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	<title>Nicola Facciolini Archivi - L&#039;Impronta L&#039;Aquila</title>
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		<title>Happy Holyween, Beati tra i Santi nonostante il Terremoto stia sconquassando l&#8217;Italia</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Oct 2016 20:34:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“Vuoi la vita? Vuoi vedere giorni felici?” (San Benedetto, Prologo alla Regola). “Chiediamo l’aiuto dell’Arcangelo San Michele per difenderci dalle insidie e dalle trappole del diavolo” (Papa Francesco). “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“Vuoi la vita? Vuoi vedere giorni felici?” (San Benedetto, Prologo alla Regola). “Chiediamo l’aiuto dell’Arcangelo San Michele per difenderci dalle insidie e dalle trappole del diavolo” (Papa Francesco). “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il Regno dei Cieli”(Vangelo di Gesù secondo Matteo 5,8-10). Happy Holyween. Happy Hallowmas. Beati tra i Santi, nonostante il Terremoto stia sconquassando l’Italia (Mw 5.5, 6.1, 6.6, del 26 e 30 Ottobre 2016, Marche e Umbria). Omnes Sancti et Sanctae Dei, intercedite pro nobis. Felice Festa di Holyween. È la notte del 31 Ottobre, vigilia della solennità di Tutti i Santi, il 1° Novembre. All Hallows Eve Day! Una notte con Gesù Eucarestia. È il modo giusto di festeggiare la vigilia di Ognissanti. Attenti ad Halloween perché non è una festa in maschera ma si festeggia il compleanno del principe del male. È importante fare chiarezza sui significati dei simboli occultistici e satanici di questo “carnevale dell’horror” che, anche al cinema, non deve essere banalizzato. Coloro che pensano che il fenomeno sia riconducibile soltanto agli aspetti divertenti e modaioli, delle maschere e<br />
ragazzi hanno così la possibilità di entrare in contatto con gli operatori dell’occulto e di farsi leggere i tarocchi. Halloween è diventato un colossale business economico: 120 milioni di euro vengono spesi ogni anno in Italia per organizzare eventi pubblici e privati legati ad Halloween, con un investimento di 150 milioni di euro per maschere e abbigliamento. Un business da 260 milioni di euro. Se una volta le feste pagane venivano sostituite da feste cristiane, oggi si assiste al fenomeno inverso e maligno: in coincidenza con le feste cristiane, si cerca di diffondere, nella cultura e nei costumi, un’obsoleta sub-cultura neopagana Gender, estranea al clima di preghiera e di fede della gioia cristiana nella Famiglia Naturale fondata sul Matrimonio di un uomo e di una donna. Esistono ancora docenti e dirigenti scolastici con l’onestà intellettuale di far capire ai loro alunni che la “festa” di Halloween non ha niente a che vedere con le nostre tradizioni cattoliche italiane europee? Per noi cristiani in questa magica notte di Holyween c’è un solo pensiero ed una sola gioia: i nostri Santi in Cristo. Dunque, non più “dolcetto o scherzetto”. Ma “Beati tra i Santi”, è il motto di Ognissanti. È la notte del 31 Ottobre, vigilia della solennità di Tutti i Santi. Una notte con Gesù Eucarestia. Nelle cattolicissime Filippine, da anni opera un’Associazione cristiana che promuove soprattutto un apostolato di preghiera legato alla salvezza delle anime del Pu<br />
poltura nei cimiteri o in altri luoghi sacri risponde adeguatamente alla pietà e al rispetto dovuti ai corpi dei fedeli defunti, che mediante il Battesimo sono diventati tempio dello Spirito Santo e dei quali, «come di strumenti e di vasi, si è santamente servito lo Spirito per compiere tante opere buone». Il giusto Tobia viene lodato per i meriti acquisiti davanti a Dio per aver seppellito i morti,  e la Chiesa considera la sepoltura dei morti come un’opera di misericordia corporale. Infine, la sepoltura dei corpi dei fedeli defunti nei cimiteri o in altri luoghi sacri favorisce il ricordo e la preghiera per i defunti da parte dei familiari e di tutta la comunità cristiana, nonché la venerazione dei martiri e dei santi. Mediante la sepoltura dei corpi nei cimiteri, nelle chiese o nelle aree ad esse adibite, la tradizione cristiana ha custodito la comunione tra i vivi e i defunti e si è opposta alla tendenza a occultare o privatizzare l’evento della morte e il significato che esso ha per i cristiani. 4. Laddove ragioni di tipo igienico, economico o sociale portino a scegliere la cremazione, scelta che non deve essere contraria alla volontà esplicita o ragionevolmente presunta del fedele defunto, la Chiesa non scorge ragioni dottrinali per impedire tale prassi, poiché la cremazione del cadavere non tocca l’anima e non impedisce all’onnipotenza divina di risuscitare il corpo e quindi non contiene l’oggettiva negazione della dottrina cristiana sull’immortalità dell’anima e la risurrezione dei corpi. La Chiesa continua a preferire la sepoltura dei corpi poiché con essa si mostra una maggiore stima verso i defunti; tuttavia la cremazione non è vietata, «a meno che questa non sia stata scelta per ragioni contrarie alla dottrina cristiana». In assenza di motivazioni contrarie alla dottrina cristiana, la Chiesa, dopo la celebrazione delle esequie, accompagna la scelta della cremazione con apposite indicazioni liturgiche e pastorali, avendo particolare cura di evitare ogni forma di scandalo o di indifferentismo religioso. 5. Qualora per motivazioni legittime venga fatta la scelta della cremazione del cadavere, le ceneri del defunto devono essere conservate di regola in un luogo sacro, cioè nel cimitero o, se è il caso, in una chiesa o in un’area appositamente dedicata a tale scopo dalla competente autorità ecclesiastica. Sin dall’inizio i cristiani hanno desiderato che i loro defunti fossero oggetto delle preghiere e del ricordo della comunità cristiana. Le loro tombe divenivano luoghi di preghiera, della memoria e della riflessione. I fedeli defunti fanno parte della Chiesa, che crede alla comunione «di coloro che sono pellegrini su questa terra, dei defunti che compiono la loro purificazione e dei beati del cielo; tutti insieme formano una sola Chiesa». La conservazione delle ceneri in un luogo sacro può contribuire a ridurre il rischio di sottrarre i defunti alla preghiera e al ricordo dei parenti e della comunità cristiana. In tal modo, inoltre, si evita la possibilità di dimenticanze e mancanze di rispetto, che possono avvenire soprattutto una volta passata la prima generazione, nonché pratiche sconvenienti o superstiziose. 6. Per i motivi sopra elencati, la conservazione delle ceneri nell’abitazione domestica non è consentita. Soltanto in caso di circostanze gravi ed eccezionali, dipendenti da condizioni culturali di carattere locale, l’Ordinario, in accordo con la Conferenza Episcopale o il Sinodo dei Vescovi delle Chiese Orientali, può concedere il permesso per la conservazione delle ceneri nell’abitazione domestica. Le ceneri, tuttavia, non possono essere divise tra i vari nuclei familiari e vanno sempre assicurati il rispetto e le adeguate condizioni di conservazione. 7. Per evitare ogni tipo di equivoco panteista, naturalista o nichilista, non sia permessa la dispersione delle ceneri nell’aria, in terra o in acqua o in altro modo oppure la conversione delle ceneri cremate in ricordi commemorativi, in pezzi di gioielleria o in altri oggetti, tenendo presente che per tali modi di procedere non possono essere addotte le ragioni igieniche, sociali o economiche che possono motivare la scelta della cremazione. 8. Nel caso che il defunto avesse notoriamente disposto la cremazione e la dispersione in natura delle proprie ceneri per ragioni contrarie alla fede cristiana, si devono negare le esequie, a norma del diritto”. Il Sommo Pontefice Francesco, nell’Udienza concessa al Cardinale Prefetto, in data 18 Marzo 2016, ha approvato la presente Istruzione, decisa nella Sessione Ordinaria di questa Congregazione in data 2 Marzo 2016, e ne ha ordinato la pubblicazione in Roma, il 15 Agosto 2016, Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria. Come ci ricorda Dom Guéranger nella sua opera “L’Anno Liturgico”, la Festa di tutti i Santi è la Festa della Chiesa trionfante. “Vidi una grande moltitudine, che nessuno poteva contare, d’ogni nazione, d’ogni tribù, d’ogni lingua e stavano davanti al trono vestiti di bianco, con la palma in mano e cantavano con voce potente: Gloria al nostro Dio” (Apocalisse 7,9-10). Il tempo è cessato e l’umanità si rivela agli occhi del profeta di Pathmos. La vita di battaglia e di sofferenza della terra (Giobbe 7,1) un giorno terminerà e l’umanità, per molto tempo smarrita, andrà ad accrescere i cori degli spiriti celesti, indeboliti già dalla rivolta di Satana, e si unirà nella riconoscenza ai redenti dell’Agnello e gli Angeli grideranno con noi: Ringraziamento, onore, potenza, per sempre al nostro Dio! (Apocalisse 7,11-14). E sarà la fine, come dice l’Apostolo (1 Cor. 15,24), la fine della morte e della sofferenza, la fine della storia e delle sue rivoluzioni, ormai esaurite. Soltanto l’eterno nemico, respinto nell’abisso con tutti i suoi partigiani, esisterà per confessare la sua eterna sconfitta. Il Figlio dell’uomo, liberatore del mondo, avrà riconsegnato l’impero a Dio, suo Padre e, termine supremo di tutta la creazione e di tutta la redenzione, Dio sarà tutto in tutti (ibid. 24-28). Molto prima di San Giovanni, Isaia aveva cantato: “Ho veduto il Signore seduto sopra un trono alto e sublime, le frange del Suo vestito scendevano sotto di Lui a riempire il tempio e i Serafini gridavano l’uno all’altro: Santo, Santo, Santo, il Signore degli eserciti: tutta la terra è piena della Tua gloria” (Is. 6,1-3). Le frange del vestimento divino sono quaggiù con gli eletti divenuti ornamento del Verbo, splendore del Padre (Ebr. 1,3) perché, capo della nostra umanità, il Verbo l’ha sposata e la sposa è la Sua gloria, come Egli è la gloria di Dio (I Cor. 11,7). Ma la sposa non ha altro ornamento che le virtù dei Santi (Apocalisse 19,8): fulgido ornamento, che con il suo completarsi segnerà la fine dei secoli. La festa di oggi è annunzio sempre più insistente delle nozze dell’eternità e ci fa di anno in anno celebrare il continuo progresso della preparazione della Sposa (Apocalisse 19,7). Beati gli invitati alle nozze dell’Agnello! (ibid. 9). Beati noi tutti che, come titolo al banchetto dei cieli, ricevemmo nel Battesimo la veste nuziale della santa carità! Prepariamoci all’ineffabile destino che ci riserba l’amore, come si prepara la nostra Madre, la Chiesa. Le fatiche di quaggiù tendono a questo e lavoro, lotte, sofferenze per Dio adornano di splendenti gioielli la veste della grazia che fa gli eletti. Beati quelli che piangono! (Mt. 5,5). Piangevano quelli che il Salmista ci presentava intenti a scavare, prima di noi, il solco della loro carriera mortale (Sal. 125) e ora versano su di noi la loro gioia trionfante, proiettando un raggio di gloria sulla valle del pianto. La solennità, ormai incominciata, ci fa entrare, senza attendere che finisca la vita, nel luogo della luce ove i nostri padri hanno seguito Gesù, per mezzo della beata speranza. Davanti allo spettacolo della felicità eterna nella quale fioriscono le spine di un giorno, tutte le prove appariranno leggere. O lacrime versate sulle tombe che si aprono, la felicità dei cari scomparsi non mescolerà forse al vostro rammarico la dolcezza del cielo? Tendiamo l’orecchio ai canti di libertà che intonano coloro che, momentaneamente da noi separati, sono causa del nostro pianto. Piccoli o grandi (Apocalisse 19,5) questa è la loro festa e presto sarà pure la nostra. In questa stagione, in cui prevalgono brine e tenebre, la natura, lasciando cadere i suoi ultimi gioielli, pare voler preparare il mondo all’esodo verso la patria che non avrà fine. Cantiamo anche noi con il Salmista: “Mi sono rallegrato per quello che mi è stato detto: Noi andremo nella casa del Signore. O Gerusalemme, città della pace, che ti edifichi nella concordia e nell’amore, noi siamo ancora nei vestiboli, ma già vediamo i tuoi perenni sviluppi. L’ascesa delle tribù sante verso di te prosegue nella lode e i tuoi troni ancora liberi si riempiono. Tutti i tuoi beni siano per quelli che ti amano, o Gerusalemme, e nelle tue mura regnino la potenza e l’abbondanza. Io ho messo ormai in te le mie compiacenze, per gli amici e per i fratelli, che sono già tuoi abitanti e, per il Signore nostro Dio, che in te abita, in te ho posto il mio desiderio” (Sal. 121). Troviamo prima in Oriente tracce di una festa in onore dei Martiri e San Giovanni Crisostomo pronunciò una omelia in loro onore nel IV Secolo, mentre nel secolo precedente San Gregorio Nisseno aveva celebrato delle solennità presso le loro tombe. Nel 411 il Calendario siriaco ci parla di una Commemorazione dei Confessori nel sesto giorno della settimana pasquale e nel 539 a Odessa, il 13 Maggio, si fa la “memoria dei martiri di tutta la terra”. In Occidente i Sacramentari del V e del VI Secolo contengono varie messe in onore dei Santi Martiri da celebrarsi senza giorno fisso. Il 13 Maggio dell’Anno Domini 610, Papa Bonifacio IV dedicò il tempio pagano del Pantheon, vi fece trasportare delle reliquie e lo chiamò S. Maria ad Martyres. L’anniversario di tale dedicazione continuò ad essere festa con lo scopo di onorare in genere tutti i martiri; Gregorio III, a sua volta, nel secolo seguente, consacrò un oratorio “al Salvatore, alla sua Santa Madre, a tutti gli Apostoli, martiri, confessori e a tutti i giusti dormienti del mondo intero”. Nell’anno 835, Gregorio IV, desiderando che la festa romana del 13 Maggio fosse estesa a tutta la Chiesa, provocò un Editto dell’imperatore Luigi il Buono, col quale essa veniva fissata al 1° Novembre. La festa ebbe presto la sua vigilia e, nel Secolo XV, Sisto IV la decorò di Ottava obbligatoria per tutta la Chiesa. Ora, sia la vigilia sia l’Ottava, sono soppresse. L’Uomo-Dio alla Sua venuta sulla terra fece, per mezzo di Cesare Augusto, una prima volta il censimento della terra (Lc. 2,1). Era opportuno che all’inizio della Redenzione fosse rilevato ufficialmente lo stato del mondo. Ora è il momento di farne un secondo, che affiderà al Libro della Vita i risultati delle operazioni di salvezza. “Perché questo censimento del mondo al momento della nascita del Signore, dice San Gregorio in una delle omelie di Natale, se non per farci comprendere che nella carne appariva Colui che doveva poi registrare gli eletti nella eternità?” (Lezione VII dell’Ufficio di Natale). Molti però, a causa dei peccati, si erano sottratti al beneficio del primo censimento, che comprendeva tutti gli uomini nel riscatto di Dio Salvatore, e ne era necessario un secondo che fosse definitivo affinché eliminasse dall’universalità del primo i colpevoli. “Siano cancellati dal Libro dei Vivi; il loro posto non è con i giusti” (Sal. 68,29). Le parole sono del re Profeta e il santo Papa qui le ricorda. Nonostante questo, la Chiesa, tutta gioiosa, non pensa oggi che agli eletti, come se di essi soli si trattasse nel solenne censimento in cui abbiamo veduto terminare la vita dell’umanità. Infatti essi soli contano davanti a Dio, i reprobi non sono che lo scarto di un mondo in cui solo la santità risponde alla generosità del Creatore e all’offerta di un amore infinito. Prestiamo le anime nostre all’impronta che le deve “conformare all’immagine del Figlio unico” (Rom. 8,29) segnandoci come tesoro di Dio. Chi si sottrae all’impronta sacra non eviterà l’impronta della bestia (Apocalisse 13,16) e, nel giorno in cui gli Angeli chiuderanno il conto eterno, ogni moneta, che non potrà essere portata all’attivo di Dio, se ne andrà da sé alla fornace in cui bruceranno le scorie. La Terra è oggi così vicina al Cielo che uno stesso pensiero di felicità riempie i cuori. L’Amico, lo Sposo ritorna in mezzo ai suoi e parla di felicità. “Venite a me voi tutti che avete tribolazioni e sofferenze”. Il versetto dell’Alleluia era con queste parole l’eco della patria e tuttavia ci ricordava l’esilio, ma tosto nel Vangelo è apparsa la grazia e la benignità del nostro Dio Salvatore (Tit. 2,11; 3,4). AscoltiamoLo, perché ci insegna le vie della beata speranza (ibid. 2,12-13), le delizie sante, che sono ad un tempo garanzia ed anticipo della perfetta felicità del cielo. Sul Sinai, Dio teneva l’Ebreo a distanza e dava soltanto precetti e minacce di morte, ma sulla vetta di quest’altra Montagna che non trema, sulla quale è assiso il Figlio di Dio, in modo ben diverso si promulga la Legge dell’Amore! Le otto Beatitudini all’inizio del Nuovo Testamento hanno preso il posto tenuto nell’Antico dal Decalogo inciso sulla pietra. Esse non sopprimono i Comandamenti, ma la loro giustizia sovrabbondante va oltre tutte le prescrizioni e Gesù le trae dal suo Cuore per imprimerle, meglio che sulla pietra, nel cuore del Suo popolo. Sono il ritratto perfetto del Figlio dell’uomo e riassunto della Sua vita redentrice. Guardate dunque e agite secondo il modello che si rivela a voi sulla Montagna (Es. 25,40; Ebr. 8,5) di Dio. La povertà fu il primo contrassegno del Dio di Betlemme e chi mai apparve più dolce del figlio di Maria? Chi pianse per causa più nobile, se Egli già nella greppia espiava le nostre colpe e pacificava il Padre? Gli affamati di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, i pacifici dove troveranno fuori di Lui il modello insuperato, mai raggiunto e sempre imitabile? E la Sua morte lo fa condottiero dei perseguitati per la giustizia! Suprema beatitudine questa della quale più che di tutte le altre, la Sapienza incarnata si compiace e vi ritorna sopra e la precisa e oggi con essa termina, come in un canto d’estasi. La Chiesa non ebbe mai altro ideale. Sulla scia dello Sposo, la sua storia nelle varie epoche fu eco prolungata delle Beatitudini. Cerchiamo di comprendere anche noi e, per la felicità della nostra vita in terra, in attesa dell’eterna, seguiamo il Signore e la Chiesa. Le Beatitudini evangeliche sollevano l’Uomo oltre i tormenti, oltre la morte, che non scuote la pace dei giusti, anzi la perfeziona. La Chiesa dopo averci mostrato la bellezza e la gioia del cielo, dopo la seducente esposizione sulla eternità, avrebbe potuto presentarci la questione che San Benedetto pose al postulante che bussava alla porta del monastero: “Vuoi la vita? Vuoi vedere giorni felici?” (Prologo alla Regola). Avremmo anche noi prontamente risposto: sì. E pare che davvero la questione ce l’abbia silenziosamente posta e che abbia udito il nostro sì, perché prosegue adesso esponendoci le condizioni necessarie per entrare nel Regno dei Cieli. “La speranza di giungere alla ricompensa della salvezza ci alletti, ci attiri, lottiamo volentieri e con tutto l’impegno nello stadio della santità; mentre Dio e Cristo ci guardano. Dato che già abbiamo cominciato ad elevarci sopra il mondo ed il secolo, stiamo attenti, perché nessun desiderio terreno ci attardi. Se l’ultimo giorno ci trova svincolati da ogni cosa, se ci trova in agile corsa nel cammino delle buone opere, il Signore non potrà fare a meno di ricompensare i nostri meriti. Colui che dà, come prezzo della sofferenza, a quelli che hanno saputo vincere nella persecuzione, una corona imporporata, darà pure, come prezzo delle opere di santità, una corona bianca a coloro che avranno saputo vincere nella pace. Abramo, Isacco, Giacobbe non furono messi a morte, ma sono stati tuttavia ritenuti degni dei primi posti fra i Patriarchi, perché tale onore meritarono con la fede e le opere di giustizia, e coloro che saranno trovati fedeli, giusti e degni di lode siederanno al banchetto con questi grandi giusti. Bisogna ricordare però che dobbiamo compiere la volontà di Dio e non la nostra, perché “chi fa la volontà di Dio vive eternamente” (Gv. 2,17) come vive eternamente Dio stesso. “Bisogna dunque che con spirito puro, fede ferma, virtù robusta, carità perfetta, siamo preparati a compiere tutta la volontà di Dio, osservando con coraggiosa fedeltà i Comandamenti del Signore, l’innocenza nella semplicità, l’unione nella carità, la modestia nell’umiltà, l’esattezza nell’impiego, la diligenza nell’assistenza degli afflitti, la misericordia nel sollevare i poveri, la costanza nella difesa della verità, la discrezione nella severità della disciplina e infine bisogna che non lasciamo di seguire o dare l’esempio delle buone opere. Ecco la traccia che tutti i Santi, tornando alla patria, ci hanno lasciata, perché, camminando sulle loro orme, possiamo giungere alle gioie che essi hanno raggiunto” (Beda, 18.mo Discorso sui Santi). È utile lodare i Santi. Una esortazione per i suoi figli la Chiesa la chiede a San Bernardo, e ci parla con la sua voce. “Dato che celebriamo con una festa solenne il ricordo di tutti i Santi, diceva ai suoi monaci l’abate di Chiaravalle, credo utile parlarvi della loro felicità comune nella quale gioiscono di un beato riposo e della futura consumazione che attendono. Certo, bisogna imitare la condotta di quelli che con religioso culto onoriamo; correre con tutto lo slancio del nostro ardore verso la felicità di quelli che proclamiamo beati, bisogna implorare il soccorso di quelli dei quali sentiamo volentieri l’elogio. A che serve ai Santi la nostra lode? A che serve il nostro tributo di glorificazione? A che serve questa stessa solennità? Quale utile portano gli onori terrestri a coloro che il Padre celeste stesso, adempiendo la promessa del Figlio, onora? Che cosa fruttano loro i nostri omaggi? Essi non hanno alcun desiderio di tutto questo. I Santi non hanno bisogno delle nostre cose e la nostra devozione non reca loro alcun vantaggio: ciò è cosa assolutamente vera. Non si tratta di loro vantaggio, ma nostro, se noi veneriamo la loro memoria. Volete sapere come abbiamo vantaggio? Per conto mio, confesso che, ricordando loro, mi sento infiammato di un desiderio ardente, di un triplice desiderio. Si dice comunemente: occhio non vede, cuore non duole. La mia memoria è il mio occhio spirituale e pensare ai Santi è un po’ vederli, e, ciò facendo, abbiamo già “una parte di noi stessi nella terra dei viventi” (Sal. 141,6), una parte considerevole, se la nostra affezione accompagna, come deve accompagnarlo, il nostro ricordo. È in questo modo, io dico, che “la nostra vita è nei cieli” (Fil. 3,20). Tuttavia la nostra vita non è in cielo, come vi è la loro, perché essi vi sono in persona e noi solo con il desiderio; essi vi sono con la loro presenza e noi solo con il nostro pensiero”. Quindi, occorre desiderare l’aiuto dei Santi. “Perché possiamo sperare tanta beatitudine dobbiamo desiderare ardentemente l’aiuto dei Santi, perché quanto non possiamo ottenere da noi ci sia concesso per la loro intercessione. Abbiate pietà di noi, sì, abbiate pietà di noi, voi che siete nostri amici. Voi conoscete i nostri pericoli, voi conoscete la nostra debolezza; voi sapete quanto grande è la nostra ignoranza, e quanta la destrezza dei nostri nemici; voi conoscete la violenza dei loro attacchi e la nostra fragilità. Io mi rivolgo a voi, che avete provato le nostre tentazioni, che avete vinto le stesse battaglie, che avete evitato le stesse insidie, a voi ai quali le sofferenze hanno insegnato ad avere compassione. Io spero inoltre che gli Angeli stessi non disdegneranno di visitare la loro specie, perché è scritto: “visitando la tua specie non peccherai” (Giob. 5,24). Del resto, se io conto su di essi perché noi abbiamo una sostanza spirituale e una forma razionale simile alla loro, credo di poter maggiormente confidare in coloro che hanno, come me, l’umanità e che sentono perciò una compassione particolare e più intima per le ossa delle loro ossa e la carne della loro carne”. Bisogna avere confidenza nella loro intercessione. “Non dubitiamo della loro benevola sollecitudine a nostro riguardo. Essi ci attendono fino a quando anche noi non avremo avuta la nostra ricompensa, fino al grande giorno dell’ultima festa, nella quale tutte le membra, riunite alla testa sublime, formeranno l’uomo perfetto in cui Gesù Cristo, nostro Signore, degno di lode e benedetto nei secoli, sarà lodato con la Sua discendenza. Così sia” (Discorso sui Santi, passim). Troviamo in San Giovanni Crisostomo la dottrina già esposta: è cosa buona lodare i Santi, ma alla lode bisogna unire l’imitazione delle loro virtù. “Chi ammira con religioso amore i meriti dei Santi e celebra con lodi ripetute la gloria dei giusti è tenuto ad imitare la loro vita virtuosa e la loro santità. È necessario infatti che chi esalta con gioia i meriti di qualche santo abbia a cuore di essere come lui fedelmente impegnato nel servizio di Dio. O si loda e si imita, o ci si astiene anche dal lodare. Sicché, dando lode ad un altro, ci si rende degni di lode e, ammirando i meriti dei Santi, si diventa ammirabili per una vita santa. Se amiamo le anime giuste e fedeli, perché apprezziamo la loro giustizia e la loro fede, possiamo anche essere quello che sono, facendo quello che fanno”. Ecco spiegata allora la necessità del combattimento. “Tu, o cristiano, sei soldato ben meschino, se credi di vincere senza combattere e di raggiungere il trionfo senza sforzo! Spiega le tue forze, lotta con coraggio, combatti, senza debolezze, nella mischia. Mantieni il patto, rimetti sulle condizioni, renditi conto di che cosa sia l’essere soldato, il patto che hai concluso, le condizioni che hai accettate, la milizia nella quale ti sei arruolato” (Giovanni Crisostomo, Discorso sulla imitazione dei Martiri). Ci giova oggi ricordare la dottrina sulla Risurrezione dei morti, che San Paolo esponeva un giorno ai fedeli di Corinto, sulla grandiosa cerimonia liturgica che la seguirà, e sulla visione beatifica che avremo in premio nell’eternità. Noi risusciteremo, perché Cristo è risuscitato. Questa dottrina riassume in certo modo tutto il Cristianesimo. Il Battesimo è inserzione di ciascuno di noi in Cristo e dal momento che noi siamo entrati nell’unità della Sua vita e formiamo con Lui un solo Corpo mistico e reale insieme, l’interesse è comune, la condizione nostra è legata alla Sua, quello che è avvenuto in Lui deve avvenire in noi: la morte, il seppellimento, la risurrezione, l’ascensione, la vita eterna in Dio. Le membra avranno la sorte del Capo e potremmo dire, propriamente parlando, di essere già risuscitati in Gesù Cristo, perché la sua Risurrezione è causa, motivo, esempio, sicura garanzia della nostra. Cristo non è risuscitato per Sé solo, per conto Suo, ma per noi tutti. Nella Legge antica erano offerte a Dio le spighe mature, in nome di tutta la messe. Il Signore, se è un Essere individuale, è pure il secondo Adamo, essere vivente, che comprende in Sé la moltitudine di quelli che da Lui son nati e perciò, se Egli è risuscitato, tutti sono risuscitati, ma ciascuno a suo tempo; Cristo per primo, poi tutti quelli che sono di Cristo risusciteranno alla Sua venuta. Dopo sarà la fine. Cioè l’inizio della vita eterna. “Sarà la fine. La fine del periodo laborioso nel corso del quale il Signore raccoglie il numero dei Suoi eletti, stabilisce il Suo Regno e annienta i Suoi nemici. Si potrebbe dire altrettanto bene inizio della vita nuova, compimento del disegno di Dio con il ritorno a Lui di tutto quanto avrà acconsentito ad appartenere a Cristo Nostro Signore Gesù Cristo, dopo aver trionfato su tutte le potenze nemiche, debellata ogni autorità e scardinato ogni potere ostile al Suo, porterà a Dio, suo Padre, tutte le nature umane delle quali è Re e, avendo qual Figlio operato solo per il Padre, Gli riconsegnerà il comando su tutta la Sua conquista. Sì, noi lo sappiamo, tutto si piegherà davanti a Dio in cielo, sulla terra e nell’inferno; tutto sarà sottomesso, fuorché Colui che ha sottomesso a Sé tutte le cose. L’eternità comincerà con una cerimonia liturgica di infinita grandezza. Il Verbo Incarnato, nostro Signore Gesù Cristo, il Re predestinato, circondato dagli Angeli, dagli uomini nati per la Sua grazia e viventi la Sua vita, si metterà alla testa della falange che il Padre gli ha dato e la guiderà e condurrà verso il santuario eterno. Si presenterà con essi davanti al Padre e presenterà e offrirà a Lui la messe immensa degli eletti germogliati dal Suo sangue e si sottometterà con essi alla paterna dominazione di Colui che tutto Gli donò e sottomise, rimettendoGli lo scettro e la regalità della creazione da Lui conquistata, che con Lui entrerà nel seno della Trinità. La famiglia di Dio sarà allora completa e Dio sarà tutto in tutti”. Allora preghiamo: O Dio onnipotente ed eterno, che ci hai concesso di venerare con una sola solennità i meriti di tutti i Tuoi Santi; ti preghiamo di accordarci, in vista di tanta moltitudine di intercessori, l’abbondanza della Tua Misericordia”. Tutti possiamo essere “esorcisti” con la Preghiera, in quanto battezzati cristiani. Ma occorre sempre, nei casi più gravi, l’intervento del Vescovo. Italia, Europa, ricorda, hai le tue radici! Holywins.</p>
<p style="text-align: right;">© Nicola Facciolini</p>
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		<title>Shimon Peres uomo della Pace e ultimo Patriota di Israele</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Sep 2016 16:27:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“Sei grande come la causa che promuovi, diventi piccolo se promuovi te stesso” (Shimon Peres). “Che bello sarebbe lasciare il mondo migliore di come l’abbiamo trovato!”(Papa Francesco). È ciò che ha fatto il Presidente Shimon Peres, premio Nobel per la Pace per essere stato uno degli artefici degli Accordi di Oslo nel 1993. L’uomo che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“Sei grande come la causa che promuovi, diventi piccolo se promuovi te stesso” (<strong><span style="color: #1f497d;">Shimon Peres</span></strong>). “Che bello sarebbe lasciare il mondo migliore di come l’abbiamo trovato!”(<span style="color: #1f497d;">Papa Francesco</span>). È ciò che ha fatto il <strong>Presidente Shimon Peres, premio Nobel per la Pace per essere stato uno degli artefici degli Accordi di Oslo nel 1993</strong>. L’uomo che ha fatto avanzare il progetto della bomba nucleare israeliana. L’ultimo dei padri fondatori e patrioti di<strong> Israele</strong>, <strong>Shimon Peres</strong>, 93 anni, è tornato nella Casa del Padre dopo due settimane di ricovero in seguito ad un ictus.</p>
<p>A<strong> Gerusalemme</strong>, Peres riposa tra i Grandi della Nazione nel cimitero del Monte Herzl. “Guardate al domani – insegnava Shimon Peres ai suoi figli – e battetevi sempre per la pace”. Shimon Peres, mancato Mercoledì mattina 28 Settembre 2016, è stato uno statista israeliano di levatura internazionale. Ha servito alla Knesset, il Parlamento Israeliano, per oltre 50 anni, e durante la sua lunga carriera ha ricoperto molti incarichi ministeriali, tra cui quelli di Primo Ministro e Ministro degli Esteri, ed è stato il nono Presidente dello Stato di Israele. “La cosa più importante nella vita è osare. La più complicata del mondo è avere paura. La più intelligente è provare a vivere secondo la morale”.</p>
<p>È seguendo questi princìpi che ha vissuto Shimon Peres (1923-2016) venuto a mancare al Tel HaShomer Medical Center di Gerusalemme. Peres, l’ultimo esponente della generazione dei padri dello Stato ebraico, è stato parlamentare per 48 anni consecutivi, ministro in 12 gabinetti di cui due da capo del governo, per poi essere eletto nel 2007 come capo dello Stato. Colonna del partito laburista da lui fondato, eterno avversario nella sua leadership di Ytzhak Rabin, con cui alla fine ha vinto il premio Nobel per la Pace, da anni promotore di iniziative in favore del dialogo e dello sviluppo delle relazioni, ma soprattutto volto storico di Israele, uno di quelli che lavorò alla sua fondazione dagli albori. “Il contributo più grande degli ebrei alla storia è l’insoddisfazione – diceva Shimon Peres – siamo una nazione nata per essere insoddisfatta. Qualunque cosa esista crediamo possa essere resa migliore”. Cordoglio alla famiglia e agli amici di Shimon Peres, al Governo e al Popolo di Israele, dal Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin che scrive: “Shimon Peres won broad respect in Israel and internationally for his many years of hard work as president and prime minister of Israel. I was extremely lucky to have met this extraordinary man many times. And every time I admired his courage, patriotism, wisdom, vision and ability to get down to the essence of the most difficult issues. Shimon Peres will be remembered in Russia as a consistent advocate of friendly relations between Russia and Israel and a man who greatly contributed to the strengthening of bilateral cooperation”. Il Presidente Reuven Rivlin ha espresso la sua profonda tristezza per la scomparsa dell’ex Presidente di Israele ed ex Primo Ministro Shimon Peres. Il Presidente Rivlin dichiara: “A poca distanza dal luogo in cui mi trovo in Ucraina, nella città di Višneva, Bielorussia, è nato Szymon Perski, che crescendo divenne un giovane con grandi sogni. Da qui, dall’Europa orientale, emigrò in Terra di Israele, e da allora non ha mai cessato di lavorare per il bene del movimento sionista, per il bene dello Stato di Israele e del popolo di Israele. Non vi è un capitolo, nella storia dello Stato di Israele, in cui Shimon non abbia scritto o svolto un ruolo. Da solo egli ha mosso un’intera nazione sulle ali della immaginazione, sulle ali della visione. Un uomo che è stato un simbolo per il grande spirito di questo popolo. Shimon ci ha fatto guardare lontano al futuro, e noi lo amavamo. Lo amavamo perché ci ha fatto osare immaginare non ciò che una volta c’era qui, né ciò che c’è oggi, ma ciò che potrebbe esserci. Questo è un giorno triste per il popolo israeliano e lo Stato di Israele. Tutti noi chiniamo il capo alla notizia della sua dipartita. Serberò con me il suo ricordo, la sua stretta di mano, i suoi consigli che ha sempre dispensato con amore, e in particolare il suo spirito di speranza che ha infuso in questo popolo. Lo spirito di speranza e di pace, che è stato il suo percorso e il suo desiderio. Oggi chiniamo il capo per la scomparsa del Presidente Shimon Peres”.</p>
<p>La vita di Peres è inscindibilmente intrecciata con la storia del Paese ebraico, sin dal lavoro svolto assieme a David Ben Gurion, il primo Capo di Governo, fino al suo mandato da Presidente dello Stato. “Incommensurabile è stato il contributo del Presidente Peres alla costruzione del nostro Stato, e il suo ricordo resterà con noi per sempre”, scrive Ofer Sachs, Ambasciatore d’Israele in Italia.</p>
<p>Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu rilascia la seguente dichiarazione: “Siamo addolorati oggi per la scomparsa del nostro caro e amato Shimon Peres. Shimon ha dedicato la sua vita alla nostra nazione e alla ricerca della pace. Ha rivolto il suo sguardo al futuro. Ha fatto molto per proteggere il nostro popolo. Ha lavorato fino ai suoi ultimi giorni per la pace e per un futuro migliore per tutti. Come Presidente di Israele, Shimon ha fatto tanto per unire la nazione. E la nazione lo amava per questo. Poche persone hanno dato un contributo simile al nostro popolo e al nostro Stato. Ho incontrato Shimon 40 anni fa sulla tomba di mio fratello Yoni, che cadde guidando i suoi uomini per salvare i nostri ostaggi a Entebbe in Uganda. Non dimenticherò mai il calore che Shimon mostrò a me, a mio fratello e ai miei genitori in quel nostro momento di grande dolore. Solo pochi giorni fa, alle Nazioni Unite, ho augurato a Shimon una pronta guarigione dal cuore di tutti gli israeliani e di tante persone in tutto il mondo. Noi tutti abbiamo pregato che Shimon, con la sua forza unica, il suo vigore unico, potesse in qualche modo venirne fuori, potesse in qualche modo tornare con noi. Con mio grande dispiacere, questa preghiera non è stata ascoltata. Ora Shimon Peres ci ha lasciati. Ma non lascerà mai i nostri cuori e la nostra memoria. Il suo nome sarà per sempre inciso nella storia della rinascita del popolo ebraico, come uno dei nostri grandi leader, come uno dei padri fondatori dello Stato di Israele”.</p>
<p>L’uomo della pace, protagonista in politica dalla nascita di Israele nel 1948, ministro, premier e presidente, esponente del Partito laburista, Peres passò da “falco” a “colomba” a partire dal 1977. Nato in Polonia ed emigrato da ragazzo in Palestina, entrò in politica dopo aver conosciuto per caso Ben Gurion facendo l’autostop! Spirito indomito, nonostante le diverse sconfitte elettorali si rialzava ogni volta. Centrale il suo impegno negli accordi di Oslo e il conseguente premio Nobel per la Pace del 1994, ricevuto assieme a Rabin e Arafat. Lui, che in precedenza aveva rifiutato qualsiasi compromesso con i Paesi arabi ostili ad Israele e autorizzato le prime colonie ebraiche nella Cisgiordania occupata, aveva poi compreso che l’obiettivo doveva essere chiaro: due Stati, Israele e Palestina, che convivono in amicizia e cooperazione. Terminato il mandato presidenziale nel 2014, era proseguito il suo impegno per il dialogo con la sua fondazione. Forti i contrasti con Netanyahu, negli anni crebbe sempre più la sua fama di uomo della riconciliazione. Shimon Peres era nato a Višneva, un paesino bielorusso che all’epoca apparteneva ancora alla Polonia, con il nome di Shimon Perski. Suo padre Yitzhak era un ricco commerciante di legname mentre sua madre Sara era una libraia. Il padre emigrò nel 1932 nell’allora Palestina mandataria e la sua famiglia lo seguì nel 1934, insediandosi a Tel Aviv cinque anni prima dell’occupazione della Polonia da parte dei nazisti, mentre i suoi parenti che vi rimasero morirono tutti nelle persecuzioni della Shoah. In un’intervista del 2003, Peres parla della sua infanzia: “Da bambino, sono cresciuto nella casa di mio nonno e sono stato istruito da lui. Mi insegnò il Talmud, e non era così facile come sembra. Casa mia non era osservante, i miei genitori non erano ortodossi, ma io ero haredi”. Nel 1947 Shimon fu arruolato nell’Haganah, il nucleo delle future Forze di Difesa Israeliane, scelto da Ben Gurion insieme ad altri giovani. Fu proprio Ben Gurion a nominarlo responsabile per il personale e l’acquisto delle armi. Nel 1948, Peres servì poi come capo della Marina durante la guerra di indipendenza del nuovo Stato israeliano, in seguito alla quale diventò direttore della delegazione del Ministero della Difesa negli Stati Uniti d’America, incarico grazie al quale ebbe occasione di studiare alla New York School for Social Research e ad Harvard. Nel 1953, a 29 anni, fu nominato anche direttore generale del Ministro della Difesa, il più giovane ad aver mai ottenuto questa carica. Il suo compito era ancora quello di acquistare armi per il giovane Stato di Israele, ottenendo diversi successi militari tra cui la Campagna del Sinai. Nel 1945 Shimon si sposò con Sonia Gellman, la sua fidanzata fin dal liceo, con cui costruì una casa nel kibbutz Alonot, di cui i due furono tra i fondatori. Insieme, negli anni che seguirono, ebbero tre figli: Tzvia, oggi filologa, Yoni, veterinario, e Nehemiah, ingegnere e fondatore di una società di “venture capital”, che a loro volta hanno dato loro otto nipoti e tre bisnipoti. Nel 1959 fu eletto alla Knesset per la prima volta, come membro del Partito Mapai, e per vario tempo lavorò al ministero della Difesa con Moshe Dayan, per poi confluire nel 1968 nel partito laburista. La prima possibilità di diventare premier arrivò quando Golda Meir diede le dimissioni dall’incarico nel 1974 a causa delle conseguenze della Guerra del Kippur. Ma si trovò di fronte come rivale il collega di partito Yitzhak Rabin, che tale rimase per tutta la sua carriera. Perciò, Shimon dovette aspettare il 1977 per ottenere per la prima volta la carica di primo ministro ad interim, mantenendola per un breve periodo a causa delle dimissioni di Rabin. Tuttavia, non riuscì a mantenere l’incarico a causa di alcune sconfitte elettorali dei laburisti. Ritornò premier con le elezioni del 1984, ma anche quelli furono anni difficili per una grave crisi dovuta a un’altissima inflazione che lo costrinse alle dimissioni dopo due anni. Continuò poi l’alternanza con Rabin. Quando quest’ultimo fu eletto primo ministro nel 1992, Peres venne nominato ministro degli Esteri, e insieme a lui e al leader palestinese Yasser Arafat vinse nel 1994 il premio Nobel per la pace, grazie alla stipula degli Accordi di Oslo che sembravano portare verso una risoluzione definitiva del conflitto mediorientale. Ma tutto cambiò con l’assassinio di Rabin nel 1995. Peres fu nuovamente nominato primo ministro ad interim. Nel 1996 fu Benjamin Netanyahu a batterlo alle elezioni, in seguito alle quali decise di lasciare la leadership del partito a Ehud Barak. Nel 2000 si candidò per la prima volta alla presidenza di Israele, ma fu battuto da Moshe Katzav. Dopo la sconfitta del partito laburista di Barak da parte del conservatore Ariel Sharon nelle elezioni del 2001, Peres decise quindi di tornare di nuovo sulla scena politica sostituendo Barak alla leadership di partito e guidandolo nel governo di Unità Nazionale con il Likud di Sharon, assicurandosi la carica di Ministro degli Esteri. Fu con lui che guidò poi un’altra coalizione alla fine del 2004 quando si stava programmando il “disimpegno” israeliano dalla Striscia di Gaza. Il 13 Giugno 2007 Peres viene infine eletto Presidente dello Stato di Israele, carica che mantenie fino al 2014, lasciandola con un buffo video in cui finge di mettersi in cerca di un nuovo impiego. E un nuovo lavoro lo trova davvero, diventando uno dei punti di riferimento di Israele e ambasciatore dei valori della pace in Medio Oriente, anche grazie al suo “Peres Center for Peace”.</p>
<p>Quella voglia di fare e cambiare Israele e, quindi, il mondo di cui parlava non l’ha mai persa, tanto che qualche mese fa ha scherzato sulla sua età avanzata con la regina Elisabetta II, in occasione del suo novantesimo compleanno: “Per esperienza – rivela Shimon Peres – posso dire che secondo me la vita inizia a novant’anni, e migliora di anno in anno”. E con la stessa vena ironica diceva: “Gli ottimisti e i pessimisti muoiono nello stesso modo, ma vivono diversamente. Ecco, io preferisco vivere da ottimista”. Indimenticabile è l’incontro di preghiera per la pace in Vaticano con Papa Francesco, a cui Shimon Peres partecipa nel 2014 assieme al Presidente palestinese Mahmoud Abbas. Sono queste le testuali parole di Shimon: “Due popoli, gli israeliani e i palestinesi, desiderano ancora ardentemente la pace. Le lacrime delle madri sui loro figli sono ancora incise nei nostri cuori. Noi dobbiamo mettere fine alle grida, alla violenza, al conflitto. Noi tutti abbiamo bisogno di pace. Pace fra eguali”. Peres incontrato anche i papi Benedetto XVI e Giovanni Paolo II. La sua morte conquista l’attenzione dell’informazione così come dei leader mondiali che inviano messaggi di cordoglio. Il figlio, Chemi, ricorda il suo: “&#8217;Ci ha ordinato di edificare il futuro di Israele con coraggio e saggezza e di spianare sempre strade per un futuro di pace&#8217;. Al mondo aveva insegnato infatti che non c’è alternativa alla pace”. Janiki Cingoli, direttore del Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente, che nel corso degli anni lo incontra più volte, rivela: “Ho incontrato la prima volta Shimon Peres quando ho accompagnato Giorgio Napolitano nel suo primo viaggio in Israele, che io avevo organizzato. L’incontro avvenne in un clima un po’ particolare: pochi giorni prima c’era stato l’attentato terroristico alla stazione dei bus e quindi noi ci aspettavamo di trovare un po’ di tensione. E invece, ci stupì il fatto che in qualche modo lui la considerava come una cosa che rientrava nella normalità: “Sì, loro hanno fatto l’attentato, noi abbiamo bombardato di là e quindi questa è la situazione che c’è”. Lui invece concentrò la sua attenzione sull’interesse che Israele aveva a riprendere i rapporti con l’Unione Sovietica, che erano stati congelati dopo la guerra del 1967. Napolitano, a quell’epoca, era responsabile internazionale del partito comunista italiano. Tornato in Italia, poco dopo ebbe una missione a Mosca, pose la questione ai dirigenti di allora e, poco dopo, l’Unione Sovietica aprì i canali diplomatici con Israele”. Shimon Peres lo “stratega” e il “pragmatico”, l’anziano “padre” di ogni israeliano. “Lui era un uomo di visione, aveva la visione dell’Isfalur (da Israel, Falestin e Urdùn) cioè Israele, Palestina e Giordania, un po’ come Benelux, nel Medio Oriente, un’area più vasta, tipo Unione Europea, anche elaborando progetti complessi, come quello del canale che unisce il Mar Morto al Mar Rosso, che dovrebbe unire, che è un’opera su cui lui ha centrato molto della sua attività e immaginazione, partendo dal Centro Peres per la Pace che lui aveva fondato a Jaffa, il quartiere arabo di Tel Aviv. Lui è l’uomo dell’immaginario che rappresenta questa aspirazione complessiva del popolo israeliano per la pace. Direi che la sua popolarità dentro Israele, quando lui era in competizione elettorale, non è stata pari alla sua fama e alla sua levatura. Lui ha perso tutte le elezioni. Tra Rabin e Peres, Rabin era l’uomo che era in contatto con il popolo, Peres era quello che parlava, volava alto, ma forse il suo rapporto con la popolazione era meno forte. Lui non era semplicemente l’uomo che faceva i discorsi di pace, è l’uomo che ha fatto avanzare il progetto della bomba nucleare, il fatto che Israele si munisse di armamento nucleare. Quindi, lui era un uomo di pace, ma voleva che Israele avesse tutti i mezzi per difendersi. Da quando è stato eletto presidente, ovviamente, ha svolto una funzione importante: mantenere aperti i canali diplomatici anche quando il governo di Netanyahu li teneva chiusi. È stato quindi un simbolo di continuità e di apertura, però Israele oggi sta andando in una direzione diversa e in cui il conflitto israelo-palestinese ha iniziato a diventare più marginale nell’attenzione delle opinioni pubbliche internazionali e dei governi e questo ovviamente lascia aperto un problema che oramai la comunità internazionale tende più a maneggiare che risolvere”.</p>
