Manovra disperante e senza colpi di teatro

Hanno un bell’affannarsi nel rassicurare che nulla di così grave capiterà dopo la finanziaria, Berlusconi ed i suoi. Gli allarmi sono molti e vengono, come ha detto ieri sera il Governatore della Toscana Enrico Rossi, da molte parti: categorie professionali, comuni, regioni, università. Una manovra che molti giudicano “pesante, tardiva e non strutturale”, che per […]

Hanno un bell’affannarsi nel rassicurare che nulla di così grave capiterà dopo la finanziaria, Berlusconi ed i suoi. Gli allarmi sono molti e vengono, come ha detto ieri sera il Governatore della Toscana Enrico Rossi, da molte parti: categorie professionali, comuni, regioni, università. Una manovra che molti giudicano “pesante, tardiva e non strutturale”, che per ora mette le mani in tasca agli enti locali e, presto, si ripercuoterà sui singoli cittadini. A preoccupare Rossi, che invano è stato rassicurato dal ministro Fitto nella trasmissione della Gruber, è anche il blocco, per tre anni,  dei salari da 800, 1000 e 1200 euro ed i tagli, vistosissimi, ai servizi: scuola, trasporti, servizi sociali, con in più l’azzeramento del fondo per l’assistenza agli anziani non autosufficienti. E fra gli altri sacrifici richiesti (a parte la “ridicola” decurtazione ai politici e ai manager pubblici, che neanche si accorgeranno della differenza), anche il blocco dei turnover, che preoccupa rettori e direttori generali e rischia la tenuta di atenei e ospedali. I dipendenti pubblici che andranno in pensione non saranno sostituiti. Inoltre ci sono i contratti integrativi, che saranno paralizzati, con ripercussioni facili da immaginare per enti  dove lo stipendio medio si aggira sui 1200 euro al mese. Quanto alla scuola è penalizzata tre volte da questa manovra, necessaria per l’Europa secondo Berlusconi ed irrinunciabile per Tremonti che, al solito, minaccia dimissione se sarà anche solo leggermente variata e si prepara ad un colpo ancora più duro fra giugno e ottobre. Come ha dichiarato a La Stampa oggi Enzo Pappalettera, segretario regionale per la Lombardia della Cisl Scuola, già si stanno pagando gli 8,5 miliardi di tagli del 2008 in termini di posti e lavoro extra per assicurare alle famiglie un’istruzione dignitosa. A ciò si aggiunga l’assensa di contratto che dobrebbe garantire un minimo di potere d’acquisto. Infine, poiché gli insegnanti ogni 6 anni hanno uno scatto:,  chi lo matura entro il 2012 non l’avrà e nessuno maturerà questi tre anni per averlo in futuro. Il che significa dover rinunciare a 1500-3000 euro l’anno per un bel po’ di tempo. Considerando che lo stipendio base di un maestro elementare è 1200 euro, 1900 a fine carriera e quello di un docente delle superiori 1300 (2200 a un passo dalla pensione), quello della finanziaria è un colpo duro da incassare. In definitiva, dicono da molte parte (contrattisti, dipendenti del compartto scuola e sanità), questa finanziaria nuoce pesantemente alle tasche dei singoli (già molto drenate, nonostante le affermazioni del premier, secondo l’ISTAT con questo terzo governo Berlusconi) e ancora di più toglie a molti la speranza per un futuro migliore. Mentre l’uomo per tutte le stagioni Marco Tronchetti Provera, numero uno di Pirelli & C., a margine dell’assemblea di Confindustria, commenta la manovra approvata dal Governo, affermando che è “necessaria e di equilibrio”, la maggior parte dei cittadini comuni trema, nella convinzione che i danni a carico dei singoli non saranno di poco conto. Il 30 maggio vi sarà, indetto dalla sola Cgil, uno sciopero generale contro questa manovra che non fa sviluppo, non fa equita’, non fa riforme ed  e’ raccogliticcia, espressione di un modo di fare che non condividiamo e che rischia di far precipitare l’Italia in un baratro senza uscite né prospettive. Come notato da Marco Ferrante sul il Riformista, si smarca Berlusconi, spaventato