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	<title>profughi Archivi - L&#039;Impronta L&#039;Aquila</title>
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		<title>Afghanistan: migliaia profughi ospiti in Centro Avezzano (AQ)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Aug 2021 16:57:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Circa 2000 persone in fuga dall&#8217;Afghanistan saranno trasferite, in questi giorni, presso il COE &#8211; Centro Operativo Emergenze della Croce Rossa Italiana ad Avezzano. L&#8217;operazione è sotto il&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Circa 2000 persone in fuga dall&#8217;Afghanistan saranno trasferite, in questi giorni, presso il COE &#8211; Centro Operativo Emergenze della Croce Rossa Italiana ad Avezzano. L&#8217;operazione è sotto il coordinamento della Protezione Civile e in collaborazione con il Ministero della Difesa. Gli arrivi sono cominciati ieri sera e continueranno sia nella giornata di oggi che nei prossimi giorni. &#8220;Un&#8217;operazione come questa, per dimensione e per i tempi ristrettissimi- sottolinea il Capo Dipartimento della Protezione civile Fabrizio Curcio- è stata possibile grazie a uno straordinario lavoro di sinergia che è il fondamento del servizio nazionale della protezione civile. Croce rossa, Difesa e volontari, insieme con la Regione Abruzzo e gli enti territoriali, hanno lavorato senza sosta e continueranno a lavorare per garantire a tutti la migliore assistenza. A loro va il mio personale ringraziamento a nome di tutto il servizio nazionale&#8221;. &#8220;L&#8217;apertura della nostra struttura di Avezzano alla popolazione afghana in fuga- sottolinea Francesco Rocca, Presidente della Croce Rossa Italiana e della Federazione Internazionale delle Società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa (IFRC)- rappresenta una delle operazioni di accoglienza più grandi e complesse della Croce Rossa da sempre. Sono centinaia i volontari giunti da tutti Italia per fornire accoglienza, supporto psicologico e sanitario a queste persone vulnerabili, dimostrando una volta di più e in piena emergenza Covid-19, cosa significa essere &#8216;un&#8217;Italia che aiuta&#8217;. Ma il Movimento Internazionale della Croce Rossa non abbandona né abbandonerà la popolazione afghana nel Paese di origine. Stiamo lavorando senza sosta per sostenere milioni di persone in Afghanistan colpite, oltre alla grave crisi in atto, anche dal Covid-19 e da una gravissima siccità che mettono a rischio la vita di tanti&#8221;. Il centro di Avezzano, al fine di ospitare al meglio le persone provenienti dall&#8217;Afghanistan, è stato arricchito di 3 tensostrutture da 15&#215;30, 10&#215;24, 10&#215;18, di 31 tende 6&#215;9 e di 111 tende per la notte. E&#8217; stata anche ampliata la cucina da campo per garantire al meglio i servizi pasti.</p>
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		<title>Libia: &#8220;Profughi&#8221; libro per ricordare esodo italiani nel 1970</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Dec 2020 19:24:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura e Spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[IN RILIEVO]]></category>
		<category><![CDATA[libia]]></category>
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		<category><![CDATA[Muammar Gheddafi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In Libia, nel 1970, vivevano 20.000 italiani, integrati con la popolazione locale. Ma il generale Muammar Gheddafi, appena salito al potere, la pensava diversamente e confisco&#8217; loro ogni&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>In Libia, nel 1970, vivevano 20.000 italiani, integrati con la popolazione locale. Ma il generale Muammar Gheddafi, appena salito al potere, la pensava diversamente e confisco&#8217; loro ogni avere, considerandoli un residuato dell&#8217;imperialismo fascista. Tornati in Italia con una valigia e poco altro, senza soldi ne&#8217; lavoro, molti rimpatriati, migliaia, finirono nei campi profughi. A raccontare la loro storia e&#8217; Daniele Lombardi nel libro &#8216;Profughi&#8217;, che sara&#8217; presentato oggi alle 18.30 sulla pagina Facebook dell&#8217;Associazione italiana rimpatriati dalla Libia (Airl Onlus).<br />