<p>In relazione alla Questione Palestinese, per molte persone è stato difficile negli anni accostare la parola “pace” proprio a Peres. “Lui è stato l’uomo che, insieme a Rabin, ha gestito i colloqui di Oslo, che hanno condotto all’Accordo di Washington. Il Nobel per la  Pace è stato dato a Rabin e a lui non casualmente. Direi che lui era quello che elaborava e che portava avanti l’idea di pace, ma quello che avrebbe potuto realizzarla sul terreno era Rabin e non per caso l’hanno ucciso. Era un binomio anche pieno di rivalità, tuttavia era un binomio che funzionava finché i due c’erano. Quando la parte forte nel rapporto con il popolo, e anche con l’esercito, è venuta a mancare, l’altro è rimasto un po’ disancorato”.</p>
<p>Tra le ultime immagini di Peres, si ricordano quelle che lo ritraggono nei Giardini Vaticani, con Papa Francesco e Abu Mazen, mentre viene piantato un albero di ulivo. “È stato un atto estremo, e credo che sia stato un miracolo quello che ha compiuto Papa Francesco. Perché Abu Mazen si rifiutava di incontrare qualsiasi dirigente israeliano, anche se i suoi rapporti con Peres storicamente sono stati sempre forti. Il fatto di averli lì riuniti, testimonia questa tensione verso la pace. Direi che è stato un ultimo contributo a mantenere viva questa aspirazione verso due Stati che vivano affianco uno all’altro. Tuttavia, è un’aspirazione che forse il governo israeliano e, per certi versi, anche l’Autorità Palestinese, con l’ondata di violenza che si è sviluppata negli ultimi mesi, non hanno raccolto a sufficienza”.</p>
<p>Secondo il Vescovo William Shomali, Vicario patriarcale per Gerusalemme e la Palestina del Patriarcato latino di Gerusalemme, “abbiamo perso un grande uomo. Uomo del dialogo interreligioso e interculturale. Un uomo di pace. Preghiamo perchè in Israele sorgano uomini come lui, perchè abbiamo tanto bisogno di uomini così, in questi tempi”.</p>
<p>Qualche giorno fa l’anziano leader era stato ricoverato all’ospedale Sheba di Tel Aviv in seguito a una ischemia cerebrale.</p>
<p>Nella sua lunga carriera politica, Shimon Peres ha incontrato tre Pontefici: Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. L’ultimo suo incontro con l’attuale Vescovo di Roma era avvenuto in Vaticano il 20 Giugno 2016. Nell’Ottobre 2010, interpellato dalla rivista “30 Giorni” circa le relazioni tra Israele e la Santa Sede, l’allora Presidente israeliano rispose: “I rapporti sono i migliori possibili da duemila anni a questa parte. Dai tempi di Gesù a oggi non abbiamo mai mantenuto relazioni migliori”.</p>
<p>Peres è amato e rispettato da tutte le forze politiche. Si è spento serenamente, circondato dall’affetto dei familiari e dall’amore del suo popolo. Con lui se ne va una figura di primo piano nella storia del Novecento. Tutti i leader del mondo piangono la perdita di Shimon Peres. Difficile parlare della vita di Peres senza il continuo riferimento alla storia dello Stato di Israele. Peres vVive nei Kibbutz, assimilandone la cultura e la tradizione, e gioca un ruolo di spicco nella nascita del movimento giovanile laburista, venendo a contatto con la personalità di Levi Eshkol. Ma è l’incontro nel 1946 con David Ben Gurion, futuro fondatore, a cambiargli la vita. Da quel momento, inizia per lui una straordinaria carriera politica e militare. Entra nelle prime Forze Armate israeliane nel 1947. Partecipa come capo della Marina alla guerra d’indipendenza nel 1948. Arriva alla Knesset nel 1959 come membro del partito Mapai, la formazione di Ben Gurion. Dopo pochi anni lascia il Mapai per fondare insieme a Moshe Dayan un nuovo partito, il Rafi, che in seguito si riunirà al Mapai confluendo, nel 1968, nel partito laburista israeliano. All’inizio degli anni Settanta risalgono i primi incarichi di governo. È inizialmente chiamato da Golda Meir ai trasporti (1970-1974), poi alle finanze (1988-1990) durante il secondo governo Shamir, ma a caratterizzare la sua carriera politica sono soprattutto i tre mandati di ministro degli esteri (1986-1988, 1992-1995, 2001-2002). Come capo della diplomazia, Peres gioca le sue carte migliori, dando un impulso fondamentale al dialogo internazionale, come dimostra la partecipazione agli accordi di Camp David con l’Egitto nel 1978. Diventa quindi premier nel 1984, succedendo a Shamir. Ma il suo capolavoro politico arriva circa dieci anni più tardi, con l’avvio dei primi negoziati con l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) di Yasser Arafat, grazie alla mediazione di Stati Uniti d’America, Urss e Norvegia, fino alla firma degli Accordi di Oslo nel Settembre 1993. Accordi che, oltre a sancire il reciproco riconoscimento delle parti, istituivano l’Autorità palestinese in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, tracciando così la base di un futuro stato palestinese autonomo, e aprivano per la prima volta la possibilità di una soluzione diplomatica del conflitto.</p>
<p>Dopo il brutale assassinio di Rabin nel 1995 e le difficoltà incontrate nell’attuazione degli Accordi, con il riesplodere degli attacchi terroristici e dei bombardamenti israeliani, l’azione politica di Peres attraversa una fase molto difficile. È premier dal 1995 al 1996, per poi essere sconfitto alle elezioni da Benjamin Netanyahu, leader del Likud, e lasciare la guida del suo partito. Nel 2005 lascia a sorpresa il partito laburista per aderire al partito centrista Kadima fondato da Ariel Sharon. Ed è quest’ultimo a conferirgli di nuovo per poco più di un anno (2001-2002) la carica di ministro degli esteri. Nel Giugno 2007 viene eletto nono Presidente dello stato di Israele. Terminato il mandato presidenziale nel 2014, Peres è rimasto molto attivo sulla scena politica, in particolare attraverso la sua fondazione, il Centro Peres per la pace di Jaffa che promuove il dialogo fra Ebrei e Arabi. Tracciare un bilancio complessivo di questa lunga parabola politica di Shimon Peres, è impresa complessa e prematura. Nonostante un passato da “falco” (appoggiò i primi insediamenti ebraici in Cisgiordania negli anni Settanta) Peres ha in seguito cercato e sostenuto una soluzione diplomatica, equa e duratura del conflitto Mediorientale. Come osserva nell’ultima intervista rilasciata a L’Osservatore Romano (Maggio 2013) “siamo arrivati nella terra promessa e desideriamo farne una terra di promessa; comportarci conformemente ai Dieci Comandamenti e costruire la nostra vita sulla scienza e sulla pace”. Chiara è la visione del contributo di Israele alla stabilità del Medio Oriente: “Dovremmo completare il processo di pace tra noi e i palestinesi. Di fatto, la soluzione è già evidente: due Stati per due popoli; uno Stato ebraico, Israele, e uno Stato arabo, la Palestina. Siamo partiti dagli Accordi di Oslo, e ora dobbiamo superare il divario che ancora rimane. Ciò è possibile, e il modo per farlo è attraverso il dialogo”.</p>
<p>Profondo è il legame con Papa Benedetto XVI e Papa Francesco. Nel Giugno del 2014, Peres incontra nei Giardini Vaticani il Presidente palestinese Mahmoud Abbas per invocare, insieme a Francesco, il dono della pace per la Terra Santa e piantare un ulivo. “La pace non arriva facilmente – dichiara Shimon Peres in quell’occasione – dobbiamo indirizzare tutti i nostri sforzi verso la sua realizzazione. Esige sacrifici e compromessi. I palestinesi sono nostri vicini. Preghiamo che sia ormai prossimo il giorno in cui inizieremo a vivere in coesistenza, rispetto reciproco e come buoni vicini”. Papa Francesco si è detto “profondamente rattristato” per la morte dell’ex Presidente israeliano Shimon Peres. In un telegramma indirizzato all’attuale capo di Stato di Israele, Reuven Rivlin, Francesco rivolge le sue “sentite condoglianze a tutto il popolo israeliano”, ricordando con affetto il tempo passato con Peres in Vaticano e rinnovando il suo “grande apprezzamento per i suoi sforzi instancabili a favore della pace”. Il Vescovo di Roma auspica che la memoria di Shimon Peres ispiri tutti “a lavorare con sempre maggiore urgenza per la pace e la riconciliazione tra i popoli. In questo modo, la sua eredità sarà veramente onorata e il bene comune per il quale ha lavorato così diligentemente troverà nuove espressioni”, mentre “l’umanità si sforza di avanzare sul cammino verso una pace duratura. Con l’assicurazione delle mie preghiere per quanti sono in lutto, soprattutto per la famiglia Peres, invoco le benedizioni divine di consolazione e forza sulla nazione” (His Excellency Reuven Rivlin President of the State of Israel, I was deeply saddened to learn of the death of His Excellency Shimon Peres, and I wish to convey to you and to all the people of Israel my heartfelt condolences. I fondly recall my time with Mr Peres at the Vatican and renew my great appreciation for the late President&#8217;s tireless efforts in favour of peace. As the State of Israel mourns Mr Peres, I hope that his memory and many years of service will inspire us all to work with ever greater urgency for peace and reconciliation between peoples. In this way, his legacy will truly be honoured and the common good for which he so diligently laboured will find new expressions, as humanity strives to advance on the path towards enduring peace. With the assurance of my prayers for all who grieve, especially for the Peres family, I invoke the divine blessings of consolation and strength upon the nation. FRANCISCUS PP.”.</p>
<p>Scrive la giornalista Fiamma Nirenstein: “Ancora un giorno, un minuto prego, non aveva ancora concluso, non aveva ancora finito. E così la morte ha aspettato un poco, come a intendere che il suo lavoro è rimasto incompiuto, ma i miracoli non sono di questo mondo, anche se, dopo l’esplosione dello stroke del 13 Settembre è un po’ tornata indietro, la famiglia ha smesso per qualche giorno di piangere, la stampa ha lasciato il corridoio dell’ospedale di Sharee Tzedek, i commentatori che già avevano fatto tutti il coccodrillo hanno smesso di incensarlo o di vituperarlo. Shimon poi però se n’è andato, che peccato; in questo intervallo avevo pensato che fosse eterno davvero, coi suoi 93 anni così ben portati. Ancora nel giorno dello stroke, Shimon Peres aveva postato un video in cui invitava con entusiasmo a comprare prodotti israeliani, specie la frutta: “Tutti vogliono un vassoio di frutta israeliana!”.</p>
<p>Molti pensano che ne ha sbagliate troppe, a volte creando per Israele situazioni pericolose, che il suo sostenere la causa della pace era un marchingegno troppo politicamente corretto per essere sincero fino in fondo. Può darsi: non ha aiutato nessun processo di pace la sua insistenza sulla speranza di una pace con i palestinesi anche nei momenti della Seconda Intifada dei terroristi suicidi, la sua inutile speranza che Arafat, da lui riabilitato, potesse improvvisamente mostrargli, invece che la ghigna dell’odio, una faccia sorridente come quella che aveva esibito quando insieme a Rabin e a lui aveva preso il premio Nobel per la pace nel 1994, all’indomani dell’inutile eppure tanto lodato Accordo di Oslo. Ma il suo stile, la sua passione indomita per  lo Stato Ebraico fatta di grande determinazione a conservarne la sicurezza mentre portava la bandiera israeliana in giro per il mondo come un vessillo di pace, hanno invece fatto gran bene al Paese. La sua figura ha nobilitato la considerazione di Israele nel mondo. Per lui pace e sionismo non sono mai stati disgiunti, e addirittura non sono stati mai disgiunti pace e bomba nucleare: fu, lui, su incarico di Ben Gurion ad esserne il principale fautore. Probabilmente senza la sua capacità di trattare con i francesi e ottenerne il necessario, Israele non avrebbe mai potuto avere la sua arma di difesa definitiva. Il libro intero di interviste che ho fatto negli anni a Shimon Peres allaga la mia scrivania. Una delle prime è dell’87, mentre stava per andare da Amsterdam a Londra: là in mezzo alla notte lo aspettai seduta, mezza addormentata, a un tavolo ai piedi di un letto nella stanza degli ospiti della casa reale. Era esausto, ma accettò di parlare: come sempre invece di enunciare mormorava, era come se trattenesse almeno una parte del suo sogno dentro il suo cuore anche mentre te lo comunicava. Era un momento straordinario, stava per incontrare, in segreto, re Hussein per tessere la trama di quello che da là a qualche anno sarebbero diventati gli Accordi di Oslo. Gli incontri diretti con i palestinesi e col mondo arabo in generale erano tabù a quel tempo, e lo restarono per un bel po’. Nei miei ricordi personali c’è ne sono alcuni molto importanti: una volta Uri Savir, il suo braccio destro, mi telefonò per chiedere se avevo modo di trovargli in Italia un luogo tranquillo. Una intelligente nobildonna fiorentina, Bona Frescobaldi (ne ricordo il nome a suo onore) si dette subito molto da fare per ospitare in una sua casa in campagna due delegazioni che arrivarono nel cuore della notte. Credo che ne facesse parte anche Abu Mazen. Peres ha tessuto in silenzio e gridando, alla luce del sole e nelle stanze del potere quella pace che non è mai venuta, quel nuovo Medio Oriente che si è scontornato nel caos odierno. Ha preso una strada certamente molto accidentata e destinata a scontrarsi con ostacoli insormontabili. Non ha mai voluto considerare la terribile determinazione islamica a eliminare lo Stato Ebraico. Perchè era un ragazzo socialista polacco, un sionista pieno di ardore sociale e internazionalista. Si chiamava, quando è nato in Polonia, Shimon Perski, è l’unico israeliano che sia stato sia presidente (dal 2007 al 2014) sia Primo Ministro (dal 1984 al 1986 e poi dopo la morte di Rabin, di cui era il conflittuale gemello politico, dal novembre ‘95 al giugno del ‘96). Gioie e dolori sono parte della storia di queste altissime cariche, come di tutte le innumerevoli altre che ha ricoperto: tre volte Ministro degli Esteri, due Ministro della Difesa, una Ministro delle Finanze e dei Trasporti. I suoi risultati sempre straordinari sono stati però punteggiati sovente da critiche tremende e da sconfitte politiche: le più cocenti sono forse state quelle del ‘77 perchè era la prima volta che il partito laburista, in un paese semisocialista come Israele, perdeva il potere; e poi certo quella del ‘96, quando il potere passò a Netanyahu. La guerra che ha subìto all’interno del suo partito, come quella che gli fece Ehud Barak per impedirgli di diventare presidente del partito nel ‘99, è paragonabile solo alla sua sconfitta, disgraziatissima, per la carica di Presidente di Israele quando fu invece eletto Moshe Katzav nel 2000, una carica che poi però si è ripreso nel 2007. In compenso ha vinto tante di quelle battaglie politiche, fra cui soprattutto quella degli Accordi Oslo con tutti i suoi annessi e connessi, che è difficile persino enumerarli. Oltre alla sua magnifica ispirazione culturale e ideale praticava parecchio anche il suo mestiere di politico. Col suo ritorno nel 2001 sostituì con gusto Ehud Barak alla leadership del partito; gli toccò il ruolo difficile e straordinario di ministro degli esteri del governo Sharon, in un equilibrio funambolico con quello che avrebbe potuto essere il suo peggior nemico. Si preparava, a costo di pesantissime critiche da ogni parte, a quello sgombero di Gaza che voluto da Sharon ha avuto in lui un grande sostenitore.</p>
<p>La Seconda Intifada lo ha visto disperato nel tentativo di non lasciare il suo sogno infrangersi sulle esplosioni, ma anche nel tentativo spesso inutile di risvegliare il mondo alle ragioni di Israele, che non ha mai abbandonato. Ce n’è traccia in tutte le sue interviste, in tutti i suoi discorsi: odiava la colpevolizzazione insensata del suo Paese, sapeva benissimo che nel mondo il suo volto veniva continuamente sfregiato dalla diffamazione e dall’incitamento, e credo che per questo siamo rimasti amici anche quando per me è stato davvero impossibile condividere la sua speranza di pace basata su Oslo. Peres era di sicuro geniale: la sua passione per l’alta tecnologia, la sua curiosità cocente per la nanotecnologia, la sua ammirazione per Zuckerberg che chiamava “quel ragazzino ebreo di 27 anni” erano tutte legate alla sua idea di fondo. Nel senso che vedeva in Facebook e simili la rivoluzione vera, quella del suo cuore, quella che da giovane kibbutznik socialista israeliano della prima ora intendeva come il superamento di ogni confine, di ogni barriera. Questo non entrava mai e per nessuna ragione in contrasto con l’idea che l’autodifesa, da soli, da coraggiosi, è l’unica scelta possibile di Israele. I buoni rapporti con gli Usa o con l’Europa, cui peraltro teneva, non cancellavano mai la sua dichiarata determinazione a combattere il terrorismo, a costruire recinti di difesa, a combattere i terroristi in ogni modo e anche a essere molto cauti nel pensare di cedere territori. Ma la sua capacità di irraggiare intelligenza e speranza era quella di un papà, di un attore cinematografico, di un’icona accettabile, adorabile per tutti. In un certo senso, uomo di parte com’era, rappresentava tutta Israele: aveva nel volto tutta la sofferenza per le persecuzioni e poi tutta la gioia del Popolo Ebraico che è tornato a casa. Ha vissuto minuto per minuto la fatica e la vittoria della costruzione di Israele. Non c’è più nessuno come lui”. Renzo Gattegna, l’ex presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ricorda: “Ho avuto il privilegio di incontrarlo varie volte nella mia vita, sia in Italia che in Israele. Conservo di quegli incontri e di quelle molte conversazioni un ricordo indelebile, che porterò sempre con me. Con Shimon Peres scompare un gigante. L’ultimo, il più longevo dei fondatori dello Stato Ebraico. Un uomo che come pochi altri ha saputo impersonare la fedeltà ai principi fondanti della democrazia israeliana, l’amore per la vita, la difesa del futuro, il rispetto dei diritti umani e di tutte le minoranze.</p>
<p>Il suo legame con l’Italia è sempre stato fortissimo: in particolare voglio ricordare l’amicizia fraterna con Giorgio Napolitano, con cui ebbe a condividere tanti importanti iniziative e riconoscimenti. E voglio anche ricordare le attività del Centro Peres per la Pace fondato a Tel Aviv, che costituisce un punto di riferimento per lo studio e l’approfondimento delle sfide della mediazione. Una mediazione in cui entrano in gioco non solo parole ma soprattutto i fatti, convinto com’era che un progresso economico condiviso avrebbe portato benefici a tutti i Paesi della regione. Il Centro a lui intitolato, ma anche la sua abitazione privata, sono stati fino all’ultimo meta incessante di tutti i governanti, i capi di Stato, i rappresentanti diplomatici in visita in Israele che nel grande statista hanno visto e continueranno a vedere un punto di riferimento imprescindibile. Sia per la sua visione di largo respiro, sia per l’incrollabile ottimismo che ha sempre animato ogni suo gesto e ogni sua parola”. L’ultimo saluto al cimitero del Monte Herzl, dove sono seppelliti i Grandi di Israele. “Non c’è un capitolo nella storia di questo Paese in cui Shimon non abbia avuto un ruolo – rimarca Reuven Rivlin – ci ha fatto guardare al futuro, e lo abbiamo amato tutti per questo. Per averci fatto immaginare la strada giusta per questo Paese”. Si sono incontrati molte volte. Di fronte sempre lo stesso uomo ma con incarichi diversi: ministro della Difesa, delle Finanze, degli Esteri, Primo ministro, Presidente d’Israele. “Per un giornalista come me, anche volendo, sarebbe stato impossibile non entrare in contatto con Shimon Peres. Con lui ho coltivato negli anni un rapporto speciale ma i ricordi personali li tengo per me”. A parlare è Nahum Barnea, decano del giornalismo israeliano, che a Pagine Ebraiche offre una sua valutazione del ruolo del grande statista israeliano scomparso nella notte. Per Barnea, “Peres è riuscito con il tempo, nel corso di una lunga carriera, a entrare a far parte dell’élite politica mondiale. In pochissimi possono iscriversi a questo club speciale, direi che ne fanno parte solo una trentina di persone. E lui, assieme a David Ben Gurion e Yitzhak Rabin, è una delle tre figure israeliane ad esserci riuscite”. E questo nonostante in patria a lungo non sia stato così popolare. “Il suo difetto – rivela il giornalista – è sempre stato questo desiderio di piacere alla gente e al contempo essere un leader ma le due cose non vanno di pari passo. Ricordiamo bene quando accadde nel 1992 quando a Tel Aviv chiese pubblicamente al suo partito se fosse un perdente, e l’ala legata a Yitzhak Rabin, con cui si scontrò a lungo, gli rispose ‘sì, sei un perdente’. È chiaro – osserva Barnea – che un uomo rimasto ai vertici della politica israeliana per 70 anni non è un perdente”. La firma di Yedioth Ahronot, il più popolare giornale israeliano, spiega poi che la carriera di Peres può essere divisa in due segmenti che non sono in contraddizione fra loro: “nel primo è stato l’uomo al servizio della sicurezza del Paese: in questo quadro si inserisce il suo impegno per l’accordo con la Francia per rifornire il neonato Stato di Israele con armi così come la costruzione negli anni ‘50 e ‘60 del centro nucleare di Dimona”. Il secondo, quello “culminato con i negoziati di pace degli anni Novanta” che permisero a Israele “di consolidarsi a livello internazionale”. Secondo Barnea i due spaccati della vita dello statista convergono nell’impegno per garantire la sicurezza di Israele: “Peres non è e non è mai stato Gandhi. Il suo è sempre stato un approccio pragmatico alla pace. Pensava che un’intesa con i palestinesi e con Arafat potesse essere una garanzia per Israele. Solo dopo si è aggiunto quel manto di romanticismo”. Parlando delle sue posizioni politiche, Barnea spiega come il leader laburista a lungo sia stato “un falco all’interno del suo partito”. Più vicino alla destra. E con un certo sostegno all’inizio anche tra chi viveva nei primi insediamenti. “Il suo essere di sinistra non è come lo intendete voi in Italia, non è ideologico”, sostiene Barnea, secondo cui la linea tra le due fazioni politiche è tracciata proprio dalla differenza di visione sugli insediamenti. E “quella di Peres è cambiata con il tempo, proprio – prosegue il giornalista – in virtù del suo pragmatismo. D’altra parte è vero quanto si dice su di lui: era un politico per cui l’unico limite era il cielo. Aveva una convinzione e la perseguiva. Ed è questo ad averlo fatto un uomo della Storia”. Per la serie: le grandi azioni che si compiono in vita, risuonano nell’eternità. “Con Shimon Peres scompare uno degli uomini che più ha segnato la storia del Ventesimo e del Ventunesimo Secolo – dichiara Noemi Di Segni, la Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane – del moderno Stato di Israele è stato uno dei padri fondatori, una delle figure che maggiormente ne ha plasmato la storia, l’identità e la visione. Ma globali, nel solco di quell’impegno, sono stati il suo coraggio e il suo messaggio di fratellanza e amicizia tra i popoli. Un messaggio veicolato universalmente grazie a qualità e sensibilità fuori dal comune. La testimonianza tangibile dell’incisività del suo lavoro nelle parole e nelle testimonianze di cordoglio che stanno arrivando da tutto il mondo e che descrivono l’intero arco di una vita straordinaria, segnata da grandi incontri ma anche da grandi complessità, e giustamente premiata con il Nobel per la Pace. Nel giorno in cui molti fanno necessariamente riferimento alla sua figura di leader mondiale e al suo impegno per la pace fra i popoli, è giusto ricordare anche la sua maniera di intendere l’alto incarico di Presidente dello Stato di Israele. Essere Presidente, disse già al momento del suo insediamento nel più alto incarico dello Stato, significa essere il riferimento di un’intera società e impegnarsi nel difficile compito di ascoltare tutti, di rappresentare tutti, nessuno escluso.</p>
<p>Un impegno sempre difficile, ma ancora più arduo se si tratta di rappresentare una società tanto complessa e ricca di idee e di umanità com’è la società di Israele. Gli ebrei italiani e l’umanità intera piangono Shimon Peres: uomo di cultura, dialogo, coraggio, larga visione. Sia il suo insegnamento tramandato di generazione in generazione e il suo ricordo di benedizione per noi tutti”. Numerose le testimonianze e le parole di cordoglio nell’Italia ebraica. “Si è spento questa notte Shimon Peres, nono presidente dello Stato di Israele e già premio Nobel per la pace. Un uomo coraggioso – scrive Ruth Dureghello, la Presidente della Comunità Ebraica Romana – che ha contributo con il suo impegno politico, e non solo, a rendere Israele una democrazia forte e matura. Ha sempre inseguito la pace, con tenacia e determinazione, consapevole che nessun compromesso dovesse mettere a rischio la sicurezza e l’integrità dello Stato Ebraico. Amico della Comunità ebraica di Roma, alle nuove generazione di lui resterà l’insegnamento di un uomo la cui azione politica era sempre rivolta al futuro. Sia il suo ricordo benedizione ed esempio per tutti noi”. L’Unione giovani ebrei d’Italia dichiara: “Ci ha lasciato Shimon Peres, l’ultimo dei fondatori dello Stato di Israele. Per una vita intera ha servito Israele e il popolo ebraico, lottando sempre per la pace, anche quando sembrava obiettivo irraggiungibile. Il suo esempio continuerà a essere un modello per noi tutti. Che il suo ricordo sia in benedizione”. Ronald Lauder, Presidente del World Jewish Congress, osserva: “Uno dei più grandi esseri viventi che abbia mai conosciuto: un astuto statista, un grande intellettuale e stratega, un saggio diplomatico e peace-maker. Ha reso fiero Israele e fieri gli israeliani in ogni angolo della Terra”. Il rabbino Jonathan Sacks, precisa: “Anche se ha ricevuto il premio Nobel per il suo impegno nel processo di pace di Oslo, i più grandi successi di Shimon Peres sono arrivati verso la fine della sua lunga carriera nella vita pubblica, in qualità di Presidente dello Stato di Israele. È in questa veste che è diventato uno dei più grandi statisti del nostro tempo, l’incarnazione vivente delle parole del profeta Gioele secondo cui “I vostri anziani sogneranno sogni”, aiutando i giovani a “vedere la visione”. Peres, infatti, ha costruito una visione convincente di speranza”. Sono stati i figli Zvia, Chemi e Yoni, ai quali va il nostro abbraccio e il sostegno, ad annunciare al popolo di Israele e al mondo che Shimon Peres ci ha lasciati. “La grande perdita tocca tutti – rivela Chemi – perché lui ha dedicato la vita intera a Israele”.</p>
<p>Scorrono dentro i ricordi di un “uomo speciale che ha accompagnato anche la nostra vita per oltre trent’anni. Mentre la sua voce inconfondibile ci parla ancora da Kol Israel, la radio israeliana – scrive Simonetta Della Seta, direttore del Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah – decido di rendergli omaggio condividendo su Pagine Ebraiche alcuni momenti in cui il nono Presidente dello Stato d’Israele ha lanciato dei messaggi sull’Italia e sull’ebraismo italiano. Gli incontri con lui sono stati tanti, come giornalista, come direttore dell’Istituto italiano di Cultura, come Consigliere dell’Ambasciatore d’Italia, ma anche sul piano semplicemente personale. Voglio partire proprio da uno di questi, in cui mi rivelò quanto fosse fiero del nome Shimon, che ci accomunava. Mi spiegò: “Le lettere SHIN MEM e AY’IN sono la radice del verbo LISHMO’A, ascoltare: siamo nati per ascoltare. Sono le lettere di SHEMÀ ISRAEL: dunque il nostro destino è ascoltare la voce di Israele. La SHIN è un sibilo che esce da noi: significa che siamo in grado di comunicare. Per pronunciare la MEM, dobbiamo invece serrare le labbra e saper tacere. La lettera AY’IN ha infine la forma di un abbraccio: sappiamo abbracciare e dobbiamo abbracciare”. Shimon Peres era un lettore accanito. E amava citare i testi ebraici, e ovviamente quelli legati all’epopea della costruzione di Israele. Quando si parlava dell’Italia, amava cantare le prime strofe di una bellissima poesia di Nathan Alterman, messa in musica da Yair Rosenblum, dedicata a un capitano italiano che dopo la guerra aveva portato sulla sua nave fino alla Terra di Israele un gruppo di ebrei sopravvissuti alla Shoah. Ricordando quanto l’Italia avesse aiutato gli ebrei a tornare alla propria patria, Peres cantava: “Nubi sopra di noi, forte il vento. L’impresa è stata compiuta. Grazie al cielo. Alziamo il calice, Capitano, per esprimere la nostra gratitudine. Torneremo a incontrarci sul mare”.</p>
<p>Sempre parlando di Italia, raccontava spesso un altro aneddoto, che cito come lo ritrovo sui miei appunti di un incontro. “Nel 1926 Chaim Arlosoroff, uno dei leader del partito sionista socialista, viaggiava dalla Palestina, attraverso l’Italia, per partecipare a una conferenza a Varsavia del movimento sionista HeChalutz (Il Pioniere). Durante il viaggio, trascorse un giorno a Napoli e da qui scrisse alla sua futura moglie: ‘Ho girato per cinque ore tra le vie e i vicoli di Napoli. Qui si sente fortemente di essere in uno di quei luoghi in cui il movimento (risorgimentale) italiano ha combattuto, solo poche decine di anni or sono, per la libertà. La città è piena di questi ricordi: Silvio Pellico, Confalonieri, ed ovviamente Mazzini, Garibaldi. Il nostro Risorgimento è molto più difficile, tuttavia, forse, e nonostante tutto, anche noi otterremo la nostra patria’. Queste osservazioni ci suggeriscono quanto l’immagine del Risorgimento fosse presente nella coscienza dei pensatori sionisti. Effettivamente – rivela Peres – è una ispirazione che viene da lontano ed è illustrata al meglio in uno dei primi testi del sionismo moderno, quello scritto da Moses Hess nel 1862 e titolato Roma e Gerusalemme. L’Idea di Hess – la nazionalità è l’individualità dei popoli – era vicinissima al principio di Mazzini che solo diventando un cittadino della propria nazione si può diventare un cittadino del mondo”. Shimon Peres è stato cittadino del mondo perché era fino in fondo padre, costruttore, amante e cittadino del suo Paese. A Israele ha dedicato la vita, il pensiero e l’azione. A Israele lascia un dono indelebile: la speranza. “La speranza non si cancella – amava ripetere – la speranza è una visione della vita che andrebbe insegnata assieme all’alfabeto e alla matematica”. E ancora: “ricorda che la verità è una parola al singolare, ne esiste una sola, ma ha tante voci e dobbiamo sempre tendere l’orecchio per cercare di sentirle tutte, anche quelle più deboli”. Shimon Peres amava il nostro Paese che ha visitato per l’ultima volta solo qualche settimana fa. In Italia aveva molti amici. Dell’Italia amava anche la bellezza, il carattere, l’accoglienza e la generosità. Aveva letto Alberto Moravia, Natalia Ginzburg e Giorgio Bassani, delle cui origini ebraiche era fiero. Cantava le arie del Nabucco di Verdi e dell’Aida. Sognava e insegnava di portare altrettanta fioritura culturale in Israele. Lo ha fatto. Il sogno sarà coronato un giorno anche dalla pace. Nel ricordare a pochi mesi dalla sua scomparsa una sua grande amica italiana, Rita Levi Montalcini, Peres disse: “Sapete quando la civiltà è veramente nata? Quando è stato introdotto uno strumento molto primitivo: lo specchio. Prima dello specchio non si pettinavano i capelli e non si tagliavano le unghie. Da quando esiste lo specchio, ognuno si lava ogni mattina senza che ci sia alcuna imposizione da parte del governo. Se riuscissimo a dare uno specchio al nostro cervello, sono sicuro che il mondo diventerebbe un posto migliore. Vedo Rita non attraverso quello che ha conseguito nel passato ma attraverso lo specchio della sua visione per il futuro. Mi riporta al suo appello agli italiani, affinché non si perdano mai, soprattutto come persone e come individui. Il mondo è globale ma noi siamo individui. Più cresce la globalità, più dobbiamo rafforzare la nostra individualità. Questa è per me filosofia, amore, esperienza, da tutti gli angoli. E in tale visione, non posso vedere un partner migliore per il nostro futuro dell’Italia, con la vostra terra, il vostro popolo, la vostra storia e la vostra visione del futuro”. Grazie a Shimon Peres, anche per questa ispirazione e questo appello. Che il suo ricordo sia di benedizione”. Scrive Amit Zarouk, portavoce e consigliere politico all’Ambasciata di Israele: “Sei grande come la causa che promuovi, diventi piccolo se promuovi te stesso. Piangiamo oggi la morte di un grande uomo, eccelso uomo delle istituzioni e magnifico sognatore, una luce che per anni ha camminato tra di noi, Shimon Peres. Per noi 40enni israeliani, Shimon Peres ha sempre fatto parte della nostra vita. Seppure non tutti possono vantare di averlo conosciuto personalmente, di certo siamo tutti cresciuti con la sua figura, sempre presente. Ricordo ancora la prima volta che l’ho visto, era il 1988, piena campagna elettorale in una piccola città a sud di Ashkelon, in piedi su un piccolo palco al centro della piazza, il timbro di voce inconfondibile cercava di convincere i più della sua visione politica, piuttosto che spiegare minuziosamente il suo programma elettorale. Quella non fu la prima né l’ultima volta, infatti nel corso dei 3 anni in cui ho lavorato alla Knesset, il Parlamento Israeliano, ho avuto la possibilità di assistere con i miei occhi al suo infaticabile contributo alla crescita e alla prosperità della democrazia israeliana. Ma senza alcun dubbio, l’incontro più emozionante fu ad Ankara, nel 2007, durante il servizio all&#8217;ambasciata d’Israele in Turchia. Shimon Peres, in una delle sue prime visite come Presidente dello Stato d’Israele fu invitato a tenere un discorso di fronte al parlamento turco, la prima volta in assoluto che un leader israeliano si rivolgeva a dei parlamentari in un Paese mussulmano. Fu eccezionale. Peres come al suo solito seppe toccare le corde della sua audience e costruire la storia con le sue mani. Lo scorso febbraio ho avuto l’onore di incontrarlo per un’ultima volta insieme a una delegazione di giornalisti italiani all’interno del Peres Center For Peace, un’organizzazione no profit che si impegna a promuovere il dialogo e la coesistenza tra israeliani e palestinesi, sicuramente una delle sue creature più riuscite. Come spesso accadeva ad un leader che amava stare tra i giovani, Peres era il più anziano nella stanza, ma non certo per i discorsi e l’ottimismo che traspariva dai suoi occhi sognatori. Peres amava parlare di futuro, delle sue visioni, della tecnologia israeliana e di quanto questa sia in grado di migliorare la vita di tutti i giorni. Al termine dell’incontro ci siamo soffermati nella libreria dove sono esposte le sue biografie e photogallery. La sua vita, la nostra storia. Peres non fu soltanto uno straordinario uomo di pace, ma anche un abile oratore, tra le sue citazioni quella che più amo è “sei grande come la causa che promuovi, diventi piccolo se promuovi te stesso”. Shimon Peres rappresenta la roccia solida per la mia generazione, la memoria vivente dei padri fondatori, servitore del popolo e dello Stato d’Israele. Ci mancherà molto. Shalom Shimon”. Non mancano le critiche al suo operato. “La distruzione della Siria è al centro dei piani di Tel Aviv – avverte Mann Bashur – quello palestinese è un problema ormai storico, cominciato con il progetto che ha portato in Palestina ebrei da tutto il mondo per dare forma all’occupazione sionista: naturalmente non ho nulla contro gli ebrei, ma sono contro l’occupazione. La lotta del popolo palestinese è cominciata all’inizio del XX Secolo ed è tutt&#8217;ora molto forte: molti giovani palestinesi provano a resistere all’occupazione, specialmente a Gerusalemme e nella West Bank. A Gaza la situazione è diversa: Gaza è stata liberata dalla resistenza, ma il milione e trecentomila palestinesi che vivono lì dopo essere stati messi alla prova da tre guerre continuano a dover fare i conti con l’assedio militare ed economico di Israele e di altri stati, anche arabi. Sfortunatamente, molti dei governi del Medio Oriente anziché sostenere la resistenza palestinese sostengono il governo israeliano in varie forme: in special modo normalizzando le relazioni con questo, benché naturalmente le forze popolari del Medio Oriente vi si oppongano. Il progetto sionista deve fare i conti con non pochi problemi: ad esempio, quello del rifiuto della normalizzazione dei rapporti da parte di vari stati e quello delle continue difficoltà a cui è messo di fronte dalla resistenza. Al confine settentrionale dei Territori Occupati della Palestina c’è la resistenza libanese che ha inflitto gravi sconfitte al progetto sionista: un progetto che peraltro rivendicherebbe come propri tutti i territori compresi tra il Nilo e l’Eufrate. Le persone che abbandonano l’entità sionista sono più delle persone che vi si stabiliscono. L’occupazione sionista sta facendo i conti con un empasse strategico, andando a perdere progressivamente i propri elementi di forza: il trascinarsi del conflitto, seppur a bassa intensità, segna la sconfitta dell’ideologia sionista. Shimon Peres, ad esempio – ricorda Mann Bashur – parlava di un “mercato aperto” tra Israele e gli arabi e contemporaneamente diceva di voler fare di Israele un fortino inespugnabile. È evidente come i due scenari siano incompatibili tra loro. Per tutte queste ragioni il futuro dell’entità sionista è assolutamente dubbio. L’opinione pubblica internazionale in passato ha dato sostegno al progetto di Israele, sia sul piano finanziario che ideologico e militare. Ma questo supporto è diminuito e va assottigliandosi sempre di più giorno dopo giorno. Israele teme per il proprio futuro. Quello che sta succedendo in Siria è strettamente collegato alla strategia sionista: una strategia che si sviluppa attraverso la destabilizzazione dell’intero Medio Oriente, e sopratutto della Siria, che è sempre stata un bastione della resistenza contro il progetto sionista. Per questo Israele vuole distruggerla. Il piano israeliano, sostenuto dagli Stati Uniti, da alcuni stati europei, ed anche alcuni leader arabi, è quello di distruggere i campi palestinesi intorno all’entità sionista provocando un’ennesima diaspora che allontani ulteriormente i palestinesi dai territori occupati. All’inizio della guerra le forze che hanno cercato di destabilizzare la Siria hanno utilizzato i campi palestinesi in Siria, dopo averli infiltrati, per isolare il governo siriano, con l’accusa di uccidere i palestinesi, soprattutto nel caso del campo di Yarmouk. Quello che è successo in Libano nel 2007 a Nar El-Bared, quello che è successo in Siria, e quello che si vorrebbe far succedere in altri campi in Libano, è assolutamente indicativo della volontà di distruggere i campi per rendere in questo modo meno vulnerabile l’occupazione sionista. Non è certo un caso che ai palestinesi che vivono o vivevano in Siria sia accaduto quello che è accaduto negli anni ai palestinesi che vivevano in Libano, come a Sabra e Shatila, o nelle altre zone oltre i confini della Palestina occupata. Nel 1972 durante la guerra civile mi trovavo nel campo di Nabatieh con Yasser Arafat: arrivarono alcuni aerei israeliani e bombardarono il campo. Arafat mi disse: “La guerra per la distruzione dei campi è cominciata. Nei campi palestinesi prima dell’inizio della crisi siriana la situazione era già critica, e come si può intuire, l’afflusso di migliaia di palestinesi provenienti dalla Siria l’ha peggiorata notevolmente rendendola drammatica. Ma il problema non riguarda solo i palestinesi, ma anche le migliaia di siriani che hanno lasciato la propria terra a causa della guerra scatenata contro la Siria e che si sono rifugiati in Libano e in altri paesi. È una catastrofe da ogni punto di vista, ed è una responsabilità internazionale quella di farvi fronte. Naturalmente la soluzione è quella di ristabilire la pace in Siria per permettere loro il ritorno alla propria terra, ma fino a quel momento queste persone devono essere aiutate. <span style="color: #1f497d;">Nel 2011 si è voluto scatenare la guerra in Siria – rivela Mann Bashur – intendendo punire il popolo siriano per aver sempre dato il proprio sostegno alla resistenza palestinese e per aver sostenuto quella irachena durante l’occupazione americana del 2003</span>. All’inizio della guerra civile la retorica di molti politici occidentali era quella del supporto ai siriani “oppressi dal regime”: una retorica presto smentita dalla mancanza totale di ogni sostegno reale nei loro confronti. “Andate a combattere, siamo con voi, ma se dovete lasciare il paese non venite a cercarci”. Alcuni stati arabi coinvolti in questa crisi non hanno concesso il visto nemmeno ad una famiglia siriana. Questo rivela il vero obiettivo, il vero scopo di questa guerra: non solo la sconfitta del governo siriano, ma la dissoluzione della Siria e del suo popolo, da sempre un bastione ed un baluardo del nazionalismo arabo. Credo che a poco a poco gli arabi stiano comprendendo di nuovo che quella del nazionalismo arabo è l’unica strada che può preservare la sicurezza e lo sviluppo economico del Medio Oriente. Certamente, alcuni esperimenti che andavano in questa direzione non hanno funzionato nel passato, soprattutto per non aver saputo soddisfare le aspettative delle persone che li avevano sostenuti: questo è il motivo per cui altre ideologie hanno trovato terreno fertile in Medio Oriente. Fortunatamente, però, ci sono molti giovani che stanno riscoprendo il significato del nazionalismo arabo”. Nel frattempo il vice premier israeliano Yisrael Katz ha proposto il progetto di pace per creare un’isola artificiale a largo delle coste della Striscia di Gaza, nel Mar Mediterraneo. Vede l’iniziativa come una piattaforma per un’ampia cooperazione internazionale. Tra i Paesi che potrebbero partecipare al progetto, Yisrael Katz considera la Russia e la Cina. Il progetto sull’isola a 4,5 chilometri dalla costa prevede un porto, un aeroporto, un impianto di dissalazione dell’acqua marina, una centrale elettrica e alberghi, tuttavia non sono previsti edifici residenziali. L’isola sarà collegata alla Striscia di Gaza da un ponte con un checkpoint nel mezzo. In ambito di sicurezza, il controllo dell’isola sarà per 100 anni di carattere internazionale, tuttavia le acque resteranno sotto il controllo di Israele. Secondo Yisrael Katz, il progetto è economico anche se ha importanza strategica e politica. Il professor Yan Mian del Centro per lo Studio delle Relazioni Internazionali dell’Istituto cinese dei mezzi di comunicazione di massa, commenta il possibile coinvolgimento della Cina nel progetto: “Se il progetto contribuirà a migliorare la situazione attorno alla Striscia di Gaza, o aiuterà Gaza tramite le forniture di acqua dolce e la costruzione del porto ad alleviare i problemi della vita della popolazione civile, la Cina riterrà di poter partecipare al progetto”. Secondo Ren Yuanzhe, esperto dell’Accademia diplomatica cinese, “la Cina attribuisce grande importanza ai negoziati israelo-palestinesi, la risoluzione pacifica del conflitto e la costruzione dell’isola possono contribuire a calmare la situazione nella regione. La Cina ha avviato la costituzione della Banca Asiatica d’Investimento per le Infrastrutture (AIIB), ha proposto di costruire legami di partnership in ambito logistico e nei trasporti su scala internazionale. Esistono primi progetti tramite la AIIB con il Bangladesh, l’Indonesia, il Pakistan e il Tagikistan, all’elenco si potrebbe aggiungere il progetto israeliano. Tanto più che 2 dei 4 progetti della AIIB sono lanciati insieme alla Banca Mondiale e alla “Asian Development Bank” (Banca Asiatica di Sviluppo). La futura opera in Medio Oriente potrebbe diventare una piattaforma per sforzi internazionali concertati”. La “Russia è una delle potenze in grado di prendere parte al progetto”, dichiara Yisrael Katz che nel consiglio dei ministri dirige il ministero dei Trasporti e di Intelligence israeliano. “La Russia ha l’esperienza necessaria e la conoscenza di quello che sta accadendo in Medio Oriente, nonché buoni legami con i capi di Stato della regione”, ammette il “Washington Post” che scrive: “Lo Stato Ebraico sta attivamente cercando partner finanziari per il progetto da 5 miliardi di dollari”. La “partecipazione della Cina riflettere le aspirazioni geopolitiche della diplomazia economica di Pechino – conferma Rabbi Avraham Shmulevich, il politologo israeliano e presidente dell’Istituto di Partenariato Orientale – l’idea di costruire un’isola artificiale è stata portata avanti da più di un decennio fa da Shimon Peres, quando era primo ministro. È abbastanza chiara l’idea da un punto di vista tecnico-operativo e in termini di convenienza politica ed economica. La Cina amplia la sua presenza nella regione mediorientale attorno ad Israele in modo molto prudente, intelligente e costante. Ora detiene una posizione di leadership nella maggior parte dei Paesi africani, ha grandi progetti di investimento nel mondo arabo, nei Paesi produttori di petrolio del Golfo Persico. La Cina ha sempre investito nel controllo delle infrastrutture di trasporto del mondo. Gli obiettivi strategici ed economici sono chiari: diventare una vera e propria potenza mondiale per controllare il flusso delle merci e smettere di essere un Paese completamente dipendente dalla tecnologia e dagli investimenti occidentali. In particolare la Cina segue il corso per diventare una potenza economica mondiale: l’isola nei pressi della Striscia di Gaza è uno dei progetti in questo senso. I cinesi hanno sempre offerto ottime condizioni di investimento. La loro partecipazione al progetto israeliano ne sarebbe un esempio”. Leonid Belotserkovsky, il capo redattore della casa editrice di Tel Aviv “Notizie della Settimana”, ipotizza che “i cinesi sono entrati attivamente nell’economia israeliana, soprattutto nel campo dell’alta tecnologia, dove Israele è leader mondiale. Però penso sia un po’ rischioso, non si può fare nulla. Ma bisogna dire che Israele fa molto in Cina. Ad esempio il ruolo delle tecnologie israeliane high-tech è abbastanza grande nello sviluppo della Cina. Nell’agricoltura cinese molto è fatto dagli esperti israeliani, ci sono aziende agricole speciali dimostrative. Pertanto la cooperazione è reciprocamente vantaggiosa”. Alla fine di Marzo 2016, la Cina e Israele hanno avviato i negoziati per l’accordo sul meccanismo per l’instaurazione di una zona di libero scambio che raddoppierà il volume di affari tra la Cina e Israele a 16 miliardi di dollari. In Israele, come in tutto il mondo, la Cina sta facendo incetta di marchi nazionali e internazionali. Onori al Presidente Shimon Peres. Al contrario di Obama, merita il Premio Nobel per la Pace, non soltanto grazie agli Accordi di Oslo, ma anche per la lotta contro i Warlords e per le libere iniziative economiche di libero scambio. Accordi e progetti che nonostante tutto rappresentano ancora oggi una speranza di pace per tutti i popoli del Medio Oriente e della Terra. Arrivederci ad un grande uomo che ha fatto della pace la sua missione. Possano i suoi insegnamenti guidare tutti noi e le generazioni future verso il mondo da lui sempre sognato. Che la terra ti sia lieve. Shalom Shimon.</p>
