Il Sessantotto e la ribellione allo stabilito

Il ’68 – e gli anni precedenti e successivi – hanno rappresentato senza dubbio un periodo di svolta, una cesura, un “prima” e un “dopo” imprescindibile. Si può parlare di quegli anni da tanti punti di vista, utilizzando approcci e metodologie diverse. Il mio contributo consiste in una testimonianza personale, senza pretese di analisi sociologiche […]

Il ’68 – e gli anni precedenti e successivi – hanno rappresentato senza dubbio un periodo di svolta, una cesura, un “prima” e un “dopo” imprescindibile. Si può parlare di quegli anni da tanti punti di vista, utilizzando approcci e metodologie diverse. Il mio contributo consiste in una testimonianza personale, senza pretese di analisi sociologiche e dotti approfondimenti: vorrei semplicemente trasmettere un clima e un’esperienza comuni a tante altre persone della mia generazione, che nel mio caso hanno segnato profondamente anche la mia vita successiva, portandomi alla scelta umanista che ancora oggi mi guida e tentare una riflessione su quello che è successo dopo.

Quel clima e quell’esperienza consistevano essenzialmente in un’apertura esaltante, nella sensazione di “avere il mondo in mano” e di un futuro colmo di promesse. Senza Internet e i tanti, velocissimi mezzi di comunicazione che oggi abbiamo a disposizione, ci sentivamo comunque vicini e uniti agli studenti americani che protestavano contro la guerra nel Vietnam, ai neri americani e alle loro lotte per i diritti civili, ai cileni protagonisti dell’avventura dell’Unidad Popular e poi della terribile repressione di Pinochet e ai vietcong che resistevano all’arroganza e alla violenza degli Stati Uniti. Le manifestazioni e le occupazioni delle scuole a cui partecipavamo con entusiasmo non restavano così un fenomeno isolato, solo italiano, ma facevano parte della ribellione di una generazione che in tutto il mondo metteva in discussione lo stabilito e voleva cambiarlo. Une generazione che si sentiva protagonista della sua vita e del suo futuro.

La musica era un formidabile elemento di unione: imparavamo lo spagnolo cantando le canzoni degli Inti Illimani e l’inglese grazie a Bob Dylan, a Joan Baez e all’esplosione creativa dei Beatles. Scoprivamo il mondo e la storia non solo attraverso le canzoni, ma anche grazie al cinema e al teatro: film come “Easy Rider”, “Fragole e sangue”, “Il piccolo grande uomo”, “Soldato Blu”, “Zeta l’orgia del potere”, “Sacco e Vanzetti”, “Queimada”, “Uomini contro” e “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” e spettacoli come “Morte accidentale di un anarchico” e “Mistero Buffo” ci aprivano gli occhi su vicende e personaggi deformati o dimenticati dalla storia ufficiale e alimentavano la ribellione all’ingiustizia e la voglia di cambiamento.

Certo, c’erano anche i lati oscuri, che in seguito hanno preso il sopravvento: la violenza, considerata legittima, contro i fascisti, ma spesso anche contro i membri di altri gruppi studenteschi, il settarismo e le assemblee spesso inconcludenti, manipolate dai più abili a parlare e a imporsi sugli altri. E così alla fine quel periodo esaltante è sfociato per molti in strade distruttive come il terrorismo e la droga, o nel misticismo “alla moda” degli arancioni che a frotte andavano in India a cercare se stessi e una nuova vita.

La delusione, il senso di fallimento e il cosiddetto “riflusso” hanno portato molti dei miei compagni di strada di quegli anni a dimenticare ogni impegno sociale e politico e a dedicarsi alla carriera e alla famiglia. Per non parlare di quelli che hanno compiuto un salto acrobatico, finendo nelle file della destra più becera e arrogante. Quegli anni di impegno e attivismo sono così diventati una parentesi da dimenticare in fretta, per concentrarsi sulla ricerca del successo e dell’affermazione di sé. Spesso sono questi “reduci falliti” i più accaniti avversari dei nuovi movimenti che negli anni successivi hanno ripreso la via del cambiamento: degradano e scherniscono, come se non potessero sopportare l’idea che altri provino dove loro hanno fallito. E infatti oggi molti giovani raccontano che nei loro lavori precari si trovano spesso un capo “sessantottino” pronto a sfruttarli senza la minima remora.

Tutto inutile, dunque? No, non lo credo. Innanzitutto tanti hanno continuato nella via dell’impegno, scegliendo strade e modalità diverse, senza lasciarsi scoraggiare dalle sconfitte o dalla mancanza di risultati, ma spinti dal desiderio di contribuire a quell’accumulazione di bontà, solidarietà, giustizia e compassione che ha sempre fatto avanzare l’umanità.

E poi come non vedere nei giovani che negli ultimi anni hanno animato la scena mondiale lo stesso spirito di ribellione allo stabilito che pervadeva la “meglio gioventù” degli anni Sessanta e Settanta? Penso ai protagonisti della “rivoluzione degli ombrelli” a Hong Kong, all’ondata di attivismo suscitata da Bernie Sanders negli Stati Uniti e da Jeremy Corbyn nel Regno Unito, ai nativi americani che difendono le loro terre dall’inquinamento degli oleodotti, agli studenti cileni pronti a sfidare idranti e manganelli per rivendicare un’istruzione pubblica e gratuita e ai giovanissimi sopravvissuti delle stragi nelle scuole americane, che si ribellano alla violenza da armi da fuoco, sfidano i politici pagati dalla National Rifle Association e domani guideranno a Washington la March for Our Lives.

Nulla di ciò che è buono va mai perduto e anzi si evolve e si arricchisce di nuovi apporti. Depurato dalle scorie violente, lo spirito di quegli anni torna a “soffiare nel vento” e accompagna una nuova sensibilità nonviolenta, orizzontale, solidale e coraggiosa. Una sensibilità sintetizzata in quel grido “Enough is enough!” che sembra balzare fuori dallo schermo di cellulari e computer ogni volta che si guarda un video dei sopravvissuti all’ultima strage in una scuola degli Stati Uniti.

Anna Polo-Pressenza