo delle cere</strong></h3>



<p>Tra le statuette commemorative, il festival ha assegnato il <strong>Lifetime Achievement Award</strong> a <strong>Martin Scorsese</strong>, giunto con la figlia <strong>Francesca</strong>. Il maestro è stato celebrato come icona più che come autore: un busto bronzeo, commosso e forse anche un po&#8217; frastornato, mentre intorno si aggiravano flash e influencer. La figlia, fresca di cortometraggio, è sembrata più un investimento promozionale che una presenza davvero autoriale.</p>



<p>Tra gli altri celebrati: <strong>Michael Douglas</strong>, <strong>Catherine Deneuve</strong>, <strong>Dennis Quaid</strong>, <strong>Helen Hunt</strong>, <strong>Monica Bellucci</strong> e <strong>Luca Zingaretti</strong>. Tutto già visto, già omaggiato, già digerito.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Se Samperi avesse avuto una macchina da presa&#8230;</strong></h3>



<p>A rendere il tutto più amaro c&#8217;è un paradosso storico. <strong>Salvatore Samperi</strong>, regista acido, libertario e lucidamente controverso, era nato proprio a <strong>Taormina</strong>. E se fosse stato ancora vivo, questo festival gli avrebbe fornito materia per il suo film più feroce. Lui che con <em>Malizia</em>, <em>Ernesto</em> e <em>Nenè</em> ha saputo raccontare con sottile ironia e disincanto il confine tra desiderio e repressione, tra seduzione e consumo.</p>



<p>Nel panorama di Taormina 2025, Samperi avrebbe colto come nessun altro la distanza tra <strong>bellezza</strong> e <strong>volgarità</strong>, tra <strong>eros</strong> sottile e <strong>pornografia estetizzata</strong>, tra <strong>libertà femminile</strong> ed <strong>esibizione mercantile</strong>. Non avrebbe giudicato, ma osservato. Non avrebbe censurato, ma smascherato.<br>E oggi, in un festival che lo ha ignorato persino nella sua città natale, resta solo la consapevolezza che la sua assenza pesa più di tutte le presenze luccicanti sul palco.</p>



<p>Samperi avrebbe raccontato con feroce leggerezza lo scollamento tra cultura e spettacolo, tra donne libere e donne vendute come gadget da lanciare su TikTok. Avrebbe mostrato l&#8217;oscena deriva del corpo femminile reso algoritmo visivo: perfetto, spersonalizzato, usa e getta. Avrebbe riso, amaramente, delle registe ignorate e delle &#8220;it-girls&#8221; celebrate. Perché lui il cinema lo usava come una lente, non come uno specchio deformante.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Il cinema globale: una crisi senza più alibi</strong></h3>



<p>La sensazione è che il cinema festivaliero non riesca più a parlare con nessuno che non sia già dentro al suo gioco. Gli <strong>Oscar</strong> premiano l&#8217;irrilevante. <strong>Cannes</strong> si perde in autocompiacimenti. Il pubblico vero si rifugia in altri media o nei classici. <strong>Locarno</strong> e <strong>Toronto</strong> resistono, ma rischiano la marginalità.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Tutte le speranze a Venezia</strong></h3>



<p>In questo panorama stanco e narcisista, solo <strong>Venezia</strong> può ancora provare a invertire la rotta. Perché è l&#8217;unico festival che, malgrado le tentazioni glamour, conserva ancora una coscienza critica. Là dove Cannes si guarda allo specchio, Venezia ha saputo negli ultimi anni premiare autori veri: dal coraggio disturbante di Lanthimos alla poesia scarnificata di Martone, dalla critica sociale di Larraín alla forza emotiva di Audrey Diwan.</p>



<p>A Venezia il rosso del tappeto ancora fa da sfondo, non da protagonista. Lì, almeno, ogni tanto il cinema viene prima dei vestiti. Speriamo che nel 2025 questo equilibrio sopravviva, che sappia rilanciare voci nuove e visioni profonde. Perché se anche Venezia dovesse cedere, resterebbero solo i musei, o peggio: i reel.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Il cinema che vorrei</strong></h3>



<p><em>Di Italo Nostromo</em></p>



<p>Il cinema che vorrei è silenzio che ascolta, è buio che apre gli occhi, è tempo che si allunga senza fretta.<br>Non spiega, non giudica, non impone. Lascia spazio alle domande, ai sospiri, alle pause.<br>È un incontro tra sconosciuti, un viaggio che non finisce con i titoli di coda.<br>Il cinema che vorrei non è solo immagini: è emozione che resta, è un piccolo cambiamento dentro di noi.</p>



<p class="has-text-align-right">Carlo Di Stanislao</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2025/06/15/cinema-chi-il-taormina-film-festival-2025-tra-passerelle-vuote-e-premi-senza-peso/">&#8220;Cinema, chi?&#8221; – Il Taormina Film Festival 2025 tra passerelle vuote e premi senza peso</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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		<title>Rising Lion: La nuova faglia del Medio Oriente e l&#8217;eco globale a una settimana dal G7</title>
		<link>https://www.improntalaquila.com/2025/06/13/rising-lion-la-nuova-faglia-del-medio-oriente-e-leco-globale-a-una-settimana-dal-g7/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Jun 2025 11:30:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Nulla è più funesto alla pace che l&#8217;avidità di dominio.&#8221;– Seneca Il 12 giugno 2025, a meno di una settimana dal G7 a L&#8217;Aia, Israele ha lanciato Operation &#8220;Rising Lion&#8221;, un attacco aereo su larga scala con circa 200 jet contro oltre 100 obiettivi strategici in Iran. Il premier Netanyahu ha definito l&#8217;operazione &#8220;un atto [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2025/06/13/rising-lion-la-nuova-faglia-del-medio-oriente-e-leco-globale-a-una-settimana-dal-g7/">Rising Lion: La nuova faglia del Medio Oriente e l&#8217;eco globale a una settimana dal G7</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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<p><em>&#8220;Nulla è più funesto alla pace che l&#8217;avidità di dominio.&#8221;</em><br>– Seneca</p>
</blockquote>



<p>Il <strong>12 giugno 2025</strong>, a meno di una settimana dal G7 a <strong>L&#8217;Aia</strong>, Israele ha lanciato <strong>Operation &#8220;Rising Lion&#8221;</strong>, un attacco aereo su larga scala con circa <strong>200 jet</strong> contro oltre <strong>100 obiettivi</strong> strategici in Iran. Il premier Netanyahu ha definito l&#8217;operazione &#8220;un atto di autodifesa&#8221;, ma l&#8217;intervento viene letto da molti come un gesto <strong>calcolato e provocatorio</strong> teso a ridefinire unilateralmente gli equilibri regionali.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Iran promette una &#8220;risposta devastante&#8221;</strong></h3>



