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	<title>Top 2 Archivi - L&#039;Impronta L&#039;Aquila</title>
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		<title>Solidarietà, sottoscrizione ARA-Abruzzo in favore degli allevatori della Sardegna/video</title>
		<link>https://www.improntalaquila.com/2013/11/21/solidarieta-sottoscrizione-ara-abruzzo-favore-degli-allevatori-della-sardegnavideo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Nov 2013 14:33:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualita']]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;Associazione Regionale Allevatori d&#8217;Abruzzo sta avviando una raccolta fondi in favore dei colleghi sardi colpiti dal Ciclone Cleopatra. Per il direttore dell&#8217;ARA-Abruzzo, Francesco Cortesi, pur non potendo l&#8217;Abruzzo ricambiare il grande gesto di generosità ricevuto dai colleghi sardi durante il terremoto del 2009 che colpì L&#8217;Aquila per motivi di dimensionamento delle strutture locali e logistico-sanitarie [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2013/11/21/solidarieta-sottoscrizione-ara-abruzzo-favore-degli-allevatori-della-sardegnavideo/">Solidarietà, sottoscrizione ARA-Abruzzo in favore degli allevatori della Sardegna/video</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;Associazione Regionale Allevatori d&#8217;Abruzzo sta avviando una raccolta fondi in favore dei colleghi sardi colpiti dal Ciclone Cleopatra.</p>
<p>Per il direttore dell&#8217;ARA-Abruzzo, <a href="http://www.tikotv.it/video/Comunicazione_e_Partecipazione/Solidariet_ARA_Abruzzo_in_favore_della_Sardegna/2125">Francesco Cortesi</a>, pur non potendo l&#8217;Abruzzo ricambiare il grande gesto di generosità ricevuto dai colleghi sardi durante il terremoto del 2009 che colpì L&#8217;Aquila per motivi di dimensionamento delle strutture locali e logistico-sanitarie si farà personalmente carico di attivare una sottoscrizione tra tutti i soci dell&#8217;associazione.</p>
<p>Vedi video su <a href="http://www.tikotv.it/video/Comunicazione_e_Partecipazione/Solidariet_ARA_Abruzzo_in_favore_della_Sardegna/2125">tikotv</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2013/11/21/solidarieta-sottoscrizione-ara-abruzzo-favore-degli-allevatori-della-sardegnavideo/">Solidarietà, sottoscrizione ARA-Abruzzo in favore degli allevatori della Sardegna/video</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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		<title>Papa Francesco e i Pilastri del Cristianesimo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Jun 2013 10:27:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Opinione]]></category>
		<category><![CDATA[Top 2]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Nella Chiesa nessuno è inutile. Siamo pronti a impegnarci come cristiani coerenti, 24 ore su 24, per dare testimonianza con la nostra parola e il nostro esempio? Non dimentichiamo mai che è il Signore che guida la Chiesa. È Lui a rendere fecondo il nostro apostolato. La carità, la pazienza e la tenerezza sono tesori [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2013/06/27/papa-francesco-e-i-pilastri-del-cristianesimo/">Papa Francesco e i Pilastri del Cristianesimo</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">“Nella Chiesa nessuno è inutile. Siamo pronti a impegnarci come cristiani coerenti, 24 ore su 24, per dare testimonianza con la nostra parola e il nostro esempio? Non dimentichiamo mai che è il Signore che guida la Chiesa. È Lui a rendere fecondo il nostro apostolato. La carità, la pazienza e la tenerezza sono tesori bellissimi. E quando li hai, vuoi condividerli con gli altri”(Papa Francesco). Siamo soli nell’Universo? Noi siamo la risposta. Nella Chiesa delle nostre famiglie e comunità “siamo tutti importanti, nessuno è inutile, sono come ognuno di voi, tutti siamo uguali, siamo fratelli! Nessuno è anonimo: tutti formiamo e costruiamo la Chiesa”. È uno dei passaggi più significativi della catechesi di Papa Francesco all’Udienza generale di Mercoledì 26 Giugno 2013 in Piazza San Pietro (Roma) gremita di pellegrini e fedeli provenienti dall’Italia e da ogni parte del mondo. Il Santo Padre ribadisce che “agli occhi di Dio siamo tutti uguali, anche il Papa”. Quindi, esorta tutti a portare nella Chiesa la propria vita, il proprio cuore, tutti insieme: “siamo tutti necessari nella Chiesa”. Papa Bergoglio dialoga con il Popolo di Dio. La sua diventa una catechesi partecipata. Il tema su cui si sofferma il Pontefice è “La Chiesa: Tempio dello Spirito Santo”(cfr. Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, 6) continuando il nuovo ciclo di catechesi sul Mistero della Chiesa. Che cosa ci fa pensare la parola tempio? “Ci fa pensare ad un edificio, ad una costruzione. In modo particolare – osserva Papa Francesco – la mente di molti va alla storia del Popolo di Israele narrata nell’Antico Testamento. A Gerusalemme, il grande Tempio di Salomone era il luogo dell’incontro con Dio nella preghiera; all’interno del Tempio c’era l’Arca dell’alleanza, segno della presenza di Dio in mezzo al popolo; e nell’Arca c’erano le Tavole della Legge, la manna e la verga di Aronne: un richiamo al fatto che Dio era stato sempre dentro la storia del suo popolo, ne aveva accompagnato il cammino, ne aveva guidato i passi”. Il tempio ricorda questa grande storia di Israele e del mondo antico. “Anche noi quando andiamo al tempio dobbiamo ricordare questa storia – dichiara Papa Francesco – ciascuno di noi, la nostra storia, come Gesù mi ha incontrato, come Gesù ha camminato con me, come Gesù mi ama e mi benedice. Ecco, ciò che era prefigurato nell’antico Tempio, è realizzato, dalla potenza dello Spirito Santo, nella Chiesa: la Chiesa è la &#8220;casa di Dio&#8221;, il luogo della sua presenza, dove possiamo trovare e incontrare il Signore; la Chiesa è il Tempio in cui abita lo Spirito Santo che la anima, la guida e la sorregge. Se ci chiediamo: dove possiamo incontrare Dio? Dove possiamo entrare in comunione con Lui attraverso Cristo? Dove possiamo trovare la luce dello Spirito Santo che illumini la nostra vita? La risposta è: nel popolo di Dio, fra noi, che siamo Chiesa. Qui incontreremo Gesù, lo Spirito Santo e il Padre. L’antico Tempio – ricorda il Santo Padre – era edificato dalle mani degli uomini: si voleva &#8220;dare una casa&#8221; a Dio, per avere un segno visibile della sua presenza in mezzo al popolo. Con l’Incarnazione del Figlio di Dio, si compie la profezia di Natan al Re Davide (cfr 2 Sam 7,1-29): non è il re, non siamo noi a &#8220;dare una casa a Dio&#8221;, ma è Dio stesso che &#8220;costruisce la sua casa&#8221; per venire ad abitare in mezzo a noi, come scrive san Giovanni nel suo Vangelo (cfr 1,14). Cristo è il Tempio vivente del Padre – spiega Papa Bergoglio – e Cristo stesso edifica la sua &#8220;casa spirituale&#8221;, la Chiesa, fatta non di pietre materiali, ma di &#8220;pietre viventi&#8221;, che siamo noi. L’Apostolo Paolo dice ai cristiani di Efeso: voi siete «edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù. In lui tutta la costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo del Signore; in lui anche voi venite edificati insieme per diventare abitazione di Dio per mezzo dello Spirito»(Ef 2,20-22). Questa è una cosa bella! Noi siamo le pietre vive dell’edificio di Dio, unite profondamente a Cristo, che è la pietra di sostegno, e anche di sostegno tra noi”. Cosa vuol dire questo? “Vuol dire che il tempio siamo noi, noi siamo la Chiesa vivente, il tempio vivente e quando siamo insieme tra di noi c’è anche lo Spirito Santo, che ci aiuta a crescere come Chiesa. Noi non siamo isolati, ma siamo popolo di Dio: questa è la Chiesa! Ed è lo Spirito Santo, con i suoi doni, che disegna la varietà. Questo è importante: cosa fa lo Spirito Santo fra noi? Egli disegna la varietà che è la ricchezza nella Chiesa e unisce tutto e tutti, così da costituire un tempio spirituale, in cui non offriamo sacrifici materiali, ma noi stessi, la nostra vita (cfr 1Pt 2,4-5). La Chiesa non è un intreccio di cose e di interessi, ma è il Tempio dello Spirito Santo, il Tempio in cui Dio opera, il Tempio dello Spirito Santo, il Tempio in cui Dio opera, il Tempio in cui ognuno di noi con il dono del Battesimo è pietra viva. Questo ci dice che nessuno è inutile nella Chiesa e se qualcuno a volte dice ad un altro: ‘Vai a casa, tu sei inutile’, questo non è vero, perché nessuno è inutile nella Chiesa, tutti siamo necessari per costruire questo Tempio! Nessuno è secondario. Nessuno è il più importante nella Chiesa, tutti siamo uguali agli occhi di Dio. Qualcuno di voi potrebbe dire: ‘Senta, Signor Papa, Lei non è uguale a noi’. Sì, sono come ognuno di voi, tutti siamo uguali, siamo fratelli! Nessuno è anonimo: tutti formiamo e costruiamo la Chiesa. Questo ci invita anche a riflettere sul fatto che se manca il mattone della nostra vita cristiana, manca qualcosa alla bellezza della Chiesa. Alcuni dicono: ‘Io con la Chiesa non c’entro’, ma così salta il mattone di una vita in questo bel Tempio. Nessuno può andarsene, tutti dobbiamo portare alla Chiesa la nostra vita, il nostro cuore, il nostro amore, il nostro pensiero, il nostro lavoro: tutti insieme. Vorrei allora che ci domandassimo: come viviamo il nostro essere Chiesa? Siamo pietre vive o siamo, per così dire, pietre stanche, annoiate, indifferenti? Avete visto quanto è brutto vedere un cristiano stanco, annoiato, indifferente? Un cristiano così non va bene, il cristiano deve essere vivo, gioioso di essere cristiano; deve vivere questa bellezza di far parte del popolo di Dio che è la Chiesa. Ci apriamo noi all’azione dello Spirito Santo per essere parte attiva nelle nostre comunità, o ci chiudiamo in noi stessi, dicendo: ‘ho tante cose da fare, non è compito mio’? Il Signore doni a tutti noi la sua grazia, la sua forza, affinché possiamo essere profondamente uniti a Cristo, che è la pietra angolare, il pilastro, la pietra di sostegno della nostra vita e di tutta la vita della Chiesa. Preghiamo perché, animati dal suo Spirito, siamo sempre pietre vive della sua Chiesa”. Al momento dei saluti ai pellegrini, Papa Francesco rivolge un particolare saluto, colmo di affetto, al cardinale Salvatore De Giorgi e quanti gli sono vicini in occasione del suo 60.mo anniversario di ordinazione presbiterale e quarantesimo di vescovo. “Ma pensate voi – esclama Papa Bergoglio – che bel servizio alla Chiesa: 60 anni di sacerdote e 40 di vescovo! È un bel servizio che lui ha fatto, e lui ha un cuore di padre, ha bontà di padre e con questo cuore di padre ha fatto tanto bene alla Chiesa. Oggi, vi dico una cosa: oggi alla mattina abbiamo celebrato la Messa e c’era un gruppo piccolo – in relazione ai tanti che sono – piccolo di preti che sono stati ordinati da lui: era piccolo il gruppo, ce n’erano più di ottanta! Immaginatevi quanti ha ordinato quest’uomo! Ringraziamolo per tutto quello che ha fatto per la Chiesa! A ciascuno auguro che questo incontro costituisca un incoraggiamento a diffondere con entusiasmo la novità del perenne messaggio salvifico portato da Cristo”. Papa Francesco, in un video-messaggio sui Dieci Comandamenti di Dio (<span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.youtube.com/watch?v=9IFQ-60xy_g&amp;feature=share"><span style="color: #1f497d;"><span style="font-size: xx-small;">www.youtube.com/watch?v=9IFQ-60xy_g&amp;feature=share</span></span></a></span></span>) conquista la piazza mediatica mondiale. Le porte degli Inferi non prevarranno sulla Chiesa di Cristo, piuttosto bruceranno all’Inferno coloro che scandalizzano i piccoli. Dio vuole che i sacerdoti vivano con pienezza una speciale grazia di “paternità” spirituale nei riguardi delle persone loro affidate. Dei giovani in particolare. Lo ha affermato Papa Francesco nella Messa presieduta nella cappella di Casa S. Marta. La “voglia di paternità è iscritta nelle fibre più profonde di un uomo. E un sacerdote – afferma Papa Francesco – non fa eccezione, pur essendo il suo desiderio orientato e vissuto in modo particolare: quando un uomo non ha questa voglia, qualcosa manca, in quest’uomo. Qualcosa non va. Tutti noi, per essere, per diventare pieni, per essere maturi, dobbiamo sentire la gioia della paternità: anche noi celibi. La paternità è dare vita agli altri, dare vita, dare vita…Per noi, sarà la paternità pastorale, la paternità spirituale: ma è dare vita, diventare padri”. La riflessione è offerta a Papa Francesco dal brano della Genesi nel quale Dio promette al vecchio Abramo la gioia di un figlio, assieme a una discendenza fitta come le stelle del cielo. Per suggellare questo Patto, Abramo segue le indicazioni di Dio ed allestisce un sacrificio di animali che poi difende dall’assalto di uccelli rapaci. “Mi commuove – rivela Papa Francesco – guardare questo novantenne con il bastone in mano che difende il suo sacrificio. Mi fa pensare a un padre, quando difende la famiglia, i figli”. Scene trionfanti nel nuovo kolossal cristologico Man of Steel di Zack Snyder. “Un padre che sa cosa significa difendere i figli. E questa è una grazia che noi preti dobbiamo chiedere: essere padri, essere padri. La grazia della paternità, della paternità pastorale, della paternità spirituale. Peccati ne avremo tanti, ma questo è di commune sanctorum: tutti abbiamo peccati. Ma non avere figli, non diventare padre, è come se la vita non arrivasse alla fine: si ferma a metà cammino. E perciò dobbiamo essere padri. Ma è una grazia che il Signore dà. La gente ci dice così: ‘Padre, padre, padre…’. Ci vuole così, padri, con la grazia della paternità pastorale”. Lo sguardo di Papa Francesco si posa con amicizia sul cardinale De Giorgi giunto al traguardo del 60.mo anniversario di sacerdozio, 40 dei quali da vescovo, un segnale incoraggiante per la Chiesa Cattolica del XXI Secolo che ha bisogno di degni prelati giovani e santi. “Io non so cosa ha fatto il caro Salvatore – afferma Papa Bergoglio – ma sono sicuro che è stato padre. E questo è un segno – prosegue il Pontefice rivolto ai tanti sacerdoti che hanno accompagnato il porporato – ora tocca a voi”. È l’esortazione di Papa Francesco. “Ogni albero dà il frutto da sé e se lui è buono – osserva il Santo Padre – i frutti devono essere buoni, no?. Dunque, non fategli fare brutta figura: ringraziamo il Signore per questa grazia della paternità nella Chiesa, che va di padre in figlio, e così…E io penso, per finire, a queste due icone ed a una in più: l’icona di Abramo che chiede un figlio, l’icona di Abramo con il bastone in mano, difendendo la famiglia, e l’icona dell’anziano Simeone nel Tempio, quando riceve la vita nuova: fa una liturgia spontanea, la liturgia della gioia, a Lui. E a voi, il Signore oggi vi dia tanta gioia”. Come ci ricorda Gesù nel Vangelo secondo Matteo (7,15-20), “guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci.<br />
Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi?<br />
Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi;<br />
un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni.<br />
Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco.<br />
Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere”. Il Papa invita tutti al “coraggio di andare controcorrente, di non farvi rubare la speranza da valori che fanno male come cibo avariato”. È l’esortazione che Papa Francesco eleva a gran voce all’Angelus di Domenica 23 Giugno 2013 alla presenza di circa 80mila fedeli radunati in Piazza San Pietro. Papa Bergoglio ricorda i martiri che “oggi, più che in passato, pagano a caro prezzo l’impegno per la verità e il Vangelo”. Il carisma di Papa Francesco, la gestualità e il tono di voce rendono bene, in modo “fisico” e musicale, il concetto espresso dalle sue parole. “Il Vangelo di Cristo è una causa per donne e uomini impavidi, quelli che – ieri come oggi, e oggi sono più che ieri – non innestano la retromarcia se intravedono che la loro fedeltà a Cristo rischia di diventare pericolosa o addirittura fatale”. Lo spirito di Papa Francesco è una folgore che scuote i cuori, le menti e le coscienze, non soltanto gli altoparlanti di Piazza San Pietro, quando la sua voce ricorda quanti “uomini retti” preferiscano “andare controcorrente pur di non rinnegare la voce della coscienza, la voce della verità: persone rette, che non hanno paura di andare controcorrente! E noi non dobbiamo avere paura! Fra voi ci sono tanti giovani. A voi giovani dico: non abbiate paura di andare controcorrente, quando ci vogliono rubare la speranza, quando ci propongono questi valori che sono avariati, questi valori ci fanno male. Dobbiamo andare controcorrente! E voi giovani, siate i primi: andate controcorrente e abbiate questa fierezza di andare proprio controcorrente. Avanti, siate coraggiosi e andate controcorrente! E siate fieri di farlo!”. Le porte degli Inferi non prevarranno. Satana sarà distrutto. L’applauso degli 80mila sotto la finestra è quasi un riflesso automatico che incanala l’infinita energia spirituale riaccesa da Papa Bergoglio che prende a modello San Giovanni Battista. Lo indica come un martire della verità al pari di tutti coloro che, dall’alba della Chiesa fin nelle pieghe della cronaca più attuale, hanno versato e versano il sangue per amore di Gesù. “In duemila anni sono una schiera immensa gli uomini e le donne che – ricorda il Santo Padre – hanno sacrificato la vita per rimanere fedeli a Gesù Cristo e al suo Vangelo. E oggi, in tante parti del mondo, ci sono tanti, tanti – più che nei primi secoli – tanti martiri che danno la propria vita per Cristo, che sono portati alla morte per non rinnegare Gesù Cristo. Questa è la nostra Chiesa. Oggi abbiamo più martiri che nei primi secoli”. Giovani martiri quotidiani dell’innocenza che nelle nostre città e su Internet vengono sistematicamente umiliati, offesi e violati psicologicamente e fisicamente dall’azione di presunti “amici” e “compagni” imbevuti dei valori avariati del mondo. Martiri anche di un “martirio quotidiano che – ripete Papa Francesco – non sempre passa per il sangue ma più spesso per quella logica di Gesù, la logica del dono, che fa compiere il proprio dovere con amore: quanti papà e mamme ogni giorno mettono in pratica la loro fede offrendo concretamente la propria vita per il bene della famiglia! Pensiamo a questo: quanti sacerdoti, frati, suore svolgono con generosità il loro servizio per il Regno di Dio! Quanti giovani rinunciano ai propri interessi per dedicarsi ai bambini, ai disabili, agli anziani. Anche questi sono martiri! Martiri quotidiani, martiri della quotidianità!”. L’ardore di Papa Francesco non si placa perché è autentico. L’ultimo affondo, l’eco che vuole lasciare un solco perché nessuno dimentichi, è per il nostro futuro. “Ricordatevi bene: non abbiate paura di andare controcorrente! Siate coraggiosi! E così, come noi non vogliamo mangiare un pasto andato a male, non portiamo con noi questi valori che sono avariati e che rovinano la vita e tolgono la speranza. Avanti!”. Ce n’è ben donde dopo l’ennesima scandalosa sentenza sul “matrimonio gay”, stavolta made in Usa: un’offesa a Dio, al Diritto, alla Civiltà. “Un cristiano non può essere antisemita!”. È la frase forte pronunciata da Papa Francesco nel corso dell’udienza in Vaticano ai membri del Comitato Ebraico Internazionale per le Consultazioni Interreligiose (International Jewish Committee on Interreligious Consultations). Nel suo discorso, Papa Bergoglio evidenzia la lunga relazione di amicizia tra cristiani ed ebrei ed incoraggia a proseguire sulla strada intrapresa. Senza infauste marce indietro. Per due volte nel suo discorso, Papa Francesco ripete ai nostri “fratelli maggiori” la parola Shalom, cioè Pace. Il Vescovo di Roma lo fa all’inizio, ricordando i 40 anni di “dialogo regolare” tra ebrei e cristiani che hanno contribuito a rafforzare “la reciproca comprensione ed i legami di amicizia”; poi al termine dell’udienza quando Papa Francesco chiede e assicura il “dono della preghiera”. A guidare le parole del Papa è la Dichiarazione conciliare Nostra Aetate, “un punto di riferimento fondamentale per quanto riguarda le relazioni con il popolo ebraico: la Chiesa riconosce che “gli inizi della sua fede e della sua elezione si trovano già, secondo il mistero divino della salvezza, nei Patriarchi, in Mosè e nei Profeti”. E, quanto al popolo ebraico, il Concilio ricorda l’insegnamento di San Paolo, secondo cui “i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili”, ed inoltre condanna fermamente gli odi, le persecuzioni e tutte le manifestazioni di antisemitismo. Per le nostre radici comuni – avverte Papa Bergoglio – un cristiano non può essere antisemita!”. Una frase forte e giusta che segna questa “prima occasione” di confronto con “un gruppo ufficiale di rappresentanti di organizzazioni e comunità ebraiche”. Papa Francesco aggiunge che proprio i principi conciliari hanno segnato “il cammino di maggiore conoscenza e comprensione reciproca”, intrapreso negli ultimi decenni tra ebrei e cattolici grazie anche a dichiarazioni e gesti importanti da parte dei Pontefici precedenti. “Un percorso che – evidenzia Papa Francesco – è la parte più visibile di un vasto movimento che si è realizzato a livello locale un po’ in tutto il mondo”. Il Santo Padre ricorda la sua esperienza come arcivescovo di Buenos Aires con confronti e dialoghi con gli ebrei sulla “rispettiva identità religiosa, sulle modalità per tenere vivo il senso di Dio in un mondo per molti tratti secolarizzato: mi sono confrontato con loro in più occasioni sulle comuni sfide che attendono ebrei e cristiani. Ma soprattutto, come amici, abbiamo gustato l’uno la presenza dell’altro, ci siamo arricchiti reciprocamente nell’incontro e nel dialogo, con un atteggiamento di accoglienza reciproca, e ciò ci ha aiutato a crescere come uomini e come credenti”. Gesti concreti che bisogna far vivere capillarmente e quotidianamente sul territorio. Un’amicizia che ha inevitabilmente rappresentato “la base del dialogo” che ad oggi si sviluppa sul piano ufficiale. Una strada che va ancora battuta “coinvolgendo anche le nuove generazioni: l’umanità – rivela Papa Bergoglio – ha bisogno della nostra comune testimonianza in favore del rispetto della dignità dell’uomo e della donna creati ad immagine e somiglianza di Dio, e in favore della pace che, primariamente, è un dono suo. Mi piace qui ricordare le parole del profeta Geremia: “Io conosco i progetti che ho fatto a vostro riguardo – oracolo del Signore – progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza”(Ger 29,11)”. La situazione dei popoli indigeni, con il carico dei gravi problemi di sussistenza che spesso la caratterizza, è stata al centro dell’udienza che Papa Francesco ha concesso a Félix Díaz, leader dell’etnia Qom della comunità argentina “La Primavera”, accompagnato dal Nobel per la pace, Adolfo Pérez Esquivel. Manifestando gratitudine al Papa per l’incontro, Félix Díaz gli ha espresso “le difficoltà che soffrono i popoli indigeni di Argentina e di America Latina, così come le loro preoccupazioni per la salvaguardia dei propri diritti, specialmente riguardo al loro territorio e all’identità culturale”. Che i nativi di molte aree del pianeta Terra (come ci ricorda il kolossal Avatar di James Cameron) siano spesso vittime di discriminazioni e prevaricazioni non di rado violente, è fatto purtroppo noto. Non fanno eccezione i Qom della comunità “La Primavera”(Potae Napcnà Navoghh) situata nella Provincia di Formosa, estremo nordest dell’Argentina, vicino alla frontiera col Paraguay. All’allora cardinale arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio, era ben noto sia il leader dei Qom, Félix Diaz, sia la serie di discriminazioni ed abusi che queste persone indigene hanno patito nei decenni come una lenta e inesorabile erosione. Nomadi fino a non molti anni fa, dediti alla caccia ed alla pesca nelle ricche foreste in cui vivevano – e che il governo argentino aveva loro concesso dal 1940 – i Qom hanno subito un primo “esproprio” del loro habitat naturale con l’avvento della monocultura, una pratica che ha comportato la deforestazione dei boschi e, dunque, la privazione di una delle principali basi per la sussistenza dei nativi americani. Non solo. Sui circa 5mila ettari che costituivano la porzione di territorio di loro pertinenza – e che includevano la “Laguna Bianca”, risorsa pregiata per il loro sostentamento – una nuova decurtazione è stata imposta quando lo Stato argentino ha deciso di sfruttare economicamente parte delle loro terre, dando il via libera di fatto a un’occupazione mai finita. Altre “donazioni” di terreno, sulla carta dei Qom, sono state via via concesse nel tempo a istituzioni argentine, tutte precedute dallo sgombero delle famiglie aborigene. Dal 2007, i 600 ettari dati a beneficio dell’Università di Formosa sono tuttora al centro del conflitto.<br />
La lotta dei Qom ha “bucato” l’attenzione dei media argentini nel 2010, quando ha assunto la forma di una protesta su scala nazionale, fatta di manifestazioni e blocchi stradali, che purtroppo ha portato alla morte di due indigeni, di un poliziotto e a numerosi arresti di nativi. Il leader Diaz ha guidato una delegazione di 70 membri della comunità a Buenos Aires, sollecitando un’udienza con la presidente Kirchner e facendo pressione attraverso uno sciopero della fame. L’udienza poi c’è stata, ma senza che gli accordi firmati abbiano cambiato la realtà della situazione. Particolarmente grave per la comunità Qom è la mancanza regolare di acqua potabile, con tutte le sue conseguenze sanitarie. A ciò si sommano la denutrizione, le condizioni abitative più che precarie, l’analfabetismo e la disoccupazione: condizioni di un’endemica precarietà peggiorata dalla negazione dei diritti di cittadinanza nel Paese, oggetto di una richiesta formale nel 2011. Un’altra richiesta molto sentita dai Qom riguarda il diritto a preservare la loro lingua e identità culturale, minacciata dal razzismo, dalla discriminazione e dalle politiche che rischiano di annientare le comunità tradizionali aborigine americane. Come San Giovanni, la Chiesa è chiamata a proclamare la Parola di Dio fino al martirio, salvaguardando le persone e le culture. È quanto sottolineato da Papa Francesco nella Messa alla Casa Santa Marta, nella Solennità della Nascita di San Giovanni Battista. Il Papa ribadisce che la Chiesa non deve mai prendere niente per se stessa, ma essere sempre al servizio del Vangelo. Nel giorno in cui la Chiesa celebra la nascita di San Giovanni Battista, il Papa inizia la sua omelia rivolgendo gli auguri a tutti coloro che portano il nome Giovanni. “La figura di Giovanni Battista non è sempre facile da capire. Quando pensiamo alla sua vita, è un profeta, un uomo che è stato grande e poi finisce come un poveraccio”. Chi è dunque Giovanni? “Lui stesso lo spiega:“Io sono una voce, una voce nel deserto”, ma è una voce senza Parola, perché la Parola non è Lui, è un Altro. Ecco allora qual è il mistero di Giovanni: mai s’impadronisce della Parola, Giovanni è quello che indica, quello che segna. Il senso della vita di Giovanni è indicare un Altro”. Papa Francesco confida di essere colpito dal fatto che la “Chiesa scelga come festa di Giovanni un periodo in cui i giorni sono i più lunghi dell’anno” nell’emisfero boreale, cioè “hanno più luce”. Davvero Giovanni “era l’uomo della luce, portava la luce, ma non era luce propria, era una luce riflessa. Giovanni è come una luna e quando Gesù iniziò a predicare, la luce di Giovanni incominciò a diminuire, ad andare giù. Voce non Parola – ricorda Papa Francesco – luce, ma non propria: Giovanni sembra essere niente. Quella è la vocazione di Giovanni: annientarsi. E quando noi contempliamo la vita di quest’uomo, tanto grande, tanto potente – tutti credevano che fosse lui il Messia – quando contempliamo questa vita, come si annienti fino al buio di un carcere, contempliamo un grande mistero. Noi non sappiamo come sono stati gli ultimi giorni di Giovanni. Non lo sappiamo. Sappiamo soltanto che è stato ucciso, la sua testa su un vassoio, come grande regalo per una ballerina adultera. Credo che più di questo non si possa fare per andare giù, per annientarsi. Quello è stato il fine di Giovanni. Nel carcere – spiega Papa Francesco – Giovanni ha sperimentato dei dubbi, aveva un’angoscia e ha chiamato i suoi discepoli per andare da Gesù a chiedergli:“Sei Tu, o dobbiamo aspettare un altro?”. C’è proprio il buio, il dolore sulla sua vita. Neanche questo gli fu risparmiato, a Giovanni. La figura di Giovanni a me fa pensare tanto alla Chiesa” che “esiste per proclamare, per essere voce di una Parola, del suo sposo, che è la Parola. E la Chiesa esiste per proclamare questa Parola fino al martirio. Martirio precisamente nelle mani dei superbi, dei più superbi della Terra. Giovanni poteva farsi importante, poteva dire qualcosa di sé…Il segreto di Giovanni. Perché Giovanni è santo e non ha peccato? Perché mai, mai ha preso una verità come propria. Non ha voluto farsi ideologo. L’uomo che si è negato a se stesso, perché la Parola venga. E noi, come Chiesa, possiamo chiedere oggi la grazia di non diventare una Chiesa ideologizzata. La Chiesa – esorta il Santo Padre – deve ascoltare la Parola di Gesù e farsi voce, proclamarla con coraggio. Quella è la Chiesa senza ideologie, senza vita propria: la Chiesa che è il mysterium lunae, che ha luce dal suo Sposo e deve diminuire, perché Lui cresca: questo è il modello che ci offre oggi Giovanni, per noi e per la Chiesa. Una Chiesa che sempre sia al servizio della Parola. Una Chiesa che mai prenda niente per se stessa. Oggi nella preghiera abbiamo chiesto la grazia della gioia, abbiamo chiesto al Signore di allietare questa Chiesa nel suo servizio alla Parola, di essere voce di questa Parola, predicare questa Parola. Chiediamo la grazia di imitare Giovanni, senza idee proprie, senza un Vangelo preso come proprietà, soltanto una Chiesa-voce che indica la Parola, e questo fino al martirio. Così sia!”. Papa Francesco commentando il Vangelo domenicale di Luca che riporta la domanda di Cristo agli Apostoli, “ma voi chi dite che io sia?”, sottolinea che bisogna rispondere a Gesù con il cuore, ispirati dalla venerazione per Lui e dalla roccia del Suo Amore. “Chi dite che io sia?”