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	<title>Racconti in quarantena Archivi - L&#039;Impronta L&#039;Aquila</title>
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		<title>Nuovi racconti in quarantena &#8211; Stazione Termini di Mario Narducci</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jan 2021 20:03:15 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<div dir="auto">Improvvisamente mi si parò davanti. Una folgorazione quasi. Una materializzazione tanto assurda quanto affascinante. Io me ne stavo seduto su una panchina di Stazione termini in attesa che il miracolo si compisse: che da Piazza Esedra, dopo tre giorni di fame e di sonno sotto le stelle di agosto, giungesse finalmente il plico di mio padre con il denaro richiesto e un panino per rifocillarmi e tornare a casa con l’autobus della linea Pacilli. E con un sogno naufragato, quello della pubblicazione del mio primo libro di poesie, ingenuo fin nel titolo almeno quanto la mia età: diciassette anni affidati ai versi della “Veranda dei sogni”, che mai vedrà la luce se non per qualche brano salvato e pubblicato oltre vent’anni dopo.</div>
<div dir="auto">L’uomo dunque mi si parò davanti all’improvviso ma non cercava interlocuzione alcuna. La barba lunga che non vedeva taglio da secoli, una bustina militare calzata sopra una selva di capelli che si confondevano con la barba, un pastrano militare lacero e bisunto, assai generoso con la sua esile corporatura, un paio di scarponi slabbrati e su tutto un sorriso meraviglioso che affiorava tra l’intrico del pelame abbondante. Aprì il pastrano e prese a cercare qualcosa tra le tasche della giacca che non aveva più forma. Nel taschino esterno, nelle due tasche laterali, nella mariola di destra, in quella di sinistra. Ciascuna tasca era perquisita con lentezza serafica e passando da una tasca all’altra, appena appena affiorava rammarico sul suo volto, ché tanto la speranza insisteva ancora, chiusa nelle tasche da perquisire dei pantaloni e infine del pastrano. Fu una ricerca minuziosa, attenta; e quando non rimase che il pastrano apparve anche un filo di tigna negli occhi incaponiti. Poi finalmente il suo sguardo si illuminò. In fondo in fondo, nell’estremo angolino di destra del pastrano, finalmente trovò quel che cercava e lo portò alla luce: un mozzicone di sigaretta finito lì dalla tasca senza fodera ormai. Se lo portò alle labbra con una luce soddisfatta negli occhi, lo baciò, lo strinse tra i denti come se non volesse farselo sfuggire. E fu allora che mi venne incontro: “a dotto’, che c’hai un cerino?” disse con voce comunque gentile. Gli allungai la mano con l’accendino acceso, respirò con voluttà le prime boccate, mi guardò lieto per ringraziarmi e alla terza boccata, che precedeva di poco la fine del mozzicone, alzò gli occhi al cielo e sospirò: “ma che vuoi di più dalla vita!” E disparve così com’era apparso.</div>
<div dir="auto">Erano tre giorni che vivevo tra i barboni di Stazione Termini, ma non lo avevo mai visto.</div>
<div dir="auto">Avevo diciasssette anni. Nel collegio dei miei studi m’ero lanciato a scrivere poesie dietro le maliarde letture che ci faceva un frate di Tollo in Abruzzo. D’Annunzio tra tutti, di cui sapevo a mente La sera fiesolana e La pioggia nel Pineto. E poi Foscolo con i sepolcri interi imparati a memoria. E Quando lui esclamava “O bella musa, ove sei tu, non sento/ spirar l’ambrosia, indizio del tuo nume/ tra queste stanze ov’io siedo e sospiro/ il mio tetto materno”, era estasi pura ed io dentro di me già mi sentivo poeta. Così come già mi sentivo scrittore quando in calce ai temi lunghi anche due quaderni interi mi ritrovavo un dieci, come firma alle numerose postille che testimoniavano la sua accurata lettura. E pensare che fino ad allora io mi definivo “stitico”, ma lui mi sbloccò: “quando scrivete non pensate a chi vi legge, mettete giù tutto ciò che vi passa nella mente, non abbiate paura di esporvi al giudizio altrui”.</div>
<div dir="auto">Uscito dal collegio raccolsi i miei scritti, ne feci un fascicolo, e con “La veranda dei sogni” gli detti anche un titolo. Convinsi i miei che dovevo pubblicarlo e finalmente con diecimila lire in tasca partiti per Roma in cerca di un editore. Riuscii solo ad individuare la Curcio, ma non ebbi nemmeno il coraggio di suonare al campanello dell’azienda. Intanto i soldi s’erano ridotti al lumicino. Zia Pia, presso la quale alloggiavo a Sacrofano e che solitamente era molto generosa con noi nipoti quando andavamo da lei, questa volta dimenticò di mettermi in mano l’equivalente che avevo portato da casa. Con qualche spiccio in tasca la salutai e attraverso la Flaminia raggiunsi Piazza Esedra a piedi dove stavano gli autobus per l’Aquila. Consegno una lettera per mio padre all’autista di questo tenore: non ho più una lira, mandatemi qualcosa per tornare a casa. Con gli ultimi spicci comprai cinque castagne da un caldarostaio che stava all’angolo e quello fu il mio ultimo pasto, ché per tre giorni non toccai più cibo. Raggiunsi Stazione Termini che elessi a mio campo-base. Lì me ne stavo su una panchina sempre più affamato e macilento. Da qui mi spostavo alla stazione delle corriere, ma da casa nessuna risposta. A mezzanotte, quando chiudevano la stazione per le pulizie e i barboni venivano mandati fuori, anche io trovai la mia panchina tra i tigli giganti per prendere il mio sonno. Era agosto e si stava bene, fino a che una notte non mi passò accanto una pantegana grossa come un gatto e non riuscii a dormire più.Tornavo alla Stazione con passo sempre più incerto e da qui all’Esedra a ogni orario di autobus, ma nessuna risposta per me. Ero diventato leggero come un passero ma niente affatto ciarliero. Le mie gambe toccavano l’asfalto ma sembrava che lo sfiorassero appena. I morsi iniziali della fame s’erano mutati in una sorta di molgore allucinante. La mia mente era sempre più libera e chiara e all’ennesima risposta negativa del conducente, finalmente questi si accorse di avere ancora sul cruscotto la mia lettera, mai consegnata. Me la feci ridare e aggiunsi un post-scriptum: insieme ai soldi mandatemi un panino. La prima corriera del giorno dopo mi portò la sospirata manna. Afferrai il pacchetto, misi i soldi in tasca senza contarli, mi gettai vorace sul panino enorme con fette giganti di mortadella e finalmente sentii tornarmi le forze che stavano scemando. Alla prima corriera utile, presi posto e tornai a casa.</div>
<div dir="auto">C’erano tutte le condizioni perché quella esperienza che avrebbe dovuto farmi odiare ogni forma di scrittura con annessi editori, chiudesse per sempre la porta ai miei sogni giovanili. Ma per uno di quei casi strani della vita non accadde: la scrittura è diventata la mia professione come giornalista, e la poesia e la narrativa si sono radicati tanto in me da diventare la mia seconda anima. E quando ripenso al barbone di Stazione Termini, ricordo infine una lezione mai dimenticata. Che la felicità è fatta soprattutto di piccole cose. Magari anche di un mozzicone di sigaretta ritrovata nell’estremo lembo di un pastrano e che mentre lo respiri è in pienezza tutta la tua vita.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto" style="text-align: right;">Mario Narducci</div>
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		<title>Racconti in quarantena &#8211; Il ciabattino di Clemente Rebora di Mario Narducci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Jul 2020 09:26:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“Dall’immagine tesa/ vigilo l’istante /con imminenza di attesa – e non aspetto nessuno: nell’ombra accesa /spio il campanello /che impercettibile spande/ un polline di suono – e non aspetto nessuno: fra quattro mura /stupefatte di spazio /più che un deserto /non aspetto nessuno”. Il Poeta leggeva in un soffio di respiro che a tratti pareva [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>“Dall’immagine tesa/ vigilo l’istante /con imminenza di attesa – e non aspetto nessuno: nell’ombra accesa /spio il campanello /che impercettibile spande/ un polline di suono – e non aspetto nessuno: fra quattro mura /stupefatte di spazio /più che un deserto /non aspetto nessuno”.</p>