Come fa sapere la onlus in una nota, nel libro Lombardi racconta la storia di quei rimpatriati piu&#8217; sfortunati che rimasero per mesi o, addirittura, anni in casette fatiscenti o freddi casermoni, in locali senza riscaldamento, con i bagni in comune, cibo pessimo e senza alcuna privacy. Sperimentarono sulla loro pelle la discriminazione verso il diverso, pur essendo italiani, e le privazioni da profugo in patria. Storie sorprendentemente simili a quelle dei migranti di oggi, coi quali condividono privazioni emotive e condizioni di vita disagiate.<br />
Il volume e&#8217; arricchito da un&#8217;analisi dell&#8217;azione di Aldo Moro nei rapporti italo-libici, scritta da Mario Savina. E da una presentazione dello scrittore Roberto Costantini, &#8220;tripolino&#8221; con la Libia nel cuore e nella penna.<br />
Daniele Lombardi, molisano, classe 1973, e&#8217; giornalista e scrittore. Dirige la rivista dell&#8217;Associazione italiani rimpatriati dalla Libia. Ha scritto il noir &#8216;La confraternita del lupo&#8217;.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2020/12/09/libia-profughi-libro-per-ricordare-esodo-italiani-nel-1970/">Libia: &#8220;Profughi&#8221; libro per ricordare esodo italiani nel 1970</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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		<title>Burundi: rientrano i primi 500 profughi dal Ruanda</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Aug 2020 14:47:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Circa 500 rifugiati del Burundi, scappati nel vicino Ruanda nel 2015 per scampare alle violenze scoppiate dopo contestate elezioni, hanno fatto oggi rientro a casa dopo cinque anni.&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Circa 500 rifugiati del Burundi, scappati nel vicino Ruanda nel 2015 per scampare alle violenze scoppiate dopo contestate elezioni, hanno fatto oggi rientro a casa dopo cinque anni. I rifugiati hanno lasciato il campo di Mahama, che ospita piu&#8217; di 60.000 persone, dopo essere risultati negativi al test diagnostico per il Covid-19. Secondo Elise Villechalane, una portavoce dell&#8217;agenzia dei rifugiati delle Nazioni Unite, (Unhcr), sono oltre 1.800 le persone che hanno fatto domanda per poter tornare nel loro Paese natale. &#8220;E&#8217; un momento storico &#8211; ha detto alla stampa locale il minsistro degli Interni burundese, Gervais Ndirakobuca &#8211; siamo contenti che i nostri cittadini stiano facendo ritorno, dopo tutti questi anni, a un Burundi in pace e con un nuovo e luminoso futuro davanti&#8221;. Il ministro ha aggiunto che il governo fara&#8217; &#8220;del suo meglio&#8221; per permettere a queste persone di fare una buona vita in patria. Nel 2015 l&#8217;allora presidente Pierre Nkurunziza, deceduto lo scorso giugno per un attacco cardiaco, si aggiudico&#8217; un terzo mandato dopo elezioni boicottate della opposizioni, che lo accusavano di violare la costituzione. Ne seguirono proteste e un tentativo di colpo di Stato, al quale il governo reagi&#8217; con arresti e violenze. Decine di migliaia di persone decisero di lasciare il Paese. Stando ai dati dell&#8217;Onu, circa 430.000 persone scappate dal Burundi vivono oggi in Ruanda. Il rientro dei rifugiati, secondo diversi analisti concordanti, e&#8217; da interpretare con un primo segnale dei miglioramenti nelle relazioni tra i due Paesi. Mercoledi&#8217; i capi delle due forze armate si erano incontrati per appianare le divergenze rispetto alle operazioni di rimpatrio, dopo che il presidente burundese Evariste Ndayishimiye aveva accusato il vicino di &#8220;tenere in ostaggio&#8221; i rifugiati.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2020/08/28/burundi-rientrano-i-primi-500-profughi-dal-ruanda/">Burundi: rientrano i primi 500 profughi dal Ruanda</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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		<title>Migranti: 139 profughi in Italia con corridoio umanitario CEI</title>
		<link>https://www.improntalaquila.com/2018/06/25/migranti-139-profughi-in-italia-con-corridoio-umanitario-cei/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Jun 2018 20:29:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Sono 139 i profughi che mercoledi&#8217; 27 giugno all&#8217;alba arriveranno all&#8217;aeroporto di Roma Fiumicino. Uomini, donne e bambini strappati alla vita disumana dei campi profughi. Un corridoio umanitario&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Sono 139 i profughi che mercoledi&#8217; 27 giugno all&#8217;alba arriveranno all&#8217;aeroporto di Roma Fiumicino. Uomini, donne e bambini strappati alla vita disumana dei campi profughi. Un corridoio umanitario reso possibile grazie al protocollo