Proteste in Iran: attivisti aggirano il blackout internet per diffondere foto e video

Dall’inizio dell’anno, l’Iran ha visto la propria connettività scendere fino all’1%, trasformando il Paese in quello che molti definiscono un “deserto informativo”. Di fronte a una delle censure digitali più sofisticate mai attuate, i manifestanti hanno messo in campo tecniche ibride che mescolano eroismo sul terreno e soluzioni ingegnose per aggirare il blackout. Secondo le […]

Dall’inizio dell’anno, l’Iran ha visto la propria connettività scendere fino all’1%, trasformando il Paese in quello che molti definiscono un “deserto informativo”. Di fronte a una delle censure digitali più sofisticate mai attuate, i manifestanti hanno messo in campo tecniche ibride che mescolano eroismo sul terreno e soluzioni ingegnose per aggirare il blackout.

Secondo le stime, oltre 50mila terminali satellitari sono entrati clandestinamente nel Paese. In risposta, il governo di Teheran ha dispiegato i cosiddetti “scudi elettronici”, disturbatori di frequenza di matrice militare puntati a oscurare i segnali. Per eluderli, gli attivisti posizionano paraboliche in aree rurali, quindi trasferiscono i dati fisicamente usando lo “Sneaker-net”: piccoli corrieri caricano video e materiale su schede SD e li trasportano oltre confine o in zone coperte dal roaming internazionale.

Il blackout non è costante al 100%. A intervalli, il regime riapre brevi “finestre” di traffico per consentire operazioni bancarie e istituzionali. In quei frangenti, i giovani caricano file a velocità elevate prima che la linea venga nuovamente chiusa.

Canali Discord e chat all’interno di videogame online si sono trasformati in centri di coordinamento tattico. Dato che il loro traffico assomiglia a quello dei giochi, è più difficile per i filtri di stato riconoscere comunicazioni politiche. Qui si scambiano mappe, orari dei posti di blocco e istruzioni pratiche, dando vita a una vera “rivoluzione dei gamer” che tiene impegnata la rete di sorveglianza dei Pasdaran su migliaia di stanze virtuali.

C’è infine chi sfida il blackout fisico avvicinandosi ai confini con Turchia e Iraq per agganciare segnali cellulari stranieri e inviare messaggi senza passare per i provider interni. I video realizzati via smartphone vengono salvati su piccole schede SD e affidati a una rete di “corrieri della libertà” – spesso camionisti o residenti di aree di confine – che li portano fuori dall’Iran, verso Turchia o Kurdistan iracheno, da dove possono finalmente essere messi online.