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	<title>Mario Narducci Archivi - L&#039;Impronta L&#039;Aquila</title>
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		<title>Presentazione del libro &#8220;Via Crispomonti numero sessantuno&#8221; di Mario Narducci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Nov 2024 18:47:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La libreria Colacchi dell&#8217;Aquila ospiterà un evento imperdibile per chi apprezza la letteratura e la poesia: la presentazione del libro &#8220;Via Crispomonti numero sessantuno&#8221;, la più recente silloge poetica di Mario Narducci, rinomato giornalista e scrittore aquilano. L&#8217;opera raccoglie vent&#8217;anni di poesie che esplorano profondamente i sentimenti e le esperienze personali dell&#8217;autore. Alla presentazione interverranno [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2024/11/13/presentazione-del-libro-via-crispomonti-numero-sessantuno-di-mario-narducci/">Presentazione del libro &#8220;Via Crispomonti numero sessantuno&#8221; di Mario Narducci</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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<p>La libreria Colacchi dell&#8217;Aquila ospiterà un evento imperdibile per chi apprezza la letteratura e la poesia: la presentazione del libro &#8220;Via Crispomonti numero sessantuno&#8221;, la più recente silloge poetica di Mario Narducci, rinomato giornalista e scrittore aquilano. L&#8217;opera raccoglie vent&#8217;anni di poesie che esplorano profondamente i sentimenti e le esperienze personali dell&#8217;autore.</p>



<p>Alla presentazione interverranno personalità illustri quali Anna Maria Giancarli, poetessa, e Liliana Biondi, professoressa e critica letteraria, che accompagneranno l&#8217;evento con letture selezionate eseguite da Franco Narducci.</p>



<p>Mario Narducci, ha dedicato più di cinquant&#8217;anni alla scrittura, esprimendo attraverso la poesia le sue più intime riflessioni ed emozioni. La raccolta prende il nome dalla strada dove si trovava la sua casa d&#8217;infanzia e si propone di incapsulare gli ultimi venti anni di vita dell&#8217;autore come in uno scrigno, offrendo un mix di nostalgia, amore e speranza.</p>



<p>L&#8217;evento non solo celebrerà la nuova pubblicazione di Narducci, ma offrirà anche uno spaccato della sua lunga carriera di giornalista, durante la quale ha coperto ruoli significativi come quello di vaticanista e direttore di varie testate, senza dimenticare la sua passione per l&#8217;Abruzzo e la sua lingua, come testimoniato dal suo ruolo di presidente dell&#8217;Istituto di Abruzzesistica e Dialettologia.</p>



<p>Questa presentazione rappresenta un&#8217;occasione unica per immergersi nella vita e nelle opere di un personaggio centrale nella cultura letteraria e giornalistica italiana, particolarmente legato alla sua città natale, L&#8217;Aquila.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2024/11/13/presentazione-del-libro-via-crispomonti-numero-sessantuno-di-mario-narducci/">Presentazione del libro &#8220;Via Crispomonti numero sessantuno&#8221; di Mario Narducci</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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		<title>Con la Rosa della speranza di Mario Narducci si conclude l’omaggio a Spoleto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Oct 2024 19:59:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura e Spettacolo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La pittrice LINDA LUCIDI vince la quarta manche del progetto Omaggio a Spoleto con il dipinto “Monteluco e la rosa” ispirato dai versi del poeta aquilano MARIO NARDUCCI. Il progetto Poeti e Pittori Insieme per omaggiare Spoleto, ideato ed organizzato dalla poetessa romana ANNA MANNA, è stato lanciato a Spoleto lo scorso anno a luglio [&#8230;]</p>
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<p>La pittrice <strong>LINDA LUCIDI</strong> vince la quarta <em>manche</em> del progetto <strong>Omaggio a Spoleto </strong>con il dipinto <em>“Monteluco e la rosa”</em> ispirato dai versi del poeta aquilano<strong> MARIO</strong> <strong>NARDUCCI</strong>. Il progetto Poeti e Pittori Insieme per omaggiare Spoleto, ideato ed organizzato dalla poetessa romana <strong>ANNA MANNA,</strong> è stato lanciato a <strong>Spoleto</strong> lo scorso anno a luglio presso la Galleria <strong>LA BOTTEGA DELL’ARTE </strong>di <strong>Katy Laudicina</strong>. Con quattro poesie dedicate a Spoleto da quattro poeti noti: due aquilani, <strong>Liliana Biondi </strong>e <strong>Mario Narducci</strong>, lo spoletino <strong>Sandro Costanzi</strong> e la stessa <strong>Anna Manna.</strong></p>



<p>&nbsp;Dopo le poesie di <strong>Anna Manna</strong> e <strong>Sandro Costanzi</strong> dedicate alla musica, dopo i versi di <strong>Liliana Biondi</strong> che hanno attirato l’attenzione verso la figura storica di <strong>Lucrezia Borgia</strong>, che governò Spoleto, la lirica di Mario Narducci richiama l’attenzione dei pittori su <strong>Monteluco</strong>, luogo montano vicinissimo a <strong>Spoleto</strong>. Si conclude così la kermesse culturale, dopo un anno di votazioni, eventi e commenti critici, con la votazione per i dipinti ispirati dalla poesia di <strong>MARIO NARDUCCI</strong>.</p>



<p>Per il <strong>PREMIO SPECIALE</strong> fuori concorso vince la pittrice <strong>GIOVANNA GUBBIOTTI</strong>,che per prima ha portato a <strong>Spoleto</strong> i versi del poeta aquilano, vincendo anche in altri concorsi per questa capacità di entrare in sintonia con la poesia attraverso i suoi pennelli.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>La poesia di <strong>MARIO NARDUCCI</strong>, esposta in vetrina per un anno alla Galleria <strong>La bottega dell’Arte</strong>, ad una prima lettura si presenta come una poesia d’amore. Tra la dolcezza ed il dolore si sviluppa il canto poetico che Narducci dedica a <strong>Monteluco</strong>. E a Monteluco i versi ed i dipinti hanno rivestito idealmente di poesia e colori il <strong>Bosco Sacro</strong> degli dei pagani.</p>



<p>Un luogo semplice, schietto, del tutto naturale, eppure incantato, dove s’incontrano il Sacro ed il Profano, la gioia della natura e la contemplazione del Mistero. <strong>Monteluco</strong> si erge tra <strong>Spoleto</strong> ed il cielo umbro, un luogo incantevole che riesce a parlare con la città ed i suoi abitanti, che comunica con loro attraverso giornate di fresco prato al sole. E la splendida visuale che arricchisce il panorama.</p>