siglato dal ministero dell&#8217;Interno e dalla Conferenza Episcopale Italiana che finanzia interamente il progetto. L&#8217;intero viaggio dei profughi e&#8217; documentato dalle telecamere del Tg2000, il telegiornale di Tv2000, e dall&#8217;inviato Vito D&#8217;Ettorre. Venerdi&#8217; scorso al Viminale la Caritas italiana e rappresentanti del Ministero dell&#8217;Interno hanno messo a punto come di consueto le procedure di arrivo dei profughi in Italia ricevendo di fatto il nulla osta. Da qualche settimana i rifugiati si trovano nella capitale dell&#8217;Etiopia, Addis Abeba, per sbrigare tutte le formalita&#8217; necessarie per ottenere il visto dall&#8217; ambasciata italiana. Impronte digitali, registrazioni, controlli. La Caritas italiana da mesi e&#8217; al lavoro nei campi profughi in Etiopia per selezionare i casi vulnerabili. Ad attendere i profughi a Roma ci saranno gli operatori delle Caritas diocesane che li accoglieranno e si occuperanno della loro integrazione. &#8220;Ci saranno oltre 20 Caritas diocesane che in questi mesi- ha spiegato un operatore Caritas al Tg2000- si sono attrezzate per preparare gli appartamenti e le comunita&#8217; per l&#8217;accoglienza di queste persone. Sono nuclei familiari, persone singole, uomini e donne. Ci sono anche alcune donne vittime di violenze e torture&#8221;.</p>
<p>&#8220;Sono davvero emozionato&#8221;, ha spiegato, ai microfoni del Tg2000, Uddin eritreo scappato dal suo Paese perche&#8217; perseguitato dal regime di Asmara. Con la famiglia sara&#8217; accolto ad Assisi. &#8220;Non vedo l&#8217;ora di andare ad Assisi- ha proseguito l&#8217;eritreo- Io sono grato fin da adesso alle persone che in Italia ci accoglieranno. Conoscere persone nuove vuol dire imparare ed apprezzare una nuova cultura. E&#8217; esattamente quello che voglio fare. Ho imparato anche qualche parola d&#8217;italiano come &#8216;buongiorno&#8217; e &#8216;buonanotte&#8217;. La vita nel campo profughi dove ho vissuto e&#8217; durissima: il cibo non e&#8217; abbastanza, le cure mediche sono scarse. Le baracche sono fatte di plastica e lamiera. Non si possono chiamare case, ci piove dentro e quando fa caldo e&#8217; insopportabile viverci. Il campo profughi non e&#8217; un posto adatto agli esseri umani. Grazie Italia&#8221;.&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2018/06/25/migranti-139-profughi-in-italia-con-corridoio-umanitario-cei/">Migranti: 139 profughi in Italia con corridoio umanitario CEI</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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		<title>“Mi lasciano morire di cancro perché moglie d’un militante di Hamas”. L&#8217;intervista</title>
		<link>https://www.improntalaquila.com/2016/10/09/mi-lasciano-morire-di-cancro-perche-moglie-dun-militante-di-hamas-lintervista/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione2]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Oct 2016 17:12:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ottobre 2016, Palestina, mi trovo in questi territori da parecchi giorni, stando qui ci si rende subito conto di come le differenze tra gli esseri umani siano scandite&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2016/10/09/mi-lasciano-morire-di-cancro-perche-moglie-dun-militante-di-hamas-lintervista/">“Mi lasciano morire di cancro perché moglie d’un militante di Hamas”. L&#8217;intervista</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ottobre 2016, Palestina, mi trovo in questi territori da parecchi giorni, stando qui ci si rende subito conto di come le differenze tra gli esseri umani siano scandite non solo dall’occupazione dell’esercito israeliano, ma da precise scelte politiche personali.<br />
Vi sono diatribe esterne che pesano sulla normale quotidianità degli abitanti. Come tutti ben sanno, a detenere il potere locale è l’ANP, Autorità Nazionale Palestinese, guidata e sorretta dal Presidente in carica Abu Mazen. La fazione più forte dopo il partito del Presidente è quella di Hamas, da anni in aperto conflitto con le scelte del partito opposto e che ha visto saltare anche la partecipazione alle ultime elezioni palestinesi. Le faide interne sono numerose, proprio a causa di una condizione voluta da chi della Palestina da tempo ne occupa i territori:  dove nessuna forma di diritto è assicurato è molto facile che poi nascano dispute per interessi personali, per tutelare i diritti di singole famiglie o al massimo di una piccola parte dell’intera comunità palestinese; in questo contesto, così voluto e mantenuto, diventa impossibile  tutelare diritti come quello all’istruzione oppure quello che garantisce l’accesso alle cure mediche.</p>
