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	<title>NASA Archivi - L&#039;Impronta L&#039;Aquila</title>
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		<title>Fine di un&#8217;alleanza: Trump e Musk ai ferri corti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Jun 2025 19:41:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Non ci sono amici permanenti, né nemici permanenti, ma solo interessi permanenti.&#8221;— Lord Palmerston La rottura ormai esplicita tra il presidente Donald Trump e Elon Musk segna la&#8230;</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>&#8220;Non ci sono amici permanenti, né nemici permanenti, ma solo interessi permanenti.&#8221;</em><br>— Lord Palmerston</p>



<p class="wp-block-paragraph">La rottura ormai esplicita tra il presidente Donald Trump e Elon Musk segna la fine — e forse anche la definitiva implosione — di un rapporto mai formalizzato, ma che per lungo tempo è stato osservato con attenzione da analisti politici, investitori e leader d&#8217;opinione. Quello tra il tycoon della politica e il tycoon della tecnologia non è mai stato un sodalizio ideologico: era piuttosto un&#8217;intesa fondata su interessi convergenti, una danza di potere e visibilità che ha funzionato finché i reciproci vantaggi lo permettevano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ora che la convergenza si è spezzata, lo scontro è diventato diretto, personale, e destinato ad avere conseguenze profonde. Al centro della disputa: la nuova proposta fiscale dell&#8217;amministrazione Trump, che prevede incentivi per le industrie tradizionali, tagli per i programmi ambientali, e in particolare lo smantellamento progressivo dei sussidi per i veicoli elettrici — pilastro fondamentale del modello di business di Tesla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Elon Musk non ha usato mezzi termini, bollando la manovra come &#8220;una disgrazia&#8221;, &#8220;un suicidio industriale&#8221; e &#8220;una dichiarazione di guerra all&#8217;innovazione americana&#8221;. Le sue parole hanno fatto il giro dei media, provocando la reazione furiosa del presidente Trump, che ha pubblicato un messaggio su Truth Social accusando Musk di ingratitudine: &#8220;Ha costruito il suo impero con i soldi dei contribuenti. Senza il sostegno del governo, non sarebbe nessuno.&#8221;</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;affondo non è privo di fondamento. Secondo i dati più recenti, le imprese guidate da Musk — Tesla, SpaceX, SolarCity, The Boring Company — hanno ricevuto nel corso degli anni <strong>oltre 38 miliardi di dollari</strong> in fondi pubblici. Questi includono prestiti agevolati, incentivi fiscali, crediti ambientali, contratti federali e sovvenzioni dirette. Solo SpaceX ha attualmente in corso accordi con NASA e Dipartimento della Difesa per un valore complessivo superiore ai 20 miliardi di dollari. Tesla, dal canto suo, è stata per anni uno dei principali beneficiari degli incentivi federali per l&#8217;acquisto di auto elettriche e ha tratto enormi profitti dalla vendita di crediti a competitor del settore automobilistico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il tempismo della rottura, però, aggrava ulteriormente la posizione di Musk. <strong>Tesla è nel mezzo di una delle peggiori crisi della sua storia</strong>: il titolo ha perso quasi un quarto del suo valore da inizio anno, con una caduta del 10% solo nell&#8217;ultima settimana. Le vendite rallentano in Europa e Nord America, i margini si assottigliano sotto la pressione dei produttori cinesi, e il mercato inizia a dubitare della capacità dell&#8217;azienda di mantenere il suo vantaggio competitivo nel settore EV. Il distacco da Washington — e in particolare dalla figura più potente del governo federale — rischia di peggiorare la situazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dal canto suo, Trump non mostra alcuna intenzione di riavvicinarsi. La sua politica è diventata ancora più imprevedibile e centralizzata rispetto al primo mandato. Se già tra il 2017 e il 2021 era emersa la sua inclinazione per le epurazioni improvvise e le ritorsioni verso chi lo contraddiceva, ora il presidente agisce con ancora maggiore disinvoltura, circondato da una cerchia ristretta e fedelissima. In questo secondo mandato, sembra voler riscrivere le regole del rapporto tra governo federale e grandi aziende, premiando i fedeli e punendo chi prende posizioni divergenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel frattempo, l&#8217;influenza internazionale degli Stati Uniti sotto Trump si sta rivelando debole e contraddittoria. Sui fronti caldissimi di <strong>Ucraina e Gaza</strong>, la sua amministrazione si è distinta per ambiguità e per un atteggiamento spesso passivo. Gli appelli alla &#8220;pace immediata&#8221; si sono rivelati privi di efficacia diplomatica, mentre i negoziati multilaterali lo hanno visto isolato rispetto a partner europei e attori regionali. L&#8217;incapacità di incidere concretamente nei due teatri di guerra più drammatici del momento sta contribuendo a minare la credibilità della leadership statunitense, proprio mentre Trump concentra la sua attenzione su guerre intestine e nemici interni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo contesto, la figura di Elon Musk — imprenditore non allineato, libertario, spesso sopra le righe — rappresenta per Trump un ostacolo. E allo stesso tempo, Musk pare intenzionato a giocare una partita propria, sempre meno interessato a schierarsi con una parte politica precisa. Negli ultimi mesi, ha lanciato segnali anche verso candidati indipendenti, ha criticato l&#8217;establishment repubblicano, e si è spinto a evocare la necessità di una nuova forza politica &#8220;progresso-centrica&#8221;, capace di superare il bipolarismo USA.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La loro frattura non è solo personale. Rappresenta simbolicamente la tensione crescente tra la politica tradizionale, sempre più reattiva e imprevedibile, e il mondo dell&#8217;innovazione, che vorrebbe certezze regolatorie e investimenti stabili ma che finisce spesso per scontrarsi con le logiche del potere politico. È anche uno specchio della fragilità delle relazioni pubblico-private negli Stati Uniti contemporanei, dove partnership miliardarie possono dissolversi in un tweet.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La relazione Trump-Musk, mai del tutto trasparente ma per anni funzionale, ora è diventata terreno di scontro aperto. E come insegna la realpolitik — e come ammoniva Lord Palmerston — in un mondo dominato dagli interessi, ogni alleanza è contingente, ogni intesa è reversibile.<br>E nulla, nemmeno tra i due uomini più potenti e mediatici d&#8217;America, dura per sempre.</p>



<p class="has-text-align-right wp-block-paragraph">Carlo Di Stanislao</p>
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		<title>Clima: settembre 2020 il più caldo di sempre per il mondo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Oct 2020 18:51:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ecologia - Ambiente]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Settembre 2020 e&#8217; stato il settembre piu&#8217; caldo di sempre per il Pianeta, o almeno dal 1880, cioe&#8217; da quando la NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration, l&#8217;agenzia agenzia federale Usa che si occupa di oceanografia, meteorologia e climatologia) tiene i registri delle temperature.<br />
La differenza di temperatura media globale registrata a settembre 2020 dalla media sulle superfici terrestri e oceaniche e&#8217; stata la piu&#8217; alta da 141 anni, insomma.<br />
La temperatura globale della superficie terrestre e oceanica di settembre 2020 e&#8217; stata la piu&#8217; alta di tutti i settembre ed e&#8217; risultata 0,97 gradi sopra la media del 20mo secolo, che e&#8217; di 15 gradi. Tale valore ha superato la seconda temperatura piu&#8217; alta di settembre registrata nel 2015 e 2016 di 0,02 gradi, confermando che le temperature record vengono registrate in anni sempre piu&#8217; ravvicinati.<br />
Settembre 2020 &#8211; avverte infatti la NOAA &#8211; e&#8217; il 44mo settembre consecutivo e il 429mo mese consecutivo con temperature, almeno nominalmente, superiori alla media del XX secolo.<br />
I 10 settembre piu&#8217; caldi, inoltre, si sono verificati tutti dal 2005. I sette settembre piu&#8217; caldi si sono verificati negli ultimi sette anni (2014-2020).</p>
<p>Il distacco dalla media della temperatura della superficie terrestre e oceanica dell&#8217;emisfero australe di settembre 2020 e&#8217; stata la piu&#8217; alta mai registrata a 0,70 gradi sopra la media, spiega la NOAA, superando il record precedente stabilito da settembre 2015, 2017 e 2018 di 0,01 gradi. Nel frattempo, l&#8217;emisfero settentrionale ha registrato il terzo settembre piu&#8217; caldo mai registrato, con una distacco combinato della temperatura della superficie terrestre e oceanica dalla media di 1,21 gradi. L&#8217;Europa ha avuto il suo settembre piu&#8217; caldo mai registrato, con una differenza di temperatura dalla media di + 2,33 gradi. Questo ha superato il record precedente stabilito nel 2018 di 0,22 gradi. Sud America, Asia e Oceania hanno messo in archivio il loro secondo settembre piu&#8217; caldo mai registrato. Lo scorso settembre temperature piu&#8217; calde della media si sono registrate in gran parte del globo, con i maggiori aumenti di temperatura rispetto alla media in aree dell&#8217;Oceano Pacifico settentrionale, Canada sudoccidentale, Stati Uniti contigui occidentali, Sud America, Europa, nord e sud-est Asia, Australia e Antartide, dove le temperature sono state di almeno 1,5 gradi sopra la media. Condizioni piu&#8217; fresche della media si sono invece limitate a aree della Groenlandia e del circostante Oceano Atlantico, del Canada orientale, degli Stati Uniti orientali, dell&#8217;Oceano Pacifico tropicale orientale e centrale, dell&#8217;Oceano Indiano meridionale e della parte occidentale dell&#8217;Asia e dell&#8217;Africa settentrionale.</p>
<p>A settembre 2020 l&#8217;estensione media del ghiaccio marino artico di settembre e&#8217; risulta la seconda piu&#8217; piccola per il mese settembre mai registrata, segnala la NOAA, con 961.000 miglia quadrate (38,8%) al di sotto della media 1981-2010, secondo l&#8217;analisi del National Snow and Ice Data Center (NSIDC) utilizzando i dati di NOAA e NASA. Solo settembre 2012 ha avuto un&#8217;estensione minore. Il 15 settembre, l&#8217;estensione del ghiaccio marino artico ha raggiunto la sua estensione annuale minima di 1,44 milioni di miglia quadrate, che e&#8217; la seconda estensione minima piu&#8217; piccola mai registrata, dietro il 17 settembre 2012. Le 14 estensioni annuali minime piu&#8217; piccole si sono verificate negli ultimi 14 anni . L&#8217;estensione del ghiaccio marino antartico durante settembre 2020 e&#8217; stata invece superiore alla media a 7.25 milioni di miglia quadrate. Questa e&#8217; stata la 13ma estensione piu&#8217; grande del ghiaccio marino antartico a settembre nel registro satellitare che data 42 anni. Secondo il NSIDC, l&#8217;Antartide potrebbe aver raggiunto la sua estensione massima annuale il 28 settembre, quando ha toccato i 7,32 milioni di miglia quadrate.</p>
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		<title>Spazio. Fadji Maina, un&#8217;ingegnere nigerina alla Nasa</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Sep 2020 15:56:56 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Scienza e medicina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fadji Maina ha 29 anni, e&#8217; un&#8217;ingegnere specialista in idrologia, lo studio delle caratteristiche fisiche e chimiche dell&#8217;acqua, ed e&#8217; la prima scienziata nigerina a lavorare per la&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Fadji Maina ha 29 anni, e&#8217; un&#8217;ingegnere specialista in idrologia, lo studio delle caratteristiche fisiche e chimiche dell&#8217;acqua, ed e&#8217; la prima scienziata nigerina a lavorare per la Nasa, l&#8217;agenzia spaziale del governo degli Stati Uniti.<br />
Originaria della citta&#8217; di Zinder, la seconda piu&#8217; grande del suo Paese, ha iniziato a lavorare negli uffici di Washington il 27 agosto. La chiamata dell&#8217;agenzia ha coronato un percorso accademico cominciato in un liceo nigerino e culminato con un dottorato nell&#8217;universita&#8217; californiana di Berkeley, trampolino di lancio per la Nasa. Un lungo viaggio, attraversato senza mai dimenticare Zinder, 235.000 anime nel cuore del Sahara. &#8220;Sono cresciuta in un ambiente dove il rapporto con l&#8217;acqua era molto problematico &#8211; ha detto alla stampa locale la scienziata &#8211; questo mi ha incoraggiato a studiare idrologia e a voler saperne di piu&#8217; sulle molecole d&#8217;acqua&#8221;.<br />
Maina, che ha ricevuto una telefonata di congratulazioni anche dal presidente nigerino Mahamadou Issoufou, ha intenzione di diventare un esempio per le sue connazionali piu&#8217; giovani. &#8220;Diro&#8217; loro di non lasciarsi andare se qualcuno dice che una persona del Niger, peggio ancora una giovane ragazza, non potrebbe fare qualcosa del genere&#8221; ha sottolineato l&#8217;ingegnere. &#8220;Credete in voi stesse e trovate un ambiente che vi supporti&#8221;.<br />
Maina e&#8217; stata inserita dalla rivista statunitense Forbes tra i 30 giovani da seguire nel mondo della scienza.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2020/09/08/spazio-fadji-maina-uningegnere-nigerina-alla-nasa/">Spazio. Fadji Maina, un&#8217;ingegnere nigerina alla Nasa</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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		<title>‘Il diritto di contare’, l’8 marzo al cinema. Donne nere che hanno fatto grande la Nasa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Mar 2017 12:28:44 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2017/03/06/il-diritto-di-contare-l8-marzo-al-cinema-donne-nere-che-hanno-fatto-grande-la-nasa/">‘Il diritto di contare’, l’8 marzo al cinema. Donne nere che hanno fatto grande la Nasa</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>‘Il diritto di contare’ è la storia di <strong>emancipazione e coraggio</strong> di Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson. Donne e ‘negre’, come si definiscono. Soprattutto, persone di scienza che hanno contribuito alla corsa spaziale statunitense negli anni del furibondo testa a testa con l’Unione Sovietica. La loro storia (vera) è raccontata da Theodore Melfi nel film da <strong>tre nomination</strong> all’Oscar.</p>
<p>Nato nell’era obamiana e uscito nelle sale sotto la presidenza Trump- in Italia il film arriva l’8 marzo-, ‘Il diritto di contare’ mostra <strong>il passato oscuro degli Stati Uniti</strong>, quello in cui essere di colore significava avere posti riservati in fondo all’autobus, non poter usare la toilette dei bianchi, essere considerati invalicabilmente diversi sulla base del colore della pelle. Era mezzo secolo fa. In questo mondo fosco e ostile,<strong>Katherine, Dorothy e Mary si fanno largo grazie alle loro straordinarie capacità scientifiche nella Virginia segregazionista dei primissimi anni Sessanta</strong>: Jackson sarà la prima ingegnere donna nera della Nasa, Vaughn fu la prima responsabile afroamericana dell’agenzia spaziale statunitense, mentre Johnson è considerata la prima vera pioniera dei calcoli che permisero di mandare gli astronauti nello Spazio, quando sembrava poco più che una possibilità remota per gli Usa e il ‘nemico’ aveva già spedito Jurij Gagarin tra le stelle.</p>
<p><strong>Guarda  il trailer</strong></p>
<h4></h4>
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<p>Le loro vite si intrecciano alla Storia dello Spazio. Erano al lavoro al Langley Research Center della Nasa quando contribuirono al primo volo suborbitale di un astronauta a stelle e strisce. Lui era Alan Shepard, era il 5 maggio 1961. John Fitzgerald Kennedy era da poco presidente degli Stati Uniti e Martin Luther King era in prima linea per i diritti civili. Shepard faceva parte dei Mercury Seven, il gruppo di astronauti scelti dalla Nasa per i primi voli umani nello Spazio. Con lui John Glenn, interpretato nel film da Glen Powell. Fu lui, nel 1962 a diventare il primo statunitense a entrare in orbita intorno alla Terra, restando nello Spazio 4 ore e 55 minuti e compiendo tre orbite intorno al nostro pianeta, seguite da un rocambolesco rientro a Terra con il rischio che la capsula si incendiasse.</p>
<p>Il film, già premiato tre volte per il miglior cast, annovera diverse star. Il capo della divisione che si occupa del volo umano Al Harrison è<strong>Kevin Costner</strong>, l’algida dirigente Vivian Mitchell è <strong>Kirsten Dunst,</strong>mentre <strong>Jim Parsons</strong>– l’amatissimo Sheldon di Big Bang Theory – interpreta lo scienziato misogino Paul Stafford. Le tre protagoniste, sempre intense nella loro interpretazione, sono invece <strong>Taraji P. Henson</strong> (Katherine Johnson), <strong>Octavia Spencer</strong> (Dorothy Vaughan) e <strong>Janelle Monáe</strong> (Mary Jackson).</p>
<p>‘Il diritto di contare’ mostra “il ruolo <strong>determinante</strong> che tre donne giocano nell’America sessista degli anni Sessanta. Sono donne che si sono fatte valere<strong> per il merito</strong>“, ricorda Anna Sirica, direttrice generale dell’Asi. “E’ vero che” da allora “sono state fatte delle conquiste. <strong>Ma tante ancora ne mancano</strong>“.</p>