<p>Il Poeta leggeva in un soffio di respiro che a tratti pareva smorzarsi e sembrava una candela al limite della confittura nella bugia, quando la fiammella oscilla ancora un poco, nell’ultima goccia di cera, e poi si spenge. Aveva scritto quella poesia sull’orlo della conversione, quando ancora il battesimo non gli aveva rinnovata l’anima, e la leggeva al ciabattino del convento che sapeva poco o nulla di scuola ma che l’anima l’aveva innocente come un bambino e che perciò comprendeva ogni parola di quella che era una delle più belle liriche della spiritualità cristiana del nostro tempo e forse d’ogni tempo.</p>
<p>“Ma deve venire; verrà, se resisto, a sbocciare non visto, quando meno l’avverto: verrà quasi perdono /di quanto fa morire”.</p>
<p>C’erano gli echi dei fuochi inesausti che bruciavano di passione la mistica di Avila, senza consumarla, “muoio perché non muoio” e il ciabattino pareva struggersi perché conosceva sulla propria pelle e nella propria anima la tenera travolgenza di un amore che era miele e tormento, pianto ed estasi e che lo metteva in pace senza dargli mai pace.</p>
<p>“Verrà a farmi certo /del suo e mio tesoro, /verrà come ristoro /delle mie e sue pene, /verrà, forse già viene /il suo bisbiglio.”</p>
<p>Era la poesia dell’attesa, quella che per un cristiano è un avvento perenne. Il tempo di un cammino che non ha tempo perché sfocia e si placa nell’eternità. Ma per il ciabattino che ascoltava era anche il tempo dell’attesa in questo tempo: un sogno folle dal quale veniva allontanato ogni volta che pareva toccarlo con mano: perché Elia Bellebono, senza scuole e per di più senza latino, aveva un desiderio solo nella vita ed era quello di diventare sacerdote. Studi fino alla terza elementare a Cividale al Piano, nel bergamasco, dov’era nato nell’ottobre del 1912. Poi basta, perché bisognava guadagnarsi il pane e la famiglia era numerosa. Finché se lo prese la guerra, per operare in un ospedale da campo in Albania.</p>
<p>A 27 anni assilla il parroco con il suo sogno e questi scrive ai Francescani, ai Gesuiti e ai Domenicani: andrà nell’Ordine che per primo risponderà. La lettera che gli arriva per prima è dei Gesuiti che hanno sempre promosso la devozione al Sacro Cuore di Gesù che è la sua passione. Per lui è un segno. Lo prendono, ma come fratello laico e parte per il noviziato di Lonigo, in provincia di Vicenza, ma dopo un anno lo rispediscono a casa ritenendolo un visionario che dice di vedere e di parlare con Gesù che lo vuole sacerdote.</p>
<p>Riprende a fare il ciabattino, questa volta senza vincoli religiosi, nel convento dei Rosminiani di Stresa e qui incontra Clemente Rebora, con il quale, anche se più gjovane di lui, trova una intesa speciale. Il poeta e il ciabattino hanno il comune obbiettivo della santità.<br />
Il primo per realizzarlo ha lasciato tutto, il secondo non ha mai voluto avere nulla. La cultura alta, l’intelligenza più acuta, la poesia, si sposano con l’ignoranza, l’umiltà, la scarsa e sgrammaticata scrittura. Ma l’intesa spirituale è forte ed Elia trova in Clemente Rebora, ormai sacerdote, un consigliere spirituale che non tenterà mai di smorzare i suoi desideri ma li alimenterà. Basta sapere attendere che se è volontà di Dio tutto si realizzerà.</p>
<p>Alla morte di Rebora, Elia passa come ciabattino e portinaio nel convento di Domodossola, dove nel 1973 avrò la ventura di conoscerlo, dietro presentazione di Maria Teresa Bruscolini, una comune amica di Urbino. Nel convento di Domodossola abitava nell’appendice povera di un’ala dell’edificio, dove lavorava e prendeva riposo la notte, spesso disturbato da satana che gliele dava di santa (si fa per dire) ragione. E’ qui che più volte l’ho incontrato, qui che mi ha fatto molte confidenze.</p>
<p>Una Pasqua venne a trascorrerla nella mia casa di Verbania e fu per tutti una delle più belle che ricordi. Con il mio trasferimento a Roma i contatti si diradarono. Ma durante un mio soggiorno estivo ad Urbino, seppi che era stato accolto dal Vescovo di Fano e che, con una speciale dispensa circa la preparazione teologica, si stava avviando al sacerdozio nell’eremo camaldolese di Monte Giove, dove un’estate andai a trovarlo con l’amico urbinate Pompeo Boccolacci.</p>
<p>Fu ordinato dal cardinale Palazzini nell’aprile del 1977 e nelle sue vesti sacerdotali la sua figura negletta di ciabattino aveva acquistato grande solennità dei gesti e nella parola. Incominciò un apostolato frenetico in giro per l’Italia, spendendosi nel sacramento del confessionale, diffondendo la devozione al Sacro Cuore e adoperandosi per la costruzione di un Santuario che sta sorgendo a Ca’ Stacciolo di Urbino con tanto di casa d’accoglienza per i giovani universitari i cui problemi aveva a cuore.</p>
<p>Ma per don Elia Bellebono l’attesa era terminata. Morirà il 2 settembre del 1996, dopo 19 anni di sacerdozio, e a 84 anni di età, senza vedere l’inizio dei lavori ma solo l’approvazione della licenza edilizia. Come Mosè che la vide da lontano, senza mai entrare nella Terra Promessa. Perché ai grandi e ai santi non interessa raccogliere ma seminare. Di lui mi resta una foto della Pasqua di Verbania, un’altra nell’eremo di Monte Giove, e una della sua ordinazione con tanto di dedica sgrammaticata: “A Mario che gli voglio tanto bene”.</p>
<p style="text-align: right;">Mario Narducci</p>
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		<title>Racconti in quarantena &#8211; La Fioraia di Piazza Navona di Mario Narducci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Jul 2020 09:24:13 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Fu da allora che il gambo dei fiori gli era diventato un chiodo fisso. Le rose soprattutto, rosse come porpora e vellutate a passarci le dita come una carezza sulle labbra; le tea dalle cento sfumature che illanguidiscono verso il bianco; le gialle, le bianche come quelle nate a coprire la roccia del suo giardino, che richiedono cautela al tatto per le molte spine. Fosse una ragazza a passare tra i tavolinetti dei ristoranti dove gli capitava di cenare a volte nelle sere d’estate, con sua moglie, o fosse un ragazzo di colore, lui la prima cosa che faceva era quella di guardare il gambo. Le rose erano la sua passione e ne faceva omaggio volentieri alla bellezza di una donna. Non gli bastava che sul tavolo tremolasse la candela aromatica nel bicchierino chiaro. Nè gli bastava il vasetto risicato che gli facevano trovare sul tavolinetto, magari con fiori finti. Finchè sulla tovaglia non si posava una bella rosa rossa era come se si sentisse a disagio. A volte doveva vincere la ritrosia della signora, i suoi reiterati “non occorre” alitati appena con suadenza, ma venati di desiderio. Le sere d’estate, a Piazza Navona, sono cariche di complicità. Non c’è altro luogo che le tenga testa. Le mille luci dentro l’agone sanno di festa discreta e ammaliatrice. Lo scroscio delle tre fontane accompagna i sentimenti e li lievita. E poi i pittori di strada, pronti per un ritratto o una caricatura che, i turisti soprattutto, riportano a casa insieme ai souvenirs di San Pietro, del Colosseo e della Lupa con i due poppanti che hanno fatto la storia della città. A Piazza Navona l’avverti tutta la magia del tempo e della quiete. E’ come entrare in uno spazio unico e restarci