<h4>In viaggio verso Jenin</h4>
<p>E’ mattino e di buon ora siamo in cammino verso Jenin; abbiamo scelto di partire presto a causa dei numerosi blocchi militari che si possono incontrare verso la strada, forse il più rischioso, quello di Kalandia Checkpoint: per percorrere un tratto di strada per cui normalmente occorrerebbero meno di 90 minuti di strada a bordo dello Shirut, ( taxi collettivo) spesso occorrono anche più di 3 ore, solo per raggiungere la città.<br />
Ad accompagnarmi in questo viaggio, oltre al fotoreporter Mohammed Abbas, c’è anche un interprete. Passando per ampie strade, arriviamo finalmente nel campo di Jenin, città famosa oltre che per i suoi numerosi martiri, per via dei molti libri che narrano delle vicissitudini del grande campo profughi insediato al suo interno, puntualmente boicottati dalla comunità internazionale in svariate occasioni, come a non voler far conoscere al resto del mondo <strong>una penosa realtà, quella di persone, di donne, di uomini, di bambini a cui non viene nemmeno più concesso il diritto ad esistere e di lottare per la propria sopravvivenza.</strong></p>
<h4>Dentro il campo profughi</h4>
<p>Usciamo dalla città e cerchiamo d’intervistare la gente comune che però per paura non ci rivolge la parola, allora decidiamo che addentrarci nel campo profughi sia la scelta più ovvia. Agli angoli delle strade e sulle porte troviamo affissi ovunque i manifestini che ritraggono i militanti morti di Hamas, qui quasi ogni famiglia palestinese ha morti da ricordare ed è usanza affiggere, sull’entrata o sulle mura dell’abitazione, le foto di coloro che sono morti in quella famiglia, in particolar modo ci colpisce un’abitazione con una porta di ferro blu, su cui troviamo addirittura ritratte 9 persone. Parliamo con alcuni ragazzi che ci indicano un posto, la casa di un’importante famiglia di militanti di Hamas.<br />
Giungiamo così a casa di Asma Abu Al Hija, membro di un’importante famiglia all’interno della comunità di Jenin, affiliata alle brigate Qassam, moglie dello sceicco Jamal Abu Hija, detenuto in carcere dal 2002 dopo avere portato a termine un’operazione militare che ha visto morire 9 militari israeliani. Nel 2015 vi furono scontri a fuoco tra la popolazione e la polizia israeliana che per due settimane tenne sotto assedio il campo profughi con l’uso di bulldozer, mitra e granate esplosive. In passato il campo venne raso al suolo distrutte abitazioni, scuole, e presidi medici, le intifade interne in seguito approdarono anche ad una guerriglia armata che vide sconfitte quelle fazioni legate alla jihad islamica.</p>
<h4>La storia di Asma</h4>
<p>Asma è malata di cancro e lotta da tempo contro questa malattia, quando di tempo ormai non ce n’è più. Ci vengono mostrati i documenti medici, dimostrano una volontà da parte dei sanitari di operarla al cervello, in tempi brevi, a causa della massa cancerogena di dimensioni oramai insostenibili e che la sta portando a un deterioramento non solo della vista ma anche a un progressivo peggioramento del suo stato di salute fisica. Asma Abu Hija è una donna di 52 anni di una bellezza particolare, dai modi leggeri, gentili, nello sguardo si cela la fierezza di una donna che conserva ancora oggi, pur nella malattia, il coraggio di difendere con tutta la forza la sua famiglia sottoposta da anni di soprusi, d’incursioni ed umiliazioni. Trattenuta anch’ella in carcere, dopo avere visto imprigionati tutti i suoi figli, successivamente all’arresto del marito. Asma tempo dopo, ha vissuto anche la morte di un figlio, per mano di un militare israeliano, durante un combattimento.</p>
<h4>L’intervista</h4>
<p><strong>Come si è evoluta la situazione all’interno della sua famiglia dopo l’ultima incursione all’ interno del campo di una anno fa?</strong><br />
Sono una madre ed una moglie, ma prima di tutto sono una donna palestinese a cui sono stati negati tutti i diritti fondamentali, tutti i diritti normalmente riconosciuti ad un essere umano. Mio marito è stato arrestato nel 2002, da quel giorno è stata negata a me ed ai miei figli la possibilità di incontrarlo anche solo per un secondo, mio marito oggi ha 56 anni. Ho 4 figli maschi e 2 figlie femmine, uno dei miei figli è stato ucciso, Hamze, e nel frattempo in questi anni ho visto gli altri 3 portati via in carcere, uno ad uno, presero anche me e mi tennero in cella per 9 mesi, come detenzione amministrativa ma non mi venne mai formulata nessuna accusa.<br />