<p style="text-align: right;">Antonella Salini-Dire</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2017/03/06/il-diritto-di-contare-l8-marzo-al-cinema-donne-nere-che-hanno-fatto-grande-la-nasa/">‘Il diritto di contare’, l’8 marzo al cinema. Donne nere che hanno fatto grande la Nasa</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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		<title>Scoperto pianeta gemello terra: potrebbe essere possibile vita</title>
		<link>https://www.improntalaquila.com/2015/07/24/scoperto-pianeta-gemello-terra-potrebbe-essere-possibile-vita/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Marrelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jul 2015 08:55:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IN RILIEVO]]></category>
		<category><![CDATA[Scienza e medicina]]></category>
		<category><![CDATA[Kepler 452b]]></category>
		<category><![CDATA[NASA]]></category>
		<category><![CDATA[pianeta gemello]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Siamo soli nell’universo? Una domanda che tormenta gli esseri umani più o meno da quando questi hanno scoperto l’esistenza dell’universo stesso. Bene, da oggi, forse, siamo più vicini&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Siamo soli nell’universo? Una domanda che tormenta gli esseri umani più o meno da quando questi hanno scoperto l’esistenza dell’universo stesso. Bene, da oggi, forse, siamo più vicini ad avere una risposta a questa domanda. Il telescopio Keplero infatti ha scoperto che esiste un pianeta gemello della terra, che orbita intorno ad un proprio sole e sul quale potrebbe esservi vita. &#8220;E&#8217; una cosa che le persone hanno sognato per migliaia di anni&#8221;, ha scritto la Nasa nel comunicato utilizzato per annunciare la sensazionale scoperta.</p>
<p>Il pianeta, denominato <strong>Kepler 452b</strong>, è quasi della stessa dimensione della Terra si trova nella zona <strong>Goldilocks</strong>, ovvero <em>&#8220;un&#8217;area abitabile&#8221;</em> di un sistema stellare -dove, cioè, la vita è possibile perché non vi è troppo caldo o troppo freddo per escludere la presenza di acqua e la stella attorno alla quale orbita somiglia a una cugina anziana del nostro sole.</p>
<p>Da questo punto di vista, hanno affermato gli scienziati della Nasa, il pianeta, <strong>distante 1.400 anni luce</strong>, può offrire uno squarcio di conoscenza sul futuro della Terra. <strong>Un anno sulla &#8220;Terra 2.0&#8221; dura 385 giorni</strong>, con un&#8217;analoga alternanza tra giorno e notte. È uno dei dettagli diffusi nel corso della conferenza stampa della Nasa, durante la quale è stata annunciata la scoperta dell&#8217;esopianeta Kepler 452b.</p>
<p><em>&#8220;Oggi la Terra è un po&#8217; meno sola&#8221;,</em> ha annunciato il ricercatore dell&#8217;agenzia spaziale americana, <strong>Jon Jenkins</strong>. La distanza dal suo sole, molto simile a quella della Terra, fa sì che potrebbe ospitare vita, hanno spiegato gli scienziati. Il pianeta <em>&#8220;ha trascorso così tanto tempo orbitando nella stessa zona, 6 miliardi di anni, più a lungo della Terra&#8221;</em>. Dunque <em>&#8220;ha avuto tutto il tempo di ospitare vita&#8221;</em> e <em>&#8220;ciò offre tutte gli ingredienti e le condizioni per l&#8217;esistenza di vita</em>”, ha aggiunto Jenkins. La &#8220;Terra 2.0&#8221; è il 60 per cento più grande della &#8220;cugina&#8221; conosciuta e si trova nella costellazione del Cigno.</p>
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		<title>Il super rover nucleare Curiosity della Nasa conquista la superficie di Marte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Aug 2012 20:15:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e medicina]]></category>
		<category><![CDATA[conquista]]></category>
		<category><![CDATA[marte]]></category>
		<category><![CDATA[NASA]]></category>
		<category><![CDATA[nucleare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Le macchine stanno guadagnando terreno su di noi; giorno dopo giorno diventiamo sempre più servili nei loro confronti”(Samuel Butler, 1863). “Touchdown! Siamo di nuovo su Marte” – conferma&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“Le macchine stanno guadagnando terreno su di noi; giorno dopo giorno diventiamo sempre più servili nei loro confronti”(Samuel Butler, 1863). “Touchdown! Siamo di nuovo su Marte” – conferma entusiasta Allen Chen dal quartier generale della Nasa-JPL, nell’ovazione generale degli scienziati, tra urla, applausi, benedizioni e scariche liberatorie di adrenalina accumulata da sette anni. È il trionfo di Curiosity e della missilistica americana. Perché la nostra curiosità, giustamente premiata, non ha limiti nel segno dello spirito di Star Trek “per  andare arditamente là dove nessun uomo è mai giunto prima”. Nel giorno in cui si commemora il sessantasettesimo anniversario del bombardamento nucleare della città giapponese di Hiroshima (6 agosto 1945), dopo otto mesi e mezzo di volo interplanetario, il super rover nucleare Curiosity (Mars Science Laboratory, <a href="http://www.nasa.gov/">www.nasa.gov</a>) della Nasa-JPL, un Suv computerizzato di una tonnellata, armato di una pletora di videocamere 3D Full Hd e di esperimenti scientifici, dopo aver percorso 352 milioni di miglia nel gelido spazio siderale, ha attraversato indenne l’atmosfera del pianeta rosso “ammartando” dolcemente all’interno del cratere Gale dove oggi la temperatura è di meno 133 gradi Celsius. Il cuore di Curiosity batte di fuoco nucleare grazie al plutonio in grado di erogare per anni energia e calore al rover. Gli ecologisti, gli ambientalisti e i democratici europei prendano atto delle decisioni assunte dal presidente Obama e si mettano il cuore in pace perché il plutonio continuerà ad alimentare le missioni <a href="http://www.improntalaquila.org/wp-content/uploads/2012/08/mars-rover-curiosity-science.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-43332" title="mars-rover-curiosity-science" src="http://www.improntalaquila.org/wp-content/uploads/2012/08/mars-rover-curiosity-science-300x168.jpg" alt="" width="300" height="168" srcset="https://www.improntalaquila.com/wp-content/uploads/2012/08/mars-rover-curiosity-science-300x168.jpg 300w, https://www.improntalaquila.com/wp-content/uploads/2012/08/mars-rover-curiosity-science-156x88.jpg 156w, https://www.improntalaquila.com/wp-content/uploads/2012/08/mars-rover-curiosity-science.jpg 1024w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>spaziali automatiche della Nasa anche nel prossimo futuro. Né i pannelli solari né le pale a vento avrebbero potuto assicurare la sopravvivenza di Curiosity. Grazie alla libertà della ricerca e dell’impresa scientifica e tecnologica “made in Usa” (ce la sogniamo in Italia) frutto della collaborazione mondiale degli scienziati e degli ingegneri spaziali, ci attendono settimane, mesi ed anni di affascinanti scoperte. È il “Sol 1” per Curiosity secondo il computo del tempo marziano. La sonda nucleare Curiosity è atterrata su Marte alle ore 22:32 del 5 agosto (tempo della West Coast americana), all’una e 32 minuti (sulla East Coast) del 6 agosto 2012, ai piedi della montagna centrale che svetta sul cratere Gale fino alla quota di 5 chilometri. Alle tre del pomeriggio su Marte si consuma l’ennesima “invasione” dei terrestri. Ma non è facile raggiungere il pianeta rosso. Più della metà delle sonde e dei rover spediti dalla Terra su Marte hanno fatto una brutta fine, bruciando nell’atmosfera, finendo fuori rotta, impattando al suolo. Delle 39 missioni finora spedite soltanto 15 hanno avuto successo e 24 sono miseramente fallite. Alcune si sono letteralmente perse nello spazio cosmico. Ne sanno qualcosa i Russi. Curiosity, la più complessa impresa scientifica pubblica degli ultimi sette anni, ce l’ha fatta (<a href="http://www.jpl.nasa.gov/">http://www.jpl.nasa.gov/</a>). Dopo “sette minuti di autentico terrore”(le ultime 390 miglia percorse prima dell’atterraggio) vissuti al cardiopalma dai tecnici della Nasa-JPL nelle fasi finali dell’ingresso orbitale e della discesa automatica, il Mars Science Laboratory ha lanciato l’OK dalla superficie marziana del cratere Gale scavato da un asteoride tre miliardi di anni fa. Le prime foto indicano il pieno successo della missione e l’inizio di un’avventura meravigliosa che consentirà di esplorare il Gale Crater (155 Km di diametro) in lungo, in largo, in profondità e in quota, alla scoperta della vita e dei preziosi minerali marziani, un giorno utili alla razza umana per la conquista del pianeta rosso e degli altri mondi. Il chip con centinaia di migliaia di nomi, contenuto in Curiosity, garantirà l’immortalità a quei terrestri che hanno creduto alla missione costata 2,5 miliardi di dollari. Un trionfo tecnologico e finanziario americano che non ha precedenti nella storia dell’esplorazione spaziale. Pensate, tutto ebbe inizio nel 1942 a Chicago grazie al fisico italiano Enrico Fermi, premio Nobel, l’inventore del primo reattore a fissione nucleare “Pile-1”, la prima centrale elettronucleare della Storia, concepito per erogare energia di pace sulla Terra e nello spazio. Il settantesimo anniversario del 2 dicembre 1942 si avvicina e non può che essere celebrato nel modo migliore, facendo capire alle persone le ragioni del fuoco nucleare di pace: la salvezza della razza umana sulla Terra e un giorno, entro e non oltre il prossimo secolo, sugli altri mondi.<br />
La complessa procedura di “ammartaggio” del rover nucleare Curiosity è stata inventata appositamente per garantire la massima precisione possibile nella scelta del sito. La telemetria e i parametri orbitali, tenuti sono attenta osservazione dai tecnici del Jet Propulsion Laboratory della Nasa, indicavano da giorni la corretta corsa finale della sonda per il tuffo nell’atmosfera marziana lontana 154 milioni di miglia dalla Terra. Poi, 13.8 minuti dopo l’ultimo segnale lanciato nello spazio dal Mars Science Laboratory (tanto impiega la luce a coprire l’odierna distanza Terra-Marte) il rover confermava, attraverso l’orbiter americano Odyssey, l’avvenuto “touchdown”. La gioia degli scienziati è salita alle stelle. Un’impresa incredibile fino a poche ore prima, perché centrare il cratere Gale era come fare canestro sulla Terra lanciando una palla da centinaia di chilometri di distanza dal campo di giuoco! Il 6 agosto 2012 è davvero un gran giorno non soltanto per l’America e il popolo Usa, ma anche per il mondo intero desideroso di vincere la sfida della globalizzazione e della più grande crisi economica dal secondo dopoguerra. Per la collaborazione internazionale di scienziati, è l’ennesimo successo. Il rover Curiosity è stato costruito negli Usa. La medaglia d’oro è più che meritata. I complimenti del presidente Barack Hussein Obama la confermano. Ma non possiamo dimenticare gli scienziati e i tecnici delle altre nazioni partecipanti. Le prime immagini in bianco e nero trasmesse dalle Hazard Avoidance Cameras (Hazcams) di Curiosity, due ore dopo l’atterraggio, sono un messaggio chiaro e potente alle nazioni della Terra. L’elaborazione successiva ce le renderanno nei loro colori naturali marziani grazie al lavoro di tutti. La Google Mars Map sta già facendo il “miracolo” di trasmetterle sugli Ipad e i tablet del nostro mondo. All’orizzonte, verso nord-ovest, si osserva l’estrema falesia del cratere Gale. I ciottoli gelati di ghiaia ricoprono l’intera superficie del campo inquadrato. Scienziati come John Grotzinger, <em>project manager </em>del Mars Science Laboratory al California Institute of Technology di Pasadena (Usa) si chiedono giustamente da dove provenga tutta quella ghiaia. Ma questa è solo una delle tantissime questioni aperte che Curiosity dovrà investigare direttamente, subito prima della conquista umana, pubblica e privata, del pianeta rosso. Siamo appena agli inizi. Le altre videocamere del rover possono fornire immagini a colori ad altissima risoluzione. La sonda nucleare Curiosity è atterrata su Marte alle ore 22:32 del 5 agosto (tempo della West Coast americana), all’una e 32 minuti (sulla East Coast) del 6 agosto 2012, ai piedi della montagna centrale che svetta sul cratere Gale fino alla quota di 5 chilometri. Nei primi due anni della sua missione primaria Curiosity esplorerà la regione accertando, o meno, se le condizioni teoriche adatte alla vita microbica, inclusa la presenza degli elementi chimici primari, furono e/o sono disponibili su queste lontane terre. La missione è pubblica, sotto la diretta responsabilità del JPL per il Science Mission Directorate della Nasa in Washington. Il rover è stato ideato, progettato, sviluppato e costruito al JPL del Caltech. La specialità del cratere Gale è di aver conservate intatte le caratteristiche geologiche e le condizioni ambientali primitive di Marte. Qualunque cosa contenga è lì da tre miliardi di anni. Una sorta di congelatore naturale marziano pieno di tesori conservati, almeno fino all’arrivo dell’uomo con Curiosity, pronti per l’osservazione diretta. Per capire l’evoluzione del pianeta rosso e i possibili cambiamenti climatici ambientali, indotti o meno dall’uomo, non c’era sito migliore, tra i 50 preliminari, per l’atterraggio di Curiosity. Chiaramente i filosofi della scienza e i teologi potranno sbizzarrirsi nell’analisi della missione Nasa, facendo le pulci all’attività di Curiosity e degli scienziati nell’interpretazione dei dati raccolti. L’inquinamento prodotto dall’uomo su Marte è evidente. Abbiamo speditò lassù un bel cumulo di rifiuti hi-tech da quando spediamo rover sul pianeta rosso. Chissà, qualche batterio terrestre potrebbe essere sopravvissuto al volo interplanetario, inquinando così un ambiente alieno che si considera sterile per un sacco di ragionevoli motivi, non ultimi i micidiali raggi ultravioletti che colpiscono la superfiche di Marte. Il celebre astrofisico italiano Vincenzo Cerulli, scopritore dall’Osservatorio Astronomico di Teramo (Collurania) dell’Ipotesi Ottica delle Macchie di Marte che avrebbe dovuto porre fine all’eterna querelle sui canali marziani alieni vagheggiata dai suoi illustri colleghi del XIX-XX Secolo, Ipotesi totalmente ignorata dalle ultime pubblicazioni scientifiche (e didattiche) sul pianeta rosso, avrebbe di che ribattere inforcando le ottiche del famoso telescopio Cooke. Dopo decenni di studi dedicati alla geologia e all’idrologia di Marte, i planetologi vogliono cercare prove del fatto che in passato il pianeta rosso avesse condizioni adatte alla vita. Il rover Curiosity esplorerà il cratere Gale alla ricerca di composti organici per risolvere il dibattito decennale sul fatto che questi elementi possano o meno sopravvivere sulla superficie marziana. Il rover ha già stabilito numerosi primati: è stata la più grande sonda a entrare in un’atmosfera planetaria nel Sistema Solare; è stata la prima a usare una “gru volante” simile a un elicottero per far planare un carico; è il più sofisticato Laboratorio chimico automatizzato inviato dalla Terra su un altro pianeta. Centrare un’area su Marte larga 4&#215;12 miglia, non è stato semplice. Nulla del genere era stato finora tentato. I sette minuti di discesa della sonda non potevano essere controllati direttamente dalla Terra, per cui ci si è serviti dell’orbiter Mars Odyssey della Nasa per far dialogare le due navicelle, acquisendo poi i dati inviati da quest’ultima a Terra ed acquisite grazie alle potenti antenne radio dislocate negli Usa e in Australia. Quel che resta della sonda che ha trasportato Curiosity attraverso lo spazio, è oggi disseminato nei dintorni del sito d’atterraggio. Al lancio, era più grande di quella che trasportava gli astronauti della missione Apollo. Per cui la modalità con cui il rover Curiosity è atterrato, è stata concettualmente rilevante. La sequenza finale è stata senza precedenti. Il rover si è separato dai suoi sistemi di propulsione interplanetaria e di alimentazione. La capsula ha espulso blocchi di tungsteno per spostare il suo centro di massa e disporsi su una traiettoria pilotabile. È entrata nell’alta atmosfera marziana alla velocità ipersonica di circa 6 Km al secondo. Lo scudo termico in 24 secondi ha assorbito l’enorme energia termica della decelerazione risultante (3.800 gradi Fahrenheit) per poi consentire alla sonda di volare orizzontalmente perdendo il 90 per cento della velocità iniziale, mentre i razzi di spinta laterali guidati dal computer la indirizzavano, a 10-15 G, verso il cratere Gale imprimendole tutte le correzioni di rotta necessarie. Alla quota di 10 Km la sonda ha aperto un grande paracadute lungo 50 metri e con un diametro di 21.5 metri. La frenata ha decellerato ulteriormente la navicella ipersonica. A queste velocità può accadere di tutto: le variabili atmosferiche marziane sono tante e la fisica di come si gonfia e/o oscilla un paracadute è molto difficile da prevedere. Una volta aperto, la sonda si è separata dallo scudo termico, attivando il sofisticato sistema radar altimetrico per la rilevazione del suolo. A duemila metri di quota la navicella viaggiava a 100 metri al secondo, prossima alla velocità finale, la più bassa possibile per penetrare nell’atmosfera di Marte, ma ancora troppo elevata per atterrare. Curiosity, allora, si è sganciato dalla sezione della sonda-paracadute, rimanendo legato a un modulo di discesa che ne controllava l’atterraggio grazie agli otto razzi direzionali (due per ogni angolo) alimentati da idrazina. Sedici secondi prima del touchdown, a circa 20 metri di altezza dalla superficie di Marte, il rover nucleare Curiosity, finora impacchettato, è stato calato con tre cavi grazie a una configurazione nota come “gru volante” (sky crane) per poi essere adagiato dolcemente sulla superficie, con le ruote larghe 40 centimetri e le sospensioni totalmente dispiegate, alla velocità di 75 centimetri al secondo, meno di tre Km all’ora. Ha atteso due secondi per confermare di trovarsi su un terreno solido, prima di attivare diverse cariche esplosive per tagliare i cavi e il “cordone ombelicale” (dati) con il modulo di servizio. Lo stadio per la discesa alimentata, è volato via per schiantarsi a circa 450 metri di distanza da Curiosity. Altra spazzatura terrestre su Marte! Entro i prossimi due mesi il Laboratorio a bordo avrà analizzato i primi campioni di suolo e di roccia. Entro i prossimi due anni Curiosity inizierà l’ascesa del Monte Sharp alla ricerca dei più piccoli segni di vita presente o passata e dei composti del carbonio, i mattoni fondamentali della vita così come la conosciamo sulla Terra. Ma prima che quest’affascinante avventura abbia inizio, gli ingegneri della Nasa <a href="http://www.improntalaquila.org/wp-content/uploads/2012/08/il-pianeta-rosso-secondo-Curiosity.