senza assilli. Sentirsi appagati è la voglia che aleggia dappertutto, dai terrazzi alti della buona borghesia alla Chiesa di Sant’Agnese in Agone fino all’Ambasciata di Spagna dal portone rigorosamente chiuso quando si apre la vita notturna. Ma a volte basta una rosa rossa a fare la differenza. Mario conosceva quei posti come le stanze di casa, al Nomentano. Sulla Piazza s’affacciava un unico balcone ed era della redazione interni in cui lavorava come giornalista. Da quel balcone osservava la vita della piazza ammaliatrice e tornava anche ragazzo con i suoi colleghi quando sotto le feste di Natale fiorivano le bancherelle di castagnaccio, giocattoli e presepi e andavano gli ambulanti con i palloncini colorati che dal balcone facevano esplodere a colpi di pistola a pallino, tra le risate più grasse quando il malcapitato puntava il cielo per sapere da dove venissero quei tiri mancini. Ai tavolinetti dei ristoranti di Piazza Navona, la fioraia passava puntualmente a sera fatta, quando l’atmosfera prendeva la via della complicità. Era una donna anziana alta e corpulenta, che tradiva dal volto, prima ancora che dalla parola, la sua condizione di profuga istriana. Le sue rose le teneva in un cesto appeso all’incavo del braccio sinistro. Aveva capelli grigi radunati a crocchia sulla nuca, occhi dolci e chiari, e sulle spalle uno scialle colorato che le calava oltre le ginocchia sulla lunga veste gonfia d’antico. Più che parole bisbigliava suoni lievi che accompagnavano la rosa rossa dal cesto al tavolo. Pochi spiccioli, un inchino fatto di sorriso riconoscente, e passava all’altro tavolo, spostandosi da un ristorante all’altro fino a rose esaurite. Solo allora spariva in uno dei vicoli abbuiati che attorniavano la Navona, per ricomparire la sera successiva, con il suo carico di rose e di cortesia grata. A Mario piaceva assai quella presenza gentile che andava oltre la bellezza sfiorita ma ancora leggibile, come miniatura su pergamena rara. Guardasse dal balcone, passeggiasse lungo l’anello della piazza, la prima cosa che cercava era la vecchia fioraia e solo quando la scorgeva, tra i tavoli dei ristoranti, avvertiva come un senso di sollievo profondo. Avrebbe notato sicuramente di meno l’assenza di una delle tre fontane. E quando tornava a sedersi con Mariolina ad uno di quei tavoli, incominciava a guardarsi intorno, ansioso di scorgerla, perché la serata non sarebbe stata completa senza una sua rosa rossa da donare come cavaliere antico alla sua donna, ritrosa sempre con i suoi reiterati “non ce n’è bisogno”, ma felice per quel fiore da portare a casa a fine sera, per conservarlo nel vasetto alto e stretto di cristallo che viveva solo tra una rosa e l’altra assorbendone la bellezza e il profumo.<br />
Era settembre quando, pure con le ancora calde serate, la fioraia non si vide più. Dal balcone del giornale Mario cercava di scorgerla, ma inutilmente. E quando tra una edizione e l’altra del quotidiano scendeva a Piazza Navona per due passi, anche allora le ricerche furono inutili. E fu inutile l’attesa quando tornò ancora una volta al tavolinetto del ristorante, e nessuna rosa si posò sulla tovaglia bianca perché concludesse la serata nel vasetto di cristallo che rimase nudo. Finché la notizia non prese a circolare. “Ha saputo, dottore, della vecchia fioraia? -gli disse una sera il proprietario del locale dov’era tornato a cena con Mariolina – E’ stata diffidata dalla Questura perché i fiori che vendeva ai tavoli andava a rubarli al cimitero”. Per Mario fu una illuminazione improvvisa. Ecco perché, si disse dandosi una palmata in fronte, i gambi di quelle rose erano troppo corti rispetto a quelle che acquistava nel negozio di fiori accanto a casa. Ma dopo una prima reazione di sdegno, subito rientrò in se stesso per argomentare che sì, quello della fioraia non era stato un bel gesto, ma che tuttavia i morti non se l’erano avuta davvero a male se i fiori che dovevano inaridire sulle loro tombe erano serviti a dare di che vivere a una povera profuga istriana. Ma il rovello nessuno riuscì mai a levarglielo. Per cui da quel giorno, ogni volta che si trovava con Mariolina o in cene tra amici e passava un fioraio, la prima cosa che faceva, prima di acquistare una rosa, era quella di guardare il gambo. Se era lungo la prendeva. Se era corto rifiutava gentilmente, accompagnando il gesto con un “Requem aeternam” indirizzato all’anima del defunto depredato.</p>
<p style="text-align: right;">Mario Narducci</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2020/07/04/racconti-in-quarantena-la-fioraia-di-piazza-navona-di-mario-narducci/">Racconti in quarantena &#8211; La Fioraia di Piazza Navona di Mario Narducci</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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		<title>Racconti in quarantena &#8211; La Casa degli Spiriti di Mario Narducci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Jun 2020 13:33:55 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Racconti in quarantena - La Casa degli Spiriti di Mario Narducci]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando mi dissero che volevano organizzare una spedizione alla casa dei fantasmi e mi invitarono ad aggregarmi, più che indifferente, mi dimostrai perplesso. Nessun accenno di entusiasmo e sapevo perché: non avevo mai amato certi contatti, millantati o reali, con l’aldilà; avevo sempre creduto che non bisogna disturbare i morti e che, se un contatto [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando mi dissero che volevano organizzare una spedizione alla casa dei fantasmi e mi invitarono ad aggregarmi, più che indifferente, mi dimostrai perplesso. Nessun accenno di entusiasmo e sapevo perché: non avevo mai amato certi contatti, millantati o reali, con l’aldilà; avevo sempre creduto che non bisogna disturbare i morti e che, se un contatto è lecito con loro, anzi raccomandato, è quello della preghiera perché la loro anima riposi in pace. Quelle poche volte che avevano tentato di coinvolgermi in catene attorno a tavoli lievitanti in attesa della voce roca del defunto, mi ero sempre schermito e l’avevo fatta franca. “Strollechi” e chiromanti mi avevano sempre messo in ansia solo a sentirli nominare, per non dire di coloro che vantando poteri paranormali scrivevano su fogli bianchi ghirigori incomprensibili sotto dettatura dei defunti. Mi sono chiesto più volte il perché di questa repulsione e la risposta è stata sempre quella: non amo che qualcuno mi predica il futuro. Odio, addirittura, chi tenta di farlo, anche solo per dirmi il bene. Come le gitane dalla gonna lunga e rigonfia e cariche d’oro, che mi coglievano di sorpresa nelle fiere di paese rifilandomi un cornetto portafortuna e prendendomi la mano per farne lettura. La reazione è stata e resta sempre la stessa: uno strattone per divincolarmi e un profondo respiro di sollievo quando quelle smettono l’assillo. Sono talmente in armonia con me stesso, che non avverto alcun bisogno di conoscere il mio domani. Mi basta ricordare il passato, anche addolcendone, con la memoria del tempo, gli aspetti meno gradevoli, e vivere il presente&#8230; Il futuro, come dicevano i nostri saggi vecchi, è nelle mani di Dio.<br />