. Una domanda alla quale Pietro risponde:“Tu sei il Cristo di Dio, l’Unto del Signore”, che anche duemila anni dopo coinvolge tutti, finanche mettendo in crisi, con una “prova del nove” per il nostro cammino di fede cristiana tra le insidie del mondo. “È una domanda diretta al cuore – afferma Papa Francesco – alla quale occorre rispondere con l’umiltà del peccatore, al di là delle frasi fatte o di convenienza, che quasi ne contiene un’altra, speculare e altrettanto decisiva: chi noi pensiamo di essere per Gesù? Noi, anche noi, che siamo apostoli e servi del Signore dobbiamo rispondere, perché il Signore ci domanda: cosa pensi tu di me? Ma lo fa, eh? Lo fa tante volte! Cosa pensi tu di me?, dice il Signore. E noi non possiamo fare come quelli che non capiscono bene. Ma, tu sei l’unto! Sì, ho letto. Con Gesù non possiamo parlare come con un personaggio storico, un personaggio della storia, no? Gesù è vivo davanti a noi. Questa domanda – avverte Papa Francesco – la fa una persona viva. E noi dobbiamo rispondere, ma dal cuore. Siamo chiamati ancora oggi da Gesù a compiere quella scelta radicale fatta dagli Apostoli, una scelta totale, nella logica del “tutto o niente”, un cammino per compiere il quale dobbiamo essere illuminati da una grazia speciale, vivere sempre sulla solida base della venerazione e dell’amore per Gesù. Venerazione e Amore per il Suo Santo Nome. Certezza che Lui ci ha stabiliti su una roccia: la roccia del Suo amore. E da questo amore – rivela il Santo Padre – noi Ti diamo la risposta, diamo la risposta. E quando Gesù fa queste domande – Chi sono io per te? – bisogna pensare a questo: io sono stabilito sulla roccia dell’Amore di Lui. Lui mi guida. Devo rispondere fermo su quella roccia e sotto la guida di Lui stesso. Chi sono io per voi?, ci chiede Gesù. A volte si ha vergogna a rispondere a questa domanda perché sappiamo che qualcosa in noi non va, siamo peccatori. Ma è proprio questo il momento in cui confidare nel Suo amore e rispondere con quel senso di verità, così come Pietro fece sul Lago di Tiberiade. Signore, tu sai tutto. È proprio nel momento in cui ci sentiamo peccatori, il Signore ci ama tanto – afferma Papa Bergoglio – e come mise il pescatore Pietro a capo della Sua Chiesa, così anche con noi farà qualcosa di buono. Lui è più grande, Lui è più grande! E quando noi diciamo, dalla venerazione e dall’amore, sicuri, sicuri sulla roccia dell’amore e sulla guida di Lui: Tu sei l’unto, questo ci farà tanto bene e ci farà andare avanti con sicurezza e prendere la Croce di ogni giorno che alle volte è pesante. Andiamo avanti così, con gioia, chiedendo questa grazia: dona al Tuo popolo, Padre, di vivere sempre nella venerazione e nell’amore per il Tuo santo nome! E con la certezza che Tu non privi mai della Tua guida coloro che hai stabilito sulla roccia del Tuo amore!”. Carità e magnanimità. Sono questi i segni distintivi del cristiano ricordati da Papa Francesco durante l’incontro con i membri dell’Associazione Santi Pietro e Paolo, ricevuti in udienza in Vaticano poco prima dell’Angelus. “Grazie”. È la prima parola che il Papa rivolge all’Associazione Santi Pietro e Paolo che sin dal 1971 si dedica a diverse iniziative di volontariato, portando avanti il proprio apostolato con attività caritative e culturali. “Soprattutto la carità, l’attenzione concreta verso gli altri, verso i più poveri, deboli e bisognosi – rileva il Vescovo di Roma – è un segno distintivo del cristiano. Crescere nella conoscenza e nell’amore a Dio è essenziale per portare e per vivere la Sua misericordia a tutti, vedendo nel volto di chi incontriamo il Suo Volto”. Forte è l’esortazione di Papa Francesco a “conoscere sempre più il Signore con la preghiera, con la meditazione sulla Parola, con lo studio del Catechismo per dare una particolare testimonianza di vita cristiana, servendo la Chiesa e i fratelli senza chiedere nulla in cambio. Questo è bello: servire senza chiedere nulla in cambio, come ha fatto Gesù. Gesù ci ha servito tutti e non ha chiesto nulla in cambio. Quello è bello: Gesù ha fatto le cose con gratuità e voi fate le cose con gratuità. La vostra ricompensa è proprio questa: la gioia di servire il Signore, e di farlo insieme! E servire il Signore – insegna Papa Bergoglio – va fatto con cuore generoso e grande, con magnanimità. Questa bella virtù cristiana: la magnanimità, avere un cuore grande, allargare il cuore, sempre sì, con pazienza, allargare, amare tutti, e non quel cuore piccolino, quelle piccolezze che ci fanno tanto male. Magnanimità. In questo modo la testimonianza del cristiano sarà più convincente ed efficace ed il servizio sarà migliore e più gioioso. Il Santo Padre invita a pregare anche per coloro che ci hanno fatto e ci fanno del male, per chi ci fa arrabbiare, affinché la benedizione di Dio arrivi anche a loro. “La testimonianza di Paolo VI alimenta in noi la fiamma dell’amore per Cristo, dell’amore per la Chiesa, dello slancio di annunciare il Vangelo”. Così Papa Francesco nel discorso pronunciato nella Basilica vaticana davanti a circa cinquemila pellegrini della diocesi di Brescia, giunti a Roma per il 50.mo anniversario dell’elezione di Papa Montini. “L’amore a Cristo, l’amore alla Chiesa e l’amore all’Uomo – osserva Papa Bergoglio – sono i tre aspetti testimoniati dal Servo di Dio, Paolo VI. Queste tre parole sono atteggiamenti fondamentali, ma anche appassionati di Paolo VI che ha saputo testimoniare, in anni difficili, la fede in Gesù Cristo. Risuona ancora, più viva che mai, la sua invocazione:“Tu ci sei necessario o Cristo!”. Sì, Gesù è più che mai necessario all’Uomo di oggi, al mondo di oggi, perché nei ‘deserti’ della città secolare Lui ci parla di Dio, ci rivela il Suo Volto”. Nel discorso ai cinquemila pellegrini conterranei di Papa Montini che nacque a Cesio in provincia di Brescia, Papa Francesco mette soprattutto in luce la totalità dell’amore a Cristo di Paolo VI. Una totalità visibile già nella scelta del nome come Papa. “Paolo è l’Apostolo che portò il Vangelo a tutte le genti e che per amore di Cristo offrì la sua vita” – affermò Papa Montini. E il Vescovo di Roma, Padre Francesco, cita più volte le parole di Paolo VI per mettere in rilievo quest’Amore. “Cristo! Sì, io sento la necessità di annunciarlo, non posso tacerlo!” – proclamò a Manila Papa Montini ricordando che “Egli è il centro della storia e del mondo, Egli è il compagno e l’amico della nostra vita”. Papa Francesco sottolinea come queste siano “parole grandi, ma io vi confido una cosa: questo discorso a Manila, ma anche quello a Nazareth, sono stati per me una forza spirituale, mi hanno fatto tanto bene nella vita! E io torno a questo discorso, torno e ritorno, perché mi fa bene sentire questa parola di Paolo VI oggi”. Il secondo insegnamento lasciatoci da Paolo VI è il suo profondo amore per la Chiesa, “Madre che porta Cristo e porta a Cristo”. Un amore fino a spendersi per la Chiesa senza riserve con un “cuore di vero Pastore, di autentico cristiano, di uomo capace di amare – rileva Papa Bergoglio – Paolo VI ha vissuto in pieno il travaglio della Chiesa dopo il Concilio Vaticano II, le luci, le speranze, le tensioni”. Diversi sono gli scritti di Paolo VI, come la sua prima Enciclica “Ecclesiam Suam”, “Pensiero alla morte”, il suo Testamento. Ma soprattutto l’Esortazione apostolica “Evangeli Nuntiandi “per me – afferma Papa Francesco – il documento pastorale più grande che sia stato scritto fino ad oggi. In questa Esortazione apostolica, Papa Montini pone queste domande:“Dopo il Concilio e grazie al Concilio, la Chiesa si sente o no più adatta ad annunziare il Vangelo e ad inserirlo nel cuore dell’Uomo con convinzione, libertà di spirito ed efficacia? La Chiesa è veramente radicata nel cuore del mondo, e tuttavia abbastanza libera e indipendente per interpellare il mondo?”. E ancora, rileva Papa Francesco, “Paolo VI si chiedeva se fosse più impegnata nell’azione caritativa, nella ricerca dell’unità dei cristiani:<br />
sono interrogativi rivolti anche alla nostra Chiesa, a tutti noi, siamo tutti responsabili delle risposte e dovremmo chiederci: siamo veramente Chiesa unita a Cristo, per uscire e annunciarlo a tutti, anche e soprattutto a quelle che io chiamo le &#8216;periferie esistenziali&#8217;, o siamo chiusi in noi stessi, nei nostri gruppi, nelle nostre piccole chiesuole? O amiamo la Chiesa grande, la Chiesa madre, la Chiesa che ci invia in missione e ci fa uscire da noi stessi?”. E, se Dio lo vuole, un giorno anche nello spazio esterno, sugli altri mondi, per annunciare la Buona Novella. Il terzo aspetto che Paolo VI ha testimoniato è l’amore di Dio per l’uomo. “Un aspetto profondamente legato a Cristo perché è proprio la passione per Dio che spinge a servire l’Uomo”: Papa Francesco cita un ampio passo del discorso che Paolo VI pronunciò nell’ultima Sessione del Vaticano II, dove evidenzia che “l’umanesimo laico profano alla fine è apparso nella sua terribile statura e ha in un certo senso sfidato il Concilio. La religione del Dio che si è fatto Uomo s’è incontrata con la religione dell’uomo che si è fatto Dio – prosegue Paolo VI mettendo in luce che poteva esserci uno scontro che non è avvenuto – l’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio”, dichiara Papa Montini che rivolgendosi “agli umanisti moderni – rinunciatari alla trascendenza delle cose supreme” – li invita a riconoscere “il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’Uomo” che cammina insieme con Dio nel Giardino. Papa Francesco evidenzia, citando le parole di Paolo VI, che “tutta questa ricchezza dottrinale è rivolta a servire l’Uomo in ogni sua necessità, tanto che la Chiesa si è quasi dichiarata l’ancella dell’umanità. E questo anche oggi ci dà luce in questo mondo dove si nega l’Uomo, dove si preferisce andare sulla strada dello gnosticismo, sulla strada del pelagianesimo, cioè di un Dio che non si è fatto carne o del niente Dio, dell’ Uomo prometeico: noi in questo tempo possiamo dire le stesse cose di Paolo VI: la Chiesa è l’ancella dell’Uomo, la Chiesa crede in Cristo che è venuto nella carne e perciò serve l’Uomo, ama l’Uomo, crede nell’Uomo. Questa è l’ispirazione del grande Paolo VI. Cari amici, ritrovarci nel nome del Venerabile Servo di Dio Paolo VI ci fa bene! La sua testimonianza – osserva Papa Bergoglio – alimenta in noi la fiamma dell’amore per Cristo, dell’amore per la Chiesa, dello slancio di annunciare il Vangelo all’Uomo di oggi, con misericordia, con pazienza, con coraggio, con gioia. Le ricchezze e le preoccupazioni del mondo soffocano la Parola di Dio”. Papa Francesco sottolinea che la nostra vita è fissata su tre pilastri: elezione, alleanza e promessa, aggiungendo che dobbiamo affidarci al Padre nel vivere il presente senza aver paura per quello che accadrà. “Nessuno può servire due padroni”. Il Santo Padre trae spunto dalle parole di Gesù che si sofferma sul tema delle ricchezze e delle preoccupazioni. “Gesù ha un’idea chiara su questo: sono le ricchezze e le preoccupazioni del mondo che soffocano la Parola di Dio, sono queste le spine che soffocano il seme caduto nella terra, di cui si parla nella Parabola del Seminatore. Le ricchezze e le preoccupazioni del mondo &#8211; ci spiega qui &#8211; soffocano la Parola di Dio e non la lasciano crescere. E la Parola muore, perché non è custodita: è soffocata. In quel caso si serve la ricchezza o si serve la preoccupazione, ma non si serve la Parola di Dio. E anche questo ha un senso temporale perché – spiega Papa Francesco – la Parabola è un po’ costruita – il discorso di Gesù nella Parabola – sul tempo, no? Non preoccupatevi dell’indomani, di cosa fai domani. E anche la Parabola del Seminatore è costruita sul tempo: semina, poi viene la pioggia e cresce. Cosa fa in noi, cosa fanno le ricchezze e cosa fanno le preoccupazioni? Semplicemente ci tolgono dal tempo. Tutta la nostra vita è fondata su tre pilastri: uno nel passato, uno nel presente e un altro nel futuro. Il pilastro del passato è quello dell’elezione del Signore. Ognuno di noi, infatti, può dire che il Signore “mi ha eletto, mi ha amato”, “mi ha detto vieni” e con il Battesimo “mi ha eletto per andare su una strada, la strada cristiana”. Il futuro invece riguarda il “camminare verso una promessa”, il Signore “ha fatto una promessa con noi”. Il presente infine “è la nostra risposta a questo Dio tanto buono che mi ha eletto”. Fa una promessa, mi propone un’alleanza ed io faccio un’alleanza con Lui. Ecco dunque i tre pilastri: elezione, alleanza e promessa: i tre pilastri di tutta la storia della Salvezza. Ma quando il nostro cuore entra in questo che Gesù ci spiega, taglia il tempo: taglia il passato, taglia il futuro e si confonde nel presente. A quello che è attaccato alle ricchezze, non importa il passato né il futuro, ha tutto là. È un idolo, la ricchezza. Non ho bisogno di un passato, di una promessa, di un’elezione: niente. Quello che si preoccupa di cosa può succedere, taglia il suo rapporto col futuro – ‘Ma, può andare questo?’ – e il futuro diventa futuribile, ma no, non ti orienta a nessuna promessa: rimane confuso, rimane solo. Per questo – avverte Papa Bergoglio – Gesù ci dice che o si segue il Regno di Dio oppure le ricchezze e le preoccupazioni del mondo. Con il Battesimo “siamo eletti in amore” da Lui, abbiamo un “Padre che ci ha messo in cammino”. E così anche il futuro è gioioso, perché camminiamo verso una promessa. Il Signore è fedele, Lui non delude e quindi anche noi siamo chiamati a fare quello che possiamo senza delusione, senza dimenticare che abbiamo un Padre nel passato che ci ha eletti. Le ricchezze e le preoccupazioni sono le due cose che ci fanno dimenticare il nostro passato, che ci fanno vivere come se non avessimo un Padre. E anche il nostro presente è un presente che non va. Dimenticare il passato, non accettare il presente, sfigurare il futuro: questo è quello che fanno le ricchezze e le preoccupazioni. Il Signore ci dice:‘Ma, tranquilli! Cercate il Regno di Dio e la sua giustizia, tutto l’altro verrà’. Chiediamo al Signore la grazia di non sbagliarci con le preoccupazioni, con l’idolatria della ricchezza e di sempre avere memoria che abbiamo un Padre che ci ha eletti; avere memoria che questo Padre ci promette una cosa buona, che è camminare verso quella promessa ed avere il coraggio di prendere il presente come viene. Questa grazia chiediamo al Signore!”