<strong>Lei non ha mai incontrato suo marito e le è sempre stata negata la richiesta?</strong><br />
In verità mi è stata accettata una volta, il giorno che avrei dovuto incontrare finalmente mio marito, i militari uccisero mio figlio. Il giorno peggiore della mia vita, dalla felicità alla morte interiore, mi venne strappata l’anima in quelle ore. Pochi giorni dopo vi fu il funerale di Hamze, in cui si presentarono i militari israeliani, arrivarono anche in quel giorno per non darci pace.<br />
<strong>Cosa accadde il giorno del funerale?</strong><br />
Una tragedia infinita, è di usanza durante il funerale di un martire, sparare colpi in aria con il mitra, per dare onore al suo viaggio in paradiso, come si fa normalmente in molte occasioni militari. I soldati israeliani, quel giorno aprirono il fuoco ed uccisero altri due ragazzi, fu un martirio. Nei mesi a venire, i nuovi nascituri del campo vennero chiamati Hamze, in onore di mio figlio e della tragedia che ha colpito non solo noi ma l’intero campo profughi.<br />
<strong>Continuate a subire incursioni all’interno della vostra abitazione?</strong><br />
Sì, siamo nel mirino non solo degli israeliani, ma anche della polizia dell’ANP, perché siamo dichiaratamente militanti di Hamas, un fazione opposta, tengo a chiarire che all’ interno del campo entrano quasi tutte le sere. Spesso subiamo irruzioni continue, l’ultima risale ad un mese fa, entrando all’improvviso, come d’altronde fanno sempre, facendo saltare la porta di casa con l’esplosivo, distruggono tutto, senza curarsi nemmeno della presenza dei bambini, non hanno rispetto di nulla. Un mese fa sono andati anche nel negozio di telefoni cellulari di mio figlio, prima di fare a pezzi tutto hanno portato via quello che gli interessava (si chiama rubare). Hanno distrutto anche l’automobile che aveva appena acquistato, alla banca di certo questo non interessa, stiamo ancora pagando le rate per qualcosa che non abbiamo più.<br />
<strong>E’ mai accaduto che siano entrati mentre una donna era sola in casa?</strong><br />
Accade spesso che facciano incursione nei campi durante la notte, tra le due e le tre, quando la gente dorme, ed è accaduto mentre eravamo sole io e mia figlia con tre bambini piccoli. Mi misi di fronte a loro, per difendere i bambini, quando videro le fotografie di Hamas sulle pareti divennero come animali selvaggi. Entrarono stanza per stanza distruggendo tutto, ogni più piccola cosa, poi ci chiusero in camera, obbligandoci a non parlare anche tra di noi. Questa casa ha visto molto dolore, le pareti sono intrise di sangue, abbiamo ancora negli occhi le immagini di quando uccisero un martire, lasciandolo agonizzante per terra che perdeva sangue sino a dissanguarsi, fino al suo ultimo respiro. Non hanno nessuna pietà.<br />
<strong>Lei è malata, sta vivendo situazioni incredibili, dimostrando una forza difficile da concepire, le cure per lei sono gratuite?</strong><br />
No, non lo sarebbero neanche se me le prestassero qui nei campi l’Unrwa (Organizzazione dell’ONU) paga il 30 per cento delle cure, l’altro 70 per cento è a nostro carico. Ho un tumore al cervello diagnosticato da tempo e che deve essere rimosso attraverso un’operazione, i medici mi hanno rilasciato vari fogli perché io possa accedere alla chemioterapia ed altre cure per poi poter effettuare l’operazione. Ogni volta che mi presento alle porte di Gerusalemme o per andare in Giordania mi viene negato l’accesso e io davvero non so più come fare. Lei non è la prima a venire da me, alcune associazioni umanitarie sono venute qui, tante belle parole ma poi tutti spariscono. Nessuno vuole pestare i piedi alla politica, preferiscono lasciarti morire.</p>
<h4>Non più politica nè guerra, bensì diritti umani fondamentali negati</h4>
<p>Siamo di fronte ad una situazione di una donna gravemente malata che non dovrebbe avere niente a che fare con questioni di politica interna. Ma esiste di peggio, in Palestina ci sono associazioni ed ONG che vivono esclusivamente grazie al supporto di aiuti economici occidentali, della Comunità Internazionale, della Comunità Europea, e a volte anche grazie al contributo volontario di privati cittadini. Siamo di fronte ad una realtà di organizzazioni nate apposta per offrire aiuto alle popolazioni locali o quantomeno per alleviarne le sofferenze, ma che purtroppo non adempiono più allo scopo per cui sono nate, neanche la più minima richiesta di aiuto viene ormai soddisfatta. In Palestina, e in tutte le questioni ad essa legate, siamo d’innanzi ad una condizione generale legata alla paura, ai soprusi, alle violenze senza fine, alla mancanza totale di ogni più minimo diritto umano, all’assenza di ogni forma minima di assistenza, ma quel che è peggio è che siamo anche di fronte ad una forma vera e propria di omertà internazionale collettiva, che sempre per interessi politici e soprattutto economici si volta sempre più dall’altra parte, lasciando solo un popolo e un paese, quello palestinese che ancora oggi, secondo le leggi del diritto internazionale risulta occupato.</p>
