Venezuela: Trentini costretto a restare immobile per dieci giorni nella cella “Vasca”

Alberto Trentini, cooperante italo-venezuelano, è stato rilasciato dopo 423 giorni di detenzione in Venezuela. Domenica sera, ospite nel programma televisivo Che tempo che fa, ha raccontato le tappe del suo arresto, delle torture psicologiche e delle condizioni affrontate nelle strutture di detenzione venezuelane. Trentini è stato fermato in una zona di frontiera con la Colombia, […]

Alberto Trentini, cooperante italo-venezuelano, è stato rilasciato dopo 423 giorni di detenzione in Venezuela. Domenica sera, ospite nel programma televisivo Che tempo che fa, ha raccontato le tappe del suo arresto, delle torture psicologiche e delle condizioni affrontate nelle strutture di detenzione venezuelane.

Trentini è stato fermato in una zona di frontiera con la Colombia, a un posto di blocco fisso. «Mi hanno guardato il passaporto, si sono subito incuriositi, mi hanno chiesto di stare lì, di non andarmene, hanno fatto delle telefonate e dopo circa un’ora si è presentato il controspionaggio militare che mi ha obbligato a consegnargli il cellulare. Mi hanno portato in una stanza e mi hanno fatto un lungo interrogatorio di circa quattro ore». Due giorni dopo il fermo, è stato trasferito in una “bella casa di Caracas” e infine sottoposto alla macchina della verità in una stanza molto calda.

Prima del trasferimento al carcere di Rodeo 1, Trentini ha trascorso dieci giorni nella cosiddetta “Vasca” o “Acquario”, un locale a vetri del quartier generale del controspionaggio militare. «Quella è una stanza con un vetro – ha proseguito – dove tu non vedi quello che succede fuori però quelli che sono fuori vedono. Si sta seduti tutto il giorno su una sedia, dalle sei di mattina alle nove di sera, senza poter parlare». Inizialmente il gruppo contava venti persone, alla fine sessanta, tutte costrette a turnarsi per il bagno, ricevere poche razioni di cibo e un po’ d’acqua.

Nel penitenziario di Rodeo 1 le celle misuravano circa due per quattro metri, con una latrina “turca” che fungeva anche da doccia. «In ogni cella stavamo in due», ha spiegato Trentini, che ha subito frequenti trasferimenti arbitrari senza alcuna giustificazione. L’acqua veniva distribuita due volte al giorno e utilizzata sia per la toilette sia per i bisogni fisiologici. Gli occhiali gli furono sequestrati, rendendo quasi impossibile leggere i pochissimi libri a disposizione.

Non ha subìto violenze fisiche, ma ha denunciato pressioni psicologiche costanti: «Non sapevi mai quando finiva, non potevi avere assistenza legale di per sé…». Trentini e altri detenuti stranieri, circa novantadue in totale, hanno appreso in gennaio che erano considerati «pedine di scambio». Le informazioni esterne arrivavano con grande ritardo, filtrate dal passaparola tra i reclusi. Dopo sei mesi ha potuto effettuare la prima telefonata ai genitori, scoprendo che stavano «benino». Una seconda chiamata, sei mesi dopo l’arresto, gli ha permesso di comprendere l’entità delle mobilitazioni diplomatiche in suo favore.