<p>Così, appena la primavera risveglia l’erba del prato di nuovo verde, gli spoletini tornano a rivivere il mito della scampagnata a due passi da casa. &nbsp;Ma il viandante di <strong>Monteluco</strong>, il turista, l’abitante coglie anche l’eco della spiritualità. Il richiamo del sogno, la sensazione di essere avvolto da una dimensione dell’Oltre che lo sovrasta. Così, in un paesaggio povero come l’<strong>Eremo di San</strong> <strong>Francesco</strong>, che richiama pellegrini da tutto il mondo, ed il <strong>Bosco Sacro agli dei</strong> <strong>pagani</strong>, luogo d’incantesimi e richiami sensuali, si avvicendano, su quell’altura a poca distanza da Spoleto, sensazioni, sentimenti, miraggi, preghiere, speranze e desideri apparentemente contrastanti, quasi in una sotteranea battaglia. E la Semplicità regna in quel luogo di duplice fruizione. Perché la semplicità non è mai banale, al contrario è la sintesi di un equilibro degli opposti. La <em>Coincidentia Oppositorum</em> come dicevano gli antichi.</p>



<p>Ecco le parole del poeta aquilano riguardo il sorgere dell’ispirazione, soffermandosi in questo luogo dall’intramontabile fascino: “<em>La sacralità di Monteluco, che si perpetua da secoli, il mistero del suo bosco, dove ancora sembrano correre, leggiadre, le ninfe della</em> <em>tradizione pagana cui si lega, in modo meraviglioso, con il conventino francescano, il messaggio cristiano (cieli nuovi e terre nuove): nessuna distruzione del passato ma ri-creazione! È nel bosco che, proprio in ragione della sua sacralità, fioriscono gli amori, torna la visione di incantamenti primi, sorgono albe e tramonti che segnano lo stupore quotidiano, si succedono le stagioni segnalando palingenesi quotidiane che solo può avvertire chi solo, della natura, è parte viva</em>.”</p>



<p>Ma il poeta <strong>Mario Narducci</strong>, con i suoi versi dedicati a Monteluco, non ha soltanto richiamato l’attenzione dei pittori sul paesaggio intorno a Spoleto. Il messaggio del poeta è forte, colpisce, insinuandosi tra le parole apparentemente dedicate ad un amore perso o forse non vissuto. Verso dopo verso il lettore sente che quell’amore perduto è la sintesi di un’occasione per tutta l’umanità. Ed a questo punto <strong>Narducci</strong> sembra sintetizzare l’avventura umana come <em>l’Occasione Perduta</em> della scoperta dell’amore vero. L’amore vero è quello che nasce dalla terra umida, la terra che ha conosciuto il pianto. La sua poesia assurge così a significato universale e, superando i limiti dell’egoismo, della fruizione egoistica della felicità dell’incontro, diventa un forte messaggio umanitario. L’amore donato all’altra, agli altri perché sboccino nuovi fiori. La Speranza irrompe nei versi attraverso la rosa rossa di vita e passione.</p>



<p>La pittrice <strong>LINDA LUCIDI</strong>, in piena empatia e simbiosi mentale con il poeta ed i suoi versi, lancia, attraverso le linee ed i colori del suo dipinto, LA ROSA ROSSA DELL’AMORE come l’ultima pennellata sul quadro che dipinge l’intrigo dei rami, il traballio delle foglie, la mescolanza di luci ed ombre dell’ideale bosco dell’umanità. Dove manca, necessita e si attende la ventata dell’AMORE.</p>



<p>Il bosco di <strong>LINDA LUCIDI</strong>, in un traballante silenzio, sembra attendere un evento che dia nuovo respiro alla natura. E la pittrice, bravissima, schiaffeggia gli alberi, il suolo, la terra umida di pianto con la <strong>Rosa Rossa</strong>, quasi sanguinante, della scoperta più grande dell’uomo sulla terra: l’Amore, <strong>come dono e non come fruizione edonistica ed egoistica</strong>.</p>



<p>In questo splendido finale dell’<strong>Omaggio a Spoleto</strong>, che pure aveva già regalato molte emozioni e molti sentimenti, la poesia e la pittura veramente si sono incontrati su una strada di grande attualità. La ROSA ROSSA dell’amore da <strong>Spoleto</strong> e dai suoi artisti è un piccolissimo petalo della grande fioritura della Speranza: l’amore tra tutti, la pace nel mondo.</p>



<p>Voglio concludere con un commento di MARIO NARDUCCI, che illumina il senso dell’incontro con la Poesia. “Quando ci si riconosce anche in un solo verso di una poesia, avviene in fondo questo miracolo relazionale. Ecco perché nella poesia gioia e dolore hanno parte dominante, perché non solo ne sono l’anima, ma ne escono purificati. <em>Un dolore puro e completo è impossibile</em>, come è <em>impossibile una gioia pura e perfetta</em>, diceva Tolstoj. Bene, nella poesia è possibile anche questo miracolo.” Nel mondo dell’Arte anche la Speranza è un <strong>evento puro e perfetto</strong>.</p>



<p><strong>ANNA MANNA</strong></p>



<p>***</p>



<p><strong>LA POESIA DI MARIO NARDUCCI</strong><em><br></em></p>



<p><em>MONTELUCO</em></p>



<p><em>Da questo bosco</em></p>



<p><em>sacro di lecci e d&#8217;amore</em></p>



<p><em>ho colto manciate</em></p>



<p><em>di terra umida</em></p>



<p><em>per dar vita ai tuoi fiori.</em></p>



<p><em>Lascia allora che tra le mie dita</em></p>



<p><em>scivoli la terra</em></p>



<p><em>come chicchi di grano</em></p>



<p><em>e mi resti nella mano</em></p>



<p><em>solo il dolore di pietre inutili</em></p>



<p><em>ch&#8217;io possa guardare con tristezza</em></p>



<p><em>prima che per sempre le allontani.</em></p>



<p><em>A te le cose più buone</em></p>



<p><em>tu sola porti fiori negli occhi neri</em></p>



<p><em>e tra i capelli ti stanno</em></p>



<p><em>le margherite che non sfoglio</em></p>



<p><em>perché temo il dolore</em></p>



<p><em>di rifiuti autunnali.</em></p>



<p><em>Prendi la mia terra allora</em></p>



<p><em>fanne rose rosse per chi vuoi.</em></p>



<p><em>Io sto soffrendo da oggi</em></p>



<p><em>il rito di giorni perduti.</em></p>
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		<title>L&#8217;Aquila piange Marialaura Narducci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Sep 2024 07:59:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;Aquila piange la prematura scomparsa di Marialaura Narducci, stimata insegnante di inglese di 57 anni presso una scuola a Sassa. Prima tra i tre figli del noto giornalista Mario Narducci, Maria Laura lascia un vuoto incolmabile nella comunità educativa e oltre, grazie al suo spirito gentile e alla sua infinita disponibilità. Su sua esplicita volontà, [&#8230;]</p>
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<p>L&#8217;Aquila piange la prematura scomparsa di <strong>Marialaura Narducci,</strong> stimata insegnante di inglese di 57 anni presso una scuola a Sassa. Prima tra i tre figli del noto giornalista <strong>Mario Narducci,</strong> Maria Laura lascia un vuoto incolmabile nella comunità educativa e oltre, grazie al suo spirito gentile e alla sua infinita disponibilità.</p>