Ma quella volta le insistenze furono così tante che alla fine acconsentii e mi unii alla combriccola. Era notte fonda quando ci ritrovarono alla spicciolata presso il Grande Albergo. In silenzio come ladri imboccammo Via XX Settembre e attraversammo il ponte di Sant’Apollonia. La casa era subito dopo, a sinistra, immersa nella vegetazione impazzita dall’abbandono e orridamente buia, senza nemmanco il minimo conforto di uno spicchio di luna. La spavalderia, strada facendo, aveva ceduto il posto ad un’ansia sempre più simile alla paura. Avresti detto di sentire il battito del cuore di ciascuno e tutti insieme parevano colpi provenienti da sotterranei cavernosi. Rattrappiti poco oltre il cancello aspettammo, senza sapere di preciso che cosa. “E’ dopo mezzanotte che si sente”, fiatò trepidante il capobanda. Fino a che dalla torre di Palazzo non batterono i rintocchi della storia: novantanove, come i castelli che fondarono L’Aquila. E a quel punto accadde l’imprevedibile. Una serie di urli di disperazione accompagnarono l’apparire di una forma bianca su una finestra appena appena illuminata dalla luna che si era fatta largo tra le nuvole. E non restammo un attimo di più, riguadagnando il cancello e allontanandoci trafelati dalla casa maledetta. Era bastato un barbagianni dal piumaggio bianco infastidito dagli intrusi a metterci in fuga. Ma questo lo si seppe molto tempo dopo, quando un ornitologo svelò l’arcano a quei giovani che, riconquistato l’ardire, si scompisciarono dalle risate.<br />
Non ebbe spiegazione, invece, quanto accadde in un palazzo del centro storico che un caro amico aveva ricevuto in eredità da vecchie zie. “Dicono che ci si senta, disse al frate cappuccino con il quale si confidava, io non sto tranquillo quando giro per quelle stanze, puoi darci una benedizione?”. Il frate fece molto di più: volle toccare di persona il mistero e un giorno chiese la mia compagnia per restare lì una notte intera. Una ripida scalinata saliva dal cortile al portoncino interno, aperto e sbarrato il quale subito appariva una lunga teoria di stanze, un pianoforte a coda in un angolo della prima, che si concludeva con quella approntata con due lettini per la notte. Dette le preghiere serali ci si scambiò la buonanotte e si sprofondò nel sonno. Una candela era stata lasciata accesa sul comodino, tra i due letti. Le note di una fuga di Bach incominciarono a rallegrare il mio sogno. Note che si fecero sempre più scomposte tra le dita di un pianista folle, fino a svegliarci contemporaneamente. La candela s’era spenta ma non per consunzione. Inutilmente il frate provò a riaccenderla, mentre nella prima stanza, lontana, il pianoforte continuava a suonare impazzito. Dormivamo vestiti. Saltammo giù dal letto e imboccammo di gran carriera l’uscio mentre il pianista folle e senza corpo continuava a pigiare sui tasti inseguendoci con il suo concerto misterioso fino a che, serrato il portone esterno, la musica cessò.<br />
Era da poco trascorsa la mezzanotte. Ci lasciammo senza una parola. Lui in Convento a Santa Chiara, io nella mia casa di Via Crispomonti. Il resto della notte, ce lo dicemmo dopo, lo passammo in bianco. A benedire quella casa antica, Padre Andrea andò poi da solo e tutto ebbe fine, tanto che è abitata ancora dagli eredi in piena tranquillità. Suggestione? Verità? Nel primo caso la suggestione trovava sicuramente un campo fertile, ma nel secondo? A cinquant’anni di distanza tutto comunque appare più chiaro. Tra suggestione e verità a vincere è il diritto della memoria. Il ricordo sereno dei nostri cari, che non sono così spietati con noi da divertirsi a metterci paura. La memoria di chi amammo e ci amò non può essere che dolce e tenera. Solo Mammona ha interesse a spaventarci. L’amore mai.</p>
<p style="text-align: right;">Mario Narducci</p>
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		<title>Racconti in quarantena – Spasimante di Mario Narducci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Jun 2020 17:13:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“Me recunusci?” disse una voce stanca mentre due braccia si protendevano davanti e l’uomo in pigiama mi veniva incontro. Il volto segnato dall’età e la barba incolta di più settimane alimentavano la mia perplessità. “Mi riconosci?” insistette l’uomo, togliendosi il berretto di lana e tenendolo, il capo chino, tra le due mani accostate al petto [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“Me recunusci?” disse una voce stanca mentre due braccia si protendevano davanti e l’uomo in pigiama mi veniva incontro. Il volto segnato dall’età e la barba incolta di più settimane alimentavano la mia perplessità. “Mi riconosci?” insistette l’uomo, togliendosi il berretto di lana e tenendolo, il capo chino, tra le due mani accostate al petto come accadeva un tempo con i mezzadri alla visita del padrone. E lo riconobbi, allora, e di colpo mi ritrovai nel vicolo della mia infanzia, in pieno centro storico, dove Spasimante abitava, solo ma parte viva di un vicinato fatto di tanti disperati come lui, stipati in bassi umidi e bui, al piano interrato di palazzi signorili.</p>
<p>Il colloquio che ne seguì mi raggrumò le viscere. Decenni e decenni di lavoro rimediato non gli avevano migliorato di un’acca la vita e lo straccio di pensione di vecchiaia che gli arrivava ogni mese, non gli bastava nemmeno per riscaldare, d’inverno, il basso in cui ancora abitava. Io mi trovavo lì, in un anfratto del corridoio del vecchio ospedale cittadino, in visita a mio suocero ricoverato in geriatria.</p>
<p>“Stai bene?” gli chiesi alludendo a una malattia che non conoscevo. “Benissimo”, mi rispose, sussurrandomi accortamente che lui si trovava là per svernare. “Tutti gli anni – continuò, felice di parlare con un ragazzo del vicolo della sua giovinezza -, quando il freddo si fa più straziante, vengo qui e mi faccio ricoverare. Capisci dottore, sono solo e la casa è fredda, e qui anche da mangiare è buono, tre pasti caldi al giorno, curato e servito come meglio non potrei desiderare, e mi conoscono tutti ormai e tutti mi vogliono bene, perché io non ho mai fatto del male a nessuno e ho sempre rispettato e voluto bene a tutti come fossero i fratelli che non ho mai avuto”.</p>
<p>Era il tempo in cui anche gli ospedali, che non dovevano rispondere ancora alla logica delle aziende, avevano un cuore pur se non giravano più per le corsie le monache cappellone della carità, guardiane inflessibili del buon andamento dei reparti e viscere materne di fronte al dolore diffuso che quotidianamente dovevano alleviare. Quando anche nell’inverno successivo, ancora una volta mio suocero dovette subire un ricovero, invano cercai Spasimante, svernato per sempre, seppi in seguito, là dove non esistono più inverni gelidi e soprattutto agli ultimi viene assicurato di diritto il pasto caldo della visione beatifica di Dio.</p>
<p>Spasimante abitava in un basso, ma la sua giornata la trascorreva a Piazza Duomo dove lavorava. La sua giornata incominciava all’alba, perché aveva un’occupazione rimediata che non poteva aspettare. Non avendo acqua corrente, portava un catino in mezzo alla strada, vi versava una brocca d’acqua tirata dalla conca d’angolo, si insaponava le mani e se le portava, ripetutamente sbruffando, al viso, con godimento se era la buona stagione, tra nuvole di vapore da fiato caldo se l’inverno insisteva.</p>
<p>Gettata l’acqua sporca nel tombino, metteva i soliti abiti sdruciti e sopra d’essi uno spolverino grigio da lavoro, calzava una coppola di sghembo e, freneticamente ancheggiando in passi brevi, si portava in Piazza, dove i postali scaldavano già il motore. Spasimante faceva il facchino, un mestiere povero ma sicuro, a quei tempi, quando i bagagli non entravano in corriera ma finivano tutti sul tetto della vettura, trattenuti da lunghe barre perimetrali alle quali venivano assicurati con un intreccio sapiente di corde. La stazione delle poche corriere stava allora, striminzita e caotica, dal lato delle Anime Sante, la Chiesa sorta a memoria dell’apocalittico terremoto del 1703, a fianco del palazzo merlato, dal cui terrazzo veniva chiamata la tombola durante le ricorrenze patronali.</p>