<p>Teheran ha parlato di <strong>&#8220;guerra aperta&#8221;</strong>. Khamenei ha promesso una reazione &#8220;all&#8217;altezza dell&#8217;aggressione sionista&#8221;, minacciando <strong>attacchi simultanei su più fronti</strong>, diretti e per procura. I primi lanci di droni Shahed sono stati intercettati, ma il messaggio è chiaro: <strong>la spirale è appena iniziata</strong>.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Il mondo arabo insorge</strong></h3>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Arabia Saudita</strong> e <strong>Qatar</strong> accusano Israele di aver <strong>violato il diritto internazionale in modo palese</strong>, chiedendo <strong>una risposta araba coordinata</strong>.</li>



<li><strong>Oman</strong> denuncia una <strong>&#8220;strategia israeliana di destabilizzazione permanente&#8221;</strong>, invocando sanzioni e pressioni diplomatiche.</li>



<li><strong>Egitto</strong> e <strong>Giordania</strong>, formalmente legati a Tel Aviv da accordi di pace, sono ora in forte imbarazzo. Il Cairo parla apertamente di <strong>&#8220;atto criminale&#8221;</strong>, Amman chiede una sessione straordinaria della Lega Araba.</li>



<li><strong>Emirati</strong>: dopo aver coltivato i &#8220;Patti di Abramo&#8221;, si ritrovano a gestire un&#8217;escalation che mina la propria narrativa di equilibrio regionale.</li>
</ul>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Reazioni internazionali: ipocrisie e crisi diplomatiche</strong></h3>



<p><strong>Stati Uniti</strong><br>La Casa Bianca ha dichiarato di <strong>non essere stata informata preventivamente</strong>, ma le ambiguità sono evidenti. Il ritiro del personale da Iraq e Golfo conferma il timore di un allargamento.<br><strong>Marco Rubio</strong> ha evitato ogni critica, ma il Senato è diviso: la sinistra democratica accusa Biden di <strong>&#8220;sudditanza passiva a Tel Aviv&#8221;</strong>.</p>



<p><strong>Regno Unito</strong><br>Starmer si è limitato a invocare &#8220;contenimento&#8221;, ma le opposizioni denunciano <strong>&#8220;complicità morale con l&#8217;aggressione israeliana&#8221;</strong>.</p>



<p><strong>Cina</strong><br>Ha bollato l&#8217;attacco come <strong>&#8220;atto unilaterale che minaccia la sicurezza energetica globale&#8221;</strong> e ha convocato d&#8217;urgenza il Consiglio di Sicurezza. Pechino prepara una proposta congiunta con Mosca per <strong>sanzioni selettive</strong> e una &#8220;zona no fly&#8221; sul Golfo.</p>



<p><strong>Unione Europea</strong><br>L&#8217;UE è paralizzata: mentre Borrell denuncia una <strong>&#8220;violazione flagrante del diritto internazionale&#8221;</strong>, Stati membri come Ungheria e Polonia frenano ogni tentativo di sanzione.<br><strong>Francia e Germania</strong> parlano di &#8220;atto d&#8217;imprudenza che mette a rischio milioni di vite&#8221;, ma non propongono un&#8217;alternativa concreta.</p>



<p><strong>Russia</strong><br>Ha definito l&#8217;attacco <strong>&#8220;un&#8217;aggressione deliberata e destabilizzante&#8221;</strong>, accusando Israele di voler <strong>stravolgere l&#8217;ordine regionale con atti di guerra preventivi, in totale spregio al diritto internazionale</strong>. Lavrov ha evocato un <strong>&#8220;rischio di conflitto mondiale se gli USA non fermano il proprio alleato&#8221;</strong>.</p>



<p><strong>ONU</strong><br>Guterres ha parlato di <strong>&#8220;fallimento della diplomazia occidentale&#8221;</strong>, condannando Israele per aver <strong>sabotato qualsiasi tentativo di dialogo sul nucleare</strong>. Le risoluzioni restano però bloccate dai veti incrociati.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Effetti collaterali immediati</strong></h3>



<p>Spazi aerei chiusi su Iran, Iraq, Siria, Libano e Israele. Migliaia di voli annullati.<br>Borse del Golfo in picchiata. Brent sopra i 100 dollari. Il rischio di un <strong>collasso energetico globale</strong> torna reale.<br>Il traffico navale sullo Stretto di Hormuz si è dimezzato in 48 ore.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>La voce fuori dal coro – il Manifesto</strong></h3>



<p><strong><em>Il Manifesto</em></strong> accusa l&#8217;Occidente di <strong>ipocrisia selettiva</strong>: silenzioso quando Israele bombarda, indignato solo quando lo fa l&#8217;Iran. &#8220;Non è un atto difensivo, è <strong>una guerra pianificata per ridisegnare la mappa del Medio Oriente</strong>,&#8221; scrive in un editoriale. &#8220;L&#8217;Italia tace, l&#8217;Europa balbetta, e intanto la diplomazia muore sotto le bombe.&#8221;</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Israele: strategia lucida o salto nel buio?</strong></h3>



<p>Fonti interne al Likud parlano apertamente di &#8220;chiudere il dossier iraniano prima che Trump o un&#8217;Europa debole tentino nuovi accordi&#8221;.<br>L&#8217;obiettivo non è solo il nucleare, ma <strong>imporre una nuova egemonia militare in Medio Oriente</strong>, sfruttando il vuoto strategico lasciato dagli USA.</p>



<p>Secondo analisti militari, l&#8217;attacco è parte di una <strong>dottrina post-Occidente</strong>, dove Israele intende agire da potenza autonoma, <strong>senza più attendere il consenso formale di Washington o Bruxelles</strong>.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Scenari futuri: tre ipotesi</strong></h3>



<ol class="wp-block-list">
<li><strong>Escalation controllata</strong>: colpi reciproci, ma si evita la guerra totale. Cina, Russia e ONU cercano un negoziato multilaterale.</li>



<li><strong>Guerra allargata</strong>: Iran colpisce direttamente Israele, Tel Aviv risponde attaccando anche Libano e Siria. Gli USA, coinvolti loro malgrado, sono trascinati in un conflitto che non vogliono.</li>



<li><strong>Ridislocazione geopolitica</strong>: Israele si impone come unica potenza in grado di garantire &#8220;ordine&#8221;, trascinando dietro sé parte del mondo arabo. UE e USA restano <strong>spettatori impotenti</strong>, delegittimati e frammentati.</li>
</ol>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Conclusione</strong></h3>



<p>Con &#8220;Rising Lion&#8221;, Israele ha oltrepassato ogni linea rossa. L&#8217;attacco non è soltanto una rappresaglia: è <strong>una dichiarazione di potenza autonoma</strong>, un messaggio lanciato a Washington, Pechino, Mosca e Riyad.</p>