. Un Papa che ama camminare, “Vescovo di Roma e popolo insieme” – ha detto la sera dell’elezione, il 13 Marzo 2013, e che viene seguito in sette sentieri immaginari tracciati dalle sue parole e dai suoi gesti. Sette sentieri per sette temi forti del messaggio di Papa Bergoglio in questi primi cento giorni di pontificato: la misericordia di Dio, la fede che si fa dono, l’apertura della Chiesa fino alle periferie del mondo, l’amore di Maria “che va di fretta”, l’uomo che viene prima del profitto, l’appello ai costruttori di pace e l’invito ai giovani ad “andare controcorrente”. Il film “I primi 100 giorni di Papa Francesco” aiuta a conoscere ancora meglio il primo Papa gesuita argentino e sudamericano, e a rendere omaggio a quanto Padre Francesco ha già testimoniato nei primi passi del suo pontificato. Come riferisce L’Osservatore Romano, “nessun testo formale né parole di circostanza: solo dei «semplici pensieri» per dire qualcosa che «viene dal di dentro», che «mi sta a cuore»” per riflettere su una delicata quanto fondamentale missione al servizio della Chiesa. “Una missione di mediazione – precisa il Santo Padre – attraverso la quale favorire la comunione nella Chiesa universale. Ma cedere allo spirito mondano espone soprattutto noi pastori al ridicolo”. E infine, ma non da ultimo, il Papa ricorda l’importanza del compito di scegliere e segnalare i candidati all’Episcopato. Nell’Udienza generale di Mercoledì 19 Giugno 2013 in Piazza San Pietro, Papa Francesco si sofferma “su un’altra espressione con cui il Concilio Vaticano II indica la natura della Chiesa: quella del corpo; il Concilio dice che la Chiesa è Corpo di Cristo (cfr Lumen gentium, 7). Vorrei partire da un testo degli Atti degli Apostoli che conosciamo bene: la conversione di Saulo, che si chiamerà poi Paolo, uno dei più grandi evangelizzatori (cfr At 9,4-5). Saulo è un persecutore dei cristiani, ma mentre sta percorrendo la strada che porta alla città di Damasco, improvvisamente una luce lo avvolge, cade a terra e sente una voce che gli dice «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?». Lui domanda: «Chi sei, o Signore?», e quella voce risponde: «Io sono Gesù che tu perseguiti»(v. 3-5). Questa esperienza di san Paolo ci dice quanto sia profonda l’unione tra noi cristiani e Cristo stesso. Quando Gesù è salito al cielo non ci ha lasciati orfani, ma con il dono dello Spirito Santo l’unione con Lui è diventata ancora più intensa. Il Concilio Vaticano II afferma che Gesù «comunicando il suo Spirito, costituisce misticamente come suo corpo i suoi fratelli, chiamati da tutti i popoli» (Cost. dogm. Lumen gentium, 7). L’immagine del corpo ci aiuta a capire questo profondo legame Chiesa-Cristo, che san Paolo ha sviluppato in modo particolare nella Prima Lettera ai Corinzi (cfr cap. 12). Anzitutto il corpo ci richiama ad una realtà viva. La Chiesa non è un’associazione assistenziale, culturale o politica, ma è un corpo vivente, che cammina e agisce nella storia. E questo corpo ha un capo, Gesù, che lo guida, lo nutre e lo sorregge”. Questo è un punto che Papa Francesco ama sottolineare. “Se si separa il capo dal resto del corpo, l’intera persona non può sopravvivere. Così è nella Chiesa: dobbiamo rimanere legati in modo sempre più intenso a Gesù. Ma non solo questo: come in un corpo è importante che passi la linfa vitale perché viva, così dobbiamo permettere che Gesù operi in noi, che la sua Parola ci guidi, che la sua presenza eucaristica ci nutra, ci animi, che il suo amore dia forza al nostro amare il prossimo. E questo sempre! Sempre, sempre! Cari fratelli e sorelle, rimaniamo uniti a Gesù, fidiamoci di Lui, orientiamo la nostra vita secondo il suo Vangelo, alimentiamoci con la preghiera quotidiana, l&#8217;ascolto della Parola di Dio, la partecipazione ai Sacramenti”. C’è poi un secondo aspetto della Chiesa come Corpo di Cristo. “San Paolo afferma che come le membra del corpo umano, pur differenti e numerose, formano un solo corpo, così tutti noi siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo (cfr 1Cor 12,12-13). Nella Chiesa quindi, c’è una varietà, una diversità di compiti e di funzioni; non c’è la piatta uniformità, ma la ricchezza dei doni che distribuisce lo Spirito Santo. Però c’è la comunione e l’unità: tutti sono in relazione gli uni con gli altri e tutti concorrono a formare un unico corpo vitale, profondamente legato a Cristo. Ricordiamolo bene: essere parte della Chiesa vuol dire essere uniti a Cristo e ricevere da Lui la vita divina che ci fa vivere come cristiani, vuol dire rimanere uniti al Papa e ai Vescovi che sono strumenti di unità e di comunione, e vuol dire anche imparare a superare personalismi e divisioni, a comprendersi maggiormente, ad armonizzare le varietà e le ricchezze di ciascuno; in una parola a voler più bene a Dio e alle persone che ci sono accanto, in famiglia, in parrocchia, nelle associazioni. Corpo e membra per vivere – osserva Papa Bergoglio – devono essere uniti! L’unità è superiore ai conflitti, sempre! I conflitti se non si sciolgono bene, ci separano tra di noi, ci separano da Dio. Il conflitto può aiutarci a crescere, ma anche può dividerci. Non andiamo sulla strada delle divisioni, delle lotte fra noi! Tutti uniti, tutti uniti con le nostre differenze, ma uniti, sempre: questa è la strada di Gesù. L’unità è superiore ai conflitti. L’unità è una grazia che dobbiamo chiedere al Signore perché ci liberi dalle tentazioni della divisione, delle lotte tra noi, degli egoismi, delle chiacchiere. Quanto male fanno le chiacchiere, quanto male! Mai chiacchierare degli altri, mai! Quanto danno arrecano alla Chiesa le divisioni tra i cristiani, l’essere di parte, gli interessi meschini! Le divisioni tra noi, ma anche le divisioni fra le comunità: cristiani evangelici, cristiani ortodossi, cristiani cattolici, ma perché divisi? Dobbiamo cercare di portare l’unità. Vi racconto una cosa: oggi, prima di uscire da casa, sono stato quaranta minuti, più o meno, mezz’ora, con un Pastore evangelico e abbiamo pregato insieme, e cercato l’unità. Ma dobbiamo pregare fra noi cattolici e anche con gli altri cristiani, pregare perché il Signore ci doni l’unità, l’unità fra noi. Ma come avremo l’unità fra i cristiani se non siamo capaci di averla tra noi cattolici? Di averla nella famiglia? Quante famiglie lottano e si dividono! Cercate l’unità, l’unità che fa la Chiesa. L’unità viene da Gesù Cristo. Lui ci invia lo Spirito Santo per fare l’unità. Cari fratelli e sorelle, chiediamo a Dio: aiutaci ad essere membra del Corpo della Chiesa sempre profondamente unite a Cristo; aiutaci a non far soffrire il Corpo della Chiesa con i nostri conflitti, le nostre divisioni, i nostri egoismi; aiutaci ad essere membra vive legate le une con le altre da un’unica forza, quella dell’amore, che lo Spirito Santo riversa nei nostri cuori (cfr Rm 5,5)”.</p>
<p style="text-align: right;" align="JUSTIFY">Nicola Facciolini</p>
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		<title>Leonardo e  Sabrina ritrovati, con Luttazzi-Ruzzante che vince il primo round</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Mar 2012 18:33:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Un’ANSA di oggi ci dice che dietro la parete est del Salone dei 500 di Palazzo Vecchio a Firenze,  c&#8217;é un vuoto che cela un muro preesistente e sul quale si vedono macchie di colore nero, rosso e beige,  attribuibili alla Battaglia di Anghiari, l&#8217;affresco perduto di Leonardo da Vinci. Emerge dai risultati del team [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Un’ANSA di oggi ci dice che dietro la parete est del Salone dei 500 di Palazzo Vecchio a Firenze,  c&#8217;é un vuoto che cela un muro preesistente e sul quale si vedono macchie di colore nero, rosso e beige,  attribuibili alla Battaglia di Anghiari, l&#8217;affresco perduto di Leonardo da Vinci.</p>
<p>Emerge dai risultati del team diretto da Maurizio Seracini,  presentati oggi a Firenze e frutto dello studio iniziato a fine 2011,  fatto con indagini radar e una sonda endoscopica che ha saggiato la parete proprio dove, secondo il Vasari, Leonardo aveva affrescato il suo “sfortunato” capolavoro.</p>
<p>Ciò che si sa è che la pittura murale di Leonardo, databile al 1503, a causa dell&#8217;inadeguatezza della tecnica, venne lasciata incompiuta e mutila e che, circa sessant&#8217;anni dopo, durante la decorazione del salone affidata a  Giorgio Vasari, questi “nascose” i frammenti leonardiani sotto un nuovo intonaco o, come ora pare, sotto  una nuova parete.</p>
<p>Si sa anche che, nonostante l’esito disastroso,  a causa di una scelta che, come e peggio del  caso dell&#8217;<em>Ultima Cena</em>, si rivelò sbagliatissima, molti contemporanei ne fecero copie, di cui, la più famosa, è di Rubens, conservata al Louvre, interpretazione della parte centrale della’opera di Leonardo, fatto o  da una precedente copia o da un cartone.</p>
<p>La scoperta di Seracini porterà, forse a breve, a rivedere ciò che resta della’opera del grane Toscano e di nuovo, nonostante gli errori di fissazione e l’insulto del tempo, ne ammireremo il genio, nel concentrare in una unico blocco, un episodio degli scontri tra esercito fiorentino e milanese del 29 giugno 1440, per  celebrare il concetto di <em>libertas</em> repubblicana.</p>
<p>Con in più ciò che è stato solo descritto e non rappresentato con la forza leonardesca né da Rubens né dagli altri: lo sconvolgimento della &#8220;pazzia bestialissima&#8221; della guerra, come la chiamava l&#8217;artista, con molti personaggi  ai lati della scena, che lottano instancabilmente per ottenere il gonfalone, simbolo della città di Firenze, con quattro cavalieri che  si stanno contendendo la massiccia asta e tre fanti si trovano in terra, atterrati e colpiti dagli zoccoli dei cavalli.</p>
<p>Un capolavoro ritrovato, forse, dopo una lunga, paziente ricerca, mentre, fra due giorni, la tv “ritroverà” , almeno pare, Sabrina Guzzanti, che partirà su La7, in prima serata, mercoledì 14 marzo, in uno studio con uno striscione con la scritta “No Tav”, in cui sarà attuata una parodia di Mario Monti, con Michael Moore in collegamento telefonico, mentre i politici  saranno scansati.</p>
<p>E con Sabrina, tenuta dietro l’intonaco televisivo per ben nove anni, tornano i suoi cavalli di battaglia (non meno leonardeschi quando a plastica capacità espressiva): Moana Pozzi e Lucia Annunziata e, ancora,  Barbara Palombelli, quest’ultima di particolare attualità visto il caso Lusi, pronta a difendere il marito perché “Francesco può non sapere, Francesco non sa la maggior parte di quello che gli succede intorno, non lo capisce proprio, è come un bambino”.</p>
<p>E poi  la satira, che “fa un po’ quel cazzo che gli pare” , come chiosa Sabina in conferenza stampa,  citando Daniele Luttazzi, anche lui “scomparso” da anni  e non più ritrovato.</p>
<p>Tutti i giornali dicono che il ritorno della Guzzanti è una vittoria per l’Italia ed una vittoria (un’altra dopo quella di Mentana e della Dandini), per l’emittente che fa parte del cosiddetto &#8220;terzo polo&#8221; televisivo italiano insieme a MTV e attualmente è di proprietà di TI Media.</p>
<p>Grande ed innovativa televisione, se si confronta al duopolio Rai-Mediaset, ma anche lei con le sue ipocrisie ed i suoi peccati.</p>
<p>Ad esempio la chiusura del programma di Daniele Luttazzi “Decameron” che, secondo il tribunale di Roma,  sarebbe stato abolito “in modo arbitrario e illegittimo”,  per via di una battuta su Giuliano Ferrara.</p>
<p>Era nato nel 2007 “Decameron” e rappresentava il dirompente ritorno del comico in tv,  a cinque anni dall&#8217; “editto bulgaro” (o “arcoriano”) che l&#8217; aveva, di fatto, cacciato dalla Rai.</p>
<p>Appena cinque puntate e arrivò un altro editto, per una battuta (dice ora il giudice), per un&#8217; offesa (sostiene La7) nei confronti di Giuliano Ferrara, all&#8217; epoca conduttore di “Otto e mezzo”,  sulla stessa rete televisiva.</p>
<p>Certo siamo solo al primo round , ma, per il momento, il giudice ha condannato La7 a un pagamento che, fra penali e mancati versamenti, ammonta a 1 milione e 200 mila euro lordi, più interessi e spese legali.</p>
<p>Molto più di quanto gli scienziati a Firenze, hanno speso per rintracciare Leonardo.</p>
<p>Anche se, per ora, il tribunale di Roma da ragione al comico, inserendo la sua battuta nella tradizione tutta italiana del Ruzzante, ci sarà il secondo round, perché La7 non ci sta e fa sapere che “prende atto della sentenza e informa di aver già dato mandato ai propri legali per ricorrere in appello”.</p>
<p>E poi, anche perdesse in seconda battuta, c’è sempre la Cassazione che, di recente, ha annullato  la condanna a Dell’Utri e Cosentino e, per sovrappiù, non ha perso tempo e dichiarato  che il <strong>concorso esterno</strong><strong> </strong>non esiste.</p>
<p>Sicchè, un domani, si potrà sempre dire che il Ruzzante non esiste, ma esiste invece il colto figlio naturale del medico Giovan Francesco Beolco, che non si perde mai, a differenza dell’inesistente “pseudonimo contadino”, in uno scavo progressivo mai viziato da populistico fervore,  che, nel complesso porta ad un ritratto &#8220;a tutto tondo&#8221; della realtà del contado pavano, basato sulle falsità e sulla ipocrisia dei domanti, come anche dei dominati.</p>
<p>Il comico italiano Dario Fo, durante il discorso pubblico nella cerimonia di assegnazione del  Nobel per la Letteratura, disse del Ruzzante che non fu mai amato, in nessun tempo,  della borghesia, perché, sempre, dichiarò sulla scena, in modo schietto ed arguto, ciò che pensava.</p>
<p>Insomma, secondo Fo (e noi), Ruzzante, come Leonardo e Luttazzi, sono, a livelli diversi di forma espressiva ma non di efficacia, i grandi custodi di una <em>libertas</em> sempre meno fruibile e rappresentata. Sempre più rara e, pertanto, da ritrovare in fretta e custodire con grande tenacia.</p>
<p style="text-align: right;">Carlo Di Stanislao</p>
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		<title>FIPE, ecco la spesa degli italiani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Feb 2012 15:20:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualita']]></category>
		<category><![CDATA[Consumatori]]></category>
		<category><![CDATA[Top 2]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli italiani mangiano sempre meno. Sia per gli oltre 15 milioni che si nutrono fuori casa (12 milioni a pranzo e 3,5 a cena), sia per chi lo fa in casa il piatto è più vuoto. Ma nel ridurre la spesa alimentare di oltre sette miliardi di euro per i pasti in casa e di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Gli italiani mangiano sempre meno. Sia per gli oltre 15 milioni che si nutrono fuori casa (12 milioni a pranzo e 3,5 a cena), sia per chi lo fa in casa il piatto è più vuoto. Ma nel ridurre la spesa alimentare di oltre sette miliardi di euro per i pasti in casa e di oltre un miliardo per quelli fuori casa negli ultimi cinque anni, gli italiani hanno però fatto attenzione ad eliminare il superfluo, limitando così gli sprechi e orientando di nuovo la scelta sui prodotti tradizionali. La crisi sta dunque consolidando un comportamento già in atto da tempo dovuto anche a nuovi stili di vita: primi piatti e contorni vengono preferiti ai secondi, aumenta il consumo di spuntini e merendine e in tutto si spendono circa 5 euro a testa al giorno per mangiare in casa.</p>
<p>È quanto emerge da una ricerca Fipe-Confcommercio presentata a Sapore 2012 nel convegno inaugurale della Fiera di Rimini dedicata all’alimentazione.</p>
<p>«<em>Sono dati</em> – ha commentato il vicepresidente Fipe, Alfredo Zini – <em>che in qualche modo ci aspettavamo. Il segreto per gli imprenditori della ristorazione è sempre quello di adeguare l’offerta alla domanda anche quando muta così profondamente nel corso dei decenni».</em></p>
<p>A tavola si preferisce la tradizione (+8% le specialità gastronomiche regionali negli ultimi quattro anni) alla novità etnica verso la quale non manca lo sguardo di curiosità di un italiano su quattro. Persiste solo in parte l’andamento salutistico, l’unico in grado da vent’anni di generare un leggero incremento di spesa, a dispetto comunque di un 10% della popolazione in stato di obesità e di un 35,5% in sovrappeso.</p>