<p>E mentre tra la gente girava il venditore di caramelle, con la sua cassettina di raccolta e di esposizione, Spasimante saliva spedito la scaletta fissata sul retro del postale, scendeva ad uno ad uno i bagagli dalle corriere in arrivo, saliva quelli delle corriere in partenza. Per ogni bagaglio una mancia povera, tante mance, alla fine, che facevano una piccola giornata. Bastevole a lui che si contentava di poco: un cappuccino con pasta, a colazione, nel vicino bar, ricco degli umori dei venditori del mercato, un panino farcito di mortadella per pranzo, una minestra ristoratrice alla sera, preparata sul fornellino a gas, prima di prendere su un giaciglio di foglie di “marrocchie” il sonno tosto che lo avrebbe portato al giorno successivo.</p>
<p>Mai nessuno ha sentito Spasimante alzare la voce, né urlare contro qualcuno. La sua era una gentilezza innata, accentuata da un portamento lieve e dalla parola chioccia, accompagnati da un sorriso accondiscendente e da un lieve ammiccare d’intesa che s’arrestavano lì, senza mai varcare il limite del buon garbo e che gli avevano guadagnato un nome da sospiri lunghi.</p>
<p>Mi sono chiesto più volte quale sarebbe stato il suo mestiere rimediato, oggi che i postali con il tettuccio portabagagli non esistono più, soppiantati dai lussuosi autobus di gran marca, perfino a due piani, che se vanno a Roma lo fanno in autostrada, senza subire il martirio della vecchia Salaria, che nelle curve difficili costringeva gli autisti a manovre da vertigini sugli strapiombi. Ma ogni tempo ha il suo volto e i suoi personaggi che lo marchiano per sempre. Il tempo di Spasimante era quello dei bassi e dei postali che andavano a nafta tra scarichi di nuvole nere, e che avevano bisogno di un uomo gentile e forte come lui per tirare su bagagli, spesso colmi più di sogni che di vita degna.</p>
<p style="text-align: right;">Mario Narducci</p>
<p>———————–</p>
<p>La foto è di Franco Nerilli: Postali in Piazza del Duomo</p>
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		<title>Racconti in quarantena – Amore da paura di Mario Narducci</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Jun 2020 18:56:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“Forse gli uomini hanno paura delle donne che scrivono poesie d’amore, per questo se ne vanno”, disse lei sconsolata, disperata no, perché nonostante tutto l’amore lo cercava e lo aspettava ancora. Lei era una poetessa che sapeva tradurre in versi i meandri del cuore di una donna, anche i sospiri diventavano versi, anche gli occhi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“Forse gli uomini hanno paura delle donne che scrivono poesie d’amore, per questo se ne vanno”, disse lei sconsolata, disperata no, perché nonostante tutto l’amore lo cercava e lo aspettava ancora. Lei era una poetessa che sapeva tradurre in versi i meandri del cuore di una donna, anche i sospiri diventavano versi, anche gli occhi che s’addolcivano di trasparenza di miele, e la bocca triste che s’ammischiava a sorrisi anche rassegnati a volte, quando s’ avvedeva che il tempo le volava addosso lasciando segni di canizie precoce, come fossero una carezza lieve. Il vecchio confidente le rispose che no, che l’amore è come un frutto maturo che si stacca da solo dall’albero, mai prima del tempo giusto, per quanti sforzi possiamo fare per coglierlo nei giorni acerbi. “E anche ci si riuscisse, aggiunse nella sua saggezza, a che cosa servirebbe un amore verde? Una mandorla che si addenta e lascia brividi passeggeri, lampi di scotimento tra i denti; ma l’amore è oltre i lampi solitari, là dove s’accende e s’acquieta, in un alternarsi di luci e d’ombre, tra sentieri piani e scoscesi, nella conca del cuore dove tutto si riconduce e diventa vita”. Lei annuiva bella e scarmigliata dalla notte insonne, accarezzando i cavalli della sua tenuta. Aveva gli occhi gonfi per le lunghe veglie e le lacrime solitarie. E in queste veglie scriveva poesie da strazio, anche se delicate come fiordalisi e papaveri dal respiro breve. Erano per l’uomo che non c’era e che aspettava. Ma c’era troppa malinconia tra i versi, troppo pianto. E quando un uomo s’accostava al suo fianco, stava un po’ e poi spariva, nuvola di vento che non aveva trovato appigli per restare. Perché c’è differenza profonda tra un uomo che ama e una donna che ama. E se anche l’uomo ama davvero, spesso lo fa per avere, raramente per dare. La donna che ama, lo fa in gratuità, regalando pezzi d’anima e di pelle e pur senza rinunciare ad essere se stessa, sa perdersi sempre nell’amato per ritrovarsi immensa. L’uomo, invece, si sente già immenso, e quando ama lo fa per dimostrarlo. “Ti pentirai di tutto fuorché d’essere venuta da me” si vantava D’Annunzio con l’amante di turno. E assai prima di lui c’era Catullo a pretendere baci, mille e poi cento, e poi ancora mille e cento, senza soluzione di continuità. Lei era diversa e aveva fatto suoi i versi di una poetessa inglese che le era entrata nell’anima e che anche dall’amato pretendeva gratuità: “Se devi amarmi per null’altro sia, se non che per amore”. Nella sua casa di campagna il vecchio confidente sbrogliò la cartella di poesie e le lesse d’un sorso. Erano belle come un campo di margherite con tutto quell’amore profuso a piene mani; ma erano compiaciute di pianto. Un godimento sottile nel crogiolo doloroso, un senso di ingiustizia gridato al cielo e alla terra. La consapevolezza d’avere un cuore grande e talmente colmo d’amore da non essere compresa e fors’anche derisa. “Sono molto belle, le disse il vecchio confidente restituendole il plico. Ma ho capito perché gli uomini si allontanino da te dopo averle lette”. Lei si avviò i capelli con gesti misurati e attese rassegnata la sentenza, seduta per assorbirla senza traumi. “Credevi che il tuo amore fosse gratuito, ma in realtà non lo è. Non è gratuito l’amore quando è intriso di pianto. Le tue poesie non sono venate di lacrime liberatorie, ma di rammarico. Non è vero che il dolore, la delusione, prendano di mira solo te. Finché la tua poesia d’amore sarà poesia di pianto, neanche il tuo amore, per quanto grande possa essere, avrà mai il dono della gratuità”.<br />
L’estate rammucchiava gente sul litorale, rastrellata chissà dove, per distenderla sulla sabbia rovente, tra ombrelloni e tormentoni musicali che riempivano il giorno. Il vecchio confidente respirava il tempo a sorsi lunghi, quasi volesse rubare il mare che gli scioglieva in gola residui di tosse da fumo. Disteso sulla sdraio leggeva un libro di poesie d’amore che, seppure in qualche passaggio addolorate, spargevano speranza a piene mani, come semente gioiosa e benedetta. “Vedo che mi legge, disse lei posandogli una mano sulla spalla, posso presentarle mio marito?”</p>
<p style="text-align: right;">Mario Narducci</p>