<p>L&#8217;<strong>Occidente è paralizzato</strong>: troppo diviso per reagire, troppo compromesso per condannare.<br>Il <strong>G7 a L&#8217;Aia</strong> potrebbe essere l&#8217;ultimo momento utile per una risposta politica coerente. Se fallisce, la crisi potrebbe mutare definitivamente gli equilibri mondiali.</p>



<p>Perché se oggi cade il Medio Oriente, <strong>domani nessun ordine globale sarà più possibile senza guerra.</strong></p>



<p class="has-text-align-right">Carlo Di Stanislao</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2025/06/13/rising-lion-la-nuova-faglia-del-medio-oriente-e-leco-globale-a-una-settimana-dal-g7/">Rising Lion: La nuova faglia del Medio Oriente e l&#8217;eco globale a una settimana dal G7</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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		<title>Referendum? No grazie. Gli italiani disertano le urne, l&#8217;opposizione evapora, e Meloni incassa senza muovere un dito</title>
		<link>https://www.improntalaquila.com/2025/06/09/referendum-no-grazie-gli-italiani-disertano-le-urne-lopposizione-evapora-e-meloni-incassa-senza-muovere-un-dito/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Jun 2025 15:07:11 +0000</pubDate>
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<p><em>&#8220;Il prezzo pagato dai bravi che non fanno politica è di essere governati dai malvagi.&#8221;</em><br>— Platone</p>
</blockquote>



<p>Un tempo ci si commuoveva per le battaglie referendarie. Oggi si rischia di non accorgersi nemmeno che ci siano state. L&#8217;ultimo referendum – su giustizia, lavoro, autonomia, o qualsiasi altra cosa fosse – è finito come la maggior parte delle buone intenzioni italiane: in un nulla di fatto.</p>



<p>L&#8217;affluenza? Una disfatta annunciata: sotto il 25%, in alcune città meno di quanto basta per aprire un torneo di bocce. Non si è raggiunto il quorum, ma si è toccato il fondo. E mentre i promotori si aggrappavano all&#8217;ultima speranza, gli italiani erano altrove: al mare, al centro commerciale o semplicemente a casa, stanchi di promesse che evaporano più in fretta delle urne.</p>



<p>Il messaggio è chiaro: <strong>non è che gli italiani non vogliono partecipare. È che non ci credono più.</strong></p>



<p>La crisi della partecipazione è diventata la vera emergenza nazionale, ma guai a nominarla: nei talk si preferisce parlare di armi, influencer e gaffe. E intanto la democrazia diretta scompare, tra l&#8217;indifferenza generale e il disinteresse istituzionale. Non è disaffezione: è una secessione silenziosa del cittadino dalle istituzioni.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Un&#8217;opposizione da salotto</h3>



<p>Chi avrebbe dovuto suonare la sveglia? L&#8217;opposizione, ovviamente. Ma il risultato è stato un&#8217;eco ovattata. Il Partito Democratico ha prodotto più distinguo che voti, il Movimento 5 Stelle ha sussurrato qualcosa tra un post e un&#8217;intervista, mentre la sinistra radicale si è divisa su cosa fare prima ancora di capire perché farlo.</p>



<p>Un fronte disorganico, velleitario, in crisi espressiva e strategica. Il referendum poteva essere l&#8217;occasione per tornare a parlare al Paese. Si è rivelato, invece, uno specchio rotto: non riflette nulla se non la frattura ormai irreparabile tra chi fa politica e chi dovrebbe ascoltarla.</p>



<p>Il risultato? Il silenzio. L&#8217;unico rumore è quello dell&#8217;opposizione che affonda nella propria irrilevanza. Non si tratta solo di una sconfitta elettorale, ma di un&#8217;<strong>estinzione narrativa</strong>: non c&#8217;è più nemmeno chi sappia spiegare perché sarebbe importante esserci.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Il sindacato si guarda allo specchio</h3>



<p>E i sindacati? Presenti, a tratti. La CGIL ha tentato qualche mossa, ma senza né risonanza né seguito. Altri apparati sono rimasti nel limbo tra l&#8217;indignazione e la riunione organizzativa. Quello che una volta era un motore civile oggi assomiglia a un ufficio stampa con poca stampa.</p>



<p>La partecipazione popolare non si costruisce con gli slogan: serve credibilità. E oggi, la percezione diffusa è che il sindacato abbia perso la presa sulla realtà, sulla rabbia, sulla carne viva del Paese. Una volta portavano in piazza un milione di persone. Oggi non riempiono nemmeno i pullman.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Giorgia, l&#8217;unica che non fa nulla e vince tutto</h3>



<p>Mentre tutto questo succede, Giorgia Meloni sta lì. Non dice una parola, non muove una pedina. Non le serve. Perché quando intorno a te si spengono tutte le luci, anche una candela sembra un faro.</p>



<p>Non è che Giorgia vinca. È che <strong>non perde mai</strong>, semplicemente perché nessuno la sfida. Il melonismo non cresce per consenso: <strong>cresce per assenza di attrito</strong>. È il vuoto che lo alimenta. Quando l&#8217;opposizione si auto-sabbota e la partecipazione evapora, il potere si solidifica. Il suo governo diventa l&#8217;unico vero teatro dove succede qualcosa. E anche se non succede niente, basta l&#8217;eco del nulla.</p>



<p>Il vero pericolo non è il populismo. È il <strong>monopolio del presente</strong>. Se non c&#8217;è alternativa, ogni governo diventa eterno.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Italia, dove vai?</h3>



<p>Se nel 2016 il referendum costituzionale fece cadere Renzi, oggi nessuno cade. E questo, paradossalmente, è il dato più grave. Perché non è in discussione solo una riforma, ma <strong>il senso stesso della democrazia partecipativa</strong>.</p>



<p>Finché il voto sarà percepito come un rituale inutile, il Paese continuerà a svuotarsi dall&#8217;interno. E chi comanda, potrà farlo indisturbato. Non serve repressione: basta abitudine. La stabilità, in assenza di confronto, si trasforma in marmo. E il marmo, si sa, non respira.</p>



<p>Il futuro potrebbe non essere autoritario. Potrebbe essere peggio: <strong>assolutamente, totalmente vuoto</strong>.</p>



<p class="has-text-align-right">Carlo Di Stanislao</p>
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		<title>Fine di un&#8217;alleanza: Trump e Musk ai ferri corti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Jun 2025 19:41:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Non ci sono amici permanenti, né nemici permanenti, ma solo interessi permanenti.&#8221;— Lord Palmerston La rottura ormai esplicita tra il presidente Donald Trump e Elon Musk segna la fine — e forse anche la definitiva implosione — di un rapporto mai formalizzato, ma che per lungo tempo è stato osservato con attenzione da analisti politici, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2025/06/05/fine-di-unalleanza-trump-e-musk-ai-ferri-corti/">Fine di un&#8217;alleanza: Trump e Musk ai ferri corti</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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<p><em>&#8220;Non ci sono amici permanenti, né nemici permanenti, ma solo interessi permanenti.&#8221;</em><br>— Lord Palmerston</p>