<p>Su sua esplicita volontà, espressa nel testamento biologico, gli organi di <strong>Marialaura Narducci</strong> saranno donati, permettendo così di salvare altre vite. Un gesto di solidarietà che riflette la sua vita, dedicata al servizio e all&#8217;insegnamento.</p>



<p>In questo momento di profondo dolore, la redazione del nostro giornale si unisce al cordoglio della famiglia Narducci, esprimendo le nostre più sentite condoglianze con sincero affetto.</p>



<p>I funerali si terranno domani lunedì 9 settembre alle ore 15:30 nella Chiesa di San Pio X al Torrione.</p>
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		<title>&#8220;Passione di Cristo, Passione dell&#8217;Uomo&#8221;: la &#8220;Via Crucis dei Poeti 2023&#8221; all&#8217;Aquila</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Mar 2023 13:57:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Sotto il patrocinio del IAED, Istituto Aquilano di Abruzzesistica e Dialettologia, e dell’Associazione Culturale Italo-Tedesca “Gli amici di Rottweil”, la “Via Crucis dei Poeti 2023”, intitolata “Passione di Cristo, Passione dell’Uomo”, si terrà venerdì 31 marzo, dalle 16:00, nella Chiesa del Suffragio (o delle “Anime Sante”) all’Aquila. L&#8217;evento avrà inizio con un&#8217;introduzione del canonico Monsignor [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2023/03/30/passione-di-cristo-passione-delluomo-la-via-crucis-dei-poeti-2023-allaquila/">&#8220;Passione di Cristo, Passione dell&#8217;Uomo&#8221;: la &#8220;Via Crucis dei Poeti 2023&#8221; all&#8217;Aquila</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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<p>Sotto il patrocinio del <strong>IAED,</strong> Istituto Aquilano di Abruzzesistica e Dialettologia, e dell’Associazione Culturale Italo-Tedesca “Gli amici di Rottweil”,<strong> la “Via Crucis dei Poeti 2023”</strong>, intitolata “Passione di Cristo, Passione dell’Uomo”, si terrà <strong>venerdì 31 marzo, dalle 16:00</strong>, nella Chiesa del Suffragio (o delle “Anime Sante”) all’Aquila. </p>



<p>L&#8217;evento avrà inizio con un&#8217;introduzione del canonico Monsignor Daniele Pinton, e terminerà con la sua conclusione. Diversi letterati prenderanno parte alla Via Crucis, contribuendo con i propri versi a contrassegnare i vari momenti. Tra questi vi saranno: <strong>Liliana Biondi, Roberto Biondi, Giancarlo Bozzetta, Clara Di Stefano, Marilena Ferrone, Annamaria Giancarli, Carla Gonnelli, Sandra Ludovici, Maria Rita Magnante, Franco Narducci, Mario Narducci, Maria Silvia Reversi, Eugenia Tabellione, Gianna Vespaziani.</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2023/03/30/passione-di-cristo-passione-delluomo-la-via-crucis-dei-poeti-2023-allaquila/">&#8220;Passione di Cristo, Passione dell&#8217;Uomo&#8221;: la &#8220;Via Crucis dei Poeti 2023&#8221; all&#8217;Aquila</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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		<title>Perdonanza Celestiniana 2022: il premio La Croce di Celestino al giornalista Mario Narducci</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Aug 2022 09:48:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Al giornalista e scrittore Mario Narducci, sabato 27 agosto, presso l’Auditorium del Parco in L&#8217;Aquila, verrà consegnato il Premio &#8220;La Croce di Celestino&#8221;, a cura del Lions Club L&#8217;Aquila. Alla cerimonia di consegna prenderanno parte Donatella Giuliani, Alessandro Scafati, Francesca Ramicone, il sindaco Pierluigi Biondi, il vice presidente del Consiglio regionale e presidente del Consiglio [&#8230;]</p>
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<p>Al giornalista e scrittore <strong>Mario Narducci</strong>, sabato 27 agosto, presso l’Auditorium del Parco in L&#8217;Aquila, verrà consegnato il Premio <strong>&#8220;La Croce di Celestino&#8221;</strong>, a cura del Lions Club L&#8217;Aquila.</p>