<p style="text-align: right;"><span style="color: #1f497d;"><b>© Nicola Facciolini</b></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2016/09/29/shimon-peres-uomo-della-pace-e-ultimo-patriota-di-israele/">Shimon Peres uomo della Pace e ultimo Patriota di Israele</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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		<title>Missione ExoMars2016 dalla Russia su Marte con amore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Mar 2016 19:55:46 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Scienza e medicina]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2016/03/13/91025/">Missione ExoMars2016 dalla Russia su Marte con amore</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><a name="_GoBack"></a>“Piuttosto che veri canali della forma a noi più familiare, dobbiamo immaginarci depressioni del suolo non molto profonde, estese in direzione rettilinea per migliaia di chilometri, sopra larghezza di 100, 200 chilometri od anche più. Io ho già fatto notare altra volta, che, mancando sopra Marte le piogge, questi canali probabilmente costituiscono il meccanismo principale, con cui l’acqua (e con essa la vita organica) può diffondersi sulla superficie asciutta del pianeta” (<span style="color: #1f497d;">Giovanni Virginio Schiaparelli</span>, 1895).</p>
<p align="JUSTIFY">“Tutto l’enigma di Marte nasce dalle striscie sottili e rettilinee, che Schiaparelli paragonò a fili di ragno tesi sopra la superficie del pianeta. Ma è nostra opinione che l’apparenza meravigliosa di queste linee abbia la sua origine non nella realtà delle cose, bensì nell’impotenza in cui si trova il telescopio attuale di rappresentarci fedelmente codesta realtà” (<span style="color: #1f497d;">Vincenzo Cerulli</span>, 1896).</p>
<p align="JUSTIFY">Buon vento siderale, ExoMars! Il potente vettore Proton della Russia scalda i suoi sei motori RD-253 per lanciare la Missione ExoMars2016 delle agenzie spaziali europea e russa Esa-Roscosmos. Il sogno di raggiungere Marte è vivo! L’obiettivo: Meridiani Planum, la stessa regione esplorata dal rover Opportunity della Nasa, dopo un volo di 500 milioni di chilometri. La finestra di lancio (lift off) di Proton-ExoMars (22 ton.) si apre, al cosmodromo Bajkonur in Kazakistan, Lunedì 14 Marzo 2016, alle 10:31:42 ore italiane, sotto la Direzione di Alexander Ivanov, Capo della Russian Federal Space Agency. La finestra resta aperta appena 12 giorni per raggiungere Marte il prossimo 16 Ottobre 2016. In attesa della prima missione spaziale dal nuovo cosmodromo russo di Vostochny (<a href="http://esamultimedia.esa.int/docs/science/EXOMARS_Mediakit_2016-03-09.pdf"><span style="color: #1f497d;"><span style="font-size: xx-small;">http://esamultimedia.esa.int/docs/science/EXOMARS_Mediakit_2016-03-09.pdf</span></span></a>) prima del Giorno del Cosmonauta, il 12 Aprile 2016, come auspicato dal Presidente Vladimir Putin. I primi segnali operativi della sonda ExoMars, in orbita di parcheggio terrestre, sono attesi all’ESOC di Darmstadt per le ore 22:28 attraverso la Stazione di Malindi in Africa. Grazie alla potenza della Russia e alla leadership italiana scientifica, industriale e tecnologica, l’Europa vola seriamente su Marte. La Russia non conquista con successo il Pianeta Rosso dal lontano 1989 per le sfortunate missioni Phobos e Mars 96. L’Esa, da parte sua, può vantare solo il parziale successo dell’orbiter MarsExpress fin dal 2003, per l’infelice “ammartaggio” senza risposta del lander Beagle 2. Neppure la Nasa, i cui successi marziani sono storicamente indiscutibili, se la passa bene. La nuova missione “InSight” è stata momentaneamente cancellata per problemi tecnici e il nuovo lancio su Marte è previsto per il 5 Maggio 2018. Ecco perchè gli occhi e le menti del mondo sono tutti concentrati sulla ExoMars16 che rimarrà nominalmente operativa su Marte fino all’Anno Domini 2022. Maurizio Capuano e Richard Bessudo computano i secondi restanti del conto alla rovescia per il lancio di una delle più grandi missioni al mondo sul Pianeta Rosso. Fanno parte del team di ExoMars, un progetto congiunto di Esa e Roscosmos che intende cercare, stavolta “cum grano salis” e non alla maniera rabdomante di “The Martian”, eventuali segnali concreti di vita passata o recente su Marte. La prima sonda automatica europea è pronta all’impresa, sulla base di precisi accordi internazionali come l’Instrument Multilateral Agreement Among The European Space Agency, Agenzia Spaziale Italiana, The Centre National D’Etudes Spatiales, The National Space Institute of the Technical University of Denmark, The Deutsches Zentrum für Luft- und Raumfahrt E.V., The Ministerio de Educacion y Ciencia, and The Science and Technology Facilities Council for the ExoMars Mission, firmato dall’ASI in data 05/05/08; e l’Instrument Agreement between the Agenzia Spaziale Italiana and the European Space Agency concerning the 2016 ExoMars mission, firmato in data 09/09/2013. L’ESA e Roscosmos, l’Agenzia Spaziale Federale Russa, hanno siglato un accordo formale nel 2013 per una collaborazione di lavoro sul programma ExoMars (<a href="http://www.esa.int/Our_Activities/Operations/ExoMars_TGO_operations"><span style="color: #1f497d;"><span style="font-size: xx-small;">www.esa.int/Our_Activities/Operations/ExoMars_TGO_operations</span></span></a>) in vista del lancio di due missioni, nel 2016 e nel 2018. “Questa è Exomars2016 – rivela Maurizio Capuano, manager del programma ExoMars di Thales Alenia Space – che arriverà sul Pianeta Rosso. La parte bassa si metterà in orbita marziana aprendo i suoi pannelli solari per prendere l’energia dal Sole, la parte superiore è il cosiddetto lander che atterrerà direttamente sulla superficie marziana completamente autonomo”. L’Italia, attraverso l’Agenzia Spaziale Italiana, è il principale sostenitore della doppia missione ExoMars con il 40% dell’investimento totale. ExoMars è composto da due imprese distinte. La prima viene lanciata da Bajkonur ed è costituita da una sonda orbitante, il Trace Gas Orbiter (TGO) di 3732 Kg che si occupa dell’analisi dei gas atmosferici rimanendo in orbita a 400 Km attorno a Marte (inizialmente su una eccentrica percorsa ogni 4 Sol), e da un lander di 600 Kg, chiamato “Schiaparelli”, in memoria dell’astronomo italiano studioso del Pianeta Rosso insieme al celebre Vincenzo Cerulli (“Teoria Ottica delle Macchie di Marte”), che fornirà dati fondamentali allo sviluppo delle prossime missioni congiunte marziane, costruiti a Torino. Per una massa totale, al lancio, di 4332 Kg. La seconda impresa ExoMars partirà nel 2018, facendo tesoro delle informazioni raccolte dalla prima. Il TGO, a guida francese, effettuerà uno studio dei gas presenti nell’atmosfera marziana e di eventuali processi biologici o geologici in atto, mentre il modulo di discesa Schiaparelli, a leadership italiana, contenente la stazione meteo “Dreams” ed altri strumenti, atterrerà su Marte testando, fra l’altro, le tecnologie di “ammartaggio”, elemento chiave per le successive missioni sul Pianeta Rosso. La seconda impresa dispone di un rover europeo e di una piattaforma di superficie stazionaria russa. Il rover, a leadership britannica, combina capacità di movimento a quelle di perforazione del suolo marziano fino ad una profondità di 2 metri. L’obiettivo del rover è la ricerca di segnali di vita passata o presente grazie all’analisi dei campioni di sottosuolo raccolti. Il modulo stazionario russo trasporterà il modulo di discesa su Marte, a guida germanica. La piattaforma di superficie russa, rilasciato il rover, indagherà l’ambiente circostante, caratterizzando la geochimica del Pianeta Rosso, ampliando la conoscenza dell’ambiente marziano e dei suoi aspetti geofisici, identificando i possibili rischi per le future missioni umane. L’Esa ha assegnato all’Italia la leadership principale di entrambe le missioni ExoMars: oltre alla responsabilità complessiva di sistema di tutti gli elementi, è sempre italiana la responsabilità diretta dello sviluppo del modulo di discesa Schiaparelli di ExoMars 2016, del “drill” di due metri che perforerà il suolo marziano per il prelievo di campioni e del centro di controllo da cui il rover verrà guidato. La camera CaSSIS (Colour and Stereo ScientificImaging System) è disegnata e realizzata all’Università di Berna con il contributo dell’Osservatorio Astronomico Inaf di Padova e dell’Agenzia Spaziale Italiana. CaSSIS fornirà coppie stereo ad alta risoluzione e a colori di regioni accuratamente selezionate; inoltre supporterà gli altri strumenti a bordo di TGO nella ricerca di gas che possono essere importanti da un punto di vista biologico, come il Metano, confermato su Marte fin dal 2003 in sorgenti finora sconosciute. Metano che ricopre, ghiacciato, le montagne di Plutone in gran quantità. Dreams (DustCharacterization, RiskAssessment and Environment Analyser on the MartianSurface) è una suite di sensori per la misura dei parametri meteorologici (pressione, temperatura, umidità, velocità e direzione del vento, radiazione solare) e del campo elettrico atmosferico in prossimità della superficie di Marte, frutto della collaborazione di ASI con l’Osservatorio Astronomico Inaf di Napoli e il Cisas di Padova. Lo strumento Amelia (Atmospheric Mars Entry and Landing Investigation and Analysis, Francesca Ferri del Cisas-Università di Padova) integrerà la modellistica dell’atmosfera marziana impiegando i dati raccolti dai sensori durante la discesa del lander Schiaparelli sulla superficie marziana. Il Ma_Miss (Mars MultispectralImager for SubsurfaceStudies, Maria Cristina De Sanctis dell’Inaf-Iaps, Roma, Divisione Sistemi Avionici e Spaziali di Finmeccanica) è lo spettrometro per l’analisi dell’evoluzione geologica e biologica del sottosuolo marziano: inserito all’interno del “drill”, consentirà di analizzare la conformazione della superficie interna della perforazione effettuata. In collaborazione con l’Inaf-Iaps, l’Inrri (INstrument for landing-Roving laser RetroreflectorInvestigations) è il microriflettore laser realizzato dall’Asi e dall’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn), realizzato con la supervisione scientifica di Simone Dell’Agnello, fisico dei Laboratori Nazionali di Frascati (Lnf) dell’Infn. Fu l’astronomo italiano Giovanni V. Schiaparelli il primo scienziato a mappare le caratteristiche della superficie del Pianeta Rosso nel XIX Secolo, poi integrate e corrette dal fisico Vincenzo Cerulli. A Schiaparelli è dedicato il primo modulo di discesa dell’impresa ExoMars. L’Italia, tramite l’ASI, svolge un ruolo di primo piano nell’esplorazione di Marte con la missione Mars Express dell’Esa, grazie in particolate al radar Marsis e allo spettrometro Pfs, ma anche con gli strumenti Omega e Aspera; e con il radar ShaRad nella missione Mars Reconnaissance Orbiter della Nasa, lanciato il 12 Agosto 2005. Orbiter ancora attivi. L’Esa ha assegnato all’industria italiana, e in particolare a Thales Alenia Space Italia (Thales 67%, Finmeccanica 33%), la leadership principale di entrambe le missioni, oltre alla responsabilità complessiva di sistema di tutti gli elementi. Inoltre è sempre di Thales Alenia Space Italia la responsabilità diretta dello sviluppo della sonda madre, l’orbiter, e del lander Schiaparelli, così come del progetto del rover che effettuerà, nel corso della missione A.D. 2018, le analisi geologiche e biochimiche di Marte. La Divisione Sistemi Avionici e Spaziali di Finmeccanica fornisce i sistemi fotovoltaici, unità di potenza e sensori di assetto; contribuisce, per la missione A.D. 2016, alla realizzazione dello strumento CASSiS per l’analisi dell’atmosfera marziana e realizza, per la missione A.D. 2018, lo speciale “drill” di due metri. Anche lo sviluppo del centro di controllo di missione e l’infrastruttura che fornirà al centro di controllo del rover le comunicazioni necessarie per condurne le operazioni, sono “made in Italy”, realizzati da Telespazio (Finmeccanica 67%, Thales 33%). Un ruolo importante nella missione lo ha anche la società per azioni Alatec, di proprietà per la totalità da ASI e Thales Alenia Space Italia. Il centro di controllo infatti sarà a Torino in Altec. Tra gli strumenti a bordo del lander Schiaparelli, il “Dust Characterisation, Risk Assessment, and Environment Analyser on the Martian Surface” (Dreams), è la piccola stazione meteorologica che ha come “principal investigator” Francesca Esposito dell’Osservatorio Astronomico Inaf di Capodimonte. Quando la prima sonda raggiungerà Marte, il prossimo Ottobre 2016, l’orbiter compirà una serie di traiettorie ellittiche, per poi assestarsi in un’orbita circolare a circa 400 km di distanza dalla superficie di Marte. Il lander Schiaparelli si separerà dolcemente dall’orbiter qualche giorno prima dell’arrivo al Pianeta Rosso e planerà sulla sua superficie attraversando l’atmosfera marziana alla velocità di 21.000 km/h. Per rallentare sfrutterà l’attrito dei gas atmosferici e un paracadute, mentre la frenata finale sarà garantita da un sistema propulsore dedicato. Schiaparelli dovrebbe sopravvivere sulla superficie di Marte per un tempo limitato a qualche giorno, sfruttando l’energia fornita dalle batterie di bordo, non nucleari! La limitazione è ufficialmente dovuta alle risorse di spazio all’interno del modulo, tuttavia questo tempo permetterà agli strumenti scientifici di effettuare numerose e preziose rilevazioni. Finora sono state effettuate poche misurazioni del vento marziano dai lander che hanno esplorarto il Pianeta Rosso. Esse hanno mostrato che l’atmofera rarefatta che circonda Marte supera di rado la soglia oltre la quale i venti sono in grado di mettere in moto le particelle: le dune di sabbia onnipresenti sulla superficie del pianeta sembravano immobili e si è a lungo supposto che si fossero formate nel passato, quando l’atmosfera era più densa e movimentata. Una serie di osservazioni recenti a più alta risoluzione, come quelle realizzate dall’esperimento HiRISE a bordo del Mars Reconnaissance Orbiter della Nasa, hanno rivelato che molte dune e increspature mostrano in realtà cambiamenti consistenti nel tempo. I dati mostrano che la tenue atmosfera marziana muove la sabbia delle dune a tassi non molto inferiori a quelli osservati sulla Terra. In questo contesto scientifico è nata l’idea di proporre un esperimento come Dreams, una stazione meteorologica autonoma, con un proprio sistema di alimentazione e controllo, da portare su Marte a bordo del lander Schiaparelli che avrebbe senz’altro gradito un’alimentazione energetica più performante. Dreams potrà indagare per la prima volta aspetti poco conosciuti dell’atmosfera di Marte, come le sue proprietà elettriche. Grazie all’esperimento avremo a disposizione un set completo di dati che consentiranno di quantificare i potenziali rischi per attrezzature ed equipaggi umani. Schiaparelli atterrerà su Marte durante la stagione in cui è statisticamente più probabile osservare le tempeste di polvere. Per testare gli strumenti è stata realizzata una campagna di raccolta dati nel deserto del Marocco, in una regione (ottimo set fantascientifico!) che potesse simulare al meglio le condizioni nelle quali Dreams si troverà ad operare. I risultati di questa campagna hanno confermato i sospetti degli scienziati: esiste una forte correlazione tra la polvere messa in moto dalle turbolenze e il valore del campo elettrico dell’atmosfera. Lo scopo principale della campagna in Marocco era lo studio della nascita e dell’evoluzione delle tempeste di polvere. Per questo gli scienziati del team Dreams hanno assemblato una stazione meteorologica dedicata al monitoraggio dei processi di trascinamento della polvere in atmosfera. La regione in cui si sono svolte le misurazioni si trova vicino a Merzouga, nella provincia di al-Rāshīdiyya, dove il terreno ha caratteristiche molto simili al suolo marziano. Gli scienziati hanno intrapreso in tutto tre serie di test presso la stazione di Merzouga, negli anni 2012, 2013 e 2014. Il periodo scelto è quello delle tempeste di sabbia, così da rendere possibile il monitoraggio di una serie di parametri, tra cui velocità e direzione del vento a quote differenti, umidità, temperatura e campo elettrico, simulando le condizioni atmosferiche che verranno indagate su Marte. L’obiettivo dello studio era di trovare una correlazione tra le variazioni dei parametri ambientali e i movimenti di sabbia e polveri. Ed è stato centrato in pieno dal team guidato da Francesca Esposito. I risultati ottenuti nel deserto del Sahara hanno posto le basi per una corretta interpretazione dei dati raccolti dall’esperimento Dreams su Marte. In sostanza, Dreams permetterà di realizzare il primo studio dettagliato dei fenomeni elettrici nell’atmosfera marziana. Gli studiosi si aspettano di trovare condizioni con analogie e differenze rispetto a quanto osservato sulla Terra, ma probabilmente il moto di polveri e sabbia dovrebbe essere il meccanismo dominante alla base della formazione di campi elettrici atmosferici. L’elettricità atmosferica è coinvolta anche in diversi processi che hanno un notevole impatto sulla superficie e l’atmosfera stessa. Durante le tempeste di polvere, le forze elettrostatiche possono risultare molto più intense di quelle aerodinamiche generate dal vento, e dominare il moto delle particelle di polvere elettricamente cariche, come ci ricordano anche molti episodi di Star Trek. Questo significa che l’evoluzione di queste forze elettrostatiche nel tempo può avere un ruolo chiave nei processi di erosione ed evoluzione a lungo termine della superficie di Marte, nonché del suo clima. I campi elettrici in atmosfera sono in grado di eccitare gli Elettroni liberi e quindi hanno un ruolo chiave nella chimica dei materiali di superficie e nella produzione di costituenti ossidati in atmosfera. Pertanto, gli studi realizzati da Dreams forniranno informazioni essenziali per quanto riguarda la sostenibilità delle condizioni favorevoli alla vita. “Dreams effettuerà le sue misure dopo l’atterraggio di Schiaparelli su Marte – rivela Francesca Esposito – dopo aver ricevuto un comando di risveglio dall’elettronica del lander, inizierà a operare autonomamente per 2-4 Sol (ovvero i giorni marziani) fino a quando la batteria non si esaurirà. Purtroppo, a causa della limitata disponibilità di energia, Dreams non potrà funzionare continuamente durante il giorno marziano. Funzionerà in 31 finestre temporali predefinite, per una durata complessiva di circa 6 ore durante ogni Sol. Schiaparelli atterrerà su Marte durante la stagione in cui le tempeste di polvere sono più frequenti, pertanto Dreams avrà la possibilità di caratterizzare l’ambiente di Marte quando l’atmosfera è ricca di polvere. Tutti i sensori di Dreams sono stati progettati per sopravvivere a queste condizioni su Marte. Oltre alle misure meteorologiche, Dreams studierà l’opacità dell’atmosfera dovuta alla presenza di polvere e gli effetti della polvere sugli strati atmosferici. Un altro importante obiettivo è quello di raccogliere informazioni sui pericoli creati dalla polvere, per aiutare gli ingegneri a quantificare i rischi per le attrezzature e per missioni future di esplorazione umana. I dati raccolti includono la velocità della polvere trasportata dal vento, le cariche elettrostatiche, l’esistenza di scariche elettriche, i disturbi elettromagnetici che potrebbero influire sulle comunicazioni, e l’intensità della luce ultravioletta. Sono particolarmente entusiasta all’idea di poter effettuare la prima indagine in assoluto dei fenomeni elettrici nell’atmosfera di Marte. Si pensa che tra la superficie e la ionosfera marziana vi sia un circuito elettrico atmosferico globale. Durante le tempeste di polvere e in prossimità dei vortici, sembra che si possano formare campi elettrici intensi. Inoltre, la polvere e la sabbia cariche elettricamente possono avere un ruolo importante nel processo di sollevamento della polvere dalla superficie, influenzando l’evoluzione delle tempeste di polvere su Marte”. I risultati raccolti da Dreams contribuiranno a far luce su alcune importanti questioni chiave nel campo della scienza marziana e forniranno informazioni preziose per il rover ExoMars 2018. “Dreams nasce da una prima proposta di portare con Schiaparelli una versione miniaturizzata degli strumenti italiani che – ricorda Francesca Esposito – erano stati selezionati per far parte di Humboldt, un lander progettato all’interno della missione ExoMars, che è stato cancellato nel 2009. Abbiamo invitato gli altri istituti europei a unirsi a noi nel progetto, e in questo modo ci siamo ritrovati insieme a persone che avevano lavorato a studi rivolti a missioni spaziali marziane e che per motivi diversi non avevano ancora raggiunto Marte. Abbiamo organizzato diversi incontri internazionali a Napoli tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011 per selezionare i migliori strumenti da presentare come un pacchetto autonomo alla richiesta Esa per un carico da agganciare alla missione Schiaparelli. La proposta originaria includeva undici strumenti, di cui ne sono stati selezionati sei.<br />
L’acronimo Dreams riflette in parte il sogno (“dream” in inglese, NdA) di raggiungere Marte che accomuna tutti i membri del team. La nostra proposta è stata selezionata nel Giugno 2011 e abbiamo prodotto cinque modelli (tra cui quello di volo che è montato su Schiaparelli) in meno di quattro anni. Per raggiungere questo obiettivo tutto il team ha compiuto un grande sforzo con la costante supervisione dell’Agenzia Spaziale Italiana e dell’Esa. Siamo molto orgogliosi di quello che siamo stati in grado di ottenere e siamo ansiosi di vedere Dreams su Marte”. Al Thales Alenia Space, nel sud della Francia, la navicella spaziale ExoMars è stata sottoposta a un rigoroso programma di test, visto che le finestre di lancio non sono frequenti. “Per andare su Marte – spiega Richard Bessudo, manager del programma ExoMars Trace Gas Orbiter – occorre ottenere le condizioni favorevoli di congiunzione tra Terra e Marte. Tenuto conto delle orbite dei due pianeti, le congiunzioni favorevoli si riproducono soltanto ogni 26 mesi”. Una volta su Marte, la sonda si separa in due parti. Il satellite resta in orbita e il lander si dirige sulla superficie. L’Esa spera che la capsula porterà a termine il primo atterraggio controllato europeo su Marte. “Ha una forma che ricorda le navicelle spaziali – rivela Maurizio Capuano – gli Ufo, se vogliamo interpretarla in questa maniera, perché la forma aerodinamica dell’oggetto è la migliore per permettere un ingresso controllato nell’atmosfera marziana”. ExoMars 2016 fornirà informazioni cruciali, innanzitutto in che modo il lander si posizionerà su Marte. La missione permetterà all’orbiter di annusare i gas di Marte alla ricerca di Metano (CH4), la “smoking gun” della possibile presenza di vita aliena. Poi nel 2018 sarà lanciata la seconda missione con il rover vero e proprio. “ExoMars 2018 – dichiara Jorge Vago, scienziato del progetto ExoMars – aprirà un nuovo capitolo dell’esplorazione su Marte. Per la prima volta ci occuperemo della terza dimensione, ossia la profondità. È molto importante, perché sotto la superficie, in profondità, abbiamo maggiori opportunità di trovare le prove di un’eventuale presenza passata della vita su Marte”. L’invio di un veicolo per scavare su Marte è una cosa complicata. La parte più delicata è riuscire ad atterrare in modo sicuro. Poi il rover di ExoMars dovrà orientarsi con cautela. Come rivela Pietro Baglioni, manager della missione del rover ExoMars, “punterà ad atterrare a metà strada tra le colline e le basse pianure di Marte. Si metterà alla ricerca di acqua al di sotto della superficie e scaverà fino a due metri di profondità”. La velocità della perforazione “è piuttosto bassa se la si paragona a quella che si usa per i lavori domestici – rileva Pietro Baglioni – si tratta soltanto di 50-60 watt, ossia la potenza di una lampadina. È in grado di fare un grande lavoro, di forare e ottenere campioni”. Gli scienziati Nasa del rover Curiosity confermano che “Marte era abitabile”. Ora ExoMars cercherà microbi allo stato fossile e tracce di molecole organiche. “I microbi sarebbero troppo piccoli da individuare – avverte Jorge Vago – la dimensione è compresa tra uno e pochi micron, per cui servirebbe un enorme microscopio per poterli osservare, cosa che non abbiamo nella nostra missione. Ma i microbi possono aver influenzato la forma delle rocce nel corso del tempo. L’altro tipo di firma biologica sono le molecole organiche. Dobbiamo immaginarle come mattoncini della Lego”. Il rover di ExoMars potrebbe individuare tracce della presenza di vita su Marte, magari nascoste sotto la superficie, al riparo dalle radiazioni più dannose. È possibile? Per Pietro Baglioni, “è una domanda da 100 milioni di dollari. Sono convinto che ci sia stata vita su Marte”; Richard Bessudo ritiene “molto probabile la vita su Marte”; Maurizio Capuano personalmente pensa “che non ci sia la vita su Marte, ma questa è una mia personale opinione”; Jorge Vago pensa “sia possibile che ci siano tracce di vita sotto la superficie”. La risposta potrebbe arrivare con la missione ExoMars euro-russa. Il 21 Ottobre 2015 l’Esa annuncia la scelta del primo sito candidato per il “landing” del 2018. Si tratta di Oxia Planum, selezionato all’interno di una rosa di quattro obiettivi. <span style="color: #1f497d;">ExoMars è stato concepito e realizzato per acquisire e dimostrare la capacità autonoma europea di eseguire un atterraggio controllato sulla superficie marziana, operare sul suolo marziano in mobilità di superficie, accedere al sottosuolo per prelevarne campioni e analizzarli in situ</span>. #Italiavasumarte è l’hashtag ufficiale lanciato a pochi giorni dalla missione dell’Agenzia Spaziale Europea, in occasione della inaugurazione dell’installazione dedicata a ExoMars e al ruolo del Belpaese nell’esplorazione del Pianeta Rosso che campeggia a Piazza del Popolo a Roma. Ideata e realizzata dall’Agenzia Spaziale Italiana, in collaborazione con Thales Alenia Space Italia, Finmeccanica e Telespazio, l’installazione è composta di un mega schermo di due metri per cinque e da una simulazione del suolo marziano in cui campeggia il lander Schiaparelli, il modulo di discesa a leadership italiana. Entusiasti sono il Presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana, Roberto Battiston, l’ingegner Mauro Moretti AD e Direttore Generale di Finmeccanica, l’AD di Thales Alenia Space Italia, Donato Amoroso, e l’AD di Telespazio, Luigi Pasquali. <span style="color: #1f497d;">ExoMars, grazie alla Russia, segna il risveglio del settore aerospaziale e della ricerca di base per l’Italia nel Cosmo. Nelle attività spaziali europee bisogna fare giuoco di squadra. L’Italia sta riguadagnando incisivamente il suo ruolo di leadership nelle politiche europee dello spazio pubblico e privato. Occorre far decollare l’impresa e l’industria spaziale privata in regime di libertà e in una cornice giuridica semplice e incisiva! La ricerca spaziale è la Scienza “Blue Sky” orientata ad andare oltre le frontiere ultime, come Marte e Giove, oltre la messa in orbita di satelliti e stazioni spaziali in orbita bassa terrestre, ed è la base reale dell’innovazione scientifica e tecnologica per un Paese civile che ama i suoi giovani cervelli. Tre scienziate del team ExoMars sono donne italiane che studiano e lavorano nel campo scientifico. Un esempio lungimirante per tutte le donne! </span>Maria Cristina De Sanctis, ricercatrice presso dell’Istituto di Astrofisica e Planetologia Spaziali dell’Inaf, a Roma, è una planetologa specializzata nello studio della composizione della superficie di piccoli oggetti nel nostro Sistema solare e un’esperta nella progettazione di strumentazione per missioni spaziali, soprattutto per l’analisi spettrale e l’evoluzione termica dei corpi planetari. È coinvolta in un grande numero di progetti, tra quelli in corso ricordiamo Dawn, in cui è P.I. dello strumento VIR. Ma soprattutto ExoMars, la sonda dell’Esa che raggiunge Marte. Laurea in Fisica e un dottorato in Ingegneria Spaziale per Francesca Esposito; laurea in Fisica e dottorato in Astronomia per Maria Cristina De Sanctis. “Gli strumenti da noi guidati – rivelano le ricercatrici – hanno sempre delle controparti in laboratorio.  Si tratta a volte di prototipi che ci permettono di valutare se lo  strumento ipotizzato ha effettivamente le capacità  che ci si aspetta, altre volte di vere e proprie copie, utilizzate per  valutare le performance degli strumenti da volo o come strumenti di laboratorio essi stessi. In quanto a risolvere complicate equazioni, abbiamo anche un forte interesse in modelli evolutivi e predittivi che si basano sulla soluzione di tali equazioni”. Conta sempre nutrire e incoraggiare fin da piccoli la curiosità nella Scienza. È un’inclinazione comune tra gli scienziati, che trasforma quasi sempre quella curiosità nel desiderio di contribuire a comprendere i misteri dell’Universo. Magari se già da bambini ci si interroga sull’origine della polvere domestica, per poi passare a studiare quella del Sistema Solare. O semplicemente interrogandosi su come analizzare la composizione di pianeti e comete! “Siamo sempre state molto curiose di conoscere vari aspetti della scienza – spiegano le due scienziate – ma non in termini prettamente tecnici o ingegneristici, quanto in termini di conoscenza dell’origine e dell’evoluzione dei fenomeni naturali.  La  Fisica ed  in particolare l’Astronomia ci hanno sempre interessato”. Leggono molti libri. Dai classici russi ai contemporanei giapponesi come Murakami. Per i film la scelta è più difficile. “Crediamo che le donne siano più collaborative degli uomini e, a volte – confessano le due ricercatrici – sono dotate di più buon senso, ma è difficile generalizzare. Ci si muove in un ambiente prevalentemente maschile nel quale essere donna a volte, più che un valore aggiunto, è piuttosto uno svantaggio”. Il Presidente Battiston rileva come la ricerca e la tecnologia italiane sono in prima fila nella missione destinata a portare l’Europa su Marte: “stiamo lavorando a un sogno, così com’è stata un sogno la prima missione nella quale per la prima volta un veicolo costruito dall’uomo si è posato sulla superficie di una cometa, la 67P”, rileva Battiston che rimarca come “le ricadute si prevedono numerose, assolutamente reali e saranno importanti per tutti i settori della tecnologia”. Per Mauro Moretti, “Finmeccanica è coinvolta dagli Anni ‘60 nei più importanti programmi spaziali. Dopo il successo della missione Rosetta, che ha visto le tecnologie Finmeccanica atterrare su una cometa, siamo pronti per portare con ExoMars la nostra conoscenza sul Pianeta Rosso. Il ruolo di Finmeccanica in ExoMars è di grande rilievo: dai nostri laboratori provengono molte delle tecnologie usate nel programma, come la sofisticatissima trivella che partirà nel 2018 per scavare con la sua punta di diamante il suolo marziano alla ricerca di acqua e tracce di vita. Finmeccanica è in prima linea in questa grande sfida con tutti i suoi tecnici, le donne e gli uomini che sono ogni giorno impegnati nella ricerca e nello sviluppo tecnologico, vero motore dell’innovazione del nostro Paese”. Donato Amoroso, AD di Thales Alenia Space Italia, è certo che “siamo di fronte ad un appuntamento importante, storico direi, per l’industria spaziale in generale ed in particolar modo per Thales Alenia Space che vede protagonista ancora una volta l’alta tecnologia che la caratterizza e contraddistingue, quella competenza ed esperienza  derivante da decenni di duro lavoro e dalla partecipazione a numerosi programmi di successo nel campo dell’esplorazione spaziale. Il programma ExoMars è il frutto straordinario di una cooperazione internazionale. Dunque il mio ringraziamento va in particolar modo all’Agenzia Spaziale Europea, all’Agenzia Spaziale Italiana e alla loro lungimirante capacità di  cooperare in sinergia con la filiera industriale a sostegno del Sistema Paese”. Per un mese Piazza del Popolo a Roma ospiterà l’installazione ExoMars. Grazie al mega monitor del quale è dotata, il 14 Marzo 2016, si può assistere alla diretta del lancio del vettore Proton, con i commenti dal Centro di Controllo della Missione, sede dell’evento nazionale, in collegamento con la base spaziale russa di Bajkonur. Per tutto il mese (l’iniziativa dovrebbere essere permanente, non solo a Roma ma in tutta Italia, nei Musei della Scienza!) filmati, pubblicazioni e interviste informeranno il pubblico sulla missione ExoMars e suoi significati scientifici, tecnologici e industriali con particolare riferimento al prevalente ruolo italiano grazie alla Russia. Il lander Schiaparelli dimostrerà le tecnologie chiave per l’Europa con il primo atterraggio controllato su Marte. Entrerà nell’atmosfera marziana a 21mila chilometri orari e userà paracaduti e razzi per frenare fino a una velocità inferiore ai 15 km all’ora, prima di atterrare meno di otto minuti più tardi. Durante l’entrata e la discesa, il modulo raccoglierà dati sull’atmosfera e i suoi strumenti effettueranno misurazioni ambientali locali nel punto di atterraggio che si trova in una regione di pianure conosciuta con il nome di Meridiani Planum. “Considerando l’importanza delle osservazioni pionieristiche di Marte da parte di Giovanni Schiaparelli – osserva Alvaro Giménez, Direttore ESA di Scienza ed Esplorazione Robotica – è stato naturale decidere di dare il suo nome al modulo ExoMars2016 che aprirà la strada per ulteriori esplorazioni del Pianeta Rosso”. Il nome Schiaparelli è stato suggerito da un gruppo di scienziati italiani al Presidente dell’Asi che lo ha poi proposto all’Esa. Giovanni Virginio Schiaparelli  (1845-1910) era un ingegnere a tutto tondo che ha dedicato molto tempo della sua carriera a catalogare e nominare le caratteristiche della superficie di Marte. Molto popolari al grande pubblico furono le osservazioni al telescopio del pianeta Marte compendiate da Schiaparelli in tre pubblicazioni: “Il pianeta Marte” (1893), “La vita sul pianeta Marte” (1895) e “Il pianeta Marte” del 1909. Durante la Grande Opposizione del 1877, quando Marte era relativamente vicino alla Terra, egli osservò il Pianeta Rosso ad occhio nudo attraverso un telescopio e disegnò una rete di percorsi lineari che aveva visto tracciate sulla superficie. Assunse che queste fossero dei canali naturali pieni di acqua ed utilizzò la parola italiana equivalente, “canali”, che però in lingua inglese fu tradotta in senso “artificiale”, alimentando la fantascienza dei Secoli XIX e XX, da “ La Guerra dei Mondi” di G.H. Wells a Star Trek e Star Wars! La maggior parte delle speculazioni sull’esistenza di una civiltà aliena su Marte fu infatti favorita da una errata traduzione in inglese del lavoro di Schiaparelli. La parola “canali” fu divulgata sulla Terra con il termine “canals” invece del più corretto “channels”. Mentre la prima parola indica una costruzione artificiale, il secondo termine definisce una conformazione del terreno che può essere anche di origine naturale. L’astronomo statunitense Percival Lowell fu uno dei più ferventi sostenitori della natura artificiale dei canali marziani e condusse una dettagliata serie di osservazioni, compendiata nelle pubblicazioni “Mars” (1895), “Mars and Its Canals” (1906) e “Mars As the Abode of Life”(1908), a sostegno dell’ipotesi aliena che i canali fossero delle imponenti opere di ingegneria idraulica progettate dai Marziani per meglio gestire le scarse risorse idriche del Pianeta Rosso! Tra gli scienziati che contestarono subito l’esistenza dei canali artificiali e naturali, vi furono l’astronomo italiano Vincenzo Cerulli, tra i primi ad avanzare l’Ipotesi (“Nuove osservazioni di Marte. Saggio di una interpretazione ottica delle sensazioni aeroscopiche”, Roma, Unione tip. coop., 1900) divenuta Teoria che le strutture di Schiaparelli fossero illusioni ottiche come successivamente dimostrato, l’astronomo britannico Edward Walter Maunder, che condusse degli esperimenti visivi per dimostrare la natura illusoria dei canali di Marte, e il naturalista britannico Alfred Russel Wallace che nel libro “Is Mars Habitable?” (1907) criticò aspramente le tesi di Lowell affermando che la temperatura e la pressione atmosferica del Pianeta Rosso erano troppo basse perché potesse esistere acqua in forma liquida, e che tutte le analisi spettroscopiche effettuate fino a quel momento avevano escluso la presenza di vapore acqueo nell’atmosfera marziana. Le prime foto della superficie di Marte scattate dalla sonda spaziale Mariner 4 della Nasa nel 1965 e la prima mappatura realizzata dal Mariner 9 nel 1971, misero fine alla disputa rivelando una superficie arida e desertica butterata da crateri da impatto, profonde incisioni e formazioni di origine vulcanica. Ma i “canali di Marte” divennero ben presto più famosi della letteratura scientifica, dando origine a una ridda di ipotesi, polemiche, speculazioni, folklore e affari d’oro “made in Hollywood” sulle possibilità che il Pianeta Rosso possa ospitare forme di vita senzienti, capaci di invadere la Terra! La maggior parte dei percorsi lineari visti e disegnati da Schiaparelli e Percival Lowell, furono messi in discussione come “illusioni ottiche risultanti dalle osservazioni ad occhio nudo”, proprio grazie all’astronomo Vincenzo Cerulli che nel 1890 fondò in Abruzzo “per amore della libera scienza”, a 5 km dalla città di Teramo, la sua Specola privata, da lui battezzata sull’omonima collina, “Osservatorio Astronomico di Collurania”, dotato di un telescopio rifrattore Cooke di 40 cm di apertura, tuttora valido. Durante l’Opposizione del pianeta Marte (1896-97) il celebre fondatore di Collurania, l’astronomo Vincenzo Cerulli, ebbe modo di saggiare le stupende ottiche del suo nuovo telescopio Cooke sul Pianeta Rosso, spianando la strada alla più illuminata intuizione dell’epoca, destinata a passare alla storia come l’Ipotesi ottica delle macchie di Marte. Una teoria, basata su prove scientifiche sperimentali, che si rivelò davvero deleteria per i fantomatici “canali ” marziani di illustri astronomi come Schiaparelli, dell’Osservatorio di Brera (Milano), e l’americano Lowell che avevano previsto la presenza di analoghe strutture naturali e artificiali anche sulle superfici di Venere e Mercurio. Il fisico umanista aprutino V. Cerulli, fondatore di uno dei migliori istituti di ricerca astronomica d’Italia, il primo Centro ad essere dotato della potenza del nuovo telescopio rifrattore inglese Cooke, aveva compreso la sostanziale infondatezza delle strutture vagheggiate dai suoi illustri colleghi. Ma la cultura accademica italiana dell’epoca (a quanto pare un “vizio” storico!) non lo ripagò per questa sua scoperta. Anzi, una spessa cortina di silenzio cadde ben presto su tutta la sua opera, come possiamo facilmente dimostrare leggendo i soli nomi di Schiaparelli, di Lowell e di pochi altri negli studi, nelle ricerche e nei libri sul pianeta Marte. Almeno fino a qualche anno fa! E in Italia l’ultimo e pressochè unico saggio dedicato al Pianeta Rosso risale al 1939 e al non dimenticato “Il pianeta Marte” (Hoepli Editore, oggi introvabile) di Mentore Maggini, divulgatore e astronomo di grande valore che operò a Collurania come Direttore di ruolo dal 1926 al 1941. Giustizia è fatta, ma in lingua inglese, con il libro “The Planet Mars” di William Sheehan (The University of Arizona Press, 1997, pp. 271) dove ritroviamo finalmente il nome di V. Cerulli ed i suoi studi sul Pianeta Rosso. Sono passati più di 120 anni e il pensiero di Vincenzo Cerulli è vivo più che mai tra gli amanti delle meraviglie del cielo stellato. Leggiamo tra i suoi scritti del 1896: “<span style="color: #1f497d;">Tutto l’enigma di Marte nasce dalle striscie sottili e rettilinee, che Schiaparelli paragonò a fili di ragno tesi sopra la superficie del pianeta. Ma è nostra opinione che l’apparenza meravigliosa di queste linee abbia la sua origine non nella realtà delle cose, bensì nell’impotenza in cui si trova il telescopio attuale di rappresentarci fedelmente codesta realtà</span>”. Ed ancora scrive il Cerulli: “<span style="color: #1f497d;">Bisogna conchiudere che queste linee l’occhio se le forma da sè, volta per volta, utilizzando a questo scopo gli elementi oscuri che trova lungo certe direzioni</span>”. Come lo stesso Cerulli ebbe a dire nei suoi manoscritti, lo studio di Marte con il migliore telescopio del suo tempo era equivalente allo studio della Luna ad occhio nudo o col binocolo da teatro! Ma “<span style="color: #1f497d;">qui parleremo di canali della Luna, come già aveva cominciato a parlarne 250 anni fa l’astronomo napoletano F. Fontana</span>”, alle prese con le illusorie macchie oscure provocate dal suo scadente telescopio. Cerulli osservò anche l’altro interessante fenomeno delle “<span style="color: #1f497d;">temporanee geminazioni</span>” che si producono sulle superfici planetarie con l’aumento delle macchie visibili. Dunque “<span style="color: #1f497d;">i canali sono linee di maggior