<p>La recessione si ripercuoterà anche sui consumi alimentari (-0,8%), anche se il fuori casa continuerà a fare da traino. Già ora nelle regioni del centro-sud si registra la sofferenza maggiore nei consumi familiari di alimenti e bevande, mentre il settentrione ha ridotto soprattutto pasti e consumazioni fuori casa. C’è meno pesce, caffè, bevande, pasta e cereali. A livello di spesa alimentare, finora si registrano 215 miliardi di euro (dati Istat 2010) di cui 142,5 per i pasti in casa con cui si acquistano soprattutto pane, carne, latte, latticini e uova. A livello di consumo, però il paniere sembra aver registrato un cambiamento: pesano di più pane e cerali, dolci e bevande, mentre scende il peso di carne, pesce e latte.</p>
<p>A livello di spesa reale, quella alimentare è cresciuta poco rispetto ad altre: 0,7% di tasso medio annuo in quarant’anni a fronte di quella per le comunicazioni (+6,2%, ma va considerato il livello modesto di spesa in questo settore negli anni ‘70) e della salute (+5,6% anche per l’invecchiamento crescente della popolazione e per una maggior cura della persona). In poco meno di mezzo secolo la spesa alimentare è scesa del 20% nel budget destinato ai consumi, rendendoci sempre più simili al Regno Unito. È negli anni ’80 e ’90 che prende piede il pasto destrutturato. Si moltiplicano i luoghi dove mangiare velocemente, ma nel 2000 gli italiani sembrano volersi riappropriare del tempo da dedicare alla tavola con il fenomeno dello <em>slow-food</em> in contrapposiz ione al <em>fast</em> e di un ritrovato amore per la terra con l’acquisto dei prodotti direttamente dai contadini.</p>
<p>A guidare la scelta per la spesa alimentare degli italiani adesso è il confronto più ragionato dei prodotti in riferimento a prezzo e la qualità con una maggiore disponibilità a cambiare marca. Al consumo alimentare viene destinato meno di un quinto dei soldi destinati a tutti gli acquisti (19% dei consumi che nelle famiglie giovani scende al 14%) con una situazione sempre più prossima al livello di guardia, ma paradossalmente più del 50% pensa che in casa si spenda molto per il cibo, forse influenzato psicologicamente dalla spesa del supermercato dove si cerca di riempire il carrello.</p>
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		<title>Auguri a regola d’arte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Feb 2012 15:08:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura e Spettacolo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Milano accoglie con entusiasmo le opere del maggior esponente dell’Art Nouveau (Stile Liberty, in Italia) Gustav Klimt. La metropoli onora il centocinquantesimo anniversario dalla nascita dell’artista austriaco con una mostra allo Spazio Oberdan per rendergli tributo attraverso disegni, manifesti, copertine e una riproduzione in scala del Fregio di Beethoven, l’opera concepita in onore del musicista [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Milano<strong> </strong>accoglie con entusiasmo le opere del maggior esponente dell’<em>Art Nouveau </em>(Stile Liberty, in Italia) <strong>Gustav Klimt</strong>. La metropoli onora il centocinquantesimo anniversario dalla nascita dell’artista austriaco con una mostra allo Spazio Oberdan per rendergli tributo attraverso disegni, manifesti, copertine e una riproduzione in scala del <span style="text-decoration: underline;">Fregio di Beethoven</span>, l’opera concepita in onore del musicista durante la XIV esposizione del 1902.</p>
<p><em>«Ad ogni tempo la sua arte &#8211; libertà per le arti» recita il motto inciso sulla facciata del Palazzo della Secessione viennese. La fine del XIX secolo vede concentrarsi proprio lì i principali fermenti economici e culturali, nella capitale dove da sempre è l’ufficialità a occuparsi dei beni artistici.</em></p>
<p>Tuttavia, per qualcuno non serve difendere, ma allargarsi e abbracciare modernità<strong>,</strong> rompere con le esclusioni perbeniste e inaugurare un incrocio di provenienze e avanguardie. Ed è così che nel movimento che si separa dall’organo ufficiale, l’Associazione degli artisti viennesi, e fa capo alla rivista <em>Ver Sacrum (1898-1903</em>) come megafono di opere e idee, compaiono sia simbolisti sia naturalisti. La Secessione con i suoi architetti, tra tutti <strong>Olbrich</strong>, <strong>Hoffmann </strong>e <strong>Wagner</strong>, con i suoi pittori e decoratori tra cui <strong>Klimt,</strong> <strong>Hodler</strong>, <strong>Andri</strong>,<strong> Stolba </strong>e scultori come<strong> Klinger</strong>, getta scompiglio fondendo i generi in una ribellione all’immobilità del pensiero critico e creativo.<em></em></p>
<p>Dopo il 1846 e la rivisitazione della <em>Nona di Beethoven</em> ad opera di<strong> Richard Wagner</strong>, è quasi un flusso indomito e rigenerante la piega sempre più allegorica che il decorativismo innato di <em>Klimt</em>, quell’abilità appresa alla Scuola di arti applicate sulla scia di <strong>Koloman Moser</strong>, si traduce in un linearismo dai minimi ritocchi sentimentali, con tensioni estetizzanti già astratte nei paesaggi e impercettibilmente compiaciute.</p>
<p>All’interno dell’esposizione, in effetti, Si osserva una voluta ricostruzione di quanto accade sulle tre pareti del Palazzo della Secessione<strong>,</strong> ed ecco allora il viaggio allegorico del cavaliere armato in vesti dorate di eroe e liberatore spirituale. Una prima immagine non presente nelle sale dello Spazio Oberdan milanese, che invece ripercorre su pannelli scenografici, inevitabilmente freddi e innaturali, la seconda e terza sezione del Fregio: dalla sfida delle forze ostili all’incontro salvifico con i geni fluttuanti della poesia che sfrondano muri invisibili fino al Regno Ideale con il coro di angeli che precede l’abbraccio beato.</p>
<p>L&#8217;arte si sa, commemora spesso “i suoi figli” in occasione di anniversari e compleanni veri o possibili e anche noi lo onoriamo lasciando ai lettori l’immagine di una delle più belle opere di <strong>Klimt</strong>: <span style="text-decoration: underline;">Il Bacio</span>.</p>
<p style="text-align: right;">Francesca Ranieri</p>
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		<title>Vega il nuovo lanciatore ESA mette le ali alla libera conquista dello spazio esterno da parte dei mercati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Feb 2012 10:56:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualita']]></category>
		<category><![CDATA[Scienza e medicina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Ricerca è ciò che faccio quando non so che cosa sto facendo”(Wernher Von Braun). È stato lanciato con successo Vega il nuovo vettore orbitale dell’Esa. Vega ha messo a segno il suo primo volo inaugurale ed ha ufficialmente dato inizio alla corsa dei mercati verso lo spazio esterno. Dalla libera esplorazione dello spazio interplanetario e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“Ricerca è ciò che faccio quando non so che cosa sto facendo”(<strong>Wernher Von Braun</strong>). È stato lanciato con successo Vega il nuovo vettore orbitale dell’Esa. Vega ha messo a segno il suo primo volo inaugurale ed ha ufficialmente dato inizio alla corsa dei mercati verso lo spazio esterno. Dalla libera esplorazione dello spazio interplanetario e interstellare da parte dei privati, cioè delle imprese e delle università di tutto il mondo, sorgeranno frutti copiosi per l’umanità. Ecco perché il 13 febbraio 2012 è una data storica non solo per l’Europa. L’Agenzia Spaziale Europea (Esa) ha messo in orbita, per il suo primo volo di qualifica, il nuovo potente lanciatore Vega, dallo spazioporto europeo di Kourou nella Guyana francese. La finestra di lancio aveva una durata di 120 minuti. Vega ha portato in orbita nove satelliti, incrementando la capacità della flotta di vettori europei che aprono la porta alla libera conquista dello spazio da parte delle imprese commerciali, delle industrie e delle multinazionali. Il primo volo di Vega segna la conclusione di nove anni di sviluppo da parte dell’Esa e dei suoi partner, l’Agenzia Spaziale Italiana (Asi), l’Agenzia spaziale francese (Cnes) e l’industria. Il programma è stato supportato da sette paesi membri dell’Esa: Belgio, Francia, Italia, Paesi Bassi, Spagna, Svezia e Svizzera. Progettato per fornire agli Stati Uniti d’Europa la capacità di portare in orbita satelliti scientifici e di osservazione della Terra in maniera sicura, affidabile e competitiva, Vega è compatibile con carichi la cui massa varia dai 300 ai 2500 Kg, a seconda del tipo di altitudine e di orbita richiesta dal cliente. Questa nuova capacità completa la famiglia dei servizi di lancio già esistente allo spazioporto europeo nella Guyana francese: Ariane5 e il lanciatore di classe media Soyuz presente da ottobre 2011, con la fine dei voli dello Space Shuttle americano. Prezioso è il carico di Vega: due satelliti italiani (LARES, Laser Relativity Satellite, dell’ASI e ALMASat-1 dell’Università di Bologna), più sette nanosatelliti forniti dalle università europee: e-St@r (Italia), Golia (Romani), MaSat-1 (Ungheria), PW-Sat (Polonia), Robusta (France), UniCubeSat GG (Italia) e Xatcobeo (Spagna). La missione è servita a qualificare il sistema Vega: il veicolo, l’infrastruttura a terra e le operazioni, dalla campagna di lancio alla separazione sia del carico sia del cosiddetto “upper stage”. La missione si è conclusa con la distruzione controllata dell’AVUM. Ora, dopo il volo di qualifica, il sistema di lancio Vega viene gestito da Arianespace. La società è anche incaricata di offrire questa nuova capacità di lancio sul mercato internazionale, con l’obiettivo di almeno due missioni per anno. L’Esa è uno dei primi clienti di questo nuovo servizio di Arianespace con una commessa per cinque lanci. Il nuovo vettore è pronto ad operare a fianco dei lanciatori Ariane5 (per carichi pesanti)  e Soyuz (per carichi medi). Secondo gli analisti, la combinazione di questi tre sistemi che operano dalla Guyana francese migliora l’efficienza dell’infrastruttura di lancio dell’Unione Europea, grazie alla ripartizione dei costi operativi su un largo numero di lanci. Con i motori di Vega tutto è possibile e immaginabile. Anche la progettazione e la costruzione di uno Space Shuttle tutto europeo per le più grandi e impegnative missioni che si possano concepire nello spazio interplanetario e interstellare, cioè ben oltre l’affollata orbita della Terra. Spetta ai privati, ai mercati, avviare l’iniziativa industriale decisiva e rivoluzionaria per dare effettivamente impulso alla conquista umana dello spazio esterno! Perché i compiti del sistema Vega non si limitano al solo trasferimento di carichi di rifornimento Esa verso la Stazione Spaziale Internazionale. Il primo Vega è stato lanciato alle ore 11 italiane del 13 febbraio 2012 dalla nuova rampa di lancio, completando perfettamente il suo volo di qualifica. La capacità di Vega di accogliere carichi leggeri permette di trasportare una vasta gamma di satelliti per posizionarli in diverse orbite, da quella equatoriale a quella polare e solare. Lo standard di riferimento è di 1500 Kg in un’orbita solare circolare a 700 Km di altitudine. “In poco più di tre mesi – ha dichiarato <strong>Jean-Jacques Dordain</strong>, Direttore Generale dell’Esa – l’Europa ha incrementato il numero di lanciatori che gestisce, passando da uno a tre, ampliando significativamente la gamma di servizi di lancio offerti dall’operatore europeo Arianespace. Non c’è un singolo satellite europeo che non si possa lanciare con un servizio europeo. È un grande giorno per l’Esa, per i suoi Stati Membri ed in particolare per l’Italia dove Vega è nato, per l’industria europea e per Arianespace”. Lo sviluppo del lanciatore Vega è cominciato nel 2003. Il vettore Vega è un veicolo a corpo singolo composto da tre stadi a propellente solido usati per la fase di spinta: il primo stadio P80FW; il secondo stadio Zefiro-Z23 e il terzo stadio Zefiro-Z9A. Il quarto stadio denominato AVUM garantisce una straordinaria versatilità alla missione e offre la possibilità di mettere in orbita il carico utile con grande precisione. La carenatura del carico utile da 2,6 metri di diametro consente di imbarcare uno o più satelliti. La massa totale al decollo è di 136,7 tonnellate; l’altezza è di 30,1 metri; il diametro massimo di 3 metri. “Vega è un momento di orgoglio per l’Europa – ha affermato <strong>Antonio Fabrizi</strong>, Direttore dei Lanciatori Esa – e per quelle circa mille persone coinvolte nello sviluppo del sistema di lancio per piccoli satelliti più moderno e competitivo al mondo. L’Esa, con il supporto tecnico delle agenzie spaziali italiana e francese, e di circa 40 società industriali coordinate dalla ELV come primo contrattista, ha trasformato una grande sfida in realtà in meno di un decennio di sviluppo”. È la terza volta nella sua storia che l’Esa collauda un nuovo veicolo di lancio, dopo l’Ariane 1 nel 1979 e l’Ariane 5 nel 1996. Vega è un veicolo a propellente solido a tre stadi con un modulo operativo manovrabile a propellente liquido. La finestra di lancio di Vega si era aperta il 9 febbraio. Il cosiddetto “upper composite”, la sezione che racchiudeva LARES, ALMASaT-1, i sette CubeSats, l’adattatore per il carico ed il “fairing”, era stato spostato sulla rampa nella tarda serata di lunedì. Il trasferimento notturno è pratica standard a Kourou per evitare il surriscaldamento dei carichi. Il trasloco si era concluso martedì mattina presto, con la sua installazione sullo stand dedicato, all’interno della torre mobile in attesa di essere congiunto al lanciatore. Il “composite” è stato poi montato sopra all’AVUM, il quarto stadio, per finalizzare i collegamenti elettrici e verificare le connessioni, concludendo con la connessione meccanica finale. A quel punto i principali passi rimasti da fare per il volo inaugurale, erano il controllo dell’assemblaggio del veicolo, le prove del conto alla rovescia ed il rifornimento dell’AVUM, che ha la caratteristica di poter essere riacceso. Il primo volo di Vega, denominato VV01, segna la fine di nove anni di sviluppo da parte dell’Esa e dei suoi partner. Il lanciatore è progettato per poter rispondere alle differenti opportunità offerte dal mercato e fornire grande flessibilità. A differenza di altri piccoli lanciatori, Vega è in grado di mettere in orbita carichi multipli: in particolare, offre configurazioni capaci di gestire carichi che variano da un singolo satellite fino ad un satellite principale più sei micro satelliti. Il modulo AVUM (Attitude and Vernier Upper Module) di Vega ha raggiunto un’orbita circolare a un’altitudine di 1450 km con un’inclinazione di 69,5° rispetto all’equatore per sganciare il satellite Lares. Quindi ha manovrato per abbassare il perigeo a 350 km prima di mettere in orbita gli altri carichi utili. La caratteristica fondamentale del lanciatore Vega è la messa di un carico utile di 1500 kg in orbita circolare a 700 km di altitudine con inclinazione di 90° rispetto all’equatore. Questo deve avvenire con una precisione di inserimento