<p>La rottura ormai esplicita tra il presidente Donald Trump e Elon Musk segna la fine — e forse anche la definitiva implosione — di un rapporto mai formalizzato, ma che per lungo tempo è stato osservato con attenzione da analisti politici, investitori e leader d&#8217;opinione. Quello tra il tycoon della politica e il tycoon della tecnologia non è mai stato un sodalizio ideologico: era piuttosto un&#8217;intesa fondata su interessi convergenti, una danza di potere e visibilità che ha funzionato finché i reciproci vantaggi lo permettevano.</p>



<p>Ora che la convergenza si è spezzata, lo scontro è diventato diretto, personale, e destinato ad avere conseguenze profonde. Al centro della disputa: la nuova proposta fiscale dell&#8217;amministrazione Trump, che prevede incentivi per le industrie tradizionali, tagli per i programmi ambientali, e in particolare lo smantellamento progressivo dei sussidi per i veicoli elettrici — pilastro fondamentale del modello di business di Tesla.</p>



<p>Elon Musk non ha usato mezzi termini, bollando la manovra come &#8220;una disgrazia&#8221;, &#8220;un suicidio industriale&#8221; e &#8220;una dichiarazione di guerra all&#8217;innovazione americana&#8221;. Le sue parole hanno fatto il giro dei media, provocando la reazione furiosa del presidente Trump, che ha pubblicato un messaggio su Truth Social accusando Musk di ingratitudine: &#8220;Ha costruito il suo impero con i soldi dei contribuenti. Senza il sostegno del governo, non sarebbe nessuno.&#8221;</p>



<p>L&#8217;affondo non è privo di fondamento. Secondo i dati più recenti, le imprese guidate da Musk — Tesla, SpaceX, SolarCity, The Boring Company — hanno ricevuto nel corso degli anni <strong>oltre 38 miliardi di dollari</strong> in fondi pubblici. Questi includono prestiti agevolati, incentivi fiscali, crediti ambientali, contratti federali e sovvenzioni dirette. Solo SpaceX ha attualmente in corso accordi con NASA e Dipartimento della Difesa per un valore complessivo superiore ai 20 miliardi di dollari. Tesla, dal canto suo, è stata per anni uno dei principali beneficiari degli incentivi federali per l&#8217;acquisto di auto elettriche e ha tratto enormi profitti dalla vendita di crediti a competitor del settore automobilistico.</p>



<p>Il tempismo della rottura, però, aggrava ulteriormente la posizione di Musk. <strong>Tesla è nel mezzo di una delle peggiori crisi della sua storia</strong>: il titolo ha perso quasi un quarto del suo valore da inizio anno, con una caduta del 10% solo nell&#8217;ultima settimana. Le vendite rallentano in Europa e Nord America, i margini si assottigliano sotto la pressione dei produttori cinesi, e il mercato inizia a dubitare della capacità dell&#8217;azienda di mantenere il suo vantaggio competitivo nel settore EV. Il distacco da Washington — e in particolare dalla figura più potente del governo federale — rischia di peggiorare la situazione.</p>



<p>Dal canto suo, Trump non mostra alcuna intenzione di riavvicinarsi. La sua politica è diventata ancora più imprevedibile e centralizzata rispetto al primo mandato. Se già tra il 2017 e il 2021 era emersa la sua inclinazione per le epurazioni improvvise e le ritorsioni verso chi lo contraddiceva, ora il presidente agisce con ancora maggiore disinvoltura, circondato da una cerchia ristretta e fedelissima. In questo secondo mandato, sembra voler riscrivere le regole del rapporto tra governo federale e grandi aziende, premiando i fedeli e punendo chi prende posizioni divergenti.</p>



<p>Nel frattempo, l&#8217;influenza internazionale degli Stati Uniti sotto Trump si sta rivelando debole e contraddittoria. Sui fronti caldissimi di <strong>Ucraina e Gaza</strong>, la sua amministrazione si è distinta per ambiguità e per un atteggiamento spesso passivo. Gli appelli alla &#8220;pace immediata&#8221; si sono rivelati privi di efficacia diplomatica, mentre i negoziati multilaterali lo hanno visto isolato rispetto a partner europei e attori regionali. L&#8217;incapacità di incidere concretamente nei due teatri di guerra più drammatici del momento sta contribuendo a minare la credibilità della leadership statunitense, proprio mentre Trump concentra la sua attenzione su guerre intestine e nemici interni.</p>



<p>In questo contesto, la figura di Elon Musk — imprenditore non allineato, libertario, spesso sopra le righe — rappresenta per Trump un ostacolo. E allo stesso tempo, Musk pare intenzionato a giocare una partita propria, sempre meno interessato a schierarsi con una parte politica precisa. Negli ultimi mesi, ha lanciato segnali anche verso candidati indipendenti, ha criticato l&#8217;establishment repubblicano, e si è spinto a evocare la necessità di una nuova forza politica &#8220;progresso-centrica&#8221;, capace di superare il bipolarismo USA.</p>



<p>La loro frattura non è solo personale. Rappresenta simbolicamente la tensione crescente tra la politica tradizionale, sempre più reattiva e imprevedibile, e il mondo dell&#8217;innovazione, che vorrebbe certezze regolatorie e investimenti stabili ma che finisce spesso per scontrarsi con le logiche del potere politico. È anche uno specchio della fragilità delle relazioni pubblico-private negli Stati Uniti contemporanei, dove partnership miliardarie possono dissolversi in un tweet.</p>



<p>La relazione Trump-Musk, mai del tutto trasparente ma per anni funzionale, ora è diventata terreno di scontro aperto. E come insegna la realpolitik — e come ammoniva Lord Palmerston — in un mondo dominato dagli interessi, ogni alleanza è contingente, ogni intesa è reversibile.<br>E nulla, nemmeno tra i due uomini più potenti e mediatici d&#8217;America, dura per sempre.</p>