dal malcontento e dall’abbissale caduta di gradimento nei sondaggi, usando parole che lo riportano, o quasi, alle origini della sua vicenda politica, cioè su una linea da partito liberale di massa, convinto che  lo Stato, che  intermedia più del 50% del Pil attraverso la spesa pubblica,  deve essere riperimetrato e circoscritto, in modo da passare ad altri la patata bollente delle molte cose da fare con soldi ridotti e scaricare la riuscita sull’impegno responsabile di 3 milioni e 600mila dipendenti pubblici, per lo più “fannulloni”, secondo le affermazioni (mediaticamente molto pervasive) del ministro Brunetta. Ma non è sereno Berlusconi, poiché sa che la battaglia è solo all’inizio ed è aspra e, soprattutto, impopolare. Anche perché l’iter della manovra rischia di essere più tormentato di quello degli ultimi anni, con la maggioranza che ne discuterà in Parlamento, come sembra chiaro dalle prime mosse dei finiani, che hanno annunciato una battaglia a viso aperto per l’eliminazione di tutte le Province, non solo quella decina concordata con i riottosi leghisti.
Berlusconi ha detto, nella conferenza stampa di ieri, che si aspetta dall’opposizione senso di responsabilità e miglioramenti in sede di dibattito parlamentare. Dall’Udc e da pezzi del Pd sono arrivati segnali di disponibilità, che già nelle prossime settimane, quando si entrerà nella discussione sul merito dei provvedimenti, potrebbero generare frizioni con la Lega. Vi sono anche altre pressioni ed irritanti preoccupazioni, come, ad esempio, gli enti che faranno pressione per non scomparire o essere accorpati (è già nato un caso Isae, con polemica pubblica tra il suo presidente Alberto Majocchi e Tremonti), il ministro del Turismo, Michela Brambilla, che esprime contrarietà alla tassazione sugli alberghi per finanziare gli investimenti per Roma capitale e polemizza con il sindaco Gianni Alemanno che sarebbe disponibile. E poi verrano le indiscrezioni e tensioni infinite sui privilegi castali come il fatto, denunciato ieri da Repubblica, che Roberto Cota e Roberto Rosso, presidente e vicepresidente della regione Piemonte,  ancora conservano il loro incarico di deputati nel Parlamento nazionale. Berlusconi sa che a tutti, in particolare agli italiani, i sacrifici che piacciono sono quelli degli altri e non sa davvero come indorare questa pillola amara e che non piace neanche a destra. Ieri, infatti, lo stesso Feltri su Il Giornale, aveva scritto: “la manovra è un semplice correttivo finanziario imposto dall’Europa,  che non serve “davvero a comprimere il debito pubblico”. Per quello servirebbe “ridimensionare lo stato sociale, altrimenti detto welfare, adesso imponente e di tipo comunistoide”. Il Manifesto, sempre ieri, aveva dato, nelle pagine 2-3, ampio risalto all’ultimo rapporto-fotografia dell’ISTAT con oltre 2 milioni di giovani che non hanno lavoro e non studiano: i primi a pagare la crisi e gli ultimi in Europa per livelli di occupazione e scolarizzazione. Infine si sottolinea che con i tagli alla ricerca molte facoltà universitarie sono a rischio chiusura. Sullo stesso giornale l’economista Silvano Andriani, molto apprezzato a livello internazionale, aveva  giudicato, senza appello, la manovra “depressiva” e sbagliata, perché impone duri sacrifici per curare la crisi, senza tener conto che , come aveva fino all’altro ieri sostenuto da Berlusconi, dall’austerità arriva solo la recessione. E la manovra non piace nemmeno alla Cei che su Avvenire aveva detto che la manovra manca, di un vero intervento strutturale, che sembra oggi quanto mai necessario. Ecco, quello che Berlusconi sa che tale impopolare manovra è necessaria, ma ne teme l’inopportunità e l’effetto sugli umori del pubblico. In questo modo opera, senza sosta, preoccupato però non di migliorarne i contenuti, ma di renderla presentabile, con colpi di teatro, agli italiani.

Carlo Di Stanislao