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-43333" title="il pianeta rosso secondo Curiosity" src="http://www.improntalaquila.org/wp-content/uploads/2012/08/il-pianeta-rosso-secondo-Curiosity-300x268.jpg" alt="" width="300" height="268" srcset="https://www.improntalaquila.com/wp-content/uploads/2012/08/il-pianeta-rosso-secondo-Curiosity-300x268.jpg 300w, https://www.improntalaquila.com/wp-content/uploads/2012/08/il-pianeta-rosso-secondo-Curiosity.jpg 681w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>dovranno testare molto attentamente, entro le prossime settimane, tutti i sistemi di Curiosity. La dotazione di strumenti è progettata per esaminare rocce, suolo ed atmosfera alla ricerca di indizi sul passato e sul presente degli ambienti abitabili. I sensori di Curiosity svolgono questo compito misurando la composizione chimica e mineralogica con diverse metodiche complementari. Le videocamere a colori registrano immagini in alta definizione dei paesaggi e della struttura di rocce e del suolo, alla ricerca di acqua. Una delle videocamere di bordo, montata sulla pancia del rover e puntata verso il basso, ha prodotto una ripresa delle fasi finali della discesa e dell’atterraggio su Marte. La stazione meteorologica misura le variabili ambientali elaborando rapporti giornalieri e realizzando la prima registrazione continua del meteo marziano che ogni giorno guiderà le operazioni del rover. Lo strumento “CheMin” proietta un fascio di raggi X attraverso le polveri fini per creare uno schema di diffrazione che consente di identificare minerali di ogni tipo. Gli spettroscopi montati sui lander precedenti erano più obsoleti perché consentivano di studiare solo minerali contenenti ferro. Lo spettrometro “APXS”(Alpha Particle X-ray Spectrometer) di Curiosity è in grado di determinare in situ la chimica di rocce e suolo. Il sensore di radiazioni monitora i raggi cosmici e la radiazione solare. Il braccio robotico, allungandosi fino a due metri, porta 30 Kg di attrezzature per effettuare perforazioni in profondità e polverizzare le rocce. Una serie di setacci speciali separa la polvere per gli strumenti del Laboratorio a bordo. Il potente laser “LIBS”, contenuto nella testa del rover, perfora le rocce e il suolo fino a sette metri di distanza, analizzandone la composizione chimica. Lo spettrometro per neutroni, sotto il rover, è concepito per andare alla ricerca di acqua nelle rocce e nei suoli marziani. La batteria nucleare è gelosamente custodita nel vano poppiero della sonda. A prua troviamo il Laboratorio con gli strumenti “SAM”(Sample Analysis at Mars) per effettuare analisi chimiche, cuocere la polvere in piccoli forni mediante combustione o solventi chimici per indurre il rilascio di gas. Che saranno poi analizzati dal gascromatografo/spettrometro di massa e dall’analizzatore di gas, alla ricerca di carbonio organico, come fecero i lander gemelli Viking della metà degli anni Settanta del XX Secolo, accendendo qualche speranza. Spetterà agli scienziati, non alla macchina, stabilire se eventuali composti organici scoperti da Curiosity siano di origine biologica o meno. “La Viking rimane finora l’unica missione governativa della Storia votata alla ricerca di vita extraterrestre che abbia avuto successo” – sostiene il professor Paul Davies nel suo libro “Uno strano silenzio – Siamo soli nell’Universo?”(Codice Edizioni, 2012). L’unica. Disinformazione scientifica permettendo. Perché “i media tendono a presentare tutte le esplorazioni marziane come parte della ricerca di forme di vita”. Oggi, dopo più di 30 anni, si cambia di nuovo registro e si fa sul serio come ai tempi delle Viking, a onore della Nasa? Come ci ricorda il prof. Davies, l’esperimento LR (Labelled Release), ossia “con rilascio di marcatori”, fu coronato da un grande successo presto dimenticato dai media. Lo “spettrometro di massa della Viking non trovò alcuna traccia di materiale organico, al contrario l’esperimento LR diede un risultato fortemente positivo”. Per rivelare l’assorbimento di carbonio nel laboratorio di bordo alle polveri marziane fu aggiunta una sostanza (brodo) per vedere se c’era qualcosa che innescasse un processo metabolico. Se, insomma, il brodo veniva consumato da microbi, ci sarebbe stata emissione di gas carbonici come l’anidride carbonica o il metano. Per osservare questi gas sulle Viking gli atomi di carbonio presenti nel brodo comprendevano, come marcatore (label) un isotopo radioattivo, il carbonio-14. Bene, sulle Viking “il brodo era stato divorato con avidità e l’anidride carbonica radioattiva spuntò proprio come sperato su entrambe le navicelle”, con la tecnologia degli Anni Sessanta. “Quando la mistura fu scaldata a 160 gradi Celsius la forte reazione cessò, come avrebbe fatto se fosse stata causata da microbi uccisi dalle alte temperature. A prima vista sembrava proprio che l’esperimento LR avesse scoperto la vita”. Non per la Nasa. “Dato che gli altri tre esperimenti della Viking avevano dato risultati inconcludenti, la reazione globale conclusiva – scrive Paul Davies – fu che su Marte non era stata rilevata alcuna forma di vita. Questa è ad oggi la posizione ufficiale, ed è dichiarata con chiarezza sulla placca di fronte alla replica di una navicella Viking all’Air and Space Museum di Washington DC”. I risultati positivi della prova LR furono attribuiti dalla maggior parte degli scienziati a terricci molto reattivi creati dal duro ambiente marziano “e soprattutto dagli effetti della radiazione ultravioletta”. Ma “il progettista dell’esperimento LR, Gilbert Levin, contesta le conclusioni della Nasa. Continua ad affermare che su Marte sia stata trovata la vita”. Il professor Levin è un collega di Paul Davies al Beyond Center presso l’Arizona State University. Curiosity farà luce su questo mistero? I sensori SAM campioneranno direttamente l’atmosfera di Marte. Il fallimento di Curiosity non è contemplato. È un onore e un privilegio questa nuova missione della Nasa che celebra, come in ogni impresa scientifica, il lavoro di squadra al servizio della Verità. Questi scienziati stanno facendo tutto quello che è umanamente possibile per la ricerca della Verità su Marte, razionalmente ma anche emotivamente, mettendo a frutto universalmente il lavoro di migliaia di colleghi di tutto il mondo, senza nascondere nulla. Curiosity rappresenta la Terra, non soltanto gli Usa. Il Mars Science Laboratory è stata la prima navicella terrestre a tentare un ingresso pilotato nell’atmosfera di un altro mondo. Gli air-bag non avrebbero permesso di centrare l’obiettivo. La conferma del touchdown è stata altrettanto rigorosa. Il rover possiede un’unità di misura inerziale, un giroscopio e un accelerometro: è stata la combinazione dei tre segnali positivi indipendenti a convincere gli scienziati. Perché andare su Marte? Gli orbiter hanno realizzato mappe globali delle caratteristiche geografiche e della composizione del pianeta. Il Cerulli aveva ragione. E i lander hanno delineato la storia geologica marziana. I tempi sono maturi per la prima missione umana con un’astronave degna di Star Trek con hardware e software perfettamente integrati, per assumere decisioni in situ totalmente indipendenti dalla Terra. Ma prima bisogna testare il comportamento dei computer nel volo assistito automatico per le fasi più delicate dell’arrivo su Marte. Tante cose non possono andare per il verso giusto. Micro-meteoriti in orbita, “gamma bust” improvvisi, vento solare, errata rotta d’ingresso nell’atmosfera, atterraggio disastroso. Curiosity, sulla base dell’ipotesi che un tempo Marte fosse abitabile, trasporta un grande Laboratorio di analisi per capire come possa essersi trasformato il favorevole ambiente ancestrale in quella landa desertica, bucherellata di crateri da impatto cosmico e spazzata dai venti, che adesso conosciamo. Non potremo vivere sulla Terra per sempre. Marte è il migliore candidato più vicino. I nostri discendenti ci onoreranno. Un ambiente abitabile ha acqua, energia e carbonio, con un campo magnetico attivo e un’atmosfera respirabile. Le missioni passate si sono concentrate sull’acqua, hanno confermato che Marte aveva, e occasionalmente ha ancora, acqua liquida; hanno anche trovato tracce di gradienti geochimici che, secondo alcuni scienziati, avrebbero potuto fornire energia per il metabolismo. Tuttavia nessuno avrebbe mai trovato carbonio in una forma utile alla vita. Diversamente dai Viking, la sonda nucleare Curiosity è mobile. Il sito d’atterraggio è promettente. Inoltre l’aspetto ancora più interessante della stessa ricerca del carbonio è la scoperta della modalità di condurre questo genere di studio: neppure sulla Terra gli scienziati sono sicuri di come studiare i registri geologici profondi alla ricerca di firme biologiche ancestrali ben conservate, probabile prova di evoluzioni parallele della vita sulla Terra, indipendenti dalla superficie. Insomma, la prova regina definitiva della presenza della vita (forse anche intelligente!) in tutto l’Universo. Curiosity potrebbe accelerare gli eventi per la prima missione umana sul pianeta rosso. Anche le caratteristiche che rendono abitale molti pianeti ed ambienti (acqua, ossidanti, gradienti chimici e termici) paradossalmente sono in grado di distruggere i composti organici. Chissà quanti mondi come la Terra esistono là fuori senza la vita. Marte potrebbe essere stato uno di questi. I paleontologi ci insegnano a cercare le rare circostanze che facilitano la conservazione dei composti organici, come le condizioni geochimiche che favoriscono la mineralizzazione. Silice, fosfato, argilla, solfato e, meno comunemente, carbonato hanno la capacità di seppellire i composti organici quando precipitano. Se gli orbiter hanno realizzato mappe di alcuni di questi minerali e del cratere Gale, ora spetta a Curiosity di sciogliere la riserva. All’interno di questo antico cratere da impatto, l’erosione del vento nel corso di tre miliardi di anni, insieme con gli impatti più recenti, ha esposto materiali un tempo sepolti, antichi depositi fluviali che forniscono la prova geologica dello scorrimento dell’acqua in superficie e terreni fratturati ricchi di minerali che sulla Terra giacciono sotto gli acquiferi. La montagna centrale che si erge 5 Km sulla pianura circostante, è accessibile al rover nucleare Curiosity grazie a una serie di cammini che conducono al centro del sito di atterraggio. La sonda inizierà a spostarsi verso la cima non prima del 2013. Il monte Sharp è costituito da strati di roccia sedimentaria che i geologi possono leggere come un <a href="http://www.improntalaquila.org/wp-content/uploads/2012/08/Atterraggio-Curiosity-ripreso-da-Orbiter-MRO.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-43334" title="Atterraggio Curiosity ripreso da Orbiter MRO" src="http://www.improntalaquila.org/wp-content/uploads/2012/08/Atterraggio-Curiosity-ripreso-da-Orbiter-MRO-300x187.jpg" alt="" width="300" height="187" srcset="https://www.improntalaquila.com/wp-content/uploads/2012/08/Atterraggio-Curiosity-ripreso-da-Orbiter-MRO-300x187.jpg 300w, https://www.improntalaquila.com/wp-content/uploads/2012/08/Atterraggio-Curiosity-ripreso-da-Orbiter-MRO.jpg 360w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>libro, da cima a fondo, per ricostruire la storia marziana a partire da qualche tempo dopo la formazione del cratere. Il famoso piccolo rover Opportunity ha esaminato da 15 a 20 metri di strati negli otto anni di operatività. Un tempo giudicato insufficiente per rivelare l’evoluzione del clima marziano ma sufficiente per fornire un assaggio delle potenzialità di Curiosity. Le rocce sedimentarie precipitate dall’acqua potrebbero conservare tracce di un’antica attività biologica? Curiosity scaverà letteralmente nel passato di Marte per capire il nostro futuro e per fare luce su un periodo della storia della Terra che forse è andato perduto per sempre nei nostri registri geologici. La vita è attecchita molte volte sul nostro pianeta azzurro, ricominciando quasi sempre daccapo. Potrebbe averlo fatto anche su Marte? Un tempo, eoni fa, Marte era simile alla Terra? Prima che cominciasse la sua inesorabile fine e che sulla Terra esplodesse la vita, i due mondi erano forse gemelli. Accadrà di nuovo? Non sappiamo quando ma, a Dio piacendo, la curiosità non avrà mai fine. Come la vita.</p>
<p style="text-align: right;">Nicola Facciolini</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2012/08/06/il-super-rover-nucleare-curiosity-della-nasa-conquista-la-superficie-di-marte/">Il super rover nucleare Curiosity della Nasa conquista la superficie di Marte</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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		<title>Il Telescopio Spaziale WISE scopre 6200 asteroidi killer della Terra capaci di un effetto Tunguska su scala planetaria</title>
		<link>https://www.improntalaquila.com/2012/06/15/il-telescopio-spaziale-wise-scopre-6200-asteroidi-killer-della-terra-capaci-di-un-effetto-tunguska-su-scala-planetaria/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Jun 2012 17:10:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e medicina]]></category>
		<category><![CDATA[2012]]></category>
		<category><![CDATA[asteroide]]></category>
		<category><![CDATA[killer]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Terra saluta l’asteroide 2012LZ1. Nessun pericolo per la nostra civiltà. Per ora. L’incontro ravvicinato è stato sicuramente degno della nostra massima attenzione. Bombardata di onde radio dalla&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2012/06/15/il-telescopio-spaziale-wise-scopre-6200-asteroidi-killer-della-terra-capaci-di-un-effetto-tunguska-su-scala-planetaria/">Il Telescopio Spaziale WISE scopre 6200 asteroidi killer della Terra capaci di un effetto Tunguska su scala planetaria</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">La Terra saluta l’asteroide 2012LZ1. Nessun pericolo per la nostra civiltà. </span><span style="font-size: small;">Per ora. L’incontro ravvicinato è stato sicuramente degno della nostra massima attenzione. </span><span style="font-size: small;">Bombardata di onde radio dalla Nasa, dal radiotelescopio di Arecibo e di Goldstone, e dal Comando Strategico Norad, la montagnola spaziale del diametro di 500 metri, è volata via tranquilla nello spazio siderale. </span><span style="font-size: small;">L’evento Tunguska del 30 giugno 1908 e l’Armageddon di 65 milioni di anni fa, sono rinviati. Sine die? Nulla in confronto al “flyby” con la Terra del nuovo asteroide </span><span style="color: #1f497d;"><span style="font-size: small;"><strong>2012DA14</strong></span></span><span style="font-size: small;"> di circa 50 metri di diametro (come quello di Tunguska), scoperto dagli astronomi dell’Osservatorio LaSagra in Spagna, che il prossimo </span><span style="color: #1f497d;"><span style="font-size: small;">15 Febbraio 2013</span></span><span style="font-size: small;"> attraverserà il piano orbitale terrestre, a 21mila miglia dal centro della Terra, invadendo l’affollata “prateria” dei nostri satelliti geostazionari. Sebbene le probabilità d’impatto sulla Terra, secondo la Nasa, siano per ora dell’ordine dello 0,031 percento, l’asteroide 2012DA14, scoperto quando si trovava a una distanza di 4.335.000 Km dalla Terra, sarebbe in grado di liberare un’energia pari a quella di una bomba termonucleare di 2,4 megatoni. Potenzialmente capace di distruggere una metropoli e di scatenare l’inferno per centinaia di chilometri quadrati, materializzando il peggiore degli scenari possibili, sicuramente ben al di là dell’evento di Tunguska. Gli attuali calcoli fanno propendere per l’incontro ravvicinato con la montagnola extraterrestre che diventerà brillante (settima o sesta magnitudine) man mano che si avvicinerà alla Terra. La cautela è d’obbligo. Nei prossimi mesi i parametri orbitali potrebbero mutare in meglio o in peggio, poco prima dell’inserimento ufficiale di 2012 DA14 nella “lista nera” dei PHA. Sfortunatamente nessuno oggi è in grado di prevedere nulla: se , dove, a che ora, chi o che cosa colpirà e con quali conseguenze. </span><span style="font-size: small;">Passerà molto vicino alla Terra, ad appena 21mila miglia dal centro del nostro pianeta. </span><span style="font-size: small;">Gli scienziati del Jet Propulsion Laboratory della Nasa in Pasadena (California) non si sbilanciano più di tanto. Attualmente i telescopi offrono dell’asteroide 2012DA14 una suggestiva e pacifica immagine cosmica: l’oggetto non è più grande di un piccolo batuffolo d’ovatta. La “linea di fuoco” scelta dall’iceberg spaziale, che sembra puntare decisamente verso la Terra, stavolta appare preoccupante. Le due orbite finiranno per sovrapporsi e/o incrociarsi? La Stazione Spaziale Internazionale dovrebbe essere al sicuro. </span><span style="font-size: small;">Naturalmente la Nasa, l’Esa e i principali istituti scientifici governativi e non, in questi mesi forniranno tutte le informazioni possibili e immaginabili. </span><span style="font-size: small;">Ma, nel caso d’impatto finale al suolo o in mare, non se ne conosceranno le coordinate precise se non pochissime ore prima. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">I danni, però, potrebbero essere molto importanti e le perdite di vite umane molto gravi, se l’asteroide dovesse frammentarsi durante la caduta, colpendo aree tettoniche e vulcaniche della Terra assai delicate e sensibili. </span><span style="font-size: small;">Il pianeta potrebbe accusare il colpo inferto e resistere. E la civiltà salvarsi, sempre che non si inneschino “reazioni” geologiche a catena! In tal caso anche per un piccolo oggetto come questo, passare alla Storia dell’umanità sarebbe impresa fin troppo facile. </span><span style="font-size: small;">Le chance d’impatto di 2012DA14, se mancasse stavolta la Terra, potrebbero aumentare o diminuire al prossimo appuntamento del 2020, a causa dei considerevoli effetti gravitazionali indotti sull’asteroide dalla massa della Terra. Alcuni scienziati più coraggiosi, però, immaginano già l’impatto del 2013 nell’Antartico, nell’Oceano Pacifico o nell’Oceano Indiano. È questione di attimi e di coincidenze (</span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.minorplanets.org/OLS/"><span style="font-size: xx-small;">http://www.minorplanets.org/OLS/</span></a></span></span><span style="font-size: xx-small;">; </span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://planetary.org/blogs/guest-blogs/3418.html"><span style="font-size: xx-small;">http://planetary.org/blogs/guest-blogs/3418.html</span></a></span></span><span style="font-size: small;">). Il 30 giugno 1908, sulla linea di fuoco dell’oggetto che distrusse centinaia di chilometri quadrati di taiga siberiana, abbattendo al suolo 60 milioni di alberi, c’erano anche importanti città della Russia e dell’Europa. L’esplosione termonucleare in atmosfera di un piccolo asteroide o di una cometa di 140mila tonnellate di roccia e ghiaccio extraterrestri, non avrebbe estinto la civiltà ma, se fosse avvenuta pochi minuti prima, avrebbe potuto benissimo spazzare via più di una capitale! Il nuovo asteroide 2012LZ1 che ci ha sfiorato poche ore fa, orbita un po’ più in là della Luna, non nello spazio profondo ma nella nostra più immediata periferia. </span><span style="font-size: small;">Il passaggio ravvicinato con la Terra (02:00 ore italiane di Venerdì 15 giugno 2012) da una distanza di 3,3 milioni di miglia (14 volte la tratta Terra-Luna, ossia 0.036 A.U., cioè 5,3 milioni di chilometri) pur non rappresentando una seria minaccia, ha suscitato una grande attenzione negli ambienti scientifici internazionali. </span><span style="font-size: small;">Perchè, complice l’accuratezza delle osservazioni e delle misure, gli incontri ravvicinati con questi oggetti sembrano aumentare. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Un po’ meno attenzione suscitano questi eventi tra le persone comuni alle prese con i mille problemi quotidiani della vita: la famiglia, le nuove tasse per salvare l’euro-moneta e l’Impero finanziario “Mes”; la molliccia performance della nazionale azzurra di calcio agli Europei 2012; la vigilia di un nuovo conflitto in Siria; gli affari d’oro del florido mercato internazionale degli armamenti; i terremoti e la mancata messa in sicurezza del territorio italiano; la persecuzione degli scienziati; l’eterna battaglia tra i creazionisti e gli evoluzionisti di Darwin; la fuga dei cervelli e i pochi soldi alla ricerca pubblica. </span><span style="font-size: small;">Fatti che non hanno impedito al grosso masso spaziale 2012LZ1 di balzare all’onore delle cronache scientifiche per l’ennesimo improvviso capolino di avvertimento ai naviganti. </span><span style="font-size: small;">E le osservazioni “live” del brillante oggetto cosmico non sono certamente mancate, grazie ai telescopi dislocati dappertutto, anche sulle europee Isole Canarie. Gli astronomi Nick Howes, Ernesto Guido e Giovanni Sostero dell’Osservatorio italiano di Remanzacco hanno effettuato eccezionali riprese dell’asteroide oblungo che si muove parallelo al nostro pianeta con un profilo orbitale favorevole che consente di tracciarlo nelle prossime settimane. L’oggetto 2012LZ1 non ha distrutto la Terra e la civiltà ma i suoi 6200 fratelli maggiori PHA, appena scoperti dal </span><span style="color: #1f497d;"><span style="font-size: small;"><strong>Telescopio Spaziale Infrarosso WISE</strong></span></span><span style="font-size: small;"> della Nasa, potrebbero tranquillamente farlo in qualsiasi momento perché sono dei potenziali killer. </span><span style="font-size: small;">Senza alcun preavviso, senza un pre-allerta e senza un pre-allarme! </span><span style="font-size: small;">Nei suoi 4,5 miliardi di anni, la Terra è stata colpita diverse volte da asteroidi e comete che hanno estinto milioni di specie viventi sul pianeta. </span><span style="font-size: small;">Finora la vita ce l’ha sempre fatta, ricominciando tutto daccapo. </span><span style="font-size: small;">A 65 milioni anni dall’estinzione dei dinosauri, causata dall’impatto di un asteroide di 10 Km di diametro, non possiamo permetterci la benchè minima disattenzione.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;"> Tutti i telescopi terrestri e spaziali, compreso il Wide-field Infrared Survey Explorer (WISE), hanno fatto il loro dovere per immortale il nuovo asteroide Near-Earth, classificato ufficialmente dal Minor Planet Center con il documento </span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.minorplanetcenter.net/mpec/K12/K12L30.html"><span style="font-size: small;">2012-L30</span></a></span></span><span style="font-size: small;"> del 12 giugno 2012. </span><span style="font-size: small;">Che ha annunciato la scoperta dell’astronomo R. H. McNaught, grazie alle riprese digitali effettuate con il suo telescopio Uppsala Schmidt di 50 cm. di diametro, durante la “Siding Spring Survey”. </span><span style="font-size: small;">Poche ore dopo l’oggetto è stato elevato dalla comunità scientifica internazionale al rango di “Potentially Hazardous Asteroid”(PHA), cioè uno di quegli scogli interplanetari più grandi di 100 metri di diametro che possono improvvisamente incrociare la Terra a meno di 0.05 Unità Astronomiche (una A.U. è la distanza Terra-Sole, circa 150 milioni di chilometri). </span><span style="font-size: small;">Sia chiaro. </span><span style="font-size: small;">Finora nessuno dei PHA conosciuti è in rotta di collisione con il nostro pianeta, altrimenti non saremmo qui a raccontarlo, travolti dal panico di massa, prima dell’onda d’urto! </span><span style="font-size: small;">Ma la loro scoperta prosegue. </span><span style="font-size: small;">Ogni giorno un migliaio di questi oggetti che orbita lassù nei cieli a meno di 8 milioni di Km di distanza, presenta ai terrestri la sua quota di rischio. Così l’inseguimento (follow-up) di questa piccola montagna cosmica grazie ai dispositivi CCD accoppiati al fuoco dei telescopi ottici, si è rivelato un autentico lavoro di Protezione Civile Planetaria. </span><span style="font-size: small;">La luminosità è andata crescendo fino a diventare visibile a telescopi di 15 cm di diametro. Le osservazioni proseguiranno fino a quando l’asteroide sarà visibile. È possibile seguire in diretta eventi di questo genere sul sito </span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://events.slooh.com/"><span style="font-size: small;">http://events.slooh.com/</span></a></span></span><span style="font-size: small;">. </span><span style="font-size: small;">L’asteroide 2012 LZ1, illuminato a giorno anche dai radar civili e militari, è stato scoperto nella notte tra il 10 e l’11 giugno 2012 da Rob McNaught e colleghi all’Osservatorio Siding Spring in Australia. </span><span style="font-size: small;">Gli scienziati ne avevano inizialmente stimato una grandezza compresa tra i 300 e i 700 metri, ma in prossimità della Terra i parametri orbitali e le caratteristiche fisiche dell’oggetto possono essere studiati con più precisione. </span><span style="font-size: small;">La sua nuova qualifica a PHA è l’ennesimo avviso ai naviganti. </span><span style="font-size: small;">Da una distanza di 7,5 milioni di Km dalla Terra, potrebbe scatenarsi l’apocalisse, prima o poi. Se siamo fortunati, con un pre-avviso massimo di pochissime ore. Stavolta è andata bene, grazie a Dio. </span><span style="font-size: small;">Ma le dimensioni di 2012 LZ1 richiamano alla memoria un altro asteroid: 2005 YU55, il cui previsto “flyby” con la Terra suscitò grande attenzione in tutto il mondo per il massimo avvicinamento a 324.600 Km, nella notte dell’8 novembre 2011. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">La roccia spaziale 2005 YU55 infranse il Guinness World Record di “prossimità” detenuto da un altro suo illustre “collega” dal 1976. Gli astronomi hanno identificato più di 9mila asteroidi Near-Earth e pensano che ve ne siano lassù molti di più, in attesa di essere scoperti. L’Astronomia è una scienza molto seria e importante quando viene esercitata con metodo e costanza, dagli Osservatori pubblici e privati, dalla Terra e dallo spazio, partecipando ai progetti scientifici seri. Qui non si ascoltano gli Extraterrestri! La Nasa, l’Esa e tutte le altre agenzie pubbliche governative fanno quello che possono per classificare asteroidi e comete. Ma non basta. La popolazione di oggetti-killer nel Sistema Solare, senza considerare gli oscuri iceberg esterni che, a differenza delle “nostre” comete, con le loro fatali orbite iperboliche sarebbero praticamente invisibili fino al fatto compiuto, è ancora tremendamente alta e sconosciuta. I risultati acquisiti dagli scienziati della Nasa con il Telescopio Spaziale Infrarosso Wise, rivelano ogni giorno nuove informazioni sulla nostra ignoranza in materia ma anche sulle origini, sul numero, sulla chimica e sulle potenzialità distruttive ed economiche di queste antiche “montagne” cosmiche, i legittimi eredi della prima “creazione” del Sistema Solare. Naturalmente le più dense e veloci, in caso di impatto sulla Terra, sarebbero fatali per la stessa integrità strutturale del pianeta. I PHA sono una sotto-classe del più vasto gruppo di asteroidi Near-Earth. </span><span style="font-size: small;">Le loro dimensioni li rende altrettanto pericolosi perché sono in grado di attraversare in pochi istanti la nostra atmosfera causando epocali esplosioni termonucleari in mare e in terra, su vasta scala, incendiando l’atmosfera, provocando danni incalcolabili e sicuramente ingestibili per qualsiasi Protezione Civile nazionale, con effetti a livello regionale, continentale e planetario. </span><span style="color: #1f497d;"><span style="font-size: small;">La missione “NeoWise” della Nasa ha censito ultimamente 107 asteroidi PHA per calcolare l’esatto ammontare dell’intera popolazione del Sistema Solare. È venuto fuori un numero di 4700 asteroidi potenzialmente letali per la Terra</span></span><span style="font-size: small;">, con un errore stimato di più o meno 1500 oggetti, con diametro superiore ai 100 metri. </span><span style="font-size: small;">Si deduce che solo il 20-30 percento di tutti questi oggetti è stato finora scoperto, inseguito e tracciato. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">C’è lavoro per tutti. </span><span style="font-size: small;">Mentre le stime precedenti dei PHA erano pure approssimazioni matematiche, ora il Progetto NeoWise della Nasa produce un’analisi credibile per il numero e le dimensioni di queste montagne spaziali che potrebbero un giorno piombarci improvvisamente addosso. Nello scacchiere cosmico giochiamo un ruolo davvero marginale ma altrettanto importante se diventiamo finalmente consapevoli della pericolosità di questi oggetti che non guardano in faccia a nessuno. Se non poco prima della fine del mondo. </span><span style="font-size: small;">Ogni giorno la vita sulla Terra è un dono di Dio. </span><span style="color: #1f497d;"><span style="font-size: small;">In base alle stime della Nasa potrebbero esserci fino a un massimo di 6200 asteroidi killer là fuori</span></span><span style="font-size: small;">. Molto resta da scoprire e studiare nei prossimi anni per censire direttamente tutta la popolazione e, laddove sarà possibile, per programmare missioni spaziali umane ed automatiche per l’eventuale deviazione orbitale (non necessariamente con il bombardamento nucleare dell’asteroide o della cometa!) dell’oggetto in rotta di collisione con la Terra. Le nuove analisi della Nasa dimostrano che circa il doppio dei PHA, rispetto al numero precedentemente atteso, orbita lungo rotte a inclinazione più bassa. </span><span style="font-size: small;">Siamo in presenza di asteroidi più radenti. Una geometria di volo che li rende certamente più pericolosi in quanto possono sovrapporsi al piano orbitale della Terra, ma anche più brillanti e visibili anche se più piccoli rispetto ad altri grossi asteroidi Near-Earth che trascorrono la maggior parte del loro tempo molto più lontani dalla Terra, sopra o sotto il nostro piano orbitale. In questo caso è la capacità di calcolo degli elaboratori elettronici a farla da padrona per simulare i vari scenari in tempo utile (che la Apple Inc. batta un colpo!). Una possibile spiegazione del fenomeno osservato dal Telescopio Spaziale Wise, è che molti PHA si siano originati dalla collisione tra oggetti più grandi nella Prima Fascia di asteroidi situata tra le orbite di Marte e Giove. Forse sono “figli” della disintegrazione di un piccolo pianeta roccioso che orbitava tanto tempo fa, a bassa inclinazione orbitale. </span><span style="font-size: small;">Questi PHA si sarebbero così originati da uno spettacolare impatto cosmico. Alcuni frammenti si sarebbero poi avvicinati alla Terra, conquistando le attuali orbite. </span><span style="font-size: small;">Questi asteroidi sono anche i più facili da scoprire e da raggiungere dalle future missioni umane pubbliche e private, comprese quelle minerarie delle “corporation” figlie della liberalizzazione dell’impresa spaziale privata in corso negli Stati Uniti d’America. Il Progetto NeoWise della Nasa segna l’ennesima pietra miliare nella storia della Planetologia, illuminando a giorno le nostre origini e il nostro destino. </span><span style="font-size: small;">Gli scienziati sono entusiasti e sorpresi nel registrare tutta quest’abbondanza di asteroidi PHA a bassa inclinazione orbitale. </span><span style="font-size: small;">Essi rappresentano, in verità, uno scrigno di incommensurabili tesori minerari per l’umanità che ripudia la guerra come metodo di soluzione delle controversie politiche ed energetiche. </span><span style="font-size: small;">Sì, miniere a cielo aperto ricchissime di ogni ben di Dio! Di minerali preziosi e rari sulla Terra. </span><span style="font-size: small;">Queste montagne spaziali ci offrono la soluzione più logica alla più grave crisi economica dal 1929. </span><span style="font-size: small;">Ci offrono il credito e la pace, cioè l’opportunità di rivoluzionare la nostra economia mondiale senza scatenare nuovi e più devastanti conflitti tra popoli, stati e nazioni in nome della ricerca e del controllo delle materie prime e delle fonti di energia. </span><span style="font-size: small;">L’esploratore e regista </span><span style="color: #1f497d;"><span style="font-size: small;">James Cameron</span></span><span style="font-size: small;">, in compagnia di altri miliardari, ha già dato il via libera al suo nuovo Progetto interplanetario minerario. </span><span style="font-size: small;">La scoperta dei PHA e l’analisi della loro luce consente di analizzarne la composizione chimico-fisica, alla ricerca di ciò che ci occorre per costruire nello spazio città, stazioni, astronavi, depositi, vie di comunicazione, il futuro della nostra civiltà. </span><span style="font-size: small;">Queste rocce spaziali non sono solo potenziali killer della Terra ma anche miniere da conquistare. Ricche di acqua in quantità infinitamente superiori a quelle esistenti sulla Terra. </span><span style="font-size: small;">Gli scienziati possono studiare il modo di catturarle, mettendole in sicurezza con poderosi raggi-trattori gravitazionali, di deviarle e finanche di distruggerle se necessario. I risultati del Telescopio Spaziale Wise, un progetto da 320 milioni di dollari, vengono pubblicati sul prestigioso Astrophysical Journal (</span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.nasa.gov/wise"><span style="font-size: xx-small;">http://www.nasa.gov/wise</span></a></span></span><span style="font-size: xx-small;"> e </span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://jpl.nasa.gov/wise"><span style="font-size: xx-small;">http://jpl.nasa.gov/wise</span></a></span></span><span style="font-size: small;">). </span><span style="font-size: small;">Finora sono stati fotografati 600 asteroidi Near-Earth. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Durante la caccia, Wise si è spinto molto più in là delle più rosse aspettative. </span><span style="font-size: small;">Ha classificato asteroidi distanti fino a 195 milioni di Km dal Sole, la nostra attuale “prima linea” di sicurezza e di difesa! </span><span style="font-size: small;">Scoperto il 28 dicembre 2005 da Robert McMillan dello Spacewatch Program di Tucson (Arizona, Usa) l’oggetto </span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://ssd.jpl.nasa.gov/sbdb.cgi?sstr=2005%20YU55&amp;orb=1"><span style="font-size: small;">2005 YU55</span></a></span></span><span style="font-size: small;"> al massimo avvicinamento con la Terra, alle 00:28 ore italiane del 9 novembre 2011, sfrecciò alla quota di 324.600 chilometri, ossia l’85% della distanza Terra-Luna. L’antenna di 70 metri del Deep Space Network della Nasa (Goldstone, California) catturò nuove immagini radar. </span><span style="font-size: small;">Nell’ultimo incontro ravvicinato del 1976, gli astronomi non riuscirono a prevedere il “flyby”. Il prossimo approccio con un altro oggetto di queste dimensioni avverrà nel 2028. Gli scienziati hanno calcolato che gli effetti gravitazionali dell’asteroide sulla Terra sono stati ininfluenti sia sulle maree sia sulle placche tettoniche. Sebbene l’oggetto si trovi su un’orbita che regolarmente lo porta in prossimità dei pianeti Terra, Venere e Marte, l’incontro del 9 novembre 2011 è stato il più vicino negli ultimi due secoli. La Nasa individua, segue e caratterizza gli asteroidi e le comete che si avvicinano alla Terra utilizzando i telescopi spaziali e terrestri. </span><span style="color: #1f497d;"><span style="font-size: small;">Il famoso Near-Earth Object Observations Program del Propulsion Laboratory (Pasadena), comunemente noto come </span></span><span style="color: #1f497d;"><span style="font-size: small;"><strong>Spaceguard</strong></span></span><span style="color: #1f497d;"><span style="font-size: small;">, grazie agli scienziati della Nasa e delle più prestigiose università del mondo, scopre ogni anno nuovi oggetti di questo tipo, tracciandone l’orbita per determinarne l’eventuale pericolosità per il nostro pianeta</span></span><span style="font-size: small;">. </span><span style="font-size: small;">Gli astronomi riuscirono a prevedere l’incontro con 2005YU55 in anticipo: infatti l’asteroide presenta un eccezionale segnale radar. Le onde trasmesse da Goldstone e Arecibo, riflesse dall’oggetto, riuscirono a stanarlo rivelando particolari significativi sulla forma, le dimensioni, la composizione e la superficie della roccia, quasi un mini-pianeta sferico. Dettagli molto importanti per capire l’evoluzione dell’oggetto e della sua orbita, magari per futuri incontri ravvicinati e, forse chissà, per programmare finalmente un’economica missione umana per il primo sbarco su un asteroide proprio in occasione del prossimo massimo avvicinamento alla Terra. Non è la prima volta che oggetti di queste dimensioni volano vicini alla Terra. Ma è stata sicuramente la prima volta che gli astronomi ne hanno potuto conoscere con largo anticipo il “flyby” e le sue reali intenzioni. </span><span style="font-size: small;">Nel 1976 l’asteroide 2010XC15 segnò un record passando vicino alla Luna. Ma gli scienziati scoprirono l’evento 24 anni dopo! Ecco perché il passaggio di 2005YU55 è stata la più rara occasione scientifica (purtroppo non astronautica!) per studiarlo così da vicino. </span><span style="font-size: small;">La prossima volta ad offrirla saranno l’asteroide 2001VN5, il 26 giugno 2028 (ancora più vicino alla Terra), e il ben più interessante Apophis che il 13 aprile 2029 attraverserà lo spazio dei nostri satelliti geostazionari, entro i 36mila Km dal centro della Terra. </span><span style="font-size: small;">Tutti gli astronomi, professionisti e non, sono mobilitati. </span><span style="font-size: small;">Tutti gli Osservatori astronomici sulla Terra hanno l’opportunità di immortalare questi eventi cosmici che vivremo in prima persona a Dio piacendo. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Binocoli e telescopi di medie dimensioni, possono catturare questi eventi e la gara è appena cominciata. </span><span style="font-size: small;">Assodato che il prossimo “flyby” di 2005YU55 è in programma nel 2041, possiamo organizzare una missione spaziale umana invece di spendere miliardi di euro in armi e guerre senza senso! Nell’aprile 2010 il grande radiotelescopio di 300 metri di Arecibo, ne aveva calcolato le dimensioni e la luminosità. In effetti è abbastanza scuro, probabilmente ricco di carbonio, con un periodo orbitale di circa 18 ore. Tanto dura un giorno lassù. Uno spettacolare micro-mondo dalle infinite sorprese. </span><span style="font-size: small;">Se avesse colpito la Terra, non importa su un continente o in mezzo all’oceano, avrebbe liberato l’energia di migliaia di megatoni, diverse centinaia di bombe all’idrogeno del tipo Tsar, cancellando la vita di miliardi di persone, precipitando la Terra in un inverno nucleare e compromettendo per chissà quanti secoli i delicati equilibri della biosfera. </span><span style="color: #1f497d;"><span style="font-size: small;">Oggetti di questo tipo sono una costante minaccia per la Terra. Ecco perché bisogna scoprirli, osservarli e studiarli. Le nostre sentinelle sono gli astronomi dello Spaceguard Program</span></span><span style="font-size: small;">. Nel 2029 l’asteroide 2005YU55 passerà a sole 175mila miglia da Venere, a una distanza sufficiente per la prima possibile variazione orbitale che nel 2041 anni potrebbe fargli allungare o accorciare ulteriormente l’appuntamento ravvicinato con la Terra. L’incertezza è ancora alta. Conoscere i segreti di questi grossi iceberg cosmici è molto utile per valutare le caratteristiche di oggetti analoghi e più pericolosi in giro nel Sistema Solare. Le varie osservazioni ed elaborazioni matematiche servono a perfezionare le nostre capacità previsionali e le tecnologie di difesa planetaria. L’evento offerto da 2005YU55 è stato un unicum negli ultimi duecento anni. </span><span style="font-size: small;">Le coordinate astronomiche disponibili (</span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://ssd.jpl.nasa.gov/"><span style="font-size: xx-small;">http://ssd.jpl.nasa.gov/</span></a></span></span><span style="font-size: small;">) possono aiutare le osservazioni, ma occorre pur sempre un preciso dispositivo di puntamento, con un computer accoppiato alla montatura del telescopio, per l’inseguimento degli asteroidi e delle comete. </span><span style="font-size: small;">Questi eventi ci ricordano che viviamo in un Universo autocosciente dalle infinite possibilità, tra meraviglia, sorpresa e angoscia per l’inevitabile. Siamo “costretti” ad assistere agli eventi cosmici senza poter interferire in alcun modo nell’ordine naturale degli eventi. Con le dovute eccezioni. La Nasa ha bombardato un nucleo cometario nel 2005 ma questo non prova affatto che oggi siamo in grado di deviare un asteroide o una cometa prima dell’inesorabile impatto sulla Terra! È già accaduto 65 milioni di anni fa. I dinosauri e tutte le forme di vita più grosse di un ratto si estinsero per sempre. Accadrà di nuovo. Quando? Se vogliamo capirlo dobbiamo studiare gli asteroidi e le comete. Non solo quelle del Sistema Solare. Perché gli oggetti-killer potrebbero giungere da molto più lontano. Magari dai vicini sistemi solari. Se vogliamo sopravvivere, dobbiamo conoscerli, sperando che l’Universo sia d’accordo. </span><span style="font-size: small;">Dobbiamo, cioè, sviluppare una nuova tecnologia che sia in grado di distruggere e/o deflettere questi oggetti molti anni prima del loro ingresso nello </span><span style="color: #1f497d;"><span style="font-size: small;">Spazio Orbitale di Sicurezza</span></span><span style="font-size: small;"> per la Terra, un’area inviolabile. </span><span style="font-size: small;">Sfortunatamente oggi non possiamo farlo. Certamente abbiamo la capacità teorica (fisica, scientifica e tecnologica, ma non politica!) di proteggere la Terra da catastrofici impatti cosmici. </span><span style="font-size: small;">Anche se i veri pericoli di devastazione per il nostro pianeta, possono improvvisamente giungere dai megaflares X solari, nel giro di poche ore, e dalla follia umana. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Il problema è di natura squisitamente politica, per i colossali investimenti necessari ad approntare difese planetarie che non avrebbero un’immediata utilità elettorale. I missili nucleari a questo servono. </span><span style="font-size: small;">Non a scatenare la terza o la quarta guerra mondiale. Avete capito bene: Siria, Iran e Israele farebbero bene a riflettere sulle conseguenze delle loro azioni. </span><span style="font-size: small;">In effetti, oggi disponiamo di tecnologie nucleari in grado di disgregare asteroidi e comete distanti decine di milioni di chilometri dalla Terra. Non avrebbe senso farlo con oggetti vicini come 2005YU55, i cui frammenti potrebbero caderci addosso. </span><span style="font-size: small;">Se gli scienziati scoprissero una potenziale minaccia per la Terra con dieci anni di anticipo, potremmo inviare una sonda automatica armata di testata termonucleare, per distruggere la roccia o l’iceberg spaziale. </span><span style="font-size: small;">Non tutti sono d’accordo. </span><span style="font-size: small;">Perché le leggi della meccanica celeste ci offrono un’alternativa più economica: la deviazione orbitale dell’asteroide o della cometa killer grazie a un raggio laser-trattore in grado di spostare quanto basta l’oggetto dalla corsa orbitale d’impatto. </span><span style="font-size: small;">Una spintarella, insomma, sarebbe l’opzione giusta. I laser e i riflettori di Archimede esistono già. </span><span style="color: #1f497d;"><span style="font-size: small;">Ma chi autorizza il loro impiego nello spazio esterno? Forse l’Onu? </span></span><span style="font-size: small;">L’umanità è a un bivio decisivo: l’autodistruzione reciproca assicurata o l’evoluzione etica, morale, politica, economica, sociale e culturale. La Natura ce lo ricorda durante questi eventi. </span><span style="color: #1f497d;"><span style="font-size: small;">Quali sono le nostre intenzioni?</span></span><span style="font-size: small;"> Dobbiamo liberalizzare l’impresa spaziale privata anche negli Stati Uniti d’Europa per trasformare la nostra aggressività reciproca in progetti concreti e fattibili di difesa planetaria, prima che sia troppo tardi. Gli scienziati-imprenditori debbono lanciare il loro guanto di sfida ai veri politici. </span><span style="font-size: small;">La robotica e l’informatica hanno fatto passi da gigante anche per scongiurare questo genere di minacce cosmiche. </span><span style="font-size: small;">La Nasa nel 2005 ha bombardato la cometa Tempel 1 con una sonda convenzionale per studiarne la composizione dei ghiacci. È storia, non fantascienza. </span><span style="font-size: small;">Eppure in sette anni non è stato varato un solo progetto attivo di difesa interplanetaria! </span><span style="font-size: small;">I soldi vengono spesi in armamenti e guerre senza senso. </span><span style="color: #1f497d;"><span style="font-size: small;">Opzione nucleare o impattore-deviatore per scongiurare l’apocalisse cosmica sulla Terra?</span></span><span style="font-size: small;">Dipende. In primis ciò che conta è la conservazione del momento angolare dell’oggetto-killer. Un conto è sbriciolarlo in polvere interstellare. Un conto è spezzarlo in frammenti grossi che colpirebbero comunque la Terra. </span><span style="font-size: small;">Ecco il problema politico: non esiste nella comunità scientifica internazionale un preciso ordine di idee sul da farsi. </span><span style="font-size: small;">Ci si perde in chiacchiere infinite senza decidere nulla. E il tempo passa. Occorre convincersi della naturale evidenza sconcertante dei fatti: prima o poi faremo la fine dei dinosauri, se non sapremo difenderci. La presenza di armi nucleari nello spazio (orbitale) è vietata da norme internazionali. Ma non siamo più all’epoca della “guerra fredda”. </span><span style="font-size: small;">L’Onu dovrebbe agire di conseguenza, per il via libera ai progetti spaziali nucleari di pace, volti alla messa in sicurezza della Terra da ogni minaccia esterna. Perché l’opzione nucleare contro asteroidi e comete killer, è certamente l’estrema ratio subito dopo i raggi trattori gravitazionali e le sonde da impatto. </span><span style="color: #1f497d;"><span style="font-size: small;">Ma chi ci assicura che la scelta tra queste tre carte sia quella giusta?</span></span><span style="color: #1f497d;"><span style="font-size: small;">Non dovremmo, forse, contemplarle tutte insieme? </span></span><span style="font-size: small;">Altre idee sono in cantiere, grazie all’evoluzione spaziale dei famosi “specchi ustori” di Archimede. </span><span style="font-size: small;">Enormi riflettori a nido d’ape, a geometria variabile, sottilissimi, potrebbero essere lanciati nel Sistema Solare, a bordo di speciali sonde automatiche, per essere dispiegati in prossimità di minacce cosmiche per la Terra. Queste navicelle potrebbero così concentrare la luce solare sulla superficie di asteroidi e comete, vaporizzandoli e/o producendo getti di gas in grado di deviarli dall’orbita d’impatto. Progetti di questi tipo si possono mettere in cantiere e completare nel giro di cinque anni, finanziamenti permettendo. Saremmo così in grado di deviare, vaporizzare e scongiurare qualsiasi minaccia si presenti alle nostre porte, cioè poco più in là della Luna. Ma potremmo anche mettere le vele su questi oggetti killer per poi sparare loro dei laser: la pressione dei fotoni sarebbe sufficiente ad allontanarli dalla Terra. </span><span style="color: #1f497d;"><span style="font-size: small;">Sogni o realtà?</span></span><span style="font-size: small;">Servono investimenti a lunga scadenza. Non a fondo perduto come accade nella politica italiana di Frodo e Frego che ama dare fiato ai mediocri bipartisan di turno oggi al potere sul territorio. Serve, cioè, un vigoroso scatto d’orgoglio mondiale, globale, naturale, incomprensibile a chi è contro-natura! Gli scienziati l’hanno capita la morale della favola di questi incontri ravvicinati: la chiave di volta per salvare la Terra dall’apocalisse cosmica è quella di individuare in largo anticipo il tipo di minaccia per approntare in poco tempo la risposta appropriata. </span><span style="font-size: small;">Almeno dieci anni prima dell’impatto, un tempo appena sufficiente per mobilitare le forze politiche ed intellettuali della Terra. Attualmente non saremmo in grado di farlo. Anche perché i nostri radar e telescopi sono ancora insufficienti ad inquadrare il genere di minaccia in tempo utile. </span><span style="font-size: small;">Se e quando li scoprissimo, sarebbe già troppo tardi. Servirebbero intere batterie di radiotelescopi e telescopi ottici sul lato oscuro della Luna, che non abbiamo. Le comete sono più pericolose degli asteroidi perché velocissime e letali quando vengono frantumate dalle forze mareali gravitazionali (Giove, luglio 1994) prima dell’impatto. Il nuovo censimento offerto dal telescopio Wise della Nasa mostra che ci sono significativamente meno asteroidi del tipo Near-Earth di medie dimensioni nel Sistema Solare rispetto a quanto previsto. </span><span style="color: #1f497d;"><span style="font-size: small;">Dobbiamo dormire sonni più tranquilli? </span></span><span style="font-size: small;">Niente affatto. Le ricerche indicano che la Nasa ha trovato più del 90 percento dei più grandi asteroidi in grado di avvicinarsi alla Terra, raggiungendo l’obiettivo programmato nel famoso congresso internazionale del 1998. </span><span style="font-size: small;">Gli astronomi ora stimano che ci siano 19.500 (non più 35.000) asteroidi Near-Earth di grosse dimensioni. </span><span style="font-size: small;">Tuttavia è la deduzione illogica di alcuni scienziati, secondo cui la scoperta farebbe abbassare considerevolmente il livello di rischio per la Terra rispetto a quanto finora pensato, a suscitare le maggiori perplessità. </span><span style="font-size: small;">Neppure gli impatti di livello estintivo sono esclusi del tutto, figurarsi le catastrofi continentali prodotte dalla potenziale minaccia di altre centinaia di migliaia di oggetti finora esclusi dalla ricerca di Wise. </span><span style="font-size: small;">Anche perché la maggior parte degli asteroidi di medie dimensioni (a questo punto i più pericolosi, il 10 percento) devono essere ancora scoperti. Non sappiamo nulla di loro. Dove e come orbitano, di cosa sono fatti. Le ricerche oggi si concentrano principalmente sugli oggetti tra i 100 e i 1.000 metri di diametro che nelle loro orbite, pur