L’accumulo di forze statunitensi nella regione del Golfo riporta al centro del dibattito l’ipotesi di un’incursione terrestre in Iran negli ultimi mesi di presidenza Trump. Negli ultimi giorni il Pentagono ha schierato in zona circa 50.000 militari, con l’aggiunta recente di 2.000 paracadutisti dell’82esima Airborne Division.
Tra gli obiettivi indicati dagli Stati Uniti figura l’isola di Kharg, nodo cruciale per l’esportazione di greggio attraverso lo Stretto di Hormuz. Non si esclude inoltre un’azione sulle aree costiere adiacenti al “collo di bottiglia” marittimo, parzialmente chiuso da Teheran e in grado di condizionare i traffici globali.
Un attacco anfibio presenta però ostacoli significativi. “Chi possiede il mare possiede il commercio del mondo” diceva Sir Walter Raleigh, massima ripresa dalla leadership iraniana: i fondali bassi dello Stretto e la costa frastagliata permettono all’Iran di nascondere barchini d’assalto e di minare le acque. In aggiunta, Teheran può far leva sulle isole Qeshm, Abu Musa, Larak e sulle Tunb (grande e piccola) per lanciare missili contro eventuali forze navali.
Oltre alla difesa costiera, la conformazione interna del Paese assicura alla Repubblica islamica ampi margini di manovra. Monti Zagros a ovest, Alborz a nord e vaste aree desertiche a est definiscono i confini di un altopiano che include i siti nucleari di Fordow e Natanz, possibili punti di interesse per forze speciali statunitensi. La stessa morfologia del territorio fu determinante nel respingere gran parte del programma nucleare iraniano durante la “guerra dei 12 giorni” del giugno 2025.
Dal punto di vista logistico, un intervento via terra richiederebbe un ulteriore e massiccio incremento di risorse e mezzi; un impegno che rischia di scatenare nuove tensioni nell’opinione pubblica americana, già stanca di un conflitto che si protrae senza soluzione di continuità. Per Donald Trump, la scelta di procedere o meno potrebbe rivelarsi decisiva in vista delle elezioni di midterm di novembre.