Il conflitto in Iran è entrato nella sua quarta settimana, senza segnali di arresto. Teheran ha formulato sei condizioni per un cessate il fuoco con Stati Uniti e Israele: un accordo di pace duratura, la chiusura delle basi militari statunitensi nella regione, un risarcimento per i danni subiti dall’Iran, la fine delle ostilità contro i gruppi affiliati al Paese, l’adozione di un nuovo regime giuridico per lo Stretto di Hormuz e l’estradizione con procedimenti penali per gli operatori dei media considerati “anti-Iran”.
Da Washington è giunta in breve una controproposta altrettanto articolata, con sei requisiti che gli Stati Uniti ritengono necessari per mettere un punto al conflitto. Sul fronte delle iniziative diplomatiche parallele, l’ex presidente Donald Trump ha esortato, in un post sul social Truth, a riaprire lo Stretto di Hormuz entro 48 ore, minacciando altrimenti attacchi contro le centrali elettriche iraniane.
L’esercito di Teheran ha replicato immediatamente: “Colpiremo le infrastrutture energetiche e informatiche degli Stati Uniti”. Sul medesimo fronte, Ali Mousavi, rappresentante iraniano presso l’Onu, ha precisato che “Lo Stretto è chiuso solo per i nostri nemici”.
Nel frattempo un alto funzionario di Teheran ha negato ogni coinvolgimento nei recenti raid missilistici contro la base anglo-americana di Diego Garcia. Nonostante questo, le azioni militari non accennano a diminuire. Dopo gli attacchi iraniani alle città israeliane di Arad e Dimona, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha rivolto un appello ai leader internazionali, invitandoli a schierarsi nella guerra contro l’Iran.