di 5 km di altitudine e 0,05° di inclinazione. L’ampia gamma di azimut di lancio disponibile dallo spazioporto europeo di Kourou, unitamente alla flessibilità fornita dal modulo AVUM, permetterà a Vega di mettere un’ampia gamma di carichi utili in orbite differenti: 2500 kg in orbita circolare quasi equatoriale a 200 km di altitudine, 2000 kg indirizzati verso la Stazione Spaziale Internazionale, oppure 1300 kg in orbita eliosincrona a 800 km di altezza. Il primo stadio di Vega si basa su un grande motore monolitico con un carico di 88.365 Kg di propellente solido HTPB. Il motore eroga 2261 kN di spinta a livello del mare e la sua combustione dura 114,3 secondi, prima di essere sganciato a un’altitudine di 61 km. Lo stadio presenta due nuove tecnologie di rilievo per ridurre la massa del veicolo: un involucro del motore in fibra di carbonio e resina epossidica realizzato con la tecnologia “Filament Winding”. Si tratta del più grande involucro al mondo per un motore monolitico;  attuatori elettromeccanici per la vettorizzazione della spinta. Si tratta della prima volta in assoluto che attuatori di questo tipo vengono adottati per un motore di queste dimensioni. Entrambe le tecnologie verranno dimostrate e collaudate su Vega in preparazione per lo sviluppo di future lanciatori nel contesto dell’iniziativa Next-Generation Launcher (NGL) dell’Esa. Il P80FW condivide un diametro di 3 mt. con i booster a propellente solido EAP dell’Ariane 5; la sua lunghezza complessiva di 11,2 mt. è analoga a quella di uno dei segmenti più grandi dell’EAP. Questo consentirà di utilizzare anche per il carico e il trasporto del propellente dello stadio P80FW le stesse strutture e attrezzature usate per l’Ariane 5 e presenti nel Guiana Propellant Plant, che si trova nei pressi dello spazioporto. L’ugello dello stadio è anch’esso un’evoluzione di quello dei booster dell’Ariane 5. Il secondo e il terzo stadio di Vega si basano sui motori a propellente solido Zefiro sviluppati da Avio sulla scorta del motore Zefiro-Z16, precedentemente collaudato a terra. Entrambi i motori hanno un diametro di 1,9 metri, con un involucro in fibra di carbonio e resina epossidica realizzato con tecnologia “Filament Winding”, isolamento EPDM a bassa densità e un ugello con attacco flessibile, dotato di attuatori elettromeccanici per il controllo del vettore di spinta. Lo stadio Zefiro-Z23, lungo 8,39 mt. è carico di 23.906 kg di propellente solido HTPB 1912 e fornisce una spinta di 1196 kN a livello del mare. La sua combustione dura 86,7 secondi. Lo stadio Zefiro-Z9A, lungo 4,12 mt. è carico di 10.115 kg di propellente solido HTPB 1912 e fornisce una spinta di 313 kN nel vuoto. Sebbene si tratti del motore a propellente solido più piccolo del lanciatore Vega, è quello con la maggiore durata di combustione: 128,6 secondi. Lo Zefiro-Z9A presenta la più elevata frazione di massa tra i motori a propellente solido della sua categoria. Gli stadi Zefiro sono prodotti da Avio nello stabilimento di Colleferro, vicino a Roma. Gli stadi vengono caricati di propellente solido prima di essere spediti allo spazioporto. Il modulo AVUM (Attitude and Vernier Upper Module) ha un sistema di propulsione bipropellente per la messa in orbita, e un sistema di propulsione monopropellente per il controllo del rollio del veicolo e del suo assetto. La missione primaria dell’AVUM inizia al termine della fase a propulsione solida, quando vengono aviate le manovre per raggiungere l’orbita di dispiegamento prevista con la massima precisione. L’AVUM è progettato per portare diversi carichi utili in orbite differenti e per eseguire il puntamento di precision del satellite prima della sua separazione. Al termine della missione, viene smaltito in condizioni di totale sicurezza, per limitare la produzione di detriti orbitali. L’AVUM trasporta 550 Kg di propellente (UDMH/NTO) in quattro serbatoi ed è alimentato da un motore RD-869 riavviabile da 2,45 kN. Questo modulo incorpora due gruppi di tre propulsori secondary monopropellente per il controllo del rollio e dell’assetto. Oltre a ciò, contiene il modulo dell’avionica di Vega, che gestisce il controllo di volo e la gestione della missione, la telemetria, la fase finale del volo, l’alimentazione e la distribuzione. La carenatura composita di 20 metri cubi con diametro di 2,6 mt. è realizzata con semigusci di 7,18 mt. di lunghezza e protegge il carico utile durante l’ascesa attraverso l’atmosfera. Il carico utile viene montato sul lanciatore per mezzo di un adattatore di 937 mm di diametro. Speciali adattatori per la sistemazione di più carichi utili sono attualmente in corso di sviluppo. Sebbene il volo inaugurale fosse stato previsto come missione a carico utile singolo, la collaborazione tra Esa e Asi ha consentito di trasformarlo in una missione a carichi utili multipli. Il carico utile principale per questo volo di collaudo è il satellite Lares dell’Agenzia Spaziale Italiana. La missione secondaria include il microsatellite ALMASat-1 dell’Università di Bologna e sette picosatelliti di varie università europee. Lares (Laser Relativity Satellite) è un satellite scientifico sviluppato dall’Asi per studiare il cosiddetto &#8220;effetto Lense–Thirring&#8221;, una conseguenza della teoria della Relatività Generale di Einstein che spiega la precessione delle orbite dei corpi nelle vicinanze di grandi masse rotanti come la Terra. Il satellite, realizzato da Carlo Gavazzi Space, è una sfera passiva del diametro di 376 mm in lega di tungsteno e del peso di circa 400 kg. Questa sfera ospita 92 retroriflettori per la misurazione laser della distanza dalla terra. Lares è collocato in un’orbita circolare a un’altitudine di 1450 km e va a integrare i dati rilevati dai precedenti satelliti laser geodinamici Lageos-1 e Lageos-2 dell’ASI, lanciati rispettivamente nel 1976 e nel 1992. L’avionica nella struttura di supporto del Lares è inoltre responsabile dell’alimentazione dei sistemi di sgancio degli altri carichi utili. Questa operazione viene gestita per mezzo di comandi inviati dal veicolo di lancio all’avionica del Lares. Lares è il satellite ideato da un team scientifico delle Università del Salento e de La Sapienza, per mettere alla prova la Relatività di Einstein. Dopo 25 anni di studi, Lares (Laser Relativity Satellite) è finalmente nello spazio. Il responsabile del team scientifico internazionale Lares (Italia, USA, Germania e Russia) e ideatore della missione, è Ignazio Ciufolini, esperto di Relatività generale all’Università del Salento. Progettato da Antonio Paolozzi e dal suo team de La Sapienza, Lares fornirà importanti determinazioni sulla dinamica della Terra e della sua crosta, utili sia per lo studio dei terremoti sia per la verifica di effetti climatici globali quali il Global Warming e lo scioglimento dei ghiacci polari e dei ghiacciai. Vega è l’orgoglio della tecnologia e della scienza made in Italy nel segno della tradizione. La Scuola di Ingegneria Aerospaziale e il CRPSM de La Sapienza, infatti, hanno consentito all’Italia di essere negli Anni ‘60 del XX Secolo la terza nazione al mondo dopo URSS e USA a mettere  autonomamente in orbita satelliti artificiali. Lares ha già battuto diversi record, due tra tutti la sua elevatissima densità e il basso costo. Nonostante la sua apparente semplicità è il satellite tecnologicamente più avanzato della sua categoria ed è interamente italiano. Lares è una sfera di lega di tungsteno coperta di retro-riflettori: è l’oggetto artificiale conosciuto più denso del Sistema Solare! La posizione e l’orbita del satellite Lares viene determinata con grande accuratezza mediante impulsi laser inviati dalle stazioni a terra e poi riflessi dal satellite verso le stazioni di terra mediante i retro-riflettori posti sulla sua superficie. Lares misurerà accuratamente il fenomeno del trascinamento dei sistemi di riferimento inerziali o “frame‐dragging”, previsto da Einstein nel 1913. Questo è uno dei più misteriosi fenomeni previsti dalla teoria della Relatività Generale. Un corpo che ruota trascina, infatti, lo spaziotempo intorno a sé in modo simile al trascinamento di un fluido viscoso dovuto alla rotazione di un oggetto immerso nel fluido. Il ”frame‐dragging” ha effetti affascinanti intorno a un buco nero rotante. Non solo lo spazio ma anche il tempo viene trascinato e, secondo alcuni calcoli matematici, muovendosi in vicinanza di queste “stelle nere” si potrebbe addirittura fermare il tempo prima di tornare indietro! Anche intorno alla Terra l’effetto di “frame‐dragging” provoca un fenomeno del tutto simile sullo scorrere del tempo, richiamando alla memoria il famoso paradosso dei due gemelli utile a spiegare la Relatività Ristretta. Se due orologi e due gemelli viaggiano in verso opposto intorno alla Terra, quando si incontrano dopo un giro il gemello che ha viaggiato in verso opposto rispetto alla rotazione della Terra (da Ovest ad Est) è un po’ più giovane rispetto al gemello che ha viaggiato (da Est ad Ovest) nello stesso verso della rotazione terrestre. E questo ritardo temporale è indipendente dalla loro velocità. L’effetto di “frame-dragging” è naturalmente piccolissimo intorno alla Terra a causa del suo campo gravitazionale molto debole e questa è la ragione della difficoltà della sua misura che richiede un satellite dedicato come Lares. L’origine dell’inerzia ha affascinato scienziati e filosofi per secoli. Qual è l’origine delle forze inerziali e centrifughe? Qual è l’origine delle spinte che sentiamo quando il nostro veicolo accelera, frena e curva relativamente ai cosiddetti sistemi di riferimento inerziali? I sistemi di riferimento inerziali che si muovono uniformemente, permeano la nostra vita di tutti i giorni e l’inerzia fa sì che un corpo mantenga la sua velocità lungo una linea retta nell’assenza di una forza esterna. È il fenomeno che ha permesso al capitano Schettino, dopo il disastroso impatto con lo scoglio maledetto, di salvare oltre 4mila persone a bordo della nave da crociera Costa Concordia, facendola “scarrocciare” sui bassi fondali dell’isola del Giglio lo scorso 13 gennaio 2012, evitando l’affondamento della nave in acque più profonde. Nella teoria della Relatività Generale i sistemi di riferimento inerziali non sono però fissi rispetto alle distanti “stelle fisse” nell’Universo ma sono “trascinati” dalla rotazione di un corpo. Questo fenomeno è in parte legato alla visione dello scienziato e filosofo Ernst Mach, il cosiddetto “principio di Mach”, secondo cui l’origine delle forze centrifughe e inerziali è dovuta alla rotazione di un corpo rispetto a tutte le “stelle distanti” nell’Universo. Chissà forse abbiamo già, anche se ancora non ce la immaginiamo, la chiave di volta per viaggiare nell’Universo. Vega ha messo in orbita anche altri satelliti. ALMASat-1 (Alma Mater Satellite), è un microsatellite da 12,5 kg per la  dimostrazione di tecnologie sviluppato e realizzato dall’Università di Bologna. Si tratta di un cubo di 30 cm di lato progettato come struttura modulare da utilizzare per varie missioni di dimostrazione tecnologica o di osservazione della terra. In questa prima missione, l’obiettivo principale sarà quello di testare le prestazioni (ad esempio la precisione del puntamento triassiale) di questo bus polivalente a basso costo in preparazione delle missioni successive. Per assicurare il suo rientro entro 25 anni, l’ALMASat-1 è stato dispiegato in un’orbita ellittica con un perigeo di 350 km. Sette picosatelliti che condividono lo stesso disegno CubeSat (1 kg di peso, 1 W di potenza sviluppata, struttura da 10 cm cubici) sono stati sviluppati da università di Stati membri dell’Esa o di Stati cooperanti. Questi progetti sono stati selezionati tra le università europee che partecipano al programma educativo dell’Esa. I picosatelliti sono stati sganciati da tre P-POD (Poly-Picosatellite Orbital Deployers) montati sulla struttura del Lares per essere poi collocati in un’orbita ellittica con un perigeo di 350 km che ne assicurerà il rientro controllato entro 12 anni. I sette cubesat sono: e-St@r, sviluppato dall’Istituto Politecnico di Torino: questo picosatellite testerà un sottosistema di determinazione e controllo attivo dell’assetto oltre che una serie di componenti e materiali commerciali; Goliat, sviluppato dall’Università di Bucarest, in Romania: eseguirà l’imaging della Terra con una telecamera digitale da 3 megapixel e svolgerà misurazioni delle radiazioni e dei micrometeoroidi nell’orbita bassa attorno alla Terra: è il primo satellite rumeno; MaSat-1 (Magyar Satellite), sviluppato dall’Università di Tecnica e di Economia di Budapest, in Ungheria: darà dimostrazione di un sistema di condizionamento della potenza, di una ricetrasmittente e di un sistema di gestione dei dati di bordo: è il primo satellite ungherese; PW-Sat-1, sviluppato dall’Università della Tecnologia di Varsavia, in Polonia: dispiegherà una vela solare da usare come dispositivo di intensificazione della resistenza atmosferica per accelerare l’uscita dall’orbita dei picosatelliti al termine delle loro mission: è il primo satellite polacco; Robusta (Radiation On Bipolar for University Satellite Test Application), sviluppato dall’Università di Montpellier, in Francia: studierà l’effetto delle radiazioni sui componenti elettronici basati su transistor bipolari confrontandoli con i propri modelli di degrade; UniCubeSat GG, sviluppato dal gruppo astrodinamico GAUSS dell’Università La Sapienza di Roma: dispiegherà due braccia per dimostrare la stabilizzazione del gradiente di gravità su un picosatellite: ciascun braccio trasporta un pannello solare alla sua estremità per generare energia elettrica; Xatcobeo, sviluppato dall’Università di Vigo, in Spagna: sottoporrà a test una radio software riconfigurabile e un sistema di misurazione delle radiazioni ionizzanti: testerà anche un sistema di dispiegamento di pannelli solari. Come avviene per Ariane 5 e Soyuz, Vega può sfruttare i vantaggi offerti dalla migliore infrastruttura di lancio al mondo: una velocità massima supplementare fornita dalla rotazione della terra alla latitudine di 5°N per le orbite equatoriali, un’ampia gamma di azimut di lancio sopra l’Oceano Atlantico che permette di raggiungere tutte le inclinazioni orbitali (da quella equatoriale a quella eliosincrona) e strutture di trattamento dei carichi utili all’avanguardia. Se l’uomo sbarcherà mai sul pianeta Marte, partirà da qui. La piattaforma di lancio Vega (ZLV: Zone de Lancement Vega) è stata costruita ristrutturando la vecchia piattaforma dell’Ariane 1 (ELA-1), messa fuori servizio nel 1989. Si trova a circa 1 km a sud-ovest della piattaforma ELA-3 dell’Ariane-5. Il lavoro di ristrutturazione, guidato dall’appaltatore principale Vitrociset (azienda italiana), è iniziato alla fine del 2004. La piattaforma in cemento è stata modificata per consentire l’uso dei lanciatori Vega e della struttura mobile (il cosiddetto Mobile Gantry) da 50 mt. di altezza, che pesa circa 1000 tonnellate, oltre a un nuovo pilone ombelicale da 32 mt. di altezza. Quattro torri da 60 mt. di altezza impediscono che la piattaforma sia colpita da lampi. I tre stadi a propellente solido e il modulo bipropellente del veicolo