avendo più basse probabilità d’impatto, si avvicinano maggiormente al nostro mondo. </span><span style="font-size: small;">Il censimento presentato dalla Nasa è certamente il più accurato in assoluto sui NEO (Near-Earth Objects), le rocce spaziali che orbitano entro i 195 milioni di chilometri dal Sole e che possono invadere lo spazio orbitale terrestre. </span><span style="font-size: small;">Wise ha osservato la luce infrarossa emanata da questa categoria di oggetti di medie dimensioni. </span><span style="font-size: small;">La ricerca, denominata NeoWise, un’estensione della missione principale del telescopio spaziale, è stata pubblicata sull’Astrophysical Journal. </span><span style="font-size: small;">Il progetto permette agli scienziati di catalogare un gran numero di asteroidi offrendo la migliore stima sull’intera popolazione dei NEO. Come il censimento decennale della popolazione, studiando un piccolo campione di queste potenziali minacce per la Terra, è possibile capire come si comporteranno tutte le altre. Wise ha sondato l’intera volta celeste nella luce infrarossa tra il gennaio 2010 e il febbraio 2011, immortalando lontane galassie, stelle, nebulose, asteoridi e comete. </span><span style="font-size: small;">NeoWise ha osservato più di 100mila asteroidi della Prima Fascia, tra le orbite di Marte e Giove, e 600 NEO. </span><span style="font-size: small;">Il telescopio ha catturato oggetti con una precisione mai raggiunta prima nella luce visibile, in quanto i suoi sensori infrarossi possono osservare oggetti luminosi ed oscuri (ricchi di carbonio). La luce riflessa dai corpi oscuri è più difficile da individuare, ma i telescopi sensibili all’infrarosso possono farlo in quanto osservano il calore dell’oggetto. Sebbene i dati di Wise rivelino solo una piccola correzione nella stima del numero degli asteroidi NEO più grandi di un chilometro di diametro, è certo che il 93 percento della popolazione deve essere ancora trovata. Il primo obiettivo del Programma Spaceguard è stato completato, ma non basta. Altri oggetti delle dimensioni di una montagna potrebbero benissimo devastare la Terra senza preavviso. I nuovi dati ne aggiornano il numero da 1.000 a 981, dei quali 911 sono già stati scoperti. Sembra che nessuno di questi appena trovati possa rappresentare una seria minaccia immediata per la Terra nei prossimi secoli. Grazie a telescopi come Wise, gli scienziati oggi possono tranquillamente affermare che l’intera popolazione dei NEO (10 Km di diametro) grossi come quello che cancellò i dinosauri dalla faccia della Terra, sia stata trovata. Il rischio di un singolo impatto estintivo sembra scongiurato o comunque ridotto. Ma cosa possiamo dire sugli impatti multipli di piccoli oggetti ancora sconosciuti? Lo abbiamo visto su Giove nel luglio 1994. Lo scenario più improbabile e imprevedibile per la Terra ma altrettanto devastante. Cicatrici del genere le troviamo sulla Luna, su Mercurio, su Marte e su tutte le lune del Sistema Solare. Wise ha circoscritto l’indagine agli oggetti più grandi. Servono telescopi più potenti. Asteroidi e comete di medie dimensioni potrebbero pur sempre distruggere un continente. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">I dati di NeoWise abbassano sensibilmente il rischio d’impatto per i NEO più grossi ma non risolvono la questione spinosa, ancora aperta nel Programma Spaceguard, di trovare, catalogare e tracciare i 6.200 asteroidi PHA di oltre 100 metri di diametro, i 15mila oggetti ignoti più grossi e il milione di NEO più piccoli, di cui non si sa praticamente nulla, in grado di distruggere una metropoli senza alcun preavviso. All’inizio del famoso film “</span><span style="color: #1f497d;"><span style="font-size: small;">Armageddon – Giudizio finale</span></span><span style="font-size: small;">” diretto nel 1998 da </span><span style="color: #1f497d;"><span style="font-size: small;">Michael Bay</span></span><span style="font-size: small;">, assistiamo all’impatto di Chicxulub, l’asteroide che 65 milioni di anni fa causò l’estinzione dei dinosauri, mentre una voce narrante preannuncia la nuova apocalisse. Accadrà di nuovo! Quando? Subito dopo si scatena l’inferno sulle principali città dell’emisfero Nord della Terra. Viene colpita da piccole meteore anche New York City: le Torri Gemelle, perforate dagli impatti multipli, restano miracolosamente in piedi! </span><span style="font-size: small;">La storia la conoscete. Ma fu davvero “Deep Impact” sulla Terra quel 30 giugno del 1908, alle 7:17 (ora locale) del mattino, quando una luce accecante come quella di mille soli, improvvisa e fortissima, squarciò il cielo sulle foreste della regione euroasiatica intorno al fiume Podkamennaja Tunguska nella Siberia centrale. Pochi istanti dopo si udì una terribile esplosione e l’antica taiga prese fuoco, bruciando istantaneamente per 2150 chilometri quadrati. Un enorme fungo bianco salì fino a 80 Km di quota, visibile a centinaia di chilometri di distanza dal “ground zero”. Un piccolo corpo cosmico era esploso a 8 Km dal suolo. L’evento, molto simile a una detonazione termonucleare di energia equivalente ai 10 megatoni (ossia 1000 volte più potente della bomba nucleare sganciata su Hiroshima il 6 agosto 1945) fu registrato dai sismografi britannici. L’onda d’urto fece due volte il giro della Terra prima di estinguersi. Il rumore dell’esplosione fu udito a mille chilometri di distanza. A 500 Km alcuni testimoni affermarono di avere udito un sordo scoppio e di avere visto sollevarsi una nube di fumo all’orizzonte. A 65 Km il testimone </span><span style="color: #1f497d;"><span style="font-size: small;">Semen Semenov</span></span><span style="font-size: small;"> raccontò di aver visto il cielo spaccarsi in due, un grande fuoco coprire la foresta, udì un fragoroso boato e si sentì sollevare e spostare fino a qualche metro di distanza. Non si sa se l’esplosione abbia provocato vittime tra i Tungus, un gruppo di nomadi Evenki che popolava la regione. Certamente in pochi istanti morirono moltissimi animali e 60 milioni di alberi furono abbattuti come fuscelli. L’onda d’urto fece quasi deragliare alcuni convogli della Ferrovia Transiberiana a 600 km dal punto di impatto. Il corpo cosmico misurava 30/50 metri di diametro, una sciocchezza paragonato ai grandi asteroidi e comete che incrociano il Sistema Solare, avvicinandosi all’orbita della Terra. Si calcola che eventi di questo tipo possano accadere una volta ogni 600 anni. Le ricerche pionestiche dell’Istituto di Scienze Marine del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Bologna (ISMAR-CNR) e del Dipartimento di Fisica dell’Università di Bologna, hanno prodotto in questi anni nuove prove che avvicinano la soluzione del Mistero di Tunguska e che sembrano confermare come il 30 giugno 1908 si sia verificato il maggiore impatto storicamente accertato tra il nostro pianeta e un corpo celeste extraterrestre. Gli effetti di Tunguska si percepirono a Londra dove, pur essendo mezzanotte, il cielo rimase chiaro e illuminato da poter leggere un giornale senza l’ausilio della luce artificiale. L’ipotesi più accreditata come causa del fenomeno è l’esplosione di un asteroide sassoso che si muoveva ad una velocità di almeno 15 chilometri al secondo (54000 Km/h). Secondo gli scienziati l’angolo di impatto e la resistenza offerta dall’atmosfera possono aver frantumato l’asteroide, favorendo la conversione dell’energia cinetica in energia termica. La conseguente vaporizzazione dell’oggetto avrebbe causato la formidabile onda d’urto che colpì il suolo. Alcuni scienziati escludono che l’asteroide fosse di natura ferrosa o carbonacea. Nel primo caso, il corpo celeste avrebbe raggiunto il suolo senza frantumarsi, nel secondo caso, la deflagrazione sarebbe avvenuta troppo in quota nell’atmosfera per devastare una zona così ampia di taiga. Per ragioni analoghe e per considerazioni sulla densità, gli studiosi ritengono improbabile che l’evento di Tunguska sia stato generato da una cometa. Simulazioni più recenti hanno confermato la probabile vaporizzazione dell’asteroide avvenuta 5-10 Km sopra Tunguska. Il mineralologo russo </span><span style="color: #1f497d;"><span style="font-size: small;">Leonid Alekseevič Kulik </span></span><span style="font-size: small;">credette di identificare il luogo dell’impatto in una foresta abbattuta presso il bacino del fiume Podkamennaja Tunguska. Tra il 1927 e il 1939 Kulik organizzò quattro spedizioni, ma non fu mai trovato il cratere o altre evidenze dell’impatto. Per iniziativa di Kulik, e sotto la sua direzione, fu realizzata nel 1938 la prima ripresa aerofotografica della zona colpita dalla catastrofe. L’opinione, ora comprovata, è che si sia trattato dell’unico evento in epoca storica e per questo motivo fare luce sul disastro di Tunguska contribuisce in maniera decisiva alla comprensione degli effetti di un impatto asteroidale o cometario con la Terra, ipotesi tutt’altro che remota e sicuramente non infrequente nella storia del nostro pianeta. Le stesse foto della foresta abbattuta, fatte da Kulik nel 1927 e 1928, non sono prove convincenti: vi si vedono tronchi abbattuti in perfetto stato di conservazione dopo 20 anni dall’evento, mentre gli unici alberi ancora in vita sono giovani alberelli che possono avere al massimo pochi anni di vita. L’aspetto è quello di una normale foresta appena abbattuta dai boscaioli. La foresta fotografata da Kulik probabilmente fu abbattuta dagli abitanti del luogo, gli Evenki, per il pascolo delle loro renne, per costruire le loro caratteristiche capanne coniche fatte di tronchi e procurarsi legna da ardere. Tra le altre evidenze, i crateri si dimostrarono essere una formazione naturale del luogo dovuta al disgelo (più o meno come il famoso Sirente Crater in Abruzzo) e un grosso masso identificato con il meteorite fu riconosciuto come un masso morenico. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Kulik e i suoi collaboratori non rinunciarono mai all’affermazione di aver trovato il luogo esatto, forse per non mettere a rischio la loro reputazione di scienziati. Nonostante la mancanza assoluta di prove oggettive che identificassero quel luogo come l’origine dell’evento di Tunguska, sono state organizzate numerose spedizioni scientifiche fin dal 1950. Grazie ad analisi chimico-fisiche è stata rilevata la presenza di polveri con elementi rari come il nichel e l’iridio che si possono trovare in zone vulcaniche, in formazioni geologiche antiche e nelle meteore. Ancora oggi si possono osservare nella taiga siberiana di Tunguska vecchi tronchi d’albero abbattuti e sradicati. Dal 1991 il Dipartimento di Fisica dell’Università di Bologna ha intrapreso una serie di spedizioni in Siberia allo scopo di studiare in situ l’evento catastrofico di Tunguska e di raccogliere campioni da analizzare in laboratorio. Le spedizioni che si sono susseguite erano costituite da scienziati di varie discipline, tra le quali geodinamica, le scienze marine, la geofisica, la geochimica, la paleobotanica, provenienti da università italiane e russe. Le ricerche, tuttora in corso, hanno permesso di ricostruire una mappa più dettagliata sull’orientamento centrifugo degli alberi abbattuti ed il riconoscimento di anomalie nei loro anelli di crescita in corrispondenza dell’anno 1908. Le ricerche indicano come localizzazione del cratere d’impatto del meteorite il lago Cheko, situato a circa 8 Km a Nord-Ovest dall’epicentro dell’esplosione. La morfologia del lago e la struttura dei sedimenti suggeriscono che questo sia il sito d’impatto di un meteorite. È stato scoperto, grazie ad un’equipe di scienziati italiani, che analizzando attraverso sonar il fondale di un lago vicino al “ground zero”, esso abbia una forma a cono e possa quindi essere il famigerato cratere tanto cercato. I carotaggi effettuati sul fondale del lago indicano un’anomalia nei depositi sedimentari del terreno databile attorno al 1908, con una percentuale di minerali non coerente con il territorio circostante. La tesi è stata confermata da un piccolo batiscafo immerso nel lago, che ha potuto osservare il fondale ricoperto da un cimitero di alberi distrutti dall’esplosione. In futuro, altri gruppi di studiosi torneranno per recuperare I frammenti dell’asteroide. Il fatto che testimoni oculari dell’evento ricordino il fiume Kimchu, ma nessuno nomini il lago Cheko, sembra confermare l’ipotesi che il lago si sia formato dopo l’evento di Tunguska (</span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www-th.bo.infn.it/tunguska/"><span style="font-size: small;">http://www-th.bo.infn.it/tunguska/</span></a></span></span><span style="font-size: small;">). Per far luce sull’appassionante enigma cosmico, è stato pubblicato sulla rivista scientifica “Terra Nova” il lavoro di un gruppo di ricercatori italiani (</span><span style="color: #1f497d;"><span style="font-size: small;">Luca Gasperini, Francesca Alvisi, Gianni Biasini, Enrico Bonatti, Giuseppe Longo, Michele Pipan e Romano Serra</span></span><span style="font-size: small;">) che hanno condotto sul luogo una spedizione scientifica e hanno scoperto che il lago Cheko, un piccolo specchio d’acqua di circa 500 metri di diametro, possa essere il cratere causato dall’impatto di un frammento sopravvissuto all’esplosione principale. </span><span style="font-size: small;">“Abbiamo effettuato uno studio geofisico e sedimentologico del lago per verificare se la sua formazione potesse essere correlata all’evento, e per rilevare nella sequenza sedimentaria del lago evidenze geofisiche e geochimiche dalle quali trarre informazioni sulla natura dell’oggetto cosmico” – spiega </span><span style="color: #1f497d;"><span style="font-size: small;">Luca Gasperini</span></span><span style="font-size: small;">. </span><span style="font-size: small;">“Varie spedizioni di studiosi avevano già esplorato la zona di Tunguska senza trovare segni d’impatto o frammenti, e formulando ipotesi, anche molto diverse fra loro, per far luce su quello che è ormai considerato a tutti gli effetti un mistero. Il nostro studio sul campo è stato effettuato principalmente utilizzando rilievi di acustica subacquea, con un obiettivo dunque più ambizioso di quello della prima spedizione italiana, avvenuta nel 1991, anch’essa organizzata dal prof. </span><span style="color: #1f497d;"><span style="font-size: small;">Giuseppe Longo </span></span><span style="font-size: small;">dell’Università di Bologna, e limitata alla ricerca di microparticelle dell’oggetto cosmico nella resina degli alberi”. Durante la spedizione Tunguska99 è stata, infatti, per la prima volta investigata con tecniche molto sofisticate la morfologia del fondo e la natura dei depositi del sottofondo lacustre, e sono stati raccolti campioni di sedimento. Risultanze pubblicate nel bellissimo libro “</span><span style="color: #1f497d;"><span style="font-size: small;"><strong>Tunguska</strong></span></span><span style="font-size: small;">” di </span><span style="color: #1f497d;"><span style="font-size: small;">Nanni Riccobono</span></span><span style="font-size: small;"> (Rizzoli). </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">“Grazie a tali indagini – rivela lo scienziato – è stato possibile scoprire che la morfologia del lago è diversa da quella dei comuni laghi siberiani di origine termo-carsica: la natura dei sedimenti recuperati dal fondo sono invece compatibili con l’ipotesi dell’impatto, che sarebbe avvenuto in una foresta acquitrinosa con uno strato sottostante di permafrost (suolo permanentemente ghiacciato) spesso oltre 30 metri”. È stato proprio lo scioglimento del permafrost avvenuto subito dopo l’impatto a modellare la forma e le dimensioni attuali del lago, ed a nasconderne la vera natura di cratere da impatto per tutto questo tempo. Questa scoperta contribuirà a svelare il mistero di Tunguska. Il lavoro dei ricercatori italiani ha già causato forti reazioni nella comunità scientifica internazionale, anche commenti su riviste di grande impatto e nella stampa quotidiana su molte testate europee e mondiali. Siamo forse alla vigilia di un nuovo impatto cosmico? Per scoprirlo ben 1.500 Osservatori astronomici sulla Terra scrutano i freddi spazi siderali. Ma per formalizzare la domanda, senza peraltro suscitare inutili allarmismi, è necessario assumere un modello matematico per il cosiddetto Rischio di fondo. Gli scienziati ne usano uno semplice, elaborato dal dott. </span><span style="color: #1f497d;"><span style="font-size: small;">Chesley</span></span><span style="font-size: small;"> ed altri:“</span><span style="font-size: small;"><em>Quantifying the risk posed by potential Earth impacts</em></span><span style="font-size: small;">”, che fu presentato al Congresso di Palermo. Secondo questo modello, gli impatti con energie di circa 10 magatoni (il valore stabilito per Tunguska; un megatone è l’energia di 100 Hiroshima; per farsi un’idea della scala di energie in gioco basta considerare che se un corpo di due metri di diametro impatta con la Terra alla velocità di 20 Km/sec., rilascia una energia di un magatone) e superiori, dovrebbero accadere uno ogni 200 anni. Questa frequenza è soggetta a un’incertezza di almeno un fattore 2 (l’errore è di 10 elevato a 2) perché la nostra conoscenza della popolazione di questi piccoli potenziali impattori non è ancora alta. Ma gli astronomi planetari sono interessati solo all’ordine di grandezza e quindi la probabilità totale di un impatto che sviluppi energia superiore ai 10 megatoni, nei prossimi 80 anni, è sicuramente molto più alta. Qualcosa come tre quinti, ossia tre su cinque! Molto ma molto più alta della probabilità che ogni santo giorno offre a ciascuno di noi per morire a causa di un incidente stradale nel corso della propria vita! Se diamo un’occhiata ora alla “Risk Page” di NEODyS, redatta dai ricercatori dell’Università di Pisa, che mostra tutti i casi conosciuti di possibili impatti di asteroidi già scoperti, capiremo meglio la faccenda assai seria. Consideriamo solo i sei casi nella prima metà della lista. Ci si rende subito conto che uno solo di questi casi è responsabile per quasi tutta la probabilità di impatto. L’oggetto 1994WR12, ad esempio, ha un totale, su diversi anni, di una possibilità d’impatto su cinquemila. L’energia che tale impatto svilupperebbe corrisponde a 71 megatoni. La conclusione è che il rischio per oggetti conosciuti corrisponde a 1/2000 del rischio di fondo da oggetti sconosciuti da 10 e più megatoni di energia. Se rifacciamo i calcoli su energie di 71 megatoni, come nel caso di 1994WR12, il risultato in qualche modo sale, e il rischio di fondo per i prossimi 80 anni diventa circa 1 su 12, di cui quello per oggetti già conosciuti è di circa 1 su 400. Secondo i planetologi e i cacciatori di asteroidi e comete killer (ossia a carattere estintivo) per la Terra, il fatto di non conoscere l’esistenza di un corpo cosmico tipo quello di Tunguska, con una significativa possibilità di impatto, non è poi molto positivo. La domanda a questo punto è: perché non sappiamo niente sulla prossima Tunguska? Secondo gli scienziati, ci sono tre fattori che potrebbero contribuire a questo gap nella scoperta di impattori virtuali del tipo di Tunguska: potremmo essere stati incapaci di trovare gli impattori virtuali di asteroidi già scoperti; gli impattori virtuali ci sono, ma relativi a dati che non sono stati resi pubblici, e che quindi il sistema scientifico ufficiale non ha elaborato; gli scienziati stanno scoprendo solo una piccola parte degli asteroidi di queste dimensioni. Naturalmente tutti e tre i fattori sono rilevanti. Ma qual è il più importante?