ombra, che stanno a indicare l’andamento di striscie maggiori&#8230;le quali sono anche esse lontane dal rappresentare unità fisiche, come i mari&#8230;</span>”. Nel ricordare V. Cerulli e la sua opera, non si può tralasciare il Cerulli umanista e profeta: “<span style="color: #1f497d;">Trasportiamoci ora col pensiero a quell’avvenire felice dell’Astronomia, in cui lo studio di Marte potrà essere fatto per via fotografica, su lastre così sensibili da ritenere immagini previamente ingrandite un migliaio di volte. Che diventeranno allora i planisferi di Marte? Noi non lo sappiamo, ma possiamo prevedere che le nostree linee non vi figureranno. L’apparizione completa delle macchie, che, mal viste nel telescopio attuale, danno luogo al fenomeno dei canali, segnerà la scomparsa dei canali medesimi. L’aerografo avvenire, studiando Marte macchia per macchia, stenterà forse perfino a ritrovare quelle allineazioni che, percepite come linee regolari ed uniformi, han tanto ferita la fantasia del nostro secolo</span>” (Le Opere di V. Cerulli, Trebi Editore, 1959). Ed è stata proprio questa fantasia ferita ad alimentare un genere letterario come la fantascienza che ha acceso l’interesse del pubblico per la vera Scienza, per l’Astronomia, per lo Spazio, ed a finanziare, grazie anche al cinema, la costruzione di quei potenti telescopi profetizzati da Vincenzo Cerulli. Così, dopo 120 anni, si è avverato quanto previsto dall’illustre astronomo italiano abruzzese: la tecnologia dei telescopi spaziali orbitali oggi consente di ottenere immagini della superficie di Marte con dettagli di pochi centimetri, con puntamenti immediati, in qualsiasi ora del giorno marziano e non soltanto durante le Opposizioni. Nondimeno, come risultato di ulteriori esplorazioni spaziali, comprese le osservazioni del Telescopio Spaziale Hubble e delle sonde Mars Global Surveyor e Mars Odyssey della Nasa e MarsExpress dell’Esa, oggi sappiamo anche che, nel profondo passato del Pianeta Rosso, l’acqua effettivamente scorreva liberamente in fiumi e valli formatisi naturalmente, dimostrando in qualche modo il valore dell’ipotesi telescopica originale di Schiaparelli. Egli ha inoltre creato un precedente per documentare le caratteristiche sui pianeti e molti dei nomi da lui proposti per i principali panorami marziani sono ancora in uso. Schiaparelli è noto anche per aver calcolato che regolari piogge annuali di meteoriti provenienti da specifiche regioni del cielo sono dovute all’orbita della Terra che intercetta scie di detriti lasciati dalle comete durante il loro viaggio attraverso il Sistema Solare, effettuando accurate misurazioni dei periodi di rotazione di Venere e di Mercurio. Grande sostenitore dell’importanza della divulgazione scientifica, Schiaparelli scrisse libri sull&#8217;astronomia, animando conferenze pubbliche. “La dedizione di Schiaparelli alle scienze planetarie e alla comunicazione scientifica è stata riconosciuta in tutto il mondo – rivela Rolf de Groot, a capo dell’Ufficio Coordinamento dei Programmi di Esplorazione Robotica dell’Esa – e, come tale, vogliamo celebrare i suoi successi nominando una parte chiave della missione ExoMars in suo ricordo. Il modulo Schiaparelli non solo fornirà all’Europa la tecnologia per l’atterraggio su Marte, ma ci darà anche un assaggio dell’atmosfera e una panoramica sull’ambiente circostante locale in un nuovo punto sulla superficie del pianeta, un’esplorazione che Giovanni Schiaparelli poteva solo sognarsi oltre 138 anni fa, quando iniziò a fare schizzi del Pianeta Rosso”. Stabilire se ci sia mai stata vita su Marte è una delle questioni fondamentali dei nostri tempi e la principale priorità scientifica del programma ExoMars. <span style="color: #1f497d;">La Russia è parte integrante dell’Europa scientifica e tecnologica. </span>Esa e Roscosmos si sono accordate su un’equa distribuzione delle responsabilità per i diversi elementi della missione. L’Esa fornisce il TGO (Trace Gas Orbiter, Rintracciatore orbitante di gas) e l’EDM (Entry, Descent and Landing Demonstrator Module, modulo dimostrativo per entrata, discesa ed atterraggio) nel 2016, ed il vettore ed il rover nel 2018. Roscosmos è responsabile dei vettori di lancio delle missioni ExoMars 2016 e 2018, del modulo di discesa e della piattaforma di superficie per la missione del 2018. Tutte e due le parti provvedono alla fornitura di strumenti scientifici e coopereranno strettamente allo sfruttamento dei dati scientifici. ExoMars dimostrerà le tecnologie di base in corso di sviluppo da parte dell’industria euro-russa, come quelle per l’atterraggio, il rullaggio, la trivellazione e la preparazione di campioni che saranno essenziali per aprire la strada al prossimo grande balzo nell’esplorazione robotica di Marte, con una missione euro-russa per riportare sulla Terra un campione di roccia del Pianeta Rosso. <span style="color: #1f497d;">L’accordo tra Esa e Roscosmos getta le basi per l’inizio di una piena cooperazione tra l’industria e gli istituti scientifici sulle missioni spaziali e per avvicinarsi allo stimolante calendario di programma, con la prima missione umana euro-russa su Marte entro il 2026 a bordo di una vera astronave nucleare alimentata dal Motore Rubbia. </span>Il Programma ExoMars è finanziato da 14 degli Stati Membri dell’Esa (Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito, Spagna, Svezia, Svizzera e Canada) di cui l’Italia è il maggior contribuente ed il Regno Unito il secondo. Gli Stati Membri forniscono gli strumenti scientifici per ExoMars. Per il TGO del 2016, questi comprendono il pacchetto spettrometro infrarosso ed ultravioletto Nomad, capitanato dal Belgio, e la macchina fotografica stereo a colori ad alta risoluzione CaSSIS, progetto guidato dalla Svizzera. L’Italia è a capo del progetto Dreams, la stazione ambientale su EDM. Il rover per la missione ExoMars 2018 comprenderà, tra gli altri strumenti, il Ma_MISS, uno spettrometro ad infrarossi miniaturizzato integrato nel perforatore di sub superficie, progetto guidato dall’Italia. Si tratta di missioni di carattere fondamentale, della serie “Flagship”, le prime ad essere approvate per gli studi industriali dal Comitato dei Partecipanti Aurora, insieme al “Mars Sample Return”. I dati della missione ExoMars forniranno inoltre spunti estremamente preziosi per studi più ampi di Esobiologia, la scienza che ricerca la vita sugli altri pianeti extrasolari. Dopo il rilascio e l’atterraggio sulla superficie di Marte, l’orbiter si trasferirà in un’orbita più adatta nella quale sarà in grado di funzionare come un satellite di trasmissione dati. Inizialmente verrà utilizzato per la trasmissione dati del rover di ExoMars ma la sua funzionalità potrebbe essere estesa per servire future missioni. Utilizzando pannelli solari convenzionali per generare l’elettricità, il rover potrà spostarsi di alcuni chilometri sulla superficie rocciosa di colore rosso-arancione di Marte. Il veicolo sarà in grado di funzionare autonomamente impiegando il software di bordo e di navigare grazie ai sensori ottici. La futura complessa missione “Mars Sample Return” (Ritorno di campioni da Marte) utilizzerà cinque veicoli spaziali: uno stadio di trasferimento Terra/Marte, un orbiter per Marte, un modulo di discesa, un modulo di risalita e un veicolo di rientro sulla Terra. Quando l’orbiter si troverà in un’orbita a bassa altitudine intorno a Marte, il modulo di discesa verrà rilasciato, raggiungendo la superficie del pianeta. A bordo della piattaforma di atterraggio del modulo di discesa vi saranno un dispositivo per la raccolta di campioni e un veicolo di risalita. Terminata la raccolta dei campioni di suolo marziano, questi ultimi verranno caricati sul veicolo di risalita. Che verrà poi lanciato in orbita intorno al Pianeta Rosso per il “rendezvous” con il veicolo di rientro che, al termine dell’incontro, ritornerà sulla Terra lungo una traiettoria balistica con i preziosi campioni a bordo. Questi saranno poi protetti e isolati in un struttura di “conservazione” approntata per evitare la contaminazione dei campioni e consentire ai ricercatori di analizzarli in sicurezza. Un dispositivo di frenata gonfiabile, simile a quello utilizzato dalla Nasa e proposto per la missione ExoMars, sarà probabilmente utilizzato per la discesa nell’atmosfera marziana. Per il rientro nell’atmosfera terrestre è previsto un sistema a paracadute o con dispositivo gonfiabile. Saranno necessarie diverse nuove tecnologie per realizzare questa missione pionieristica euro-russa. Queste comprendono il sistema di atterraggio su Marte, il veicolo di risalita da Marte, il sistema di “rendezvous” nell’orbita di Marte e il veicolo o la capsula di rientro sulla Terra. In linea di principio, tutte possono essere sperimentate in un ambiente vicino al nostro pianeta, ad eccezione della valutazione finale del sistema di “rendezvous” e attracco che dovrebbe essere effettuato preferibilmente nell’orbita di Marte. La tecnologia necessaria per questa missione Flagship sarà sviluppata durante una serie di missioni “arrow” a carattere tecnologico. Alcuni fattori importanti che influenzano la struttura e lo sviluppo della missione sono: 1) il Sito di atterraggio: può rimanere incerto per un po’ di tempo, fino a che la conoscenza delle caratteristiche geochimiche, biologiche ed ambientali di Marte non migliori grazie a ulteriori missioni sul Pianeta Rosso; questo significa che la struttura del veicolo dovrà essere sufficientemente robusta per sopportare le caratteristiche di diversi siti di atterraggio che saranno selezionati in una fase successiva del programma; 2) Dimensione dei campioni: un esemplare di suolo da 500 grammi è ritenuto conforme alle raccomandazioni dell’International Mars Exploration Working Group (IMEWG); 3) Raccolta dei campioni: sarà necessario un trapano in miniatura per raccogliere i campioni di suolo marziano a una determinata profondità. I campioni saranno prelevati dall’area sottostante allo strato superiore di suolo, dato che se ne prevede la totale sterilità dovuta all’elevato livello di radiazioni. Tale livello sarà elevato poiché, a differenza dell’atmosfera terrestre, quella di Marte non filtra le radiazioni. Probabilmente segni di passate forme di vita non potranno essere trovati sulla superficie, a causa dell’elevato grado di ossidazione che distrugge le biofirme identificabili; 4) Protezione dei campioni: per proteggere i campioni sarà necessario prendere misure adeguate. Da un lato sarà necessario evitare la contaminazione di Marte da parte di organismi provenienti dalla Terra e dall’altro sarà essenziale assicurarsi che nessun organismo marziano, se ne esistono, contamini il nostro pianeta. Se tutto va secondo i piani, questa missione stimolante e complessa potrebbe essere lanciata entro il 2020. La “luce verde” per la missione ExoMars dell’Agenzia Spaziale Europea, dopo il “niet” della Nasa, potenzierà la collaborazione dell’Europa con la Russia, decretando la fine delle sanzioni economiche imposte da Washington. La Russia fin dall’inizio ha sempre dato piena disponibilità a diventare partner della doppia impresa marziana. L’Agenzia spaziale americana avrebbe dovuto fornire il rover per la missione del 2018. Il peso scientifico della missione ExoMars promette di aumentare negli anni grazie al contributo della Russia. “Sembra incredibile – osserva Giovanni Bignami – ma dal 1977 (Progetto Viking) ad oggi, nessuno strumento atterrato sulla superficie di Marte era dotato di strumenti specificamente dedicati alla ricerca di vita sul Pianeta Rosso. Neanche le missioni Nasa attualmente su Marte ne hanno. Una ragione in più perchè l’Europa non perda assolutamente l’occasione ExoMars che invece è attrezzato per la ricerca di forme di vita, soprattutto esplorando per la prima volta il sottosuolo marziano. La Nasa ha detto “no” ad ExoMars – rivela Bignami – e dunque la collaborazione con la Russia (e il lanciatore Proton) sono stati risolutivi per la missione. Tifiamo perchè ExoMars sia coronato dal pieno successo lassù in cielo e su Marte, in buona parte grazie dall’industria italiana, come del resto previsto fin dall’inizio”. Nel frattempo “Russia e Stati Uniti d’America continuano ad onorare il contratto per la fornitura dei lanciatori russi nonostante le sanzioni economiche – osserva Alexander Stadnik, rappresentante commerciale russo negli Usa – le parti proseguono la collaborazione nell’ambito dei precedenti accordi firmati. In particolare all’inizio di quest’anno la compagnia aerospaziale Energiya ha firmato con la società statunitense Orbital Sciences Corporation un contratto per la fornitura dei propulsori RD-181 per un importo di circa 1 miliardo di dollari”. In conformità all’accordo, la Russia si è impegnata a consegnare negli Stati Uniti ben 60 propulsori RD-181. Come osserva Stadnik, “quando sono state introdotte, le sanzioni contro la Russia interessavano anche i propulsori missilistici, ma in seguito la parte americana ci ha ripensato. A quanto pare si sono resi conto di aver bisogno di queste componenti russe per lo sviluppo della tecnologia missilistica, in caso contrario sarebbero stati costretti a limitare una serie di progetti costosi. Ovviamente per questo motivo le consegne dei nostri propulsori proseguono”. Esistono trattati, convenzioni e altri strumenti giuridici che possono consentire agli Usa o ad altri Stati di lavorare sulle risorse minerarie nello spazio con proprie multinazionali. Secondo <span style="color: #1f497d;">José Monserrat Filho</span>, docente di diritto spaziale (per diversi anni ha diretto il Dipartimento di Cooperazione Internazionale dell’Agenzia Spaziale Brasiliana e il Dipartimento Internazionale del Ministero della Scienza, Tecnologia e Innovazione del Brasile; ora ricopre la carica di vice presidente dell’Associazione brasiliana di Diritto aeronautico internazionale), “la questione non è ancora stata risolta all’interno della comunità internazionale. Il discorso riguarda una questione internazionale non relazionata con la giurisdizione nazionale dei singoli Stati. <span style="color: #1f497d;">Lo spazio e i corpi celesti devono essere sfruttati a beneficio di tutta l’umanità.</span> Pertanto nessuno può vantare diritti di proprietà esclusivi sugli oggetti spaziali. Nell’articolo № 2 del “<span style="color: #1f497d;">Trattato sullo spazio extra-atmosferico</span>” del 1967, il principale documento che regola le attività nello spazio, si afferma chiaramente che l’appropriazione di oggetti dello spazio esterno, inclusi la Luna e gli altri corpi celesti, non avviene con la rivendicazione della sovranità mediante lo sfruttamento, l’occupazione o in qualsiasi altro modo. È ancora in fase di elaborazione la regolamentazione nel modo dovuto della questione della proprietà privata nel contesto dello sviluppo industriale e commerciale delle risorse naturali dei corpi celesti, compresi gli asteroidi, dal momento che questo problema è peculiare”. Molti si chiedono se sia legittima l’iniziativa degli Stati Uniti d’America, approvata dal Senato Usa, nei termini della comunità internazionale. Anche perchè la liberalizzazione dell’impresa e dell’industria spaziale privata, è decollata solo negli Usa e molti imprenditori facoltosi, anche europei, preferiscono trasferire negli Usa le loro imprese spaziali per fabbricare le loro astronavi e navette. “Non so come reagiscano a questa dichiarazione gli alleati degli Stati Uniti – osserva José Monserrat Filho – ma in generale possiamo dire che la maggior parte degli Stati si opporrebbe perché il Diritto Internazionale ha norme molto chiare al riguardo. Oltre al Trattato sullo spazio extra-atmosferico del 1967, esiste un Accordo sulle attività degli Stati sulla Luna o sugli altri corpi celesti (detto “<span style="color: #1f497d;">Accordo relativo alla Luna</span>”) che è stato approvato all’unanimità dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1979, tuttavia è stato firmato solo da pochi Stati. Né gli Stati Uniti né la Russia hanno ratificato il documento. Ciononostante ha una rilevanza internazionale definita, il che significa che le sue disposizioni non possono essere ignorate. Nel documento si afferma chiaramente che i lavori di sviluppo e lo sfruttamento delle risorse naturali dei corpi celesti, siano la Luna o gli asteroidi, possono realizzarsi solo dopo la fondazione di una Istituzione internazionale appropriata, formata da tutti gli Stati interessati. In altre parole, l’Accordo propone di creare un sistema come quello che esiste oggi riguardo le risorse naturali dei fondali marini e di istituire un organismo internazionale adeguato. In questo modo qualsiasi “corporation” interessata a partecipare allo sfruttamento delle risorse dovrebbe condurre ricerche preliminari con l’assistenza di un organismo internazionale che controlla le attività di estrazione, in modo che queste attività non violino i diritti degli altri Stati”. Quindi è necessario e urgente creare un organismo di regolamentazione. “La soluzione migliore, a mio parere – rivela José Monserrat Filho – sarebbe quella contenuta nell’Accordo che disciplina le attività degli Stati sulla Luna, ma i Paesi hanno il diritto di continuare la discussione della relativa questione. Quello che non si dovrebbe fare in nessun caso è intraprendere una legge nazionale per affrontare una questione internazionale. È un esempio di pressione unilaterale. Questa non è la prima legge che è stata adottata negli Stati Uniti in questo ambito. Recentemente la Camera dei Rappresentanti ha approvato una legge, in cui si afferma chiaramente che il primo che atterrerà su un asteroide e inizierà a sviluppare le attività per lo sfruttamento delle sue risorse, sarà considerato il suo legittimo proprietario. Come comprendere e accettare che un solo Paese sia capace di determinare quello che sarà studiato e sfruttato sugli asteroidi e sugli altri corpi appartenenti al mondo e a nessuno in particolare?”. Lo “sviluppo della componente turistica nei cosmodromi è dovuta alla forte domanda”, riferisce l’Agenzia Spaziale Federale russa. Per effettuare viaggi regolari, gli scienziati russi hanno intenzione di creare un sistema logistico e infrastrutture idonee. “La dirigenza di Roscosmos intende sviluppare il turismo nei cosmodromi, tra cui quello di Vostochny”, osserva il quotidiano russo Izvestia. “Verrà sviluppato un sistema speciale che renderà le destinazioni turistiche più accessibili. La stessa società si occuperà del servizio ai turisti, ma sono necessari cambiamenti infrastrutturali che faremo sicuramente”, rivela Igor Bourenkov, il rappresentante ufficiale di Roscosmos. Secondo Burenkov, “la selezione degli operatori che serviranno direttamente i turisti sarà trasparente”. Izvestia chiarisce che un turista può già ora recarsi a Baikonur, ma il costo del viaggio su una navetta Soyuz è piuttosto salato. Un cittadino inglese che ha intenzione di visitare la struttura, oggi dovrebbe pagare 325mila Rubli (oltre 4mila Euro) in aggiunta al costo del biglietto da Londra a Mosca. “In questo momento ci sono escursioni ai siti di lancio, non sono organizzate in modo sporadico, in base a contratti una tantum con le aziende coinvolte nella vendita del servizio”, spiega Bourenkov. Le difficoltà della Russia di attirare un turismo spaziale su larga scala vengono dalle possibilità limitate delle infrastrutture e non dalle infami sanzioni economiche imposte dai Warlords. A Baikonur ci sono solo due alberghi dove è possibile far alloggiare i turisti stranieri disposti a pagare migliaia di dollari per il viaggio. Nei giorni di lancio, i più allettanti in termini di sviluppo turistico, gli alberghi sono strapieni. La necessità dello sviluppo del turismo è stata sottolineata nel corso della visita al cosmodromo Vostochny del Primo Ministro Dmitry Medvedev che ha messo in evidenza la forte domanda: “perché la gente vuole vedere le fasi di lancio del veicolo spaziale”. Secondo il co-proprietario di una catena di agenzie di viaggio, che in precedenza aveva condotto trattative con Roscosmos, strutture come i siti di lancio possono essere un buon punto di partenza per il rilancio del turismo interno. “Vediamo un crescente interesse per visitare luoghi remoti con una storia ricca – rivela il co-proprietario della catena di agenzie turistiche – persino Chernobyl negli ultimi due anni ha attirato centinaia di migliaia di persone. Con le giuste infrastrutture Baikonur può diventare la Mecca della storia russa, ha un enorme potenziale. Il suo limite risiede solo dalle capacità limitate di Baikonur, c’è bisogno di costruire alberghi”. Il via libera da parte del Presidente Vladimir Putin al primo lancio dal nuovo cosmodromo russo di Vostochny nel 2016, lascia sperare in un futuro decisamente migliore. La nuova infrastruttura è stata costruita nell’estremo oriente della Russia. “Se riuscissimo a farlo prima del Giorno del Cosmonauta, il 12 Aprile 2016, sarebbe grande – è l’auspicio del Presidente Putin – pianifichiamo il lancio nella Primavera del 2016”, direttamente espresso al vice Primo Ministro Dmitry Rogozin che ha la supervisione dell’industria spaziale russa. Anche Rogozin ha promesso che il primo lancio si terrà nel mese di Aprile 2016. “Ce la faremo”, ha detto durante una riunione. Il Presidente Vladimir Putin ha anche auspicato che ci sarà più cooperazione nel settore spaziale nel nuovo cosmodromo di Vostochny. “Naturalmente – ha ammesso Putin – ci auguriamo una cooperazione internazionale, già su larga scala oggi, ma abbiamo bisogno dei nostri partner per essere certi che il cosmodromo di Vostochny diventi uno dei migliori luoghi al mondo per lavorare insieme. Vogliamo incrementare le sue potenzialità”. L’Agenzia Spaziale Russa “Roscosmos al momento dialoga con Teheran sulla possibilità di formare un astronauta iraniano per una missione spaziale”, spiega Igor Komarov, ricordando che sono in corso negoziati per il lancio di un satellite della Repubblica Islamica dell’Iran. “Stiamo attualmente lavorando su queste tematiche. Stiamo discutendo sulla possibilità di addestrare un astronauta iraniano e di costruire un satellite per Teheran”, rivela Komarov ai giornalisti presso il cosmodromo di Vostochny, prossimo al “battesimo” spaziale! Pianeta che vai, italiano che trovi. Dal Sole a Saturno passando per comete, pianeti nani e asteroidi: c’è uno strumento “made in Italy” in quasi ogni angolo del Sistema Solare. E dal 14 Marzo 2016 al gruppo di viaggiatori interplanetari che parlano italiano si aggiunge ExoMars con l’obiettivo della ricerca di vita, passata o presente, sul Pianeta Rosso dell’astronomo italiano Vincenzo Cerulli al quale dovrebbe essere dedicato il sito di “ammartaggio” del lander Schiaparelli: Vincenzo Cerulli Mars Station. Dalla Russia su Marte con amore!</p>
<p style="text-align: right;"><span style="color: #1f497d;"> <b>© Nicola Facciolini</b></span></p>
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		<title>Il Viaggio nel Tempo, il Pianeta X e la Supernova cataclismatica cosmica ASASSN15lh</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Feb 2016 04:33:48 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Scienza e medicina]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“Il mondo è un libro e quelli che non viaggiano ne leggono solo una pagina” (Sant’Agostino). Oggi qui, domani altrove. Il viaggio nel tempo, tra diverse epoche temporali, inteso in maniera analoga al viaggio tra diversi punti dello spazio è, da sempre, un argomento che affascina l’immaginario, tant’è che lo si riscontra frequentemente sia nella letteratura sia nella cinematografia, presente in molti miti, come la saga di mago Merlino. La “macchina del tempo” classica, a cui il cinema e le storie di fantascienza hanno abituato il pubblico, è solitamente rappresentata come una sorta di veicolo o apparecchio nel quale si entra, per isolarsi dal resto dell’Universo, si configurano i parametri di viaggio e si aziona un comando di partenza, svanendo apparentemente nel nulla tra mille scintillanti riflessi di luce. Dopo pochi secondi si può uscire e ci si ritrova nel momento esatto impostato. Sì, ma “dove”? Tutti ricordano il celebre romanzo “L’uomo che visse nel futuro” di H.G. Wells, il 17 Agosto 1960 genialmente immortalato nella pellicola “The Time Machine” (99 min.) di George Pal. Quando il protagonista del viaggio, l’inventore George (l’attore Rod Taylor), si siede al comando della sua nuova creazione, ha “tutto il tempo che vuole”. Ha inventato una vera macchina del tempo. Persino un modellino dimostrativo sul quale spedisce, tra la meraviglia dei suoi gentili ospiti, un sigaro chissà “quando”! Sì perchè, come spiega George, il “dove” è chiaro, è sotto i loro stessi occhi: la sua abitazione londinese. Siamo nel 1899. Alla vigilia del nuovo XX Secolo, il peggiore di sempre nella storia dell’Umanità. La sua “macchina” proietta George nei tempi oscuri delle devastazioni per la “guerra atomica” del Novecento, fino all’anno 802701. In questa era remota, la passiva razza umana degli Eloi che vive in superfice tra le rovine della civiltà, dove i libri della vecchia biblioteca si consumano nella polvere, ha davanti un futuro sinistro, come possibile preda dei carnivori Morlock, esseri dagli occhi infuocati, mutanti retaggio delle radiazioni nucleari, che vivono sottoterra, nutrendo gli Eloi. A meno che, secondo Wells, dai meandri del passato non intervenga lo straniero che viaggia nel tempo, modificando la storia. La fantastica avventura “The Time Machine”, ricca di immagini straordinarie e inedite, dalla distruzione nucleare di Londra ad opera di “satelliti atomici”, accompagnata da spettacolari eruzioni vulcaniche e colate di lava, fino al suggestivo carosello del viaggio del tempo, valsero un Oscar al regista Pal. Naturalmente l’esploratore George incontrerà di nuovo gli amici, il 5 Gennaio 1900, raccontando la sua avventura. Nulla a che spartire con il film di Simon Wells del 2002. Fin qui la fantasia. Da un punto di vista scientifico, la Teoria della Relatività ristretta di Einstein, lascia la porta aperta alla ipotesi dello spostamento nel futuro grazie al fenomeno della “dilatazione del tempo”. Ma poiché questo è vincolato dal principio di causa-effetto, ha poco in comune con l’accezione comune del concetto di “viaggio” nel tempo, anche se prove sperimentali dimostrano che lo “scorrere del tempo non è universale”. Come previsto dalla Relatività ristretta, esso varia per osservatori in differente stato di moto l’uno rispetto all’altro. Tuttavia, anche se alcune speculazioni scientifiche in passato sembravano ammetterne la possibilità, attraverso condizioni estreme impossibili da realizzare con le tecnologie attualmente disponibili, l’Istituto Sistemi Complessi del Cnr, in collaborazione con l’Università La Sapienza di Roma e l’Università di L’Aquila, grazie a un finanziamento della John Templeton Foundation, pare abbia dimostrato che lo scorrere del tempo non può essere invertito, neppure in sistemi quantistici. Dai risultati della ricerca guidata da Claudio Conti, direttore dell’Isc-Cnr, pubblicati su Scientific Reports, appare chiaro che almeno per quanto riguarda il sogno di “tornare indietro nel tempo”, questo è sicuramente sfumato essendo stato provato sperimentalmente che la “freccia del tempo” nel nostro Universo “punta” solo verso il futuro. “Uno dei problemi principali della fisica moderna è spiegare perché il tempo va solo in avanti, e non si può tornare indietro – osserva Conti – la meccanica quantistica non fornisce nessuna indicazione sul perché i fenomeni naturali siano irreversibili. Consideriamo un pendolo messo a testa in giù: nella nostra esperienza quotidiana sappiamo che, dopo qualche istante, l’asta cadrà e non ritornerà più su. Ciò non era mai stato verificato per un pendolo quantistico, cioè una particella come un fotone o un elettrone che si muove intorno al proprio nucleo: diciamo che si ha un pendolo inverso quando queste particelle decadono, cioè si scompongono in particelle differenti e, si dice in fisica, vanno all’infinito, in un certo senso, spariscono”. La ricerca svolta è basata sulle teorie introdotte nel 1986 da Roy Glauber, premio Nobel per la Fisica, riguardanti la meccanica quantistica irreversibile, versione della meccanica quantistica che include i fenomeni irreversibili, cioè spiega perché il tempo scorre in una sola direzione. La teoria di Glauber ipotizza che il decadimento degli “oscillatori inversi quantistici” possa avvenire solo a determinate velocità, ma poiché le trasformazioni sono irreversibili, la particella, una volta decaduta, non può più riformarsi. Fino a oggi, però, non ci sono state verifiche dirette. I ricercatori del Cnr hanno ora scoperto che un fascio laser può simulare un particolare sistema quantistico irreversibile, il “pendolo invertito”, ed i risultati sperimentali sembrano confermare le predizioni teoriche della teoria. Da qui l’assunto che non si può tornare indietro nel tempo. “Nessuno prima d’ora aveva mai testato empiricamente questa teoria. Per simulare un oscillatore di Glauber – spiega Conti – abbiamo fatto passare un raggio luminoso attraverso un liquido fototermico. Il liquido assorbe la luce e la defocalizza rendendola simile a un oscillatore quantistico invertito e rende più facile individuare la quantizzazione dei decadimenti. Avendo ottenuto questa prova sperimentale, possiamo affermare che la teoria è verificata, anche per quanto riguarda la freccia del tempo”, asserisce Conti che specifica come la ricerca “oltre al suo valore intrinseco, apre nuove prospettive per lo sviluppo di tecnologie di più immediata applicazione, ad esempio nel campo della Fotonica, come nuovi tipi di laser per la Medicina e microscopi ad altissima risoluzione”. Mentre l’astronomo russo Konstantin Batygin crede che il pianeta scoperto insieme al collega Michael Brown, sia “l’ultimo corpo celeste del Sistema Solare”. Konstantin Batygin, teorico del nono pianeta, distante dal Sole 274 volte in più rispetto alla Terra, pensa che sia l’ultimo vero pianeta nostro Sistema. La comunicazione del Caltech è lapalissiana: “l’astronomo russo Konstantin Batygin e il suo collega americano Michael Brown hanno annunciato di essere riusciti a calcolare la posizione del misterioso pianeta X. Il Nono, o il Decimo, se si considera Plutone, dei pianeti del Sistema Solare, è distante dal Sole 41 miliardi di chilometri e ha un peso 10 volte maggiore della Terra”. Non solo. “Per la prima volta dopo 150 anni abbiamo prove reali di aver completato il censimento dei pianeti del Sistema Solare”, dichiara Batygin. Questa scoperta, raccontano i due scienziati, è stata compiuta grazie alla individuazione di due pianeti nani ultra lontani, “2012VP113” e “V774104”, di misure simili a Plutone, distanti dal Sole circa 12 e 15 miliardi di chilometri. Questi pianeti sono stati scoperti da Chad Trujillo dell’Osservatorio Gemini nelle Isole Hawaii (Usa), allievo di Brown, che ha condiviso con il maestro e Batygin le proprie osservazioni, suggerendo la “stranezza nel movimento del planetoide 2012VP113”, ribattezzato “Biden”, e di un’intera serie di oggetti della Fascia di Kuiper. L’analisi delle orbite di questi oggetti ha dimostrato che su tutti loro agisce un grande corpo celeste, che attrae le orbite di questi pianeti nani e asteroidi in una direzione precisa, uguale per almeno sei oggetti dell’elenco di Trujillo. Inoltre, le orbite di questi sono inclinate rispetto all’ellittica con uno stesso angolo di circa 30 gradi. Gli scienziati spiegano questa “coincidenza” paragonandola alle lancette di un orologio che si muovono a diversa velocità e indicano lo stesso minuto in qualsiasi momento li guardiate. La probabilità di un simile risultato è dello 0,007 percento e mostra che le orbite degli oggetti della Fascia di Kuiper non sono state attratte per caso. A dirigerle è stato un grande pianeta situato lontano oltre l’orbita di Plutone. I calcoli di Batygin mostrano i dati di questi pianeti: la loro massa è 5000 volte quella di Plutone, e ciò con ogni probabilità significa che si tratta di un gigante gassoso simile a Nettuno. Un anno su questo mondo lontano dura circa 15mila anni terrestri. Il pianeta si muove su un’insolita orbita: il suo perigeo, il punto di massimo avvicinamento al Sole, si trova in quella zona del Sistema Solare dove tutti gli altri pianeti hanno l’afelio, il punto di massima distanza dal nostro luminare. Tale orbita paradossalmente stabilizza la Fascia di Kuiper, evitando che i suoi oggetti si scontrino tra di loro. Finora gli astronomi non sono riusciti a osservare il “nono pianeta” a causa della sua distanza dal Sole. Ciò nonostante Batygin e Brown credono che questo avverrà nei prossimi 5 anni, quando la sua orbita sarà calcolata con maggiore precisione. Nessuno l’ha mai visto, non ancora. Ma i due ricercatori che hanno firmato lo studio, Konstantin Batygin e Mike Brown del Californian Institute of Technology, assicurano che le prove, questa volta, ci sono. Prove dell’esistenza, niente meno, di un nuovo pianeta ai confini del Sistema Solare! Battezzato in fretta e furia “Planet Nine”, il nuovo arrivato, se davvero ne sarà confermata l’esistenza, il condizionale è più che mai d’obbligo, non sarà un oggettino in bilico fra grosso asteroide e pianeta nano, tutt’altro. Se i calcoli sono corretti, è un mondo extra-large, un gigante con una massa pari a grosso modo 10 volte quella della Terra. Insomma, un mondo la cui stazza è assai più simile a quella di Urano e Nettuno, che non a quella del declassato Plutone. “Questo sarebbe un vero e proprio nono pianeta. Dall’antichità a oggi sono stati scoperti solo due veri nuovi pianeti – osserva Brown – e questo sarebbe il terzo. Si tratta di un tassello piuttosto importante del nostro Sistema Solare che ancora ci sfugge, il che è alquanto eccitante”. Un mondo remoto in tutti i sensi, il Planet Nine, la cui orbita sarebbe circa 20 volte più lontana dal Sole di quanto non sia quella di Nettuno che pure viaggia alla bellezza di circa quattro miliardi e mezzo di Km di distanza dalla nostra stella, e un anno, lassù, durerebbe non meno di 10mila anni terrestri. Ma se ancora nessun telescopio è riuscito a individuarlo, di che prove stiamo parlando? Dei risultati di modelli matematici e simulazioni al computer, spiegano i due ricercatori. Modelli messi a punto per spiegare le orbite anomale di alcuni oggetti osservati nella Fascia di Kuiper, sei in particolare. Costretti via via a escludere ipotesi meno rivoluzionarie, come la presenza di un corpo di dimensioni minori, a Batygin e Brown, per far tornare i conti, non è rimasto che prendere in considerazione l’ipotesi di un nuovo pianeta gigante. E i conti hanno cominciato a tornare! Così lavora la Scienza, sempre pronta mettere in discussione se stessa. “Benché all’inizio fossimo alquanto scettici circa la possibilità che questo pianeta potesse esistere, continuando a indagare la sua orbita e a valutare cosa significherebbe per il Sistema Solare esterno, ci siamo sempre più convinti che sia proprio là fuori – rivela Batygin – per la prima volta in oltre 150 anni, ci sono prove solide secondo le quali il censimento planetario del Sistema Solare è incompleto”. Lo studio “Evidence for a Distant Giant Planet in the solar system” di Konstantin Batygin e Michael E. Brown, è uscito su Astronomical Journal. La palla passa ora ai telescopi, a partire dai giganti hawaiiani della classe dei 10 metri di diametro, Keck e Subaru. “Certo, sarei entusiasta di trovarlo – confida Brown a proposito del “mitico” Pianeta X – ma sarei comunque felicissimo anche se a trovarlo fosse qualcun altro. È per questo che abbiamo pubblicato il nostro articolo: speriamo che altre persone ne traggano ispirazione per mettersi a cercare”. Per questo pubblichiamo anche la versione inglese della prima notizia dell’anno nuovo AD 2016: “Caltech researchers have found evidence of a giant planet tracing a bizarre, highly elongated orbit in the outer solar system. The object, which the researchers have nicknamed Planet Nine, has a mass about 10 times that of Earth and orbits about 20 times farther from the sun on average than does Neptune (which orbits the sun at an average distance of 2.8 billion miles). In fact, it would take this new planet between 10,000 and 20,000 years to make just one full orbit around the sun. The researchers, Konstantin Batygin and Mike Brown, discovered the planet’s existence through mathematical modeling and computer simulations but have not yet observed the object directly. “This would be a real ninth planet”, says Brown, the Richard and Barbara Rosenberg Professor of Planetary Astronomy. “There have only been two true planets discovered since ancient times, and this would be a third. It’s a pretty substantial chunk of our solar system that’s still out there to be found, which is pretty exciting”. Brown notes that the putative ninth planet-at 5,000 times the mass of Pluto-is sufficiently large that there should be no debate about whether it is a true planet. Unlike the class of smaller objects now known as dwarf planets, Planet Nine gravitationally dominates its neighborhood of the solar system. In fact, it dominates a region larger than any of the other known planets-a fact that Brown says makes it “the most planet-y of the planets in the whole solar system”. Batygin and Brown describe their work in the current issue of the Astronomical Journal and show how Planet Nine helps explain a number of mysterious features of the field of icy objects and debris beyond Neptune known as the Kuiper Belt. “Although we were initially quite skeptical that this planet could exist, as we continued to investigate its orbit and what it would mean for the outer solar system, we become increasingly convinced that it is out there”, says Batygin, an assistant professor of planetary science. “For the first time in over 150 years, there is solid evidence that the solar system’s planetary census is incomplete”. The road to the theoretical discovery was not straightforward. In 2014, a former postdoc of Brown’s, Chad Trujillo, and his colleague Scott Sheppard published a paper noting that 13 of the most distant objects in the Kuiper Belt are similar with respect to an obscure orbital feature. To explain that similarity, they suggested the possible presence of a small planet. Brown thought the planet solution was unlikely, but his interest was piqued. He took the problem down the hall to Batygin, and the two started what became a year-and-a-half-long collaboration to investigate the distant objects. As an observer and a theorist, respectively, the researchers approached the work from very different perspectives-Brown as someone who looks at the sky and tries to anchor everything in the context of what can be seen, and Batygin as someone who puts himself within the context of dynamics, considering how things might work from a physics standpoint. Those differences allowed the researchers to challenge each other’s ideas and to consider new possibilities. “I would bring in some of these observational aspects; he would come back with arguments from theory, and we would push each other. I don’t think the discovery would have happened without that back and forth”, says Brown. “It was perhaps the most fun year of working on a problem in the solar system that I&#8217;ve ever had”. Fairly quickly Batygin and Brown realized that the six most distant objects from Trujillo and Sheppard’s original collection all follow elliptical orbits that point in the same direction in physical space. That is particularly surprising because the outermost points of their orbits move around the solar system, and they travel at different rates. “It’s almost like having six hands on a clock all moving at different rates, and when you happen to look up, they&#8217;re all in exactly the same place”, says Brown. The odds of having that happen are something like 1 in 100, he says. But on top of that, the orbits of the six objects are also all tilted in the same way-pointing about 30 degrees downward in the same direction relative to the plane of the eight known planets. The probability of that happening is about 0.007 percent. “Basically it shouldn&#8217;t happen randomly”, Brown says. “So we thought something else must be shaping these orbits”. The first possibility they investigated was that perhaps there are enough distant Kuiper Belt objects-some of which have not yet been discovered-to exert the gravity needed to keep that subpopulation clustered together. The researchers quickly ruled this out when it turned out that such a scenario would require the Kuiper Belt to have about 100 times the mass it has today. That left them with the idea of a planet. Their first instinct was to run simulations involving a planet in a distant orbit that encircled the orbits of the six Kuiper Belt objects, acting like a giant lasso to wrangle them into their alignment. Batygin says that almost works but does not provide the observed eccentricities precisely. “Close, but no cigar”, he says. Then, effectively by accident, Batygin and Brown noticed that if they ran their simulations with a massive planet in an anti-aligned orbit-an orbit in which the planet’s closest approach to the sun, or perihelion, is 180 degrees across from the perihelion of all the other objects and known planets-the distant Kuiper Belt objects in the simulation assumed the alignment that is actually observed. “Your natural response is ‘This orbital geometry can’t be right. This can’t be stable over the long term because, after all, this would cause the planet and these objects to meet and eventually collide’,” says Batygin. But through a mechanism known as mean-motion resonance, the anti-aligned orbit of the ninth planet actually prevents the Kuiper Belt objects from colliding with it and keeps them aligned. As orbiting objects approach each other they exchange energy. So, for example, for every four orbits Planet Nine makes, a distant Kuiper Belt object might complete nine orbits. They never collide. Instead, like a parent maintaining the arc of a child on a swing with periodic pushes, Planet Nine nudges the orbits of distant Kuiper Belt objects such that their configuration with relation to the planet is preserved. “Still, I was very skeptical”, says Batygin. “I had never seen anything like this in celestial mechanics”. But little by little, as the researchers investigated additional features and consequences of the model, they became persuaded. “A good theory should not only explain things that you set out to explain. It should hopefully explain things that you didn’t set out to explain and make predictions that are testable”, says Batygin. And indeed Planet Nine’s existence helps explain more than just the alignment of the distant Kuiper Belt objects. It also provides an explanation for the mysterious orbits that two of them trace. The first of those objects, dubbed Sedna, was discovered by Brown in 2003. Unlike standard-variety Kuiper Belt objects, which get gravitationally “kicked out” by Neptune and then return back to it, Sedna never gets very close to Neptune. A second object like Sedna, known as 2012 VP113, was announced by Trujillo and Sheppard in 2014. Batygin and Brown found that the presence of Planet Nine in its proposed orbit naturally produces Sedna-like objects by taking a standard Kuiper Belt object and slowly pulling it away into an orbit less connected to Neptune. But the real kicker for the researchers was the fact that their simulations also predicted that there would be objects in the Kuiper Belt on orbits inclined perpendicularly to the plane of the planets. Batygin kept finding evidence for these in his simulations and took them to Brown. “Suddenly I realized there are objects like that”, recalls Brown. In the last three years, observers have identified four objects tracing orbits roughly along one perpendicular line from Neptune and one object along another. “We plotted up the positions of those objects and their orbits, and they matched the simulations exactly”, says Brown. “When we found that, my jaw sort of hit the floor”. “When the simulation aligned the distant Kuiper Belt objects and created objects like Sedna, we thought this is kind of awesome-you kill two birds with one stone”, says Batygin. “But with the existence of the planet also explaining these perpendicular orbits, not only do you kill two birds, you also take down a bird that you didn&#8217;t realize was sitting in a nearby tree”. Where did Planet Nine come from and how did it end up in the outer Solar System? Scientists have long believed that the early solar system began with four planetary cores that went on to grab all of the gas around