Andrea Segre e la critica del pensiero unico

Ha raccontato le lotte dei braccianti africani a Rosarno. Ci ha portato nell’inferno libico fatto di campi di concentramento nel deserto, stupri ed esseri umani venduti e comprati. Ha svelato la realtà dei respingimenti in mare e cosa si nasconde dietro gli accordi tra Italia e Libia in materia di immigrazione. Ha narrato il dialogo […]

Ha raccontato le lotte dei braccianti africani a Rosarno. Ci ha portato nell’inferno libico fatto di campi di concentramento nel deserto, stupri ed esseri umani venduti e comprati. Ha svelato la realtà dei respingimenti in mare e cosa si nasconde dietro gli accordi tra Italia e Libia in materia di immigrazione. Ha narrato il dialogo e il confronto tra culture diverse. È l’immigrazione il tema centrale dei film documentari di Andrea Segre, in un fil rouge che attraversa tutti i suoi lavori da “Marghera Canale Nord” a “Mare chiuso” passando per “Io sono Li”, “Come un uomo sulla terra” e “Sangue Verde”. Ma se lo si chiede a lui, risponde che in realtà il suo obiettivo è “cercare altri punti di vista”. È con questa idea in testa che, 15 anni fa, Segre è partito per l’Albania. “Essere a Valona, senza elettricità e sentire che un amico ha deciso di prendere uno scafo perché non può essere omosessuale nel suo Paese – racconta – non ti dà il tempo di pensare”. E di certo, ribalta il tuo punto di vista sul mondo. Da allora Segre ha prodotto oltre 10 documentari e un “film film”, come lo chiama lui, un film di finzione ma con forti radici nella realtà. “Dicono che con i miei film parlo di immigrazione – spiega – ma solo perché è il fenomeno sociale che maggiormente mi permette di lavorare sulla critica del pensiero unico: i miei film sono una lente per capire le ingiustizie che il punto di vista unico produce”. Fino al 18 giugno i suoi film sono in proiezione al Biografilm Festival di Bologna, mentre le locandine, disegnate da Marco Lovisatti, sono in mostra alla Feltrinelli di piazzza di Porta Ravegnana fino al 6 luglio.

Cosa ci dicono i documentari di Andrea Segre sull’Italia contemporanea? “Vent’anni fa sapevamo come sarebbe andata a finire – afferma il regista – Il Paese era diventato benestante e i contadini pagavano gli studi ai propri figli perché non si dovessero spaccare la schiena nei campi a raccogliere patate come avevano fatto loro per tutta la vita: ma qualcuno le patate doveva raccoglierle”. Sono cominciati allora i primi arrivi di manodopera straniera. “Forse non avremmo immaginato che in pochi anni sarebbero diventati 5 milioni ma avremmo potuto anticipare il futuro costruendo un presente di scoperta – prosegue – Invece abbiamo costruito un presente di paura e chi agiva sulla paura, lo faceva perché aveva il consenso”. È accaduta la stessa cosa nella comunicazione. “L’Europa è in guerra anche se non lo dichiara e lo dimostra il fatto che per spiegare alcune delle cose che racconto non posso non applicare la logica militare – dice Segre – Consegnare una persona inerme a un torturatore è un atto di violenza militare perché avviene contro una persona straniera in territorio straniero e costruire un sistema di comunicazione basato sulla violenza è una scelta di guerra all’interno del cappello dell’umanitarismo all’europea: quello che faccio con i miei documentari è far emergere le crepe di questo sistema”.

“Mare chiuso”, il documentario sui respingimenti attuati dall’Italia è stato visto da 100 mila persone in 2 mesi, senza andare in tv. A chi gli chiede quale ruolo hanno film e documentari in un contesto come quello italiano caratterizzato da un razzismo diffuso e da politiche volte alla criminalizzazione degli immigrati, Segre risponde con i numeri. “Cinque anni fa non avrei immaginato che un documentario sui respingimenti sarebbe stato visto da così tante persone” – dice, sottolineando che per contrastare questo sistema di comunicazione basato sulla paura e sulla violenza è necessario “non rispettare i meccanismi di autocensura che purtroppo nel nostro Paese vengono messi in atto da chi ha piccoli spazi di potere, anche nel giornalismo”. Secondo il regista è necessario lavorare in prospettiva: “Abbiamo perso un’occasione 20 anni fa – dice – Ora bisogna costruire un humus diverso, ma ci vuole tempo e ci vogliono persone: la società italiana è schiacciata dalla convinzione che stare chiusi nella propria provincia protegga dai pericoli del mondo, ma non è così e deve imparare ad aprirsi”.

Si tratta di un percorso da fare in diversi ambiti, non solo nella cultura. E se qualcuno obietta che in un periodo di crisi economica come quella che stiamo vivendo è più difficile, Segre ribatte che la gente è più motivata. “Le persone hanno passato gli ultimi 20 anni pensando che essere felici volesse dire comprare – chiarisce – e adesso che non hanno soldi, non sanno chi sono: bisogna dire loro che ci sono elementi di crescita nella vita che non sono legati al consumo ma alla conoscenza e all’incontro: la crisi può essere un’occasione per migliorare, anche se, purtroppo, ci sono forze che spingono in un’altra direzione”. (lp)

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