Conflitto in Iran: interferenze GPS sulle petroliere e il fenomeno dello spoofing

Il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran si sta estendendo in un nuovo campo di battaglia, fatto non solo di droni e intelligenza artificiale, ma anche di tecniche informatiche a basso costo e di grande impatto. Protagonisti di questa fase sono lo “spoofing” e il “jamming”, strumenti con cui Teheran mira a disorientare i […]

Il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran si sta estendendo in un nuovo campo di battaglia, fatto non solo di droni e intelligenza artificiale, ma anche di tecniche informatiche a basso costo e di grande impatto. Protagonisti di questa fase sono lo “spoofing” e il “jamming”, strumenti con cui Teheran mira a disorientare i sistemi di navigazione satellitare e di identificazione delle petroliere e dei gas tanker che attraversano il Golfo Persico.

Secondo Windward, società di analisi e intelligence marittima, già nel primo giorno di operazioni oltre 1.100 imbarcazioni hanno subito interferenze ai segnali GPS o al sistema di identificazione automatica (AIS), che normalmente trasmette dati in tempo reale sulla posizione e altri parametri di navigazione. Durante gli attacchi, le navi sono state “trasportate” virtualmente in luoghi improbabili, tra cui aeroporti, deserti iraniani e di Stati del Golfo, perfino sopra un impianto nucleare. In media, ogni episodio di disturbo è durato 3-4 ore.

Nel dettaglio, con lo “spoofing” vengono inviati segnali GPS falsificati per far sì che una nave risulti in una posizione diversa da quella reale. Il ricevitore non perde il segnale, ma registra dati manipolati. Il “jamming”, invece, lavora sovraccaricando di onde radio la stessa frequenza del GPS, rendendo il segnale satellitare indistinguibile e di fatto inutilizzabile.

L’obiettivo principale di queste operazioni è mettere a rischio la sicurezza delle rotte marittime, in particolare in punti critici come lo Stretto di Hormuz, dove le corsie di transito non superano i 3 chilometri di larghezza. Le potenziali collisioni o le deviazioni forzate delle navi costringono gli equipaggi a sospendere la navigazione.

Contro questo genere di attacchi l’unica contromisura praticabile è spesso l’arresto completo del transito. Per Teheran, bloccare il flusso di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz significa guadagnare tempo e tentare di piegare la resistenza avversaria sul fronte economico ed energetico.