<p class="has-text-align-right">Carlo Di Stanislao</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2025/06/05/fine-di-unalleanza-trump-e-musk-ai-ferri-corti/">Fine di un&#8217;alleanza: Trump e Musk ai ferri corti</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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		<title>Stefan Zweig, il cuore impaziente dell&#8217;Europa perduta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Jun 2025 19:27:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura e Spettacolo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Chi ha conosciuto soltanto uomini ragionevoli non conosce l&#8217;uomo.&#8221;— Stefan Zweig Stefan Zweig fu uno degli intellettuali più raffinati e sensibili del Novecento europeo. Scrittore, saggista, biografo e osservatore acuto dell&#8217;animo umano, visse con dolore e sgomento la progressiva distruzione di quel mondo mitteleuropeo che aveva rappresentato per lui non solo un orizzonte culturale, ma [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2025/06/05/stefan-zweig-il-cuore-impaziente-delleuropa-perduta/">Stefan Zweig, il cuore impaziente dell&#8217;Europa perduta</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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<p><em>&#8220;Chi ha conosciuto soltanto uomini ragionevoli non conosce l&#8217;uomo.&#8221;</em><br>— <strong>Stefan Zweig</strong></p>



<p>Stefan Zweig fu uno degli intellettuali più raffinati e sensibili del Novecento europeo. Scrittore, saggista, biografo e osservatore acuto dell&#8217;animo umano, visse con dolore e sgomento la progressiva distruzione di quel mondo mitteleuropeo che aveva rappresentato per lui non solo un orizzonte culturale, ma un&#8217;identità profonda, spirituale.</p>



<p>Nato a Vienna nel 1881, nel cuore dell&#8217;Impero austro-ungarico, visse da testimone privilegiato il tramonto di una civiltà: quella dell&#8217;<em>Austria felix</em>, della cultura cosmopolita, della tolleranza, della musica e della lingua tedesca come veicolo di pensiero e di bellezza. Quando quell&#8217;universo crollò — sotto il peso delle guerre mondiali, del totalitarismo, dell&#8217;odio razziale e della barbarie ideologica — Zweig non fu più in grado di sentirsi al mondo.</p>



<p>Il recente saggio di Raoul Precht, <em>Stefan Zweig. La fine di un mondo</em> (Ares, 2025), ci guida con lucidità e rispetto attraverso le tappe di questa frattura interiore. L&#8217;opera non è solo una biografia: è anche una meditazione sull&#8217;identità europea, sulla fragilità della cultura umanistica e sul dolore di chi non trova più una casa nel proprio tempo. Zweig, con una coerenza dolorosa, rifiutò di aderire a ideologie, partiti, schieramenti — non per indifferenza, ma per fedeltà al dubbio, alla complessità, alla libertà di pensiero.</p>



<p>I suoi libri, sempre misurati e appassionati, continuano ad affascinare per la capacità di entrare nel cuore dell&#8217;esperienza umana. Nelle biografie di personaggi come Maria Antonietta, Maria Stuart o Magellano, Zweig cercava l&#8217;anima dietro il mito, l&#8217;errore dietro la gloria, la paura dentro il gesto eroico. In racconti brevi e intensissimi come <em>Bruciante segreto</em> o <em>Paura</em>, scavava nella psicologia dei suoi personaggi con precisione quasi clinica, ma mai disumanizzante.</p>



<p>Un elemento chiave della sua formazione intellettuale fu il rapporto, profondo e complesso, con Sigmund Freud. Zweig ammirava il padre della psicoanalisi, e ne condivise la curiosità per l&#8217;inconscio, per i moti profondi dell&#8217;animo umano, per ciò che si nasconde sotto la superficie del comportamento. Lo frequentò negli anni dell&#8217;esilio londinese e gli fu vicino fino alla morte, tanto che fu tra coloro che assistettero, con discrezione, al suo suicidio assistito nel 1939.</p>



<p>Il legame non fu solo personale, ma anche teorico. Freud apprezzava l&#8217;arte biografica di Zweig, ma con riserva. In una lettera ad Arnold Zweig (non a Stefan), scrisse che &#8220;chi diventa biografo si impegna alla menzogna, al segreto, all&#8217;ipocrisia&#8230; perché la verità biografica non è disponibile&#8221;. Zweig non ignorava questa critica: la accoglieva come monito, e cercava, in ogni pagina, un equilibrio fragile tra empatia e rigore. Freud stesso, nel lavorare a <em>Mosè e il monoteismo</em>, definì la propria opera come un &#8220;romanzo storico&#8221;, un termine che ben si adatta anche alla narrazione storica e umana di Zweig, sempre sospesa tra verosimiglianza e impossibilità della verità assoluta.</p>



<p>Ma è nell&#8217;ultimo gesto della sua vita, compiuto in Brasile nel febbraio del 1942, che si coglie il punto più tragico e, al tempo stesso, più coerente della sua traiettoria esistenziale. Sradicato, senza più patria né lingua, ospite grato ma straniero in Sudamerica, decise di togliersi la vita insieme alla moglie Lotte. Accanto al letto venne ritrovato un biglietto, la sua <em>Declaração</em>, che racchiude il senso del suo addio — non solo alla vita, ma a un mondo intero.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Dichiarazione di addio</strong></h3>



<p><em>(Petrópolis, 22 febbraio 1942)</em></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>&#8220;Ogni giorno ho imparato ad amare di più questo meraviglioso Paese, il Brasile, che mi ha offerto e al mio lavoro un rifugio tanto gentile e ospitale.<br>Ma quanto più serenamente si vive qui, tanto più dolorosamente sento che il mio mondo, la mia patria spirituale, l&#8217;Europa, si è autodistrutta e non potrà mai più risorgere.<br>Dopo sessant&#8217;anni, bisogna avere un&#8217;energia straordinaria per cominciare tutto da capo. E la mia forza è finita da troppo tempo.<br>Così mi trovo meglio a concludere in tempo e in piedi una vita nella quale il lavoro intellettuale è sempre stato la più pura gioia e la libertà personale il bene più alto sulla terra.<br>Saluto tutti i miei amici! Che dopo questa lunga notte possano vedere l&#8217;alba. Io, troppo impaziente, li precedo.&#8221;</p>
</blockquote>



<p>Quel &#8220;troppo impaziente&#8221; è il cuore del dramma zweighiano: l&#8217;impazienza di chi non riesce a separare la bellezza dalla speranza, la libertà dalla dignità, la parola dalla civiltà. Zweig non volle sopravvivere a ciò che dava senso alla sua esistenza. Il suo suicidio non fu un gesto di fuga, ma un&#8217;ultima, radicale dichiarazione d&#8217;amore per un mondo che non c&#8217;era più.</p>



<p>Eppure, nei suoi libri, quella civiltà continua a vivere. Chi legge Zweig non solo conosce un autore che non tradisce mai, ma ritrova, pagina dopo pagina, l&#8217;eco di un&#8217;Europa che ancora sa pensare, sentire, e ricordare.</p>



