Un tribunale di Los Angeles ha riconosciuto Meta e Google responsabili dei danni psicologici subiti da una minorenne nei loro servizi di social media, segnando una svolta nei giudizi sul ruolo delle piattaforme nella salute mentale degli utenti più giovani. La sentenza arriva a conclusione di un processo avviato da Kaley G.M., oggi ventenne, che ha dichiarato di aver sviluppato sintomi depressivi e pensieri suicidi fin dall’infanzia a causa dell’uso reiterato di YouTube (di proprietà di Google) e Instagram (di proprietà di Meta).
La giovane ha raccontato di aver iniziato a navigare su YouTube all’età di sei anni e di essersi iscritta a Instagram a nove, passando «tutto il giorno» sui social network. Queste affermazioni sono state al centro delle oltre quaranta ore di deliberazione tenute dalla giuria in nove giorni di udienza, a distanza di oltre un mese dalla fase introduttiva del processo.
Prima dell’inizio del dibattimento TikTok e Snapchat, inizialmente coinvolte nel procedimento, avevano già raggiunto un accordo extragiudiziale. Rimaste in causa soltanto Meta e Google, hanno visto riconosciuta la loro responsabilità nonostante finora avessero potuto contare sulle tutele previste dalla Sezione 230 del Communications Decency Act, norma che protegge le piattaforme dai contenuti generati dagli utenti.
Meta ha reagito definendo la decisione «non in linea con le leggi vigenti». In una nota, l’azienda ha espresso il proprio disaccordo «con tutto il rispetto» riproponendo le stesse parole utilizzate in risposta alla sentenza sfavorevole emessa nel New Mexico. Google non ha commentato pubblicamente il verdetto.