Da mesi le autorità iraniane applicano una tariffa per ogni proiettile sparato contro i manifestanti: le famiglie devono pagare per riottenere la salma del proprio caro. Una pratica che risale ai primi anni della Repubblica Islamica, istituita nel 1979, e che oggi assume forme sempre più draconiane.
Il costo richiesto alle famiglie varia tra i 4.000 e gli 8.000 euro, ben al di sopra delle possibilità di un lavoratore medio che in Iran guadagna meno di 100 euro al mese. Secondo Amir Farshad, analista del Global Institute for Democracy and Strategic Studies, «le forze di sicurezza iraniane richiedono circa 700 milioni di toman – pari a 6.000 euro – per consegnare alle famiglie ogni corpo», cifra applicata anche ai 110 manifestanti uccisi il solo 7 gennaio a Teheran.
Chi non riesce a versare tale somma deve accontentarsi di una fossa comune, dove le salme vengono deposte insieme a centinaia di altri corpi. Questo tipo di sepoltura priva le vittime e i loro cari di qualsiasi forma di riconoscimento.
Il prelievo forzato dei cadaveri rappresenta un ulteriore livello di sopraffazione. «In Kurdistan e nel Kermanshah stanno rubando i cadaveri. Le famiglie che sono riuscite ad arrivare agli obitori o negli ospedali prima delle autorità e hanno ottenuto le spoglie dei loro cari, li nascondono in casa, li mettono sotto ghiaccio. O li seppelliscono in giardino, per non farseli portare via», denuncia Azam Bahrami, attivista per i diritti umani rifugiata politica.
A completare il quadro di coercizione, secondo il gruppo di monitoraggio Dabdan, le autorità costringono i familiari a firmare documenti falsi che registrano i morti come miliziani Basij uccisi dai manifestanti, riscrivendo così la storia delle vittime e alimentando la narrazione ufficiale dei «terroristi».