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		<title>Racconti in quarantena &#8211; La fuga di Stella di Mario Narducci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Apr 2020 14:46:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IN RILIEVO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il muro di casa trasudava fiati nella notte fonda e leggermente ondeggiavano, al ritmo dei respiri lievi e degli ansimi appesantiti dal giorno, i rami dei ciliegi appena rifioriti. Una scala di legno, di quelle contadine, ruvida nelle assi laterali e liscia nei pioli che ne denunciavano l’uso, s’appoggiò, quasi uscita dal nulla, alla finestra [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2020/04/28/racconti-in-quarantena-la-fuga-di-stella-di-mario-narducci/">Racconti in quarantena &#8211; La fuga di Stella di Mario Narducci</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il muro di casa trasudava fiati nella notte fonda e leggermente ondeggiavano, al ritmo dei respiri lievi e degli ansimi appesantiti dal giorno, i rami dei ciliegi appena rifioriti. Una scala di legno, di quelle contadine, ruvida nelle assi laterali e liscia nei pioli che ne denunciavano l’uso, s’appoggiò, quasi uscita dal nulla, alla finestra della camera bassa, sorretta da una mano delicata. Era l’ora stabilita. Il cielo era nero da mostrare tutte le sue stelle, e la luna si rifletteva sui vetri chiusi nell’aprile inoltrato. Come ad un cenno convenuto la finestra si aprì. Una donna non più giovane si sporse sul davanzale, guardò nei lati e poi in basso dov’era l’amica del cuore, dette un’occhiata rapida e silenziosa all’interno di quella ch’era la sua camera nubilata, raccolse la lunga veste, scavalcò agile il davanzale, mise il piede destro, cautamente, sul primo piolo e gli altri furono guadagnati rapidamente fino al lastricato dov’era ad attenderle un calessino che le portò, nel buio, in una casa di periferia. La finestra era rimasta accostata, la scala appoggiata al muro. Tutto era avvenuto nel silenzio più assoluto: rattenuti i respiri, il terrore che alle orecchie dei dormienti giungesse il battito dei cuori in fuga. Non uno stridio di civetta, non un lamento di gatto in amore.<br />
Doveva esserci stata la stessa atmosfera di ansia e di silenzio, quella notte ad Assisi, quando la giovane e delicata figliuola di Favarone di Offreduccio e di Ortolana, evitando il portone per non insospettire alcuno, attraversò d’un balzo la Porta dei morti con la complicità della fantesca, per raggiungere Francesco e i suoi seguaci alla Porziuncola. Anche quella notte era d’aprile, Domenica della Palme del 1206.<br />
Ma Stella non andava monaca, fuggiva assai più semplicemente per andare a nozze, dopo che ogni tentativo, messo in atto con genitori e fratelli, di giungere al matrimonio per le vie consuete era miseramente naufragato per la ferma opposizione dei suoi. Solo la signorina Lina, un’amica di vecchia data, le teneva bordone ed era, per giunta, una laica monacata che vedeva assai più in là di quanto non giungessero gli occhi della gente di casa, appannati, giustappunto, da mero interesse di bottega.<br />
Quella di Stella era una famiglia benestante, ricca di terre e di mulini. Un podere retto a mezzadria con distese di grano per la collina addolcita e frutteti vari tra i filari di uva che si allungavano a perdita d’occhio. Una catena di mulini, affidata alle cure dei fratelli, chiudeva il cerchio di una intrapresa ammirata e a volte invidiata da molti del paese e d’intorni.<br />
Stella dei mulini era l’anima. Era lei che, nei fatti, gestiva ogni cosa, dal grano che giungeva a quello che veniva restituito dopo la molatura. Ma era anche la donna di fatica che si caricava decine di sacchi sulla schiena, in un giorno, senza batter ciglio. Alta e robusta come una maremmana da pascoli aperti, le bastava un giro di schiena per sistemare ogni cosa e giungere là dove i fratelli, per ignavia, non sarebbero mai arrivati.<br />
“Stella, le ripeteva l’amica monaca man mano che la vedeva maturare, come lei nell’età, Bisogna che incominci a pensare al tuo futuro, a mettere su famiglia, a rispondere allo sguardo innamorato di qualche giovane che intenda fare sul serio”. Stella si schermiva abbassando gli occhi come un’educanda e rispondeva “vedrò”, ma senza convinzione. La convinzione si arenò del tutto, invece, quando lei fece scivolare per la prima volta, nella grande casa comune, davanti al piatto della cena, la possibilità di andare maritata. Fu una levata di scudi. I vecchi a sentenziare che una donna della sua età, con uno zio prete per giunta, non avrebbe mai dovuto coltivare grilli simili per la testa; i fratelli a urlare che se avevano deciso di portare avanti i mulini fu perché s’ eramo messi in cinque tutti insieme e che lei dunque non li poteva lasciare a sedere scoperto.<br />
“Stella, continuò a ripeterle la monaca complice, devi andare per la tua strada, i tuoi fratelli hanno tutti una famiglia, un giorno resterai sola, non puoi continuare ad essere la bestia da soma dei tuoi”. E a Stella quelle parole incominciarono ad essere rovello, tanto più che un giovane vedovo di un paese poco distante, tramite i buoni uffici dei reciproci parroci, che s’erano scambiate lettere mallevatrici, le aveva fatto intendere che l’avrebbe presa volentieri in moglie.<br />
“Stella, insistette ancora la monaca, quando seppe dello spiraglio aperto alla formazione di una famiglia nuova, adesso o mai più”.<br />
E fu quel mai più a convincere definitivamente Stella, che d’accordo con la monaca, per prevenire sospetti ed arginare nuovi rifiuti, di tanto in tanto, a notte fonda, quando tutti dormivano, apriva la finestra per gettare furtivamente, ben avvolta in mantili, parte del corredo tra le braccia dell’amica che andava a stipare il tutto a casa propria.<br />
L’ultima notte, da quella finestra benedetta, finalmente ci passò lei che andò a raggiungere il corredo, perfettamente riordinato e imbaulato, in casa della monaca.<br />
In famiglia le tolsero il saluto, ma fu solo finché non si ripresero dalla nervatura. Al matrimonio c’erano tutti, insieme alla monaca complice. E c’erano tutti i contadini che l’avevano caricata di fatica con i loro sacchi di grano e di farina che la imbiancavano tutta, fino a renderla irriconoscibile. Quando apparve al braccio dello sposo, dopo la cerimonia, Stella era bellissima. Non per filo di trucco né per belletto di sorta sulle guance arrossite. Ma per quegli occhi grandi che parlavano da soli anche nel silenzio più assoluto, e per quel sorriso discreto e chiaro, che le fioriva tra le labbra, sotto il velo di tulle, mentre la campanuccia della Pieve si distendeva a festa sopra i cascinali.</p>
<p style="text-align: right;">Mario Narducci</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2020/04/28/racconti-in-quarantena-la-fuga-di-stella-di-mario-narducci/">Racconti in quarantena &#8211; La fuga di Stella di Mario Narducci</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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		<title>Racconti in quarantena – Le buatte di Ninnao&#8217; di Mario Narducci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Apr 2020 13:30:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IN RILIEVO]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti in quarantena di Mario Narducci]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Narducci]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ninnaò dormiva al lume di candela, si lavava alla fontanella a muro della piazzetta, mondava verdura e frutta alla stessa fontana, alla cui cannella rammolliva un tozzo di pane raffermo e stendeva sull’acciottolato la poca biancheria lavata a freddo, d’estate con refrigerio e d’inverno con dolore per quelle dita diventate ghiaccioli da staccare. Se doveva [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ninnaò dormiva al lume di candela, si lavava alla fontanella a muro della piazzetta, mondava verdura e frutta alla stessa fontana, alla cui cannella rammolliva un tozzo di pane raffermo e stendeva sull’acciottolato la poca biancheria lavata a freddo, d’estate con refrigerio e d’inverno con dolore per quelle dita diventate ghiaccioli da staccare. Se doveva apporre qualche punto di cucito alla veste sdrucita, aspettava che il sole le entrasse nel vicolo, portava una sedia spagliata sull’uscio, sedeva rincorata al calore che le penetrava nelle ossa e dava di ago con lentezza, perché il sole facesse bene il suo dovere prima di ritirarsi oltre la Porta di Bazzano, dietro la collina di Roio.<br />