them, forming the four gas planets-Jupiter, Saturn, Uranus, and Neptune. Over time, collisions and ejections shaped them and moved them out to their present locations. “But there is no reason that there could not have been five cores, rather than four”, says Brown. Planet Nine could represent that fifth core, and if it got too close to Jupiter or Saturn, it could have been ejected into its distant, eccentric orbit. Batygin and Brown continue to refine their simulations and learn more about the planet’s orbit and its influence on the distant solar system. Meanwhile, Brown and other colleagues have begun searching the skies for Planet Nine. Only the planet’s rough orbit is known, not the precise location of the planet on that elliptical path. If the planet happens to be close to its perihelion, Brown says, astronomers should be able to spot it in images captured by previous surveys. If it is in the most distant part of its orbit, the world’s largest telescopes-such as the twin 10-meter telescopes at the W. M. Keck Observatory and the Subaru Telescope, all on Mauna Kea in Hawaii-will be needed to see it. If, however, Planet Nine is now located anywhere in between, many telescopes have a shot at finding it. “I would love to find it”, says Brown. “But I’d also be perfectly happy if someone else found it. That is why we’re publishing this paper. We hope that other people are going to get inspired and start searching”. In terms of understanding more about the Solar System’s context in the rest of the Universe, Batygin says that in a couple of ways, this ninth planet that seems like such an oddball to us would actually make our solar system more similar to the other planetary systems that astronomers are finding around other stars. First, most of the planets around other sunlike stars have no single orbital range-that is, some orbit extremely close to their host stars while others follow exceptionally distant orbits. Second, the most common planets around other stars range between 1 and 10 Earth-masses. “One of the most startling discoveries about other planetary systems has been that the most common type of planet out there has a mass between that of Earth and that of Neptune”, says Batygin. “Until now, we’ve thought that the solar system was lacking in this most common type of planet. Maybe we&#8217;re more normal after all”. Brown, well known for the significant role he played in the demotion of Pluto from a planet to a dwarf planet adds, “All those people who are mad that Pluto is no longer a planet can be thrilled to know that there is a real planet out there still to be found”, he says. “Now we can go and find this planet and make the solar system have nine planets once again”. The paper is titled “Evidence for a Distant Giant Planet in the Solar System”, writes Kimm Fesenmaier. La Scienza, infatti, non è mai una questione di Fede. Ma senza la fede la Scienza non può esistere. Nè la tecnologia per varare la prima vera astronave interstellare, per verificare in situ la scoperta. Senza la fede, siamo già estinti. La notizia della possibile presenza ben oltre l’orbita di Nettuno di un nono pianeta con la “p” maiuscola, ovvero uno che soddisfi tutti i requisiti riformulati qualche anno fa dalla IAU, quelli stessi che invece declassarono Plutone, sta rimbalzando un po’ ovunque in tutto il mondo. Sarà il prossimo obiettivo della sonda New Horizons della Nasa? L’articolo dei ricercatori del Caltech Konstantin Batygin e Mike Brown, tutto teorico e basato su simulazioni al calcolatore, sostanzialmente afferma che “non può non esserci” un oggetto celeste della massa pari a dieci Terre, e che si possa trovare a una distanza dal Sole di circa 20 volte superiore a quella che compete a Nettuno. Tradotto in altri termini, il nono pianeta orbiterebbe a 90 miliardi di chilometri dal Sole. Il “nostro” Sistema Solare è diventato di colpo più grande, come la Terra ai tempi di Cristoforo Colombo? “L’articolo, molto tecnico, descrive le idee, le simulazioni e i risultati dello studio teorico portato avanti da Konstantin Batygin e Mike Brown. Da un paio di anni – osserva Giovanni Valsecchi, ricercatore Inaf all’Istituto di Astrofisica e Planetologia Spaziali di Roma, esperto di meccanica celeste – nella comunità scientifica che si occupa della parte esterna del Sistema Solare si sta cercando di capire se una certa concentrazione di alcuni dei parametri che descrivono le orbite degli oggetti più esterni della cosiddetta Fascia di Kuiper, al di là della regione planetaria, abbia una causa fisica o no. La filosofia generale del lavoro è simile a quella che ha portato alla scoperta di Nettuno. L’idea che sta dietro l’articolo è quella di incitare la comunità astronomica a cercare il pianeta di cui loro parlano. Se questo pianeta esistesse veramente, avrebbe anche delle conseguenze su quello che noi conosciamo riguardo alla parte più interna della Nube di Oort, perché questo pianeta si troverebbe fra la zona di confine della regione planetaria e la Nube di Oort interna”. Sappiamo già che ci sono diversi corpi celesti oltre l’orbita di Nettuno e Plutone. Ma sembrava difficile che potessero essercene di grandi come quello annunciato nel lavoro di Batygin e Mike Brown. “In effetti i ricercatori parlano di un pianeta di una decina di masse terrestri. Un valore interessante perché nel Sistema Solare – ricorda Valsecchi – abbiamo 4 pianeti interni, di cui il più grande è la Terra, e che hanno masse terrestri, come la Terra e Venere, o inferiori, come Mercurio e Marte; e 4 pianeti esterni, con i 2 giganti gassosi, Giove e Saturno che hanno fino a 300 masse terrestri e sono composti soprattutto da gas concentrati attorno a un nucleo solido, e poi Urano e Nettuno, ben più piccoli di Saturno e Giove, ma comunque molto più grandi della Terra, intorno alla ventina di masse terrestri. Nel Sistema Solare – rileva Valsecchi – sembra esserci un vuoto in questo intervallo di masse. È curioso, invece, che nei sistemi extrasolari che si stanno scoprendo, questa regione di masse è tutt’altro che vuota, anzi sono stati scoperti moltissimi oggetti con masse dalle 5 alle 10 volte quella della Terra. Se anche il Sistema Solare avesse un pianeta di 10 masse terrestri e in un’orbita così curiosa e così diversa da quelle dei pianeti che siamo abituati a considerare, certo sarebbe una scoperta non da poco”. Ma allora, se c’è veramente un oggetto di questa taglia, seppure a distanze così elevate, com’è possibile che nonostante i nostri super telescopi da terra e dallo spazio non lo abbiamo ancora scovato, e dobbiamo affidarci a predizioni per aiutarci per immortalarlo definitivamente? “La copertura del cielo da parte di telescopi potenti è oggi molto più accurata e più completa, ma non bisogna trascurare vari aspetti. Ad esempio – rivela Valsecchi – questo oggetto potrebbe esistere già, magari è stato già osservato e anche scartato in passato. Oggi c’è una grande copertura del cielo, sia per scoprire oggetti fuori dal Sistema Solare sia per scoprire asteroidi che posso passare vicino alla Terra. Di solito dietro il telescopio non c’è un uomo, bensì una macchina e quindi un calcolatore abituato a filtrare tutta una serie di individuazioni di oggetti che non sono l’obiettivo della ricerca in corso. Potrebbe succedere in futuro, nel caso venisse confermata l’esistenza del pianeta, di ritrovare la sua posizione su immagini prese ed archiviate senza notarlo”. Dalla teoria bisognerà poi passare alla pratica, ovvero confermare o smentire l’esistenza del pianeta. In che modo? “Su questo fondamentale aspetto vedo tre possibili linee d’azione. La più ovvia – rimarca Valsecchi – è quella di andare a cercare il pianeta, perché, per quanto vaga sia l’indicazione fornita dall’articolo, comunque c’è una striscia di cielo dove si potrebbe trovare questo oggetto. Si potrebbe poi riesaminare la stessa linea di cielo in tutte le immagini già prese negli scorsi decenni. Infine, è necessario capire se l’esistenza di questo nono pianeta ha delle conseguenze finora mai immaginate su ciò che conosciamo del Sistema Solare esterno, quindi sugli oggetti transnettuniani e sulle comete della Nube di Oort. Bisognerebbe rivedere i calcoli e le simulazioni fatti finora”. I record sono fatti per essere battuti, questa sembra essere l’impressione, ma difficilmente essi vengono superati  così ampiamente. Un altro team internazionale di scienziati, coordinato da  Subo Dong (Kavli Institute for Astronomy and Astrophysics, Peking University) e che include l’astrofisico italiano Gianluca Masi, responsabile scientifico del Virtual Telescope Project (www.virtualtelescope.eu), ha annunciato sulla prestigiosa rivista “Science” la scoperta di un’esplosione cosmica oltre 200 volte più potente di una tipica Supernova, eventi che già si collocano tra i più violenti cataclismi nell’Universo, e oltre due volte più luminosa della precedente Supernova detentrice del record. “ASASSN-15lh è la più luminosa supernova mai scoperta nella storia dell’uomo – dichiara Subo Dong – i meccanismi dell’esplosione restano avvolti nel mistero, considerata l’immensa quantità di energia che essa ha riversato nello spazio”. La sorgente, denominata ASASSN-15lh e collocata nella costellazione australe di Indus (“Indiano”) in direzione della galassia APMUKS(BJ) B215839.70-615403.9, è stata individuata lo scorso 14 Giugno 2015 da una coppia di telescopi gemelli da 14 cm installati a Cerro Tololo in Cile, parte della “All Sky Automated Survey for SuperNovae” (ASAS-SN), un progetto internazionale dedicato proprio alla ricerca sistematica di fenomeni transienti, coordinato dalla Ohio State University (Usa). Non è una “Supernova assassina” come titolano gli articoli per profani finora pubblicati, ma poco ci manca. “ASAS-SN è il primo progetto astronomico nella storia ad esaminare frequentemente l’intero cielo in ottico, alla ricerca di transienti” – osserva Krzysztof Stanek, professore di Astronomia alla Ohio State University e  co-Principal Investigator del progetto ASAS-SN. ASASSN-15lh è stata segnalata alla comunità scientifica il 16 Giugno, attraverso un telegramma astronomico ATel #7642, motivando ulteriori indagini. Sono state rinvenute foto di prescoperta risalenti a Maggio 2015. Tra Giugno e Luglio, il team di studiosi otteneva dati spettroscopici, impiegando anche il telescopio du Pont da 2.5 metri di Las Campanas (Cile) e il South African Large Telescope da 10 metri: le osservazioni suggerivano la natura dell’astro, una Supernova super-luminosa, povera in contenuto di Idrogeno (super-luminous supernovae, SLSNe-I) la cui distanza è stata stimata in circa 3.8 miliardi di anni luce. ASASSN-15lh è risultata essere oltre due volte più luminosa di tutte le sorgenti simili finora scoperte: nel momento del picco di emissione, la sua luminosità era equivalente a quella di 570 miliardi di stelle come il Sole, venti volte l’intera emissione della “nostra” Via Lattea. Le osservazioni suggeriscono che si tratti di un caso estremo tra i corpi celesti di quella rarissima popolazione. “Se ASASSN-15lh si fosse trovata alla distanza di Sirio, la stella più luminosa nel cielo notturno, situata a 8.5 anni luce da noi – rivela Gianluca Masi – “l’avremmo vista brillare con una luminosità apparente pari a quella del Sole”. Poco prima di estinguerci, a causa dell’intenso flusso di radiazioni! La ASASSN-15lh ha irradiato qualcosa come (1.1 ± 0.2) × 10E52 ergs, sfidando l’energia delle stelle Magnetar. Anche lo studio della galassia ospite ha fornito non poche sorprese. Essa appare di massa ben superiore a quella tipica delle galassie che hanno ospitato sorgenti comparabili, anche se non si può escludere che la galassia ospite sia una “nana” vicina alla presunta e più larga “dimora” cosmica. L’interpretazione fisica di ASASSN-15lh è senza dubbio complessa e non possibile attraverso i tradizionali meccanismi invocati per le Supernovae ordinarie. “La sorgente di una tale esplosione – osserva Gianluca Masi – non è nota. La carenza di Idrogeno o Elio suggerisce che non si possa considerare un meccanismo di interazione (shock) con materiale circumstellare ricco di Idrogeno per interpretare le SLSNe-I e la ASASSN-15lh. Il tasso di declino dopo il massimo per le SLSNe-I appare troppo rapido per poter essere spiegato con il decadimento radioattivo del Nickel-56 che è invece fondamentale nelle ordinarie Supernovae di tipo Ia. Stimiamo che occorrerebbero non meno di 30 masse solari di Nikel-56 per ottenere la luminosità di picco di ASASSN-15lh; probabilmente ulteriori osservazioni chiariranno questo punto”. Una possibilità potrebbe essere che il rallentamento di una stella di neutroni rapidamente rotante, dotata di elevato campo magnetico (Magnetar) alimenti questa straordinaria emissione, per quanto le energie in gioco rilevate appaiano comunque elevate. Supernovae come la ASASSN-15lh potrebbero essere innescate dalla morte di stelle incredibilmente massive, che vanno oltre i limiti di massa ritenuti da molti astronomi come plausibili. ASASSN-15lh rappresenta indubbiamente un caso scientifico senza precedenti. Ulteriori studi sono in corso per valutare eventuali connessioni con altri fenomeni astrofisici quali, ad esempio, i nuclei galattici attivi (AGN). Per fare luce sullo straordinario caso di ASASSN-15lh, il gruppo di ricerca ha ottenuto tempo osservativo al Telescopio Spaziale Hubble, con cui Dong e colleghi otterranno le più dettagliate informazioni sul post-esplosione. Importanti chiarimenti circa la vera sorgente della sua potente emissione potrebbero venire alla luce.  “ASASSN-15lh potrebbe condurci verso nuove idee e nuove osservazioni dell’intera classe delle Supernovae superluminose – rileva Dong – e noi non vediamo l’ora di averne molte negli anni a venire”. Certamente, in futuro la comprensione di simili, straordinari transienti astrofisici conoscerà un notevole progresso, quando le varie “survey” avranno allargato il campione di eventi conosciuti. Nel 2022, in particolare, dovrebbe entrare in funzione il Large Synoptic Survey Telescope in Cile, il cui contributo in questo ambito potrebbe rivelarsi rivoluzionario. Oggi è la più brillante Supernova mai scoperta da un gruppo di astronomi come quello guidato da Subo Dong del Kavli Institute for Astrophysics di Pechino in Cina, a cui ha partecipato Filomena Bufano dell’Osservatorio Astrofisico Inaf di Catania. Alcune classi di stelle giunte al termine del loro ciclo evolutivo esplodono in catastrofiche emissioni di energia gravitazionale, dando luogo a uno degli eventi fra i più brillanti nell’Universo, noto come Supernova. Il 99 percento dell’energia della stella viene emessa sotto forma di Neutrini. Ma anche tra le Supernovae sembrano essercene alcune ancora più “super”, tanto da indurre gli astronomi ad assegnare loro l’ulteriore aggettivo superluminose e/o “iper”. A ragione, visto che possono essere da 100 a 1000 volte più brillanti delle più comuni Supernovae. ASASSN-15lh è un nuovo evento di Supernova superluminosa, scoperta dal gruppo della All Sky Automated Survey for SuperNovae (ASAS-SN) grazie a una rete di telescopi robotici di 14 cm di diametro sparsi in tutto il mondo che scandagliano il cielo nella banda della luce visibile ogni due o tre notti, alla ricerca Supernovae brillanti. Dopo il primo “allerta” di un nuovo possibile evento segnalato dal sistema di ASASSN, il 14 Giugno 2015, nei giorni seguenti altri telescopi più potenti sono stati puntati sulla sorgente per raccogliere e analizzare la sua luce. “È stato grazie però agli spettri catturati con il telescopio Du Pont in Cile e soprattutto il Southern African Large Telescope e il Magellan Clay – rivela Filomena Bufano, coautrice del lavoro di scoperta “ASASSN-15lh: A Highly Super-Luminous Supernova” di Subo Dong, B.J. Shappee, J.L. Prieto, S.W. Jha, K.Z. Stanek, T.W.-S. Holoien, C.S. Kochanek, T.A. Thompson, N. Morrell, I.B. Thompson, U. Basu, J.F. Beacom, D. Bersier, J. Brimacombe, J.S. Brown, F. Bufano, Ping Chen, E. Conseil, A.B. Danilet, E. Falco, D. Grupe, S. Kiyota, G. Masi,B. Nicholls, F. Olivares E., G. Pignata, G. Pojmanski, G.V. Simonian, D.M. Szczygiel e P.R. Woźniak, pubblicato su Science – che siamo riusciti a calcolare la distanza dell’esplosione e quindi a risalire alla immane luminosità rilasciata nell’evento, paragonabile ad alcune decine di volte quella di tutte le stelle che compongono la nostra Galassia!”. Lo spettro di ASASSN-15lh assomiglia a quelli delle supernovae superluminose povere di Idrogeno. Fra i modelli proposti per spiegare le luminosità estreme di queste, il più accreditato è quello che vede la formazione di una Magnetar, ovvero una stella a neutroni caratterizzata da un campo magnetico estremamente potente e altissima velocità di rotazione, che potrebbe fornire una notevole quantità di energia addizionale rispetto alle Supernovae classiche. “L’importanza di questa classe di Supernovae estreme sta nella possibilità di osservarle anche a grandissime distanze, grazie alla loro estrema luminosità – rileva la Bufano – la comprensione dell’origine fisica di questo tipo di oggetti è fondamentale dunque non solo perché potremo utilizzarli come indicatori di distanza ma anche perché attraverso essi saremo così testimoni dell’evoluzione delle stelle formatesi nelle prime fasi dell’Universo, grazie anche alle grandi potenzialità dei futuri telescopi come lo European Extremely Large Telescope (E-ELT) e il James Webb Space Telescope”. La più famosa Supernova dei tempi moderni, la più vicina e la più luminosa, finora, resta la SN1987A, o meglio il suo “resto” che deve ancora svelare tutti i suoi segreti agli astronomi. Tempo fa i ricercatori dell’ International Centre for Radio Astronomy Research (ICRAR) australiano avevano osservato con un dettaglio mai raggiunto prima l’emissione radio della Supernova, nelle lunghezze d’onda millimetriche. La SN1987A è stata osservata per la prima volta nel 1987, nella Grande Nube di Magellano, alla distanza di 55mila parsec dalla Terra, circa 182mila anni luce. I ricercatori credettero di aver trovato una nuova stella e, invece, avevano scoperto la più “vicina” Supernova: una stella gigante nel suo stadio finale, la più brillante mai osservata dai tempi di Galileo Galilei, quando furono inventati i telescopi, 4 secoli fa. Nello studio pubblicato su The Astrophysical Journal, il team di astronomi australiani e cinesi avevano analizzato i dati ottenuti utilizzando il radiotelescopio dell’Australia Telescope Compact Array (ATCA) – CSIRO, nel Nuovo Galles del Sud. “Riprendere oggetti astronomici così distanti a lunghezze d’onda inferiori a un centimetro richiede delle condizioni atmosferiche stabili. Per questo tipo di telescopi queste sono possibili solo durante i momenti più freddi dell’inverno, ma anche in quei casi l’umidità può creare molti problemi”, affermò l’autrice principale Giovanna Zanardo dell’ICRAR. Diversamente dai telescopi ottici, i radiotelescopi funzionano anche di giorno e posso scrutare anche attraverso gli ammassi di gas e polvere e guardare “dentro” oggetti astronomici come i resti delle Supernove, radiogalassie e buchi neri. I ricercatori studiano l’evoluzione delle Supernovae fino ad arrivare allo stadio di resti di Supernovae, per capire meglio come avvengono queste esplosioni. Ossia per individuare nei cataloghi la stella madre estinta. Con il loro studio gli astronomi avevano analizzato la morfologia di SN1987A attraverso le immagini ad altissima risoluzione e le avevano anche comparate ai dati ottici e ai raggi X collezionati negli anni, per tracciarne la storia. La sovrapposizione RGB  dei dati di tre telescopi, risulta palese: in rosso vediamo le osservazioni radio fatte dall’Australian Compact Array, il verde corrisponde al telescopio ottico Hubble e il blu ai dati ai raggi X del satellite Chandra della Nasa. Gli scienziati “credono” che al centro di ciò che resta di SN1987A vi possa essere una nebulosa con una stella pulsar al suo interno, e che quindi  l’esplosione della Supernova non abbia provocato la formazione di un buco nero, ma di una stella di neutroni. E tutto questo in appena 400 anni di Scienza.</p>
<p style="text-align: right;">© Nicola Facciolini</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2016/02/02/il-viaggio-nel-tempo-il-pianeta-x-e-la-supernova-cataclismatica-cosmica-asassn15lh/">Il Viaggio nel Tempo, il Pianeta X e la Supernova cataclismatica cosmica ASASSN15lh</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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		<title>Happy Holyween:  La Grande Festa di Ognissanti</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Oct 2015 07:34:41 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2015/10/30/happy-holyween-la-grande-festa-di-ognissanti/">Happy Holyween:  La Grande Festa di Ognissanti</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="color: #1c1c1c;">“Chiediamo l’aiuto dell’Arcangelo San Michele per difenderci dalle insidie e dalle trappole del diavolo” (Papa Francesco). “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il Regno dei Cieli”(Vangelo di Gesù secondo Matteo 5,8-10). Happy Holyween. Happy Hallowmas. Beati tra i Santi. Omnes Sancti et Sanctae Dei, intercedite pro nobis. Felice Festa di Holyween. È la notte del 31 Ottobre, vigilia della solennità di Tutti i Santi, il 1° Novembre. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #1c1c1c;">All Hallows Eve Day! Una notte con Gesù Eucarestia. È il modo giusto di festeggiare la vigilia di Ognissanti. La vita cristiana è un “combattimento contro il demonio, il mondo e le passioni della carne” – osserva Papa Francesco. Il Pontefice ribadisce che “il diavolo esiste e noi dobbiamo lottare contro di lui con l’armatura della verità. Forza e coraggio”. Papa Francesco riflettendo sulle parole di San Paolo che agli Efesini “sviluppa in un linguaggio militare la vita cristiana”, sottolinea come “la vita in Dio si deve difendere, si deve lottare per portarla avanti. Ci vogliono forza e coraggio per resistere e per annunziare. Per andare avanti nella vita spirituale si deve combattere. Non è un semplice scontro, no, è un combattimento continuo”. Francesco rammenta che sono tre “i nemici della vita cristiana: il demonio, il mondo e la carne”, ovvero le nostre passioni “che sono le ferite del peccato originale. Certo, la salvezza che ci dà Gesù è gratuita, ma siamo chiamati a difenderla: da che devo difendermi? Cosa devo fare? Indossare l’armatura di Dio, ci dice Paolo, cioè quello che è di Dio ci difende, per resistere alle insidie del diavolo. È chiaro? Chiaro. Non si può pensare ad una vita spirituale, ad una vita cristiana, diciamo ad una vita cristiana, senza resistere alle tentazioni, senza lottare contro il diavolo, senza indossare quest’armatura di Dio, che ci dà forza e ci difende. San Paolo sottolinea che la nostra battaglia non è contro cose piccole, ma contro i principati e le potenze, cioè contro il diavolo e i suoi. Ma a questa generazione, a tante altre, hanno fatto credere che il diavolo fosse un mito, una figura, un’idea, l’idea del male. Ma il diavolo esiste e noi dobbiamo lottare contro di lui. Lo dice Paolo, non lo dico io! La Parola di Dio lo dice. Ma noi – rileva Papa Bergoglio – non siamo tanto convinti. E poi Paolo dice com’è quest’armatura di Dio, quali sono le diverse armature, che fanno questa grande armatura di Dio. E lui dice: ‘State saldi, dunque, state saldi, attorno ai fianchi la verità’. Questa è un’armatura di Dio: la verità. Il diavolo – avverte il Santo Padre – è il bugiardo, è il padre dei bugiardi, il padre della menzogna. E con San Paolo bisogna avere ai fianchi la verità, indosso la corazza della giustizia. Non si può essere cristiani, senza lavorare continuamente per essere giusti. Non si può. Una cosa che ci aiuterebbe tanto, sarebbe domandarci se credo o non credo. Se credo un po’ sì e un po’ no. Sono un po’ mondano e un po’ credente? Senza fede non si può andare avanti, non si può difendere la salvezza di Gesù. Abbiamo bisogno di questo scudo della fede perché il diavolo non ci butta addosso fiori ma frecce infuocate per ucciderci”. Papa Francesco esorta dunque a prendere “l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito che è la Parola di Dio”, e invita a pregare costantemente, a vegliare con preghiere e suppliche. “La vita è una milizia. La vita cristiana è una lotta – afferma Papa Bergoglio – una lotta bellissima, perché quando il Signore vince in ogni passo della nostra vita, ci dà una gioia, una felicità grande: quella gioia che il Signore ha vinto in noi, con la sua gratuità di salvezza. Ma sì, tutti siamo un po’ pigri, no, nella lotta, e ci lasciamo portare avanti dalle passioni, da alcune tentazioni. È perché siamo peccatori, tutti! Ma non scoraggiatevi. Coraggio e forza, perché c’è il Signore con noi”. Chi sono i Santi? San Giovanni Paolo II, il 1° Novembre 2000, ne delinea la figura, in occasione del 50mo Anniversario della definizione dogmatica dell’Assunzione della Beata Vergine Maria. “Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli” (Ap 7, 12). In atteggiamento di profonda adorazione della Santissima Trinità – afferma Papa Giovanni Paolo II – ci uniamo a tutti i Santi che celebrano perennemente la liturgia celeste per ripetere con loro il ringraziamento al nostro Dio per le meraviglie da lui operate nella storia della salvezza. Lode e azione di grazie a Dio per aver suscitato nella Chiesa una moltitudine immensa di Santi, che nessuno può contare (cfr Ap 7,9). Una moltitudine immensa: non solo i Santi e i Beati che festeggiamo durante l’anno liturgico, ma anche i Santi anonimi, conosciuti solo da Lui. Madri e padri di famiglia, che nella quotidiana dedizione ai figli hanno contribuito efficacemente alla crescita della Chiesa e all’edificazione della società; sacerdoti, suore e laici che, come candele accese dinanzi all’altare del Signore, si sono consumati nel servizio al prossimo bisognoso di aiuto materiale e spirituale; missionari e missionarie, che hanno lasciato tutto per portare l’annuncio evangelico in ogni parte del mondo. E l’elenco potrebbe continuare. Lode e azione di grazie a Dio, in modo particolare, per la più santa tra le creature, Maria, amata dal Padre, benedetta a motivo di Gesù, frutto del suo grembo, santificata e resa nuova creatura dallo Spirito Santo. Modello di santità per aver messo la propria vita a disposizione dell&#8217;Altissimo, Ella “brilla ora innanzi al peregrinante popolo di Dio quale segno di sicura speranza e di consolazione” (Lumen gentium, 68). Proprio oggi ricorre il cinquantesimo anniversario dell’atto solenne con cui il mio venerato predecessore Papa Pio XII, in questa stessa Piazza, definì il dogma dell’Assunzione di Maria al cielo in anima e corpo. Lodiamo il Signore per aver glorificato la Madre sua, associandola alla Sua vittoria sul peccato e sulla morte. Alla nostra lode hanno voluto unirsi oggi, in modo speciale, i fedeli di Pompei, che sono venuti numerosi in pellegrinaggio, guidati dall’Arcivescovo Prelato del Santuario, Mons. Francesco Saverio Toppi, e accompagnati dal Sindaco della città. La loro presenza ricorda che fu proprio il Beato Bartolo Longo, fondatore della nuova Pompei, ad avviare, nel 1900, il movimento promotore della definizione del dogma dell’Assunzione. L’odierna liturgia parla tutta di santità. Per sapere però quale sia la strada della santità, dobbiamo salire con gli Apostoli sul monte delle Beatitudini, avvicinarci a Gesù e metterci in ascolto delle parole di vita che escono dalle sue labbra. Anche oggi Egli ripete per noi: Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli! Il divin Maestro proclama “beati” e, potremmo dire, “canonizza” innanzitutto i poveri in spirito, cioè coloro che hanno il cuore sgombro da pregiudizi e condizionamenti, e sono perciò totalmente disponibili al volere divino. L’adesione totale e fiduciosa a Dio suppone lo spogliamento ed il coerente distacco da se stessi. Beati gli afflitti! È la beatitudine non solo di coloro che soffrono per le tante miserie insite nella condizione umana mortale, ma anche di quanti accettano con coraggio le sofferenze derivanti dalla professione sincera della morale evangelica. Beati i puri di cuore! Sono proclamati beati coloro che non si contentano di purezza esteriore o rituale, ma cercano quell’assoluta rettitudine interiore che esclude ogni menzogna e doppiezza. Beati gli affamati e assetati di giustizia! La giustizia umana è già una meta altissima, che nobilita l’animo di chi la persegue, ma il pensiero di Gesù va a quella giustizia più grande che sta nella ricerca della volontà salvifica di Dio: beato è soprattutto chi ha fame e sete di questa giustizia. Dice infatti Gesù: “Entrerà nel regno dei cieli chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Mt 7,21). Beati i misericordiosi! Felici sono quanti vincono la durezza di cuore e l’indifferenza, per riconoscere in concreto il primato dell’amore compassionevole, sull’esempio del buon Samaritano e, in ultima analisi, del Padre “ricco di misericordia” (Ef 2,4). Beati gli operatori di pace! La pace, sintesi dei beni messianici, è un compito esigente. In un mondo, che presenta tremendi antagonismi e preclusioni, occorre promuovere una convivenza fraterna ispirata all’amore e alla condivisione, superando inimicizie e contrasti. Beati coloro che si impegnano in questa nobilissima impresa! I Santi – insegna San Giovanni Paolo II – hanno preso sul serio queste parole di Gesù. Hanno creduto che la “felicità” sarebbe venuta loro dal tradurle nel concreto della loro esistenza. E ne hanno sperimentato la verità nel confronto quotidiano con l’esperienza: nonostante le prove, le oscurità, gli insuccessi, hanno gustato già quaggiù la gioia profonda della comunione con Cristo. In Lui hanno scoperto, presente nel tempo, il germe iniziale della futura gloria del Regno di Dio. Questo scoprì, in particolare, Maria Santissima che col Verbo incarnato visse una comunione unica, affidandosi senza riserve al suo disegno salvifico. Per questo le fu dato di ascoltare, in anticipo rispetto al “discorso della montagna”, la beatitudine che riassume tutte le altre: “Beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore” (Lc 1, 45). Quanto profonda sia stata la fede della Vergine nella parola di Dio traspare con nitidezza dal cantico del Magnificat: “L’anima mia magnifica il Signore, e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva” (Lc 1,46-48). Con questo canto Maria mostra ciò che ha costituito il fondamento della sua santità: la profonda umiltà. Ci si può domandare in che cosa consistesse questa sua umiltà. Molto dice al riguardo il “turbamento” suscitato in Lei dal saluto dell’Angelo: “Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te” (Lc 1,28). Di fronte al mistero della grazia, all’esperienza di una particolare presenza di Dio che ha posato su di Lei il Suo sguardo, Maria prova un naturale impulso di umiltà (letteralmente di “abbassamento”). È la reazione della persona che ha la piena consapevolezza della propria piccolezza di fronte alla grandezza di Dio. Maria contempla nella verità se stessa, gli altri, il mondo.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #1c1c1c;">Non fu forse segno di umiltà la domanda: “Come avverrà questo? Non conosco uomo!” (Lc 1,34). Aveva appena udito di dover concepire e dare alla luce un Bimbo, che avrebbe regnato sul trono di Davide come Figlio dell’Altissimo. Certamente non comprese pienamente il mistero di quella divina disposizione, ma capì che essa significava un totale cambiamento nella realtà della sua vita. Tuttavia non domandò: sarà davvero così? deve accadere questo? Disse semplicemente: Come avverrà? Senza dubbi e senza riserve accettò l’intervento divino che cambiava la sua esistenza. La sua domanda esprimeva l’umiltà della fede, la disponibilità a porre la propria vita al servizio del mistero divino, pur nella incapacità di comprendere il come del suo avverarsi. Questa umiltà dello spirito, questa piena sottomissione nella fede si espresse in modo particolare nel suo “fiat”: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1,38). Grazie all’umiltà di Maria poté compiersi quello che Ella avrebbe in seguito cantato nel Magnificat: “D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e Santo è il suo nome” (Lc 1,48-49). Alla profondità dell’umiltà corrisponde la grandezza del dono. L’Onnipotente operò per Lei “grandi cose” (cfr Lc 1,49) ed Ella seppe accettarle con gratitudine e trasmetterle a tutte le generazioni dei credenti. Ecco il cammino verso il cielo che ha seguito Maria, Madre del Salvatore, precedendo su questa via tutti i Santi e i Beati della Chiesa. Beata sei tu, Maria, assunta in cielo in anima e corpo! Pio XII definì questa verità “a gloria di Dio onnipotente&#8230;, a onore del suo Figlio, re immortale dei secoli e vincitore del peccato e della morte, a maggior gloria della Madre sua, a gioia ed esultanza di tutta la Chiesa” (Cost. Ap. Munificentissimus Deus, AAS 42 [1950], 770). E noi esultiamo, o Maria Assunta, nella contemplazione della tua persona glorificata e resa, in Cristo risorto, collaboratrice con lo Spirito per la comunicazione della vita divina agli uomini. In Te vediamo il traguardo della santità cui Dio chiama tutti i membri della Chiesa. Nella tua vita di fede scorgiamo la chiara indicazione della strada verso la maturità spirituale e la santità cristiana. Con Te e con tutti i Santi glorifichiamo Dio Trinità, che sostiene il nostro pellegrinaggio terreno e vive e regna nei secoli dei secoli. Amen”. Il 31 Ottobre 1512 il Papa Giulio II inaugura la volta della Cappella Sistina completata da Michelangelo Buonarroti dopo quattro anni di duro lavoro celebrati nel famoso sonetto “I’ho già fatto un gozzo in questo stento” e nel film “Il tormento e l’estasi” di Carol Reed basato sul romanzo di Irving Stone. A Roma, ogni giorno, 10-20mila persone nei periodi di massima affluenza turistica, visitano la Cappella Sistina nella Città del Vaticano. Persone di ogni provenienza, lingua e cultura, di ogni religione o di nessuna religione, contemplano gli affreschi della Cappella Sistina, lo specchio del Cielo, l’attrazione fatale, l’oggetto del desiderio, l’obiettivo irrinunciabile per tutti. Quel 31 Ottobre del 1512, quando Papa Giulio II inaugura con la liturgia dei Vespri, la volta da Michelangelo conclusa dopo un’immane fatica durata dal 1508 al 1512, il Romano Pontefice non può immaginare che da quei più di mille metri di scene bibliche dell’Antico e Nuovo Testamento affrescate, sarebbe precipitato su Roma e sulla storia dell’arte mondiale un violento torrente montano portatore di felicità ed estesi ma anche di tormento e devastazione, come scriverà Heinrich Wölfflin nel 1899 con una bella metafora. Di fatto, dopo la volta della Sistina, la storia dell’arte in Italia e in Europa cambia radicalmente. Niente sarà più come prima. Con la volta di Michelangelo ha inizio quella stagione delle arti che i manuali definiscono del manierismo. “La volta – scrive Giorgio Vasari – diventerà la lucerna destinata a illuminare la storia degli stili per molte prossime generazioni di artisti”. Oggi cinque milioni di visitatori all’anno all’interno della Cappella Sistina producono un ben arduo tormento, spaventoso quanto l’orribile festa demoniaca di Halloween, inventata ed esportata dagli Stati Uniti d’America in tutto il mondo per legittimare nei piccoli e nei grandi l’adorazione di Satana, il quale può così vantarne il possesso. Altro che festa in maschera! La pressione antropica con le polveri indotte, l’umidità che i corpi portano con sé, l’anidride carbonica della traspirazione, comportano disagio per i visitatori della Sistina e, nel lungo periodo, possibili danni per le pitture. In Vaticano potrebbero contingentare l’accesso, introdurre il numero chiuso. Lo faranno se la pressione turistica dovesse aumentare oltre i limiti di una ragionevole tollerabilità e se non riusciranno a contrastare con adeguata efficacia il problema. Gli esperti ritengono, però, contrariamente a quanto apparso sui media, che nel breve medio periodo l’adozione del numero chiuso non sia necessaria. Era urgente mettere in opera tutte le più avanzate provvidenze tecnologiche in grado di garantire l’abbattimento di polveri e inquinanti, il veloce ed efficace ricambio dell’aria, il controllo della temperatura e dell’umidità. Come ricorda Giovanni Urbani, alla nostra epoca non è dato avere un nuovo Michelangelo. A noi è dato però il dominio della bellezza, della scienza e della tecnica le quali consentono, pare ragionevole pensare, se correttamente applicate, di conservare il Michelangelo che la storia ci ha trasmesso nelle condizioni migliori, per il tempo più lungo possibile. D’altra parte, visitare la Cappella Sistina è salutare per l’anima e per il corpo. Nella Grande Festa di Ognissanti (Holyween, </span><span style="color: #1c1c1c;">Hallowmas</span><span style="color: #1c1c1c;">) la Chiesa Cattolica Apostolica Romana concede l’indulgenza plenaria (condono della pena per tutti i peccati commessi) ai cristiani (ma anche ai cari defunti in Purgatorio) che si confessano, visitano i cimiteri, recitano il Credo e vanno a Messa. Mentre i neopagani e i settari di tutte le gradazioni festeggiano l’eretica Halloween, erigendo statue al diavolo come accade negli Usa, il plauso va a quei buoni cattolici che, non soggiogati da stupide e peccaminose mode e cerimonie commerciali, festeggiano Ognissanti il Primo Novembre dedicato a tutti i Santi, quelli del Paradiso e del Purgatorio e tutti quei cristiani anonimi che, in grazia di Dio, possono dirsi Santi, e il Due Novembre i propri cari Defunti. E che per tutto il resto del mese continuano a ricordarli con vero e profondo spirito cristiano di carità. Il Primo Novembre, festa di Ognissanti, la Religione Cattolica trionfa sul paganesimo e sulle forze del male: Omnes Sancti et Sanctae Dei, intercedite pro nobis. Il Due N</span><span style="color: #1c1c1c;">ovembre</span><span style="color: #1c1c1c;">, commemorazione dei fedeli defunti, si ricordano le Indulgenze della Chiesa per i nostri antenati. Le condizioni per l’Indulgenza Plenaria sono: adempiere l’opera prescritta con l’intenzione (almeno abituale e generale) di guadagnare l’indulgenza; confessione e comunione anche nella settimana che precede o segue l’opera prescritta; visita, se richiesta, di una Chiesa o Oratorio pubblico (si può fare dal mezzogiorno del giorno precedente); pregare in qualunque modo, secondo le intenzioni dei Sommi Pontefici, cioè: Esaltazione della Fede; Estirpazione delle eresie; Conversione dei peccatori; Pace tra i prìncipi e governanti cristiani; essere in stato di grazia. </span><span style="color: #1c1c1c;">Durante l’Ottava della Commemorazione dei defunti</span><span style="color: #1c1c1c;"> (dal 2 al 9 Novembre) l’Indulgenza Plenaria si ottiene per la visita a un cimitero con un’orazione qualunque, anche mentale, per i defunti. Una volta al giorno alle consuete condizioni. </span><span style="color: #1c1c1c;">Il 2 Novembre e la Domenica successiva </span><span style="color: #1c1c1c;">(nell’Ottava) l’Indulgenza Plenaria si lucra con la visita di una chiesa o oratorio pubblico recitando sei Pater-Ave-Gloria. Ogni volta. </span><span style="color: #1c1c1c;">Per i fedeli che hanno fatto l’Atto eroico di carità per le anime del Purgatorio</span><span style="color: #1c1c1c;">, l’Indulgenza Plenaria si ottiene alle consuete condizioni: tutto l’anno ad ogni comunione fatta in una chiesa o oratorio pubblico; ogni Lunedì e, se non si può, la Domenica successiva, nell’assistere ad una Messa per le anime del Purgatorio; per i sacerdoti che hanno fatto l’Atto eroico di carità, altare privilegiato. “Beati noi perché facciamo parte di una compagnia spirituale”, ricorda il Papa emerito Benedetto XVI, “una compagnia che vive il Vangelo nella famiglia, nella comunità e nella Eucarestia”. Una compagnia che prima di tutto, sempre e ovunque, pone al centro della vita il rispetto della dignità della persona, a qualunque costo in nome del Vangelo. Quindi non possiamo che dirci cristiani beati in quanto “fratelli collaboratori di Dio nel Vangelo di Cristo” (San Paolo, 1Ts 3,2) perché il mondo creda non in noi ma nel Redentore Gesù Cristo (mirabili sono gli affreschi medievali nel monastero di Visoki Decani in Kosovo: </span><a href="http://www.kosovo.net/dec_frescoes.html"><span style="color: #1c1c1c;"><span style="font-size: xx-small;"><b>www.kosovo.net/dec_frescoes.html</b></span></span></a><span style="color: #1c1c1c;">) Figlio di Dio che duemila anni fa sulla Terra si è fatto pienamente Uomo nell’umiltà di una capanna a Betlemme, in Israele, grazie al SI della Santissima Vergine Madre Maria. Un SI pronunciato umilmente all’Arcangelo Gabriele. Un Uomo, Gesù, vissuto in mezzo a noi, ai nostri antenati, condannato ingiustamente, giustiziato sulla croce, morto e, dopo tre giorni, risuscitato dai morti secondo le Scritture. Questa è nostra Fede che la Chiesa attraverso gli Apostoli, i Santi, i nostri stessi nonni e i genitori, ci ha trasmesso nel Battesimo e nella Confermazione (la Cresima). Miliardi di persone nel passato vi hanno creduto e miliardi di miliardi in futuro vi crederanno sulla Terra e sugli altri mondi grazie alla nostra Fede. Ecco perché non possiamo non dirci cristiani beati, cioè seguaci di Gesù di Nazareth sulla via della Verità, della Giustizia, della Carità, della Pace, della Fede e della Speranza. Chi nel laicato, chi nella vita consacrata sacerdotale e religiosa, chi nel Matrimonio di un uomo e di una donna, tutti i giorni, in famiglia, nella società, nella cultura, nel lavoro, tutti siamo cristiani. Anche chi dice o pensa di non esserlo, magari per stolto umano imbarazzo. Cristiani, ossia portatori sani di quei valori essenziali della vita e della dignità della persona che, purtroppo, oggi sono tutt’altro che affermati nella nostra società in crisi permanente, nella civiltà occidentale decadente perché pagana. Non possiamo tacere questa nostra appartenenza, pena il tradimento della nostra più intima essenza. Il Male e le sue molteplici espressioni moderne (laicismo, moralismo anticlericale, indifferenza, razzismo, negatività, vizio, esaltazione della omosessualità, razzismo eterosessuale, cristianofobia, pedofilia, pornografia) che serpeggiano e dilagano nel mondo e su Internet come tsunami, benché assurti a metro di giudizio multimediale di singole persone e intere comunità, non possono vincere su Cristo e non prevarranno sulla Fede, sulla Chiesa Cattolica e sui Servi che Dio ha segnato (Apocalisse, 7,2-4.9-14) con il Suo sigillo. Ce lo assicura Gesù: “Le porte degli inferi non prevarranno” (Mt 16,18) e ce lo confermano i Santi, noti e ignoti che onoriamo. I Santi non sono supereroi stile Superman o alla stregua dei grandi personaggi della Marvel, ossia non sono eroi sovraumani nel senso di superiori alla razza umana. Il Santo non supera l’umanità ma l’assume come ha fatto Gesù e si sforza di avvicinarsi il più possibile al modello di Uomo completo e perfetto, il Cristo Re dell’Universo. Le Beatitudini sono la Carta costituzionale del Santo, cioè le Leggi superiori alla logica umana. Per questo commemoriamo cristianamente le spoglie mortali dei nostri cari Defunti che ci hanno trasmesso la Fede. La lettera «Voi siete tutti fratelli» del Maestro dell’Ordine, inviata a tutta la Famiglia Domenicana, ha dato molto impulso alla preparazione dei Padri Predicatori all’ottavo centenario dalla fondazione ad opera di San Domenico, il Grande Giubileo che comincia nel 2016. “Stiamo vivendo un tempo fecondo di speranza – scrive il Maestro successore di San Domenico – mentre andiamo verso la celebrazione degli 800 anni della conferma dell’Ordine da parte di Onorio III (22 Dicembre 1216)”. Subito dopo il Giubileo della Misericordia indetto da Papa Francesco. Grande importanza ha assunto per il cammino spirituale e per la missione dei Padri Domenicani nel mondo, la celebrazione dell’Anno della Fede indetto da Benedetto XVI che ha indicato Maria Santissima, Custode della Santa Russia in Europa, quale “modello perfetto del sacerdote” ed ha suggerito anche il senso che si deve dare a questo anno giubilare particolare. La grande e filiale devozione domenicana alla Vergine Maria, scudo alle insidie del Maligno, e l’impegno apostolico della Predicazione, possono “ravvivare l’amore e la venerazione per Lei e lo spirito di fratellanza tra tutti gli esseri umani”. La Chiesa di Dio, una e visibile, è veramente universale, cioè cattolica, in quanto mandata a tutto il mondo, perché la Terra si converta (ogni persona cambi vita) al Vangelo, alla Buona Novella. Il Magistero della Chiesa afferma sempre che i cristiani, come