<p>Alla cerimonia di consegna prenderanno parte <strong>Donatella Giuliani</strong>, <strong>Alessandro Scafati</strong>, <strong>Francesca Ramicone</strong>, il sindaco <strong>Pierluigi Biondi</strong>, il vice presidente del Consiglio regionale e presidente del Consiglio comunale, <strong>Roberto Santangelo</strong> e il presidente del Lions Club,<strong> Rocco Totaro</strong>.  L&#8217;evento sarà moderato da <strong>Patrizia Morgani</strong>.</p>
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		<title>Nuovi racconti in quarantena &#8211; Stazione Termini di Mario Narducci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Jan 2021 20:03:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Improvvisamente mi si parò davanti. Una folgorazione quasi. Una materializzazione tanto assurda quanto affascinante. Io me ne stavo seduto su una panchina di Stazione termini in attesa che il miracolo si compisse: che da Piazza Esedra, dopo tre giorni di fame e di sonno sotto le stelle di agosto, giungesse finalmente il plico di mio [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div dir="auto">Improvvisamente mi si parò davanti. Una folgorazione quasi. Una materializzazione tanto assurda quanto affascinante. Io me ne stavo seduto su una panchina di Stazione termini in attesa che il miracolo si compisse: che da Piazza Esedra, dopo tre giorni di fame e di sonno sotto le stelle di agosto, giungesse finalmente il plico di mio padre con il denaro richiesto e un panino per rifocillarmi e tornare a casa con l’autobus della linea Pacilli. E con un sogno naufragato, quello della pubblicazione del mio primo libro di poesie, ingenuo fin nel titolo almeno quanto la mia età: diciassette anni affidati ai versi della “Veranda dei sogni”, che mai vedrà la luce se non per qualche brano salvato e pubblicato oltre vent’anni dopo.</div>
<div dir="auto">L’uomo dunque mi si parò davanti all’improvviso ma non cercava interlocuzione alcuna. La barba lunga che non vedeva taglio da secoli, una bustina militare calzata sopra una selva di capelli che si confondevano con la barba, un pastrano militare lacero e bisunto, assai generoso con la sua esile corporatura, un paio di scarponi slabbrati e su tutto un sorriso meraviglioso che affiorava tra l’intrico del pelame abbondante. Aprì il pastrano e prese a cercare qualcosa tra le tasche della giacca che non aveva più forma. Nel taschino esterno, nelle due tasche laterali, nella mariola di destra, in quella di sinistra. Ciascuna tasca era perquisita con lentezza serafica e passando da una tasca all’altra, appena appena affiorava rammarico sul suo volto, ché tanto la speranza insisteva ancora, chiusa nelle tasche da perquisire dei pantaloni e infine del pastrano. Fu una ricerca minuziosa, attenta; e quando non rimase che il pastrano apparve anche un filo di tigna negli occhi incaponiti. Poi finalmente il suo sguardo si illuminò. In fondo in fondo, nell’estremo angolino di destra del pastrano, finalmente trovò quel che cercava e lo portò alla luce: un mozzicone di sigaretta finito lì dalla tasca senza fodera ormai. Se lo portò alle labbra con una luce soddisfatta negli occhi, lo baciò, lo strinse tra i denti come se non volesse farselo sfuggire. E fu allora che mi venne incontro: “a dotto’, che c’hai un cerino?” disse con voce comunque gentile. Gli allungai la mano con l’accendino acceso, respirò con voluttà le prime boccate, mi guardò lieto per ringraziarmi e alla terza boccata, che precedeva di poco la fine del mozzicone, alzò gli occhi al cielo e sospirò: “ma che vuoi di più dalla vita!” E disparve così com’era apparso.</div>
<div dir="auto">Erano tre giorni che vivevo tra i barboni di Stazione Termini, ma non lo avevo mai visto.</div>
<div dir="auto">Avevo diciasssette anni. Nel collegio dei miei studi m’ero lanciato a scrivere poesie dietro le maliarde letture che ci faceva un frate di Tollo in Abruzzo. D’Annunzio tra tutti, di cui sapevo a mente La sera fiesolana e La pioggia nel Pineto. E poi Foscolo con i sepolcri interi imparati a memoria. E Quando lui esclamava “O bella musa, ove sei tu, non sento/ spirar l’ambrosia, indizio del tuo nume/ tra queste stanze ov’io siedo e sospiro/ il mio tetto materno”, era estasi pura ed io dentro di me già mi sentivo poeta. Così come già mi sentivo scrittore quando in calce ai temi lunghi anche due quaderni interi mi ritrovavo un dieci, come firma alle numerose postille che testimoniavano la sua accurata lettura. E pensare che fino ad allora io mi definivo “stitico”, ma lui mi sbloccò: “quando scrivete non pensate a chi vi legge, mettete giù tutto ciò che vi passa nella mente, non abbiate paura di esporvi al giudizio altrui”.</div>
<div dir="auto">Uscito dal collegio raccolsi i miei scritti, ne feci un fascicolo, e con “La veranda dei sogni” gli detti anche un titolo. Convinsi i miei che dovevo pubblicarlo e finalmente con diecimila lire in tasca partiti per Roma in cerca di un editore. Riuscii solo ad individuare la Curcio, ma non ebbi nemmeno il coraggio di suonare al campanello dell’azienda. Intanto i soldi s’erano ridotti al lumicino. Zia Pia, presso la quale alloggiavo a Sacrofano e che solitamente era molto generosa con noi nipoti quando andavamo da lei, questa volta dimenticò di mettermi in mano l’equivalente che avevo portato da casa. Con qualche spiccio in tasca la salutai e attraverso la Flaminia raggiunsi Piazza Esedra a piedi dove stavano gli autobus per l’Aquila. Consegno una lettera per mio padre all’autista di questo tenore: non ho più una lira, mandatemi qualcosa per tornare a casa. Con gli ultimi spicci comprai cinque castagne da un caldarostaio che stava all’angolo e quello fu il mio ultimo pasto, ché per tre giorni non toccai più cibo. Raggiunsi Stazione Termini che elessi a mio campo-base. Lì me ne stavo su una panchina sempre più affamato e macilento. Da qui mi spostavo alla stazione delle corriere, ma da casa nessuna risposta. A mezzanotte, quando chiudevano la stazione per le pulizie e i barboni venivano mandati fuori, anche io trovai la mia panchina tra i tigli giganti per prendere il mio sonno. Era agosto e si stava bene, fino a che una notte non mi passò accanto una pantegana grossa come un gatto e non riuscii a dormire più.Tornavo alla Stazione con passo sempre più incerto e da qui all’Esedra a ogni orario di autobus, ma nessuna risposta per me. Ero diventato leggero come un passero ma niente affatto ciarliero. Le mie gambe toccavano l’asfalto ma sembrava che lo sfiorassero appena. I morsi iniziali della fame s’erano mutati in una sorta di molgore allucinante. La mia mente era sempre più libera e chiara e all’ennesima risposta negativa del conducente, finalmente questi si accorse di avere ancora sul cruscotto la mia lettera, mai consegnata. Me la feci ridare e aggiunsi un post-scriptum: insieme ai soldi mandatemi un panino. La prima corriera del giorno dopo mi portò la sospirata manna. Afferrai il pacchetto, misi i soldi in tasca senza contarli, mi gettai vorace sul panino enorme con fette giganti di mortadella e finalmente sentii tornarmi le forze che stavano scemando. Alla prima corriera utile, presi posto e tornai a casa.</div>
