Scomesse contro e pro-Italia

Sente inevitabile la fine e si prepara per lasciare il posto di leader o con un impegno diretto delle figlie Marina o Barbara, oppure ad un , politico giovane ma ormai di lungo corso e con un forte legame con il territorio, come Raffaele Fitto o, ancora, al suo consigliere politico Giovanni Toti, ex direttore […]

Elezioni-Europee-2014Sente inevitabile la fine e si prepara per lasciare il posto di leader o con un impegno diretto delle figlie Marina o Barbara, oppure ad un , politico giovane ma ormai di lungo corso e con un forte legame con il territorio, come Raffaele Fitto o, ancora, al suo consigliere politico Giovanni Toti, ex direttore dei tg Mediaset, scelto direttamente da lui ma ancora poco sentito dagli elettori.
Ma Berlusconi fa anche un’altra cosa inattesa: dice che, se fosse necessario per l’Italia, la sua Forza Italia è pronta ad entrare nella maggioranza, con un netto dietrofront che però ricorda quelli del suo passato, sino all’ultimo, nel 2012, con il suo ritorno in campo, che lui stesso ama definire “obbligato” per evitare il tracollo del Pdl preconizzato dai sondaggi e con il quale buttò a carte 48 la macchina delle consultazioni che si era già messa in moto e che vedeva tra i possibili contendenti Angelino Alfano (a quel tempo segretario e delfino), Giorgia Meloni, Alessandro Cattaneo, Guido Crosetto e Daniela Santanché.
Ma stavolta aggiunge che le primarie, anche nel Pdl, sono un fatto necessario, affinché sia la base a scegliere un successore, dal momento che lui non potrà più essere l’uomo per tutte le stagioni.
Pochi giorni fa, da Lucia Annunziata, si era definito il salvatore e padre nobile della patria, un ruolo che ormai gli piace molto e a cui vorrebbe davvero aspirare dopo aver messo in sicurezza il suo partito.
Conta, con i suoi interventi che lamenta limitati dalla magistratura “nemica”, di poter riportare FI al 25%, attraverso uno mobilitazione che intende promuovere in tutti i comuni italiani in concomitanza con la campagna elettorale per le Europee.
Renzi, in queste ore, è alle prese con i sindacati che bocciano il piano per il lavoro ed assume una linea dura, che sostiene di non essere fermata nella direzione che il governo si è dato.
“Una rivoluzione pacifica, ma che le resistenze del sistema non fermeranno”, dice il primo ministro al Corriere della Sera, aggiungendo che: “ Il fatto che tutti gli organismi siano contro lo considero un elemento particolarmente incoraggiante: noi non facciamo favoritismi”.
E a chi gli ricorda che lui in questo modo fa saltare le regole e da ragione a chi lo definisce dispotico, sottolineando che i sindacati sono all’opposizione su due fronti: decreto lavoro e riforma della pubblica amministrazione, replica che occorra un cambio radicale delle regole del lavoro, poiché la Germania l’ha fatto più di dieci anni fa; “e l’ha fatto la sinistra, non la destra radicale” e, in America, il Jobs Act di Obama ha portato la disoccupazione sotto il 7%; mentre “noi siamo al 13, e tra i giovani al 42”, mentre: “dobbiamo fare di tutto per consentire a chi vuole creare lavoro di farlo”.
Sicché: “Le resistenza del sindacato sono rispettabili, ma non comprensibili”.
Quanto alle prefetture, a chi gli chiede se davvero ha riflettuto sulla loro inutilità, Renzi risponde che esse: “appartengono a un modello di Stato diverso da quello di oggi. È possibile ridurne il numero. Che senso ha mandare a casa il ceto politico delle Province e mantenere in ogni provincia uffici distaccati della Ragioneria dello Stato?”
Renzi dice che: “c’è un filo logico che lega tutto: via le Province, le auto blu, il Cnel, gli stipendi dei supermanager; ora iniziamo a semplificare gli organismi dello Stato su base territoriale. Mi ha molto colpito scoprire che esiste un sindacato dei prefetti, e pure un’associazione dei segretari comunali: la sindacalizzazione ha portato anche a questo. Ma non può passare la logica del “cambiate tutto, purché non si inizi da me”; oppure “vai avanti tu, che a me scappa da ridere”.
Insomma Renzi tira dritto e conferma la sua idea di rinnovare e migliorare la burocrazia, convinto che “se l’Italia avrà un sistema burocratico più efficiente, potrà attrarre più investimenti, e restituire speranza ai giovani che non trovano lavoro e ai cinquantenni che lo perdono. Ho incontrato un sacco di investitori stranieri, Padoan ha fatto lo stesso in Europa questa settimana: se riusciamo a cambiare l’Italia, qui i soldi arrivano a palate. A me piace creare posti di lavoro. Se il sindacato dei prefetti, l’associazione dei segretari comunali e la lobby dei consiglieri provinciali si oppongono, è un problema loro, non nostro”.
Alla direzione nazionale del Pd, il 5 maggio, Renzi ha esordito dicendo: “Mancano 20 giorni al passaggi elettorale e il Pd deve avere il coraggio la forza e la voglia di scegliere il luogo dove vincere le elezioni e per noi questo luogo è la piazza”, perché il Pd deve essere “dove ci sono i problemi” e lo scopo non è soltanto vincere per le europee, “ma riprendersi i comuni: Prato, Potenza, Campobasso e Perugia più Firenze e Bari2.
Al’indirizzo di Grillo, che lo ha appena paragonato a ”Genny a carogna”,i l capo ultrà del Napoli al centro della bufera politica dopo gli spari di un tifoso della Roma prima della finale di Coppa Italia, dice che: “Dobbiamo riuscire a cambiare tono alla discussione, che oggi non è per niente sull’Europee, ma sta diventando un derby tra la rabbia e la speranza, tra chi scommette sul fallimento dell’Italia e chi pensa che l’Italia ce la può fare”.
E’ molto chiaro poi su immigrazione ed euro, dicendo che difenderà “Mare nostrum” che ha permesso di “non contare i morti in fondo al mare” e che uscire dalla moneta unica equivale a “proporre le code ai bancomat, i fallimenti delle aziende, la difficoltà di avere mutui”.
A chi gli rinfaccia come “mossa elettorale” gli 80 euro in busta paga, Renzi risponde che si tratta solo di un antipasto, l’inizio di un cambiamento e il tentativo di cominciare a restituire al ceto medio ciò che gli spetta di diritto.
Contrappone, infine, la filosofia del Pd a quella degli altri: “Noi siamo il ragionamento, loro l’invettiva; loro sono l’insulto e noi il dialogo; loro lo sfascio e noi la proposta”, con tanto di frecciata al leader del Movimento 5 Stelle: “Quando Grillo è andato a Piombino, è andato a fare lo sciacallo su una fabbrica che chiude – ha detto Renzi -. Io non sono tenero con i sindacati, ma l’ultimo luogo in cui andare a fare lo sciacallo è dove un’azienda come la Lucchini chiude. Noi abbiamo proposto una soluzione. Questa è la differenza tra chi scommette contro e chi a favore dell’Italia”.

Carlo Di Stanislao