<p>Quella stessa nostalgia, visiva e poetica, ha ispirato anche il cinema contemporaneo. Il film <em>The Grand Budapest Hotel</em> (2014) di <strong>Wes Anderson</strong> è esplicitamente tratto dagli scritti e dall&#8217;universo di Stefan Zweig, in particolare dalle <em>Memorie di un europeo</em> e da alcuni racconti. Anderson ha reso omaggio allo spirito mitteleuropeo, all&#8217;eleganza perduta e all&#8217;ironia malinconica di Zweig, restituendoci in forma cinematografica l&#8217;incanto e la decadenza del suo mondo.</p>



<p>Anche se <em>Eyes Wide Shut</em> (1999) di <strong>Stanley Kubrick</strong> è tratto da <em>Traumnovelle</em> di Arthur Schnitzler, non da Zweig, i due autori erano contemporanei e profondamente affini: entrambi esploravano con finezza le ambiguità morali, i desideri repressi, le crepe interiori della borghesia viennese. La sensibilità psicologica e il rigore stilistico di Kubrick trovano dunque, indirettamente, un&#8217;eco nell&#8217;opera di Zweig.</p>



<p>In un&#8217;Europa che si è smarrita, che fatica a ritrovare una direzione spirituale e culturale, leggere Zweig non è solo un esercizio letterario: è un atto necessario. È ascoltare la voce di chi ci mette in guardia dal baratro, senza urlare, ma con la calma forza della memoria e della coscienza.</p>



<p>E con lui, è urgente tornare ai grandi testimoni della crisi e della dignità umana: <strong>Joseph Roth</strong>, con la sua <em>Marcia di Radetzky</em> e il lamento funebre per l&#8217;Impero dissolto; <strong>Romain Rolland</strong>, l&#8217;amico e mentore di Zweig, con la sua fiducia nella forza etica dell&#8217;arte; <strong>Victor Klemperer</strong>, che annotò ogni giorno il linguaggio della propaganda e dell&#8217;odio; <strong>Simone Weil</strong>, che cercò verità e giustizia senza compromessi; <strong>Hannah Arendt</strong>, che analizzò le origini del totalitarismo con lucidità e compassione.</p>



<p>Leggere questi autori, oggi, non è nostalgia. È resistenza. È memoria attiva. È un modo per rimanere umani — nonostante tutto.</p>



<p class="has-text-align-right">Carlo Di Stanislao</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2025/06/05/stefan-zweig-il-cuore-impaziente-delleuropa-perduta/">Stefan Zweig, il cuore impaziente dell&#8217;Europa perduta</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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		<title>Né giustizia né pace: l&#8217;inganno della forza e la fragilità della Repubblica</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Jun 2025 14:56:11 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2025/06/02/ne-giustizia-ne-pace-linganno-della-forza-e-la-fragilita-della-repubblica/">Né giustizia né pace: l&#8217;inganno della forza e la fragilità della Repubblica</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>&#8220;La guerra è un massacro fra gente che non si conosce, a beneficio di gente che si conosce ma non si massacra.&#8221;</em><br>— Paul Valéry</p>
</blockquote>



<p>Ci sono silenzi che fanno più rumore delle bombe. Ci sono assenze che gridano. E ci sono verità che, sebbene sotto gli occhi di tutti, diventano invisibili per comodità o paura. Oggi, tra le ceneri di Gaza e le ipocrisie delle capitali occidentali, siamo immersi in una di queste verità scomode: Israele sta affamando un intero popolo. Non è un&#8217;accusa leggera, e non dovrebbe mai essere pronunciata con leggerezza. Ma i fatti — quelli crudi, documentati, innegabili — parlano per sé. Ospedali rasi al suolo, ambulanze bersagliate, aiuti umanitari bloccati ai confini o colpiti durante la distribuzione. E adesso, la fame: calcolata, pianificata, utilizzata come arma.</p>



<p>Gaza è diventata una prigione a cielo aperto, senza acqua, senza medicine, senza pane. Una popolazione stremata, in gran parte composta da bambini, viene lasciata morire con lentezza chirurgica, nel silenzio complice di chi dovrebbe proteggere il diritto internazionale. Si può parlare di autodifesa quando il bersaglio è il latte in polvere? Si può ancora invocare la sicurezza quando si impedisce a un popolo l&#8217;accesso al cibo?</p>



<p>Israele, il cui nome significa &#8220;colui che lotta con Dio&#8221;, sembra essersi attribuito il diritto di portare questa lotta oltre ogni limite umano e divino. Ma la vera lotta con Dio non è nella vendetta, bensì nella giustizia. È nella compassione. È nel limite. Chi combatte contro il volto umano del nemico, chi disumanizza e punisce collettivamente, non sta lottando con Dio: sta perdendo la propria anima.</p>



<p>Ma se è vero che il Medio Oriente è la cartina di tornasole dell&#8217;etica internazionale, è altrettanto vero che anche a casa nostra la barbarie assume forme sempre più sottili. In Italia, recentemente, abbiamo assistito a un fenomeno allarmante: le minacce rivolte ai figli di leader politici. Che si tratti di Giorgia Meloni o Matteo Salvini, non è la persona politica a essere colpita, ma i suoi affetti più indifesi. È un gesto infame, codardo, che non può essere giustificato né dalla rabbia né dalla disperazione. È l&#8217;espressione più bassa e disumana del dissenso, quella che trasforma la protesta in persecuzione.</p>



<p>I figli sono sacri. Sempre. Che siano figli di potenti o di poveri, che abbiano una madre di destra o un padre di sinistra, sono esseri umani con il diritto di vivere lontano dall&#8217;odio degli adulti. Quando iniziamo a tollerare — o peggio, a giustificare — le minacce ai bambini in nome di una battaglia politica, abbiamo già perso. La violenza verbale è solo il primo passo verso una violenza più grande, e più irreparabile.</p>



<p>E poi, come ogni anno, arriva il 2 giugno. Si festeggia la Repubblica, si sventolano bandiere, si fanno discorsi solenni. Eppure, a ben guardare, la parola &#8220;Repubblica&#8221; è forse il termine più teorico di tutti. Nella realtà quotidiana dell&#8217;Italia, esistono i Comuni, i campanili, le famiglie, i clan, le parrocchie, i bar di paese, le amicizie d&#8217;infanzia. L&#8217;Italia è un Paese costruito più su legami orizzontali che verticali. La Repubblica è un&#8217;astrazione, spesso tradita proprio da chi dovrebbe rappresentarla.</p>



<p>C&#8217;è chi obbedisce alla Costituzione, e chi la piega alla convenienza. C&#8217;è chi parla di Stato, ma lavora solo per il proprio tornaconto. C&#8217;è chi indossa la fascia tricolore e poi ignora gli ultimi, i fragili, i senza voce. C&#8217;è chi grida &#8220;onore alla patria&#8221; e poi svende il lavoro, svilisce la scuola, taglia la sanità.</p>