<p style="text-align: right;">Antonietta Chiodo-Pressenza</p>
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<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2016/10/09/mi-lasciano-morire-di-cancro-perche-moglie-dun-militante-di-hamas-lintervista/">“Mi lasciano morire di cancro perché moglie d’un militante di Hamas”. L&#8217;intervista</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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		<title>Migranti e accoglienza: L&#8217;appello del Forum al Premier: &#8220;Cambiare rotta subito&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Sep 2016 15:52:17 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2016/09/27/migranti-e-accoglienza-lappello-del-forum-al-premier-cambiare-rotta-subito/">Migranti e accoglienza: L&#8217;appello del Forum al Premier: &#8220;Cambiare rotta subito&#8221;</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>600 milioni di euro entro il 30 settembre. La cifra è quella che le strutture di accoglienza stanno aspettando per l’assistenza ai <strong>migranti,</strong> e necessaria alle cooperative per far fronte alle spese di assistenza per chi arriva, ma anche per i propri operatori che da oltre sei mesi i non ricevono lo stipendio. L’ultimatum lanciato dalle cooperative, in assenza delle risorse entro la data fissata, vedrà saltare gli accordi stipulati con prefetture e Comuni e quindi il rischio che almeno <strong>20 mila migranti finiscano per strada</strong>. Un problema urgente e reale, tanto che lo stesso <strong>Ministro dell’Interno,</strong> una quindicina di giorni fa, aveva sollecitato al <strong>Ministero dell’Economia</strong> le risorse mancanti.</p>
<p>“Da più parti si reclama un piano nazionale per l’accoglienza dei migranti poiché il flusso delle persone provenienti dalle zone di conflitto, sotto dittatura, dalla guerra o per fame prosegue da diversi anni e nessuno è in grado di fermarlo, se non si interviene per interrompere le cause più profonde. Ci siamo adagiati sull’idea che il nostro Paese fosse una zona di transito ed abbiamo persino coniato per i migranti un nuovo neologismo, i transitanti. Abbiamo così nascosto la polvere sotto il tappeto evitando di assumerci le nostre responsabilità al punto di sottofinanziare l’accoglienza, di farla finire persino in un sottobosco di rapporti casuali o peggio criminali, ed ora addirittura non vengono pagati coloro che in questo clima hanno cercato di fare ciò che era possibile.” Dichiara il<strong> Portavoce del Forum Nazionale del Terzo Settore, Pietro Barbieri.</strong> “Ci appelliamo al <strong>Presidente del Consiglio Matteo Renzi:</strong> è urgente cambiare rotta subito, partendo dal sanare queste situazioni che hanno dell’incredibile.”</p>
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		<title>Papa a Lesbo: &#8220;Chi serve con amore costruisce la pace”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Apr 2016 12:20:25 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Papa Francesco</strong>  nell’incontro al <strong>porto di Mytilene</strong> con le autorità, la cittadinanza e la comunità cattolica di <strong>Lesbo</strong> per fare memoria delle vittime delle migrazioni, ha detto: “Si possono e si devono cercare soluzioni degne dell’uomo alla complessa questione dei<strong> profughi</strong>. E in questo è indispensabile anche il contributo delle Chiese e delle Comunità religiose.  La mia presenza – ha spiegato il Papa– sta a testimoniare la nostra volontà di continuare a collaborare perché questa sfida epocale diventi occasione non di scontro, ma di crescita della civiltà dell’amore”.  Per Francesco, “solo<strong> chi serve con amore costruisce la pace</strong>”.</p>