Per cucinare le bastava anche meno: metteva nel pertugio della fornacella un pugno di pallottoline di giornale intrise d’acqua e lasciate indurire, accendeva con un “prospero” facendo attenzione a non sprecarlo nello sfregamento, e le erano sufficienti pochi minuti per mandare a cottura un po’ di semolino che sorbiva ristorata dal calore dell’acqua sciapa. Un pugno di cicoria colta per strada e un frutto completavano il pasto che dalla bocca senza denti passava allo stomaco senza fatica alcuna. Abitava in un basso di Sdrucciolo dei Ciuchi, una traversa angusta di Via Fortebraccio e soltanto un portoncino la divideva da un altro sdrucciolo, intitolato questa volta ai Poeti, sensa nesso alcuno se non quello della pazienza che i primi hanno a portare la soma e i secondi ad aspettare un po’ di gloria.<br />
Ninnaò la chiamavano forse così per il sonno profondo che l’avvolgeva per la notte intera. Era una solitaria ma non era scontrosa. Raggomitolata in vesti di fortuna, non le importava quale colore avessero: d’estate s’alleggeriva, ma non abbandonava mai le maniche lunghe che solo tirava un po’ su per le poche e povere faccende di casa; d’inverno metteva addosso più capi fino a stare calda, fuori e dentro il tugurio, dove non c’era riscaldamento alcuno. Appena imbruniva e l’antro diventava buio pesto, lei accendeva una candela posata a goccia di cera sul coperchio di una scatola di lucido da scarpe e si distendeva su un pagliericcio per il poco sonno, attenta a spegnere prima la stearica.<br />
Al mattino era in piedi con la prima luce. Rosicchiava qualche rimasuglio del giorno prima, beveva alla fontanella insieme alla tortora che andava a posarsi sulla conchiglia per lo stesso motivo e a passo malfermo saliva adagio Costa Masciarelli fino alla più agevole Via Ciminelllo per raggiungere Piazza del Mercato, giusto in tempo per la prima Messa alle Anime Sante. Ma Ninnaò non entrava in Chiesa, anche se giunta alla postazione consueta si segnava di croce e baciava le punte riunite delle dita della mano destra, accennando a un inchino verso l’altar maggiore. Qui s’acconciava un fazzoletto lercio sui radi capelli ingialliti dall’incuria, stendeva un braccio, appoggiandoselo al fianco, la mano a mestolo, e aspettava inerte l’arrivo dei devoti che le stendevano l’obolo in carità. Ninnaò viveva di elemosine, senza mai chiedere nulla, ma pronta a un “Dio ti ripaghi” quando una moneta le toccava il cavo della mano. A fine messa raggiungeva l’altra postazione, sulla scalinata della Cattedrale, anche qui si metteva curva leggermente in attesa, accanto al portale e al termine del rito attraversava la Piazza del Mercato già gremita di bancherelle, per sostare davanti al furgoncino spiegato del venditore di salsamenterie, per chiedere in dono buatte vuote di tonno e aringhe che portava in casa, dopo averle lavate alla fontanella accanto. Il giorno successivo, con meticolosità certosina, riprendeva lo stesso tran-tran che l’avrebbe portata dallo Sdrucciolo alla Piazza e dalla Piazza allo Sdrucciolo, carica di buatte che nessuno seppe mai a che cosa servissero.<br />
Ne parlarono tutti i giornali quando il fatto accadde. Un giorno d’estate che il sole tramontava come sempre sopra Roio e che il basso, come sempre, entrava anticipatamente nel buio, Ninnaò mangiò il tozzo di pane come sempre e come sempre si distese sul lettuccio di paglia, duro sulla rete arrugginita, con la candela fissata con le sue gocciole di cera sul coperchio di una scatola di lucido per le scarpe. Ma non la spense perché il sonno la colse improvviso. A notte fonda la candela si staccò dalla precaria bugia e cadde sulla sedia impagliata che prese fuoco generando un incendio feroce che divorò i poveri mobili da rigattiere. Il fuoco aveva già attaccato rovinosamente le pareti che divampavano anch’esse in alte fiamme, quando lei si destò. I Vigili del fuoco la trovarono carbonizzata, supina e a braccia spalancate, come a proteggere qualcosa, sopra il lettuccio spoglio e rovente ancora. Quando pietosamente la rimossero, apparve sotto il letto una serie infinita di buatte. Ciascuna pesava tanto da essere sollevata a fatica. Erano piene rase di moneta sonante. Quella ricevuta in carità durante tutta una vita di stenti e di miseria.</p>
<p style="text-align: right;">Mario Narducci</p>
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		<title>Racconti in quarantena &#8211; Il vento dei vicoli di Mario Narducci</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Apr 2020 14:51:23 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Una serie di piccoli fiumi che dalla parte alta Di Piazza Duomo si getta nel Grande fiume: sono le vie che confluiscono, più o meno pacatamente, su Via Fortebraccio, ingrossandola, fino alla strozzatura di Porta Bazzano, che conduce alla Basilica di Collemaggio, ricca di rosoni e trapuntata di merletti bianchi e rosa nella facciata romanica che si riflette sul verde del prato antistante. Sono le vie più note del centro: Via San Flaviano a sinistra, Via Crispomonti al mezzo e Via Cimino a destra. E’ in via Crispomonti, la più lineare delle tre e la più scoscesa che stava, a mezza costa, la casa della mia infanzia, una via talmente stretta che i netturbini di una volta procedevano, nella pulitura, con un colpo alla volta di saggina, a ventaglio, raccogliendo ben poco del resto da mettere nel bidone del carrettino, anche perché assai pochi erano i rifiuti delle case, dove tutto entrava a grammi e a decilitri, avvolto in carta-paglia e in bottiglie portate da casa.<br />
Il mio vicolo, ma fino agli anni sessanta tutti i vicoli dell’Aquila erano uguali, era un micromondo, un condominio che si estendeva in lunghezza e dove il vicinato era il termine sociale più conosciuto e vissuto. Il vicinato era una famiglia. Di più, era la famiglia allargata di una volta. Non esisteva sfera privata e quella pubblica si arrestava soltanto sulla soglia dell’alcova. Quando in tempi di rivoluzione inventarono le “comuni”, in realtà copiarono ciò che da noi esisteva da anni e che il vicinato aveva mutuato dal primo cristianesimo che si era organizzato in comunità nelle quali il patrimonio dei singoli si tramutava in bene comune.<br />
La strada era il salotto di casa. Bastava trascinarsi una sedia sull’uscio per imbastire chiacchiere con le comari mentre gli uomini, tra una scopa e un tressette, consumavano un mezzo toscano che toglievano di bocca solo per sorbire un bicchiere di rosso di cantina. Anche i mestieri si praticavano fuori di bottega, specie nella buona stagione, quando il sole allagava i muri e il selciato ed invogliava al canto. Spasimante, il facchino che caricava i bagagli sul tetto delle corriere, di buon mattino compariva in mezzo alla strada con un catino d’acqua per lavarsi freneticamente la faccia.<br />
La donna con il marito nelle miniere del Belgio si affacciava al balcone per urlare l’ultima lettera giunta da Charleroi. Martellava su un tronco di legno l’anziana popolana, per rompere le mandorle, di cui aveva accanto un sacco pieno, da restituire sbucciate a una ditta di torrone al cioccolato. Le bucce le sarebbero occorse d’inverno per avviare la stufa economica.<br />
Per le donne di casa, il primo pensiero, al mattino, era mettere la pignata dei fagioli e il tegame del sugo sui fornelli, perché ogni cottura giungesse a maturazione per l’ora del pranzo, quando tutti si stava attorno al tavolo perché non esistevano ancora orari continuati negli uffici. A giorni fissi s’udiva il richiamo della donna di paese: &#8220;ecco lo riniccio!&#8221; tanto al bicchiere come per le &#8220;muricole&#8221; e per i lupini del lupinaro; o il grido dell’ombrellaro che sostava a lato dell’uscio di casa, per “accomodare piatti, congoline e ombrelli”, perché allora non si buttava nulla, e tutto tornava come nuovo con mastice e punti metallici.<br />