<div dir="auto">C’erano tutte le condizioni perché quella esperienza che avrebbe dovuto farmi odiare ogni forma di scrittura con annessi editori, chiudesse per sempre la porta ai miei sogni giovanili. Ma per uno di quei casi strani della vita non accadde: la scrittura è diventata la mia professione come giornalista, e la poesia e la narrativa si sono radicati tanto in me da diventare la mia seconda anima. E quando ripenso al barbone di Stazione Termini, ricordo infine una lezione mai dimenticata. Che la felicità è fatta soprattutto di piccole cose. Magari anche di un mozzicone di sigaretta ritrovata nell’estremo lembo di un pastrano e che mentre lo respiri è in pienezza tutta la tua vita.</div>
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<div dir="auto" style="text-align: right;">Mario Narducci</div>
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		<title>Nuovi racconti in quarantena &#8211; Il mondo di Memena di Mario Narducci</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jan 2021 16:28:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il mondo era la nostra canzone. La voce spiegata, potente di Jimmy Fontana aveva il potere di trasportarci dove il nulla si mutava in vita. Le note altissime toccavano il soffitto a volta della casa di Via Garibaldi, il primo portone a sinistra, e ci ripiovevano addosso con leggiadria, nella consapevolezza che tutto potesse accadere, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div dir="auto">Il mondo era la nostra canzone. La voce spiegata, potente di Jimmy Fontana aveva il potere di trasportarci dove il nulla si mutava in vita. Le note altissime toccavano il soffitto a volta della casa di Via Garibaldi, il primo portone a sinistra, e ci ripiovevano addosso con leggiadria, nella consapevolezza che tutto potesse accadere, perfino che la bambina tredicenne si alzasse dal letto e prendesse a camminare, perché il cuore s’era ricomposto e gli atri non comunicavano più tra di loro mischiando il sangue e impedendole di respirare e camminare.</div>
<div dir="auto">Ma lei non si alzava, continuava a stare seduta nel suo letto del poco fiato e sembrava una regina di quelle di antiche tribù lontane e di favola, che governavano distese, attorniate da cortigiani e visitatori. Ma a differenza di quelle aveva sempre il sorriso sulle labbra bluastre, e gli occhi riderelli come quelli di tutti i ragazzi della sua età, anche se doveva limitare i movimenti all’essenziale, senza poterli rincorrere nel cortile o nella vicina piazzetta di Santa Maria Paganica.</div>
<div dir="auto">Mariolina ed io eravamo tra gli assidui al suo capezzale. Ci eravamo conosciuti a Lourdes nell’agosto del 1965. Pellegrina tra i malati barellati lei, che si recava al Santuario sperando in un miracolo, tra personale volontario noi (Mariolina Dama, giunta lì con il treno bianco delle Marche, ed io scout brancardier, approdato nella cittadella dei miracoli con il treno bianco abruzzese). Quando la conoscemmo lei era già in una corsia dell’Asile, l’ospedale che si apriva sull’immensa explanade delle processioni eucaristiche pomeridiane e aux flambeaux a sera calata, e sulla facciata gugliata della grande Basilica che guarda la linea delle fontanelle dell’acqua di Bernadette e le piscine rigeneranti della Siloe di Francia.</div>
<div dir="auto">Al suo fianco, in un lettino bianco come il suo, stava una bambina minuta di Pacentro, in provincia dell’Aquila, che non aveva mai poggiato i piedi per terra, ché non l’avrebbero retta. Memena era più grandicella della pacentrina. Ma bastò un’occhiata tra le due perché si intendessero a vita. Cos’hai? Le chiese Memena in un filo di fiato. Non posso camminare, le rispose Giuseppina, non ho mai camminato. Allora io sto meglio di te, fece di rimando la ragazza dal sangue mischiato e senza che nessuno stesse a suggerirglielo, da lì in poi non disse nemmeno più un’Ave per la propria guarigione, ma Rosari interi per la pacentrina che ci pensava lei a pregare per l’altra, in una gara di generosità che faceva sciogliere in lacrime di commozione gli angeli del cielo. Mariolina la conobbi davanti a quella distesa di lettini bianchi dell’Asile, una notte che eravamo di guardia e che ci ritrovammo a fianco dei lettini di Memena e Giuseppina. Memena ci guardava con gli occhi riderelli come se già avesse capito tutto prima di noi che non sapevamo ancora che ci saremmo innamorati.</div>
<div dir="auto">La storia di Memena è nel suo diario, custodito gelosamente dal Fratello Orlando Cetrullo. La sua famiglia si stabilì all’Aquila proveniente da Pescara, dove Memena era nata nel 1952. Una ragazza come tante, allegra, studiosa, curiosa della vita, fino a quella sera matrigna che a otto anni le sconvolse i giorni per sempre. Il diario, preciso, racconta ogni cosa. Il ritorno da scuola, la febbre alta che la colse improvvisa con un mal di testa orribile, il medico e la prima diagnosi ospedaliera: “comunicazione atriale con ipertensione polmonare”. La visita a Torino dal luminare Pofessor Dogliotti, che conferma la diagnosi non lasciando speranza alcuna ai genitori, ché la scienza chirurgica, allora, non consentiva ancora interventi riparatoririparatori di quel genere. Memena però comprende ogni cosa e sul diario silenzioso scrive: “Non voglio morire, voglio giocare, correre, voglio il sole”. Il poco sole che vedrà, da quel momento, sarà quello che passerà tra i vetri della finestra della sua stanza e poi quello di Lourdes, radioso come la grande particola eucaristica delle processioni. Capace di mutare i patimenti in gioia. A Lourdes Memena, per fioretto, dimentica di proposito di prendere le medicine per il suo cuoricino che già da solo non sarebbe arrivato lontano. Lo fa per la Pacentrina nella speranza di vederla camminare. Ma le due bimbe non avranno miracolo alcuno. Anche se come ogni anno vi saranno guarigioni riconosciute e segrete, sopratutto quelle dell’anima. Intanto la riderella su me e Mariolina aveva visto giusto. E quando la Dama, finito il turno, tornò in albergo, io non la lasciai andare sola nella notte. Sulla viuzza che attraversavamo c’era un bar aperto e fu lei a fare la prima mossa, mai riconosciuta quando da sposati gliela ricordavo e lei arrossiva ancora: mi offri un tè? Che cosa è un tè? Meno di un cioccolatino ma fu il più dolce preso mai. Non era nemmeno un apostrofo rosa tra le parole di amo, ma più semplicemente era l’amore che schiariva i vetri perché la luce entrasse tutta e non ci lasciasse più.</div>