<p>La verità è che l&#8217;Italia non è mai stata davvero una Repubblica nel senso profondo del termine: una <em>res publica</em>, una &#8220;cosa di tutti&#8221;. È sempre stata una somma di individui, di egoismi e resistenze, di slanci nobili e piccoli tradimenti quotidiani. Ma proprio in questa frammentazione può nascondersi una speranza: se la Repubblica è fragile, è proprio perché deve essere ogni giorno rifondata. Non da un&#8217;istituzione, ma da ogni persona che sceglie l&#8217;onestà, la solidarietà, la verità, anche quando costa.</p>



<p>E protestare davvero, oggi, significa anche alzare la voce contro tutti i regimi autoritari e antidemocratici del mondo. Contro la Russia, che imprigiona dissidenti e manda a morire i giovani in guerre insensate. Contro la Cina, dove milioni vivono sotto sorveglianza e repressione, e chi parla viene fatto sparire. Contro l&#8217;Iran, dove una ragazza senza velo può diventare un martire, e dove il carcere è destino per chi canta, scrive, ama o sogna. E contro tutti quei luoghi — anche meno noti — dove l&#8217;essere umano è ridotto a ingranaggio, dove vale la legge dell&#8217;uomo lupo per l&#8217;uomo, <em>homo homini lupus</em>, e non quella della dignità.</p>



<p>La guerra in Medio Oriente, la violenza nelle nostre piazze, l&#8217;illusione di una Repubblica unita, la viltà dei totalitarismi: tutto ci richiama a una stessa scelta morale. O difendiamo ovunque la libertà e la vita umana, o diventiamo complici del silenzio.</p>



<p>La festa della Repubblica dovrebbe essere l&#8217;occasione per guardarsi allo specchio e domandarsi: stiamo costruendo un Paese giusto o solo un palcoscenico per maschere stanche? Stiamo difendendo davvero i diritti di tutti o solo i privilegi di pochi?</p>



<p>Fino a quando un popolo verrà affamato senza che l&#8217;Italia dica &#8220;basta&#8221;, fino a quando i figli verranno minacciati per vendetta ideologica, fino a quando la Repubblica sarà solo una cerimonia e non una responsabilità, fino a quando taceremo davanti alla prigione e alla tortura degli innocenti&#8230; non ci sarà nulla da festeggiare.</p>



<p class="has-text-align-right">Carlo Di Stanislao</p>
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		<title>La morale a targhe alterne: cronache dall&#8217;impero della percezione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 May 2025 05:05:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.&#8221; — Pier Paolo Pasolini Il mondo occidentale non è più diviso tra destra e sinistra, tra conservatori e progressisti. È diviso tra chi racconta i fatti e chi li piega, li lucida, li trucca fino a renderli accettabili al proprio pubblico di riferimento. Tra [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2025/05/28/la-morale-a-targhe-alterne-cronache-dallimpero-della-percezione/">La morale a targhe alterne: cronache dall&#8217;impero della percezione</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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<p><em>&#8220;Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.&#8221;</em> — Pier Paolo Pasolini</p>



<p>Il mondo occidentale non è più diviso tra destra e sinistra, tra conservatori e progressisti. È diviso tra chi racconta i fatti e chi li piega, li lucida, li trucca fino a renderli accettabili al proprio pubblico di riferimento. Tra chi indaga e chi si schiera. Tra chi dubita e chi predica.</p>



<p>Prendiamo Donald Trump. Attacca gli studenti stranieri ad Harvard: scelta miope, ottusa, degna di critica. Ma da qui a titolare &#8220;Gli studenti in fuga dagli Stati Uniti&#8221;, ce ne corre. E il dato? 700 studenti in più hanno presentato domanda alle università britanniche. Si passa da 5.980 a 6.680: +12%. Ma in numeri assoluti, si tratta di una briciola nel sistema dell&#8217;istruzione globale. Eppure, ecco il dramma servito: fuga, crollo, segnale irreversibile. Quando si vuole creare una narrazione, ogni variazione diventa tsunami. Non conta cosa accade, conta come lo racconti.</p>



<p>Poi c&#8217;è Macron, e la scena — immortalata — dello &#8220;schiaffetto&#8221; di Brigitte al volto del marito sullo scalino dell&#8217;aereo presidenziale. Lui sobbalza, lei tira dritto, poi il gelo. L&#8217;Eliseo prima smentisce. Poi, sopraffatto dalla realtà, cambia versione: &#8220;una scena giocosa, intima&#8221;. Intima? Se le parti fossero invertite, ci sarebbe già un dibattito globale sulla violenza simbolica. Ma è Macron, non Trump. È Brigitte, non Melania. Quindi tutto passa, tutto si sfuma.</p>



<p>Infine, le piazze. Quelle dove, tra caschi e bastoni verdi, si attaccano i cordoni di polizia. Scene documentate. Eppure il focus mediatico è tutto sul consigliere municipale colpito da una manganellata. La violenza c&#8217;è, certo. Ma dov&#8217;era la lente quando gli agenti venivano aggrediti? Anche loro sono cittadini, anche loro — come ricordava Pasolini — figli del popolo, del proletariato, mica figli di papà. &#8220;Io simpatizzo coi poliziotti&#8221;, scriveva dopo Valle Giulia, &#8220;perché sono figli di poveri. Voi invece siete la nuova borghesia travestita da rivoluzione.&#8221; Lo disse, lo crocifissero. Ma oggi suona più attuale che mai.</p>



<p>I media raccontano tutto con la delicatezza di chi sa da che parte stare. Ma è davvero informazione, o è teatro? E chi paga il biglietto?</p>



<p>Il giornalismo — quello vero — dovrebbe avere il coraggio di scomporre le immagini, non abbellirle. Di scavare sotto i dati, non acchiapparli al volo per infilarli dentro la linea editoriale. Di dire ciò che è, anche quando non conviene.</p>



<p>Un tempo c&#8217;erano giornalisti così. Si chiamavano Montanelli, Biagi, Enzo Bettiza, Giulietto Chiesa, Oriana Fallaci. Erano diversi tra loro, anche in contrasto. Ma avevano una cosa in comune: il coraggio di vedere. Di andare contro. Di non piacere a tutti. Oggi figure così non se ne vedono in giro. Al loro posto, narratori che inseguono algoritmi e sponsor, più preoccupati del consenso che della verità.</p>



<p>E allora, ricordate il monito del saggio professore di Parthenope:<br><strong>&#8220;Si è uomini quando si smette di guardare e si comincia a vedere.&#8221;</strong></p>



<p>Guardare è passivo. Vedere è scelta.<br>È azione. È responsabilità.<br>Ed è anche, oggi più che mai, l&#8217;unico antidoto al racconto addomesticato del mondo.</p>