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		<title>Sudan: nuove ondate di violenza causano 138.000 profughi in Darfur</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Locorotondo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Apr 2016 08:41:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) accusa l’Unione Europea di corteggiare il Sudan nonostante le gravi violazioni dei diritti umani in corso nel paese africano. Mentre il Commissario&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2016/04/08/sudan-nuove-ondate-di-violenza-causano-138-000-profughi-in-darfur/">Sudan: nuove ondate di violenza causano 138.000 profughi in Darfur</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’<strong>Associazione per i Popoli Minacciati (APM)</strong> accusa l’<strong>Unione Europea</strong> di corteggiare il Sudan nonostante le gravi violazioni dei diritti umani in corso nel paese africano. Mentre il Commissario europeo per lo sviluppo Neven Mimica promette l’ampliamento della cooperazione con il governo del Sudan, nel paese sono riscoppiati gli scontri armati in Darfur e nelle montagne Nuba, aumentano gli attacchi alle truppe di pace dell’ONU e gli attivisti per i diritti umani sudanesi fanno sempre più fatica a lavorare. Secondo i dati forniti dalle organizzazioni di aiuto e per i diritti umani sudanesi, da metà gennaio 2016 ad oggi almeno 138.000 persone sono fuggite da nuovi attacchi militari nelle montagne Jebel Marra nella provincia del nord Darfur dove sono stati distrutti 150 villaggi.</p>
<p>Lo scorso 4 e 5 aprile il commissario Mimica ha discusso in Sudan i particolari dell’utilizzo di 155 milioni di Euro che l’Europa intende mettere a disposizione del paese africano per la gestione dei profughi provenienti dall’Africa Orientale e per i quali si vuole evitare che arrivino in Europa.</p>
<p>Per i dittatori africani la crisi dei profughi si sta trasformando in un affare lucrativo. Se per il Sudan i flussi migratori erano inizialmente una specie di apriporta che ha permesso al paese di tornare sulla scena internazionale dopo anni di isolamento dovuti ai gravi crimini contro l’umanità commessi nel paese, ora la questione dei profughi si sta addirittura trasformando in una ghiotta occasione di guadagno grazie al programma europeo del cosiddetto Processo di Khartoum. Questo programma prevede una stretta collaborazione con i paesi dell’Africa orientale per la gestione dei flussi migratori. Mentre nel 2015 il budget europeo per il Processo di Khartoum era di 18,5 milioni di Euro, ora le somme messe a disposizione sono cresciute in modo astronomico. Nonostante il presidente del Sudan Omar al-Bashir sia ricercato da un ordine di cattura internazionale per genocidio e crimini contro l’umanità, il commissario europeo Mimica ha discusso con il governo sudanese un programma di sviluppo del valore di 100 milioni di Euro. I soldi dovrebbero servire per combattere le cause della migrazione e “l’instabilità”. Altri 40 milioni di Euro sono stati previsti per il miglioramento del “management migratorio” e qualcosa più di 15 milioni sono stati previsti per programmi di aiuto per i profughi provenienti dall’Eritrea.</p>
<p>Così, mentre l’Europa promette al Sudan ingenti somme di denaro per fermare i profughi africani sembra essersi completamente dimenticata non solo del fatto che il suo interlocutore al-Bashir è ricercato da un ordine di cattura internazionale ma anche del fatto che è proprio il governo sudanese a armare milizie e militari che a loro volta mettono in fuga centinaia di migliaia di persone. Secondo l’APM, l’Europa intende finanziare proprio coloro che sono tra i responsabili della grave crisi di profughi provenienti dall’Africa orientale.</p>
<p>L’Europa ignora anche le azioni di guerra del governo di al-Bashir contro la popolazione civile. Solamente nel mese di febbraio 2016 l’aviazione sudanese ha lanciato almeno 37 bombe barile più altri tipi di bombe sulla popolazione civile delle montagne Nuba (Kordofan del Sud). In marzo 2016 le autorità sudanesi hanno impedito a quattro attivisti per i diritti umani sudanesi che intendevano recarsi alle Nazioni Unite a Ginevra per denunciare il perdurare delle violenze nel loro paese, di uscire dal paese.</p>
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		<title>Sudan: il dramma dei profughi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Locorotondo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Jan 2016 09:24:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Milizie terrorizzano la popolazione civile del Darfur, dodici morti in aggressioni e proteste – chiesta maggiore protezione per la popolazione civile L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) chiede&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2016/01/13/88989/">Sudan: il dramma dei profughi</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Milizie terrorizzano la popolazione civile del Darfur, dodici morti in aggressioni e proteste – chiesta maggiore protezione per la popolazione civile</p>