<div dir="auto">Tornammo da Memena insieme, nella stanzetta ch’era il suo salotto, il giorno che Mariolina venne all’Aquila per ricambiare la visita ai miei genitori. Ci eravamo già scambiati gli anelli di fidanzamento, ma senza ufficialità. E ricordo che quando portai i miei genitori a conoscere i suoi, attraversando il Passo delle Capannelle per arrivare sulla litoranea che ci avrebbe condotti a Urbino, non esitai a tornare indietro per infilarmi al dito l’anello che avevo dimenticato. Diana, sua madre, ci accolse sollecita e affabile, pur stretta nel suo sempiterno dolore. Quando Memena ci vide insieme, gli occhi le si fecero furbi e le labbra bluastre sorridenti come a dire: io lo sapevo. Un anno dopo, il primo settembre, eravamo già marito e moglie. Continuammo a frequentarla assiduamente. Con noi c’erano Padre Andrea il Cappuccino e il responsabile abruzzese dei Foulard Blanche, Giovanni Santucci con i quali eravamo stati a Lourdes. Poi Mariolina restò incinta e un mese prima della nascita si recò ad Urbino per stare accanto a sua madre. Memena se ne tornò al cielo il 27 aprile del 1967. Il 23 maggio successivo nasceva Marialaura. Ma prima di lasciarci, Memena volle donarci il disco che ci faceva sentire nella sua stanza del lieto patire: Il Mondo di Jmmy Fontana. Quello che non si è fermato mai un momento, che la notte insegue sempre il giorno, ed il giorno verrà. E che per lei era una profezia. Fu il suo regalo di nozze. Il regalo di nozze della santarella dal sangue mischiato che sul diario scriveva: Sono davanti alla Grotta ed è inverosimile, non posso fare a meno di piangere. E ancora: Non c’è nulla di più bello al mondo, che addormentarsi con il nome di Maria sulle labbra.</div>
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<div dir="auto" style="text-align: right;">Mario Narducci</div>
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		<title>Nel Centenario della nascita di Papa Wojtyla un libro ricorda la visita in Polonia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Aug 2020 14:55:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Abruzzo]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura e Spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[I giorni che sconvolsero l’Europa dell’Est]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Narducci]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nell’anno centenario della nascita di Karol Wojtyla &#8211; San Giovanni Paolo II, esce in questi giorni il volume “I giorni che sconvolsero l’Europa dell’Est &#8211; Il primo viaggio di Wojtyla in Polonia” di Mario Narducci. Il fecondo poeta e scrittore aquilano, già vaticanista del quotidiano “il Popolo”, in questo interessante volume ricorda, attraverso i suoi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nell’anno centenario della nascita di Karol Wojtyla &#8211; San Giovanni Paolo II, esce in questi giorni il volume <strong>“I giorni che sconvolsero l’Europa dell’Est &#8211; </strong><strong>Il primo viaggio di Wojtyla in Polonia</strong><strong>”</strong> di <strong>Mario Narducci</strong>. Il fecondo poeta e scrittore aquilano, già vaticanista del quotidiano “<strong>il Popolo</strong>”, in questo interessante volume ricorda, attraverso i suoi reportage a seguito del pontefice, lo storico viaggio apostolico in Polonia di Giovanni Paolo II, nel giugno 1979. Narducci, che aveva già seguito gli ultimi anni di <strong>Paolo VI</strong>, è stato poi testimone diretto per un decennio delle visite apostoliche di <strong>Papa Wojtyla</strong> in tutto il mondo.</p>
<p><strong> </strong><strong>Domenica prossima</strong><strong> 30 agosto 2020,</strong> <strong>alle</strong> <strong>ore 17.30,</strong> <strong>Mario Narducci</strong> presenterà in anteprima il suo libro nell’ultimo appuntamento della Rassegna “<strong>Il Giardino Letterario</strong>”, organizzata dall’Associazione culturale “San Pietro della Ienca”, laddove è situato il primo Santuario dedicato a <strong>San Giovanni Paolo II</strong>, nel luogo dove il Papa polacco andò più volte a rinfrancarsi e a raccogliersi in meditazione, all’ombra del <strong>Gran Sasso</strong>, montagna che egli molto amava, forse perché gli ricordava i Monti Tatra.</p>
<p>All’evento interverranno <strong>Pasquale Corriere</strong>, presidente dell’Associazione culturale “San Pietro della Jenca”,<strong> Liliana Biondi</strong>, già docente all’Università dell’Aquila, <strong>Stefano Pallotta</strong>, presidente dell’Ordine dei giornalisti d’Abruzzo,<strong> Goffredo Palmerini</strong>, scrittore e giornalista, <strong>Angelo De Nicola</strong>, giornalista e scrittore, <strong>Luca Bergamotto</strong>, direttore dell’emittente televisiva LaqTV, <strong>Franco Narducci,</strong> attore e regista.</p>
<p>“L’incontro con lo scrittore Mario Narducci – scrive l’<strong>Associazione San Pietro della Jenca </strong>in una nota &#8211; chiuderà, con successo, la VII rassegna culturale “Il Giardino Letterario” che ha avuto l’obiettivo primario di contribuire a promuovere le attività culturali e sostenere la conoscenza turistica del territorio del Gran Sasso e della Città dell’Aquila. Intento dell’Associazione Culturale è proprio quello di promuovere, attraverso la cultura con ospiti di rilevanza nazionale, un turismo integrato e di qualità, favorendo ed esaltando la conoscenza delle specifiche peculiarità del territorio costituito dalla meravigliosa bellezza della montagna unitamente ai valori dei centri storici del territorio aquilano.”</p>
<p>Non casuale la data della presentazione, programmata proprio in coincidenza con la ricorrenza del <strong>40° anniversario</strong> della <strong>visita apostolica di Papa Giovanni Paolo II a L’Aquila, il 30 agosto 1980</strong>, quando il Santo Padre celebrò la Santa Messa all’esterno della <strong>Basilica di Santa Maria di Collemaggio</strong>, dopo aver visitato la <strong>Basilica di San Bernardino</strong>, il <strong>traforo del Gran Sasso</strong> e il <strong>Santuario di Roio</strong>.</p>
<p>Il volume “I giorni che sconvolsero l’Europa dell’Est” di <strong>Mario Narducci</strong>, pubblicato da IAED Edizioni, riporta molte immagini e in Appendice tutti i discorsi e le omelie pronunciate da <strong>Giovanni Paolo II</strong> in quella storica visita apostolica <strong>dal 2 al 10 giugno 1979</strong>. Reca inoltre la Presentazione di <strong>Stefano Pallotta</strong> e la Prefazione di chi scrive. Si riporta qui integralmente per dare meglio un cenno sull’opera di Mario Narducci, davvero molto interessante.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Goffredo Palmerini</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2020/08/28/nel-centenario-della-nascita-di-papa-wojtyla-un-libro-ricorda-la-visita-in-polonia/">Nel Centenario della nascita di Papa Wojtyla un libro ricorda la visita in Polonia</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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		<title>Racconti in quarantena &#8211; Il ciabattino di Clemente Rebora di Mario Narducci</title>