</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Affrontiamo il primo fattore. Il software CLOMON era stato progettato per trovare tutti gli impattori virtuali con probabilità di 1 su un milione e oltre. All’inizio delle operazioni di CLOMON, nel novembre 1999, il monitoraggio si limitava a un periodo di 50 anni. Solo recentemente è stato esteso il periodo. Per la verità, nel caso migliore della “Risk Page”(1994WR12) i ricercatori non avevano rilevato nessuna possibilità d’impatto entro il 2050. Il meno improbabile riguarda il 2074. Perciò esso è apparso nella “Risk Page” solo come risultato di un nuovo calcolo, fatto con un software migliore e analizzandolo su di un più esteso periodo di tempo. Ciò non era finora stato fatto negli altri casi per mancanza di risorse umane e di mezzi di calcolo. Comunque, almeno per i molti casi che sono stati ricalcolati sugli 80-100 anni, gli scienziati possono sospettare che un impatto di probabilità significativa potrebbe loro sfuggire? La risposta non è così precisa come la desidereremmo. I ricercatori non hanno mai preteso che il loro sistema di rilevamento degli impatti fosse completo. Si occupano di tutti i casi per i quali dispongono di una teoria dinamica applicabile. Ci sono ragioni per sospettare che, in casi rari, i ritorni interrotti di corpi celesti possono risultare in probabilità di un ordine di grandezza maggiore di quelli relativi agli altri casi trovati per lo stesso oggetto. Il problema è che non possono escludere questi casi rari. Debbono tener conto del fatto che stanno cercando un caso realmente eccezionale. La probabilità di fondo non è in nessun modo distribuita uniformemente tra i molti asteroidi di una data grandezza che viaggiano su orbite vicine alla Terra: essa si concentra su pochi oggetti con orbite peculiari, orbite dalla bassa inclinazione, con perielio (o afelio) di circa una Unità Astronomica, e vicini a risonanze con la Terra. Il secondo punto debole del sistema di monitoraggio adottato era la disponibilità dei dati. NEODyS si occupa solo degli oggetti che sono stati classificati come “Near Earth Asteroids” dal Minor Planet Center. Solo per i NEA “ufficiali” i dati osservativi sono disponibili quotidianamente, spediti dal MPC via e-mail. Per tutti gli altri asteroidi i dati vengono pubblicati solo se le osservazioni sono state fatte per più di una notte. </span><span style="font-size: small;">Infatti la lista dei NEA (la definizione formale è che si tratta di asteroidi con il perielio q &lt; 1,3 U.A.) di cui si occupano gli studiosi italiani è alquanto diversa da quella del Minor Placet Center. </span><span style="font-size: small;">Il che non significa che una delle due liste sia sbagliata. Se un asteroide è stato osservato solo poche volte, diciamo solo in due notti, l’orbita calcolata è troppo incerta. In altre parole, dire che quel oggetto è un NEA (o NEO) sarebbe come fare un’affermazione probabilistica. Scienziati come il dott. </span><span style="font-size: small;">Claudio Bonanno hanno calcolato quanti asteroidi potrebbero essere non solo NEA ma PHA, ossia killer potenziali, se la distanza tra le loro orbite e quella della Terra è inferiore alle 0,005 U.A., senza però essere sulla lista ufficiale del MPC. </span><span style="font-size: small;">Il risultato è di diverse migliaia! Ma quello che importa è stimare il numero totale che ci si aspetta, se prendiamo in considerazione la probabilità che ciascun oggetto sia effettivamente un PHA. Il risultato è noto. I nostri astronomi potrebbero, in via di principio, includere questi PHA virtuali nel loro sistema di monitoraggio, ma esso non offrirebbe loro informazioni attendibili. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Infatti se un asteroide non è un NEA per il MPC, i dati osservativi sui cui i nostri scienziati baserebbero le loro predizioni di possibili impatti, potrebbero essere incompleti. E finirebbero per sollevare allarmi su un asteroide che magari nel frattempo è già stato nuovamente osservato. Poi ci sarebbero altri PHA virtuali, nascosti tra quelli riguardanti oggetti osservati una sola volta, che non vengono mai pubblicati dal MPC. Gli scienziati, infine, analizzano la possibilità che l’oggetto che provocherà la prossima Tunguska non sia ancora stato scoperto. Il dott. </span><span style="color: #1f497d;"><span style="font-size: small;">Alan Harris</span></span><span style="font-size: small;"> (Jet Propulsion Laboratory, California, USA) aveva pubblicato nella raccolta degli interventi al convegno su Tunguska del 1996 (Planetary and Space Sciences, vol. 46, 1998, pag. 283-290), un’analisi dettagliata del livello di completezza ottenibile come funzione della magnitudine raggiungibile e della durata della ricerca, oltre che alla taglia dell’asteroide. Il dott. Harris affermò che questi calcoli dovrebbero essere leggermente rivisti: sono il risultato di un’analisi teorica che andrebbe rifinita tenendo conto dell’esperienza accumulata da quando l’articolo è stato scritto (specialmente dall’esperienza dei Progetti LINEAR, LONEOS e Catalina). Secondo il modello di Harris, perfino un’ ipotetica sorveglianza di Spaceguard che controllasse tutto il cielo buio per magnitudini fino alla 22, potrebbe rilevare circa il 20% di tutti i NEA sui 100 metri, in 10 anni. Fino a qualche tempo fa il livello di completezza raggiungibile per magnitudine di circa 19, era inferiore a uno ogni 1000 in dieci anni. Dal momento che i principali centri di ricerca dei NEO sono operativi da pochi anni (fra cui la Stazione astronomica di Campo Imperatore sul Gran Sasso), forse il fatto di trovare solo probabilità nell’ordine di 1 su 5000 per gli oggetti conosciuti, di contro a una probabilità d’impatto calcolata per l’intera popolazione di quella classe di oggetti vicina al 100% nel XXI Secolo, è esattamente il risultato che gli scienziati dovevano aspettarsi. La conclusione è che noi non conosciamo il prossimo oggetto impattore (asteroide o cometa) tipo Tunguska, perché semplicemente non lo stiamo cercando. I gap nel nostro sistema di monitoraggio degli oggetti e di diffusione delle informazioni, per quanto gravi, non costituiscono il fattore decisivo. Poniamoci allora la domanda inversa: cosa dovremmo fare se il nostro obiettivo fosse trovare il prossimo impattore della classe di Tunguska prima che ci colpisca? Il dott. Harris se lo chiese nel suo articolo del 1998. Per scoprire il prossimo Tunguska, diciamo con il 90% delle possibilità, dovremmo avere una ricerca completa del cielo per la magnitudine 21, inquinamento luminoso permettendo. Naturalmente, “tale operazione dovrebbe andare avanti per qualche secolo prima di raggiungere l’obiettivo” – secondo il dott. Harris. </span><span style="font-size: small;">Il che solleva delicate questioni etiche relative alla motivazione necessaria (pubblica, privata, scientifica e di protezione civile) per una ricerca così sofisticata e costosa, quando l’obiettivo quasi certamente non può essere raggiunto nel corso della vita di coloro che darebbero il via al progetto e, naturalmente, dei Lettori e dei loro nipoti. </span><span style="font-size: small;">L’asteroide Apophis ci passerà molto vicino ma i calcoli, sempre più raffinati, indicano un rischio d’impatto quasi nullo. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Mai dire mai, soprattutto se, da bravi scienziati e giornalisti, abbiamo a cuore la vita dei nostri discendenti sul pianeta Terra. Un </span><span style="color: #1f497d;"><span style="font-size: small;">Evento Estintivo di Massa</span></span><span style="font-size: small;"> da impatto cosmico su scala planetaria (EVE), d’altra parte, prima o poi potrebbe essere inevitabile (ossia rivelato all’ultimo momento!) ed allora ben poco potremmo fare, in pochi mesi, settimane o giorni, per salvare le nostre vite. Le “Arche dei Migliori”(speriamo non dei soliti raccomandati politici!) del kolossal “2012” non ci salverebbero, liquefatte dalle eccezionali temperature. Le “Città sotterranee” del kolossal “Deep Impact”, per i pochi fortunati vincitori della Lottera Nazionale, verrebbero sommerse. Incrociamo le dita e che Dio ci protegga!</span></p>
<p style="text-align: right;" align="JUSTIFY">Nicola Facciolini</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2012/06/15/il-telescopio-spaziale-wise-scopre-6200-asteroidi-killer-della-terra-capaci-di-un-effetto-tunguska-su-scala-planetaria/">Il Telescopio Spaziale WISE scopre 6200 asteroidi killer della Terra capaci di un effetto Tunguska su scala planetaria</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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		<title>Monti Hallelujah di Avatar in Cina</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Jan 2010 14:06:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La realtà comincia e finisce in “Avatar”? Lavorare contemporaneamente sul mondo reale e su quello virtuale, è possibile? Se in Cina una montagna è stata rinominata in onore&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2010/01/29/monti-hallelujah-di-avatar-in-cina/">Monti Hallelujah di Avatar in Cina</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.improntalaquila.org/wp-content/uploads/2010/01/Avatar-James-Cameron-10.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-2167" title="Avatar-James-Cameron-10" src="http://www.improntalaquila.org/wp-content/uploads/2010/01/Avatar-James-Cameron-10-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" srcset="https://www.improntalaquila.com/wp-content/uploads/2010/01/Avatar-James-Cameron-10-200x300.jpg 200w, https://www.improntalaquila.com/wp-content/uploads/2010/01/Avatar-James-Cameron-10.jpg 400w" sizes="auto, (max-width: 200px) 100vw, 200px" /></a>La realtà comincia e finisce in “Avatar”? Lavorare contemporaneamente sul mondo reale e su quello virtuale, è possibile? Se in Cina una montagna è stata rinominata in onore di “Avatar” (Usa, 2009), il film di fantascienza scritto, diretto e prodotto da James Cameron che dopo aver affondato il suo “Titanic” punta decisamente in alto, ben oltre i due miliardi di dollari, ben oltre i Golden Globes, allora qualcosa di particolarmente significativo sta accadendo nel mondo. <span id="more-2166"></span>Il &#8220;Southern Sky Column&#8221; a Zhangjiajie, nella provincia cinese dello Hunan, sarà ora noto come &#8220;Avatar Hallelujah Mountain&#8221;. Sul pianeta Pandora si chiamano proprio Hallelujah Mountains e sono sospese nella zona di “equilibrio gravitazionale” tra il gigante Polifemo e la luna abitata di Pandora, tra la vegetazione rigogliosa e bioluminescente, le cascate scintillanti, gli animali strani (ed assurdi) che le popolano, sfrecciandole attorno magari cavalcate dai nativi Na’vi. Il mondo “reale” della Terra ha ispirato Cameron: non solo, dunque, la cattiveria umana ma soprattutto la geografia. Si tratta della Southern Sky Column, una delle torri di roccia alte 1000 metri che popolano il parco della foresta nazionale di Zhangjiajie, nella provincia cinese dello Hunan. Nell’ideare la scenografia di Avatar, il regista James Cameron si è affidato ai suggerimenti di un fotografo che ha passato buona parte del 2008 a fare scatti a Zhangjiajie. Il governo e i responsabili del parco ora vogliono “cavalcare” l’onda gigante del successo stratosferico di Avatar per promuovere il turismo naturale in Cina. “Se non potete recarvi personalmente su Pandora, potete sempre fare un giro nella nostra spettacolare foresta” – recita lo slogan pubblicitario cinese. Come già detto nel precedente contributo, anche alla luce delle ultime decisioni politiche del presidente degli Stati Uniti che pare voglia ridimensionare l’impegno della Nasa nello spazio cosmico (magari per stimolare le imprese private a fare meglio!), corriamo il rischio che la realtà ci sfugga davvero di mano. Intanto il messaggio antropologico ed ecologista del film sta già facendo parlare di sé in tutto il mondo. &#8220;I Nàvi di Avatar piangono perché la loro foresta viene distrutta. E&#8217; esattamente quello che accade anche a noi e a molti altri popoli indigeni&#8221; – così un Penan del Sarawak (regione malese del Borneo) ha espresso il concetto a “Survival International”, l’organizzazione che aiuta i popoli indigeni di tutto il pianeta Terra. E se ci convincono assai poco le possibilità espressive della pellicola (meglio il 3D con gli occhialini di Neytiri), almeno la speranza educativa di una rinascita della sensibilità e della coscienza verso i Nativi in tutto il mondo, magari proprio grazie a quella tecnologia paradossalmente criticata in Avatar, dobbiamo concederla. Libri, tecnologia, videogiochi, proiezioni speciali in 3D tutto l’anno, pupazzi e dispositivi portatili virtuali di Avatar, hanno messo in moto una rivoluzione commerciale e sociologica inarrestabile, per certi versi preoccupante. Il mago degli effetti speciali di Avatar, Joe Letteri (di nonni italiani), dal 2007 Direttore della Weta Digital (“Il Signore degli Anelli”, di Peter Jackson), uno dei maggiori responsabili dello straordinario risultato ottenuto dal film di James Cameron e delle meraviglie della sua Pandora, spiega che l’avvento delle tecnologie digitali nell’intrattenimento cinematografico, ha già cambiato la percezione del mondo “reale”. In attesa della valanga di Premi Oscar, grazie ad Avatar, la tecnologia stereoscopica (magari senza occhialini) potrebbe rivoluzionare anche la scienza e la filosofia. Dare vita a mondi e linguaggi fino a pochi mesi fa inimmaginabili, non può non avere effetti sulla vita dell’uomo e sulla sua percezione del “reale” e del “non reale”. Dunque, nulla sarà più come prima, ferme restando le nostre critiche sia alle concezioni del regista, relativamente alla sua “archeologia dell’impossibile”, sia al “credo” di alcuni attori di Hollywood (anche in Avatar) che hanno aderito alla setta Scientology. Ma ecco i “miracoli” di Avatar.</p>
<p>“Abbiamo dovuto fare in modo che il regista potesse lavorare contemporaneamente sul mondo reale e su quello virtuale, trattando però quest&#8217;ultimo come se fosse reale anch&#8217;esso” – spiega Joe Letteri ai giornalisti nella sua conferenza stampa al “Bologna Future Film Festival 2010”.</p>
<p>“Questo è stato possibile grazie all&#8217;uso di una particolare macchina da presa, una &#8220;virtual camera&#8221;, che permetteva di vedere gli attori in carne e ossa e gli elementi in computer grafica in contemporanea. Il campo è più che mai aperto a tantissime alternative, non si può dire a priori quale sarà l&#8217;evoluzione di questa tecnologia, molto dipenderà dalle intenzioni del regista”. Usare la stereoscopia in maniera realistica, a differenza di quanto fatto in precedenza, in cui le scene 3d venivano aggiunte al girato in una fase successiva, è il cuore della rivoluzione digitale voluta da Cameron. E già disponibile per uso domestico, come videogioco. “Molti produttori stanno già lavorando ad alcuni modelli di televisore con stereoscopia, ma io credo che il vero godimento dell&#8217;esperienza in 3d si abbia sul grande schermo, in cui è il mondo che viene verso di te, e non sei tu a dover entrare dentro di esso. Tanti registi stanno già prendendo in considerazione questa tecnologia, spinti dal desiderio di aumentare l&#8217;esperienza visiva offerta dalla propria pellicola”.</p>