vengono montati e preparati al lancio sulla piattaforma. L’insieme del carico utile viene montato sulla sommità del veicolo circa sette giorni prima del lancio. Mentre si trova sulla piattaforma, l’ambiente nei pressi di Vega e del suo carico utile viene rigorosamente controllato. La struttura mobile viene portata in posizione sulla sua rotaia da 80 mt. di lunghezza solo poche ore prima del lancio. La ZLV è progettata per consentire una frequenza di lancio di quattro missioni l’anno. Il Launch Control Centre (CDL) di Vega si trova nello stesso edificio che alloggia già il CDL dell’Ariane 5, a 1,3 km dalla ZLV. Il controllo di missione è fornito dallo stesso Jupiter Building che supporta già i lanci di Ariane e Soyuz, a 15 km dalle piattaforme. Il volo di collaudo di Vega è la fase finale di un processo incrementale che è iniziato con lo sviluppo e il collaudo dei vari componenti, sottosistemi, stadi e funzioni del veicolo e del segmento di terra, ed è proseguito con la verifica delle interfacce tra il veicolo, il segmento di terra e l’infrastruttura della base di lancio, per terminare con l’attestazione che il veicolo è pronto ad affrontare il primo volo. Nel corso del tempo sono stati effettuati un numero impressionante di test, da quelli dei componenti fino a quelli dei sistemi. Il volo di collaudo è la verifica finale della validità del progetto del sistema di lancio e la definitiva convalida dei modelli del sistema usati per la definizione della missione in condizioni di volo. Gli obiettivi principali del collaudo del veicolo di lancio comprendono la cinematica di decollo in relazione alle interfacce della piattaforma, l’accensione, le prestazioni, il controllo di volo, il controllo del vettore di spinta e la separazione di tutti e tre gli stadi solidi, la separazione della carenatura, le prestazioni dell’AVUM e la capacità di riavvio, le manovre di sganciamento del carico utile e la loro precisione e, infine, la passivazione dell’AVUM al termine della missione con una manovra di uscita dall’orbita per conformarsi alle politiche di minimizzazione dei detriti. Per monitorare tutti questi eventi durante il volo, il lanciatore Vega trasporta serie supplementari di sensori e tre sistemi di telemetria per scaricare dati a terra in tempo reale. Questi dati vengono elaborate dopo il volo per individuare possibili discrepanze. Come dimostratore di nuove tecnologie, il primo stadio dispone di una propria serie di sensori con un sistema di telemetria dedicato. Per prepararsi ai futuri voli operativi, la piattaforma di carico di Lares trasportava una serie di sensori, che includeva accelerometri, sensori acustici e telecamere per monitorare l’ambiente del carico utile durante il volo. Il veicolo non è il solo sistema a essere collaudato durante la missione. Anche tutti i sistemi di terra e le procedure di lancio vengono collaudati durante il primo volo. Questo collaudo comprende trattamento e integrazione del carico utile, accettazione del lanciatore per mezzo delle verifiche di controllo della preparazione con simulazione del conto alla rovescia e della sequenze di missione, controlli finali prelancio della preparazione per mezzo delle sequenze automatiche finali durante il conto alla rovescia, controllo della preparazione della base di lancio e di tutti i mezzi di supporto necessari durante il volo (previsioni meteorologiche, stazioni di ricevimento della telemetria, stazioni di tracciamento, terminazione di volo). Vega è concepito per “stimolare” i mercati, in particolare le imprese commerciali e l’industria, incoraggiandoli alla conquista dello spazio esterno. È questo il senso del mercato dei lanciatori. Si comincia dalle piccole missioni. Alla fine degli Anni ‘90, con l’avvento della miniaturizzazione dei componenti e lo sviluppo della filosofia, tanto cara anche alla Nasa, del “più rapido–migliore–meno costoso” per la riduzione dei costi e dei tempi, le agenzie spaziali del globo iniziarono a sviluppare satelliti di minori dimensioni. L’Europa seguì questa tendenza con una nuova famiglia di missioni, quali ad esempio la serie Earth Explorer (quattro lanci dal 2005). Nel frattempo, i satelliti per comunicazioni commerciali hanno continuato a crescere in dimensioni e massa. Questo ha portato a uno sviluppo del sistema di lancio Ariane che lo ha reso di fatto incompatibile con le piccole missioni scientifiche e di osservazione della Terra. Negli anni che hanno fatto seguito al collasso dell’Unione Sovietica e del Comunismo, si sono rese disponibili grandi quantità di missili balistici fuori servizio, ad esempio i modelli Rockot e Dnepr, utilizzabili come lanciatori di piccoli satelliti a basso costo. Per anni, la disponibilità di questi missili a basso costo (che altrimenti, in un’eventuale terza guerra mondiale, avrebbero scatenato l’inferno termonucleare sulla Terra) ha impedito lo sviluppo di soluzioni di lancio competitive per questo segmento di mercato, spingendo addirittura gli USA a dismettere i propri sistemi di lancio. Tuttavia, l’era dei missili riutilizzati come veicoli di lancio sta arrivando al termine: le riserve di missili dismessi sono in esaurimento e i costi di manutenzione e riadattamento stanno rapidamente aumentando. Allo stesso tempo, l’avvento delle nuove serie di satelliti come i Sentinel sta per rendere sempre più cruciali e strategiche le missioni con piccolo carico utile. Quindi, per mantenere un accesso competitivo e indipendente allo spazio, sviluppare un proprio sistema di lancio per piccoli satelliti è diventato imprescindibile per l’Esa. Il sistema di lancio Vega è stato progettato proprio per rendere affidabile, flessibile, disponibile e sostenibile questo tipo di missioni spaziali. Superato il collaudo, lo sfruttamento commerciale di Vega nei mercati europeo e internazionale viene gestito da Arianespace. Ci si attende che i suoi vantaggi competitivi gli consentano di surclassare gli obsoleti sistemi rivali. Per di più, Vega potrà essere successivamente modificato per adattarlo all’evoluzione delle esigenze dei clienti. Quindi, tutto è possibile. Anche la colonizzazione del Sistema Solare. Il primo contratto di lancio commerciale per Vega è stato sottoscritto il 14 dicembre 2011 da Esa e Arianespace e prevede i lanci di due satelliti Sentinel e la preparazione del volo suborbitale del Dimostratore IXV. Il programma Vega è nato dalla gestione operativa in Italia dei lanciatori Scout di produzione statunitense. Questa gestione, in cooperazione con la Nasa, è stata effettuata dalla piattaforma italiana San Marco, ancorata al largo delle coste del Kenya, dal 1967 al 1988. Nel 1977, l’Università di Roma ha iniziato lo studio di varie opzioni tecniche per migliorare il lanciatore Scout. Alla fine degli Anni ‘80, il progetto di uno Scout 2, realizzato sulla base dell’integrazione dei booster agganciabili a propellente solido (AAP) dell’Ariane 3 a uno Scout G1, fu studiato dalla società che ha poi dato vita all’Avio, la BPD. Nel 1992, mentre la linea di produzione del lanciatore Usa Scout veniva chiusa, il progetto proseguiva come impresa esclusivamente italiana sotto il nome di San Marco Scout, guidata dall’Asi e da Avio e basata su una nuova serie di motori a razzo Zefiro. In seguito venne ribattezzata Vega (Vettore Europeo di Generazione Avanzata) a metà del 1993, quando l’Esa e i suoi partner industriali iniziarono lo studio di vari lanciatori complementari all’Ariane 5. La prima decisione di europeizzare il Vega venne presa dal consiglio dell’Esa, riunito a Bruxelles nel giugno 1998. La decisione finale di avviare le attività di sviluppo venne presa dall’Esa Launcher Programme Board il 27–28 novembre del 2000; il programma ebbe ufficialmente inizio il 15 dicembre 2000, quando sette Stati si impegnarono a finanziarlo. Durante le attività preparatorie, terminate nel febbraio 2003, vennero analizzate diverse configurazioni. Poi Esa ed ELV SpA firmarono il contratto per lo sviluppo e il collaudo del programma. Il contratto per lo sviluppo e il collaudo del segmento terrestre venne firmato nel 2005 da Esa e Vitrociset. Il programma Vega è gestito su responsabilità dell’Esa, da un Integrated Programme Team nel centro ESRIN dell’Esa a Frascati, presso Roma. Il personale di Esa, Cnes e Asi partecipa a questo team, che riceve supporto tecnico dal centro tecnico ESTEC dell’Esa e dal Direttorato dei Lanciatori (DLA) del Cnes. Il team di industrie che si occupa del lanciatore è guidato da ELV SpA, una joint venture di Avio (70%) e Asi (30%). Il team industriale del segmento di terra è guidato da Vitrociset. Nel contesto del programma Vega, il progetto di sviluppo del P80FW è stato guidato da un gruppo congiunto di Esa/Cnes/Asi, ora con sede a Parigi, con Avio nel ruolo di appaltatore principale e la delegazione del programma a Europropulsion. In totale, lo sviluppo di Vega avrà un costo di circa 710 milioni di euro finanziati per mezzo di contributi dell’Esa, e di circa 76 milioni di euro derivanti da investimenti industriali diretti di Avio nello sviluppo del P80FW. Il programma Vega Research, Technology &amp; Accompaniment (VERTA) è stato approvato dal Consiglio dell’Esa nel dicembre del 2005, durante la Conferenza ministeriale dell’Esa di Berlino. Si tratta di un programma in tre parti che mira a sostenere le operazioni iniziali del sistema di lancio Vega. In primo luogo, include l’acquisizione di cinque lanciatori Vega da parte dell’Esa, per assicurare una fase di sfruttamento iniziale con una frequenza di lancio di almeno due voli all’anno. Secondo l’attuale programma, questi lanci serviranno a trasportare una serie di piccoli carichi utili scientifici e tecnologici assieme al satellite di rilevamento remoto Proba-V nei primi mesi del 2013, il satellite ADM-Aeolus per il sondaggio dell’atmosfera negli ultimi mesi del 2013, il dimostratore della missione scientifica LISA Pathfinder nel 2014 e il dimostratore di rientro dell’Intermediate eXperimental Vehicle (IXV) nei primi mesi del 2014. Questo programma lascia a disposizione un’opportunità di volo, il quinto lancio, per ulteriori carichi utili non ancora programmati. I contratti di produzione per questi cinque lanciatori sono stati sottoscritti nel 2010. Secondariamente, VERTA copre lo sviluppo di servizi e hardware complementari, quali ad esempio una capacità di lancio di più carichi utili e nuovi adattatori per i carichi utili progettati appositamente per i mercati specifici di Vega. Infine, VERTA ha sviluppato un programma di testing dei componenti per ridurre al minimo i problemi in fase di produzione e per consentire il collaudo di nuove tecnologie che ritardino l’obsolescenza di Vega. In questo ruolo, VERTA è l’equivalente del programma ARTA-5 Ariane Research, Technology &amp; Accompaniment per l’Ariane-5. Il programma VERTA prevede quindi prove di accensione a terra dei motori a propellente solido di Vega, oltre al campionamento della produzione e al testing su base regolare. Queste attività sono iniziate nel 2006 e hanno contribuito, mediante test e ulteriori analisi, a incrementare l’affidabilità del collaudo a terra del sistema di lancio Vega. Il programma VERTA è finanziato da contributi versati dagli stessi Paesi che seguono lo sviluppo di Vega (Italia, Francia, Spagna, Belgio, Paesi Bassi, Svizzera e Svezia). Il budget totale prevede 400 milioni di euro per i cinque voli e le attività di accompagnamento sino al 2014. Come per tutti i suoi programmi, l’Agenzia Spaziale Europea è responsabile dell’attuazione del programma e della sua gestione tecnica e finanziaria. La supervisione tecnica si fonda su trent’anni di esperienza in questo settore dell’Agenzia. Le decisioni dell’Esa e degli stati partecipanti costituiscono la base formale per l’integrazione di Vega nella flotta di trasporto spaziale europea e per il suo accesso a lungo termine al mercato istituzionale. L’Esa guida il gruppo di programma integrato per Vega ed è proprietaria delle strutture della ZLV. Dal momento che l’Italia fornisce più del 50% dei finanziamenti complessivi del programma Vega, l’Agenzia spaziale italiana gioca un ruolo gestionale fondamentale. L’Asi agisce per mezzo del gruppo integrato del programma Vega di stanza al centro ESRIN dell’Esa. L’ESRIN si trova a Frascati (Roma). L’agenzia ha inoltre una quota del 30% di ELV SpA. L’Agenzia spaziale francese (Cnes) ha guidato il gruppo di progetto per lo sviluppo del P80FW. Inoltre, offre il proprio contributo al gruppo integrato del programma di stanza all’ESRIN e fornisce assistenza tecnica per lo sviluppo del lanciatore e del segmento di terra. Il Cnes ha inoltre preso parte attiva alla campagna di test combinata come ente responsabile dell’esecuzione delle prove. Infine, i gruppi di lavoro del Cnes sono stati coinvolti nella campagna di lancio a sostegno del gruppo di progetto integrato del programma Vega. Come già avviene per Ariane e Soyuz, Arianespace detiene i diritti esclusivi per la commercializzazione e la vendita dei servizi di lancio di Vega. I gruppi di lavoro di Arianespace hanno sostenuto lo sviluppo e il collaudo del sistema di lancio e sono stati attivamente coinvolti nella campagna di lancio. ELV SpA è stata creata nel 2001 per gestire lo sviluppo e la produzione di Vega, con responsabilità di gestione dell’intero programma dal punto di vista industriale. ELV è responsabile della consegna e dell’integrazione dei lanciatori Vega. Come appaltatore principale in ambito industriale, ELV è responsabile dell’accettazione dei componenti del lanciatore e della loro integrazione nel sito di lancio. Come autorità di progettazione del lanciatore, partecipa anche ai preparativi finali e alle operazioni di lancio. Come appaltatore principale per tutti e tre gli stadi a propellente solido di Vega e integratore di AVUM, Avio è il principale partner industriale del programma Vega. L’azienda ha una quota del 70% di ELV SpA. Vitrociset è l’appaltatore principale scelto dall’ESA per il segmento di terra di Vega. Ora che le attività operative di Vega sono state demandate ad Arianespace, che è responsabile della commercializzazione di Vega sul mercato internazionale, non ci sono davvero più limiti per l’esplorazione dell’Universo. Vega ha messo le ali alla libera conquista dello spazio esterno da parte dei mercati. Condizione essenziale: la pace mondiale in tutte le nazioni della Terra.</p>