		<link>https://www.improntalaquila.com/2020/07/11/racconti-in-quarantena-il-ciabattino-di-clemente-rebora-di-mario-narducci/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Jul 2020 09:26:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IN RILIEVO]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti in quarantena di Mario Narducci]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Narducci]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti in quarantena]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti in quarantena - Il ciabattino di Clemente Rebora]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Dall’immagine tesa/ vigilo l’istante /con imminenza di attesa – e non aspetto nessuno: nell’ombra accesa /spio il campanello /che impercettibile spande/ un polline di suono – e non aspetto nessuno: fra quattro mura /stupefatte di spazio /più che un deserto /non aspetto nessuno”. Il Poeta leggeva in un soffio di respiro che a tratti pareva [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2020/07/11/racconti-in-quarantena-il-ciabattino-di-clemente-rebora-di-mario-narducci/">Racconti in quarantena &#8211; Il ciabattino di Clemente Rebora di Mario Narducci</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“Dall’immagine tesa/ vigilo l’istante /con imminenza di attesa – e non aspetto nessuno: nell’ombra accesa /spio il campanello /che impercettibile spande/ un polline di suono – e non aspetto nessuno: fra quattro mura /stupefatte di spazio /più che un deserto /non aspetto nessuno”.</p>
<p>Il Poeta leggeva in un soffio di respiro che a tratti pareva smorzarsi e sembrava una candela al limite della confittura nella bugia, quando la fiammella oscilla ancora un poco, nell’ultima goccia di cera, e poi si spenge. Aveva scritto quella poesia sull’orlo della conversione, quando ancora il battesimo non gli aveva rinnovata l’anima, e la leggeva al ciabattino del convento che sapeva poco o nulla di scuola ma che l’anima l’aveva innocente come un bambino e che perciò comprendeva ogni parola di quella che era una delle più belle liriche della spiritualità cristiana del nostro tempo e forse d’ogni tempo.</p>
<p>“Ma deve venire; verrà, se resisto, a sbocciare non visto, quando meno l’avverto: verrà quasi perdono /di quanto fa morire”.</p>
<p>C’erano gli echi dei fuochi inesausti che bruciavano di passione la mistica di Avila, senza consumarla, “muoio perché non muoio” e il ciabattino pareva struggersi perché conosceva sulla propria pelle e nella propria anima la tenera travolgenza di un amore che era miele e tormento, pianto ed estasi e che lo metteva in pace senza dargli mai pace.</p>
<p>“Verrà a farmi certo /del suo e mio tesoro, /verrà come ristoro /delle mie e sue pene, /verrà, forse già viene /il suo bisbiglio.”</p>
<p>Era la poesia dell’attesa, quella che per un cristiano è un avvento perenne. Il tempo di un cammino che non ha tempo perché sfocia e si placa nell’eternità. Ma per il ciabattino che ascoltava era anche il tempo dell’attesa in questo tempo: un sogno folle dal quale veniva allontanato ogni volta che pareva toccarlo con mano: perché Elia Bellebono, senza scuole e per di più senza latino, aveva un desiderio solo nella vita ed era quello di diventare sacerdote. Studi fino alla terza elementare a Cividale al Piano, nel bergamasco, dov’era nato nell’ottobre del 1912. Poi basta, perché bisognava guadagnarsi il pane e la famiglia era numerosa. Finché se lo prese la guerra, per operare in un ospedale da campo in Albania.</p>
<p>A 27 anni assilla il parroco con il suo sogno e questi scrive ai Francescani, ai Gesuiti e ai Domenicani: andrà nell’Ordine che per primo risponderà. La lettera che gli arriva per prima è dei Gesuiti che hanno sempre promosso la devozione al Sacro Cuore di Gesù che è la sua passione. Per lui è un segno. Lo prendono, ma come fratello laico e parte per il noviziato di Lonigo, in provincia di Vicenza, ma dopo un anno lo rispediscono a casa ritenendolo un visionario che dice di vedere e di parlare con Gesù che lo vuole sacerdote.</p>
<p>Riprende a fare il ciabattino, questa volta senza vincoli religiosi, nel convento dei Rosminiani di Stresa e qui incontra Clemente Rebora, con il quale, anche se più gjovane di lui, trova una intesa speciale. Il poeta e il ciabattino hanno il comune obbiettivo della santità.<br />
Il primo per realizzarlo ha lasciato tutto, il secondo non ha mai voluto avere nulla. La cultura alta, l’intelligenza più acuta, la poesia, si sposano con l’ignoranza, l’umiltà, la scarsa e sgrammaticata scrittura. Ma l’intesa spirituale è forte ed Elia trova in Clemente Rebora, ormai sacerdote, un consigliere spirituale che non tenterà mai di smorzare i suoi desideri ma li alimenterà. Basta sapere attendere che se è volontà di Dio tutto si realizzerà.</p>
<p>Alla morte di Rebora, Elia passa come ciabattino e portinaio nel convento di Domodossola, dove nel 1973 avrò la ventura di conoscerlo, dietro presentazione di Maria Teresa Bruscolini, una comune amica di Urbino. Nel convento di Domodossola abitava nell’appendice povera di un’ala dell’edificio, dove lavorava e prendeva riposo la notte, spesso disturbato da satana che gliele dava di santa (si fa per dire) ragione. E’ qui che più volte l’ho incontrato, qui che mi ha fatto molte confidenze.</p>
<p>Una Pasqua venne a trascorrerla nella mia casa di Verbania e fu per tutti una delle più belle che ricordi. Con il mio trasferimento a Roma i contatti si diradarono. Ma durante un mio soggiorno estivo ad Urbino, seppi che era stato accolto dal Vescovo di Fano e che, con una speciale dispensa circa la preparazione teologica, si stava avviando al sacerdozio nell’eremo camaldolese di Monte Giove, dove un’estate andai a trovarlo con l’amico urbinate Pompeo Boccolacci.</p>
<p>Fu ordinato dal cardinale Palazzini nell’aprile del 1977 e nelle sue vesti sacerdotali la sua figura negletta di ciabattino aveva acquistato grande solennità dei gesti e nella parola. Incominciò un apostolato frenetico in giro per l’Italia, spendendosi nel sacramento del confessionale, diffondendo la devozione al Sacro Cuore e adoperandosi per la costruzione di un Santuario che sta sorgendo a Ca’ Stacciolo di Urbino con tanto di casa d’accoglienza per i giovani universitari i cui problemi aveva a cuore.</p>
<p>Ma per don Elia Bellebono l’attesa era terminata. Morirà il 2 settembre del 1996, dopo 19 anni di sacerdozio, e a 84 anni di età, senza vedere l’inizio dei lavori ma solo l’approvazione della licenza edilizia. Come Mosè che la vide da lontano, senza mai entrare nella Terra Promessa. Perché ai grandi e ai santi non interessa raccogliere ma seminare. Di lui mi resta una foto della Pasqua di Verbania, un’altra nell’eremo di Monte Giove, e una della sua ordinazione con tanto di dedica sgrammaticata: “A Mario che gli voglio tanto bene”.</p>
