Sarajevo avvia indagini sui cecchini amatoriali italiani nel safari balcanico

Durante l’assedio di Sarajevo, durato dal 1992 al 1996, le truppe serbo-bosniache adattarono la tattica del cecchinaggio per colpire i civili: oltre ai “cecchini del weekend” locali, sarebbero arrivati anche “persone comuni, italiani e stranieri, che avrebbero pagato per appostarsi sulle colline e sparare sui civili”. Kanita Focak, testimone oculare, ha ricordato su Realpolitik il […]

Durante l’assedio di Sarajevo, durato dal 1992 al 1996, le truppe serbo-bosniache adattarono la tattica del cecchinaggio per colpire i civili: oltre ai “cecchini del weekend” locali, sarebbero arrivati anche “persone comuni, italiani e stranieri, che avrebbero pagato per appostarsi sulle colline e sparare sui civili”.

Kanita Focak, testimone oculare, ha ricordato su Realpolitik il terrore quotidiano scandito dai colpi: “Un cecchino ti guarda, ti misura, vede ogni tuo capello. Poi miravano alla spina dorsale, non per ucciderci, ma per lasciarci invalidi per tutta la vita. Ma il mio cecchino non mi ha ancora trovato”. Riguardo alla presenza di stranieri, Focak ha sottolineato che “nelle postazioni dei cecchini erano stati trovati anche indumenti e documenti di stranieri. Questo era uno dei problemi”.

Zlatko Miletic, ex comandante delle truppe anti-cecchini, ha confermato l’esistenza di un traffico organizzato: “Venimmo a sapere che alcuni comandanti cecchini dall’altra parte erano coinvolti e organizzavano questi safari. Attraverso queste attività prendevano denaro e poi lo dividevano nelle loro unità”.

Edin Subašić, all’epoca agente dei servizi segreti militari bosniaci, ha spiegato come furono raccolte le prime informazioni: “La primissima informazione che abbiamo ricevuto relativa al Sarajevo Safari è arrivata da un volontario paramilitare della Repubblica Srpska sotto nostra cattura, che ha dichiarato di aver viaggiato da Belgrado a Sarajevo con cinque italiani armati e vestiti con uniformi militari. Già questa informazione ha attirato la nostra attenzione, perché queste persone non risultavano essere sicari pagati per uccidere, ma erano loro a pagare per farlo, direttamente dalle postazioni dei paramilitari serbi.”

Secondo Subašić, i “cecchini italiani” erano spesso individui “ricchi, o comunque molto benestanti, con la passione per la caccia”. Oggi le autorità italiane indagano almeno un sospettato, “un semplice autotrasportatore”, che potrebbe non essere responsabile diretto ma importante testimone. Di alcuni presunti partecipanti si è poi persa traccia: “Almeno riguardo a quelli su cui ho dei sospetti, ho saputo recentemente che uno dei miei due sospettati è deceduto, mentre dell’altro so per certo che è ancora vivo”.

Sarajevo porta ancora i segni di quegli anni: le facciate dei palazzi piene di buchi di proiettile e oltre 11.500 vittime sepolte nei numerosi cimiteri. Il cimitero ebraico, da cui si potevano colpire due incroci strategici, era uno dei luoghi preferiti dai tiratori: “Mi ricordo che eravamo terrorizzati ad attraversare i ponti, però si doveva fare – racconta Focak –. Così si cominciava una preghiera qualsiasi all’inizio del ponte e, quando si arrivava dall’altra parte ancora salvi, si ringraziava il Signore”. E conclude: “Cosa direi loro se fossero ancora vivi? Solo che un crimine di guerra non va in prescrizione”.