<p>La tecnologia del “motion capture” vista in Avatar, potrà sostituire del tutto gli attori reali, magari essere utilizzata per far rivivere artisti ormai scomparsi. “In verità è già stato utilizzato a questo scopo, anche in Avatar molti degli attori non erano in carne e ossa: ad esempio molti dei soldati nella battaglia finale, o i protagonisti di alcune scene stunt. Sarà anche possibile far rivivere attori scomparsi, ma questa è una problematica legata a diversi pro e contro, sarà il regista a doversi chiedere se sia una scelta giusta”. Nella Weta lavorano anche molti italiani, tra cui figli di famosi registi. “A questo film hanno lavorato più di mille persone, esperti delle più svariate discipline, ma sempre di grande talento, che hanno contribuito tutti insieme con le proprie idee. Ovviamente guidati da Cameron, che ha sì delle idee molto precise ma è sempre stato aperto e collaborativo. Siamo tutti artigiani e scienziati insieme”. In Avatar è stato inventato un mondo “quasi” vero, anche se non proprio come il nostro: mancano i “difetti” naturali della Terra. Queste tecnologie potranno simulare qualsiasi cosa, ad esempio uno sbarco su Marte, ma con evidenti limiti etici. “La possibilità c&#8217;è, ma non riesco a pensare che un governo possa decidere di spendere una fortuna su un&#8217;idea come questa!”. E’ più che evidente lo stupefacente lavoro svolto dal comparto degli effetti speciali per rendere possibile il visionario universo immaginato da Cameron. “La volontà del regista era quella di eliminare il confine tra reale e virtuale, e cuore di questo processo è stato il &#8220;performance capture&#8221;, coadiuvato dall&#8217;uso della virtual camera. Per catturare al meglio la mimica facciale degli attori e ogni emozione che i protagonisti dovevano fare trasparire – spiega Letteri – è stato utilizzato una sorta di &#8220;casco&#8221; incaricato di registrare ogni più piccolo movimento del volto degli interpreti, in modo da poterlo successivamente ricreare sull&#8217;avatar corrispondente”. Attraverso alcuni esaustivi filmati, Letteri ha guidato i giornalisti all&#8217;interno delle fasi di elaborazione della scena: dapprima gli attori in carne e ossa, equipaggiati di casco e tuta per il motion capture, vengono filmati all&#8217;interno di uno scenario che rappresenta grossolanamente l&#8217;ambiente scenico, in modo che lo sfondo possa essere preso a riferimento per la successiva elaborazione in computer grafica. Nel caso, ad esempio, di una scena girata nella giungla, Zoe Saldana e Sam Worthington interagiscono con un numero di piante che, seppur limitato, è funzionale alla determinazione dell&#8217;ambiente. Per comprendere i mezzi tecnici a disposizione di Cameron, i giornalisti hanno potuto visionare le immagini elaborate in tempo reale dalla virtual camera: il regista si trova in questo caso ad avere a che fare già con un&#8217;immagine computerizzata, sebbene di risoluzione nettamente inferiore al risultato finale, ma che permette, ciak dopo ciak, di avere un significativo assaggio della resa a schermo della scena. “Una volta che la performance è stata approvata dal regista, la mano passa poi al reparto effetti speciali, che aumenta il livello di dettaglio dei personaggi per poi affiancarli al girato delle loro controparti reali, al fine di verificare l&#8217;accuratezza dei movimenti facciali degli avatar”. Tutti noi possiamo divertirci a creare con questo software la nostra immagine virtuale di Na’vi. Se il procedimento può sembrare laborioso, è ancora più difficile immaginare lo sforzo impiegato per realizzare il complesso scenario di Pandora. In primis la giungla davvero irreale: molte delle piante sono state disegnate dallo stesso Cameron, fase a cui ha fatto seguito un&#8217;effettiva osservazione della realtà come modello di riferimento. “A Cameron abbiamo proposto di volta in volta diverse alternative – fa notare Letteri – e la sua risposta era sempre: voglio tutto! Questo può dare un&#8217;idea della varietà di un mondo in cui in ogni inquadratura facevano bella mostra di sé migliaia di piante, molte delle quali animate da una bioluminescenza che Cameron ha voluto a tutti i costi inserire, impressionato dalla propria caccia al tesoro sottomarina”. Certo, mancano le foglie umidicce delle nostre foreste terrestri, ma che volete farci? Doveva essere tutto perfetto, ossia irreale. Non meno avventuroso è stato trovare un riferimento reale alle montagne volanti Halleluja. Per quanto riguarda i veicoli, anch&#8217;essi hanno in alcuni casi avuto bisogno di una controparte reale: il Samson utilizzato come velivolo è stato ad esempio parzialmente ricostruito, nonostante nella maggior parte dei casi i filmati del modello fisico hanno dovuto subire un&#8217;integrazione digitale, specie per quanto riguarda l&#8217;illuminazione. Un altro obiettivo tecnico che Letteri confessa essersi posto con particolare entusiasmo è stato quello di ricreare un&#8217;acqua il più realistica possibile: a differenza, infatti, delle precedenti pellicole, in cui si riprendeva semplicemente &#8220;vera acqua&#8221;, qui non è stato possibile lavorare in questo modo in virtù dell&#8217;impiego della tecnologia stereoscopica. Una particolare attenzione è stata riposta nel comportamento dei vestiti bagnati e nella velocità dello scorrimento del volume d&#8217;acqua. “La mole di dati da interpolare era impressionante: per animare una scena di pochi secondi, in cui alte onde si infrangono con una scogliera, è stata necessaria una settimana di rendering”. Il mondo di Avatar è fatto non solo di uomini e Na&#8217;vi, ma anche di altre creature: per le “banshee”, i rettili volanti del popolo azzurro, sono stati necessari veri e propri studi comportamentali per comprendere in che modo avrebbero dovuto interfacciarsi con i loro &#8220;navigatori&#8221;, e per i quali Cameron ha voluto fossero utilizzati colori vivaci, normalmente appannaggio di rettili di dimensioni di gran lunga inferiori. Un altro punto critico per i tecnici degli effetti speciali è stata l&#8217;illuminazione: tradizionalmente, infatti, è sempre stato impossibile ripetere digitalmente il comportamento della luce nel mondo reale. Letteri spiega di aver bypassato il problema grazie all&#8217;uso delle “spherical harmonics”, grazie alle quali la direzione e l&#8217;intensità della luce è decodificata in ogni punto, così come la sua interazione con l&#8217;ambiente. A dimostrazione di quanto questo aspetto sia stato curato, Letteri ha mostrato in dettaglio la riflessione di un raggio di luce cangiante sul viso e sulla pupilla di Neytiri: un&#8217;esperienza praticamente indistinguibile da quella reale. A rendere possibile la storia di Jake Sully su Pandora è la corrispondenza fisica tra il proprio sistema nervoso e quello del proprio Avatar: allo stesso modo, a rendere estremamente realistica l&#8217;apparenza dei Na&#8217;vi è l&#8217;aver ricreato il comportamento dei muscoli umani, e di conseguenza la loro interazione con ossa, grasso e pelle. Un risultato possibile grazie alla ricostruzione completa del sistema muscolare Na&#8217;vi: e se ai più attenti questo non sembra impressionante, in quanto la Weta aveva già dichiarato all&#8217;epoca de “Il signore degli anelli” di aver ricostruito i muscoli di uruk&#8217;hai e compagni, Letteri svela invece che in quel caso vennero ricreati sono i movimenti muscolari, e non la struttura in sé. In tema di confessioni, Letteri fa una concessione alla superiorità dell&#8217;uomo rispetto alla macchina: molto spesso, confessa, i semplici dati della motion capture non sono sufficienti per raggiungere il grado di realismo desiderato, e in quel caso la gestione del movimento deve tornare nelle mani di un animatore in carne e ossa. Nonostante Joe Letteri sia il sovrano incontrastato della computer grafica, quindi, è ben lungi dallo sminuire l&#8217;apporto umano all&#8217;esperienza cinematografica: a chi gli chiede se i suoi esseri perfetti prenderanno mai il posto degli uomini in carne e ossa, risponde semplicemente che &#8220;gli uomini non sono perfetti, e quindi nemmeno i Na&#8217;vi lo sono: ho cercato di ricreare quella magnifica imperfezione. Senza gli attori non sarebbe mai stato possibile ottenere un simile risultato”. Insomma, è grazie al talento della bellissima Zoe Saldana se il personaggio di Neytiri subisce un&#8217;evoluzione durante la pellicola. “Per quanto teoricamente sia possibile, non mi sognerei mai di falsare l&#8217;interpretazione di un attore attribuendo alla sua controparte digitale espressioni e atteggiamenti non originali&#8221;. Ma non è difficile immaginare un universo cinematografico completamente in digitale: se persino colui che ha azzerato le differenze tra reale e virtuale non offre speranza e credito a questa inquietante prospettiva, perché finora tutto sommato quella di Avatar è forse la strada più equilibrata e utile da percorrere, è anche vero che tutto resta nelle mani del regista. Dunque, la strada del 3D è effettivamente quella giusta? Lucida è l’analisi del regista ultra-novantenne Mario Monicelli:“Quella roba è uscita 25 o 30 anni fa, non ebbe seguito, fu un fallimento: vado poco al cinema, alla mia età faccio fatica uscire la notte. Ma ricordo che già 25 anni fa ci dettero degli occhialini e fu un fallimento. Non so se questa volta tecnicamente è una cosa meno fastidiosa di allora. Le tecnologie sono sempre vecchie: il film non acquista qualità con la tecnologia, soltanto è più facile farli”. Allora, è vero che i grandi passi compiuti dalla tecnologia migliorano la fruizione e il modo di fare cinema? Oppure, come afferma Monicelli, la tecnologia è qualcosa di passeggero, inutile a migliorare la qualità della pellicola? La semplicità paga, è vero. Ma se sanno tutti che gli incassi mondiali di Avatar si debbono alla doppia o tripla visione, in pellicola e in 3D, e non al numero effettivo dei biglietti staccati per la visione unica e originale, perché lasciare una tale furbizia solo a James Cameron. Cosa aspettano i registi cattolici Italiani a fare altrettanto? Magari con un kolossal che celebri degnamente i 150 anni dell’Unità d’Italia.</p>
<p style="text-align: right;">Nicola Facciolini</p>
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		<title>Varata la conquista privata dello spazio cosmico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Dec 2009 17:33:27 +0000</pubDate>
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<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Ma per il momento l’esperienza è riservata ad una clientela che, oltre ad essere coraggiosa e consapevole dei rischi, è in grado di sborsare 200mila dollari per un volo di due ore e mezza. Decollo e atterraggio compresi. &#8220;Vogliamo che questo programma segni l&#8217;inizio di una nuova era commerciale dei viaggi spaziali” – ha dichiarato Sir Branson. “La Nasa ha speso miliardi di dollari nei viaggi nello spazio ed è riuscita a mandare in orbita solo 480 persone – fa notare il grande tycoon britannico – ma noi speriamo di mandarne a migliaia di persone nello spazio entro i prossimi due anni&#8221;. Branson sarà il primo turista di SpaceShipTwo insieme alla sua famiglia. La navetta VSS-Enterprise sarà lanciata nello spazio dalla nave-madre &#8220;Eve&#8221;, un aereo di 42,7 metri che potrà volare ad un altitudine di oltre 20 chilometri. Una volta raggiunta questa altitudine, il razzo e la navetta si separeranno, i sei turisti sulla Enterprise, superata la quota di 100 chilometri, si ritroveranno in assenza di gravità per cinque minuti in una cabina munita di numerosi oblò da cui ammirare il panorama terrestre. <img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-583 alignright" title="Navetta Privata Space Ship Two" src="http://www.improntalaquila.org/wp-content/uploads/2009/12/Navetta-Privata-Space-Ship-Two-300x212.jpg" alt="Navetta Privata Space Ship Two" width="300" height="212" srcset="https://www.improntalaquila.com/wp-content/uploads/2009/12/Navetta-Privata-Space-Ship-Two-300x212.jpg 300w, https://www.improntalaquila.com/wp-content/uploads/2009/12/Navetta-Privata-Space-Ship-Two.jpg 650w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /><br />
Il veivolo, un vero e proprio catamarano dei cieli (ricorda Alinghi) è composto da due fusoliere (la struttura è stata chiamata “White Knight”, cavaliere bianco) unite da un&#8217;unica ala, con al centro la navetta-shuttle vera e propria che, una volta raggiunta la quota di 18-20 km dal suolo terrestre, si staccherà dal corpo imprimendo un&#8217;accelerazione di centinaia di chilometri orari in 10 secondi, quanto basta per permettere alla navicella di entrare nello spazio, attraversando gli strati meno densi della nostra atmosfera. La navicella è stata progettata dall’americano Burt Rutan e, secondo i calcoli di Branson, effettuerà il primo viaggio ufficiale tra 18 mesi. La navetta suborbitale Enterprise può contenere fino a 6 passeggeri, più due piloti. Sul veivolo campeggia il logo ufficiale della flotta Virgin: un occhio azzurro. &#8221;Come quelli di mia madre” – rivela Branson. I passeggeri, grazie alle speciali tute spaziali della Virgin, potranno fluttuare liberamente nella navicella, protetti dai raggi del Sole, sfruttando la micro-gravità della caduta-libera, proprio come fanno gli astronauti. Poi, una volta pronti, faranno rientro dolcemente nell’atmosfera terrestre. I passeggeri si sentiranno dei veri astronauti, o meglio, “georbitali”. Si apre un nuovo capitolo dell’esplorazione spaziale. La Virgin, se gli affari andranno in porto, secondo gli analisti, sarà presto copiata e superata da numerose altre aziende. Branson e Rutan, che hanno lavorato in gran segreto al progetto per cinque anni, produrranno altri quattro esemplari di SpaceShipTwo a un costo di 400 milioni di dollari complessivi. Peter Diamandis, fondatore del Premio “Ansari X”, precisa che l’aereo privato per voli suborbitali è il doppio del prototipo, e si avvale di un rivoluzionario carburante ibrido. Come la Nasa, anche la Virgin Galactic ha i suoi “martiri del lavoro”: il sogno di aprire le porte dello spazio a tutti i cittadini della Terra, nasce da un gigantesco sforzo finanziario e tecnologico, pagato a caro prezzo. Il trionfale volo del prototipo del 2004 ebbe luogo solo dopo numerosi incidenti, e nel 2007 tre collaboratori di Rutan perdettero la vita in un’esplosione del carburante dello SpaceShipTwo. Ma Branson è convinto che l’aereo privato per voli suborbitali, che partirà dal primo spazioporto della storia nel Nuovo Messico, attualmente in costruzione, sia tanto sicuro quanto gli aerei di linea e possa fornire lo stesso servizio. Uno dei 300 “astrorbitali” che hanno acquistato il biglietto, Peter Cheney di 63 anni, un imprenditore di Seattle, si professa “innamorato dello stupendo veicolo, una macchina affascinante, tecnologicamente avanzatissima, con un interno lussuoso”, la Ferrari dello spazio.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-585" title="spaceshiptwo" src="http://www.improntalaquila.org/wp-content/uploads/2009/12/spaceshiptwo-300x200.jpg" alt="spaceshiptwo" width="300" height="200" srcset="https://www.improntalaquila.com/wp-content/uploads/2009/12/spaceshiptwo-300x200.jpg 300w, https://www.improntalaquila.com/wp-content/uploads/2009/12/spaceshiptwo-1024x682.jpg 1024w, https://www.improntalaquila.com/wp-content/uploads/2009/12/spaceshiptwo.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" />Soddisfatti i Governatori del New Mexico, Bill Richardson, e della California Arnold Schwarzenegger, che per risolvere la crisi economica hanno deciso di appoggiare pienamente il progetto, una vera pietra miliare della conquista commerciale dello spazio. Le ricadute tecnologiche saranno incalcolabili, tra l’altro, proprio per la soluzione delle gravi emergenze planetarie che richiedono l’abbattimento delle emissioni dei gas serra nell’atmosfera.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Il capitale umano e tecnologico americano ed europeo, è chiamato decisamente a rispondere a questa chiamata. La missione delle imprese spaziali, come ribadito dal professor S. Hawking, nasce dall’urgenza di aprire a tutti le vie del Cosmo, per salvare la Terra. Altro che sfarzo per ricchi! I materiali compositi per realizzare la navetta Virgin, possono già rivoluzionare i nostri consumi energetici. Le aspettative, dunque, sono importanti per tutti, non solo per i ricchi che faranno da “apri-pista” (<em>pathfinders</em>). La nascita di imprese come la Virgin in tutto il mondo, con meno di 200 lavoratori ciascuna, aprirà il Sistema Solare alla conquista commerciale, con implicazioni decisamente interessanti. Come ai tempi di Colombo, Magellano e Lindbergh. Poi tutti si accoderanno per benedire l’iniziativa. Meglio farlo subito, per non ripetere gli errori del passato. Serviva proprio questa sferzata all’economia: la crisi è già entrata nella Storia. Giurisprudenza e legislazione commerciale spaziali devono aggiornarsi. Siamo pronti alla grande sfida?</p>
<p style="text-align: right; margin-bottom: 0cm;">Nicola Facciolini</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2009/12/09/varata-la-conquista-privata-dello-spazio-cosmico/">Varata la conquista privata dello spazio cosmico</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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