<p>L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) chiede maggiore protezione per la popolazione civile del Sudan occidentale terrorizzata dalle aggressioni delle milizie Rapid Support Forces (RSF) controllate dallo stato. Per l’APM, le truppe di pace UNAMID delle Nazioni Unite, il Consiglio di Sicurezza e l’Unione Africana devono prendere atto del fatto che la popolazione civile del Darfur vive nel terrore delle milizie e devono finalmente avviare passi concreti per una migliore tutela delle persone. Senza garanzie per la propria sicurezza le centinaia di migliaia di persone che attualmente vivono nei campi profughi non possono tornare nei propri villaggi ancora distrutti e non vi può essere una pace duratura nella regione.</p>
<p>Lo scorso 10 gennaio un attacco delle milizie RSF al villaggio di Mouli (Stato federale del Darfur occidentale) ha causato nove morti. Durante i funerali tenuti il giorno dopo nella capitale provinciale El Geneina si sono formate proteste spontanee contro la violenza delle forze dell’ordine. La polizia è intervenuta con la forza e nei tumulti che ne sono risultati sono state uccise tre persone con armi da fuoco e altre 27 sono rimaste ferite. L’APM chiede con forza che gli abusi commessi delle forze dell’ordine vengano indagati da una commissione indipendente e che i responsabili delle violenze vengano puniti da un tribunale.</p>
<p>Le milizie RSF sottostanno formalmente ai NISS, i servizi segreti sudanesi. Il governo sudanese è quindi responsabile delle aggressioni compiute dalle RSF così com’è responsabile dell’eccessiva violenza messa in atto da esercito e polizia. Non passa ormai settimana senza che vi sia un attacco delle RSF a villaggi o campi profughi e la violenza delle milizie si dirige in modo particolare contro le donne. In ampie parti del Darfur regna un clima di impunità e di paura. Furto, rapimenti, sequestro arbitrario di proprietà e stupri sono l’arma con cui le milizie diffondono paura e terrore.</p>
<p>Ciononostante il governo sudanese chiede con insistenza lo scioglimento dei campi profughi nei quali attualmente vivono circa 1,7 milioni di persone. Il 28 dicembre 2015 il vicepresidente sudanese Hassabo Abdel-Rahman ha annunciato la chiusura di tutti i campi profughi entro il 2016 poiché, sostiene, “il Darfur si è completamente ripreso dalla guerra e cerca ora stabilità e sviluppo”. Per il governo si tratta anche di diffondere l’immagine di un paese che ha raggiunto la pace. L’organizzazione di auto-aiuto dei profughi “Darfur Displaced and Refugees Association” rifiuta invece l’idea di un ritorno forzato dei profughi ai propri villaggi. Secondo l’APM, lo scioglimento forzato dei campi senza alcuna garanzia di sicurezza comporterà solo nuovi conflitti e nuove violenze nel paese e certo non favorisce una pace duratura.</p>
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		<title>Turchia, 21 cadaveri di profughi a riva</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Jan 2016 19:55:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>I cadaveri di almeno 21 profughi, tra cui tre bambini, annegati al largo della Turchia nel naufragio di un barcone diretto all’isola greca di Lesbo, sono stati recuperati&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2016/01/05/88819/">Turchia, 21 cadaveri di profughi a riva</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>I cadaveri di almeno 21 profughi, tra cui tre bambini, annegati al largo della Turchia nel naufragio di un barcone diretto all’isola greca di Lesbo, sono stati recuperati in due diverse località della costa egea, Ayvalik e Dikili. L’imbarcazione, partita da Smirne con almeno 22 persone a bordo,si è capovolta in mare per le pessime condizioni meteorologiche, come riportano i media turchi. La Guardia costiera turca sta cercando in mare eventuali dispersi; 8 i migranti salvati.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.improntalaquila.com/2016/01/05/88819/">Turchia, 21 cadaveri di profughi a riva</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.improntalaquila.com">L&#039;Impronta L&#039;Aquila</a>.</p>
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