insegna il Signore Gesù, “si caratterizzano dalla dilezione scambievole” (Gv 13,35). La coesione familiare è la natura propria dei cristiani, l’unità è il loro unico modo di presentarsi al mondo per l’annuncio. Il Cristianesimo è uno solo. Questa è l’essenza stessa dell’ecumenismo, la Verità insindacabile. Un Cristianesimo unito si diffonde ovunque, un giorno forse oltre i confini della Terra quando scopriremo che il Mondo è anche là fuori nell’Universo, poiché è nell’unità della Chiesa che trova espressione viva e feconda l’evangelizzazione di tutti i popoli del Regno di Dio. La Chiesa intera si estenderà fino ai confini della Terra nella misura in cui la sua unità è affermata e realizzata. Così prega Gesù rivolgendosi al Padre: “Che essi siano uno affinché il mondo creda che Tu mi hai mandato” (Gv 17,21). Il missionario, il predicatore, è operatore di pace, colui che insegna a credere in Cristo; egli porta all’eroismo la propria vocazione di cristiano. Così si diventa Santi. Oggi la cultura del mondo predica la divisione, non l’unità, la guerra come mezzo di sostentamento economico dei Warlords. I cristiani sanno che solo attraverso questa unità il mondo crederà in Cristo Signore. Se da un lato questa unità esiste già nella Chiesa di Cristo, nonostante i suoi “vasi creta”, dall’altro non è un’unità già attuata completamente e visibile. Dunque va cercata, va voluta, incrementata, difesa, promossa. Essa sarà in continua crescita fino alla pienezza, fino alla completa fraternità fra tutti i popoli, raggiunta la quale saremo tutti di Cristo alla Sua seconda venuta gloriosa sulla Terra. Dunque, l’affare urgente, la formula vincente per la vita santa, non è vincere la lotteria, la carriera, il superenalotto o possedere l’ultima (ma già vecchia!) diavoleria tecnologica portatile bucherellata secondo i dettami dell’ideologia Gender, ma è la fraternità. Le divisioni e le contro-testimonianze non solo contraddicono apertamente la volontà di Gesù Cristo, ma sono anche di scandalo ai più piccoli e danneggiano la predicazione del Vangelo ad ogni creatura. Vincere la fraternità e l’amicizia tra i popoli, significa soprattutto abbreviare l’attesa del ritorno glorioso di Cristo sulla Terra, come promesso. Altro che “trick ‘r treat”, altro che “dolcetto o scherzetto”! L’Armageddon è soltanto finzione? Come e quando verrà distrutto il Male? Come e quando finirà il mondo, con l’esplosione di un supervulcano, di un mega flare solare o l’impatto cosmico di livello estintivo? Chi vivrà nei secoli venturi vedrà. Halloween, la festa delle zucche vuote, la notte del 31 Ottobre, paradossalmente vissuta come un’innocente ricorrenza commerciale e finanche scolastica da bambini, insegnanti, adulti e genitori più o meno cristiani, consegna riflessioni amare sullo stato del Male nel mondo, un Rapporto mai adeguatamente stilato e conosciuto. Neppure al livello delle Nazioni Unite. La zucca arancione di Halloween simboleggia una testa di morto e rappresenta l’irlandese errante Jack O’Lantern che secondo la leggenda fece un patto col diavolo non trovando pace né all’inferno né in Paradiso. Jack, un fabbro malvagio, perverso e tirchio, una notte d’Ognissanti, dopo l’ennesima bevuta viene colto da un attacco mortale di cirrosi epatica. Il diavolo nel reclamare la sua anima viene raggirato da Jack e si trova costretto ad esaudire alcuni suoi desideri, tra i quali quello di lasciarlo in vita, giungendo ad un patto con cui rinunciava all’anima del reprobo. Jack, ignaro dell’effetto della malattia, muore un anno dopo. Rifiutato in Paradiso, Jack non trova posto nemmeno all’inferno a causa del patto con diavolo. A modo di rito, il poveraccio intaglia una grossa rapa mettendovi all’interno della brace fiammante, a luogo della dannazione eterna. Con questa lanterna, Jack, fantasma, torna nel mondo dei vivi. In teoria, andrebbe anche bene giocare e finanche esorcizzare questi mostri satanici, ma ormai la carnevalata di Halloween, apparentemente innocua, rappresenta una sorta di revival del neopaganesimo e soprattutto uno dei tanti mezzi usati da alcuni seguaci del Male, soprattutto a livello artistico e cinematografico, per cercare di imporre il pensiero magico-esoterico tra i piccoli, formando e riformando la nostra cultura ad accogliere il Male come fosse una declinazione accettabile del bene! Secondo l’eresia ricorrente, “Halloween è la festa in cui i morti ricevono il permesso di circolare per una notte nel mondo dei vivi”. Come se non bastassero i politicanti, gli attori, i musicisti e i tagliagole stipendiati dai Warlords a spaventare la gente con le loro reprobe oscenità fatte passare sui Tg e su Internet per normale amministrazione dei fatti mondani. Così, celebrando la “tradizione” fondata sulla menzogna di Halloween, molte persone si travestono da mostruosi personaggi del “regno dei morti” per sfilare nelle strade delle città anglosassoni, europee e italiane. In fondo Halloween appare soltanto come l’ennesima occasione per festeggiare, lucrare e divertirsi, magari per superare il tempo senza fine della crisi economica italiana a base di “renzusconismo”. Come se i cinquemila suicidi di imprenditori e disoccupati in un Belpaese allo sbando totale dal 2008, possano essere esorcizzati da un culto pagano satanico! In verità, dietro la parvenza di festa innocente e spassosa, Halloween si impone come moda e tendenza commerciale nelle giovani generazioni per rendere normali e divertenti aspetti e figure orride e ripugnanti peraltro già presenti nei disgustosi film horror che infestano il cinema, la televisione e Internet. Halloween, allora, diventa il fenomeno commerciale americano da festeggiare come un rito civile. Anche se in realtà la festa nasce da un culto celebrato nelle isole britanniche dai Celti, il Samain, una specie di festival della morte di mezzo Autunno realizzato per propiziare il favore di divinità pagane, che si traduce in “fine dell’estate”, in gaelico. È il capodanno celtico, sotto gli “auspici” (terremoti, tsunami, eruzioni vulcaniche, impatti cosmici e alluvioni) della Luna del Cacciatore celebrata dai Nativi Americani come propiziatoria. La Chiesa, per opera di Papa Gregorio IV nell’Anno Domini 834, decide di spostare la festa di Ognissanti dal 13 Maggio al Primo Novembre proprio per sradicare le superstizioni e gli appuntamenti occultistici derivati dall’antica festa druidica. Neanche a farlo apposta, per quanto prevedibilmente, anche in Italia Halloween si è diffusa alla grande in poco tempo. Nei primi Anni Novanta del Secolo Scorso, nessuno avrebbe festeggiato Halloween nel Belpaese! Nessuno avrebbe immaginato che il 31 Ottobre 2015 le nostre strade, vetrine, scuole e case di città e contrade, come nei paesi anglosassoni, potessero popolarsi di zucche a forma di teschio, candele magiche danzanti, scheletri, mostri, fantasmi, streghe e zombi e tante altre immagini macabre, impersonate da bambini innocenti e genitori entusiasti come gli insegnanti delle pubbliche scuole. Roba di pessimo gusto come i film horror dei Tg. Come se la realtà non fosse già spaventosa per i più piccoli che andrebbero difesi ad ogni costo dalla televisione, dai film, dal male e dalle sue spietate manifestazioni su Internet. Se il mostruoso diventa carino, il terrificante piacevole, il ripugnante esaltante, il demoniaco simpatico, il passaggio successivo è un altro scenario “accettabile” horror e la perdita di una precisa demarcazione tra ciò è che Bene e ciò che è Male. Non a caso il “fecondo” Papa Francesco, proprio all’inizio del suo Pontificato, indica nella “dittatura del relativismo” una delle più gravi e letali malattie del nostro tempo. Halloween, dietro la vetrina apparentemente simpatica e colorata, è anche e soprattutto una delle principali ricorrenze del mondo satanico. E, in effetti, viene considerato da molti il capodanno dei satanisti e non soltanto dei Celti. Il periodo favorevole per la celebrazione di “sabba”, cioè riti e messe nere in onore del demonio. Per gli occultisti la notte del 31 Ottobre è uno dei quattro appuntamenti più importanti dell’anno. Anche per la profanazione dei cimiteri, le messe nere, i sacrifici animali e umani (fatti passare per attentati terroristici e incidenti!) e ogni sorta di dissacrazione e sacrilegio sono praticati, esaltati e auspicati. Allora, ancora Happy Halloween? Questa strana festa per grandi e piccini è ormai diventata in Italia il momento per lasciare che la fantasia horror prenda il sopravvento sulla crisi economica che uccide con altrettanta spietata ferocia. E se questo significa vestirsi, insieme ai figli, come la creatura preferita del fantastico o raccontare storie di fantasmi in una stanza buia, molti (ex) cristiani si lasciano sedurre. La pazzia non risparmia neppure gli scienziati della Nasa che propongono le loro ridicole zuccose interpretazioni cosmiche della festa! Un chiaro inequivocabile indizio di una maligna aliena extraterrestre presenza sulla Terra (cf. film Extant) o l’avverarsi della spaventosa “profezia” del professor Stephen Hawking? Halloween può sembrare solo tutta una questione di costumi e caramelle, ma la festa, relativamente nuova anche per l’America accanto a tutti gli altri riti caraibici sui defunti dove il confine tra cristianesimo e paganesimo è sempre più evanescente, ha fatto breccia nella cultura popolare degli States solo agli inizi del Novecento. Le sue radici nelle credenze pagane risalgono a migliaia di anni fa. Alcune tradizioni di Halloween, come la scultura di Jack O’Lantern, sono basate sul folklore irlandese e sono state tramandate nel corso dei secoli. Mentre le leccornie, le caramelle al mais, le mele caramellate e di cioccolato, sono le più moderne squisite aggiunte di Halloween all’autentica tentazione per i più piccoli, ma anche al mezzo più astuto di cui il Male oggi si serve per fare breccia nei bambini: Internet. Che c’entrano allora i ragni, le streghe e il trick-or-treat, i simboli della sfortuna, i gatti neri – santi e ministri di grazia soccorreteci! – e le molte decorazioni di Halloween? La cattiva reputazione del gatto nero (famoso anche nella serie classica di Star Trek) risale al Medioevo, precisamente al Seicento a stelle e strisce, quando la caccia alle streghe era all’ordine del giorno. Anziani e donne soli erano spesso accusati di stregoneria e dei loro gatti neri da compagnia si diceva fossero i loro familiari, animali demoniaci che erano stati donati dal diavolo. Un altro mito medievale afferma che Satana si trasformò in un gatto per socializzare con le streghe. Ma al giorno d’oggi, con l’invasione di miliardi di ratti, i gatti neri non sono più sinonimo di sfortuna e malizia: in Irlanda, Scozia e Inghilterra, è considerata buona fortuna incontrare un gatto nero per strada. La vicenda di Jack in realtà affonda le sue radici in una sinistra tragica favola. Il folklore celtico racconta la storia di un contadino ubriacone di nome Jack che cercò di ingannare il diavolo. Non avendo scelta, Jack fece una lanterna con una rapa e un pezzo di carbone ardente che il diavolo aveva preso dall’Inferno. La lanterna usata per guidare l’anima perduta di Jack, avrebbe poi aiutato tutti gli altri spiriti perduti che si aggirano per le strade e le case nella notte di Halloween, dalle ore 23 del 31 Ottobre alle ore 3 antimeridiane (ora del diavolo) del 1° Novembre. Originariamente realizzata con una rapa svuotata e una piccola candela al suo interno, la lanterna è poi finita sulle facce spaventose scolpite nelle zucche vuote, per terrorizzare gli spiriti maligni! Quando la carestia delle patate in Irlanda nel 1846 costrinse le famiglie irlandesi a fuggire verso il Nord America, la tradizione varcò l’Oceano Atlantico imponendo alcune trasformazioni. Dal momento che le rape erano difficili da trovare negli States, furono usate le zucche come semplice e pratico sostituto. Agli Americani è sempre piaciuto il folklore medievale. Vanno pazzi per la storia russo-europea, come il loro fanta-medioevo cinematografico docet. I pipistrelli, i vampiri e le streghe hanno finito per arricchire la favola di Halloween, esorcizzandone le minacciose paure. Come quella del pipistrello visto volare sulla propria casa per tre volte: triste presagio che qualcuno prima o poi sarebbe presto morto. Come quella del pipistrello volato in casa il giorno di Halloween: chiaro segnale di una casa infestata dai fantasmi. Senza contare quella dei ragni striscianti che si uniscono alle fila di pipistrelli, gatti neri e cattive compagnie di streghe, stregoni e faccendieri mafiosi politicanti un po’ meno diffusi nel medioevo ma altrettanto demoniaci. Una superstizione vuole che se un ragno cade in una lampada a lume di candela e viene consumato dalla fiamma, le streghe si trovano nelle vicinanze. E che dire della leggenda dell’insetto schiacciato ad Halloween? Altra superstizione: lo spirito di un defunto amato veglia su di voi. L’immagine stereotipata della strega con il cappello a punta nera e il naso bitorzoluto nell’atto di mescolare una venefica pozione magica nel suo calderone, deriva in realtà da una dea pagana conosciuta come La Vecchia, celebrata durante il samhain. La Vecchia era anche conosciuta come la Madre Terra che simboleggia la saggezza, il cambiamento, la risoluzione della diversità, le “riforme” e il volgere delle stagioni. Oggi, l’onnisciente Vecchia megera si è trasformata in minacciosa strega che schiamazza non soltanto ad Halloween ma anche su Internet e in Parlamento, celebrando l’ideologia Gender nell’universo mondo. I Celti credevano che dopo la morte tutte le anime sarebbero finite nel calderone della megera che simboleggia il grembo della Madre Terra. Lì, le anime attendono la reincarnazione. Soltanto la dea, agitando il mestolo, avrebbe permesso alle nuove anime di entrare nel calderone ed alle vecchie di rinascere per la nuova vita. Quell’immagine del calderone della vita è stata poi sostituita dai minacciosi variopinti vapori delle streghe medievali. I cartoni animati americani hanno poi amplificato il fenomeno. Il manico di scopa della strega è l’altra superstizione ricorrente che ha le sue radici nei miti ancestrali. Gli anziani e le donne introverse, accusati di stregoneria, erano spesse volte i poveri che non potevano permettersi nulla, neppure un cavallo come mezzo di trasporto per attraversare i boschi a piedi con l’aiuto di semplici bastoni. Poi sostituiti da scope nella leggenda. Il folklore inglese racconta che durante le cerimonie notturne, le streghe si spalmassero una pozione “volante” sui loro corpi (profumi e spezie) per provare ad occhi chiusi l’ebbrezza del volo onirico. L’unguento allucinogeno che causava intorpidimento, battito cardiaco accelerato e confusione, avrebbe offerto loro l’illusione di essere stati ammessi nei cieli o negli inferi alla presenza della divinità. Durante il samhain, il velo tra il nostro mondo e quello degli spiriti diventa più sottile e i fantasmi dei defunti possono mescolarsi con i vivi. La superstizione, molto viva nei Caraibi e in Africa, è che i fantasmi in visita si possono mascherare in forma umana. Altro celebre film. Famosa è la leggenda di come un mendicante bussò alla porta di casa durante il samhain per chiedere soldi o cibo. Allontanarlo a mani vuote significava rischiare di subire l’ira dello spirito e di essere maledetti o perseguitati. Un altro mito celtico vuole che vestirsi come un fantasma potrebbe ingannare gli spiriti maligni a pensare che si sia uno di loro in modo da sfuggire alla loro ira ed alla loro razzia di anime. Negli Stati Uniti d’America il trick-or-treat è diventato il tradizione interrogativo “minaccioso” dei bambini ad Halloween, fin dalla fine del 1950, chiaramente importato dagli immigrati irlandesi. Festa esaltata dal regista Steven Spielberg nel suo kolossal “ET-L’Extraterrestre” dove la creatura aliena viene travestita con un lenzuolo in fantasma dai bambini. I colori tradizionali di Halloween (arancione, rosso e nero) in realtà derivano dalla celebrazione pagana dell’Autunno e del raccolto, con l’arancio e il rosso a simboleggiare i colori delle piante e foglie, e il nero come triste segnale della morte dell’Estate. Nel corso del tempo, il verde, il viola e il giallo sono stati introdotti in tutte le altre combinazioni decorative di Halloween. Finanche sui computer “retina display” ipersaturi. Gli scherzi di quartiere a volte tirano in ballo anche le uova per cristallizzare la malizia e la minaccia, i sentimenti più pubblicizzati dalla festa. È singolare perché gli antichi Celti nel samhain celebravano con falò, giochi e scherzi comici, proprio la vita. E non la morte. Negli Anni Venti e Trenta del XX Secolo, le celebrazioni divennero più chiassose negli States, con atti di vandalismo in aumento tra i giovani adolescenti inquieti probabilmente a causa della tensione provocata dalla Grande Depressione (Jack Santino, “Halloween e altri Festival di morte e la vita”, University of Tennessee Press, 1994). Per arginare i fenomeni di violenza, gli adulti cominciarono a distribuire le caramelle. Così fu reintrodotta la tradizione dimenticata del trick-or-treat in costume, con la richiesta esplicita di dolci alle porte di casa. Le furberie, le devastazioni e i saccheggi, però, non diminuirono. Molti presero a pretesto la data del 31 Ottobre per dare libero sfogo ai loro istinti. Le mele caramellate divennero subito popolari ad Halloween: il frutto zuccherino servito su un bastone, da allora è la principale delizia dei bambini. Oggi, le mele sono anche ricoperte di cioccolato con noci, senza contare la ricetta con il famoso sciroppo rosso americano a base di frutti di bosco che riscopriamo nel Giorno del Ringraziamento, il quarto Giovedì di Novembre. La fusione di tradizioni celtiche e romane ha poi fatto di Halloween il fenomeno commerciale che conosciamo. Samhain coincideva, infatti, con la festa romana in onore di Pamona, la dea degli alberi da frutto, spesso simboleggiata da una mela. Va da sé che il frutto è diventato sinonimo di samhain, la celebrazione del raccolto. Nei tempi antichi, la mela era considerata un frutto sacro in grado di predire il futuro. Il “bobbing” con le mele è così diventato uno dei giochi tradizionali della fortuna nella notte di Halloween. Ancora oggi si crede che la prima persona in grado di raccogliere una mela in un secchio pieno d’acqua, senza usare le mani, sia destinato a sposarsi per primo. Se ci riesce al primo tentativo, significa che sperimenterà l’amore vero, mentre chi afferra la mela dopo molti tentativi si dimostra più volubile nei suoi sentimenti e sforzi romantici. Un altro mito vuole che per sognare il suo futuro marito, una ragazza debba mettere il suo caschetto di mele sotto il cuscino la notte di Halloween. La caramella di mais, sinonimo di Halloween, è stata inventata alla fine del 1880 e cominciò ad essere prodotta in serie agli inizi del Novecento. Il processo originale per fare le caramelle di mais era ingombrante e richiedeva tempo: ogni sciroppo doveva essere riscaldato in grandi tini ed accuratamente versato a mano in stampi di forma speciale. Ma i miti e le leggende metropolitane superano la bontà dei dolcetti di Halloween, non la spietata realtà del mondo in guerra contro i Warlords. Che i malfattori usino Halloween come un pretesto e un’opportunità per avvelenare i bambini, pare incredibile. Sembra il delitto perfetto concepito da una mente diabolica come nei film horror. Attendere i bimbi innocenti per poi avvelenarli con dolci contaminati. Eppure, in un solo caso un bambino americano di otto anni morì avvelenato nel 1974 nel mangiare dolci di Halloween. L’assassino condannato, Ronald Clark O’Bryan, fu giustiziato nel 1984. Ci fu poi lo strano caso in Ontario del 2008 quando un gruppo di bambini in un quartiere trovò pillole medicinali in scatole sigillate di Smarties. I pericoli di Halloween sono ben altri per i bambini. Halloween è il giorno più letale dell’anno per gli incidenti stradali. Una media di 5,5 bambini muore dopo essere stati colpiti da un veicolo negli Usa, il 31 Ottobre di ogni anno, a fronte di una media di 2,6 morti negli altri giorni dell’anno. Un altro mito vuole che bande armate vadano a caccia di pit-bull per le strade delle città. Il messaggio, diffuso su Facebook e Twitter alcuni anni fa, costrinse i proprietari dei cani a sbarrare le porte di casa il 31 Ottobre, perché Halloween era stata ufficialmente dichiarata la Giornata Nazionale delle Uccisioni dei Pit-Bull. Mazze da baseball, coltelli, mattoni, veleni e “hot-dog” imbevuti di liquidi letali, venivano indicati come gli strumenti ideali per uccidere i cani. Chiaramente la bufala “Uccidi un Pit Bull ad Halloween” fu scoperta non prima che un’ordinanza comunale ne proibisse la soppressione. Lo scherzo funzionò. Come la massima che la festa di Halloween sia più costosa del Natale. In realtà Halloween non offre un grosso impulso all’economia degli Usa e del mondo. La spesa per i costumi di Halloween e caramelle, stimata in pochi milioni di dollari l’anno, è un’inezia rispetto alle vendite natalizie che possono superare i 600 miliardi dollari, crisi permettendo. Laddove la spesa per la Festa del Papà è sui 12,7 miliardi di dollari e la Festa della Mamma sui 14,1 miliardi di dollari. Altro mito? I reati sessuali sui minori. Come i racconti sulle caramelle e le mele avvelenate, l’idea che i bambini possano essere l’obiettivo di pervertiti, pedofili e delinquenti sessuali “trick-or-treaters” di tutti i generi, sembra essere l’altra leggenda metropolitana. Secondo uno studio pubblicato nel 2010, non sembra esistere una correlazione e un incremento di abusi e crimini sessuali perpetrati contro i bambini il giorno di Halloween. Dei 67.307 reati sessuali non familiari registrati negli Usa, nessuno pare sia stato commesso ad Halloween. Laddove l’85 percento dei bambini vittime di abusi sessuali sono violentati da conoscenti e il 47 percento delle vittime vengono abusate da familiari. C’è poi il mito dei vampiri. La saga cinematografica “Moon” docet. Sono reali come i lupi mannari delle serie televisive americane che esaltano la ideologia Gender? Molte persone ci credono seriamente, altre per divertimento. Eppure le ragioni matematiche per cui i vampiri non possono esistere, sono più che solide. Se i vampiri stile Dracula (sempre di nuovo al cinema) fossero veri nel senso classico di succhiatori di sangue umano delle loro povere vittime così trasformate in altri vampiri, l’intera popolazione mondiale sarebbe già stata trasformata in meno di 2,5 anni dalla pubblicazione dei primi famosi resoconti. Insomma, saremmo già tutti dei Dracula da almeno 400 anni, ossia dallo scoppio dell’ultima Supernova galattica osservata! Con una popolazione umana di poco più di 5 milioni nell’Anno Domini 1600, a fronte degli attuali 7,2 miliardi, ogni vampiro avrebbe avuto il tempo di contagiare come minimo una persona al mese. La Terra, dunque, sarebbe stata contaminata dai vampiri in meno di tre anni. E questo è desumibile tenendo conto della crescita della popolazione mondiale. Chiaramente la Festa di Holyween è un buon giorno per donare il proprio sangue. È un gran giorno anche per i medici dentisti. I bambini vanno incontro a tutta una serie di patologie dentarie, dalla rottura alle carie. Una vera manna per la sanità pubblica e privata italiana. Sono gli effetti collaterali delle caramelle di Halloween, degli spuntini a base di dolci, dei mostruosi batteri che si nutrono di zuccheri e di altri carboidrati nelle puerili fameliche fauci. Il consiglio è sempre quello di potenziare l’igiene orale dei bambini. È meglio mangiare cinque barrette di cioccolato in una sola volta che mangiarne una ogni poche ore senza lavarsi i denti? Nel primo scenario gli acidi si accumulano in bocca e la saliva naturalmente li neutralizza nel corso di un’ora o giù di lì, aiutata da un buon dentifricio. Nel secondo si espongono i denti all’attacco degli acidi tutto il giorno, troppi per la saliva e lo spazzolino. Rimpinzarsi è consigliabile? Non per tutti gli stomaci. Le patatine fritte e i salatini sono anche peggiori del cioccolato, perché questi carboidrati cotti o bruciati avvolgono i denti offrendo ai batteri della bocca qualcosa da assaporare più a lungo e generando così più acidi, senza contare i tragici effetti delle sostanze cancerogene figlie degli amidi. Anche se può sembrare strano, sostituire al cioccolato le caramelle di frutta, è in realtà una mostruosa decisione sicuramente peggiore per i denti. Le caramelle gommose che si appiccicano a un molare fino al Giorno del Ringraziamento, non sono altro che fonte di guai per i denti di piccoli e grandi. Fatte salve le calorie inglobate con i primi freddi, dal generoso 2 percento della dose giornaliera raccomandata di Ferro presente in una barretta, all’un percento di vitamina A di caramelle in gran parte prive di sostanze nutritive. Il KitKat, ad esempio, contiene più di 200 calorie per porzione, il doppio di quelle che si trovano in una grande mela. Dolci sconsigliabili ai bambini obesi Italiani, non solo Americani, che soffrono di forme di pre-diabete e diabete di tipo 2. Insomma, carie e malattie gengivali, le cui cure sono ignote in Italia a qualsivoglia Programma Legislativo Nazionale Sanitario di Salute Pubblica, sono i principali problemi che la Festa di Holyween può solo contribuire a denunciare apertamente. Patologie connesse a una cattiva digestione, con annessi attacchi cardiaci, ictus e tumori, infezioni derivanti da infiammazioni mai curate e derivati. Se pensate che le caramelle siano l’unico elemento malsano di Halloween, allora considerate queste conseguenze: i bar si moltiplicano a ritmi parossistici in Italia, invadendo il sacro suolo pubblico per riempire le esauste casse comunali; il “barismo” si impone nella scena politica territoriale come valvola di sfogo al fallimento dell’intera classe burocratica al potere; gli alcolisti aumentano tra gli stessi bambini e i pre-adolescenti. Anche se dieci birre lavano via le caramelle gommose più ostinate, sarebbe consigliabile allontanare i bambini dai bar piuttosto che servire loro (para)alcolici che la Legge vieta espressamente di vendere ai minori, anche se accompagnati da adulti. Il rituale annuale di Halloween, allora, da festa demoniaca a base di spaventosi costumi e maschere fatti in casa, può essere l’occasione per difendere l’innocenza dell’infanzia oggi perduta. Perché al di là dell’apparente innocuo divertimento, Halloween è anche un parco giochi che minaccia, a vario titolo, la sicurezza dei bambini. Nel buio di questa festa strana, ci sono cose che vanno attentamente analizzate, come il proliferare di film e serie televisive horror (Rai4, MTV, Italia2) che, lungi dal denunciare il traffico degli organi umani e le uccisioni di bambini e ragazzi vivi e sani per l’espianto, offrono uno spettacolo indecente all’umanità futura. Sempre che ne esisterà una! I genitori incoraggino i propri figli a studiare ed a lasciar perdere i fantasmi e i piccoli folletti portafortuna di quartiere. Il verde quadrifoglio più utile è la razionalità della Scienza. Il fatto è che i genitori, spesse volte, sono più piccoli e immaturi dei loro figli involontari partecipanti di un rituale impossibile da difendere. Perché l’ingrediente fondamentale nella ricetta della paura di Halloween è la morte. Curiosamente Halloween è una festa nella quale gli adulti assistono i bambini in comportamenti tabù e fuori limite massimo. Anzi, vi partecipano attivamente. È sorprendente, come rilevano molti antropologi, che la notte di Halloween, la morte e i temi relativi siano da intendersi come intrattenimento per i bambini stessi che gli adulti sono tenuti a proteggere (“Man of Steel”, docet). Eppure viviamo in un mondo che espone i piccoli a tragedie incredibili. L’ordalia horror è servita su un sottile piatto di vetro! Pensiamo ai figli degli omicidi, che rimangono soli, senza né padre né madre, costretti a crescere velocemente dopo quella mostruosa catastrofe psichica familiare. Per loro Halloween non potrà che sussistere tutta la vita! Per la maggior parte dei bambini, in un’età in cui generalmente non sperimentano funerali di famiglia o gravi malattie, forse il 31 Ottobre rappresenta un appuntamento introduttivo al tema della morte? Ma non in questi termini. Perché Halloween, se è vero che offre la possibilità per gli adulti di spiegare ai piccoli temi scomodi come la malattia e la morte mai adeguatamente pubblicizzati in Tv (con alcune lodevoli pacifiche eccezioni), in verità non offre un approccio razionale, sicuro e stabile dal punto di vista psicologico. I bambini sono anche adulti a modo loro. Bambini di appena cinque-sei anni, non fanno distinzione tra morte reale e figure scheletriche comprate al supermercato, appese tra gli alberi o nella cameretta, e le pietre tombali farlocche sul prato di casa. I bambini vedono le cose su un loro piano vero e proprio, in contrapposizione agli adulti che cercano di esorcizzare i temi reali della morte in spettacoli, luci, colori, film, divertimenti e cocktail nel segno di Halloween. Gli scienziati osservano i bambini rannicchiati dalla paura di fronte agli schermi televisivi e ai computer portatili (videogiochi e film) infestati di scene cimiteriali, decapitazioni e orgiastiche oscenità alla Halloween. I bambini interpretano le paure di Halloween in modo diverso a seconda delle loro situazioni personali, come la recente morte di un parente o di un animale domestico. Un’esperienza particolarmente straziante ad Halloween potrebbe avere effetti di lunga durata. Gli esperti ricordano i colloqui con soggetti adulti che descrivono il loro trick-or-treat vissuto all’età di otto anni. Uno scherzo spaventoso come una bara reale visualizzata nel soggiorno di casa, può segnare la vita! Naturalmente ad ogni Halloween nel mondo si vedono i bambini portati al Pronto Soccorso con problemi legati ai costumi: le macabre maschere interferiscono con la visione reale e gli abiti larghi ed estesi oltre le caviglie portano a inciampare e cadere, senza contare le sostanze tossiche utilizzate per confezionare assurdi vestiti e incomprensibili accessori. È semplicemente inconcepibile il fatto di vedere dei bambini a spasso per strada dopo il tramonto, come nel film ET. A volte, mettere del nastro riflettente sui costumi e sulle borse, consigliare loro di portare con sé una torcia elettrica, non può bastare. L’altro mito più in voga negli States è quello del calo delle nascite ad Halloween, anche se in Italia è già una tragica realtà politicamente preconfezionata: nel Sud i morti superano i neonati, senza contare i cinque milioni di aborti finora praticati nel Belpaese in nome del “progresso”! Sorprendentemente, le nascite spontanee non possono che aumentare quando i fattori positivi (Holyween, Ognissanti, Natale, Genetliaci) aumentano di pari passo con la volontà che può avere un impatto su diversi fattori ormonali. Parallelamente le paure, le paranoie e le fobie possono provocare effetti indesiderati. Alcuni studi suggeriscono che la volontà umana può trionfare su tutto il corpo, anche nei casi dei malati terminali che potrebbero beneficiare dell’atmosfera di festa. Ma non di Halloween perché i risultati sembrano affermare il contrario. Le vacanze in genere hanno forti connotazioni emotive: San Valentino è associato alla felicità e all’amore, mentre le associazioni stile Halloween sono molto più oscure e indecifrabili. I ricercatori hanno utilizzato i dati dei certificati di nascita per studiare il numero dei parti che si sono svolti una settimana prima e dopo il giorno di San Valentino e Halloween dal 1996 al 2006 negli States dove le cose sembrano procedere diversamente. Oltre 1,6 milioni di nascite per San Valentino e 1,8 milioni di nascite per Halloween! Altro mito? Gli scienziati hanno poi confrontato giorno per giorno le differenze di nascite naturali, indotte e da cesareo, correlate ai giorni di festa. Quello che hanno trovato è stato sorprendente: a San Valentino la probabilità di parto è aumentata del 5 percento rispetto alle settimane precedenti e successive. Le nascite da travaglio spontaneo sono state del 3,6 percento, mentre le nascite indotte sono salite del 3,4 percento. Le nascite da cesareo erano del 12,1 percento più probabili a San Valentino, il che potrebbe far pensare che le donne deliberatamente scelgano di avere bambini nel San Valentino Day. Halloween ha mostrato un effetto speculare. Tutti i tipi di nascite sono diminuiti il giorno di Halloween rispetto alle due settimane di contorno, come i ricercatori hanno riferito sulla rivista Science Social &amp; Medicine. La possibilità di dare alla luce un bambino il giorno di Halloween è diminuita per un totale dell’11,3 percento, rispettivamente con un 16,9 percento in meno, un 18,7 percento delle nascite in meno indotte e un 5,3 percento in meno di nascite spontanee. Questione di mente? Non c’è modo di sapere se i cambiamenti nel parto spontaneo accadano perché le madri consapevolmente sperano di non partorire ad Halloween, preferendo il sogno del Valentine’s Day per le feste di compleanno, o se il processo possa essere inconscio. In entrambi i casi, i risultati suggeriscono che i fattori psicologici e culturali possono essere in gioco nel processo apparentemente spontaneo. Poiché lo studio era basato sui certificati di nascita, non c’era modo di analizzare cosa le mamme nello studio provassero per le nascite in quelle festività. Per scoprire perché le vacanze sembrano influenzare la tempistica delle nascite, i ricercatori debbono condurre uno studio molto più analitico sulle madri in attesa, per monitorare i loro livelli ormonali e i sentimenti che provano per certe giornate speciali come potenziali date di nascita (genetliaci) dei loro figli. Fatto sta che ogni anno i bambini e gli adulti che ad Halloween vestono in abiti ridicoli per le strade delle nostre città e contrade, in una strana missione espiatoria tra campanelli, scherzi e sacchetti con caramelle, contribuiscono a cambiare molte cose della nostra vita sociale, culturale e psicologica. Che fare? Disapprovare e dissociarsi dalle “feste” horror di Halloween, non basta. Da cristiani, facendolo, non ci si arrende a subire quella che, purtroppo, non è soltanto una moda apparentemente inarrestabile, ma un chiaro attacco alle nostre radici culturali e religiose. Una guerra che ha già spedito al Creatore il futuro della libera Italia a natalità zero! Bisogna andare oltre Halloween. Combattere il Male, i mali, le malattie, le bugie dei politicanti che promettono cose impossibili e legalizzano l’horror. A questo proposito vale la pena di leggere il sonetto di Michelangelo sulle fatiche della volta Sistina, datato A.D. 1509 dal Guasti, 1510 dal Frey. Alla destra dei versi è il disegno di un uomo che dipinge in piedi una figura in alto, come in un soffitto, in evidente relazione col tema del sonetto stesso (Rime e Lettere di Michelangelo, a cura di Paola Mastrocola, Torino, UTET (Classici italiani), 1992, pp. 70-71). Il lavoro degli affreschi della Cappella Sistina è descritto nei termini di una disumana fatica fisica sino ad una sorta di vera e propria trasformazione deformante del corpo. Le lettere di questi stessi anni confermano lo stato di isolamento e di estrema prostrazione – un condurre la vita totalmente astratto dalle più comuni regole dell’umanità, in una dimensione irrealistica in cui esistono solo più le imperiose ragioni dell’arte – a cui lo obbligò l’impresa della Sistina: «Io mi sto qua malcontento e non troppo ben sano e con gran fatica, senza governo e ssenza danari» (Lettere, 34); «Io sto qua in grande afanno e con grandissima fatica di corpo, e non ho amici di nessuna sorte, e no&#8217; ne voglio: e non ho tanto tempo che io possa mangiare el bisonio mio» (Lettere, 39). Lo stile del sonetto è realistico-grottesco, secondo un modello burchiellesco-bernesco che, sempre a proposito del suo corpo, Michelangelo riprenderà molti anni più tardi per il capitolo 267. Per entrambi questi componimenti valgano i riferimenti ai poeti realistico-giocosi del Quattrocento (Burchiello, Pistoia, Francesco Cei) e soprattutto al sonetto del Burchiello che inizia: «Son diventato in questa malattia, / come graticcio da seccar lasagne» (Sonetti del Burchiello, ecc., Londra, 1751, p. 100. cit. in Girardi, Studi, p. 74). Anche Condivi e Vasari riportano un quadro delle difficoltà e dei disagi fisici cui l’artista dovette far fronte, ma, come rileva la Barocchi, mentre i biografi ne danno una «tranquilla illustrazione» appellandosi oltretutto ad una categoria &#8211; quella di «fatica» &#8211; che, almeno dal Vasari, è generalmente considerata indispensabile a conseguire dei frutti in arte, Michelangelo qui presenta un’ironia venata di «sarcasmo e tormento» (cfr. Barocchi, Comm. II, pp. 12-15 e pp. 447-8). La bellezza degli affreschi della Cappella Sistina e del monastero di Visoki Decani in Kosovo, invitano all’umile riflessione razionale sulla nostra Fede, sulla nostra Speranza, sulla nostra Carità, sulla nostra vera Crescita economica, sulla nostra Vita in Cristo eternamente Beati e Liberi nella Verità. Sono la nostra migliore risposta alle ordaliche mostruosità di Halloween, di Hollywood e del politichese incostituzionale, eversivo, illegale. I genitori, i nonni, i parenti e le famiglie dovrebbero usare il buonsenso, i soldi e le energie, dedicando più tempo ai propri bambini. Papa Francesco invita a “perdere tempo” con i propri figli, una “delle cose più importanti” da fare ogni giorno. L’evento insensato di Halloween offende DIO e l’Uomo, non soltanto le tre religioni monoteistiche. Educare ai valori veri, come quelli della Comunione dei Santi e dei Defunti, è dovere indefettibile e indifferibile dei genitori e dei nonni. Halloween, tuttavia, è ormai entrata di diritto in alcune scuole pubbliche statali dove viene attesa e festeggiata come un grande giorno di festa! Eppure Halloween non è nient’altro che una subdola iniziazione all’occulto, teleguidata da insegnanti e presidi non cristiani, magari “sacerdoti” della cultura Gender pansessualista statunitense renzusconiana. Basti pensare a certe filastrocche e canzoni imparate dai bambini che costituiscono vere e proprie evocazioni di spiriti maligni. Molti oggetti, poi, venduti per la festa di Halloween sono amuleti, talismani, candele, lampade, manufatti usati nelle pratiche di stregoneria per siglare patti col diavolo affinché esaudisca i desideri degli umani. La finalità principale di Halloween è la diffusione di una mentalità magico-demoniaca con cui si vuole sostituire la nostra cultura cristiana cattolica e ortodossa. Una consuetudine pagana che nessun vero cristiano può assecondare in Italia e nei futuri Stati Uniti di Europa con la Santa Russia. Dare l’assenso a tutto questo mercimonio è peccato mortale unitamente alle carnevalate oscene, alle orge, alle veglie sataniche e massoniche mascherate (cf. film “Eyes Wide Shut”) purtroppo abbastanza diffuse anche negli ambienti sociali, politici ed economici più o meno autorevoli. Arancione, nero e rosso sono i colori del diavolo, associati ad Halloween. Discoteche, fortezze, ristoranti e pub organizzano feste ispirandosi al mondo dell’orrore e dei vampiri, con la scusa di fare affari. Vari locali si presentano per il grande evento allestiti con tavoli a forma di bare, soffitti da cui pendono lunghe ragnatele, scheletri ovunque posizionati, bicchieri a forma di teschi. I partecipanti completano l’atmosfera travestendosi rigorosamente da mostri o streghe, spesso con zucche sulla testa, evidentemente perché sprovvisti di materia grigia vera! È questa la Crescita economica sblocca Italia? La festa di Halloween si lega a un altro preoccupante fenomeno: la presenza di cartomanti e chiromanti nelle discoteche, dopo regolare approvazione (visura) delle Camere di commercio. Oltre a ballare, i ragazzi hanno così la possibilità di entrare in contatto con gli operatori dell’occulto e di farsi leggere i tarocchi. Halloween è diventato un colossale business economico: 120 milioni di euro vengono spesi ogni anno in Italia per organizzare eventi pubblici e privati legati ad Halloween, con un investimento di 150 milioni di euro per maschere e abbigliamento. Un business da 260 milioni di euro. Se una volta le feste pagane venivano sostituite da feste cristiane, oggi si assiste al fenomeno inverso e maligno: in coincidenza con le feste cristiane, si cerca di diffondere, nella cultura e nei costumi, un’obsoleta sub-cultura neopagana Gender, estranea al clima di preghiera e di fede della gioia cristiana nella Famiglia Naturale fondata sul Matrimonio di un uomo e di una donna. Esistono ancora docenti e dirigenti scolastici con l’onestà intellettuale di far capire ai loro alunni che la “festa” di Halloween non ha niente a che vedere con le nostre tradizioni cattoliche italiane europee? Per noi cristiani in questa magica notte di Holyween c’è un solo pensiero ed una sola gioia: i nostri Santi in Cristo. Dunque, non più “dolcetto o scherzetto”. Ma “Beati tra i Santi”, è il motto di Ognissanti. È la notte del 31 Ottobre, vigilia della solennità di Tutti i Santi. Una notte con Gesù Eucarestia. Nelle cattolicissime Filippine, da anni opera un’Associazione cristiana che promuove soprattutto un apostolato di preghiera legato alla salvezza delle anime del Purgatorio, la Prayer Warriors of the Holy Souls (Pwhs) con sede a Quezon City. Come alternativa agli orrori statunitensi di Halloween, l’Associazione filippina promuove la cosiddetta March of Saints, ovvero la Marcia per onorare la memoria e le opere dei vari Santi. L’iniziativa intende coinvolgere tutte le parrocchie della Nazione asiatica e prevede in particolare la sfilata per le strade e le piazze delle città di bambini delle scuole vestiti da santi e lo svolgimento di altre attività volte sempre a ricordare ai fedeli i valori fondamentali della tradizione cristiana. Nell’introduzione al sussidio offerto per la singolare iniziativa si ricorda che “vi è una crescente preoccupazione tra i cristiani” sul fatto che l’odierna celebrazione di Halloween contribuisca “a banalizzare e spettacolarizzare il male, l’occulto, la superstizione, le pratiche pagane” e a diffondere “credenze che sono incompatibili con la fede cristiana”. Per recuperare la sacralità della festa di Tutti i Santi “occorre con urgenza creare una controcultura, basata su Cristo”. Per il quarto anno consecutivo i giovani di Arequipa in Perù si preparano a vivere la Quarta Festa dei Giovani per la Fede e la Vita, un pellegrinaggio al Santuario della Madonna di Chapi che si svolge il 31 Ottobre e il 1° Novembre. “Come ogni anno, i giovani arriveranno al Santuario il 31 Ottobre a partire dalle ore 18 e la festa dura fino a Mezzogiorno del Primo Novembre – rivela l’Arcivescovo di Arequipa – che è il giorno in cui la Chiesa celebra la festa di Tutti i Santi. Abbiamo momenti di preghiera e di divertimento. C’è un concerto di musica e uno spettacolo di danza”. L’iniziativa è nata durante la celebrazione dell’Anno della Fede, afferma il Presule, e da allora è diventata un evento annuale che attira migliaia di giovani nel Santuario mariano situato a 60 Km dalla città. “Ci sono sacerdoti per ascoltare le confessioni dei giovani: è un grande omaggio alla Vergine. Dopo il riposo della notte, nelle tende e nei sacchi a pelo, la festa continua e si conclude con una Messa solenne”. Si sono già prenotati oltre 4.000 giovani appartenenti a parrocchie, comunità, movimenti laicali e alle diverse organizzazioni che partecipano alle attività per l’Anno della Gioventù indetto nell’Arcidiocesi di Arequipa. “Così, in modo festoso, si prega per i nostri giovani, per chiedere la materna protezione della Madonna di Chapi, nella certezza che Lei meglio di chiunque altro può portarci a Gesù Cristo”, osserva l’Arcivescovo. Un modo molto cristiano di dire NO alla Halloween pagana, per vivere una festa secondo la tradizione cristiana. Gli esorcisti “nel  particolare  ministero esercitato, in comunione  con  i  propri  vescovi”, manifestino “l’amore e l’accoglienza della Chiesa verso quanti soffrono a causa dell’opera del maligno”, scrive Papa Francesco in un messaggio inviato al Presidente dell’Associazione Internazionale Esorcisti (Aie) dopo il riconoscimento giuridico da parte della Congregazione per il Clero, nel Giugno 2014. L’evento, che ha visto la partecipazione di 300 esorcisti giunti da tutto il mondo, ha trattato in particolare diffusione e conseguenze di occultismo, satanismo ed esoterismo. “</span><span style="color: #1c1c1c;">Penso che la società italiana stia perdendo il senno, il senso della vita, l’uso della ragione e sia sempre più malata – rivela padre Gabriele Amorth – festeggiare la festa