Lo stato cubano si trova in un blackout totale dopo giorni in cui due terzi dell’isola erano già rimasti al buio, una crisi che ha innescato violente proteste contro il governo nelle principali città, compresa L’Avana. La compagnia statale Union Nacional Electrica de Cuba ha parlato di “completa disconnessione” del sistema elettrico nazionale, attribuendo la drammatica situazione all’embargo petrolifero imposto dagli Stati Uniti con l’intento di esercitare pressioni sul governo cubano.
Le tensioni sociali sono esplose in diverse località: a Morón, un ufficio del Partito comunista è stato dato alle fiamme nel corso delle manifestazioni in strada, dove si levano slogan contro la classe politica e il sistema a partito unico. Nel frattempo, non mancano le dichiarazioni sulla scena internazionale: Donald Trump ha annunciato con orgoglio future ambizioni sull’isola, sostenendo «Credo proprio che avrò l’onore di conquistare Cuba» e aggiungendo «Sarebbe fantastico. È un grande onore. Posso liberarla o conquistarla: penso di poter fare tutto quello che voglio».
Secondo quanto riferito dal New York Times, la Casa Bianca avrebbe già esortato il presidente Miguel Díaz-Canel a dimettersi per favorire l’avvio di negoziati sul futuro politico dell’isola. Fonti in contatto con l’amministrazione statunitense indicano tuttavia che l’abbandono del potere da parte del leader non comporterebbe una riduzione dell’influenza del Partito comunista.
Nel comunicato in cui l’ente elettrico ha delineato le cause del blackout, si parla di un “blocco completo della rete elettrica nazionale” e si annuncia l’avvio dei lavori di ripristino dell’erogazione. Dopo settimane di interruzioni è però difficile stabilire quando la corrente tornerà a coprire l’intero territorio: al momento dispongono di elettricità solo i cittadini e le imprese dotati di generatori autonomi.
Venerdì Díaz-Canel ha rivelato che Cuba non riceve rifornimenti di petrolio da oltre tre mesi e che la rete era stata alimentata con energia solare, gas naturale e centrali termoelettriche. Il sistema supplementare ha però ceduto sotto il peso della carenza di greggio, costringendo il governo a posticipare interventi chirurgici per decine di migliaia di pazienti.
Determinante per l’aggravarsi della crisi è stata la cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro, avvenuta il 3 gennaio da parte di forze speciali statunitensi. Caracas assicurava fino al 60% del petrolio importato a L’Avana: senza quel flusso e senza una intesa con Washington, ha ammesso lo stesso Díaz-Canel, Cuba non riesce a far fronte al proprio fabbisogno energetico.