Il governo israeliano ha dato il via libera all’avvio di un processo di registrazione dei terreni in Cisgiordania per la prima volta dal 1967. In base a una risoluzione presentata dai ministri della Difesa, delle Finanze e della Giustizia, l’Autorità israeliana per il registro delle imprese riceverà le risorse finanziarie e il personale necessari per avviare le pratiche. Secondo il Times of Israel, circa due terzi del territorio della Cisgiordania non è mai stato formalmente registrato.
L’iniziativa varrà nella cosiddetta Area C, che copre circa il 60% dell’intero territorio e si trova sotto controllo militare e civile israeliano. Il ministro della Difesa Israel Katz, il titolare delle Finanze Bezalel Smotrich e il guardasigilli Yariv Levin hanno salutato l’introduzione del nuovo iter, sostenendo che l’operazione garantirà “certezza giuridica” e tutelerà gli interessi dello Stato ebraico.
Dal canto suo, la presidenza dell’Autorità nazionale palestinese, citata dall’agenzia Wafa, ha avvertito delle “gravi conseguenze” derivanti dal provvedimento. Secondo l’Anp, il testo “costituisce una minaccia diretta alla sicurezza e alla stabilità” e rappresenta “l’inizio dell’attuazione dei piani volti a consolidare l’occupazione attraverso l’espansione illegale degli insediamenti”. La presidenza ha poi sottolineato che queste decisioni “unilaterali” non conferiranno a Israele “alcuna legittimità sul territorio dello Stato di Palestina” e “non altereranno lo status giuridico e storico secondo cui la Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est e la Striscia di Gaza sono territori palestinesi occupati”. L’Anp ha infine sollecitato la comunità internazionale, in particolare il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, a intervenire “per porre fine alle pericolose azioni israeliane” e “per costringere Israele a rispettare il diritto internazionale e le risoluzioni di legittimità internazionale”.
Anche il movimento pacifista israeliano Peace Now ha espresso riserve. Pur riconoscendo che in linea teorica il sistema di registrazione potrebbe essere equo per tutte le parti, l’associazione ritiene che l’attuale contesto renderebbe difficile ai palestinesi documentare e rivendicare le proprie proprietà. Questo, avverte Peace Now, rischierebbe di portare vaste aree a essere dichiarate “terra demaniale”, aprendo la strada allo sviluppo di insediamenti, infrastrutture e collegamenti di trasporto da parte di Israele.