<p style="text-align: right;">Mario Narducci</p>
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		<title>Racconti in quarantena &#8211; L&#8217;Estate dei cocomeri di Mario Narducci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jul 2020 16:53:33 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2020/07/07/racconti-in-quarantena-lestate-dei-cocomeri-di-mario-narducci/">Racconti in quarantena &#8211; L&#8217;Estate dei cocomeri di Mario Narducci</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’estate dei cocomeri, quell’anno, a Roma, si risolse tutta in una notte di follia. Trascorsa tra Monteverde e Montesacro, con la calura che ti si attaccava addosso con tutti i vestiti che portavi, leggeri ma sempre di troppo, il bicchiere di Frascati in eccesso, l’allegria di uno scapolato di ritorno per via delle mogli che stavano in vacanza, non pienamente convinte di lasciarci soli, io al giornale, il mio amico nel suo studio di pittore a Pontebianco. Era una di quelle notti romane che invitano a dormire all’aperto, sulla panchina di un parco, se vuoi, disteso sull’erba che è meglio, mentre il “venticello de Roma” t’accarezza il volto dandosi la voce, come nella fortunata canzone di Rascel, dall’Aventino, con quello del Gianicolo. Anche le stelle c’erano tutte; e c’erano, sotto l’alberi di un’altra canzone romanesca, le mille bocche che si baciavano, complice la luna che cresceva. Forse non era nemmeno proprio così, come nelle canzoni, ma l’atmosfera c’era tutta e, dietro l’angolo, c’era quella notte di irripetibile follia.<br />
Il mio amico Pittore era Domenico Colantoni, passato nel tempo dal surrealismo al realismo con i ritratti impietriti di coppie anche famose come quella del regista Robert Altman e le gigantesche nature morte sullo sfondo del Fucino, la sua terra d’origine. Amico di Moravia (al quale dedicò una mostra di successo) e De Chirico, protagonista del fermento culturale romano per almeno un trentennio a partire dagli anni settanta, conteso dai maggiori galleristi, frequentatore di scrittori e poeti quali Elio Pecora, recensito dai critici d’arte dei maggiori quotidiani e periodici italiani, richiesto da reali e capi di Stato all’estero, Colantoni aveva fatto della sua casa un salotto frequentato da artisti e letterati del tempo, tra i quali mi onoravo di figurare anch’io, di certo più nel nome della comune abruzzesità che per ingegno.<br />
Raggiunsi Ponte Bianco con i mezzi e l’idea iniziale era solo quella di stare a cena insieme, alla Fraschetta. Ma nessuno dei due all’uscita, baciato con malia dall’aria di Trastevere, riprese la via di casa e incominciammo a percorrere Roma a piedi come sbandati, soffermandoci con bramosia tra gli acquaroli di grattachecca e i banchi dei cocomerai che s’annunciavano di lontano con tremore chiaro di luci. A quei tempi, negli anni settanta, le strade di Roma ne erano ancora piene, a incominciare dai bordoponti del lungo Tevere. Originari tutti e due dell’Abruzzo aquilano, fummo subito allettati dai cocomerai. Non è forse il cocomero il frutto per eccellenza dell’estate, vivace nel colore, invitante nel rosso spaccato al mezzo e disteso a fette sui blocchi di ghiaccio? Non era il frutto dell’estate, il cocomero, quello che ci si portava dietro nelle gite fuori porta, che veniva tenuto al fresco nel fiume in attesa d’essere distribuito alla voracità arsurata dei presenti? Tutto questo era il cocomero, cui un detto dialettale aquilano attribuisce una triplice azione benefica a modico prezzo: “dieci lire la petaccia: ci magni, ci bii e ti ci lavi la faccia” (una fetta dieci lire, ci mangi, ci bevi e ti ci lavi la faccia). E fu sull’onda di questi ricordi d’infanzia, che riconquistammo quell’aria sbarazzina che ci portò per le vie di Roma, da Trastevere al Nomentano, stazionando puntualmente davanti a tutti i banchi dei cocomeri, per immergere il muso nelle fette rinfrescanti e sbrodolanti. Il cocomero appariva in quel momento come il massimo della trasgressione. Nessuno di noi che avesse pensato a infedeltà di sorta. C’era una specie di passione strana, forse anche compensativa, in quel gesto compiuto in apnea, come se la fetta di cocomero rappresentasse una immersione in acque profonde, dalle quali si riemergeva solo momentaneamente appagati per rituffarci in un nuovo perdimento. Era il cocomero l’amante di quella notte che ci avvolgeva nella furia del tradimento. E l’appagamento diventava allegria, spensieratezza, voglia di volare, di invadere il cielo con le nostre risate, di tirarci addosso le stelle con i nostri canti impazziti, di toccare la luna con l’indice puntato là dove lei tremolava tra la serigrafia dei rami in controluce, che potevi contarne le foglie ad una ad una, anche se il respiro che le muoveva ti faceva ricominciare ogni volta da capo. A Piazza Esedra l’orchestrina estiva del bar parve accompagnare la nostra follia. Sempre a piedi raggiungemmo Porta Pia cantando alle cento penne dei bersaglieri, per fare subito sosta al primo cocomeraio della dirittura nomentana. Una, due, tre soste fino alla Batteria. Una passione vorace ogni volta nuova e fino in fondo assaporata. Dieci, venti fette? Nemmeno la voglia di contarle, solo intuirle, magari, dalla cintura dei pantaloni che progressivamente s’era costretti ad allargare. A Via Val Chisone, dove abitavo, sembravamo due ubriachi che non hanno voglia d’altro se non di letto per smaltire la sbornia, e così fu. Era il quattordici di agosto del 1977. L’indomani il giornale sarebbe stato a ranghi ridotti perché tanto a ferragosto non succede mai nulla. E invece successe. Proprio nel giorno di ferragosto, Herbert Kappler, colui che individuò il rifugio di Mussolini a Campo Imperatore, consentendo l’Operazione Quercia per liberarlo; il sanguinario responsabile dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, fugge dall’ospedale militare del Celio, dov’era ricoverato, coadiuvato dalla moglie che aveva sposato da ergastolano. Una fuga rocambolesca e mai chiarita che gli permise di raggiungere la Germania e della quale la moglie Anneliese fornì in seguito versioni contrastanti: nella prima il marito sarebbe stato accompagnato fuori come un normale visitatore; nella seconda sarebbe stato calato con una corda dalla finestra della sua stanza, entro una grossa valigia. Tutto avvenne nel mistero di una sorveglianza inesistente e forse con qualche connivenza altolocata. La verità non è mai venuta alla luce. Toccò a me lavorare su questo fatto oscuro di cronaca, che costò le dimissioni al ministro della difesa Lattanzio, anche nei giorni successivi. E fu la mia estate. Goduta appena per una notte. La notte folle dei cocomeri. Appunto.</p>
<p style="text-align: right;">Mario Narducci</p>
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