Bank of America ha raggiunto un accordo da 72,5 milioni di dollari per risolvere una class action che imputava all’istituto di aver agevolato il traffico sessuale organizzato da Jeffrey Epstein. La banca, pur continuando a negare ogni coinvolgimento nei crimini attribuiti al finanziere, ha spiegato che “questa risoluzione ci permette di lasciarci alle spalle questa vicenda e offre un’ulteriore conclusione per i querelanti”. L’intesa, confermata dai documenti del tribunale di New York, dovrà ora essere convalidata da un giudice.
Le donne che avevano promosso la causa sostenevano che Bank of America avesse “consapevolmente e intenzionalmente partecipato al sistema di traffico sessuale di Jeffrey Epstein” fornendo al finanziere servizi bancari nonostante i “segnali di allarme”. Nelle carte dell’accordo, tuttavia, la banca nega “di aver partecipato in qualsiasi modo al sistema di traffico sessuale di Jeffrey Epstein” e contesta tutte le accuse a suo carico.
Nel frattempo, una vittima anonima della rete di Epstein ha presentato un’azione collettiva contro l’amministrazione Trump e Google, reclamando “divulgazione indebita e ripubblicazione” di dati personali tratti dagli “Epstein files”. Deposita presso un tribunale federale del distretto settentrionale della California, la denuncia imputa al Dipartimento di Giustizia di aver reso pubbliche informazioni identificative di circa 100 sopravvissuti, e a Google di averle poi “ripubblicate continuamente”, nonostante le richieste di rimozione.
Secondo il ricorso, “i sopravvissuti affrontano ora un trauma rinnovato”, perché “sconosciuti li contattano, inviano email, minacciano la loro sicurezza fisica e li accusano di aver cospirato con Epstein quando, in realtà, sono sue vittime”. Il Dipartimento di Giustizia ha replicato che l’obbligo di pubblicazione imposto dalla legge ha comportato “sfide significative” e che “eventuali casi di diffusione di dati personali identificativi delle vittime sono stati involontari”, precisando di aver cercato di correggere gli errori. Nella denuncia si contesta però un approccio definito “pubblicare subito, correggere dopo”, giudicato lesivo della privacy dei sopravvissuti.
Epstein era stato arrestato e incriminato nel luglio 2019 per sfruttamento sessuale di minori e associazione a delinquere. Il 10 agosto dello stesso anno, mentre era in attesa di processo, fu trovato morto nella sua cella: l’autopsia concluse per un suicidio. In seguito all’inchiesta, il Dipartimento di Giustizia ha reso pubblici oltre tre milioni di documenti relativi al finanziere, rivelando la vastità dei suoi contatti con personaggi di alto profilo.