La donna della casa alta, come una volontaria della croce rossa, andava gratis là dov’era chiamata per sconciare il malocchio a chi soffriva di emicrania provocata da maleficio d’amore o da invidia: poche gocce d’olio su un piatto riempito d’acqua e dal loro espandersi si aveva conferma del torto subito, insieme al benessere riconquistato. Una visita improvvisa era capace di mettere in difficoltà una famiglia a corto di provviste. Si rimediava correndo dal vicino per una tazzetta di zucchero o di sale, un po’ di pane magari, immancabilmente restituiti con l’usuale “a buon rendere”, che era garanzia di mutuo soccorso.<br />
A scuola, i ragazzi, anche i più piccoli, andavano da soli, senza genitori che li accompagnassero. I miei primi due anni delle elementari, si svolsero a Palazzo Cidonio, in Via delle Grazie, mentre le ultime tre classi furono alla De Amicis di San Bernardino, antico ospedale fondato da San Giovanni da Capestrano. Due gli ingressi: da Piazza San Bernardino per le femminucce, da piazza del Teatro per i maschietti: una rigorosa separazione che continuava anche nelle classi. Due soli i libri da portare, uno per apprendere le prime nozioni di grammatica ed il sussidiario.<br />
L’ultima mia nipotina ha dovuto presentarsi al primo giorno delle elementari con il trolley. Da soli a scuola, da soli in giro per la città o ai giardini pubblici. Alla Villa noi ragazzi, magari dopo qualche partita a zirè, ci riposavamo con il gioco della corrente elettrica, a fianco al monumento ai Caduti. Avevamo scoperto che tenendoci per mano, se gli estremi toccavano l’uno una panchina di ferro e l’altro un lampione, venivamo colti tutti da un leggero brivido: quanto bastava per un sussulto e una risata. Lo spasso grande erano le feste Patronali, a Santa Giusta o a Porta Bazzano, tra gli infiniti tentativi di raggiungere la cima del palo della cuccagna ricca di prosciutti e salsicce e le corse dei maccheroni, divorati a mani legate dietro la schiena, incuranti delle manciate di peperoncino.<br />
Di pomeriggio, dopo i compiti, saltalamula con colpi feroci sulla schiena (campana per le ragazzine), corse in discesa per lo scapicollo, per vedere chi arrivava in fondo al vicolo per primo. Difficilmente si evitavano cadute e scivoloni e non era insolito rientrare a casa con le palme delle mani e le ginocchia sbucciate. Per riposarci si entrava nel cortile dei Di Pietro per i nostri giochi sedentari: il cucuzzaro, piedi piedella, zizzittu, le belle statuine, finché al calar della sera non arrivava il richiamo delle mamme per la cena. Quando soffiava il vento, giungevano nel vicolo gli odori del mercato della Piazza Grande, o dello zucchero filato se era festa. Ma il vento vero eravamo noi ragazzi, con il nostro fiato che alitava da un capo all’altro tra botteghe e portoni, per gridare la nostra spensieratezza. Che oggi chiameremmo felicità.</p>
<p style="text-align: right;">Mario Narducci</p>
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		<title>Racconti in quarantena &#8211; La Donna senza nome  di Mario Narducci</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Apr 2020 17:32:57 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[l'aquila]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La donna delle borse di plastica rigonfie da scoppiare, saliva lenta da via della Croce Rossa, il naso paonazzo già di prima mattina. Vestiva anche d’inverno un paio di fouseaux dei quali mal si riconosceva il colore originale che avrebbe potuto oscillare tra il giallo e il rosa chiaro; il capo sempre nudo, sotto il [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La donna delle borse di plastica rigonfie da scoppiare, saliva lenta da via della Croce Rossa, il naso paonazzo già di prima mattina. Vestiva anche d’inverno un paio di fouseaux dei quali mal si riconosceva il colore originale che avrebbe potuto oscillare tra il giallo e il rosa chiaro; il capo sempre nudo, sotto il sole o la pioggia, i capelli ispidi che non conoscevano spazzola o pettine; una maglietta slabbrata e stinta, nella stagione buona, quando calzava un paio di infradito ormai approssimativi, o scarpe da tennis che denunciavano molte stagioni, quando arrivava il freddo. Nessuno conosceva il suo nome. Sbucava tra il disinteresse generale da qualche buco oscuro dell’immediata periferia, procedeva solitaria verso il centro, oscillando da destra a sinistra sui fianchi bassi, il broncio permanente sul volto indurito dalle sventure, riluttante a rispondere al saluto di qualche anima buona, pronta a lanciare strali d’ostilità se si sentiva osservata. La donna senza nome era entrata da decenni a far parte della variegata e minore umanità cittadina. Era diventata come una fontanella o una panchina del centro, che se ci sono te ne avvedi appena, ma se mancano, distrattamente ti chiedi che fine abbiano fatto. Dire che fosse amata è sicuramente eccessivo. Anche gli affetti minimi hanno bisogno di qualche corrispondenza. E lei era un riccio inarcato pronto a scagliare aculei, sia pure contro il vento. Una sorta di autodifesa non si sa da chi, per lei che era restia ad ogni cenno di benevolenza altrui.<br />
Saliva verso il centro, dunque, le borse di plastica colme di tutti i suoi poveri averi: un giubbotto raggomitolato che indossava solo d’inverno, capi di vestiario raggrinziti e tenuti a forza nel fragile contenitore, cianfrusaglie raccolte per strada, in qualche cassonetto, quando si fermava a riprender fiato. Sembrava avesse calibrato anche i pesi per non oscillare maggiormente su un fianco più che sull’altro. Quando s’arrestava posava a terra le due borse, si guardava sospettosa attorno pronta a rifiutare ogni sorriso, e riprendeva la strada che l’avrebbe portata in Piazza Duomo, dove gironzolava tra le bancarelle della frutta, accettando magari qualche regalia. Se c’era il sole si dilungava anche nel suo peregrinare; poi raggiungeva il bar aperto accanto alla Cattedrale, dove l’anima buona del proprietario le porgeva un caffè, che lei sorbiva avidamente in silenzio, come in silenzio se ne andava, senza accennare neppure a un grazie perché lei era così, povera di tutto, anche di parole. L’ultima visita era alla Caritas, all’ingresso della curia vescovile. Qui svuotava le sue borse delle cose inutili, le riempiva di nuovi capi di vestiario e di alimenti, sostituiva magari la maglietta lercia con una tutta nuova e accennava a pavoneggiarsi, passandosi le mani sui fianchi e sul seno inesistente, finalmente accennando a un sorriso che durava un attimo e non più, subito riconquistando il suo ghigno ostile.<br />
Di tutt’altra pasta era la donna senza nome, di quella dell’altro povero di spirito e di cose che incrociava spesso in Piazza, ciascuno all’altro indifferente. Lui pure veniva non si sa da dove, ma aveva sempre un sorriso chiaro sul volto. I ragazzi l’attorniavano per ridere insieme ai suoi giochi di prestigio, quando, l’ombrello appeso sulla schiena dall collo della camicia, faceva sparire ed apparire una sigaretta tra le dita veloci, per poi riporla sull’orecchio, alla maniera dei vecchi falegnami con la matita piatta. Anche lui senza nome, vestiva lindo e pinto, curato non si sa da chi, e profumato di tutto punto. Appariva dal nulla e nel nulla si dileguava, perso dietro fantasie che mai a nessuno è stato dato conoscere.<br />
Furono in pochi a chiedersi che fine avesse fatto la donna senza nome, l’estate che non la videro più in Piazza, e al bar del Duomo per il consueto caffè. Perché se una caratteristica hanno i poveri, è quella che li rende simili alle stelle, che se la notte è tersa brillano fino a farsi toccare, ma se nube le copre, non ti viene nemmeno da pensare dove si siano nascoste.</p>
<p style="text-align: right;">Mario Narducci</p>
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