<p align="right">© Nicola Facciolini</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2012/02/16/vega-il-nuovo-lanciatore-esa-mette-le-ali-alla-libera-conquista-dello-spazio-esterno-da-parte-dei-mercati/">Vega il nuovo lanciatore ESA mette le ali alla libera conquista dello spazio esterno da parte dei mercati</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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		<title>Maltempo: stravolta la spesa di 2 italiani su 3</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Feb 2012 10:30:51 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La spesa di quasi il 65 per cento degli italiani e&#8217; stata stravolta dal maltempo che ha distrutto le coltivazioni in campo ed ostacolato i trasporti modificando i prezzi e l&#8217;assortimento dei prodotti sugli scaffali. E&#8217; quanto emerge da un sondaggio on line condotto dal sito www.coldiretti.it che evidenzia i cambiamenti nei comportamenti di acquisto degli alimenti a causa dell&#8217;ondata straordinaria di maltempo che ha interessato l&#8217;Italia. Per il 40 per cento degli italiani a provocare il cambiamento &#8211; sottolinea la Coldiretti &#8211; e&#8217; stato l&#8217;aumento dei prezzi che ha interessato alcune referenze mentre per il 16 per cento la responsabilità&#8217; va attribuita all&#8217;assortimento ridotto per la scomparsa di alcuni prodotti dai supermercati ma c&#8217;e&#8217; anche un 9 per cento che non e&#8217; riuscito a raggiungere il solito punto di vendita. Il risultato finale e&#8217; stato un contenimento degli acquisti di ortofrutta da parte dei consumatori che viene stimato in media pari attorno al 5 per cento nei quindici giorni di maltempo.</p>
<p>L&#8217;aumento dei prezzi e&#8217; stato accompagnato &#8211; prosegue l&#8217;associazione &#8211; da una riduzione delle consegne a causa del gelo e della neve sulle strade con tanti paesi isolati in cui i negozi sono stati addirittura chiusi e le citta&#8217; in cui gli scaffali sono risultati spesso sguarniti. A scarseggiare sono stati soprattutto di prodotti freschi, come ortofrutta e latticini, ma anche alimenti conservati come la farina mentre nel comparto dell&#8217;ortofrutta sono mancati gli ortaggi a foglia larga, bietole, cicorie, spinaci e insalate. Il consiglio della Coldiretti e&#8217; quello di tagliare quando e&#8217; possibile le intermediazioni e di rivolgersi direttamente ai produttori nelle aziende e nei mercati di Campagna amica e per verificare la congruita&#8217; dei prezzi contro le speculazioni un aiuto viene dal servizio Sms consumatori che attraverso l&#8217;sms al numero 47947 fornisce i prezzi piu&#8217; congrui per i diversi prodotti al nord, al centro e al sud Italia &#8211; spiega l&#8217;associazione- Se i consumatori devono fare i conti con forniture ridotte e prezzi in rialzo, il danno per il settore agricolo ha raggiunto ora &#8211; stima la Coldiretti &#8211; quasi 300 milioni di euro.</p>
<p>Ai danni immediati causati dal crollo della produzione di latte a causa del freddo o dalla neve e gelo nei campi e dal blocco delle attivita&#8217; di trasporto che hanno portato alla distruzione di centinaia di migliaia di tonnellate di prodotti deperibili vanno sommati &#8211; continua la Coldiretti &#8211; quelli strutturali con il crollo di intere strutture produttive, dai capannoni alle stalle con la distruzione di macchinari e la morte di migliaia di animali allevati, tra mucche, pecore, cavalli, conigli e polli. Il conto per l&#8217;agricoltura &#8211; conclude il comunicato &#8211; potrebbe salire in misura esponenziale perche&#8217; con le temperature al di sotto dei dieci gradi per piu&#8217; giorni rischiano di essere compromesse anche le circa 100 milioni di milioni di piante di ulivo coltivate nelle zone interessate dal maltempo, al pari di quanto e&#8217; avvenuto con le gelate del 1985.</p>
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		<title>L&#8217;Aquila, danni neve:  Carispaq firma intesa</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Feb 2012 10:39:46 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Attualita']]></category>
		<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>E’ stato firmato ieri  un protocollo d’intesa tra Carispaq, Fondazione Carispaq e i Confidi Ascomfidi imprese di Avezzano, Confidi Finascom dell’Aquila, Cooperfidi Abruzzo dell’Aquila, Fidimpresa Abruzzo di Pescara e Italconfidi di Teramo, per la concessione di finanziamenti agevolati, fino ad un massimo di 100.000 euro rimborsabili in 60 mesi, alle imprese che hanno subito danni [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>E’ stato firmato ieri  un protocollo d’intesa tra Carispaq, Fondazione Carispaq e i Confidi Ascomfidi imprese di Avezzano, Confidi Finascom dell’Aquila, Cooperfidi Abruzzo dell’Aquila, Fidimpresa Abruzzo di Pescara e Italconfidi di Teramo, per la concessione di finanziamenti agevolati, fino ad un massimo di 100.000 euro rimborsabili in 60 mesi, alle imprese che hanno subito danni a seguito delle nevicate che hanno colpito in questi giorni la provincia dell’Aquila. Possono beneficiarne le imprese industriali, commerciali, artigiane e agricole aventi sede legale o operativa nella provincia dell’Aquila per la copertura dei costi di riparazione dei locali destinati all’attività dell’impresa, per le spese di ripristino scorte, acquisto macchinari, attrezzature e arredi e per quelle direttamente riconducibili agli eventi atmosferici (acquisto sale, noleggio attrezzature, sgombero neve ecc…)<br />
“Questo protocollo – hanno dichiarato il Direttore Generale della Carispaq Vittorio Iannucci e il Presidente della Fondazione Carispaq Roberto Marotta &#8211; nell’andare incontro alle imprese in una situazione particolarmente delicata, testimonia ancora una volta lo spirito di collaborazione ed il legame profondo tra la Carispaq, la Fondazione e gli altri enti del territorio in un momento in cui è indispensabile affiancare e sostenere le attività imprenditoriali, determinanti per l’economia della provincia”.<br />
“Per i privati e le famiglie &#8211; ha concluso Iannucci &#8211; la Carispaq ha inoltre messo a disposizione un plafond di 10 milioni di euro per finanziamenti a tasso agevolato, fino ad un massimo di 10.000 euro, finalizzati alla copertura dei costi di riparazione dell’abitazione di proprietà e alle spese direttamente riconducibili a danni causati dagli eventi atmosferici, come acquisto sale, noleggio attrezzature, sgombero neve e riparazioni varie”.</p>
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		<title>Farla franca in un’ Italia di furbi disilLusi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 13:43:03 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[L'Opinione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo la P3, la P4, l’affare Scajola e quello  Penati, è arrivato il caso Lusi ad allargare le critiche al sistema dei partiti, con una delusione degli italiani verso la politica, che tocca il record del  56%. Quindi, più di un italiano su due la pensa come Cacciari,  che su  In Onda,  sabato pomeriggio,  ha detto [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo la P3, la P4, l’affare Scajola e quello  Penati, è arrivato il caso Lusi ad allargare le critiche al sistema dei partiti, con una delusione degli italiani verso la politica, che tocca il record del  56%. Quindi, più di un italiano su due la pensa come Cacciari,  che su  <em>In Onda</em>,  sabato pomeriggio,  ha detto che  il problema è a monte e riguarda il fiume di denaro, con controlli laschi o nulli, che piovono ai partiti, nonostante un referendum  disatteso che si era espresso sul finanziamento pubblico dei partiti  in modo negativo.</p>
<p>L’incredibile flusso di denaro ai partiti (si calcola più di un miliardo di euro negli ultimi dieci anni), è alla base, secondo i più, di atteggiamenti fraudolenti come, ad esempio, è successo per la Lega, che ha investito investite pericolosamente le sue quote in paradisi fiscali.</p>
<p>Trattandosi di soldi pubblici lo stupore e l&#8217;indignazione sono comprensibili, specie in un periodo in cui tutti sono chiamati a fare sacrifici.</p>
<p>Come scrive  Renato Mannheimer su La Stampa, i sondaggi attuali dimostrano che l’italiano medio non si non si limita a desiderare solo una riallocazione o un mutamento di facciata delle forze politiche che oggi conosciamo; ma richiede, invece,  una vera e profonda revisione nei comportamenti e negli atteggiamenti verso lo Stato e i cittadini.</p>
<p>Pena l&#8217;ulteriore crescita della disaffezione dalla politica e della astensione potenziale che, come si sa, oggi coinvolge addirittura quasi metà degli elettori.</p>
<p>In questo clima esce il libro edito da Longanesi “Farla Franca”, scritto dal magistrato del pool di “Mani Pulite” Gerardo Colombo, con il giornalista Franco Marzoli, in cui, a venti anni dalle indagini che portarono alla luce un sistema di corruzione, concussione e finanziamento illecito ai partiti ai livelli più alti, ci dice che nulla è davvero cambiato, anzi.</p>
<p>Allora, furono coinvolti ministri, deputati, senatori, imprenditori, perfino ex presidenti del Consiglio e i reati scoperti dalle inchieste condotte da un pool della procura della Repubblica di Milano suscitarono una grande indignazione nell’opinione pubblica e di fatto rivoluzionarono la scena politica italiana.</p>
<p>Partiti storici come la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista Italiano, il Psdi, il Pli sparirono o furono fortemente ridimensionati.<br />
Ma oggi, le cose, sono forse addirittura peggiori.</p>
<p>Sullo sfondo del racconto, basato  sui retroscena delle indagini di Mani pulite  e P2, sottolineandone effetti, limiti e aspettative mancate, l’incapacità italiana di far rispettare l’articolo 3 della Costituzione, che vuole tutti i cittadini uguali di fronte alla legge, per cui, da Noi, ancora oggi, per alcuni “farla franca” è ancora davvero molto facile.</p>
<p>Come già nel precedente “il peso della libertà”, Gerardo Colombo ci costringe a ripensare, come fa Fëdor Dpstoevskij ne nei “Fratelli Karamazov, a “Il grande inquisitore”,  che non può cambiare mentalità, in quanto privo di intimo e probo senso di libertà.</p>
<p>Le sorti della politica italiana sembrano passare molto spesso, di recente almeno, attraverso la figura del “Grande Inquisitore.</p>
<p>L’anno prima di Gerardo Colombo,  cioè nel 2009, era stato Gustavo Zagrebelsky a dedicarvi un suo saggio. Poi,  lo scorso anno, Franco Cassano, con <em>L’umiltà del male</em>, parte proprio da lì, dall’enigma posto dal discorso del “Grande Inquisitor per ovesciare subito il piano della riflessione, smontando la semplicistica distinzione manichea fra bene e male.<br />
Nel suo libro, nella Siviglia del Cinquecento, l’Inquisitore fa arrestare Cristo, appena tornato sulla terra e si reca a far visita al prigioniero.</p>
<p>In realtà, il suo è un lungo monologo, in cui rinfaccia al Nazareno che la sua perfezione non è in grado di cogliere e addirittura sobillare la debolezza dell’animo umano. Il suo rigore è per i santi, non per l’imperfezione del mondo.</p>
<p>Il potere temporale, al contrario, è divenuto tale proprio perché ha permesso a tutti di peccare.</p>
<p>Un ragionamento certo pericoloso, che ricorda la superba prova di Dustin Offman in “Giovanna d’Arco” di Luc Besson, ma anche un salvifico  paradosso, per chi vuole operare per l’emancipazione dei più rifiutando quel “narcisismo etico” che vede come necessario, per chi voglia evitare che molti cadano nel baratro, bearsi  della propria diversità, insistendo con la retorica delle minoranze pure e incontaminate e, così facendo, facendosi casta, proprio nel momento in cui ci si dovrebbe opporre alle Caste vere .</p>
<p>Discorso che ben si adatta, ad esempio, alla attuale sinistra italiana, che ignora e vuole ignorare i motivi che provengono da autori che cita, ma che non conosce: da Dostoevskij a Primo Levi, da Adorno a Horkheimer e continua a non voler smantellare quelle rendite di potere su cui si basano anche i suoi partiti, senza alcun reale confronto con le ansie e le paure della attuale società. Una sinistra che non ha mai saputo comprendere che “l’avversario” non è né solo Bossi, né solo Berlusconi, anche se sono stati grandi interpreti della “zona grigia” italiana.</p>
<p>E neanche, andando indietro nel tempo, quell’avversario può essere l’Andreotti ritratto da Sorrentino.</p>
<p>Il suo volto di oggi può essere e intravisto nelle enormi concentrazioni di potere economico e nei mezzi di comunicazione di cui spesso si dispone, ma anche in una amministrazione dei soldi pubblici priva di ogni regola e disciplina. La necessità di uscire dal degrado civico è impellente,  ma il cambio di mentalità è faccenda di lunga durata: una combinazione creativa di realismo e utopia ma che,in sede politica, non trova ancora personalità capaci di convertire il bisogno in diritto e l’illegalità in deprivazione sociale.</p>
<p>Ed anche in campo sociale e nella vita personale di ciascuno, stenta, purtroppo,  a prendere piede, in un’Italia in cui ciascuno crede di essere più furbo se non paga né tasse né abbonanamento televisivo, parcheggia in doppia fila e si guarda bene dal pagare il tram.</p>
<p style="text-align: right;">Carlo Di Stanislao</p>
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		<title>Neve, i senza dimora diventano “spalatori”</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 17:46:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo gli immigrati che spalano la neve per uncaffè o qualche spicciolo, gli studenti che si sono attrezzati con cartelli incui offrono “pronto intervento” per liberare macchine (10 euro) e marciapiedi(20 euro) e i 350 volontari coinvolti dal Comune per ripulire strade secondariee marciapiedi, anche i senzatetto di Piazza Grande diventano spalatori. L’idea è venuta [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo gli immigrati che spalano la neve per uncaffè o qualche spicciolo, gli studenti che si sono attrezzati con cartelli incui offrono “pronto intervento” per liberare macchine (10 euro) e marciapiedi(20 euro) e i 350 volontari coinvolti dal Comune per ripulire strade secondariee marciapiedi, anche i senzatetto di Piazza Grande diventano spalatori. L’idea è venuta a Roberto Morgantini, ex responsabile dell’Ufficio stranieri dellaCgil e ora attivo all’interno di Piazza Grande. “Abbiamo pensato di coinvolgerei senza fissa dimora per aiutare i cittadini – racconta – in un’ottica discambio, non solo economico”. Per farsi aiutare, basta chiamare il numero ditelefono fornito da Morgantini (335.7456877) e gli spalatori arrivano sottocasa. Non ci sono “tariffe” prestabilite per il servizio ma sta a chi vieneaiutato decidere quanto dare. I soldi rimarranno ovviamente ai singoli. “Non ècarità ma un gesto anche di dignità – precisa Morgantini – ed è un segnalepositivo per i senzatetto che si mettono alla pari aiutando i cittadini”.<br />
Le chiamate non tardano ad arrivare. E già in mattinata cisono le prime uscite. C’è chi ha chiamato per liberare la macchinaletteralmente sotterrata dalla neve e chi invece non riesce a liberare ilterrazzo e non sa dove buttare la neve. “Abbiamo comprato pale, stivali, guantie abbiamo trovato un furgone per spostarci – spiega Morgantini – ma il grossodegli interventi li faremo in città”. Tra i ragazzi coinvolti da Piazza Grandeci sono alcuni senzatetto ospiti del dormitorio di via Capo di Lucca, ma anchealcuni immigrati che stavano vicino a Villa Aldini e rifugiati sgomberati daiPrati di Caprara. “Hanno risposto tutti positivamente – spiega Morgantini – Lacosa che mi piace è la relazione che nasce tra il senzatetto e le famiglie, nonuna relazione meramente economica, ma qualcosa di più”. (lp)</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2012/02/03/neve-i-senza-dimora-diventano-spalatori/">Neve, i senza dimora diventano “spalatori”</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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