di Halloween è rendere un osanna al diavolo. Il quale, se adorato, anche soltanto per una notte, pensa di vantare dei diritti sulla persona. Mi dispiace moltissimo che l’Italia, come il resto d’Europa, si stia allontanando da Gesù, il Signore e, addirittura, </span><span style="color: #1c1c1c;">si metta a omaggiare Satana, la festa di Halloween è una sorta di seduta spiritica presentata sotto forma di gioco. L’astuzia del demonio sta proprio qui. Se ci fate caso tutto viene presentato sotto forma ludica, innocente. Anche il peccato non è più peccato al mondo d’oggi. Ma tutto viene camuffato sotto forma di esigenza, libertà o piacere personale. L’uomo è diventato il dio di se stesso, esattamente ciò che vuole il demonio”. </span><span style="color: #1c1c1c;">Riti come quelli di Halloween e pratiche simili, secondo i teologi, aprono la strada all’attività demoniaca straordinaria. Certamente, il numero delle persone che si rivolgono a queste pratiche con gravi danni sociali, psicologici, spirituali e morali, è in costante aumento e questo preoccupa perché, di rimando, si registra anche un aumento dell’attività demoniaca straordinaria, in modo particolare vessazioni, ossessioni e soprattutto possessioni diaboliche. A volte sono sottovalutati i rischi che vengono da queste pratiche. La stessa attività demoniaca ordinaria, la tentazione, non viene presa molto in considerazione da chi ha una fede tiepida. Infatti, i teologi esortano ad una maggiore vigilanza. Del resto, viviamo in un momento storico particolarmente critico, dove la fretta, la superficialità, l’individualismo esasperato, la secolarizzazione, sembrano quasi dominare la nostra società. La lotta contro il Male e il Maligno sta diventando sempre di più un’emergenza che è anche di natura psichiatrica. Mancano sul territorio Università Cattoliche di Medicina e Psichiatria degne di un Paese civile come l’Italia. Questo chiaramente è dovuto, oltre che all’azione diretta del nemico di Dio, all’affievolirsi della fede e della scienza, all’anomia, cioè alla mancanza di valori, e al relativismo culturale ormai dilagante. Per altri versi, assistiamo al continuo proliferare di messaggi mediatici, libri, programmi televisivi, programmi cinematografici, che in qualche modo sulla scia del sensazionalismo, del pansessualismo Gender e dello spettacolare incentivano, soprattutto le nuove generazioni, ad occuparsi dell’occultismo, del satanismo, e talvolta a praticarlo. L’astuzia di Satana è quella di farci credere che lui non esista e, sicuramente, un certo laicismo diffuso nella nostra società non aiuta. I punti sono sempre gli stessi, l’affievolirsi della fede, ma colpisce molto l’incidenza che hanno questi fenomeni dell’attività demoniaca straordinaria soprattutto sulle giovani generazioni e anche sulle famiglie. Sappiamo che colui che divide, il diavolo, non soltanto ci separa da Dio, ma separa le persone, le famiglie; separa inoltre anche dalla realtà, perché a volte abbiamo delle situazioni di alienazione, anche mentale, che sono secondarie all’attività demoniaca straordinaria (cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. </span><span style="color: #1c1c1c;"><span style="font-size: small;">391-392-393-394-395-397-398-407-409-413-414-421-447-517-538-539-540-550-566-635-636-1086-1237-1506-1673-1707-1708-2113-2116-2117-2119-2583-2850-2851-2852-2853-2854</span></span><span style="color: #1c1c1c;">). Il Santo Rosario quotidiano e l’Invocazione a San Michele Arcangelo sono sempre consigliabili: “Gloriosissimo Principe delle milizie celesti, Arcangelo S. Michele, difendici nella battaglia contro le potenze delle tenebre e la loro spirituale malizia. Vieni in nostro aiuto, che fummo creati da Dio e redenti con il Sangue di Cristo Gesù, suo Figlio, dalla tirannia del demonio. Tu sei venerato dalla Chiesa quale suo custode e patrono, a Te il Signore ha affidato le anime che un giorno occuperanno le sedi celesti. Prega, il Dio della Pace, che tenga schiacciato satana sotto i nostri piedi, affinché esso non possa fare schiavi di se gli uomini ne arrecare danni alla Chiesa. Presenta all’Altissimo con le tue, le nostre preghiere, perché discendano presto su di noi la Sua divina Misericordia. Incatena satana e ricaccialo negli abissi affinché non possa più sedurre le nostre anime. Amen”. Così dopo tre anni di studi la Cappella Sistina è finalmente pronta a mostrarsi nel pieno splendore con i due nuovi impianti, uno di climatizzazione, trattamento e ricambio dell’aria e uno di illuminazione con la tecnologia fotonica Led, sì quella che ha vinto il Nobel della Fisica 2014, sempre debitrice a Einstein. Sono gli affreschi di Michelangelo e degli altri grandi pittori a ringraziarci. “Non esiste una luce oggettiva, la luce è sempre un’interpretazione. Ci avevano proposto di illuminare il Giudizio universale, facendo illuminazioni differenziate, ma per lo storico dell’arte la Cappella Sistina non è il Giudizio, nel senso che non è solo quello. E allora siamo pervenuti, grazie ad un grande lavoro sinergico con light designer e restauratori, a scenari che restituissero una luce non troppo intensa o spettacolare. Abbiamo deciso per una luce né troppo fredda né troppo calda” – rivela Vittoria Cimino, responsabile dell’Ufficio del Conservatore per lo studio dell’ambiente di esposizione e di conservazione dei Musei Vaticani, nell’illustrare il percorso di studi durato quasi quattro anni che ha portato alla realizzazione del nuovo impianto di illuminazione a Led e di climatizzazione nella Cappella Sistina. “È una luce totale e precisa allo stesso tempo, non eloquente. Non una luce che esalta certi particolari, da discoteca – osserva Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani – questa luce permette insomma di capire la Cappella nella sua interezza e ogni affresco in ogni più piccolo dettaglio. L’affresco di Botticelli, per esempio, tre murali in condizioni praticamente perfette, grande cinque volte La Primavera che sta agli Uffizi, è ora illuminato in maniera eccellente, ma la gente, che pure fa la fila a Firenze, quando entra qui ha occhi solo per Michelangelo e neanche si accorge che esiste un capolavoro del genere. Ecco, noi con questa operazione vogliamo anche educare in un certo senso, correggere la fruizione dell’arte da parte della gente, del turista medio”. Si è partiti dalla constatazione dei danni per progettare il sistema di condizionamento. “Nell’Estate 2010 è stata effettuata una ricognizione accurata degli affreschi – spiega la dott.ssa Cimino – nel corso della quale abbiamo notato un imbianchimento in alcune zone, soprattutto concentrate sulle fasce dei quattrocentisti. Ci siamo rimessi così a studiare la Cappella. Siamo giunti alla costruzione di un algoritmo con cui riusciamo a sapere il dato esatto, sempre in tempo reale, relativo alla compresenza delle persone in sala. È sulla base di questo indice che l’impianto si autoregola mantenendo costante la temperatura e i parametri di CO2, evitando ristagni d’aria e prevenendo i danneggiamenti causati dai flussi vicino alle pareti che provocano correnti ascensionali rischiose per gli affreschi stessi. Non si arriverà mai ad un numero chiuso per le visite ai Musei Vaticani. No – assicura la Cimino – si sta pensando di migliorare anche l’impianto di amplificazione che deve essere sicuramente migliorato. La cosa era stata avviata ma poi ci siamo concentrati sugli aspetti della luce e del clima. Ci torneremo su, anche se è molto complesso intervenire, non essendoci spazi adeguati”. Tutti possiamo essere “esorcisti” con la Preghiera, in quanto battezzati cristiani. Ma occorre sempre, nei casi più gravi, l’intervento del Vescovo. Italia, ricorda, hai le tue radici!</span></p>
<p align="RIGHT"><span style="color: #1c1c1c;"><b>© Nicola Facciolini</b></span></p>
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		<title>L&#8217; Aquila: Ora della verità al Convegno Mondiale di San Francisco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Dec 2009 18:15:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News Terremoto]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Facciolini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>E’ l’ora della verità. Gli studi sulle previsioni e sulle conseguenze del terremoto di L’Aquila del 6 aprile 2009 (Mw=6.3) sbarcano a San Francisco in California (Stati Uniti) dal 14 al 18 dicembre, al tradizionale “AGU Fall Meeting” di Geofisica (www.agu.org/meetings/fm09/), il convegno dei sismologi di tutto il mondo. E’ prevista la partecipazione di migliaia di ricercatori. L’evento [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-650" title="destructive-power-of-a-tsunami" src="http://www.improntalaquila.org/wp-content/uploads/2009/12/destructive-power-of-a-tsunami-300x241.jpg" alt="destructive-power-of-a-tsunami" width="300" height="241" srcset="https://www.improntalaquila.com/wp-content/uploads/2009/12/destructive-power-of-a-tsunami-300x241.jpg 300w, https://www.improntalaquila.com/wp-content/uploads/2009/12/destructive-power-of-a-tsunami.jpg 510w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />E’ l’ora della verità. Gli studi sulle previsioni e sulle conseguenze del terremoto di L’Aquila del 6 aprile 2009 (Mw=6.3) sbarcano a San Francisco in California (Stati Uniti) dal 14 al 18 dicembre, al tradizionale “AGU Fall Meeting” di Geofisica (<span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.agu.org/meetings/fm09/">www.agu.org/meetings/fm09/</a></span></span>), il convegno dei sismologi di tutto il mondo. <span id="more-649"></span>E’ prevista la partecipazione di migliaia di ricercatori. L’evento internazionale di quest’anno farà molto parlare di sé con lavori, ricerche, intuizioni, pubblicazioni e rivelazioni scientifiche interessanti che in questi mesi abbiamo cercato di illustrare (continueremo a farlo) nelle nostre interviste. Partecipano molti scienziati e ricercatori italiani, tra cui i professori: Warner Marzocchi e Massimo Cocco dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), Luca Crescentini dell’Università di Salerno e Pier Francesco Biagi dell’Università di Bari. A cento anni dal Premio Nobel per la Fisica a Guglielmo Marconi, molte sono le aspettative razionali del congresso americano alla luce della naturale considerazione che i cittadini desiderano una corretta e costante informazione scientifica sui fenomeni naturali, soprattutto in tempo di &#8220;pace&#8221;, magari per poter finanziare direttamente studi e ricerche di geofisica sul modello Telethon, con un controllo “popolare” dei danari investiti magari non sull’onda delle emozioni. Allora, che cosa possiamo onestamente annunciare di positivo e quali speranze per il futuro della ricerca geofisica in Italia? “I risultati che abbiamo ottenuto con gli interferometri Infn del Gran Sasso per quanto riguarda il terremoto di L&#8217;Aquila – rivela Luca Crescentini – sono considerevoli. I sensori laser hanno correttamente funzionato prima, durante e dopo il terremoto. Sfortunatamente, alcune decine di secondi di dati durante il massimo scuotimento non sono utilizzabili a causa di alcuni filtri presenti nell&#8217;elettronica di acquisizione. E’ interessante quanto gli interferometri hanno visto prima del terremoto (o meglio, non visto, il che per alcuni aspetti è ancora più importante) e nei mesi successivi all’evento stesso”. Che cosa avete potuto dedurre dall&#8217;analisi dei dati preliminari relativi al periodo 6-11 aprile 2009?<br />
“La scossa principale è stata seguita da un terremoto lento sulla stessa faglia che ha originato il terremoto <em>distruttivo</em>, con uno scorrimento che si è propagato dall&#8217;estremità SE di arrivo della frattura veloce, verso NO e la superficie. Questo processo è durato qualche ora. La propagazione non è avvenuta a velocità costante, come succede per i terremoti usuali, ma con un processo di tipo diffusivo (spostamento proporzionale alla radice quadrata del tempo)”. Cioè? “Dove la propagazione lenta si è arrestata è avvenuto uno scorrimento lento del tipo noto in letteratura come &#8220;afterslip&#8221;, durato almeno qualche giorno. Il momento sismico di entrambi i processi è stato intorno al 10-20% di quello del terremoto <em>distruttivo</em>”. Gli interferometri laser del Laboratorio Nazionale del Gran Sasso hanno permesso di seguire questi processi con un dettaglio assolutamente unico a livello mondiale. “<span style="text-decoration: underline;">E&#8217; la prima volta infatti che viene direttamente osservata la propagazione diffusiva di un terremoto lento</span>, meccanismo da noi proposto nel 1999  per spiegare alcune caratteristiche degli eventi lenti registrati dagli interferometri nel 1997 e avvenuti nella zona del Gran Sasso (oggetto di una pubblicazione su <em>Science</em>) e successivamente riproposto da ricercatori americani e giapponesi su <em>Nature</em> nel 2007”. I risultati del gruppo di ricerca del prof. Crescentini sono stati presentati a Trieste, lo sono anche a San Francisco e sono oggetto di una pubblicazione (Amoruso e Crescentini) in stampa sul <em>Geophysical Research Letters</em>.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Il convegno di San Francisco, abbiamo ragione di credere, fisserà anche alcuni criteri per la credibilità scientifica di presunte “scoperte” in campo sismologico. Per Warner Marzocchi (Ingv), “attualmente nella letteratura internazionale non si fa ancora nessun cenno a previsioni deterministiche di terremoti. Al recente GNGTS (il convegno più importante di geofisica in Italia) nessuno ha fatto cenno a previsioni deterministiche. La comunità scientifica italiana e internazionale non danno credito alle ricerche di Giuliani. Ciò non vuol dire che non sarà possibile in futuro prevedere i terremoti, ma pochi ritengono sia un traguardo raggiungibile a breve”. Massimo Cocco (Ingv) partecipa al convegno di San Francisco nella sessione dedicata al terremoto di L&#8217;Aquila. “Vi posso anticipare che il livello di conoscenze scientifiche raggiunto sui processi fisici che hanno generato il terremoto del 6 Aprile a L&#8217;Aquila – fa notare il ricercatore – è senza precedenti per l&#8217;Italia e sicuramente all&#8217;avanguardia a livello mondiale. La qualità e quantità dei dati raccolti ci ha permesso di simulare i processi di genesi delle onde sismiche e di comprendere la severità dello scuotimento nell&#8217;area colpita. A questo è doveroso aggiungere due considerazioni. La prima riguarda il fatto che i progressi nella comprensione dei processi fisici che governano i terremoti si traducono in una maggiore capacità di valutare l&#8217;evoluzione spaziale e temporale della sismicità e quindi un progresso verso la valutazione delle probabilità di occorrenza dei terremoti (previsione probabilistica)”. Purtroppo, la complessità dei fenomeni fisici in gioco è tale da impedire allo stato delle conoscenze attuali di effettuare previsioni deterministiche. “La possibilità di capire le cause di fenomeni precursori (siano queste emissioni gassose o altro) – rivela Massimo Cocco – non ci permette di interpretare questi segnali con livelli di affidabilità e di verifica tali da consentire una previsione deterministica applicabile alla gestione delle emergenze e quindi alla società. La seconda riguarda il fatto che la severità del movimento del suolo nella città di L&#8217;Aquila, è anche determinata dalle peculiarità del processo causativo alla sorgente e dalla posizione della città rispetto alla faglia sismogenetica”. Questo comunque non cambia la lezione che arriva dal catastrofico evento aquilano. “Le necessità di migliorare la prevenzione dai terremoti e di considerare la vulnerabilità dell’ambiente antropico nella gestione del territorio – afferma Cocco – sono prioritarie. Vorrei sottolineare un’altra necessità per il nostro Paese: quella di migliorare ed intensificare le attività di disseminazione e di educazione della società finalizzate a conoscere e convivere con fenomeni naturali quali i terremoti. La conferenza di San Francisco è un convegno scientifico, dove si incontrano i migliori ricercatori del settore nel mondo. Tradurre queste informazioni in disseminazione per la società, è un compito che non può essere svolto solo dalla comunità scientifica”. Ma dai mass-media che al rigore scientifico devono accompagnare la verità, la comprensibilità, stimolando l’attenzione dei cittadini. Alla luce delle conoscenze accumulate nei secoli sui grandi terremoti e tsunami nell’area mediterranea, consigliamo la lettura dei due volumi: <strong><em>Catalogue of ancient earthquakes in the Mediterranean area up to the 10th century</em></strong><em>”</em>, vol. <span lang="en-GB">I, Emanuela Guidoboni, Alberto Comastri e Giusto Traina, ING-SGA, 1994; </span><em><span lang="en-GB">“</span></em><strong><span lang="en-GB"><em>Catalogue of ancient earthquakes and tsunamis in the Mediterranean area from the 11th to the 15th century</em></span></strong><em><span lang="en-GB">”</span></em><span lang="en-GB">, vol. </span>II, E.Guidoboni, A.Comastri, 2005, INGV-SGA). Libri utili per ricordare e riflettere (nelle rispettive 19 lingue nazionali dei Paesi oggetto di studio) su una pagina di storia e letteratura sociale, culturale, economica e scientifica, per certi versi sconosciuta prima dei contributi scientifici offerti dagli Autori di questi due preziosi volumi. Dove, grazie allo scambio di informazioni e competenze, l’Ingv ha fatto emergere la consapevolezza della grande utilità dei riferimenti incrociati, fonte di nuovi spunti di ricerca interdisciplinare che aiutano il lettore a navigare tra le conoscenze finora acquisite per formarsi un’opinione libera. Analisi sismologica, impatto e prospettive, vengono illustrati attraverso la ricerca delle fonti scritte istituzionali, ponendo particolare attenzione al ricco patrimonio di conoscenze edilizie acquisite dai nostri antenati nel Mediterraneo e sulle criticità che nei secoli hanno concorso a causare ed amplificare i disastri. Relazioni scientifiche, dati sulla sismicità storica, documenti istituzionali e notizie, tracciano l’immagine storica generale del fenomeno sismico nel Mediterraneo. Disastri di media e bassa intensità, alcuni dei quali dimenticati o sottostimati, che tuttavia confermano la dinamica reale in atto nel Mediterraneo, dominata da pochi e rari terremoti catastrofici. Gli studi per il Ponte sullo stretto di Messina hanno alimentato negli ultimi 30 anni una fase di analisi innovativa, giudicata dai ricercatori italiani di enorme interesse scientifico. Anche da parte della comunità internazionale. I due volumi mettono in luce non solo gli effetti dei disastri nelle varie civiltà e società del Mediterraneo, ma anche la diversa percezione del terremoto nel tempo, in mutate condizioni sociali e di coscienza civile. Gli scienziati ci ricordano che la capacità di pensare il futuro e di imparare a convivere con i fenomeni naturali, non sempre catastrofici, va poi misurata sul campo.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Il <em>Report</em> internazionale dei geoscienziati prodotto a L’Aquila dal G10 di sismologia, lo scorso 2 ottobre 2009, lo conferma pienamente. Il fermento scientifico nella geologia dei terremoti e nell’ingegneria antisismica, ha certamente consentito l’elaborazione di nuovi strumenti normativi che pongono oggi l’Italia all’avanguardia in Europa. Tuttavia occorre unificare e potenziare le reti di osservazione sismologiche e geodetiche già esistenti, estendendole con sensori sul fondo marino e lacustre, elevandone gli standard tecnologici. Le dinamiche territoriali e la pericolosità sismica nel Mediterraneo nel quale viviamo, basati su dati archeologici e storici, affrontano ricerche di notevole rilevanza scientifica ed applicativa. Grazie alle affidabili osservazioni strumentali disponibili per i terremoti più recenti (<span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.emsc-csem.org/">www.emsc-csem.org</a></span></span>) ed alla buona conoscenza della struttura sismo tettonica, il bacino del Mediterraneo rappresenta un laboratorio naturale di sperimentazione di tecniche avanzate per la valutazione probabilistica e deterministica della pericolosità sismica mondiale. Se è demandato ai posteri il giudizio della Storia sulla ricostruzione, sulla rinascita, sul decollo della nuova e più bella L’Aquila e sul ruolo svolto dai mass-media nella formazione della <em>verità scientifica</em> (anche in ambito geofisico e sismologico) al servizio della libera opinione pubblica, tuttavia non è possibile rinviare ulteriormente la stagione delle responsabilità. Il fatto che la cultura della prevenzione sismica in Italia non sia ancora capillarmente diffusa nella coscienza civica e nella “catena infinita” di responsabilità locali (con conseguente ignoranza sul fenomeno e sulla percezione del rischio sismico nelle nostre case e città), non può costituire un alibi politico di mutua assistenza “trasversale” su quanto si sarebbe potuto fare per evitare una tragedia come quella di L’Aquila, con i suoi 308 morti, le sue migliaia di feriti e i miliardi di euro di danni materiali e morali.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Qualità dei dati e dei modelli scientifici disponibili, non bastano, ma possono aiutare ad interfacciare ricerca storica, architettonica e sismologica in una collezione unica di informazioni per illuminare molte lacune oggi esistenti sui terremoti storici e preistorici in Abruzzo e nel Mediterraneo, ancora sconosciuti. Per intraprendere, come nei due volumi Ingv sopra indicati, da neofiti e da scienziati, un viaggio affascinante attraverso differenti culture. Frutto della collaborazione di ricercatori che offrono ogni giorno le loro competenze al servizio della conoscenza e della divulgazione scientifica.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Gli ambienti e l’architettura antisismica delle popolazioni antiche sono, infatti, un esempio delle risposte e dei suggerimenti possibili ai terremoti ed ai disastri sismici e vulcanici. I due cataloghi, intrecciando inesorabilmente i vari campi di ricerca, identificano un certo numero di temi di prevenzione ed analisi sismica nella storia (dall’Antico Egitto, alla Bibbia ebraica dell’Antico Testamento dove la parola terremoto, in ebraico “ra’ash”, appare 47 volte, fino alla mitologia classica greco-romana, al medioevo ed ai nostri giorni) grazie a un approccio metodologico omogeneo. Un contributo editoriale considerevole, che potrà essere arricchito dai dati sui terremoti storici di L’Aquila, magari ancora sepolti negli archivi, nei conventi e nelle biblioteche private di tutto il mondo, per capire i problemi della sismicità in Abruzzo e nel Mediterraneo, per stimolare ulteriori ricerche in altre nazioni, in un’ottica sicuramente interdisciplinare. In attesa di vedere pubblicato il terzo volume, dal 16° Secolo ai giorni nostri, vale la pena ricordare che lavori enciclopedici come questo possono incoraggiare la comunità scientifica a far uso di informazioni utili allo sviluppo di nuovi progetti, interessando direttamente le popolazioni dell’area mediterranea, per prevenire future tragedie di portata “biblica”.<img decoding="async" class="size-medium wp-image-651 alignright" title="faglie attive sismogenetiche illuminate dai recenti terremoti" src="http://www.improntalaquila.org/wp-content/uploads/2009/12/faglie-attive-sismogenetiche-illuminate-dai-recenti-terremoti-300x208.jpg" alt="faglie attive sismogenetiche illuminate dai recenti terremoti" width="300" height="208" srcset="https://www.improntalaquila.com/wp-content/uploads/2009/12/faglie-attive-sismogenetiche-illuminate-dai-recenti-terremoti-300x208.jpg 300w, https://www.improntalaquila.com/wp-content/uploads/2009/12/faglie-attive-sismogenetiche-illuminate-dai-recenti-terremoti-1024x710.jpg 1024w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Non possiamo lamentarci più di tanto se i cervelli italiani trovano migliori fortune (e Premi Nobel) all’estero, se fino alla metà dell’Ottocento la nostra gente veniva educata a credere ed accettare il fatto che l’età della Terra fosse di 6mila anni. Un calcolo chiaramente errato solo dalla scoperta dei fossili e della radioattività. Per migliaia di anni si è pensato, anche in Abruzzo, che nelle profondità della Terra vi fossero giganti a “reggere” letteralmente il mondo e il peso delle umane fatiche e miserie. Ecco perché abbiamo ancora paura del terremoto e, in genere, dei fenomeni naturali: guai solo a pronunciarne il nome in tempo di pace, figurarsi in politica e sui giornali! La scienza sperimentale inventata dall’italiano Galileo Galilei ha appena 400 anni, la moderna geologia molto ma molto meno in Italia, senza contare l’Abruzzo “primordiale”. I due volumi, frutto di anni di ricerca, sono di particolare importanza scientifica, perché offrono un contributo considerevole alla sismologia, allo studio delle scienze della Terra, attraverso le catastrofi ambientali nella storia fino al disastroso tsunami del 26 dicembre 2004 che sconvolte l’Oceano Indiano con centinaia di migliaia di vittime. I fenomeni naturali non rispettano i confini geografici e politici, come ci ricorda il professor Enzo Boschi, presidente dell’Ingv. Gli eventi estremi vanno studiati e compresi nella frammentarietà dei loro effetti, ricostruiti ed interpretati in relazione al loro contesto culturale, sociale ed economico. Ben prima dello tsunami “mediatico” e tettonico del dicembre 2004, l’importanza di tali eventi nella storia aveva conquistato pubblicazioni, trattati, lettere, ricerche e resoconti dei nostri antenati durante analoghe catastrofi negli Anni del Signore 1202 e 1303, avvenute nel mar Mediterraneo. I cui effetti solo oggi possono essere compresi nella loro reale natura, per lo più sconosciuta agli sfortunati testimoni di quelle lontane tragedie che apparivano semplicemente terrificanti e inesplicabili. Ora sappiamo che gli tsunami possono colpire con violenza anche nel mar Mediterraneo. I resoconti storici lo confermano, ponendo un limite temporale ben preciso: l’Anno del Signore 1453, la caduta di Costantinopoli e dell’Impero Romano d’Oriente (Byzantine Empire). “La considerevole attività sismica e vulcanica di questi cinque secoli – fa notare il prof. Enzo Boschi – fu accompagnata da una perdita di informazioni storiche sostanzialmente legata alle reali difficoltà, nei secoli passati, di studiare e capire tali fenomeni naturali”. La caduta di Costantinopoli e l’occupazione turca segnano, infatti, un reale spartiacque nella storia delle civiltà del Mediterraneo, influenzando le fonti e le vie di trasmissione e comunicazione di conoscenze e notizie.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Il secondo volume attraversa anche la storia dell’Istituto nazionale di geofisica (Ing) che nel 1999 assunse la nuova veste istituzionale di Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv). Un ulteriore impulso offerto agli Autori per aggiornare le ricerche e la ricca bibliografia con nuovi spunti e fonti attraverso nuove interpretazioni sui terremoti finora sconosciuti nei 19 Paesi del Mediterraneo (come l’evento A.D. 1117 in Italia). Nuova è anche la cartografia utile per conoscere il quadro di fenomeni sismici e tsunami i cui scenari ed effetti devono ancora essere dettagliatamente studiati e compresi. Uno dei principi basilari della sismologia storica e della ricerca, è di aiutare le analisi sismologiche e paleosismologiche con lo studio delle fonti dirette e indirette. Gli storici del Medioevo dell’area mediterranea possono così fare buon uso delle informazioni (territorio, ambiente e società) contenute nei due cataloghi, favorendo l’integrazione interdisciplinare delle conoscenze. Gli effetti distruttivi di terremoti, eruzioni vulcaniche, liquefazioni telluriche, frane e tsunami hanno lasciato profonde ferite nelle culture e nelle società medievali del Mediterraneo. Le fonti storiche, presentate nelle loro lingue originali per capire il contesto socio-culturale dell’epoca, offrono a studenti e ricercatori una “summa” di letteratura sismologica, con informazioni ed analisi relative a 383 terremoti, 22 tsunami e 102 effetti ambientali. Gli effetti sismici localizzati sono 1344 e riguardano città, villaggi, fortificazioni e castelli nei 19 Paesi dell’attuale geografia politica nell’area mediterranea. Un lavoro enciclopedico di assoluta qualità, importanza e rigore scientifico reso possibile grazie al lavoro di ricercatori e professori in lingue orientali, coordinati dall’Ingv, per dare vita a una catalogazione estremamente complessa: dalla ricerca di antiche trascrizioni, all’interpretazione di fonti e manoscritti scientificamente importanti nella delicata fase di valutazione delle loro rilevanza per la compilazione del volume. Un vero e proprio “laboratorio” di letteratura geodinamica, frutto di un lavoro decennale magistrale di giovani entusiasti “detective-archeologici” dei fenomeni più naturali e sconosciuti alle civiltà del Mediterraneo.</p>
<p style="text-align: right; margin-bottom: 0cm;">Nicola Facciolini</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2009/12/11/l-aquila-ora-della-verita-al-convegno-mondiale-di-san-francisco/">L&#8217; Aquila: Ora della verità al Convegno Mondiale di San Francisco</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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		<title>Atomica vera e falsa nella informazione italiana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Dec 2009 16:58:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ecologia - Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Facciolini]]></category>
		<category><![CDATA[nucleare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ragioniamo sull’Atomica vera e falsa nell’informazione italiana, tra emendamenti ritirati, aggiunti e corretti in corso d’opera nella Finanziaria 2010.Dopo il disastroso terremoto di L’Aquila (Mw=6.3) del 6 aprile 2009, torna l’incubo dell’olocausto termonucleare mentre qualcuno dà il benvenuto alla “Ru486” che un prodotto alieno non è, fino a prova contraria, ma di origine umana. Viviamo [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2009/12/10/atomica-vera-e-falsa-nella-informazione-italiana/">Atomica vera e falsa nella informazione italiana</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-size: x-small;"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-599" title="ABM_missile" src="http://www.improntalaquila.org/wp-content/uploads/2009/12/ABM_missile-300x225.jpg" alt="ABM_missile" width="300" height="225" srcset="https://www.improntalaquila.com/wp-content/uploads/2009/12/ABM_missile-300x225.jpg 300w, https://www.improntalaquila.com/wp-content/uploads/2009/12/ABM_missile.jpg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-size: x-small;">Ragioniamo sull’Atomica vera e falsa nell’informazione italiana, tra emendamenti ritirati, aggiunti e corretti in corso d’opera nella Finanziaria 2010.<span id="more-598"></span>Dopo il disastroso terremoto di L’Aquila (Mw=6.3) del 6 aprile 2009, torna l’incubo dell’olocausto termonucleare mentre qualcuno dà il benvenuto alla “Ru486” che un prodotto alieno non è, fino a prova contraria, ma di origine umana. Viviamo sulla Terra per la vita o per l’aborto che, al di là dei casi terapeutici, è omicidio e genocidio? E’ lecito per legge e sentenza consentire a una donna, con poco più di manciata di euro (anche in Italia), la libertà di uccidere, medicalmente assistita, il suo feto umano che le sta crescendo nel suo grembo materno, in un ospedale pubblico? Un feto umano, non un “alieno”. Una vita con un’anima creata da Dio nell’incontro tra un uomo e una donna, per chi non lo ricordasse! L’evidenza degli eventi è sconcertante. Siamo nella piena fantascienza morale. Non bisogna “essere” per forza cattolici, cristiani, credenti in un Dio e professare una fede religiosa o laica, per sentirsi nauseati in tutta coscienza. Se si è ancora umani, lo dobbiamo alla nostra coscienza. La politica delle tre scimmiette evidentemente “rivela” qualcos’altro nel turbinio della cronaca quotidiana, fatta di mistificazione, negatività, disinformazione, sporcizia morale ed etica, delazione, interessi farmaceutici, opportunismo e tradimento politico. Questo nella compiacente indifferenza territoriale di presunti “conservatori” in salsa italiana, dalla “rivoluzione” facile e permanente in barba ai principi sacri e basilari della Democrazia e della Rappresentanza parlamentare, fondati sulla volontà del popolo sovrano in cui risiede la legittimità e la vita delle norme fondamentali della nostra Carta costituzionale che è fondata sulla Famiglia, sulla Vita e sul Lavoro, nuclei essenziali della Società, delle Istituzioni e della Repubblica. Ma una cosa è certa. Chi credeva di votare centrodestra in realtà, ogni giorno che passa, in cuor suo, sa di aver creato dal nulla una nuova “Chimera” burocratica pronta a smantellare tutto in Italia e in Europa in nome di presunte “necessarie riforme” a tempo indeterminato, un tempo chiamate presuntivamente “progresso”! Questo mentre nei mari di Russia (ricordate il film “Stato di allarme”?) gli esperimenti missilistici dei sommergibili nucleari proseguono, con pezzi di testate che volano un po’ ovunque sopra le nostre miserie umane. E’ accaduto poche ore fa anche sui cieli della Norvegia mentre il Presidente “di guerra” Barack Hussein Obama riceveva in Svezia il Premio Nobel per la Pace! Avanza qualcos’altro per il Natale 2009 dopo le malattie invisibili nei Paesi poveri e i 79 milioni di tonnellate (media per difetto, con punte di 250 milioni) di anidride carbonica che vengono sparati ogni giorno nell’atmosfera terrestre? Che Dio perdoni tutti, perché non osiamo immaginare quale altre “regalo” sotto l’albero potremmo essere in grado di donare alle presenti e future generazioni. <img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-600" title="tsarbombamushroomcloud" src="http://www.improntalaquila.org/wp-content/uploads/2009/12/tsarbombamushroomcloud-300x229.jpg" alt="tsarbombamushroomcloud" width="300" height="229" srcset="https://www.improntalaquila.com/wp-content/uploads/2009/12/tsarbombamushroomcloud-300x229.jpg 300w, https://www.improntalaquila.com/wp-content/uploads/2009/12/tsarbombamushroomcloud.jpg 500w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /><br />
La vera “Atomica” non è una bomba-sexy o quella sfortunatamente proferita sotto voce da qualcuno (mentre il lezzo del peto pestilenziale di un criminale mafioso ammorbava un’aula di Giustizia e il mondo) per far cadere qualcun altro, ma l’incubo della fine del mondo contenuta in un’altra notizia. Nella circostanza di un fenomeno improvviso, inaspettato, luminoso e spaventoso sui cieli bui della Norvegia, quasi sicuramente causato dal malfunzionamento di un missile suborbitale russo, un SS-N-30 </span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.globalsecurity.org/wmd/world/russia/3m14.htm"><span style="font-size: x-small;">Bulava</span></a></span></span><span style="font-size: x-small;">, non armato, capace di portare 6 testate nucleari indipendenti, lanciato da un sottomarino nel Mare Bianco il 9 dicembre 2009. Con satelliti spia impazziti anch’essi di paura! Una scia verde che stranamente ha disegnato nel cielo una perfetta spirale bianchissima simile allo “show” (</span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://apnaview.com/y/OkT3I6RDPkw/Trident-II-launch-goes-wrong"><span style="font-size: x-small;">video</span></a></span></span><span style="font-size: x-small;">) di un altro missile, stavolta americano, precisamente un “Trident II”, lanciato nel 2007 da un altro sommergibile pronto per la fine del mondo. Se l’ipotesi plausibile del razzo russo è stata confermata dalla Bbc (</span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://news.bbc.co.uk/2/hi/europe/8405481.stm"><span style="font-size: x-small;">http://news.bbc.co.uk/2/hi/europe/8405481.stm</span></a></span></span><span style="font-size: x-small;">) e dal Ministero della Difesa russa, oggi in Italia, patria della Fisica Nucleare, i nostri politici ancora non sanno esattamente cosa sia una bomba nucleare. Figurarsi una centrale di terza generazione! Non sono mai stati trasmessi in Italia: sono i dvd di Peter Kuran che documentano la realtà con immagini a dir poco sconvolgenti e drammaticamente spettacolari. Avete mai visto una Bomba H esplodere nell’alta atmosfera? Allora, non potere rinunciare a questa breve carrellata nella storia del documentario scientifico, diretto e prodotto da Kuran. Diciamo subito che i film del celebre regista statunitense, non hanno nulla a che spartire con la fantascienza né con il brutto scherzo di un’esplosione nucleare, durante il meteo, messo in onda da un gruppo di buontemponi hacker sul canale ceco ČT2 domenica 17 giugno 2007. I film di Peter Kuran sono la realtà nuda e cruda dello sviluppo dell’industria degli armamenti nucleari Usa. Si comincia con il film </span><span style="font-size: x-small;"><strong>“Trinity and Beyong (The Atomic Bomb Movie)”</strong></span><span style="font-size: x-small;">, per assistere, da testimoni diretti, all’incredibile storia dello sviluppo delle armi nucleari. Il più drammatico, sconvolgente, storico, spettacolare e inquietante film sui test nucleari Usa, in 6 capitoli, 26 sezioni e contenuti speciali: dalla prima esplosione di 100 tonnellate di TNT nello stesso sito sul quale sarebbe poi esplosa la prima bomba nucleare della storia nel luglio 1945, alle inedite immagini riprese su Hiroshima e Nagasaki subito dopo il bombardamento nucleare Usa, alle esplosioni delle bombe “H” sull’oceano Pacifico, alla super bomba sovietica (circa 60 megatoni), ai test cinesi. Il famoso regista di effetti speciali Peter Kuran (Star Wars, Star Trek II e V, Robocop, la Famiglia Addams, 13 Giorni) ha dedicato più di tre anni della sua vita per la produzione di questo film-documentario che racconta la segretissima, strana e visivamente incalzante storia dell’ideazione, produzione e sperimentazione delle bombe nucleari a fissione (le bombe atomiche non esistono, in quanto il fenomeno di fissione-fusione è a livello sub-atomico, ossia nucleare) e termonucleari a fusione (bomba all’idrogeno, detta “H”), negli Stati Uniti d’America. Nel dvd vengono presentati per la prima volta in assoluto rari filmati d’epoca declassificati, tratti dagli archivi segreti del governo Usa. Il regista Kuran ha viaggiato in tutto il mondo per ottenere i filmati originali dei test nucleari condotti dalla Cina e dalla altre potenze nucleari, e delle più grandi esplosioni termonucleari della storia effettuate (Bomba Sakarov all’idrogeno) dall’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-size: x-small;">La qualità delle immagini è considerevole e ha richiesto la presentazione di un nuovo Academy Award, poi vinto dal regista Kuran per questo film, le cui immagini sono state eccezionalmente restaurate con processi digitali ad alta definizione appositamente creati per preservare queste spaventose immagini alle generazioni future. Il film, in lingua originale inglese, narrato dal famoso attore William Shatner (il capitano Kirk della nave stellare Enterprise in Star Trek), si avvale di una superba colonna sonora originale, anch’essa premiata, eseguita dall’Orchestra sinfonica di Mosca. Interessante è l’intervista speciale al fisico recentemente scomparso, Edwar Teller, uno dei creatori della bomba H statunitense, uno dei più controversi personaggi del XX Secolo. Fatti esplodere sotto gli oceani, sospesi a un pallone stratosferico, sparati da un cannone nucleare nel deserto del Nevada o nello spazio, questi ordigni infernali sono capaci di devastare la biosfera della Terra, riducendola alle fattezze del pianeta Marte. Il film, altamente educativo, è una straordinaria produzione che ci aiuta a capire per la prima volta con il linguaggio visivo, gli eventi che hanno cambiato per sempre (furono effettuati centinaia di esperimenti, secondo la propaganda “controllati”!) la storia dell’umanità. Infatti, per quanto si tenti di disinnescarle e disarmarle, sarà impossibile liberarsi delle armi nucleari, in quanto non le potremo mai disinventare. Guai a noi se, come lo struzzo, faremo finta che non esistono più nei silos in compagnia delle armi batteriologiche. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-size: x-small;">Il secondo film </span><span style="font-size: x-small;"><strong>“Nuke in space – L’arcobaleno nucleare”</strong></span><span style="font-size: x-small;"> di Peter Kuran ci porta alla scoperta dei test segreti Usa condotti nello spazio, declassificati e rivelati per la prima volta in assoluto, dopo più di 40 anni. Il dvd è narrato da W. Shatner. Al culmine della tensione tra Usa e Urss, durante la Crisi dei missili di Cuba, le due superpotenze (“defcon 3”) hanno condotto test nucleari nell’atmosfera terrestre e nello spazio esterno. Il film rivela l’incredibile storia di più di 20 test termonucleari spaziali. Quasi del tutto ignote al pubblico italiano, le esplosioni “H” crearono aurore ed arcobaleni artificiali spettacolari, che solo ora sono mostrati in tutta la loro terrificante realtà. Immagini che ispirano soggezione e inquietudine. Dietro l’apparente spettacolarità delle cosiddette “bombe-arcobaleno” si celavano sconvolgenti conseguenze, immediate e a lungo termine. Le radiazioni nucleari prodotte da questi test hanno avuto ed avranno effetti disastrosi permanenti sullo spazio vicino alla Terra. Nell’era dello Sputnik e della corsa alla conquista dello spazio, la supremazia tra Usa e Urss era misurata dalla tecnologia, ossia dalla capacità di applicare le conoscenze scientifiche acquisite nella teoria e negli esperimenti della fisica. I filmati del </span><span style="font-size: x-small;"><em>National Security Council</em></span><span style="font-size: x-small;"> e il documentario sulla Crisi dei missili cubani ci aiutano a comprendere e spiegare l’estrema virulenta pericolosità del livello di rivalità raggiunto che aveva condotto gli Usa ad aumentare la propria supremazia nucleare sull’Urss. Eventi che la storia ha immortalato nella leadership di uno dei carismatici ed amati presidenti degli Stati Uniti d’America, John. F. Kennedy. Delle cui parole pronunciate davanti al Congresso Usa e al popolo americano, questo film ci rende partecipi e testimoni in un’era nucleare (oggi niente affatto “superata”) che all’epoca stava diventando la costante di un’accecante supremazia militare fondata sull’equilibrio del terrore (teoria del “Mad” che in inglese significa “folle”, ossia dell’autodistruzione reciproca garantita) oggi solo in parte superata e, comunque, non necessariamente in grado di garantire la pace. In quanto l’arma nucleare rischia di trovare nuovi acquirenti in stati non democratici sulla Terra, e di diffondersi ovunque non come mezzo di deterrenza, come finora assicurato dalle superpotenze, ma di offesa preventiva. Peter Kuran, il vincitore del film </span><span style="font-size: x-small;"><strong>“Trinity and Beyong (The Atomic Bomb Movie)”</strong></span><span style="font-size: x-small;">,</span><span style="font-size: x-small;"><strong> </strong></span><span style="font-size: x-small;">in questo dvd </span><span style="font-size: x-small;"><strong>“Nuke in space – L’arcobaleno nucleare”,</strong></span><span style="font-size: x-small;"> si avvale di nuovi filmati e documenti governativi declassificati, proponendo inedite interviste, controverse e originali, alle autorità militari e scientifiche protagoniste di quegli eventi. Una nuova colonna sonora dell’Orchestra sinfonica di Mosca in “Dolby Digital 5.1 Surround Sound”, è stata creata per creare un’esperienza visiva davvero cinematografica ed aprire una finestra sulla quotidianità dell’era nucleare. Questo film è una pietra miliare della documentazione storica sulla Guerra Fredda e sui test nucleari, con forti implicazioni sul futuro della sicurezza nazionale Usa. Non mancano i contenuti speciali con una sezione bonus dove è possibile visionare: i filmati sui lanci nucleari falliti, la conferenza stampa di J.F.K; gli impianti nucleari di Cuba e tanto altro ancora.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-size: x-small;"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-601" title="B-52" src="http://www.improntalaquila.org/wp-content/uploads/2009/12/B-52-300x201.jpg" alt="B-52" width="300" height="201" srcset="https://www.improntalaquila.com/wp-content/uploads/2009/12/B-52-300x201.jpg 300w, https://www.improntalaquila.com/wp-content/uploads/2009/12/B-52.jpg 800w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" />Il terzo film </span><span style="font-size: x-small;"><strong>“Atomic Journeys – Benvenuti al Ground Zero” </strong></span><span style="font-size: x-small;">di Peter Kuran, è altrettanto spettacolare e sconvolgente. Che cosa fareste nello scoprire che la società del gas ha scavato una galleria a poche centinaia di chilometri da casa vostra, utilizzando una testata nucleare in miniatura? “L’Atomica in giardino” non è solo il titolo di un grande film di successo. Ed allora, “benvenuti al Ground Zero” dei test nucleari Usa. Più di 45 anni fa, sentendo un tonfo improvviso proveniente dal sottosuolo e osservando luci splendenti, qualcuno negli States avrebbe forse anche potuto interpretare l’evento con il passaggio di un treno, un terremoto o un Ufo. Ma qualcosa di più lontano e potente era accaduto…una detonazione nucleare a poche centinaia di chilometri da casa, chi mai l’avrebbe potuta immaginare? Questo film di P. Kuran è quanto di più segreto e sconosciuto al grande pubblico il governo Usa abbia mai potuto nascondere per decenni. Test nucleari super segreti e lavori per scavare tunnel, caverne e gallerie, condotti nel territorio degli Stati Uniti, di cui solo poche persone furono a conoscenza. Piccole bombe nucleari furono letteralmente sganciate nel giardino di casa, calate in pozzi di estrazione mineraria e nei deserti per costruire basi segrete. Non solo negli Stati Uniti. Non mancano gli incidenti nucleari, in gergo “Broken Arrow”, poi famosa pellicola cinematografica. Testimoni viventi raccontano di un ordigno con testata nucleare non armata, accidentalmente sganciata da un aereo su una casa in una cittadina dello stato della Carolina del sud. Molti dei test erano parte integrante della politica della Commissione dell’Energia Atomica (la stessa casa editrice del celebre volume propagandistico “L’Amico Atomo” degli anni ’50 del XX secolo), volta ad esplorare l’impiego “civile” di questi ordigni nucleari nell’ingegneria delle opere pubbliche, per usi pacifici come la costruzione di nuovi canali, gallerie sotterranee, caverne, porti, dighe e per aumentare l’estrazione di gas naturale. La Commissione ha così effettuato, all’insaputa dei contribuenti Americani, detonazioni nucleari segretissime, dissimulando anche i segnali sismici prodotti dalle esplosioni. Oggi sarebbe praticamente impossibile, visto che anche i pacifici e sensibilissimi esperimenti del Gran Sasso dell’Infn, possono benissimo individuare e segnalare in tempo reale test nucleari in ogni angolo della Terra! </span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-size: x-small;">Kuran ci porta a visitare dieci dei più rilevanti siti di questi test segreti: dall’Alaska al Mississippi, al Nevada, “lo stato nucleare più bombardato sulla Terra”, dove furono fatti esplodere più di 900 ordigni. Non sono solo gli Usa, sotto i riflettori di questa straordinaria inedita pellicola: Kuran ci accompagna alla scoperta di foto e filmati di simili test effettuati da Francia, Inghilterra e Urss. “Dalla visita di questi finora ignoti “Ground Zero” – assicura P. Kuran – si esce sicuramente diversi, più consapevoli del mondo terrificante in cui viviamo”. Un dvd in 29 capitoli, narrato da W. Shatner: non mancano i contenuti speciali, la biografia degli autori e i filmati bonus. Nei quali possiamo accedere alla galleria “Tour” dove una “guida speciale” ci conduce all’interno dei siti che furono teatro di quei test. Una mappa globale planetaria svela dove sono ubicati tutti (quelli finora apertamente dichiarati) i Ground Zero nucleari e molto altro ancora. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-size: x-small;">Nulla in confronto a ciò che fecero i sovietici. Quel giorno, quando esplose, fu definito “il giorno in cui la Terra fu uccisa”. La “Bomba Tsar – Fine del Mondo” (</span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.youtube.com/watch?v=LxD44HO8dNQ"><span style="font-size: x-small;">www.youtube.com/watch?v=LxD44HO8dNQ</span></a></span></span><span style="font-size: x-small;">) è stato il più potente ordigno termonucleare (all’idrogeno) mai sperimentato dall’uomo. Fu costruito in Unione Sovietica nel 1961, su comando del Partito Comunista (Pcus), da un gruppo di lavoro capeggiato da militari e dal fisico Andrej Dmitrievič Sakharov, in poco più di sei settimane. Il nome in codice dell’ordigno era Big Ivan. Il suo potere esplosivo fu di 57 megatoni (altre fonti affermano, fra i 62 e i 90 megatoni), ovvero oltre 3.800 volte quello della bomba nucleare sganciata su Hiroshima. È stato calcolato che se fosse stata lanciata su Londra, la Tsar avrebbe distrutto ogni cosa nel raggio di 30 km e incendiato tutto ciò che si fosse trovato entro 90 km dal centro dell’esplosione. <img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-602" title="61-HURON" src="http://www.improntalaquila.org/wp-content/uploads/2009/12/61-HURON-300x236.jpg" alt="61-HURON" width="300" height="236" srcset="https://www.improntalaquila.com/wp-content/uploads/2009/12/61-HURON-300x236.jpg 300w, https://www.improntalaquila.com/wp-content/uploads/2009/12/61-HURON.jpg 358w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /><br />
