Venerdì 23 gennaio circa cento religiosi sono stati arrestati all’aeroporto internazionale di Minneapolis–St. Paul mentre manifestavano contro quella che il Dipartimento della Sicurezza Nazionale ha definito “la più grande operazione di deportazione di sempre” promossa dall’amministrazione Trump. I partecipanti, in gran parte leader di diverse confessioni, hanno ricevuto citazioni per violazione di proprietà e per non aver ottemperato agli ordini della polizia e sono stati successivamente rilasciati.
Nello stesso weekend, diverse migliaia di persone si sono radunate nel centro di Minneapolis, sfidando temperature di meno 23 gradi, per protestare contro le politiche dell’Ice (Immigration and Customs Enforcement). Il movimento, avviato il 7 gennaio dopo la morte di Renee Good – madre di tre figli di 37 anni uccisa da un agente federale –, è ormai diventato un appuntamento quotidiano. In segno di solidarietà con i manifestanti, oltre 700 imprese in tutto lo Stato hanno chiuso i battenti, e sindacati, organizzazioni progressiste e gruppi religiosi hanno invitato i cittadini a disertare lavoro e scuola.
Tra i fermati all’aeroporto figura la reverenda Mariah Furness Tollgaard, della Hamline Church di St. Paul. Secondo quanto raccontato dalla stessa pastora, la polizia aveva ordinato ai manifestanti di allontanarsi, ma lei e altri hanno deciso di restare per sostenere i migranti, tra cui membri della sua congregazione ora spaventati di uscire di casa. Dopo il rilascio, la reverenda ha annunciato l’intenzione di tornare in chiesa per una veglia di preghiera: “Non possiamo tollerare di vivere sotto questa occupazione federale del Minnesota”.
Anche la reverenda Elizabeth Barish Browne, unitaria universalista, ha partecipato alla protesta, arrivando da Cheyenne, nel Wyoming. “Quello che sta accadendo qui è chiaramente immorale”, ha affermato. “Fa un freddo intenso, ma il vero pericolo non viene dal gelo, bensì dall’Ice”.