<p class="has-text-align-right">Carlo Di Stanislao</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2025/05/28/la-morale-a-targhe-alterne-cronache-dallimpero-della-percezione/">La morale a targhe alterne: cronache dall&#8217;impero della percezione</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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		<title>L&#8217;Italia è una Repubblica fondata sui birilli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 May 2025 04:45:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualita']]></category>
		<category><![CDATA[IN RILIEVO]]></category>
		<category><![CDATA[L'Opinione]]></category>
		<category><![CDATA[A11 e A12]]></category>
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		<category><![CDATA[autostrade interrotte]]></category>
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		<category><![CDATA[Ponte di Messina]]></category>
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		<category><![CDATA[viabilità: cantieri aperti]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2025/05/28/litalia-e-una-repubblica-fondata-sui-birilli/">L&#8217;Italia è una Repubblica fondata sui birilli</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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<p><em>&#8220;Lavori in corso: la formula magica per dire &#8216;qui non si muove un ca**o&#8217; da vent&#8217;anni.&#8221;</em></p>



<p><strong>Benvenuti nel Paese dove il birillo è più sacro del tricolore.</strong><br>Non è un semplice cono arancione, è il totem di una civiltà che ha trasformato l&#8217;attesa in religione e la lentezza in stile di vita. Se pensavate che le autostrade fossero fatte per far correre le auto, vi sbagliavate di grosso: in Italia servono soprattutto a farvi meditare sulla natura effimera del tempo.</p>



<p><strong>A11 e A12: la Toscana e la Liguria, tra miraggi e perdite di tempo</strong><br>Prendete l&#8217;A11, la famosa Firenze-Mare, che dovrebbe portarvi dalla splendida città dei Medici fino alla costa. Lì, tra restringimenti &#8220;improvvisi&#8221; e cantieri che sembrano dipinti da Escher, il viadotto &#8220;da sistemare&#8221; è diventato una leggenda urbana. Nessuno l&#8217;ha mai visto, ma tutti lo citano come la creatura mitologica che giustifica la coda eterna.<br>Più a nord, la A12 è un vero e proprio film horror della viabilità: cantieri aperti, chiusi, riaperti, spostati, rimossi e rimpiazzati. Qui i birilli hanno più storia di un museo, e ogni tanto qualche operaio appare come un cameo: si fuma una sigaretta, guarda il cellulare, magari sposta un birillo di qualche centimetro, e poi sparisce. Il tempo lì si dilata, e ogni chilometro diventa un&#8217;eternità.</p>



<p><strong>A24 e A25: la giostra delle promesse mai mantenute</strong><br>L&#8217;A24 e l&#8217;A25 sono quelle autostrade verticali, tra Roma e l&#8217;Abruzzo, che sembrano fatte apposta per ricordarci che il tempo è un&#8217;illusione. Qui i cantieri durano più di una guerra, e gli escavatori sono diventati monumenti alla ruggine. Ogni tratto chiuso per &#8220;manutenzione straordinaria&#8221; è in realtà un invito a mettere in pausa la vita.<br>Ogni tanto si vede un operaio – o forse è un fantasma – che passa il tempo guardando TikTok mentre fuma una Marlboro. Il resto? Solo birilli allineati, come soldatini in una battaglia contro il buon senso.</p>



<p><strong>A1, A14, A58 e tutte le altre: la sinfonia degli eterni lavori</strong><br>Sull&#8217;A1, la &#8220;Autostrada del Sole&#8221;, che dovrebbe essere la colonna vertebrale del Paese, si alternano tratti con cantieri eterni che sembrano campagne elettorali: promettono che &#8220;questo è l&#8217;anno buono&#8221;, ma poi niente, tutto resta fermo.<br>La A14, che percorre l&#8217;Adriatico, è un infinito tappeto di cantieri che rallentano il traffico e aumentano la pressione sanguigna degli automobilisti. La A58, tangenziale Est di Milano, è un esperimento sociale sulla pazienza umana: lavori fermi e ripresi senza logica, con operai che sembrano in vacanza permanente.<br>Ogni autostrada ha la sua colonna sonora: il rumore dei motori in coda e il fruscio dei birilli che ondeggiano al vento, come a prendere in giro chi ancora spera in una strada senza ostacoli.</p>



<p><strong>La Salerno-Reggio Calabria: il calvario senza fine</strong><br>La A2 è un mito, ma non nel senso positivo: qui i lavori non finiscono mai. Le deviazioni sono più numerose delle curve, i viadotti crollano come castelli di sabbia, e i cantieri aperti sono tanti da potersi costruire un villaggio con tende e roulotte.<br>&#8220;Fine lavori previsto&#8221; è una frase che fa ridere amaramente chi ogni giorno si ritrova in coda. Qui il tempo si è fermato, o forse si è perso nei meandri di una burocrazia senza uscita.</p>



<p><strong>Il Ponte di Messina: il sogno eterno e la realtà infinita</strong><br>E infine, il capolavoro dell&#8217;assurdo: il Ponte sullo Stretto di Messina. Un progetto che sembra uscito da un romanzo di fantascienza, tanto è irrealistico. Da decenni si parla di costruirlo, ma il cantiere è rimasto solo una piazzola di sosta per birilli e macchinari arrugginiti.<br>Rendering futuristici, annunci trionfali e promesse da campagna elettorale si alternano a file infinite di automobilisti che aspettano il traghetto, impantanati in un parcheggio d&#8217;acqua. Il ponte non si fa, ma i birilli sì: proliferano come funghi velenosi, a testimonianza dell&#8217;arte di non fare nulla.</p>



<p><strong>Il Capo Birillo: il sovrano dell&#8217;immobilismo</strong><br>Il Capo Birillo, maestro supremo dell&#8217;arte del fermo, rivendica con orgoglio la sua missione. &#8220;Non si tratta di costruire, ma di fermare.<br>Il vero lavoro è insegnare agli italiani la virtù della pazienza.<br>Quando capiranno che il viaggio è l&#8217;attesa, allora forse sposteremo quei birilli&#8230; di qualche centimetro.&#8221;</p>



<p><strong>Conclusione: il Paese che corre camminando all&#8217;indietro</strong><br>In Italia, ogni autostrada è una sfida all&#8217;infinito, ogni cantiere una poesia del nulla. I birilli sono i nostri nuovi monumenti nazionali, arancioni e immutabili.<br>Abbiamo trasformato il viaggiare in un atto di resistenza, la fretta in un ricordo lontano.<br>Benvenuti nella Repubblica fondata sui birilli: dove l&#8217;unico traguardo possibile è sopravvivere alla prossima deviazione.</p>



<p class="has-text-align-right">Carlo Di Stanislao</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2025/05/28/litalia-e-una-repubblica-fondata-sui-birilli/">L&#8217;Italia è una Repubblica fondata sui birilli</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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