Inizialmente si pensava di realizzarla con una potenza di 100 megatoni ma, per evitare di “bucare” l’atmosfera terrestre (e non solo per un eccessivo fallout nucleare) fu poi ridimensionata a 57 megatoni. La bomba fu sganciata il 30 ottobre 1961 alle ore UTC 8:32 (11:32 ora di Mosca) da un aereo ad alta quota (un Tupolev 95, il pilota del quale divenne poi eroe nazionale) nella baia di Mityushikha, sull&#8217;isola di Novaja Zemlja, a nord del Circolo Polare Artico, precisamente alle coordinate 73.85° Nord e 54.50° Est. La Tsar fu fatta esplodere a 4mila metri dal suolo con l’ausilio di un gigantesco paracadute per frenarne la caduta dell’ordigno e quindi consentire al velivolo di allontanarsi indenne. La sfera di fuoco nucleare fu di 4,6 Km di diametro e la nube a fungo risultante dall’esplosione raggiunse un’altezza di 60 km mentre l’onda d’urto fece tre volte il giro del mondo impiegando nel primo “circuito” 36 ore e 27 minuti. Ci fu anche un black-out delle comunicazioni radio in tutto l’emisfero settentrionale. Tuttavia, contrariamente a quanto si può pensare, quella della Tsar fu un’esplosione “molto pulita” ed efficiente in quanto trasse oltre il 97% della sua potenza dalla fusione termonucleare. Tale test fu preceduto il 9 agosto 1961 dalla dichiarazione di Khruscev nella quale affermava che l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche era in grado di costruire e intendeva sperimentare una superbomba da 100 megatoni, scatenando forti proteste internazionali. A tali dichiarazioni seguirono il 16 gennaio 1963 le rivelazioni fatte a Berlino Est, sempre dallo stesso Khruscev, del possesso di una bomba di quel tipo da parte dell’Unione Sovietica. Un simile ordigno, se testato sulla superficie terrestre, aprirebbe nella roccia un cratere profondo oltre 100 metri e largo quasi 3 km, con un “fungo” di 14 km di diametro. L’esplosione liberò in energia circa 2.1×10 alla 17ma potenza in joule ovvero 5.3×10 alla 24ma potenza in watt. La riduzione di potenza della Tsar si ebbe perché dal progetto iniziale di bomba a tre stadi (fissione-fusione-fissione) si passò ad una bi-stadio (fissione-fusione), sostituendo il terzo stadio di uranio con uno di piombo. Ciò ridusse enormemente il fallout radioattivo visto che il 97% dell’energia liberata fu derivata dalla fusione e solo il 3% dalla fissione. Tuttavia, Big Ivan fu definito il test nucleare più pulito mai effettuato sulla Terra. Se invece fosse stata esplosa come una bomba da 100 megatoni, questo avrebbe potuto aumentare il fallout radioattivo di tutti i test mai effettuati sulla Terra del 25 %. La bomba sovietica Tsar pesava 27 tonnellate, era lunga 8 metri e aveva un diametro di 2 metri. Fu sganciata con un paracadute dalla quota di 10.500 metri. La bomba esplose a circa 4mila metri d&#8217;altitudine, il lampo termonucleare fu visibile a mille chilometri di distanza e nel raggio di centinaia di chilometri furono bruciate tutte le case di legno, mentre gli effetti termici si avvertirono sino a 270 Km di distanza con ustioni di terzo grado. Solo una speciale vernice termoisolante permise al Tupolev 95, il quale al momento dell&#8217;esplosione si trovava già a 45 Km di distanza, di non esplodere a causa dell&#8217;effetto termico. La bomba in realtà non aveva alcuno scopo militare, visto che un ordigno di tale potenza non aveva specifici usi tattici. Fu sperimentata solo come azione dimostrativa delle capacità tecnologiche dell’allora impero sovietico e del suo leader Nikita Kruscev. La bomba non aveva impieghi pratici visto che era troppo pesante per essere trasportata da un missile balistico e inoltre un aereo che avesse voluto sganciarla su una città nemica sarebbe stato facilmente abbattuto prima ancora di violare lo spazio aereo nemico. I “figli” della Tsar Bomba furono le testate Mirv dei missili balistici intercontinentali (Icbm). Andrej Dmitrievič Sakharov, fu poi insignito del Premio Nobel per la Pace.</span></p>
<p style="text-align: right; margin-bottom: 0cm;">Nicola Facciolini</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2009/12/10/atomica-vera-e-falsa-nella-informazione-italiana/">Atomica vera e falsa nella informazione italiana</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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		<title>Varata la conquista privata dello spazio cosmico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Dec 2009 17:33:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La musica è cambiata in poche ore, in tempo reale, sull’onda delle emozioni cosmiche. Virgin Galactic. Imparate a memoria queste parole, magari scrivetele sull’agenda 2010, davvero “l’Anno del Contatto”. E’ iniziata l’era della conquista privata dello spazio cosmico grazie alla Virgin Galactic del grande tycoon britannico Branson. Siamo agli albori della commercializzazione del Sistema Solare: [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-582" title="spaceship2" src="http://www.improntalaquila.org/wp-content/uploads/2009/12/spaceship2-300x200.jpg" alt="spaceship2" width="300" height="200" srcset="https://www.improntalaquila.com/wp-content/uploads/2009/12/spaceship2-300x200.jpg 300w, https://www.improntalaquila.com/wp-content/uploads/2009/12/spaceship2.jpg 800w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" />La musica è cambiata in poche ore, in tempo reale, sull’onda delle emozioni cosmiche. Virgin Galactic. Imparate a memoria queste parole, magari scrivetele sull’agenda 2010, davvero “l’Anno del Contatto”. <span id="more-581"></span>E’ iniziata l’era della conquista privata dello spazio cosmico<span style="color: #0000ff;"><strong> </strong></span>grazie alla Virgin Galactic del grande tycoon britannico Branson. Siamo agli albori della commercializzazione del Sistema Solare: i confini della Terra si aprono, anzi si spalancano sulla finestra dello spazio per tutti e non più per pochi. Nei prossimi mesi, migliaia di persone proveranno le stesse emozioni dei primi astronauti russi ed americani, ed azzardiamo una previsione: saranno i privati a sbarcare per primi su Marte? Nel bel mezzo del nulla, nei suggestivi paesaggi marziani del deserto californiano di Mojave, Sir Branson, l’ingegnere aerospaziale Burt Rutan e i responsabili di Virgin Galactic, hanno presentato la “SpaceShipTwo”, una navetta capace di imbarcare due piloti e sei passeggeri. Virgin Galactic. Un brand, una marca, un simbolo, forse una bandiera che entro 50 anni vedremo stampata a caratteri-laser cubitali sulle fiancate di astronavi minerarie e commerciali, e sulle navette turistiche in viaggio nel Sistema Solare. Il 7 dicembre 2009, il patron della Virgin, Sir Richard Branson, ha svelato al mondo la navetta privata “VSS-Enterprise” (Virgin Space Ship) con cui la sua fortunata azienda, un tempo solo discografica (ricordate le splendide sonorità dei Nativi Americani?), si lancia ufficialmente nel turismo spaziale. Potente è il messaggio alle imprese: fate altrettanto! Dopo aver vinto nel 2004 i dieci milioni di dollari del Premio “Ansari X” per la realizzazione di un nuovo sofisticato sistema di lancio verso lo spazio suborbitale, con il “battesimo del fuoco” per il primo prototipo di SpaceShipOne, ora la Virgin Galactic, proprietà del multi miliardario britannico Sir Richard Branson, ha deciso di puntare in alto, ben oltre i 100 Km di quota, svelando al mondo, dalle sabbie del deserto californiano di Mojave, la prima navetta spaziale commerciale. Adatta per mandare in volo suborbitale i primi sei turisti VVip (Very Very Important Person). Primi tra i primi 300 fortunati che avrebbero già sborsato la modica cifra di 200mila dollari (circa 130 mila euro), addestramento al volo ed avveniristica “tuta” spaziale compresi. Ma non viaggeranno su un nuovo Space Shuttle come quello della Nasa, perché i voli saranno per ora solo suborbitali. La società di Branson, già proprietaria di una compagnia aerea, assicura di aver ricevuto 40 milioni di dollari anticipati da parte di 300 persone decise a tentare l’avventura e la fortuna. Tra cui il mitico Capitano Kirk, l’attore William Shatner della serie Star Trek. I primi voli di prova sono previsti per il 2010, poi fra 2011 e 2012 avrà inizio l’avventura vera e propria. Gli esperti aerospaziali sono convinti che i viaggi privati orbitali e nel Sistema Solare costituiranno la prossima generazione di voli commerciali, soppiantando lentamente la tradizionale navigazione aerea terrestre e l’elefantiaca progettualità delle attuali agenzie spaziali governative. Pensate, meno di 60 minuti di volo per coprire la distanza tra la California e l’Abruzzo! Pochissime ore per raggiungere la Luna!</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Ma per il momento l’esperienza è riservata ad una clientela che, oltre ad essere coraggiosa e consapevole dei rischi, è in grado di sborsare 200mila dollari per un volo di due ore e mezza. Decollo e atterraggio compresi. &#8220;Vogliamo che questo programma segni l&#8217;inizio di una nuova era commerciale dei viaggi spaziali” – ha dichiarato Sir Branson. “La Nasa ha speso miliardi di dollari nei viaggi nello spazio ed è riuscita a mandare in orbita solo 480 persone – fa notare il grande tycoon britannico – ma noi speriamo di mandarne a migliaia di persone nello spazio entro i prossimi due anni&#8221;. Branson sarà il primo turista di SpaceShipTwo insieme alla sua famiglia. La navetta VSS-Enterprise sarà lanciata nello spazio dalla nave-madre &#8220;Eve&#8221;, un aereo di 42,7 metri che potrà volare ad un altitudine di oltre 20 chilometri. Una volta raggiunta questa altitudine, il razzo e la navetta si separeranno, i sei turisti sulla Enterprise, superata la quota di 100 chilometri, si ritroveranno in assenza di gravità per cinque minuti in una cabina munita di numerosi oblò da cui ammirare il panorama terrestre. <img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-583 alignright" title="Navetta Privata Space Ship Two" src="http://www.improntalaquila.org/wp-content/uploads/2009/12/Navetta-Privata-Space-Ship-Two-300x212.jpg" alt="Navetta Privata Space Ship Two" width="300" height="212" srcset="https://www.improntalaquila.com/wp-content/uploads/2009/12/Navetta-Privata-Space-Ship-Two-300x212.jpg 300w, https://www.improntalaquila.com/wp-content/uploads/2009/12/Navetta-Privata-Space-Ship-Two.jpg 650w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /><br />
Il veivolo, un vero e proprio catamarano dei cieli (ricorda Alinghi) è composto da due fusoliere (la struttura è stata chiamata “White Knight”, cavaliere bianco) unite da un&#8217;unica ala, con al centro la navetta-shuttle vera e propria che, una volta raggiunta la quota di 18-20 km dal suolo terrestre, si staccherà dal corpo imprimendo un&#8217;accelerazione di centinaia di chilometri orari in 10 secondi, quanto basta per permettere alla navicella di entrare nello spazio, attraversando gli strati meno densi della nostra atmosfera. La navicella è stata progettata dall’americano Burt Rutan e, secondo i calcoli di Branson, effettuerà il primo viaggio ufficiale tra 18 mesi. La navetta suborbitale Enterprise può contenere fino a 6 passeggeri, più due piloti. Sul veivolo campeggia il logo ufficiale della flotta Virgin: un occhio azzurro. &#8221;Come quelli di mia madre” – rivela Branson. I passeggeri, grazie alle speciali tute spaziali della Virgin, potranno fluttuare liberamente nella navicella, protetti dai raggi del Sole, sfruttando la micro-gravità della caduta-libera, proprio come fanno gli astronauti. Poi, una volta pronti, faranno rientro dolcemente nell’atmosfera terrestre. I passeggeri si sentiranno dei veri astronauti, o meglio, “georbitali”. Si apre un nuovo capitolo dell’esplorazione spaziale. La Virgin, se gli affari andranno in porto, secondo gli analisti, sarà presto copiata e superata da numerose altre aziende. Branson e Rutan, che hanno lavorato in gran segreto al progetto per cinque anni, produrranno altri quattro esemplari di SpaceShipTwo a un costo di 400 milioni di dollari complessivi. Peter Diamandis, fondatore del Premio “Ansari X”, precisa che l’aereo privato per voli suborbitali è il doppio del prototipo, e si avvale di un rivoluzionario carburante ibrido. Come la Nasa, anche la Virgin Galactic ha i suoi “martiri del lavoro”: il sogno di aprire le porte dello spazio a tutti i cittadini della Terra, nasce da un gigantesco sforzo finanziario e tecnologico, pagato a caro prezzo. Il trionfale volo del prototipo del 2004 ebbe luogo solo dopo numerosi incidenti, e nel 2007 tre collaboratori di Rutan perdettero la vita in un’esplosione del carburante dello SpaceShipTwo. Ma Branson è convinto che l’aereo privato per voli suborbitali, che partirà dal primo spazioporto della storia nel Nuovo Messico, attualmente in costruzione, sia tanto sicuro quanto gli aerei di linea e possa fornire lo stesso servizio. Uno dei 300 “astrorbitali” che hanno acquistato il biglietto, Peter Cheney di 63 anni, un imprenditore di Seattle, si professa “innamorato dello stupendo veicolo, una macchina affascinante, tecnologicamente avanzatissima, con un interno lussuoso”, la Ferrari dello spazio.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-585" title="spaceshiptwo" src="http://www.improntalaquila.org/wp-content/uploads/2009/12/spaceshiptwo-300x200.jpg" alt="spaceshiptwo" width="300" height="200" srcset="https://www.improntalaquila.com/wp-content/uploads/2009/12/spaceshiptwo-300x200.jpg 300w, https://www.improntalaquila.com/wp-content/uploads/2009/12/spaceshiptwo-1024x682.jpg 1024w, https://www.improntalaquila.com/wp-content/uploads/2009/12/spaceshiptwo.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" />Soddisfatti i Governatori del New Mexico, Bill Richardson, e della California Arnold Schwarzenegger, che per risolvere la crisi economica hanno deciso di appoggiare pienamente il progetto, una vera pietra miliare della conquista commerciale dello spazio. Le ricadute tecnologiche saranno incalcolabili, tra l’altro, proprio per la soluzione delle gravi emergenze planetarie che richiedono l’abbattimento delle emissioni dei gas serra nell’atmosfera.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Il capitale umano e tecnologico americano ed europeo, è chiamato decisamente a rispondere a questa chiamata. La missione delle imprese spaziali, come ribadito dal professor S. Hawking, nasce dall’urgenza di aprire a tutti le vie del Cosmo, per salvare la Terra. Altro che sfarzo per ricchi! I materiali compositi per realizzare la navetta Virgin, possono già rivoluzionare i nostri consumi energetici. Le aspettative, dunque, sono importanti per tutti, non solo per i ricchi che faranno da “apri-pista” (<em>pathfinders</em>). La nascita di imprese come la Virgin in tutto il mondo, con meno di 200 lavoratori ciascuna, aprirà il Sistema Solare alla conquista commerciale, con implicazioni decisamente interessanti. Come ai tempi di Colombo, Magellano e Lindbergh. Poi tutti si accoderanno per benedire l’iniziativa. Meglio farlo subito, per non ripetere gli errori del passato. Serviva proprio questa sferzata all’economia: la crisi è già entrata nella Storia. Giurisprudenza e legislazione commerciale spaziali devono aggiornarsi. Siamo pronti alla grande sfida?</p>
<p style="text-align: right; margin-bottom: 0cm;">Nicola Facciolini</p>
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		<title>Alla ricerca di Babbo Natale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Dec 2009 06:54:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Esiste veramente Babbo Natale? Quanti anni ha? Perché le sue vesti sono rosse e la barba così candida? Come fa a distribuire i doni a centinaia di milioni di bambini di tutto il mondo nella stessa magica notte della Vigilia di Natale? Il cinema ha visto giusto? Non è uno scherzo, ma sono domande talmente [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-532" title="santa" src="http://www.improntalaquila.org/wp-content/uploads/2009/12/santa-194x300.jpg" alt="santa" width="194" height="300" srcset="https://www.improntalaquila.com/wp-content/uploads/2009/12/santa-194x300.jpg 194w, https://www.improntalaquila.com/wp-content/uploads/2009/12/santa.jpg 389w" sizes="auto, (max-width: 194px) 100vw, 194px" />Esiste veramente Babbo Natale? Quanti anni ha? Perché le sue vesti sono rosse e la barba così candida? Come fa a distribuire i doni a centinaia di milioni di bambini di tutto il mondo nella stessa magica notte della Vigilia di Natale? Il cinema ha visto giusto? Non è uno scherzo, ma sono domande talmente serie da mobilitare ogni anno persino risorse e forze spaziali (satelliti spia compresi) del Comando Strategico statunitense, il Norad, reso celebre dalla pellicola War Games (<span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.noradsanta.org/it/index.html">www.noradsanta.org/it/index.html</a></span></span>). <span id="more-531"></span>Un esperimento internazionale assolutamente da seguire. Prendiamo spunto dalla suggestiva iniziativa americana, per proporre ai nostri Lettori, in attesa della Strenna di Natale, un esperimento mentale galileiano atto a dimostrare come miti e leggende, metropolitane e non, insomma quelle elaborate nel corso dei secoli dal tessuto sociale e culturale di un popolo, a 400 anni dalla scoperta del metodo scientifico ad opera di Galileo Galilei, siano ancora lunghi dall’essere bene compresi. Non per la loro complessità, bensì per la loro semplicità estrema. Miti e leggende su Babbo Natale, ma anche su Ufo, su Oroscopi e sulla la Befana hanno molto in comune tra loro e continuano ad essere elaborati, modificati ed trasmessi ovunque sulla Terra, con ogni mezzo possibile e immaginabile.<br />
Vi siete mai chiesti perché vanno per la maggiore sui principali network televisivi? Perché non si esce di casa, la mattina, per andare al lavoro, senza dare un’occhiata alle “stelle” di sedicenti astrologi? Salvo poi capire che di bufale si tratta. Ma è stato provato scientificamente che semplicemente non esistono? Già, non esistono! Ma che significa “non esistono” nella nostra realtà? Qual è la realtà, altrimenti, dove esistono? Supponiamo che uno studioso di fenomeni strani (se fossero veri violerebbero le leggi oggi conosciute della Natura del nostro Universo), invece di dedicarsi allo studio dello spiritismo o del paranormale, decida di dimostrare scientificamente la reale esistenza di Babbo Natale. Come potrebbe fare? Egli citerebbe il fatto che milioni di persone (di solito molto giovani) credono nella sua esistenza e che la notte tra il 24 e il 25 dicembre di ogni anno, in milioni di case chiuse a chiave compaiono effettivamente dal nulla doni e regali. Ovviamente presenterebbe foto e prove materiali dell’evento, sostenendo che talvolta Babbo Natale è stato visto e fotografato.<br />
Famoso è il caso dell’incidente di Roswell (Nuovo Messico, USA) del 1947 quando il fenomeno UFO, nato in Italia negli Anni Trenta, balzò all’onore delle cronache di tutto il mondo, grazie all’interpretazione giornalistica in inglese dei Piatti Volanti! Ma non è il solo. Accadde anche a Colle Val d&#8217;Elsa e Giulianova (Te) nel 1958, con ben altre fortune. Infine il nostro esperto sfiderebbe gli scienziati scettici a dimostrare che lui si sbaglia e che queste testimonianze non sono valide. Se non si può provare che egli ha torto, direbbe, ciò significa automaticamente che ha ragione. Davvero? Come si potrebbe rispondere a questa sfida? Intanto si potrebbero usare come cavie degli animali. <img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-533" title="santa_claus_thinking" src="http://www.improntalaquila.org/wp-content/uploads/2009/12/santa_claus_thinking-202x300.jpg" alt="santa_claus_thinking" width="202" height="300" srcset="https://www.improntalaquila.com/wp-content/uploads/2009/12/santa_claus_thinking-202x300.jpg 202w, https://www.improntalaquila.com/wp-content/uploads/2009/12/santa_claus_thinking.jpg 400w" sizes="auto, (max-width: 202px) 100vw, 202px" /><br />
Poiché Babbo Natale, si afferma, viaggia nel cielo su una slitta trainata da renne volanti, si potrebbe verificare se esistono renne che volano. Fino ad ora si pensa che tali animali non esistano, ma uno scienziato pignolo potrebbe prendere diecimila renne e provare a spingerle, una ad una, giù da un precipizio per vedere se effettivamente volano. Estrema ratio. Naturalmente, le associazioni animaliste interverrebbero subito ma se anche non lo facessero, lo scienziato, in via di verifiche, si troverebbe con tutti gli animali molto malconci, per non parlare della sua reputazione. Bene, avrebbe provato qualcosa? Potrebbe egli sostenere in modo inconfutabile che nessuna renna vola solo perché le sue non hanno volato? I “sostenitori” di Babbo Natale direbbero che forse esistono “altre” renne che invece sanno volare oppure che quelle esaminate non potevano farlo in quel momento, oppure non volevano! Le persone che vogliono verificare l’affermazione che “Babbo Natale esiste veramente”, potrebbero mettere due milioni di osservatori neutrali in due milioni di case, scelte in base a rigorosi criteri statistici, e aspettare la notte tra il 24 e il 25 dicembre. In tutti i due milioni di casi si troverebbe che il fenomeno Babbo Natale (detto ormai “Entità B.N.”, per non parlare sempre di Ufo) non si è mostrato, o che, se sono apparsi dei doni, sono da attribuire ad altre cause naturali. Questo varrebbe come prova della non-esistenza dell’Entità Babbo Natale? Certo che no.<br />
Ed allora nella duemilionesima e una casa non sorvegliata, l’Entità B.N. potrebbe manifestarsi davvero e con testimonianze firmate da persone insospettabili, anche se molto giovani, la prova spunterebbe fuori magari immortalata da un telefonino. E allora come si risolve il problema? Il fatto è che è molto difficile dimostrare la non-esistenza di un fenomeno che per definizione è “eccezionale”. E invece spetta a chi ne sostiene l’esistenza fornirne delle prove convincenti. Insomma bisogna che ci si porti un signore vestito di rosso, con la barba bianca, capace di volare su una slitta trainata da renne fatate e di introdursi in una sola notte in decine di milioni di case, e che ce lo provi. E affermazioni straordinarie richiedono prove altrettanto straordinarie. Una tipica prova convincente sarebbe che chiunque, anche scettico, potesse verificare e riprodurre il fenomeno.<br />
Se ci si dice che le mele e altri oggetti, sulla Terra, cadono sempre verso il basso, chiunque lo può verificare ogni volta che vuole, e la fisica è autorizzata a considerare questo fenomeno come conseguenza di una legge fondamentale della Natura, almeno nel nostro Universo. Ma se ci si dice che un famoso medium, in una notte senza luna del 1868, volò nell’aria per un metro fuori dalla finestra di un secondo piano e poi rientrò, ci aspettiamo come prova qualcosa di più del diario dei suoi amici buontemponi. La fantasia, tuttavia, va stimolata fin da piccoli per produrre da grandi strenne altrettanto interessanti. Ne era ben cosciente il professor J.R.R. Tolkien di cui presentiamo “Le lettere di Babbo Natale” (Edit. Bompiani), a cura della Società Tolkienana Italiana. Non dovrebbero mancare nelle nostre biblioteche domestiche. La pia leggenda narra che attorno all’Anno del Signore 280 a Patara, nei pressi di Myra, nell’attuale Turchia, nacque un bimbo a cui fu messo nome Nicola (<span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.santiebeati.it/dettaglio/30300">www.santiebeati.it/dettaglio/30300</a></span></span>). Divenuto uomo pietoso e gentile di animo, si dice abbia un dì distribuito ai poveri e agli indigenti tutte le abbondanti ricchezze del patrimonio di famiglia, per poi errare nelle campagne ad assistere bisognosi e ammalati. Nicola consacrò la propria esistenza al servizio di Dio e, giovanissimo, divenne vescovo di Myra.<br />
Durante le persecuzioni scatenate dall’imperatore Diocleziano, fu esiliato e conobbe persino il carcere, ma nel 325 non mancò all’importantissimo Concilio di Nicea. Quando Nicola morì, nel 343, si diffuse immediatamente un culto popolare che lo voleva patrono dei bambini “immagine” di Dio sulla Terra. La sua storia s’intreccia con quella dei cavalieri Templari, delle città di Bari e L’Aquila. Sulla figura di questo uomo del Natale si concentra anche una lunga serie di simbologie precristiane. Il 25 dicembre come nascita di Gesù Cristo è una convenzione che la Chiesa cattolica ha scelto appositamente per inserirsi in un tempo forte già presente nel calendario di numerosi popoli sia mediterranei sia nordeuropei.<br />
Nell’emisfero nord della Terra, nei giorni che vanno dal 22 al 24 dicembre, il sole sembra fermarsi in cielo, fenomeno tanto più evidente quanto più ci si avvicina all’equatore. In termini astronomici, in quel periodo il sole inverte il proprio moto nel senso della “declinazione”, cioè raggiunge il punto di massima distanza dal piano equatoriale. Il buio della notte raggiunge la massima estensione e la luce del giorno la minima. Si verificano cioè la notte più lunga e il giorno più corto dell’anno. Subito dopo il solstizio, la luce del giorno torna pian piano ad aumentare e il buio della notte a ridursi fino al solstizio d’estate, in giugno, quando avremo il giorno più lungo dell’anno e la notte più corta. Il giorno del solstizio cade generalmente il 21, ma per l’inversione apparente del moto solare diventa visibile il terzo/quarto giorno successivo. Il sole nel solstizio d’inverno giunge nella sua fase più debole quanto a luce e calore, pare precipitare nell’oscurità, ma poi ritorna vitale e “invincibile” sulle stesse tenebre. E proprio il 25 dicembre sembra rinascere, ha cioè un nuovo Natale.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-534 alignleft" title="santa-claus" src="http://www.improntalaquila.org/wp-content/uploads/2009/12/santa-claus-220x300.jpg" alt="santa-claus" width="220" height="300" srcset="https://www.improntalaquila.com/wp-content/uploads/2009/12/santa-claus-220x300.jpg 220w, https://www.improntalaquila.com/wp-content/uploads/2009/12/santa-claus-753x1024.jpg 753w, https://www.improntalaquila.com/wp-content/uploads/2009/12/santa-claus.jpg 985w" sizes="auto, (max-width: 220px) 100vw, 220px" />Ma questa interpretazione astronomica da sola non può spiegare perché il 25 dicembre sia una data celebrativa presente in culture e paesi così distanti tra loro e per così lungo tempo. La festa del “<em>Dies Natalis Solis Invicti</em>” (giorno della nascita del Sole invincibile), è stata resa immortale dal Cristianesimo. In Tolkien, poi, l’intersezione fra la rinascita precristiana del sole e l’avvento cristiano del Figlio di Dio, è ripresa nella parentela fra Babbo Natale (il figlio) e Nonno Yule (il padre), il secondo che origina il primo e il primo che dà senso pieno al secondo. E il Babbo Natale del prof.<br />
Tolkien testimonia nel proprio nome scritto per intero, come “Santa Claus” possa sussistere soltanto alla luce del Natale cristiano, giacché Nicola fu santo di Colui (Gesù di Nazareth) che si festeggia la notte di quel Natale che in inglese, del tutto esplicitamente, si chiama Christmas. Buon Natale !</p>
<p style="text-align: right; margin-bottom: 0cm;">Nicola Facciolini</p>
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		<title>La giornata del 12 Novembre</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Nov 2009 17:27:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Di Nicola Facciolini La Giornata del 12 Novembre diventi in forma stabile una giornata per ricordare tutti i Caduti per la Pace, in attesa della reintroduzione della festività civile del 4 Novembre. Quello che ci chiedono i familiari è di non dimenticare il sacrificio dei loro congiunti, il loro modo di servire la Patria: crediamo [&#8230;]</p>
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<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-73" title="bandiera_italia" src="http://www.improntalaquila.org/wp-content/uploads/2009/11/bandiera_italia-300x225.jpg" alt="bandiera_italia" width="300" height="225" srcset="https://www.improntalaquila.com/wp-content/uploads/2009/11/bandiera_italia-300x225.jpg 300w, https://www.improntalaquila.com/wp-content/uploads/2009/11/bandiera_italia.jpg 500w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" />Di Nicola Facciolini</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">La Giornata del 12 Novembre diventi in forma stabile una giornata per ricordare tutti i Caduti per la Pace, in attesa della <em>reintroduzione</em> della festività civile del 4 Novembre<strong><span style="font-weight: normal;">. Q</span></strong>uello che ci chiedono i familiari è di non dimenticare il sacrificio dei loro congiunti, il loro modo di servire la Patria: crediamo sia una bella occasione per dare agli Italiani la consapevolezza di quanto profondo sia il legame tra i valori delle Forze Armate e della Pace. <span id="more-72"></span>Il ricordo dei nostri giovani eroi e figli valorosi dell’Italia sarà sempre vivo in ciascuno di noi come un dolore condiviso ma anche intimo e personale. L’Italia non ha dimenticato e non dimenticherà mai i suoi martiri per la Pace. Questi tragici eventi possano rappresentare un momento storico di passaggio verso la piena consapevolezza e la ripresa del sentimento nazionale oltre che del rinsaldato legame tra il popolo e le Forze Armate. La Città di Teramo può offrire il suo contributo, tornando ad ospitare una caserma degli Alpini che i Teramani hanno sempre avuto nel cuore, visto e considerato il piano strategico Nato di rafforzamento della difesa nel settore mediterraneo.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Il 12 Novembre ricordiamo il sesto anniversario della strage di Nassiriya (Iraq) nella quale persero la vita 19 italiani, tra militari e civili. In omaggio al sacrificio compiuto dai nostri eroici connazionali e di quanti ancora oggi sono impegnati in tutto il mondo a diffondere i valori che la bandiera italiana deve rappresentare, durante la commemorazione saranno pronunciati i nomi delle vittime del vile attentato: <span style="color: #0000ff;"><strong>Tenente Massimiliano FICUCIELLO, Luogotenente Enzo FREGOSI, Aiutante Giovanni CAVALLARO, Aiutante Alfonso TRINCONE, Maresciallo Capo Alfio RAGAZZI, Maresciallo Capo Massimiliano BRUNO, Maresciallo Daniele GHIONE, Maresciallo Filippo MERLINO, Maresciallo Silvio OLLA, Vice Brigadiere Giuseppe COLETTA, Vice Brigadiere Ivan GHITTI, Appuntato Domenico INTRAVAIA, Carabiniere Scelto Horatio MAIORANA, Carabiniere Scelto Andrea FILIPPA, Caporal Maggiore Emanuele FERRARO, Caporale Alessandro CARRISI, Dottor Stefano ROLLA, Signor Marco BECI.</strong></span><span style="color: #0000ff;"> </span>A distanza di sei anni da quel tragico 12 novembre 2003, il dolore per la strage di Nassiriya è ancora vivo ed è sempre più necessario l’esempio di chi, animato da straordinario senso di umanità e di responsabilità, ha offerto il proprio destino con assoluta abnegazione e dedizione ai valori della Pace, della Democrazia, della Patria e della Libertà. L’abbraccio con il quale allora, l’Italia intera si strinse attorno ai nostri militari e ai loro familiari, continui ad essere messaggio di speranza.  L’attacco del 12 novembre 2003 è stato un vile attentato alla base italiana di Nassirya in cui sono stati assassinati dodici carabinieri, cinque soldati e due civili impegnati in un’operazione di “<em>peace-keeping</em>”. Un’operazione che ha consentito agli iracheni di poter eleggere un’Assemblea Costituente, di avere un Governo rappresentativo delle varie etnie e che di recente ha permesso al popolo di esprimersi attraverso un referendum di approvazione della Costituzione. L’Iraq è stato chiamato alle urne per le sue prime libere elezioni politiche. L’omaggio del Tricolore vuol essere un momento di riflessione e di ringraziamento ai “diciannove eroi di Nassirya”. Per non dimenticare. L’occasione va colta per ricordare tutti i militari caduti, anche recentemente, nelle diverse missioni che le nostre forze armate compiono nel mondo.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Si sono svolte in Abruzzo le solenni celebrazioni pubbliche del “4 Novembre”, Giornata dell’Unità Nazionale e Festa delle Forze Armate, nel 91° anniversario della vittoria italiana nella Prima Guerra Mondiale. La splendida ed epica vittoria che pose fine al primo conflitto mondiale, cementò una nazione che per secoli era stata divisa ed immersa nelle proprie realtà degli interessi particolari. Il 4 Novembre è la Giornata del nostro cammino unitario e della nostra solidarietà verso i popoli in difficoltà; è la festa delle Forze della Pace e della Sicurezza. Dei nostri soldati e, soprattutto, dei nostri giovani, nella speranza che sappiano non solo conservare l’unità e la pace ma che sappiano alimentarle sempre più. Ben 91 anni fa i soldati italiani, attestandosi sul Piave si apprestavano a portare a compimento l’unificazione dell’Italia, trasformando in realtà storica il grande progetto della comunione di tutti gli italiani su un unico territorio. Una festa che deve essere ancora pienamente valorizzata nel cuore e nell’anima, una solennità che in poche altre occasioni si ripete uguale, per onorare i nostri Caduti in guerra, per ricordare l’Unità nazionale e per festeggiare le Forze Armate. Celebriamo le radici storiche dell’Italia unita e quanti in armi hanno reso servigio alla nazione con dedizione, amor patrio e spirito di sacrificio, per garantire le conquiste di un’Italia libera, giusta e democratica, non dimenticando tutti gli italiani che hanno donato la loro vita per il bene della Patria e per assicurare la pacifica convivenza civile fra le nazioni. Celebriamo e commemoriamo con rispetto e dolore quanti soffrirono, militari e civili, durante i lunghi anni del conflitto. La gratitudine della Patria, vada non solo verso coloro che con la loro vita, i loro sacrifici, le loro sofferenze, lottarono per creare una Italia unita, libera e democratica. Ma anche a tutti i militari caduti, anche di recente nelle diverse missioni che le nostre Forze Armate compiono nel mondo. Sono ancora tante le guerre combattute nel mondo per difendere la libertà e la dignità di altri popoli e nazioni. Ma se i conflitti possono essere individuati ed è quindi possibile determinare le opzioni per la loro risoluzione, ciò che minaccia direttamente noi – il terrorismo internazionale organizzato – è così indefinibile, imprevedibile, indifferente alle nostre ragioni, animato dal cieco odio di natura <em>non reattiva</em>, che ci viene chiesto un nuovo, intenso, attento impegno. Nel mondo intero l’ONU, la Nato, alcune alleanze di Stati democratici si stanno prodigando in interventi che si possono definire di “Pubblica sicurezza internazionale”. Al momento l’Italia si distingue tra gli Stati del mondo, per numero di missioni in corso e di uomini impiegati. In questo straordinario intento, le nostre Forze Armate sono esemplari. I nostri ragazzi, le nostre ragazze, gli ufficiali che li guidano, i comandanti che sovrintendono alle varie operazioni, dimostrano al mondo intero il loro valore. Ciò è motivo di orgoglio per noi tutti ma anche una sicurezza per il futuro della nostra democrazia. Il 4 Novembre non celebriamo qualcosa di astratto e lontano dal sentire comune. Come ogni anno, torniamo a porre l&#8217;accento su quello che, fuori di retorica, può essere definito come il bene supremo collettivo: l’unità nazionale. Che, così come viene intesa, non è un mero bene da salvaguardare: se così fosse, non avrebbe senso ormai in quest’epoca e in questa terra nella quale nuovi popoli, nuove etnie, nuove culture, nuove esigenze, nuovi eserciti a carattere multinazionale, nuove richieste entrano in gioco. Quando parliamo di unità, dobbiamo riferirci alla cifra che dà sostanza alla nostra convivenza e che da essa si alimenta. L’unità, insomma, non intesa come una parola evocativa o come un sentimento cui aspirare: l&#8217;unità della nostra nazione va concepita e attuata come un avvenimento reale, come tensione cui proiettarsi. Abbiamo un’identità, siamo davvero &#8220;popolo&#8221; con una comune storia, con un comune sentire, con comuni valori; il nostro cammino verso il futuro  procede lungo una strada segnata dalla storia e nella quale vogliamo continuare a stare. L&#8217;unità di un popolo non è il collante ma è il sentiero sul quale procedere, in riferimento a regole e valori ben precisi. In primis, della vita e del rispetto della dignità di ogni persona. In questo senso un pensiero ed un ringraziamento forti la esprimiamo alle Istituzioni che garantiscono nella massima accezione, la democrazia e la civile convivenza. Nell’auspicio che in tutti sia sempre presente l’amore per la nostra Patria, non come mezzo di un egoistico nazionalismo, ma come l’espressione di una comune fratellanza e di una identità comunitaria.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Per questi motivi occorre riconoscere la Medaglia d’oro al valore militare a quanti, indossando una divisa, hanno sacrificato la propria vita per la Patria e per la Pace, siano essi caduti a Nassirya siano essi caduti perché contaminati da uranio impoverito nelle missioni in Bosnia, Kosovo o Iraq siano essi caduti eroicamente in qualsiasi altro teatro operativo del mondo. Questi nostri militari e le loro famiglie incarnano in loro l’alto valore della Patria e della Pace: sono un esempio di coraggio, abnegazione e solidarietà. La Medaglia d&#8217;oro al valor militare ai questi nostri caduti trova anche fondamento nella sofferenza che i nostri reduci hanno patito con le loro coraggiose famiglie. Siamo convinti che il Parlamento saprà stare più vicino alle famiglie dei tanti militari caduti e feriti per la libertà e la pacificazione dei popoli, chiaramente predisponendo tutti quegli strumenti utili affinché simili tragedie non abbiano mai più a ripetersi. I nostri militari meritano mezzi, strumenti e sistemi di sicurezza sul teatro operativo, di natura attiva e passiva, degni dell’Alleanza Atlantica (Nato) alla quale apparteniamo; degni, tra pari, dell’amicizia e dell’alleanza con gli Stati Uniti d’America e delle conoscenze scientifiche e tecnologiche del XXI° Secolo. La vicinanza dello Stato ai familiari dei militari colpiti da patologie dovute all&#8217;esposizione all’uranio impoverito, deve materializzarsi necessariamente sia nella giusta e pronta elargizione economica dovuta alle vittime del dovere sia nella divulgazione, attraverso mirate campagne ed iniziative culturali e sociali sul territorio, della drammatica realtà vissuta da questi nostri militari sul teatro operativo e, da reduci, in Italia. La loro memoria ci appartiene. E la cultura (anche cinematografica) renda le dovuti attenzioni.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Il silenzio della politica e della cultura non può trovare giustificazione retorica. Gli Italiani hanno il diritto di sapere “come e perché” <em>offrono</em> i loro figli alla Patria. E questa non è retorica “qualunquistica” ma il concreto, mirato e serio riconoscimento della vicinanza al dramma che colpisce, ancora oggi, alcuni nostri reduci. Non dimentichiamo, infatti, che i militari ammalatisi o deceduti a causa dell&#8217;uranio impoverito nelle missioni in Bosnia, Kosovo o Iraq, invocano ancora giustizia e verità. Sul numero delle vittime l’incertezza è ancora totale.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Viva le Forza Armate! Viva l’Italia!</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2009/11/11/la-giornata-del-12-novembre/">La giornata del 12 Novembre</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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